Destra di Popolo.net

IL GOVERNO LEGA-M5S DICE NO A LETTA E RIMANE SOLO IN EUROPA

Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile

OFFERTA LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO EUROPEO CHE PER PRASSI DEVE ESSERE ASSEGNATA A UN EX PREMIER… IL GOVERNO DICE NO E CHIEDE GLI AFFARI ECONOMICI, LA RISPOSTA E’ RAGGELANTE: “NON SI PUO’ ASSEGNARE CERTO A UN PAESE SOTTO PROCEDURA DI INFRAZIONE”

Claudio Tito su Repubblica racconta oggi un retroscena che riguarda le trattative per le poltrone europee dopo le elezioni.
Trattative di cui l’Italia non è parte anche perchè il governo Lega-M5S ha detto no all’unica offerta che le è stata fatta:
Non potendo reclamare le tre posizioni occupate fino ad ora, la Germania e la Francia hanno sottoposto ufficiosamente alla nostra diplomazia l’idea di riservarci la presidenza del Consiglio europeo. Una buona soluzione, solo in teoria. Perchè quel presidente, eletto a maggioranza qualificata e non all’unanimità  dallo stesso Consiglio europeo, è normalmente un ex capo di governo.
Quindi andando a ritroso per l’Italia e limitando l’elenco agli ultimi quattro premier, la scelta dovrebbe ricadere su: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Enrico Letta o Mario Monti.
Tre esponenti del Pd e il “tecnico” di certo inviso alla coalizione gialloverde. E come è stato in passato, le diplomazie europee e le Cancellerie francese e tedesca non hanno nascosto i loro apprezzamenti nei confronti di Letta, per il ruolo defilato politicamente che si è ritagliato negli ultimi cinque anni e anche per la appartenenza alla famiglia del Socialismo europeo, che così sarebbe rappresentata ai vertici delle Istituzioni di
Ma, come prevedibile, il governo italiano ha sostanzialmente bloccato sul nascere la trattativa:
Non intende dare il placet, per una funzione così importante, a un ex capo del governo di centrosinistra. Anche se si trattasse dell’unica opportunità  di rimanere nel cuore decisionale dell’Europa. Una scelta che in passato altri partner Ue hanno invece compiuto privilegiando il sistema-Paese agli interessi di partito. Non solo.
Di fronte all’assenza di un’alternativa, l’Italia ha messo sul tavolo della discussione una controproposta che riguarda la composizione della prossima Commissione.
Ossia la richiesta — motivata dalla circostanza di perdere appunto tutti gli incarichi principali — di garantire al nostro Paese l’importante portafoglio degli Affari economici, quello al momento detenuto dal francese Pierre Moscovici.
Ma su questa ipotesi si è già  incrinato il castello di supposizioni costruito a Roma.
Perchè la prima e spiazzante risposta è stata: «Come si può attribuire quella delega a un Paese sotto procedura d’infrazione per debito eccessivo?».

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA A MARIO MONTI: “L’ITALIA ISOLATA, NON CAMBIERA’ MAI L’EUROPA”

Giugno 7th, 2019 Riccardo Fucile

“RISCHIAMO DI PERDERE ANCHE IL SOSTEGNO DELLA BCE, LA PROCEDURA VA EVITATA”

