Destra di Popolo.net

CAMBIARE L’EUROPA DALLA POLTRONA DI CASA: ANCHE OGGI SALVINI ASSENTE AL VERTICE UE SUI MIGRANTI

Luglio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

E’ L’OTTAVA VOLTA CHE DISERTA IL VERTICE DEI 28 MINISTRI DEGLI INTERNI EUROPEI… IL TRATTATO DI DUBLINO SI SUPERA DISCUTENDO CON GLI ALTRI PAESI NON CON I TWEET DA CASA

‘Cambia la tua vita con un click’ è il titolo di un film del 2006 con protagonista l’attore americano Adam Sandler.
La trama racconta di un uomo a cui viene donato un telecomando universale in grado di modificare la realtà  con la sola pressione di un tasto.
Forse proprio da quel film — ma con gli effetti prodotti ben diversi — ha preso ispirazione Matteo Salvini che ha deciso, ancora una volta, di non partecipare al vertice UE sui migranti tra i 28 ministri dell’Interno dell’Unione Europea.
La sua decisione era stata comunicata nei giorni scorsi al suo parigrado transalpino (la riunione si tiene oggi in Francia) nei giorni scorsi con una lettera in cui si accusava l’asse franco-tedesco di fare fronte comune contro l’Italia.
Eppure si voleva cambiare l’Europa, ma è meglio farlo dal più confortevole salotto di casa propria (intesa come l’Italia), piuttosto che mettere il naso oltreconfine dove l’opinione che i suoi colleghi hanno di lui non è la stessa che hanno i suoi elettori in Italia.
Al posto di Matteo Salvini, come di consueto, il Viminale ha inviato una delegazione tecnica che porterà  avanti la linea guida del ministro dell’Interno. Ma è l’assenza che pesa più dell’idea che si vuole portare avanti.
Matteo Salvini, infatti, sembra sfuggire sempre dal dibattito europeo sui migranti, sugli sbarchi, sulle espulsioni e sui ricollocamenti.
Questa è l’ottava volta consecutiva che il leader della Lega, dopo aver alzato (e continuato ad alzare) continui polveroni in Italia, decide che sia meglio non partecipare a questi vertici UE.
Chiede di superare il trattato di Dublino, senza però andare nelle sedi opportune e portare le proprie rimostranze. Si limita a scrivere tweet, post su Facebook indicando la luna e facendo credere di star combattendola.
In realtà  quando si tratta di affrontare de visu la questione, c’è sempre un buon motivo per non varcare il confine italiano.
Oggi si dice si stato assente per protesta: la bozza d’accordo Italia-Malta sembra non piacere agli altri Paesi Europei. Ma la politica, in special modo quella sovranazionale, non può sopravvivere con la storia «il pallone è mio e se non mi piacete non gioca nessuno», perchè alla fine questo atteggiamento porta gli altri a decidere per noi.
Ma l’importante è far credere di voler veramente risolvere la questione migranti e sbarchi in Italia.

(da agenzie)

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IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO UE SASSOLI: “RIPARTE IL CANTIERE UE, SUBITO UN’INCHIESTA SULLE INGERENZE RUSSE”

Luglio 21st, 2019 Riccardo Fucile

“ABBIAMO SPACCATO IL FRONTE SOVRANISTA”

L’Europarlamento avvierà  la riforma della governance Ue per chiedere più poteri democratici. Pronta anche un’inchiesta sulle ingerenze esterne, Russia in testa. Il neopresidente David Sassoli non ha dubbi: «Ci siamo ripresi il cantiere europeo».
Archiviata la complessa disfida che ha condotto Ursula von der Leyen al vertice della Commissione Ue, il secondo “numero uno” italiano dell’assemblea comunitaria prevede una «legislatura politica e pragmatica», obbligata a dare «risposte concrete ai problemi della solidarietà , all’immigrazione, alla coesione sociale, allo stato di diritto».
Esulta per la vittoria europeista e ammette col sorriso di essere «finito nel frullatore», però concede di prenderla «come un privilegio e non certo come un peso».
Programma il futuro, coltiva l’idea di qualche giorno di vacanza, sebbene «prima ci sono ancora parecchie cose da fare», del resto settembre è quasi domani. Al momento buono, Sassoli confessa che porterà  con sè almeno due libri, “Il Mediterraneo in barca” di Simenon e “1919/ La grande illusione” di Eckart Conze. Due punti di vista sull’Europa, angolature diverse da cui trarre ispirazione. Anche per ragionare su come si è spaccato il fronte europeista al momento di decidere i nuovi vertice Ue. E poi?
«A Ursula von der Leyen – risponde l’esponente del Pd – è stato attribuito il mandato ad avviare il percorso per formare la nuova Commissione, un cammino fatto di contenuti e persone che devono coincidere. Lei ne è consapevole, lo ha ribadito anche a La Stampa: è un potere degli Stati quello di proporre i nomi dei candidati ed è prerogativa della presidente anche di rifiutarli con precise giustificazioni».
Il compito di Strasburgo?
«Ora siamo chiamati a giudicare e a votare la coerenza di questa impostazione».
Invoca una legislatura della discontinuità . Cosa intende?
«Intendo che è il tempo di precisare le politiche e le riforme necessarie per il futuro. In questi pochi giorni abbiamo sentito parole chiare sulle esigenze di flessibilità , sulla dimensione sociale – dunque sul salario minimo e l’indennità  di disoccupazione europea -, sul proseguimento del processo di riforma del regolamento di Dublino e sugli investimenti in Africa. Sono cose da fare, tutte e al più presto».
Il caso von der Leyen ha superato il sistema dello spitzenkandidat, il “candidato di punta” al voto europeo. Per il Parlamento è stata una sconfitta?
«Abbiamo reagito e difeso il metodo fino all’ultimo perchè lo avevamo promesso ai cittadini. I malumori sono nati a seguito di questa delusione. Ciò spiega perchè le defezioni nel voto alla presidente della Commissione siano avvenute nel fronte europeista, fra chi vuole più Europe e non meno».
Che succederà  alla figura dello spitzenkandidat?
«In settembre la conferenza dei presidenti presenterà  uno schema di iniziativa per disegnare un nuovo quadro democratico in un contesto giuridico ben preciso. Dovrà  occuparsi di spitzenkandidat, introdurre le liste transazionali e il potere di veto. Vogliamo una vera riforma della governance che rafforzi il Parlamento».
Come immagina di affrontare un emiciclo che per un buon quarto sarà  formato da populisti e sovranisti?
«Pensavano di spaccare l’Europa e invece l’Europa ha spaccato i loro governi e il loro fronte. Immagino una legislatura molto politica, vincolata alle indicazioni avute il 26 maggio da chi ci ha incoraggiato a scommettere su un’Europa più unita. E’ una stagione entusiasmante. Possiamo entrare in un mondo nuovo e permettere agli europei d’essere protagonisti della globalizzazione. Non siamo affatto “alle solite”, come dice qualcuno».
E se fossero “le solite”?
«I cittadini chiedono un cambiamento, è un mandato che non si può tradire. Il dibattito si è spostato. Questo non è un avvio burocratico di legislatura. Il voto ha fatto nascere un patto politico che farà  bene alla costruzione europea».
Come tratterà  chi volge le spalle all’Inno alla gioia?
«Con l’esempio, che funziona sempre. Se c’è un inno, mi alzo. E così davanti a una bandiera. Lo farò in ogni occasione».
I populisti dicevano che avrebbero spazzato via tutti. Non è andata proprio così.
«E ora si mostrano storditi, perchè pensavano che avrebbe colpito al cuore la costruzione europea».
Perchè “storditi”?
«Perchè le indicazioni del voto sono state chiare. Gli elettori chiedono il rafforzamento dell’Ue e i partiti europeisti hanno vinto».
Come la mettiamo con i Verdi, però. Si sono chiamati fuori dal progetto di unione di tutte le forze europeiste.
«Sono state fatte molte aperture sul fronte ambientale, dalla Banca per il Clima, alla riduzione del 55% delle emissioni di Co2 alla tassazione dei giganti hi-tech, eppure non hanno sentito la necessità  di condividere le loro scelte con gli altri. Detto questo, credo che la stagione dell’autosufficienza politica sia conclusa. Nessuna forza può stare da sola se si vuole perseguire un progetto serio di costruzione europea».
Scommetterebbe su un fronte europeista ricompattato?
«Sì, certamente. Se sarà  una legislatura politica, sarà  anche pragmatica. Dobbiamo dare risposte concrete ai problemi della solidarietà  tra gli Stati, all’immigrazione, alla coesione, allo stato di diritto. Lo devono fare tutti».
L’Italia vive sull’orlo di una crisi di governo e le fratture sull’Europa appesantiscono il quadro. Come finisce?
«Adesso comincia il terzo tempo, cioè la fase di formazione della Commissione europea e questo può consentire anche ai governi che si sono ritrovati divisi di rientrare nel gioco europeo».
Hanno scelta?
«Assolutamente no. All’Europa servono paesi stabili. E la stabilità , in questo momento, dipende dal saper stare nel gioco europeo».
È una previsione, questa, oltre che un auspicio?
«Io penso sia conveniente»
La preoccupano di più il protezionismo di Trump o le ingerenze di Putin?
«Mi preoccupa ogni dinamica che cerchi di dividerci. Se c’è una missione oggi per la nostra generazione, è quella di rafforzare il senso della nostra indipendenza e lavorare per un multilateralismo che veda tutti partecipi. Tutti gli Stati europei si sono formati lottando per l’indipendenza e oggi sono chiamati a difendere l’indipendenza dell’Europa».
In che modo?
«In modo pragmatico. La leader del gruppo socialista ha annunciato che a settembre presenterà  una proposta per una iniziativa parlamentare per fare chiarezza sulle ingerenze dei paesi stranieri nello spazio europeo. Un tema caldo su cui anche la cancelliera Merkel ha espresso gravi preoccupazioni».
Inevitabile pensare alle notizie che arrivano da Mosca
«Occorre fare grande attenzione. Bisogna regolare gli strumenti che hanno un peso e un’influenza su di noi».
Parliamo di persone reali. Che idea si è fatto di Ursula von der Leyen
«Ci siamo già  incontrarti diverse volte e ci incontreremo ancora. Ci accomuna il fatto di essere figli di una generazione che ha subito la guerra. E ho visto anche in lei il desiderio di restituire qualcosa a chi ci ha consentito di vivere in una terra di pace».
Ha lavorato a lungo con Antonio Tajani. Cosa le ha consigliato nel passare il testimone di presidente
«Di essere attento soprattutto ai dettagli».