“Vedendo come siamo finiti sul banco degli imputati, isolati, con una minaccia di procedura in arrivo, uno si morde le mani: abbiamo grandi potenziali, è umiliante quello che succede…”.
Mentre la Commissione europea decideva di chiudere l’Italia nell’angolo della minaccia di procedura di infrazione per debito, che l’Ecofin potrebbe approvare già  tra un mese, Mario Monti era a Bruxelles per un convegno.
Ex premier arrivato a Palazzo Chigi sull’onda di uno spread alle stelle, protagonista delle politiche che portarono l’Italia fuori dalla procedura di infrazione per deficit nel 2013, in questa intervista il senatore a vita Monti lancia l’allarme per lasituzione in cui è finito il Belpaese.
“Suggerirei di smettere di parlare di letterine”, ci dice, criticando il lessico di Matteo Salvini. E avverte che se l’Italia “non riuscirà  ad evitare la procedura, si priverà  da sè della possibilità  di ricorrere al sostegno della BCE in caso di necessità : lo strumento OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine, ndr), creato nel 2012, è infatti riservato ai Paesi in regola”.
Ma anche l’Europa, aggiunge Monti, non canti vittoria solo perchè riuscirà  a mettere ai margini i sovranisti: “l’Ue non riuscirà  a rafforzarsi se la politica non diventerà  meno cinica e più seria, in tutti i Paesi, quando si occupa di Europa”.
Senatore Monti, la Commissione Europea raccomanda una procedura per debito eccessivo per l’Italia. Cosa può fare il governo italiano per evitarla?
C’è un margine di negoziato. Sicuramente è importante che il governo assuma una linea diversa da quella adottata finora. Alcuni esponenti del governo si sono rivolti all’Unione Europea contestandole addirittura la legittimità  nell’occuparsi degli affari dei singoli Stati membri, in materie sulle quali gli Stati stessi hanno incaricato l’Ue di esercitare una sorveglianza. Ecco, suggerirei di smettere di parlare di letterine, sono espressioni che denotano una non comprensione di quelli che sono rapporti seri tra autorità  istituzionali. E’ importante distinguere tra il desiderio, che uno può legittimamente avere, di cambiamento di alcune regole europee, ce l’ho anch’io, dall’osservanza delle regole esistenti. Se l’Italia vuole contribuire a cambiare determinate regole, obiettivo più che legittimo, il suo comportamento in queste settimane è molto importante: sarà  molto osservato. Se non sarà  il comportamento giusto e dialogante, pottrebbe mettere l’Italia ulteriormente ai margini in Ue, il che non farebbe che rendere meno credibile un’eventuale proposta di riforma avanzata dall’Italia.
Ha detto che anche lei cambierebbe alcune regole europee. Lei è il premier che tra il 2011 e il 2013 ha scongiurato il default dell’Italia e l’ha fatta uscire, primo tra i Paesi che vi erano stati sottoposti, dalla procedura di infrazione sul deficit aperta dal 2009. Cosa cambierebbe?
Penso che vada cambiato il patto di stabilità , creando uno spazio adeguato per gli investimenti pubblici. Ma ho l’impressione che molti nel governo italiano pensino che l’Ue sia ossessionata dagli equilibri della finanza pubblica in modo maniacale e del tutto ingiustificato. Insomma, in Italia si è fatta strada l’idea che solo con un forte disavanzo possa esservi crescita, mi riferisco non solo a questo governo ma anche ad alcuni dei precedenti. Ecco: nel resto d’Europa questa non è una concezione molto diffusa. Ora occorre che l’Italia sia molto selettiva nella proposta per Bruxelles, anzinchè fare d’ogni erba un fascio e urlare contro l’austerity, che comunque oggi non è all’ordine del giorno, bisognerebbe capire quali alleanze possiamo stringere.
L’Italia è abbastanza isolata: sia Lega che M5s sono avviati a restare fuori dalla nuova maggioranza nell’Europarlamento e in Consiglio non sembra che Roma abbia alleati, ora che la Commissione ha deciso di ‘graziare’ Francia, Belgio e Cipro per i loro disavanzi, con precise giustificazioni, e di chiudere la procedura per deficit della Spagna. Sembra che l’acqua sia prosciugata intorno all’Italia: abbiamo ancora chance di trovare alleati?
Puntare a cambiare le regole senza prevedere concrete alleanze non è credibile. Ed è poco serio, sia per i toni sprezzanti usati per un anno nei confronti di diversi Stati membri e dei loro governanti, sia perchè nel Parlamento Europeo i nostri due partiti di maggioranza andranno in gruppi di minoranza. Inoltre nel Consiglio europeo, siamo gli unici con un governo formato da partiti considerati entrambi sovranisti. In più, è difficile che la prossima Commissione Europea abbia più di qualche commissario espresso da governi sovranisti.
L’Italia dovrà  esprimere un commissario…
Ovviamente non mi pronuncio nè sul nome, nè sul portafoglio. Osservo che non si tratta solo di superare l’ostacolo della conferma da parte del Parlamento europeo, cosa peraltro non scontata. Qui, per inciso, dico che si critica tanto l’Ue per mancanza di democrazia, ma alla fine in Ue il Parlamento si esprime con un voto sui commissari, cosa che nessun parlamento nazionale fa con i ministri del governo. Comunque, una volta superato l”esame’ del Parlamento, per essere efficace il nuovo commissario italiano   dovrà  essere in grado di inserirsi bene nella Commissione, organo collegiale che richiede capacità  di dialogo e di influenza.
Torniamo alla procedura per debito e alle chance che ha l’Italia per evitarla.
Il punto è che questo è un governo che ha rivendicato le ragioni della politica, anche giustamente, rispetto a quelle della competenza. Ma ha mostrato un’incredibile incapacità  di giudizio politico sulla politica estera, in particolare europea, sul posizionamento dell’Italia nel mondo, sulla scelta delle alleanze e delle inimicizie. Il tutto è stato il caotico risultato della confusione di ruoli, con la politica estera spesso dettata per ragioni di partito dal ministro degli Interni e da quello del Lavoro. Per fortuna, non è mai mancato il sicuro riferimento del Presidente della Repubblica.
Al minimo, il governo deve adottare una manovra correttiva, per evitare la procedura?
Sottolineo qui che, se non riuscirà  ad evitare la procedura, l’Italia si priverà  da sè della possibilità  di ricorrere al sostegno della BCE in caso di necessità ; lo strumento OMT (acquisto diretto da parte della BCE di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà , ndr.), creato nel 2012, è infatti riservato ai Paesi in regola. Per evitare la procedura, busogna tenere presente che, tra le contestazioni mosse da Bruxelles, disavanzo e debito pubblico sono la punta dell’iceberg, ma dalla raccomandazione della Commissione emergono anche preoccupazioni molto più radicali. Ciò che in un anno il governo ha fatto è considerato negativamente, al di là  degli effetti diretti sul disavanzo e sul debito. Varie misure adottate, dice la Commissione, capovolgono gli effetti positivi delle riforme fatte in passato, soprattutto la riforma pensionistica (Fornero, ndr.), e indeboliscono la sostenibilità  a lungo termine. Poco o nulla è stato fatto per rimuovere gli ostacoli strutturali alla competitività  e alla crescita o per combattere a fondo l’evasione fiscale. Il governo ha considerato prioritario cancellare buona parte del cammino che l’Italia aveva percorso, sia pure troppo lentamente, dal 2011 al 2017.
Ecco, ma la procedura per deficit eccessivo ce l’hanno chiusa nel 2013. Da lì in poi forse abbiamo accumulato errori? In fondo la Commissione contesta saldi del 2018, che si riferiscono a lasciti dei passati governi che questo esecutivo, certo, non ha corretto. La responsabilità  va distribuita sui governi dal 2013 ad oggi?
In parte sì. Dopo il 2013 l’Italia ha attenuato molto sia lo sforzo per risanare definitivamente la finanza pubblica, sia l’impegno per la crescita. Un esempio, la scelta del governo Renzi di dedicare risorse ingenti agli 80 euro in busta paga, piuttosto che alla riduzione del cuneo fiscale. Va detto che in quegli anni politiche economiche alquanto rilassate sono state anche facilitate dal quantitative easing della Bce, che ha certo dato respiro alle economie ma ha anche contribuito, attraverso tassi di interesse e spread particolarmente bassi, a diffondere la sensazione che le tensioni e le emergenze fossero definitivamente alle spalle. Così nella campagna elettorale per le politiche del marzo 2018, tutti i partiti — e soprattutto i due che avrebbero vinto – hanno fatto promesse elettorali ampiamente irresponsabili, che certo non avrebbero fatto se fosse suonato almeno un po’ il campanello dello spread.
Campanello che non suona, nonostante lo spread sia comunque alto. Ma non allarma: perchè i mercati continuano a stare tranquilli?
Credo che il rapporto della Commissione sia per i mercati il segnale che ormai Bruxelles seguirà  molto da vicino, e non senza strumenti abbastanza persuasivi, la situazione dei conti italiani. E questo forse dà  un minimo di tranquillizzazione ai mercati, perchè il ‘guard rail’ intorno alle scelte di politica economica italiane si fa un po’ più stretto. Inizia una nuova fase: non la Troika — speriamo, almeno fino a che non avremo bisogno di prestiti – ma il faro di attenzione c’è. Inoltre, teniamo presente che uno spread a 270-280 può sembrarci basso, se non altro perchè nel novembre del 2011 l’avevamo visto ad un livello doppio, ma esso è più alto, per dare un’idea, della somma degli spread di Spagna, Francia, Portogallo, che arriva a 216. Ma ogni giorno uno spread così genera interessi in più a carico dello Stato, delle imprese, di chi ricorre a un mutuo.
Non ci sarà  la Troika, dice. Vede elezioni anticipate in Italia?
Non sono un fine osservatore politico ma ciò che sarebbe meglio è una riflessione autocritica da parte dei partiti di governo. Hanno costruito un enorme successo elettorale l’anno scorso sulla base di una ‘fake narrative’, della quale ora sono vittime. Hanno messo per anni nelle teste dei cittadini, e nelle proprie, l’idea che solo con il disavanzo si cresce, che la Ue è costruita per fare solo l’interesse del grande capitale e della speculazione internazionale a danno dei lavoratori, che gli altri Paesi della Ue hanno in primo luogo l’obiettivo di far fuori l’Italia e le sue imprese, per comprarsele poi a buon mercato, che la Commissione è schiava di Germania e Francia, che l’euro ci è stato imposto dalla Germania per dominare meglio il resto d’Europa, eccetera eccetera eccetera. Così si conquistano milioni di voti ma si diseduca un popolo, lo si lancia contro l’Europa. E si diventa totalmente irrilevanti sulla scena europea e internazionale, dopo avere fatto i gradassi a parole. Capisco che rinnegare, almeno in parte, ciascuno di questi urli di guerra elettorali sia difficile, se non umiliante. Ma di lì occorre passare, se non si vuole fare deragliare completamente il Paese. Le politiche dell’ultimo anno sono state conseguenti alle false — e costose — promesse. Ora forse il governo ha l’ultima occasione per correggere il tiro nell’interesse del Paese. Ma quanto interessa l’”interesse del Paese”, a chi governa ? In Italia e anche altrove è sempre più diffuso il fenomeno che chi governa si ponga come priorità  assoluta la ricerca del massimo consenso elettorale. Per esempio, il lessico di Salvini nei confronti dell’Europa, della Francia, della Germania è del tutto inopportuno dal punto di vista dell’interesse dell’Italia; ma è ottimale, altamente professionale e inarrivabile dal punto di vista della creazione di indignazione “contro i nemici” nelle emozioni dei cittadini, per conquistare elettori e fidelizzarli.
Qualcuno direbbe anche che non governano nell’interesse del paese, ma nell’interesse di altre potenze, tipo la Russia di Putin?
Se uno si mette nei panni di un governante oggi in Italia, è chiaro che avere la simpatia di Trump o di Putin è molto più gratificante che doversi battere al tavolo europeo per modificare davvero le regole. Trump e Putin non gli diranno mai che non deve portare il deficit sopra il 3 per cento o che deve seguire certe regole se vuole aiutare un’impresa italiana. La Ue dà  fastidio. Chi governa diventa facilmente, con o senza appoggi finanziari, cavallo di Troia di altre potenze che hanno interesse a distruggere o ridimensionare la Ue in costruzione.
L’esito delle elezioni europee garantisce la formazione di una maggioranza senza i sovranisti. Scampato pericolo per l’Ue?
Se i popolari, i socialisti, i liberali e i verdi, le famiglie politiche in qualche modo pro-Ue, dicessero ‘scampato pericolo’ farebbero un gigantesco errore. L’Ue di oggi non funziona abbastanza. A parte le politiche economiche, da migliorare, deve assolutamente essere più seria e più efficace proprio dal punto di vista strettamente politico. Ora per la prima volta abbiamo avuto una Europa politica con l’aumento della partecipazione al voto e per il fatto che nei singoli paesi si è finalmente discusso, anche aspramente, di temi europei in campagna elettorale. Da questo Parlamento, si può dire che non è più l’Europa dei burocrati ma inizia a essere una Europa dei popoli. Ma questo richiede un modo diverso di fare politica in Europa. L’istituzione determinante dell’Ue, il Consiglio Europeo, è l’unica che procede di fatto senza l’obbligo di agire nell’interesse dell’Europa. Al Consiglio Europeo siedono i Capi dei governi nazionali. E’ legittimo che abbiano bene in mente i loro rispettivi interessi nazionali ma spesso non vengono neppure sfiorati dall’idea che, se fanno parte del Consiglio Europeo, è perchè hanno la responsabilità  di fare l’interesse generale della Ue. Negli anni la conduzione politica dell’Europa là  dove più conta, cioè nelle azioni o inazioni dei Capi di governo, è purtroppo peggiorata: siamo passati da Helmut Kohl a David Cameron, da colui che ha preferito perdere le elezioni in Germania pur di realizzare la moneta unica europea, a colui che ha giocato con l’interesse dell’Ue e del suo stesso Paese, il Regno Unito, nella speranza, fallita con il referendum su Brexit, di rafforzare il suo personale controllo sul partito conservatore. Se non avremo qualche Kohl in più e qualche Cameron in meno, l’Europa non andrà  avanti, anche se dovessero sparire i sovranisti dalla sera alla mattina.

(da “Huffingtonpost”)

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IL SUCCESSONE DI LEGA E M5S ALL’EUROPARLAMENTO

Giugno 7th, 2019 Riccardo Fucile

LA LEGA NON E’ RIUSCITA AD AGGREGARE NESSUNO AL GRUPPO, IL M5S E’ RESTATO DA SOLO

La naturale dimensione del successone di Lega e MoVimento 5 Stelle alle elezioni europee è certificato oggi da un articolo a firma di Francesca Basso sul Corriere della Sera, nel quale si racconta che entrambi i partiti hanno molti problemi a trovare una collocazione perchè gli eletti sono troppo pochi:
La Lega con i suoi 28 eletti ostenta sicurezza, ma l’alleanza sovranista di estrema destra lanciata dal vicepremier Matteo Salvini l’8 aprile scorso, sotto l’insegna dell’Europa delle nazioni e della libertà  (Enf), non è riuscita ad allargare il fronte quanto avrebbe voluto.
Non ha convinto il Pis del leader polacco Jaroslaw Kaczynski, che per evidenti motivi storici non può condividere le posizioni filorusse di Salvini e dei suoi alleati Marine Le Pen del Rassemblement National (ex Fronte nazionale) e di Jà¶rg Meuthen dell’Alternative fà¼r Deutschland (AfD)
La Lega non è riuscita nemmeno a strappare Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orbà¡n, dall’abbraccio del Ppe, che ha sospeso la formazione magiara prima delle elezioni. Anche il leader del Brexit Party, Nigel Farage, dopo un iniziale avvicinamento, si è tirato indietro.
Più critica la situazione del M5S: l’Efdd (Europa della libertà  e della democrazia diretta) di cui ha fatto parte nella legislatura che si è chiusa ha perso gli esponenti francesi, polacchi e lituani oltre ai britannici di Farage.
I tentativi di alleanze prima delle elezioni non si sono concretizzati e ora il M5S sta valutando i gruppi in cui non ci sono già  italiani e con affinità  politiche. In base ai voti espressi a Strasburgo le maggiori vicinanze sarebbero con la sinistra (Gue) e i Verdi.