(da “Huffingtonpost”)

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I RUBLI METTONO NEI GUAI SALVINI ANCHE IN EUROPA: COMMISSIONE D’INCHIESTA SU LEGA, LE PEN E FPO

Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile

MENTRE LA MERKEL AFFONDA: “L’ITALIA DEVE CHIARIRE SULLA VICENDA RAPPORTI LEGA-RUSSIA”

“Un chiarimento tocca all’Italia. Penso che il Parlamento italiano o altri chiederanno chiarezza sulla vicenda”. Stavolta è Angela Merkel ad affondare il colpo sulla storia dei fondi russi che, secondo inchieste giudiziarie, la Lega avrebbe cercato a Mosca.
L’affare Savoini prende sempre più una piega europea.
Anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, parlando con diversi quotidiani europei a Berlino, punta i riflettori sulla Russia che “viola le leggi internazionali” e che dunque ‘merita’ le sanzioni decise dall’occidente.
Lontani dalla Russia e da chi ci fa affari: dalla Germania arriva un segnale deciso.
E il Parlamento europeo si prepara ad istituire una commissione d’inchiesta sui presunti finanziamenti di Putin alle forze politiche sovraniste in Europa: c’è la Lega, ma anche il Rassemblement National di Marine Le Pen e gli austriaci dell’Fpo di Heinz Christian Strache. Appuntamento a settembre a Strasburgo.
Ieri nella conferenza dei presidenti all’Europarlamento, la capogruppo dei socialisti Iratxe Garcia Perez ha presentato ufficialmente la proposta di chiedere una commissione di inchiesta sui finanziamenti e sui sostegni che sarebbero arrivati dalla Russia ai partiti di estrema destra francese, italiana e austriaca.
“I rapporti politici e finanziari tra la Russia e alcuni dei partiti sovranisti euopei e più in generale con le frange più oltranziste dell’estrema destra offrono profili di ambiguità  che non solo in Italia preoccupano — dice Franco Roberti, ex magistrato anti-mafia, neoeletto eurodeputato Dem — Per questo chiederemo l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.
Appuntamento dunque alla prima plenaria a Strasburgo dopo la pausa estiva, a settembre. La storia dei fondi russi è l’arma con cui la maggioranza europeista punta a mettere all’angolo i sovranisti euroscettici.
Non solo Le Pen e l’Fpo, che sono all’opposizione nei loro rispettivi paesi. Ma anche e soprattutto Salvini che è azionista di maggioranza del governo italiano.
Ora nell’isolamento c’è Salvini e il suo gruppo sovranista, non i paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) che comunque hanno legami forti con la Germania, vengono ‘tollerati’ e ‘controllati’ dalla macchina europea, non sono mai stati considerati nel ‘cordone sanitario’ anti-sovranista predisposto a Bruxelles dagli europeisti. Il metodo della Russia, sostiene Merkel, “solleva questioni. Il fatto che i partiti populisti in Europa ricevano il sostegno della Russia è motivo di preoccupazione”.

(da “Huffingtonpost“)

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STANNO AFFONDANDO NEL RIDICOLO: ORA NESSUNO VUOLE PIU’ IL COMMISSARIO UE

Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile

PRIMA LEGA E M5S SI CONTENDEVANO LA SCELTA, ORA ENTRAMBI SCAPPANO… VON DER LEYEN FA IL GIRO DELLE CAPITALI LA PROSSIMA SETTIMANA, ESCLUSA ROMA

“Noi stiamo lavorando ai progetti e alle cose da fare, non alle poltrone”, dice Matteo Salvini. Dopo il ritiro di Giancarlo Giorgetti dalla candidatura per il posto di commissario europeo a Bruxelles, la Lega passa la mano al M5s.
Ma incredibilmente, invece di raccogliere, il Movimento passa a sua volta. “Mi spiace che Giorgetti si sia ritirato, sceglieranno loro chi indicare — dice Luigi Di Maio – La mia parola è una: ho sempre detto che il commissario alla Concorrenza, che si occupa di tutto e che è fondamentale per l’italia, deve essere della Lega”.
C’era una volta il tempo — prima delle europee – in cui i partner di governo si contendevano il diritto a scegliere il commissario per la nuova squadra della tedesca Ursula von der Leyen.
Ora invece nessuno smania per avere un suo uomo a Bruxelles – o meglio donna, ha più chance con la nuova presidente.
Sembra una farsa, ma è realtà .
Cosa è successo? Dopo che von der Leyen ha chiuso la porta al commissario leghista, gli eurodeputati del Carroccio hanno votato no in Parlamento, con l’ormai nota piroetta in extremis martedì scorso: al photo finish fu no.
Il M5s è rimasto invece sul sì, fedele al patto sulle nomine che Giuseppe Conte ha approvato al Consiglio europeo dello scorso primo luglio a Bruxelles, benchè proprio quello stesso patto parlasse di un commissario leghista in squadra, per ammissione del premier stesso.
Ad ogni modo, strali di accuse, sfiorata la crisi di governo che sembra rientrata, ora resta comunque il problema di indicare il commissario (ne spetta uno per ogni paese europeo). Ma non c’è la fila per fare quel benedetto nome.
Salvini al momento sceglie l’unica carta possibile per uscire dall’angolo in cui si è infilato: niente Giorgetti, niente nomi alternativi.
Così la commissione nascerà  senza un suo uomo – o donna che sia – e la Lega sarà  libera di attaccare Bruxelles soprattutto in autunno, quando ci sarà  da discutere della manovra, leggi: flat tax.
Ma è proprio questo il timore del Movimento: mettere il cappello sul nome di un candidato, significa presentarsi disarmati al prossimo e certissimo match con il partner di governo, significa finire nel mirino leghista assimilati ai ‘burocrati’ europei. Per cui, stallo.
Da Bruxelles intanto fanno sapere che indicare una donna sarebbe la via migliore per ottenere il risultato. Soprattutto se si punta a un portafoglio di peso come la Concorrenza.
Von der Leyen resta fedele alla sua idea di formare una commissione perfettamente equilibrata tra donne e uomini. Finora solo 15 paesi hanno presentato una candidatura e tra queste solo 5 sono donne, compresa la stessa presidente. Pochissime dunque.
Tra loro, la danese Margrethe Vestager, attuale commissaria alla Concorrenza e futura vicepresidente, la bulgara Maryia Gabriel, attuale commissaria al Digitale, la ceca Vera Jourova, attuale commissaria alla Giustizia.
Non c’è molto tempo. La prossima settimana von der Leyen farà  un giro delle capitali europee per incontrare i leader ed entrare nel vivo della composizione della squadra.
Dovrebbe andare a Parigi e Madrid, agenda ancora non fissata ma per ora Roma non c’è (è già  stata a Berlino in questi giorni, subito dopo il voto a Strasburgo).
Entro la fine del mese vorrebbe completare il puzzle, anche se la penuria di candidate donne complica un po’ il quadro. Il punto è che arrivare tardi significa rischiare di perdere il treno della commissione: potrebbero restare solo posti in piedi.
Eppure l’esecutivo gialloverde si incastra di nuovo nella solita diatriba tra Lega e M5s. Anche se il Movimento ha assunto ufficialmente una linea europeista, con il sì a von der Leyen, linea che in teoria dovrebbe portarlo a concentrarsi subito sulla scelta del candidato, approfittando dello smarcamento leghista. Non è così.
Prevale la diffidenza reciproca dettata dal peso che la propaganda anti-europea ha sull’elettorato.
E allora girano dei nomi che sembrerebbero un po’ a vuoto per ora: la ministra della Lega Giulia Bongiorno, per dire. Anche se dal Movimento sottolineano che non ha le competenze economiche adatte ad un portafoglio come la concorrenza.
Oppue si pescherà  su un tecnico d’area, già  ma quale? Magari esterno a entrambe le forze di governo, tipo l’ambasciatore Giampiero Massolo. Ma è uomo.
Se non ha abbastanza donne a bordo, von der Leyen potrebbe chiedere ai paesi di riformulare le loro scelte. Ecco, magari la ‘caccia alla candidata donna’ potrebbe rivelarsi un alleato dei ritardi del governo. L’unico.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A VON DER LEYEN: “LA RUSSIA VIOLA LE LEGGI INTERNAZIONALI”

Luglio 18th, 2019 Riccardo Fucile

“SI’ ALLE SANZIONI MA APERTI AL DIALOGO”