(da agenzie)

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I CONTI DELL’ITALIA SONO PESSIMI, DOMBROVSKIS: “SCORDATEVI LA FLAT TAX”

Giugno 6th, 2019 Riccardo Fucile

IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA CHIEDE SUBITO UNA MANOVRA BIS

Dombrovskis parla a Repubblica e spiega la decisione dell’esecutivo comunitario:
“L’approccio in politica economica del governo italiano non ha funzionato, anzi, sta danneggiando l’economia del Paese. Il governo ha cercato di usare spesa in deficit per rilanciare l’economia. E invece vediamo crescere il disavanzo e il debito e assistiamo ad un rallentamento dell’economia. L’Italia è l’ultima della zona euro con un Pil che cresce appena dello 0,1%. Se aumenti il deficit quando non hai lo spazio di bilancio per farlo, vengono danneggiati gli investimenti e scende la fiducia, con il risultato di indebolire l’economia”.
Bruxelles, spiega Dombrovksis, si spetta un cambio di traiettoria.
“Serve una correzione sostanziale del deficit 2019 e sul 2020, anni in cui ci sono rischi di una nuova deviazione significativa rispetto agli obiettivi”… “Un primo passo sarebbe quello di non fare marcia indietro sulle riforme già  avviate, come sta avvenendo. L’Italia deve facilitare gli investimenti, fare le riforme e tenere i conti in ordine”… “Se non viene compensata all’interno di un riequilibrio del sistema fiscale la Flat tax potrebbe costare molto e in tal caso avrebbe un alto impatto peggiorativo sul bilancio con ulteriori conseguenze negative sulla fiducia, sulla tenuta dei conti e sulla crescita”.
Pierre Moscovici rilancia un’intervista al Sole 24 Ore e assicura che è stata condotta una “analisi accurata, precisa, multifattoriale” sull’Italia, i conti sono “pessimi”, per cui ora “spetta al Governo italiano dimostrare che la procedura può essere evitata”. Secondo il commissario francese quanto fatto finora è preoccupante:
“La decisione è stata serena, rapida e unanime. E’ vero che in passato non è sempre stato così. Per 5 anni questa Commissione ha sempre scelto la flessibilità , non ha mai aperto nuove procedure. Anzi le abbiamo tutte archiviate, compresa quella ai danni della Spagna appena chiusa. Ma essere favorevoli alla flessibilità  non significa negare le regole. Non è possibile andare oltre una certa soglia. I casi borderline non giustificano casi disciplinari. Nei casi oltre la linea bisogna applicare le regole”…. “Nessuno si auspica sanzioni o vuole creare conflitti con l’Italia. Nessuno vuole mettere l’Italia in un angolo. Ma mi sembra che tutti vogliano che l’Italia osservi le regole”.

(da agenzie)

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CON L’EUROPA NON SI SCHERZA PIU’, IL CLIMA E’ CAMBIATO, I SOVRANISTI SONO SCONFITTI

Giugno 5th, 2019 Riccardo Fucile

NON HANNO INTENZIONE DI FARE PIU’ SCONTI ALL’ITALIA…   E DICONO LA VERITA’: “VI RENDETE CONTO CHE AVETE PORTATO GLI INTERESSI SUL DEBITO ALLA STESSA CIFRA CHE PAGATE PER L’ISTRUZIONE? FATE POCO PER LA LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E AL LAVORO NERO, NON INVESTITE IN RICERCA E INFRASTRUTTURE, LA CRESCITA E’ FERMA”

“La mia porta è aperta”. Quando Pierre Moscovici scandisce in italiano questa frase, nel bel mezzo della conferenza stampa più dura nei rapporti sempre tesi tra Roma e Bruxelles, cerca di dare voce alla parte più dialogante della Commissione europea, quella dei socialisti che in campagna elettorale hanno indossato la maglia della critica all’Europa dell’austerity.
Ma oggi, quando il collegio dei commissari si è riunito a Palazzo Berlaymont, nemmeno la parte dialogante si è spesa per fermare una macchina già  in corsa.
Saldi alla mano, per il 2018 e 2019, l’Italia ha violato il criterio del debito. Dunque la Commissione Juncker, benchè in scadenza a fine ottobre, decide l’inevitabile: sulla base dell’articolo 126.3 del trattato sul funzionamento dell’Ue, raccomanda l’apertura di una procedura di infrazione sul debito, ventilata già  a novembre dell’anno scorso, rimandata sulla scorta di un accordo poi raggiunto con Roma, di fatto tenuta in caldo per dopo le europee. Eccola qui: potrebbe scattare già  all’Ecofin del 9 luglio prossimo e sarebbe la prima in tutta la storia dell’eurozona. Triste primato, sarebbe italiano.
A Bruxelles è cambiato il vento. Decisamente.
C’era una volta una Commissione che negoziava con Roma, sulla manovra per il 2019, tira e molla sul deficit, alla fine ridotto dal 2,4 al 2,04 per cento.
C’era un tempo pre-europee, in cui la valutazione politica finale della Commissione Juncker fu quella di rimandare la procedura di infrazione per debito eccessivo a dopo il voto, benchè già  a novembre la ritenesse “giustificata”.
E ora c’è un tempo post-europee, con una Commissione che lavora alla luce di un dato elettorale chiaro: in Parlamento ci sono i numeri per una maggioranza tra Popolari, socialisti e liberali, maggioranza che deciderà  le nomine per i vertici dell’Ue di questa legislatura, a partire dal presidente della prossima Commissione.
Esclusi i sovranisti, pericolo sventato: è questa l’aria che si respira a Bruxelles. La prossima Commissione avrà  un’impostazione in continuità  con quella di Juncker o comunque di certo non ne ribalterà  le decisioni: non sulla procedura raccomandata per l’Italia.
Il governo gialloverde, nazionalisti e populisti insieme, primo caso tra i paesi fondatori dell’Ue, finisce spalle al muro, fuori da accordi europei che possano garantire un minimo di negoziato, fuori dalle maggioranze, senza possibili alleati in Consiglio europeo sui quali far leva per cercare almeno di rallentare la macchina.
Roma non può sperare nemmeno in Madrid, che pure ha avuto e ha ancora problemi con i conti, finita nelle cure della Troika, potenzialmente alleata di chi critica l’austerity. Ma non di Roma, non ora: proprio oggi la Spagna viene di fatto ‘premiata’ dalla Commissione per gli sforzi fatti, lo stesso pacchetto di primavera che suggerisce la procedura per l’Italia, decide di chiudere la procedura per deficit aperta in Spagna.
Sia il vicepresidente della Commissione responsabile per l’Euro Valdis Dombrovskis che lo stesso Moscovici si congratulano con il socialista Pedro Sanchez.
E che dire della Francia? Anche Parigi aveva ricevuto la lettera di avvertimento della Commissione, ma non si becca la procedura. Graziata, perchè, spiega Dombrovskis recitando il rapporto approvato oggi, “due criteri del debito e del deficit sono rispettati. Il deficit ha superato il tetto del 3 per cento nel rapporto con il pil, ma limitato al 3,1 per cento e solo il 2019”. ‘Graziati’ anche il Belgio e Cipro, anche loro erano nel mirino.
La macchina punitiva per l’Italia invece va avanti all’impazzata. In Commissione insistono a dire che adesso non c’è un “negoziato” con Roma, perchè non si sta discutendo di una manovra in corso d’opera, come a dicembre scorso.
Adesso ci sono dei saldi che chiedono una correzione subito, almeno di 3-4 miliardi di euro. Tradotto: una manovra correttiva, anche se ufficialmente la Commissione non si sbilancia. “Non siamo qui a dire che il governo deve fare questo o quello”, dice Moscovici che però qualche giorno fa ha parlato esplicitamente di manovra correttiva.
E poi però l’Ue chiede a Roma anche una legge di stabilità  di oltre 30 miliardi di euro per il 2020, insieme al rafforzamento della lotta contro il lavoro nero e l’evasione fiscale, riorientamento degli investimenti verso la ricerca, innovazione e qualità  delle infrastrutture, ridurre la durata dei processi e ristrutturare le banche medie-piccole: sono le 5 raccomandazioni sfornate oggi.
Tutto questo se si vuole evitare la procedura, una catena al collo delle finanze italiane che, una volta scattata, resterebbe lì per anni. La palla passa a Roma. Intanto qui la macchina va avanti.
Martedì il Comitato economico e finanziario dell’Ue sfornerà  il parere sulla base delle raccomandazioni della Commissione (per l’Italia sarà  presente il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera). Quindi entro due settimane al massimo, a Palazzo Berlaymont prepareranno un’altra raccomandazione in tre capitoli, per specificare che tipo di procedura chiedono agli Stati membri per l’Italia, quanto lunga, 5 o 10 anni, a quali condizioni.
E’ in questa fase che magari si potrebbe riaprire la discussione tra ‘falchi’ e ‘colombe’, rigoristi e critici dell’austerity, in sostanza: l’asse liberali-Popolari, da un lato, e i socialisti, dall’altro. Ma tutto questo si incastra anche con le decisioni sulle nomine Ue ancora tutte da definire. In ogni caso, si prevedono colpi di scena almeno a livello di clamore mediatico.
Perchè la presentazione di questa seconda raccomandazione più specifica potrebbe coincidere con l’insediamento del nuovo Parlamento di Strasburgo: il 2 luglio prossimo, una settimana prima dell’Ecofin del 9 luglio (almeno sette giorni sono necessari perchè gli Stati membri abbiano il tempo di leggersi le carte della Commissione).
Potrebbe ripetersi insomma la stessa scena verificatasi il 23 ottobre scorso, quando Moscovici bocciò la prima proposta italiana di manovra economica in conferenza stampa a Strasburgo, in coincidenza con la plenaria mensile dell’Europarlamento, di fronte alla stampa di tutta Europa e mezzo mondo. Boom.
E’ questa la trafila del prossimo mese. A meno che il premier Giuseppe Conte, il ministro Giovanni Tria, il ministro Enzo Moavero Milanesi, cioè la parte dialogante del governo gialloverde, non riescano a rallentare un ritmo davvero accelerato.
Ad oggi non si vede come possa succedere. Intanto Tria avrà  un primo confronto con i colleghi dell’Eurogruppo il 13 giugno prossimo nella riunione a Lussemburgo. La decisione finale sarà  però presa dall’Eurogruppo dell’8 luglio e poi dall’Ecofin del 9 luglio. Il tempo corre ed è poco.
Dombrovskis, capofila dei ‘falchi’ in Commissione, è impietoso. “Tutti gli indicatori macroeconomici sono in rosso — dice – Quando guardiamo all’economia italiana vediamo i danni che stanno facendo le recenti scelte politiche”.
Ce l’ha con quota cento e reddito di cittadinanza, le misure bandiera di Lega e M5s, ma anche con tutto l’impianto della manovra economica 2019 e con le promesse non mantenute, a partire dalle “privatizzazioni mancate”.
“Politiche che hanno prodotto spese per interessi nel 2018 pari a 2.2 mld di euro in più — continua – Oggi l’Italia paga in interessi sul debito tanto quanto spende per il sistema istruzione, un onere di 38.800 euro per abitante con costi in interessi di circa mille euro a persona”.
E ancora: “La crescita si è interrotta. Nel 2019 e 2020 dovrebbe esserci un aumento del debito pari a 135 per cento del pil, con un divario tra tassi di interesse e crescita che produce il cosiddetto effetto palla di neve”. Ma, conclude: “C’è un modo per rimediare: attuare uno sforzo di riforma e non spendere di più se non c’è lo spazio fiscale per poterlo fare”.
Ora la scelta è a Roma, che comunque la si metta, non ha alcun margine di contrattazione rispetto alle correzioni richieste.
Deve farle o prendersi la procedura. In entrambi i casi, la scelta rischia di costare tanto in termini di consenso sia alla Lega che al M5s. Ma, da quello che trapela a Bruxelles, molto molto ufficiosamente, c’è un modo per fermare la macchina europea: se il governo Conte dovesse cadere, a Bruxelles si farebbe largo quanto meno una valutazione politica sull’opportunità  di aspettare nuove elezioni per far scattare la procedura. Paradossale, ma vero.

(da “Huffingtonpost”)