Rigorosa come sempre, Ursula von der Leyen ci accoglie nella foresteria del ministero della Difesa che ha guidato fino a pochi giorni fa, ormai ospite tra gli ospiti, come i giornalisti venuti a intervistarla da tutta Europa.
E affronta in un lungo colloquio tutte le tematiche più brucianti del presente, dalla Russia che sta allargando la sua influenza in Europa – come dimostra lo scandalo che sta travolgendo la Lega – agli errori sulle politiche migratorie come l’accordo di Dublino – “mi meraviglio come un accordo così sbagliato sia potuto essere firmato” – ai conti pubblici, su cui la neo presidente della Commissione europea promette uno “stretto monitoraggio” dell’Italia ma anche volontà  di “dialogo” e di ascolto.
Non senza ricordare al nostro Paese che grazie alla flessibilità , dal 2015 ci sono stati concessi 30 miliardi di euro in più. Von der Leyen elenca anche alcune delle riforme che ha intenzione di proporre, anzitutto il salario minimo e l’assicurazione europea sui disoccupati, anche contro il parere ufficiale del partito che rappresenta, la Cdu, e del Paese da cui proviene, la Germania.
Lei sarà  la prima presidente donna a guidare la Commissione europea. In che cosa sarà  diversa, da questo punto di vista?
“Anzitutto, attorno al tavolo della Commissione ci saranno altrettanti uomini e donne. E il fatto che abbiano provenienze diverse offrirà  una diversa prospettiva ai problemi e suggerirà  soluzioni differenti. E spero che si faranno notare per essere delle soluzioni pragmatiche. In questi 14 giorni in cui mi sono battuta per ottenere una maggioranza al parlamento europeo, ho sempre avuto la sensazione che fosse più semplice costruire ponti con le donne. Molte di loro si sono rivelate molto pragmatiche e orientate al risultato”.
Quando ha saputo che aveva raggiunto la maggioranza per essere eletta, prima o dopo l’annuncio ufficiale…?
“Dalle informazioni che avevo sapevo che sarebbe stato un risultato sul filo. Dunque mi sono emozionata enormemente, quando il presidente del Parlamento lo ha annunciato qualche minuto dopo. In me si era accumulata molta tensione, perchè nei giorni immediatamente precedenti non ero certa se ce l’avrei fatta. Il giorno che ho fatto il discorso, alcuni mi dissero che gli era piaciuto. Ma sapevo anche di aver sostenuto delle posizioni molto chiare che avrebbero convinto qualcuno in più ma anche deluso qualcun altro”.
Lei ha vinto con una maggioranza molto risicata. Come si spiega l’enorme opposizione alla sua nomina?
“La frase che ho sentito più spesso in quei giorni è stata ‘non è nulla di personale, ma…’. So che molti in Parlamento erano arrabbiati perchè i capi di Stato non hanno nominato un loro spitzenkandidat ma me. Tuttavia Manfred Weber mi ha sostenuto enormemente – e non avrei potuto essere votata senza il suo aiuto. E, ovviamente, alcuni hanno votato contro di me perchè ho presentato un programma chiaramente pro-europeo che non condividevano”.
In realtà  lei è stata votata da forze euroscettiche come l’ungherese Fidesz il polacco PiS e i 5 Stelle. Quanto peserà  il loro sì sul suo lavoro?
“La stragrande maggioranza dei voti è arrivato dai popolari, dai socialisti e dai liberali. Il nuovo Parlamento è molto eterogeneo. E il percorso che abbiamo dinnanzi consisterà  nel trovare maggioranze stabili per ogni proposta e nel trovare forse maggioranze nuove ogni volta. E’ una sfida ma è anche un’opportunità , quella di conquistare ogni volta una maggioranza per un determinato argomento”.
Lei ha offerto qualcosa a Fidesz e al Pis per i loro voti?
“I Paesi del centro e dell’est Europa mi hanno dato fiducia perchè conoscevano il mio lavoro come ministro della Difesa. Abbiamo anche avuto delle divergenze sulla questioni della Difesa, ma penso che ci siano molte persone in quei ministeri che possono testimoniare che sono una persona con la quale si può lavorare. Ciò ha aiutato molto. E se guardiamo alle differenze che ci sono tra l’Europa centrale e quella occidentale, penso che l’urgenza per loro sia quella di essere maggiormente accettati, più visibili”
Sa chi l’ha votata e chi no?
“No, molto semplicemente perchè si tratta di un voto segreto. Io so solo ciò che mi hanno detto i gruppi”.
Ma come si spiega il fatto di non essere riuscita a convincere i parlamentari del suo stesso Paese, in particolare la Spd, e persino alcuni esponenti del suo partito? Il governo è a rischio in Germania?
“Io non penso che ciò abbia a che fare con la coalizione a Berlino, penso sia una questione squisitamente europea. I 16 parlamentari europei hanno sottolineato di non potermi votare perchè non sono stata una Spitzenkandidat. Non è mio compito quello di interpretare il loro comportamento, è stata una loro decisione e io avrei certamente preferito che l’avessero argomentata dal punto di vista contenutistico che procedurale. Ma ora dobbiamo guardare avanti e lavorare con ciò che abbiamo”.
Lei ha presentato un piano molto ambizioso per la lotta ai cambiamenti climatici. Come intende finanziarlo? E come intende costringere i Paesi riluttanti a sostenere le sue idee?
“Onestamente c’è un punto dove credo che l’Europa abbia capito il messaggio. Il tempo stringe, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno. Dobbiamo sforzarci a cambiare atteggiamento, a far pagare un prezzo maggiore per le emissioni di Co2, dobbiamo investire in ricerca e sviluppo ed energie verdi. Altrettanto importante è che garantiamo un’equa transizione, non tutte le aree hanno le stesse condizioni di partenza. Ciò che fa bene al nostro pianeta deve fare bene anche ai cittadini e all’economia”.
Sì, ma insistiamo: da dove prenderà  i soldi per tutto ciò?
“La questione è porre le giuste priorità  nel bilancio pluriennale. Se non investiamo di più in questo campo, pagheremo un prezzo molto più alto in futuro, visto che i costi per le alte emissioni, le tecnologie arretrate e per compensare i posti di lavoro persi si accumuleranno. Se l’Europa si muove per prima può beneficiare del fatto di essersi mossa in anticipo. Nei prossimi mesi formulerà  un piano più dettagliato”.
Lei sostiene l’idea di un salario minimo per tutti i Paesi membri e ha avanzato anche la proposta di un’assicurazione comune per i disoccupati nel caso di shock esterni. Ma come intende implementare queste idee se neanche la Germania le sostiene?
“Al contrario, la Germania ha fatto una buona esperienza con il salario minimo negoziato attraverso la concertazione tra aziende e sindacati. Il segreto è definire bene i dettagli: se qualcuno lavora a tempo pieno dovrebbe essere almeno in grado di sostenersi finanziariamente. Altrimenti spingiamo i lavoratori nel mercato nero e nessuno ne guadagna nulla. Quanto all’assicurazione sui disoccupati: l’idea è che i Paesi abbiano uno strumento per assorbire degli shock esterni come una hard Brexit. In Germania abbiamo imparato durante la crisi finanziaria che è molto meglio applicare un orario ridotto durante le crisi ed evitare le disoccupazioni di massa, e avere lavoratori specializzati che siano al loro posto quando l’economia si riprende. Un’assicurazione sulla disoccupazione servirebbe a superare i momenti difficili dovuti a shock esterni.
Lei proviene da un governo che ha bloccato molte iniziative del presidente francese Macron per una integrazione futura nella Ue. Lei cosa pensa del fondo dell’eurozona e del ministro delle Finanze europeo?
“Non ho mai parlato di un ministro delle Finanze europeo perchè lascia troppe questioni aperte. Quanto al fondo per l’eurozona, avremo uno strumento per la competitività  e la convergenza che è utile e necessario per un’area monetaria comune. Formalmente il nostro problema era la mancanza di competitività  a convergenza. E la questione aperta è sempre stata: sarà  accessibile ai Paesi che stanno cercando di entrare nell’euro? Per me la risposta dovrebbe essere di sì. E’ certamente un’ipotesi alla quale lavorare”.
Quanto dovrebbe essere grande il fondo? C’è una differenza notevole tra ciò che immaginano Francia e Germania.
“Se ne discute tra Paesi membri. La mia presidenza comincia a novembre, comincerò ad occuparmene allora. Ma dobbiamo occuparcene tutti in dettaglio, quando la Commissione sarà  insediata. Ma il problema sarà  sul tavolo”.
Jean Claude Juncker è sempre voluto essere un presidente politico della Commissione, e ha sempre sfruttato al massimo la flessibilità  del Patto. Ma ci sono Paesi come la Lega anseatica che chiedono il rispetto severo delle regole. Lei dove si colloca?
“Ci sono molti slogan nel dibattito europeo che strozzano ogni dialogo vero nella culla. Quando qualcuno usa il termine ‘unione dei trasferimenti’ o   ‘austerità ‘, sai immediatamente da dove proviene. La mia ambizione è cambiare il linguaggio in modo che riusciamo di nuovo ad ascoltarci a vicenda e a trovare soluzioni pragmatiche, così come i cittadini se lo aspettano da noi. Se guardiamo al Patto di stabilità , esso contiene opzioni di flessibilità  che dovremmo usare senza ledere le regole, che restano necessarie.
E l’Italia? La procedura d’infrazione è stata fermata anche se l’Italia non ha rispettato le regole
“La Commissione attuale ha deciso di non aprire una procedura d’infrazione eccessiva. La Commissione che presiederò monitorerà  molto da vicino la situazione in Italia, così come in altri Paesi. Il nostro obiettivo è di riuscire a investire per stimolare la crescita senza contravvenire alle regole esistenti”.
E qual è la sua ambizione politica per la Commissione?
“Normalmente non amo avere prefissi davanti alla parola Commissione. Ma se dovessi sceglierne uno, sarebbe ‘geopolitica’. La Ue deve essere assertiva, unita e forte e ha un ruolo da giocare in questo mondo. Il mondo reclama più Europa”.
Un altro campo in cui non c’è stato molto dialogo, ultimamente, sono le politiche migratorie europee. Lei ha detto di voler superare le differenze. Ma cosa intende fare, dopo che nei cinque anni che abbiamo alle spalle non abbiamo visto altro che abissi sempre più profondi?
“Gli ultimi anni ci hanno insegnato come non mai che le risposte semplici non ci portano da nessuna parte. Si sente dire solo ‘chiudete le frontiere e l’immigrazione cesserà ‘ o ‘dobbiamo salvare chiunque nel Mediterraneo e basta’. L’immigrazione non sparirà  e ci sono limiti a quanta immigrazione possiamo assorbire. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di risposte umane. Un approccio comprensivo è urgente, dobbiamo investire pesantemente in Africa per ridurre le pressioni migratorie. Allo stesso tempo dobbiamo combattere il crimine organizzato, riformare Dublino e fare in modo che Schengen possa sopravvivere perchè siamo in grado di proteggere le nostre frontiere esterne”.
Come si possono proteggere le frontiere esterne se i capi di Stato e di governo si sono dati come data per il rafforzamento di Frontex il 2027?
“L’intenzione di rafforzare Frontex a 10mila agenti è buona ma il 2027 è assolutamente troppo tardi. Dobbiamo sbrigarci, come ho già  dichiarato nelle mie linee guida. E dobbiamo urgentemente riformare Dublino. Il problema con le questioni complesse è che sono molto difficili da spiegare, dunque i cittadini e i politici sono chiamati a uno sforzo maggiore. Chi litiga sulle questioni migratorie tende solo a vedere una parte del problema. Ma se parliamo di una suddivisione degli oneri guardando a tutto il processo, dall’Africa a Dublino, forse riusciamo a fare dei passi avanti”.
Le Ong dovrebbero continuare a salvare vite nel Mediterraneo?
“Il nostro approccio politico dovrebbe essere quello di focalizzarci sul fatto che queste persone non salgano su un gommone. Abbiamo combattuto il crimine organizzato in maniera efficace con la Turchia, il Marocco e l’Algeria. Ma una volta che le persone intraprendono i loro viaggi della morte, siamo obbligati a intervenire. Salvare vite è sempre un obbligo, ma salvarle non risolve la questione più generale, che è molto più grande. E quando i profughi arrivano a terra, bisogna essere chiari. Chi arriva illegalmente e non ha diritto all’asilo, deve tornare indietro. Grazie all’accordo con la Turchia siamo riusciti a ridurre gli arrivi da cinquemila al giorno a qualche centinaio”.
Ma il paese chiave in Africa per l’immigrazione irregolare è la Libia. Come intendete fare accordi con un Paese che non ha neanche un governo – ma orribili campi profughi controllati dalle milizie?
“Lei ha perfettamente ragione. E’ molto difficile trattare con un Paese come la Libia dove non c’è un governo che funzioni e che si trova agli albori di una guerra civile. Questi problemi ci sono, senza dubbio, ma non dimostrano che il concetto dell’approccio più complessivo non sia giusto. Dobbiamo affrontare le grandi sfide del nostro tempo, non l’immigrazione, ma anche la demografia e la rivoluzione digitale. Discuterne. Risolverle. Ma senza far finta che possiamo affrontarle considerando solo una parte del problema senza parlare sul resto”.
Quindi fa bene Salvini a fermare e criminalizzare le Ong come Seawatch?
“E’ un obbligo per tutti gli esseri umani quello di salvare chi rischia di annegare. Ciò che vuole l’Italia, principalmente, è una riforma del sistema disfunzionale di Dublino. E devo ammettere che mi meraviglia come un accordo così sbagliato possa essere stato firmato. Inoltre posso capire che i Paesi che sono ai confini esterni della Ue non vogliano essere lasciati soli ad affrontare la sfida dell’immigrazione. Devono avere la nostra solidarietà ”.
E come intende convincere di ciò l’Ungheria e la Polonia?
“Alcuni Paesi si concentrano esclusivamente sui propri problemi, usano slogan e non mostrano alcuna disponibilità  a fare progressi. Ma è anche vero che non molti riconoscono che un Paese come la Polonia ha già  accolto 1,5 milioni di persone dall’Ucraina, che ai suoi confini esterni soffre una guerra ibrida. Dobbiamo cominciare a parlare anche di questo punto di vista polacco e ascoltare argomenti che vadano al di là  dei nostri. Me lo aspetto da tutti. Il nostro compito di politici e diplomatici è risolvere queste impasse”.
Lei suona diversa rispetto al 2015. Ha cambiato idea sull’immigrazione?
“Come ho appena detto, è un argomento complesso e non ci sono risposte semplici. Il dibattito è maturato, perchè durante la discussione abbiamo imparato molti dettagli sui Paesi d’origine, sul sistema del traffico di esseri umani e sui difetti di Dublino. E così ha fatto l’Europa. All’inizio avevamo risposte molto semplici e contrastanti. Adesso abbiamo accettato che l’immigrazione esiste e non se ne cesserà  di esserci. E vogliamo trovare dei modi condivisi per migliorare l’immigrazione legale”.
Gli Stati membri che non rispettano lo stato di diritto e i valori comuni europei dovrebbero essere puniti attraverso una riduzione dei fondi strutturali?
“Lo stato di diritto è un valore sacro, per l’Unione europea. Per razionalizzare un dibattito infuocato: sosteniamo l’introduzione di un meccanismo che aggiunga un rapporto trasparente allo stato di diritto in ogni Stato membro. In questo modo eviteremo di puntare il dito contro singoli Paesi membri, ma faremo in modo che ogni Paese venga analizzato”.
Lei sostiene che le regole dovrebbero essere applicate a chiunque. Ma la Germania e la Francia non hanno rispettato anni fa le regole sul deficit e non sono state sanzionate. Il principio del ‘due pesi e due misure’ non rischia di danneggiare la Ue?
“Gli stessi criteri valgono per chiunque. La mia esperienza politica mi suggerisce che obbedire alle regole che chiunque si è dato è il solo fondamento per mantenere un certo equilibrio tra le potenze influenti nel mondo. E’ l’ordine basato sulle regole che difendiamo. E si applica anche all’Ue. Più ci allontaniamo dalle regole che ci siamo dati, meno saremo in grado di raggiungere un equilibrio e a essere giusti con i cittadini”.
Nell’Europa dell’est ci sono Paesi che hanno combattuto per la libertà , e ora alcuni dei loro governi vogliono abolire l’indipendenza della giustizia e strangolare la stampa. Cosa ne pensa?
“La libertà  di parola, la giustizia e la stampa sono l’essenza e la base comune dell’Unione e faremo sempre in modo di proteggerle, ovunque sia necessario”.
Ma i giudici in Polonia sono sotto attacco e non esistono più giornali indpendenti in Ungheria.
“Il meccanismo che voglio per tutelare lo Stato di diritto individuerà  le violazioni dei valori europei e dei suoi principi. E agiremo, ove necessario. Questo vale per tutti gli Stati membri”.
E non pensa che i populismi in aumento nell’Europa centrale siano preoccupanti?
“Assisteremo sempre a lotte interne su come un Paese debba avanzare. La risposta è battersi per gli argomenti migliori, convincere i cittadini, attuare politiche migliori e capire che la democrazia non è qualcosa di dato ma che è fragile. E’ questa la lezione che dovremmo aver tratto dalla Brexit”.
Ad eccezione dell’Italia. Nella Lega qualcuno sogna ancora di lasciare l’euro.
“L’euro è molto più delle banconote e delle monete nelle nostre tasche. E’ un simbolo dell’unità  europea, la promessa tangibile di protezione e prosperità . L’Italia è un Paese fondatore e ha sempre avuto un ruolo decisivo nella costruzione dell’Europa e dell’euro. Non c’è dubbio che è questa la casa naturale dell’Italia. C’è stata un po’ di retorica su questo ma credo che i fatti parlino più di mille parole: dal 2015 la flessibilità  concessa all’Italia sul Patto di stabilità  le ha concesso di liberare 30 miliardi di euro, circa l’1,8% del suo Pil. Ecco perchè io cercherò sempre un approccio aperto e costruttivo con l’Italia. Credo che sia nel nostro interesse e in quello di tutti gli italiani”.
Lei ha argomentato che la Brexit potrebbe essere rimandata per “buone ragioni”. Quali potrebbero essere?
“L’accordo che abbiamo firmato è buono e non ne vedo altri all’orizzonte. Per rimandare l’attuale data per la Brexit devono esserci buone ragioni addotte dal governo britannico. Non ci si fraintenda: il modo in cui la Brexit accadrà , avrà  enormi conseguenze, perchè non sarà  la fine di qualcosa ma determinerà  la base per le nostre relazioni future. Ed è questo il motivo principale per cui penso che sia cruciale che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia ordinato”.
La democrazia è sotto pressione. L’influenza della Russia in Europa sta crescendo. Un partito al governo in Italia, la Lega, è travolto da uno scandalo che parla di finanziamenti da Mosca. Quanto è preoccupata dell’aumento del potere di Mosca?
“Siamo testimoni da un po’ di un atteggiamento ostile da parte della Russia. Che spazia dalla lesione di leggi internazionali, come l’annessione della Crimea, al tentativo di dividere l’Europa il più possibile. Il Cremlino non perdona nessun tipo di debolezza. Dalla nostra posizione di forza dovremmo mantenere le sanzioni e offrire allo stesso tempo il dialogo. Stiamo anche migliorando nello smantellamento delle campagne diffamatorie e delle campagne via social media nutrite da fake news. Il nostro privilegio, in quanto democrazie, è quello di rispondere con trasparenza, libertà  di stampa e un dibattito aperto”.
L’Alleanza atlantica ha subito qualche pressione. Jean-Claude Juncker ha scongiurato finora sanzioni dagli Stati Uniti. Quale sarà  il suo approccio?
“Applaudo a Jean-Claude Juncker per il suo successo in questo campo. Voglio ricordare ai nostro amici americani che siedono allo stesso lato del tavolo. E vorrei che la Ue e gli Usa unissero gli sforzi per affrontare i nostri comuni competitori piuttosto che combatterci l’un l’altro”.
Uno dei sui figli ha studiato in Polonia. Che impressioni ne ha tratto?
“Sono una grande fan dell’Erasmus. Uno dei miei figli è stato a Poznan, in Polonia, un altro a Madrid, uno a Londra e uno a Parigi. Erasmus è davvero uno dei più preziosi strumenti che l’Ue abbia creato. Ne approfittano le università  e la conoscenza delle lingue. Inoltre alimenta l’amicizia tra Paesi e la comprensione reciproca. Sappiamo che il primo Paese in cui vai da persona adulta ti trasforma in un ambasciatore di quel Paese”.
La sua collega di partito Anngret Kramp-Karrenbauer vuole eliminare la seconda sede del Parlamento a Strasburgo. E’ d’accordo con lei?
“No. Io non rinuncerei mai alla sede del Parlamento a Strasburgo. E’ uno dei simboli della rinconciliazione franco-tedesca che sta al cuore della Ue. Ha una storia enorme. A volte bisogna anche investire anche nei simboli”.
Molte iniziative del suo predecessore, Juncker, sono state bloccate dai capi di Stato e di governo. Cosa farà  per riconquistare potere?
“Io ho un rispetto assoluto per la triangolazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Non vedo l’ora di lavorare con una nuova squadra e lo farò in questo spirito sin dall’inizio. So per esperienza che non è un credito infinto. Con il nuovo presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, siamo ansiosi si andare avanti e fare progressi. Vedremo”.
E se le cose non avanzeranno, lei è a favore di un’Europa a più velocità ?
“Non sono una fan dell’idea che l’Europa si muova a velocità  diverse perchè ciò non fa che acuire le divisioni”.