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UN BACIONE A SALVINI DAGLI AMICI SOVRANISTI: LO MOLLANO TUTTI

Giugno 5th, 2019 Riccardo Fucile

DICONO NO AL GRUPPO CON LUI FARAGE, ORBAN, KACZYNSKI, GLI OLANDESI DI BAUDET, GLI SPAGNOLI VOX…   PERSINO AFD IN DUBBIO

Proprio nel giorno in cui gli sarebbe servito mostrare i muscoli in Europa, nel giorno in cui la Commissione europea ‘spara’ sull’Italia la procedura di infrazione sul debito da decidersi all’Ecofin di luglio, Matteo Salvini colleziona una sfilza di no per la formazione del suo agognato ‘gruppone’ sovranista.
Solida l’alleanza con Marine Le Pen, ma non basta a convincere nuovi affiliati.
Oggi gli arriva il no ufficiale del leader dello Brexit Party Nigel Farage, da sommare al no del polacco Jaroslaw Kaczynski, di Viktor Orban che non ha intenzione di lasciare il Ppe e anche dei nazionalisti olandesi di Thierry Baudet, quelli che hanno superato Gert Wilders, il sovranista presente con Salvini sul palco elettorale di Milano ma punito dalle urne: nemmeno un eletto.
Declinano l’invito anche i nazionalisti spagnoli di Vox. E pure l’ultradestra tedesca, Afd, benchè alleata della Lega in campagna elettorale, non si sta sbilanciando sull’ingresso nel nuovo gruppo, non ancora.
Dopo tanti tira e molla, l’ungherese Orban ha rotto gli indugi ieri con un’intervista al tedesco Die Welt in cui non solo annuncia di restare nel Ppe ma si dice addirittura pronto a governare l’Europa con Socialisti&Democratici e Alde.
Quella tra Popolari, socialisti e liberali è l’alleanza che sta per formarsi all’Europarlamento e che deciderà  le cariche apicali dell’Unione per questa legislatura. Un nazionalista come Orban che resta nel Ppe è magari fonte di imbarazzo per i socialisti, ma intanto i 12 eletti di Fidesz non andranno a fare gruppo con Salvini-Le Pen, sovranisti che non riescono ad andare oltre i 73 eurodeputati.
Resteranno fuori dai giochi di maggioranza. E sempre che Afd non decida di mollarli: i tedeschi ancora non si sbilanciano, nella passata legislatura il loro unico eletto era nel gruppo Efdd (lo stesso del M5s), in Parlamento gira voce che vorrebbero restarci, insieme a Farage appunto. Loro per ora non si esprimono.
Scontato il no degli spagnoli di Vox: sono nazionalisti, franchisti, acerrimi nemici degli indipendentisti catalani, non dimenticano le simpatie leghiste per le rivendicazioni della Catalonia nei confronti di Madrid.
Ed è per questo che non hanno mai pensato di entrare nel gruppo sovranista di Salvini, malgrado in Italia la Lega ci sperasse, il vicepremier ne ha anche parlato con la stampa. Niente, nessuna connessione con gli spagnoli che invece avrebbero deciso di entrare anche loro nel gruppo dell’Ecr, i Conservatori e riformisti che comprendono, tra gli altri, gli eletti di Fratelli d’Italia e i polacchi di ‘Diritto e giustizia’ e d’ora in poi anche gli olandesi di Thierry Baudet.
Andiamo con ordine.
Anche per questa legislatura appena nata, Kaczynski non fa traslocare i suoi 26 eletti (praticamente ha portato in Parlamento la metà  dei seggi previsti per la Polonia, 51) fuori dall’Ecr.
Con Salvini, dice il leader polacco, “c’è un problema: vuole creare un nuovo gruppo con una formazione che non siamo in grado di accettare”. A Kaczynski non è mai andato giù il legame di Salvini con Putin. Non lo possiamo accettare”, insiste.
E che dire di Farage? Oggi il no più pesante è il suo. Pare che il ‘Brexiteer number one’ sia anche arrabbiato perchè i leghisti hanno dato per fatto un accordo che per lui non è mai stato certo. E oggi infatti Farage annuncia che non entrerà  nel gruppo con Salvini e Le Pen.
“Ho preso una decisione — spiega all’Europarlamento – Ho già  detto dell’incontro privato che ho avuto la scorsa settimana e posso dirvi che loro (esponenti dell’Enf, ndr.) si sono comportati malissimo. Io sono molto all’antica credo nella fiducia, nell’onore, nelle strette di mano, e le conversazioni fatte davanti un caffè non devono essere di pubblico dominio”, ed è “quello che l’Enf ha fatto”.
Quindi: “Non ho mai preso l’impegno di unirmi a loro, ho avuto una conversazione preliminare amichevole che loro hanno deciso di utilizzare in modo politico e direi piuttosto disonesto”.
Il gruppone sovranista insomma non decolla. Stretto all’angolo dalla procedura di infrazione, Salvini, finora la parte più agguerrita del governo gialloverde nella critica verso Bruxelles, non riesce a incidere fuori dai confini italiani.

(da “Huffingtonpost”)

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GLI SQUILIBRATI D’EUROPA

Giugno 5th, 2019 Riccardo Fucile

BRUXELLES RACCOMANDA L’AVVIO DI UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE CONTRO L’ITALIA PER DEBITO ECCESSIVO: DAL GOVERNO SCELTE DANNOSE PER I CONTI PUBBLICI

“Per l’Italia, è giustificata una procedura per disavanzi eccessivi per il debito”. Sic et simpliciter: come previsto, la Commissione Europea approva il pacchetto di primavera e per l’Italia raccomanda una procedura per debito elevato, già  al 132,2 per cento del pil nel 2018 e in aumento al 133,7 per cento quest’anno e al 135,2 per cento nel 2020, secondo le previsioni di Bruxelles.
Ora, per evitarla, Roma dovrà  fare una manovra correttiva di oltre 3 miliardi di euro
“Nel caso italiano — si legge nel rapporto — l’analisi suggerisce che la regola del debito non è rispettata e che quindi una procedura per debito eccessivo è giustificata”.
Pierre Moscovici annuncia le decisioni della Commissione, sottolinea che “oggi non stiamo attuando la procedura, la consigliamo al Consiglio. Ma questo è un primo passo che può portare all’esito finale”.
Poi interrompe il discorso fin lì in francese e dice in italiano: “La mia porta è aperta”, lo sottolinea con enfasi, messaggio al governo itlaiano.
Molto dipenderà  dalle reazioni da Roma. “Non siamo qui a dire che il governo deve fare questo o quello – continua Moscovici rispondendo a chi gli chiede se l’Italia deve fare una manovra correttiva per evitare la procedura – ma siamo sempre aperti a scambi oggettivi con il governo italiano su cifre e dati, dobbiamo farlo ora. La porta è aperta ma è il governo italiano che ora deve dimostrare che la procedura per debito eccessivo può essere evitata e come si possa farlo”.
Decisamente più duro il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, responsabile per l’euro nella squadra Juncker. “Oggi non stiamo aprendo la procedura – chiarisce anche lui – prima gli stati membri devono esprimere un’opinione”, e lo faranno presumibilmente all’Ecofin del 9 luglio, dopo che il ”comitato economico e finanziario avrà  espresso il proprio parere”.
Il Comitato ha due settimane per farlo, ma si riunirà  già  martedì prossimo.
“Non è solo una questione di proedura”, continua Dombrovskis, ponendo l’accento su “alcune politiche”, adottate dai governi a Roma, che hanno prodotto un aumento delle “spese per interessi nel 2018 pari a 2.2 mld di euro in più. Oggi l’Italia paga in interessi sul debito tanto quanto spende per il sistema istruzione, un onere di 38.800 euro per abitante con costi in interessi di circa mille euro a persona”.
E ancora: “La crescita si è interrotta. Nel 2019 e 2020 dovrebbe esserci un aumento del debito pari a 135 per cento del pil, con un divario tra tassi di interesse e crescita che produce il cosiddetto effetto palla di neve”. §
Nel mirino di Dombrovskis anche le ”privatizzazioni non attuate”. Ma, conclude: “C’è un modo per rimediare: attuare uno sforzo di riforma e non spendere di più se non c’è lo spazio fiscale per poterlo fare”.
Dal Vietnam, Giuseppe Conte assicura che “farò di tutto per scongiurare la procedura di infrazione”.
Ma l’Iter è partito e sarà  un negoziato complesso. “Se i numeri verranno confermati, non potremo sottrarci alla procedura d’infrazione” ha detto stamani Gunther Oettinger, commissario europeo al Bilancio, “l’Italia non dovrebbe diventare un rischio per l’Eurozona”.
La commissione suggerisce al Consiglio delle procedure anche per la Francia, Belgio e Cipro, secondo l’articolo 126.3 del trattato sul funzionamento dell’Unione. La Commissione ha inoltre adottato relazioni a norma dell’articolo 126, paragrafo 3, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) nei confronti di Belgio, Francia, Italia e Cipro, in cui esamina la conformità  di questi paesi con i criteri relativi al disavanzo e al debito previsti dal trattato. Tutti salvi, tranne l’Italia.
L’Ungheria e la Romania sono soggette a una procedura per deviazione significativa, rispettivamente dal 2018 e dal 2017. La Commissione rivolge oggi un avvertimento a Ungheria e Romania sull’esistenza di una deviazione significativa nel 2018 e raccomanda al Consiglio di raccomandare loro di correggere tale deviazione.
La Commissione ha inoltre adottato la terza relazione per la Grecia nell’ambito del quadro di sorveglianza rafforzata che è stato istituito dopo la conclusione del programma di sostegno alla stabilità  del meccanismo europeo di stabilità . Se da un lato nella relazione si rileva che, a partire da agosto 2018, la Grecia ha affrontato il periodo post-programma in modo ragionevole, dall’altro si constata che l’attuazione delle riforme nel paese ha subito un rallentamento negli ultimi mesi e che la coerenza di alcune misure con gli impegni assunti nei confronti dei partner europei non è garantita, mettendo a rischio il conseguimento degli obiettivi di bilancio concordati.
“Il semestre europeo ha contribuito in modo decisivo a migliorare la situazione economica e sociale in Europa – sono le parole del commissario Valdis Dombrovskis – Rimangono però sfide notevoli da affrontare, mentre si appesantiscono i rischi per le prospettive economiche. Preoccupa vedere che in alcuni paesi il ritmo delle riforme sta rallentando. Esortiamo tutti gli Stati membri a investire nuove energie per rendere le nostre economie più resilienti e a sostenere una crescita che sia allo stesso tempo sostenibile e inclusiva. Investimenti più mirati possono offrire un contributo significativo al raggiungimento di questi obiettivi”.
“Con questo pacchetto di primavera, l’ultimo del nostro mandato, ribadiamo il
nostro impegno per un’applicazione intelligente del patto di stabilità  e crescita: le nostre decisioni non si basano su un’applicazione meccanica o formale delle regole, bensì sulla loro utilità  o meno per la crescita, l’occupazione e l’equilibrio delle finanze pubbliche – dice Pierre Moscovici, Commissario responsabile per gli Affari economici – I risultati ottenuti dimostrano la validità  di questo metodo: le finanze pubbliche sono costantemente migliorate senza penalizzare la crescita. Oggi insistiamo inoltre sulla necessità  che alcuni Stati membri proseguano e, se necessario, intensifichino gli sforzi per contrastare una pianificazione fiscale aggressiva, nell’interesse dell’equità  nei confronti di tutti i contribuenti”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’EUROPA CHIEDE AL GOVERNO LA MANOVRA CORRETTIVA PER EVITARE LA PROCEDURA D’INFRAZIONE