(da “Lena – Leading European Newspaper Alliance”)

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TRAMONTA GIORGETTI, SALTA L’ACCORDO PER IL COMMISSARIO, SALVINI IN UN CUL DE SAC

Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile

CONTE ATTENDE DUE NOMI, PRESSING SU PROFILI TERZI PER EVITARE LA BOCCIATURA

Ignazio Corrao del M5s dice che la Lega ha avuto addirittura una reazione “isterica” quando ieri ha deciso di votare no alla nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. “I 5stelle volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e invece si sono trasformati nel tonno!”, ribatte la leghista Mara Bizzotto.
All’indomani del voto sulla nuova guida della Commissione, Lega e cinquestelle se le danno di santa ragione.
Il sì dei pentastellati e il no della Lega aprono un solco che fa traballare i piani leghisti. Salta l’accordo su Giancarlo Giorgetti commissario europeo.
Certo il vicepremier leghista fa fatica a renderlo ufficiale. Ma è evidente che, alla luce di come è andata ieri, all’Europarlamento Giorgetti non passerebbe. E pare che allo stesso sottosegretario sia passata la voglia di trasferirsi in Europa.
A Strasburgo, è chiaro, la maggioranza europeista — seppure risicata – punta evidentemente ad ‘archiviare’ la Lega, con l’aiuto dei cinquestelle convinti e orgogliosi di questa linea. “La Lega fa harakiri: Giorgetti commissario è mission impossible”, avvertono infatti i pentastellati.
E ora? Ecco come la spiega Fabio Massimo Castaldo: il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, “ha negoziato con i partner europei un commissario di peso per l’Italia”, ma “la Lega ha sconfessato quel patto” e adesso ”è difficile che un suo candidato possa passare le audizioni in Parlamento”. Chiaro. Ma adesso che succede?
A quanto apprende Huffpost, spetterà  comunque a Matteo Salvini proporre due nomi. A patto che siano ‘papabili’ per passare il test di Strasburgo. L’idea di massima che gira nel governo è di candidare figure ‘terze’ rispetto ai due partner di maggioranza, tipo Tridico o Foa rispettivamente scelti per Inps e Rai.
Sarebbe un’ipotesi che potrebbe andar bene sia al M5s e che alla Lega. Certo, va trovato l’accordo sul nome. E la situazione di scontro su tutto non depone a favore, non ora.
Ora comunque ci sono i paletti di Conte. Cioè: spetta alla Lega proporre i nomi: due nomi, von der Leyen deve poter scegliere tra un uomo e una donna visto che vuole formare una squadra in perfetta parità  di genere.
Ma, è l’idea del presidente del Consiglio, devono essere ‘studiati’ per non essere bocciati dall’Europarlamento quando andranno in audizione nelle commissioni di competenza (a seconda del portafoglio che prenderanno) nella prima settimana di ottobre.
Dopo aver negoziato l’accordo in consiglio, dopo aver subito il ‘tradimento’ dei leghisti, il premier a questo punto non vuole andare al massacro: non vuole che il commissario italiano venga bocciato dall’Europarlamento. E anche la parte pentastellata del governo non vorrebbe aggiungere incidenti di percorso al cammino ‘europeista’ scelto ormai da qualche mese.
Palla a Salvini, che è in un cul-de-sac. “Ci sono soluzioni alternative…”, dice a chi gli chiede di Giorgetti. Ma nemmeno lui è tanto convinto. La carta leghista è difficile da usare, a questo punto. Pure quella di Giulia Bongiorno non va bene: avrebbe più chance in quanto donna, ma c’è già  il no dei cinquestelle. “Nell’ottica di un portafoglio economico credo che Giulia Bongiorno non abbia molta esperienza in tal senso”, dice la capodelegazione a Strasburgo Tiziana Beghin.
Il piano B deve prendere ancora forma: del resto, si tratterà  di intavolare un negoziato con Conte nei prossimi mesi, presumibilmente il nome arriverà  a settembre a ridosso dell’esame europarlamentare.
Se i primi due nomi non dovessero andar bene, se ne cercheranno altri. In pista c’è il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che però non sembra scaldare la parte pentastellata. “Moavero Milanesi è sicuramente molto esperto in esteri, ma noi vorremmo un portafoglio economico”, sempre Beghin. E c’è un altro timore che serpeggia.
Vale a dire la possibilità  che alla fine Salvini scelga la coerenza con il no di ieri a von der Leyen e rinunci al Commissario europeo, lasciandolo al M5s.
In modo da tenersi le mani libere per ‘sparare’ sulla Commissione in autunno, quando si discuterà  una manovra economica tutt’altro che semplice. E’ la preoccupazione più sentita tra i cinquestelle. Anche perchè in questo modo Salvini risolverebbe pure il problema del ‘che fare’ quando l’aula di Strasburgo si esprimerà  con un voto (a maggioranza assoluta) su tutta la squadra von der Leyen, alla plenaria di ottobre.
Se il commissario leghista non c’è, la pattuglia del Carroccio può votare contro senza problemi.
Ma è presto. Conte e i cinquestelle aspettano il nome di Salvini, certi di poter condizionare la scelta del commissario, a dispetto di tutte le previsioni iniziali.

(da “Huffingtonpost”)

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LEGA SOTTO ATTACCO A STRASBURGO SU ONG E MIGRANTI, IL M5S LA LASCIA SOLA

Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile

DIBATTITO SU SEA WATCH E CAROLA, LEGHISTI ALLA SBARRA DIFESI SOLO DAI LORO PARI SOVRANISTI… IL M5S: “PIANO MOAVERO SOLUZIONE GIUSTA”

Gli effetti del no dei leghisti alla nomina di Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea si vedono subito nell’aula di Strasburgo, ad appena 24 ore dal ‘fattaccio’ che rischia di ribaltare i rapporti di forza nel governo gialloverde.
Ore 15, dibattito sul caso Sea Watch e le ong che soccorrono migranti in mare con la ‘capitana’ tedesca Carola Rackete pluri-citata in una discussione in cui la Lega finisce alla sbarra, difesa solo dai sovranisti.
Soprattutto lasciata sola dai colleghi pentastellati di fronte agli attacchi dei socialisti, dei Liberali e anche del Ppe.
Ecco cosa dice l’eurodeputata M5s Laura Ferrara: “Il piano del ministro Moavero per una soluzione europea della crisi dei migranti va nella giusta direzione”. La trasformazione europeista del Movimento è compiuta: dal piano Salvini dei porti chiusi al ‘piano Moavero’ (magari con conseguenze anche sulla partita sul Commissario europeo che spetta all’Italia).
C’è da dire che ieri in aula proprio von der Leyen ha raccontato di aver accolto a casa sua un siriano di 9 anni e di essersi occupata del suo percorso di studi. Il vento non è a favore della Lega oggi.
All’indomani di un voto espresso da una maggioranza risicata ma prevalentemente europeista, socialisti, liberali e anche i Popolari partono all’attacco, mettendo sotto accusa la politica dei ‘porti chiusi’ di Matteo Salvini.
In pratica, il dibattito della maggioranza dà  seguito all’indicazione del presidente dell’Europarlamento David Sassoli che anche oggi torna a insistere per una riforma del regolamento di Dublino, chiamando in causa i leader degli Stati membri: “Questa riforma è stata adottata dal Parlamento il 16 dicembre del 2017 ed è stata messa in un cassetto non tenendo in considerazione la decisione del Parlamento. Penso che sia arrivato il momento per farlo: invito il consiglio a farlo”.
Per il Pd interviene Pietro Bartolo, ex medico di Lampedusa eletto all’europarlamento: “Serve un nuovo piano europeo di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”, dice chiedendo anche i corridoi umanitari.
“Quante persone devono morire prima che l’Europa metta in campo una missione di ‘search and rescue’ nel Mediterraneo ma più efficace di Sophia?”, chiede la socialista francese Sylvie Guillame.
“E’ passato un anno da quando gli italiani hanno chiuso i loro porti e violato le leggi internazionali — dice la liberale spagnola Maria Soraya Rodriguez Ramos del gruppo ‘Renew Europe’ – il 14 giugno un campo in Libia è stato anche bombardato e noi continuiamo a rimandare i migranti in Libia non ci prendiamo in Libia. E’ ora di muoverci invece su una nuova proposta per l’asilo”.
Anche i Popolari non sono affatto teneri con la Lega: “Credo che Ursula von der Leyen farà  quello che ha detto: salvare ogni vita è la priorità  e poi c’è la politica su relocations e asilo. Non mischierei le due cose insieme: sarebbe immorale — dice la polacca Magadalena Adamowicz del Ppe — La solidarietà  è un dovere, non possiamo lasciare tutto ai paesi periferici e mi dispiace che il mio paese, la Polonia, non collabori. Dobbiamo aiutare chi cerca di venire in Europa in aereo: è l’unico modo per salvarsi dalle insidie dei barconi e del mare”.
Julie Ward dei Laburisti britannici: “Carola non è una criminale, ma un’eroina”.
Il cerchio si chiude quando parla il commisssario agli aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianides. “La Commissione — dice – ha sempre chiesto che gli Stati membri soccorranno le imbarcazioni in mare: è un obbligo, lo dicono le leggi internazionali. Ed è un dovere morale. Salvare vite è il primo passo per gestire l’immigrazione clandestina: vanno offerti canali alternativi, su questo va costruita una risposta europea basata sulla solidarietà  tra Stati membri”.
La Lega non è mai stata così isolata in Europa.
Argomenta Ferrara dei cinquestelle: “Il piano del Ministro Moavero per una soluzione europea della crisi dei migranti va nella giusta direzione. Si affronta il tema di come salvare vite, individuare luoghi di sbarco, stabilire ricollocamenti automatici e obbligatori per i migranti, contrastare il business del traffico di esseri umani nel Mediterraneo, prevedere vie legali per chi ha diritto alla protezione internazionale, cooperare nelle aree di origine dei flussi interessate da conflitti, miseria e sfruttamento di risorse, stipulare accordi di riammissione per i rimpatri. Sono questioni di cui non possono farsi carico solo i paesi di primo approdo, come l’Italia, la Spagna o la Grecia, ma l’intera Unione europea. La mancanza di una posizione comune tra tutti gli Stati membri sull’equa ripartizione delle responsabilità  e sulla solidarietà  nelle politiche europee di asilo e di immigrazione, nel mortificare i principi contenuti nei trattati, fa perdere credibilità  al progetto europeo. E’ lo stesso motivo per cui rimane affossata la riforma del sistema comune europeo di asilo, di cui auspico la ripresa senza che venga vanificato il lavoro già  svolto da questo Parlamento”.

(da “Huffingtonpost“)

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PRESIDENZA EUROPEA, LA SCONFITTA DELLA LEGA DOPO UNA STRATEGIA TAFAZZIANA

Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile

A FORZA DI PRETENDERE UNA POLTRONA E’ RIMASTA CON IL CERINO ACCESO IN MANO E NON RIMEDIERA’ NEANCHE UNO STRAPUNTINO

Si può perdere vincendo? In politica certamente sì. Un esempio, tutto italiano, è costituito dall’elezione di Ursula Von der Leyen a presidente della Commissione Europea, arrivata ieri nonostante il voltafaccia della Lega e grazie ai voti del MoVimento 5 Stelle, alleati in Italia ma su due sponde diverse in Europa.
Una vittoria risicata visto che Von der Leyen è stata eletta con soli 9 voti di maggioranza (383 su 374), una sessantina di franchi tiratori e l’appoggio determinante dei grillini, sì, ma anche di Orbà n e Kaczinsky.
La maggioranza europeista composta (per ora) da popolari, socialisti, liberali e verdi si era spaccata, con metà  dei socialisti che non avevano accettato l’estromissione di Timmermans e i verdi schierati per il »no»: l’ex ministra di Angela Merkel ha scelto di rischiare e ha vinto, battendo l’ala estrema del fronte sovranista, in prima fila Salvini e la Lega, Le Pen e Afd, il partito di estrema destra della Germania.
Lei, durante le repliche al suo discorso, ha espressamente dichiarato di non volere i voti dei sovranisti ma la sua posizione così rigida nasconde un retroscena che vale la pena raccontare.
Ieri infatti il capogruppo leghista di Identità  e Democrazia Marco Zanni aveva dichiarato di essere pronto a sostenere Ursula in cambio di un portafoglio economico di primo piano “come concordato con Conte. Ovviamente sarà  un leghista”.
E questo già  dovrebbe far scoppiare di rabbia tutte quella nutrita congrega di noeuro che vota Lega perchè ancora non ha capito che Salvini & Co. non hanno nessuna intenzione di portarli fuori dalla moneta unica anche perchè molti di loro avrebbero problemi a uscire fuori dal Raccordo.
Da mesi ormai i noeuro vengono trollati con abbondanza di supercazzole dai leghisti che gli spiegano che sì, bisogna uscire dall’euro ma senza dirlo perchè sennò i mercati cattivi ci assalgono: è l’uscita dall’euro di Schroedinger che, sicuramente, con ragionamenti di alta politica, sarebbe avvenuta tramite il voto leghista a Von der Leyen.
Zanni però all’ora di pranzo ha cambiato idea e ha pronunciato un discorso abbastanza sibillino, secondo i retroscena perchè Ursula non ha garantito alcunchè riguardo il commissario “pesante” da portare a casa.
E nel pomeriggio il gruppo dei sovranisti ha annunciato il suo no, cambiando completamente lo scenario del voto. “La nostra scelta — spiega l’eurodeputato — è motivata dall’assenza di cambiamento che abbiamo riscontrato nei contenuti e nelle proposte fatte dalla candidata”
Ma mentre la Lega andava in una direzione, il MoVimento 5 Stelle prendeva quella opposta. E garantiva i voti necessari a Ursula per passare il voto, diventando così decisivo nella vittoria della ministra tedesca già  guardiana dell’austerity.
Una vittoria che i grillini correvano a intestarsi con Dino Giarrusso su Twitter, finendo in poco tempo sommerso dagli insulti dei sovranisti.
A quel punto la Lega, che qualche ora prima annunciava il voto per Von der Leyen, correva ad aggredire i grillini che l’avevano votata: “È gravissimo il voto europeo: von der Leyen passa grazie all’asse Merkel, Macron, Renzi, 5 stelle — scrivevano da via Bellerio in un comunicato -. Avrebbe potuto essere una svolta storica: la Lega è stata coerente con le posizioni espresse finora, ha tenuto fede al patto con gli elettori e difende l’interesse nazionale”. Invece il Movimento 5 stelle, a Strasburgo, rivendicava: “Senza i nostri voti, determinanti, oggi saremmo davanti a una crisi istituzionale senza precedenti in Europa. Siamo stati ago della bilancia”.
Già  così lo spettacolo sarebbe servito. Ma la questione non finisce qui. Perchè la Lega, forte della vittoria in Italia alle elezioni europee, già  pregustava la possibilità  di scegliere un suo esponente per il commissariato “di peso” che era stato promesso all’epoca dell’inizio delle trattative.
Ma ora che hanno votato no, sarà  difficile, se non impossibile, per il Giorgetti di turno arrivare a occupare quella posizione. Che invece a questo punto potrebbe essere rivendicata dal MoVimento 5 Stelle, che avrà  invece la possibilità  di piazzare un suo uomo in Commissione.
Ma al prezzo degli insulti e del disprezzo di quella fascia di elettorato che vedeva nei grillini una forza anti-sistema e che invece li ha visti votare una donna che nel Sistema ci sguazza come nel suo elemento naturale.
E non finisce qui. Perchè La Stampa fa sapere oggi che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è furioso:
Il premier è soddisfatto per l’elezione di Von der Leyen: «Rappresenta un inizio incoraggiante. Ma è solo l’inizio. Apprezziamo le proposte programmatiche della presidente». Conte fa riferimento soprattutto alle parole sull’immigrazione illegale, mettendo così in difficoltà  i leghisti. «Von der Leyen — aggiunge il premier — potrà  contare sull’impegno italiano».
Conte considera il voto di ieri un suo successo, si vanta di esser stato lui a convincere i grillini a convergere sull’ex ministra tedesca della Difesa, facendo così l’interesse dell’Italia. Cosa che invece a suo parere non ha fatto Salvini. Ma ogni partito, spiegano a Chigi, è libero di declinare l’interesse nazionale: «Chiaramente se ne assumerà  la responsabilità ».
Significa che potrebbe saltare il Commissario leghista? Fino a ieri Conte aveva parlato con la neo presidente ricevendo ampie rassicurazioni su un commissario italiano con un portafoglio economico importante.
I leghisti sospettano che i 5S ora lo vogliano per loro. Ma avvertano che sarà  comunque del Carroccio e confermano il nome di Giancarlo Giorgetti. Se a Bruxelles vogliono il nome di un uomo e di una donna allora potrebbe spuntare di Giulia Bongiorno.
Insomma, la Von der Leyen porta a casa il risultato, la Lega le vota contro e si mette in difficoltà  da sola mentre il M5S potrebbe rivendicare il commissario europeo che però Salvini adesso vuole comunque per sè.
Un capolavoro di politica tafazziana da far invidia al PD. Il governo del cambiamento, no?

(da “NextQuotidiano“)

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IL RETROSCENA: LA LEGA E’ PASSATA DA SI’ AL NO PERCHE’ URSULA VON DER LEYEN GLI HA NEGATO LA POLTRONA

Luglio 16th, 2019 Riccardo Fucile

FINO ALL’ULTIMO HANNO SPERATO CON IL CAPPELLO IN MANO, ORA HANNO CAPITO CHE NON CONTANO UNA MAZZA: SALVINI SCONFITTO… E UN POSTO POTREBBERO DARLO ALL’EUROPEISTA MOAVERO TRATTANDO PERO’ CON CONTE

Alla fine Ursula von der Leyen diventa presidente della Commissione europea per un pugno di voti. Solo 9 in più rispetto alla maggioranza di 374 nell’aula del Parlamento di Strasburgo. Determinanti quindi i 14 voti degli eletti del Movimento cinquestelle, inizialmente non scontati nel computo dei sì. Ma la maggioranza della presidente tedesca è comunque europeista, sebbene con tante defezioni tra i socialisti. Ma i sovranisti del gruppo ‘Identità  e democrazia’, da Salvini a Le Pen, sono fuori.
Dopo infinite trattative e altalene, la Lega vota no. Maggioranza risicata ed europeista: non c’è cornice migliore per impedire l’ingresso di commissari sovranisti in squadra con von der Leyen.
Lei lascia chiaramente intendere che non li vuole: “Voglio commissari che lavorino per una Europa più forte — dice in conferenza stampa – sono convinta che lavoriamo meglio insieme e non da soli questo è il segreto per l’Europa”. Il cammino del leghista Giancarlo Giorgetti come commissario europeo è in salita. E a Roma si accende ancor di più lo scontro tra i due partner di governo.
“Il nostro voto è coerente col nostro programma. Invece è gravissimo l’asse Renzi-Cinquestelle in Europa!”, fanno sapere dalla Lega. E sottolineano che il punto non è il commissario. “Abbiamo deciso in base al programma, quello della von der Leyen è stato un discorso di sinistra”, dice a fine giornata il capogruppo dei sovranisti di ‘Identità  e democrazia” Marco Zanni.
Eppure proprio lui aveva ipotizzato il sì a von der Leyen in cambio del sostegno dei Popolari ad un commissario leghista. E sempre Zanni nel pomeriggio ci diceva della necessità  di ottenere garanzie dalla presidente sul programma ma anche sul commissario, con portafoglio pesante “alla Concorrenza, commercio o industria”. Evidentemente queste garanzie non sono arrivate.
Per tutta la giornata la Lega ha trattato, cercato rassicurazioni dalla presidente tedesca. Anche dopo che il resto dei sovranisti aveva annunciato il no in aula: lo ha fatto il tedesco dell’Adf Jorge Meuthen a nome di tutti, tranne i leghisti.
Gli eurodeputati di Matteo Salvini hanno tenuto la porta aperta fino all’ultimo. In prima battuta, risulta all’Huffpost, il discorso in aula della nuova presidente era anche piaciuto in casa Lega, pieno di riferimenti alla necessità  di aiutare i paesi periferici come l’Italia sull’immigrazione.
Certo, ci sono stati anche i richiami al dovere di soccorrere la gente in mare e lì i leghisti hanno cominciato ad aggrottare la fronte. Alla fine nemmeno nei contatti informali è arrivato il via libera che cercavano per dare i loro 28 sì.
Hanno cominciato a perdere forza nel momento in cui questi voti non si sono rivelati determinanti
Ce l’ha fatta, per un pelo. E questo non depone a favore di un leghista commissario.
Lo fa capire la nuova presidente. Ma è la stessa cornice del voto a parlare. Con una maggioranza così ristretta — sono mancati 48 voti alla somma di Ppe, socialisti e liberali, dovevano essere 444 — ma europeista, la stessa von der Leyen non può permettersi di rischiare di mandare in audizione in Parlamento un commissario non in linea con i principi europeisti (audizioni fissate per la prima settimana di ottobre). Rischierebbe di non passare e lei stessa non rafforzerebbe la sua presidenza. Invece ne ha bisogno.
E comunque il commissario lo tratterà  con Giuseppe Conte, il premier che fa sapere subito di “apprezzare” il discorso della presidente in aula, i cinquestelle votano a favore. E’ possibile che il governo italiano debba proporre il nome di un commissario dal profilo più europeista (Moavero?) per passare il test a Bruxelles.
Salvini ha perso, potrebbe aver perso tutto con un no.

(da “Huffingtonpost”)

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