Giugno 4th, 2019 Riccardo Fucile

DOMANI L’UFFICIALIZZAZIONE DELLA RACCOMANDAZIONE… LA MANOVRA CORRETTIVA RICHIESTA E’ DI 3,6 MILIARDI

Una manovra correttiva per evitare la procedura europea sul disavanzo eccessivo. Nonostante gli scongiuri di Giovanni Tria che ufficialmente l’ha sempre esclusa, l’idea viene messa nel conto nel governo alla vigilia delle raccomandazioni della Commissione Europea.
Il braccio di ferro che sta per aprirsi tra il governo Conte e l’Europa si annuncia ancora più duro di quello dello scorso autunno sulla manovra 2019.
“Spigoloso”, lo definisce con Huffpost un’alta fonte di governo. A Roma ne sono consapevoli, mentre la squadra di ‘dialoganti’ capitanata dal premier Conte, dal ministro Tria, dal ministro Enzo Moavero Milanesi e sostenuta dal Quirinale tenta di tenere la rotta ammortizzando le bordate di Matteo Salvini.
Ma nel governo si mastica anche amaro: perchè domani la Commissione chiederà  conto all’Italia anche dei saldi 2018, cioè l’eredità  lasciata dall’ultima manovra approvata dal governo Gentiloni nel 2017.
Domani, con l’approvazione del pacchetto di primavera, la squadra Juncker consiglierà  agli Stati membri dell’Unione (al Consiglio) l’apertura di una procedura di infrazione per l’Italia per l’elevato debito pubblico, già  al 132,2 per cento del pil nel 2018 e in aumento al 133,7 per cento quest’anno e al 135,2 per cento nel 2020, secondo le previsioni di Bruxelles.
Il ragionamento della vigilia viene snocciolato ad Huffpost da alte fonti dell’esecutivo. E mette in fila dati oggettivi, più che aspettative.
Domani a mezzogiorno i commissari Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici esporranno alla stampa le raccomandazioni della Commissione per tutti i paesi della zona euro. Quelle per l’Italia chiederanno conto dei saldi 2018 e 2019: entrambi non in linea con le regole europee su deficit.
Quest’anno Bruxelles prevede un aumento al 2,4 per cento e al 3,5 per cento l’anno prossimo, 0,5 punti percentuali oltre il tetto del 3 per cento del rapporto tra deficit e pil, cifra da allarme rosso in Ue.
In sostanza, il governo attuale si trova a dover rispondere anche per ciò che non fu contestato a Bruxelles alla fine del 2017: c’erano le politiche in arrivo in Italia, la Commissione chiuse un occhio, l’ultima manovra di Pier Carlo Padoan, sotto il governo Gentiloni, fu accolta senza sanzioni e conseguenze.
Ora però i nodi vengono al pettine. Tutti. E al timone c’è Conte, con i gialloverdi, i populisti invisi ai partiti tradizionali che si preparano a governare l’Ue anche in questa legislatura escludendo i sovranisti di Salvini.
Per dire, in vista del consiglio europeo del 20-21 giugno, venerdì prossimo c’è un primo vertice a Bruxelles tra Ppe, Pse e liberali sulle nomine al vertice dell’Unione: ci saranno lo spagnolo Sanchez e il portoghese Costa per i socialisti, l’olandese Rutte e il belga Michel per i liberali dell’Alde, il croato Plenkovic e il lettone Karins per i Popolari. L’Italia non c’è.
E all’Italia, dicono fonti di governo, non resta che la manovra correttiva per evitare la procedura di infrazione.
La stessa Commissione domani potrebbe consigliarla, all’interno delle raccomandazioni oppure a latere delle sue comunicazioni.
L’entità  non sarebbe elevatissima e comunque dipende da quanto l’esecutivo di Palazzo Berlaymont deciderà  di affondare: si parla di un aggiustamento di 3,6 miliardi di euro.
Non è molto ma si intende quanto possa costare in termini di propaganda a qualunque partito, sopratutto ai populisti al governo: tanto.
Però, alla vigilia del calcio di inizio di una sfida a lungo rimandata, la manovra correttiva si staglia all’orizzonte come l’unico modo per evitare una procedura di infrazione, per evitare cioè una catena al collo che l’Italia sarebbe costretta a portare anche per un decennio (dipende dall’entità  che verrà  decisa dalla commissione), fatta di sanzioni fino ‘all’arma da fine del mondo’ come la sospensione dell’erogazione dei fondi strutturali. Tutto per far rientrare il disavanzo.
Ad ogni modo, dopo le raccomandazioni di domani, sarà  il ministero dell’Economia il primo a scendere in trincea nel confronto con Bruxelles.
Martedì prossimo, alla riunione del Comitato economico e finanziario che dovrà  esprimere il suo parere sulle raccomandazioni della Commissione, l’Italia sarà  rappresentata dal direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera.
Toccherà  a lui rispondere con i numeri del ministero di via XX Settembre che, come dice Tria oggi, promettono una crescita che impedirà  di sforare i parametri Ue. “Si aprirà  un negoziato — sono le parole del ministro – Ovviamente più andiamo meglio, più cresce l’economia, non c’è bisogno di sforare niente”. E aggiunge: bisogna “impedire di lasciare il debito alle future generazioni”.
Insieme al premier Giuseppe Conte, il ministro Tria è la parte dialogante del governo, la parte che si pone il problema di reggere il confronto con Bruxelles per arginare i danni.
Una squadra di dialoganti — diciamo così — fortemente sostenuta dal Quirinale, squadra che comprende anche il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, già  attivo anche lui lo scorso autunno nell’interlocuzione con Bruxelles nelle settimane di scontro con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Con la differenza che stavolta la strada è già  tracciata: c’è da negoziare poco, si tratta di saldi che vengono contestati e che dunque vanno raddrizzati. Stop.
Ad ogni modo, in prima battuta, sarà  Tria ad avere un primo confronto con gli altri ministri della zona euro alla riunione dell’Eurogruppo il 13 luglio a Lussemburgo, benchè non sarà  questa la riunione deputata a prendere decisioni sull’Italia.
Quella utile per adottare eventualmente la procedura sarà  a luglio, con una riunione dell’Ecofin il 9 luglio pronta a dare avvio formale se nel frattempo da Roma non avranno risposto in quello che in queste ore sembra l’unico modo utile per evitare il peggio: la manovra correttiva.
Un passo di certo meno doloroso della procedura di infrazione, con tutto ciò che determinerebbe sui mercati, ora tutto sommato abbastanza tranquilli, forse perchè, confidano fonti di governo, prevale la convinzione che alla fine Roma e Bruxelles riusciranno a trovare un accordo, come è successo a fine 2018.
Già : ma le europee sono passate, gli equilibri tra Lega e M5s si sono ribaltati, il governo è in condizioni di salute precarie. Chissà .

(da “Huffingtonpost”)

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TRE PORTE IN FACCIA A SALVINI. ORBAN, FARAGE E SEEHOHER LO SCARICANO: “NESSUNA ALLEANZA CON LUI”

Maggio 30th, 2019 Riccardo Fucile

PER IL TEDESCO DELLA CDU “CON LUI NON C’E’ PIU’ FIDUCIA”… ORBAN “NON VEDE ALCUNA COLLABORAZIONE CON LUI”, FARAGE: “RESTO NEL GRUPPO EFDD”

Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, gela le aspettative di Matteo Salvini, dicendo che non vi sono molte chance che il suo partito, Fidesz, collabori con le destre del vicepremier italiano Matteo Salvini.
A riferirlo è il portavoce di Orban, Gergely Gulyas, che chiude alla possibilità  che Fidesz entri a far parte del gruppo dei sovranisti nel Parlamento europeo.
Si chiarisce, dunque, meglio il risiko delle alleanze al Parlamento Ue: Orban, pur sospeso dal Partito popolare europeo (Ppe), non ha intenzione di lasciarlo, per rinforzare le fila dei nazionalisti euroscettici come Salvini e Le Pen.
Della serie, meglio rimanere sul cavallo vincitore, il Ppe, che alle urne domenica scorsa ha ottenuto il 23,83% (179 voti), e che è protagonista della partita dell’elezione delle nomine, prima fra tutti la presidenza della Commissione, piuttosto che fondersi in un gruppo populista che conta solo 58 seggi.
Anche Nigel Farage, leader del britannico Brexit Party, ha chiuso le porte ad una collaborazione con i sovranisti. Ha respinto le avance delle Lega
«Sono un “leaver”, ma in questo caso sono per restare», ha ribattuto Farage proprio a chi gli chiedeva se lascerà  o resterà  nel gruppo Efdd con i Cinquestelle. Il britannico ha poi rivelato ai cronisti di aver avuto un «incontro amichevole» con la delegazione M5S.
Seehofe, il ministro dell’interno tedesco, esponente della Csu bavarese e quindi tra i pezzi forti del Ppe, boccia l’alleanza sovranista in Europa, lanciata dal leader del Carroccio che vorrebbe vedere unite Lega, l’AfD di Joerg Meuthen e Rassemblement national di Marine Le Pen.
Horst Seehofer in un’intervista alla Dpa ammette che “dopo l’incontro di Salvini con l’Afd e con Marine Le Pen per me non erano più possibili intese politiche. Almeno non oltre quella che è l’usuale collaborazione tra Stati”, ribadendo che “una base di fiducia praticamente non è più possibile”.

(da agenzie)

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