Novembre 17th, 2016 Riccardo Fucile
CHIESTO E OTTENUTO IL VOTO PER METTERE ALL’ANGOLO UN REGIME CHE VIOLA I DIRITTI UMANI
Atto ostile contro l’Ue: terza puntata.
Dopo aver sospeso la discussione sul bilancio pluriennale e dopo l’astensione sul bilancio annuale dell’Ue, oggi a Bruxelles si è consumato un altro ‘affronto’ all’Europa e i suoi imbarazzanti rapporti con la Turchia di Erdogan.
Il capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo Gianni Pittella ha chiesto e ottenuto un voto del Parlamento europeo per sospendere i negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue.
E’ accaduto stamane alla riunione dei presidenti dei gruppi dell’aula di Strasburgo. Già la settimana prossima l’Europarlamento potrebbe votare una risoluzione che potrebbe ottenere addirittura il consenso dei Popolari e dei Liberali.
“Se le condizioni in termini di rispetto delle basilari regole democratiche non dovessero migliorare, i negoziati per l’adesione della Turchia nell’Unione europea dovranno essere congelati. Posto che il dialogo deve e dovà restare aperto con Ankara, ad oggi non esistono le condizioni minime per andare avanti”.
Così Pittella ha argomentato la richiesta in sede di riunione dei capigruppo (Cop, conferenza dei presidenti).
“A nome del gruppo Socialista e Democratico ho chiesto e ottenuto in Cop che nella prossima plenaria di Strasburgo il parlamento discuta e voti una risoluzione sullo stato dei colloqui con la Turchia e sulla possibilità di congelare i negoziati. Erdogan deve capire che per ambire a far parte della famiglia europea, democrazia, stato di diritto, libertà di stampa e diritti per le minoranze debbono essere pilastri intoccabili. La porta del dialogo resta aperta. Quella dell’adesione rischia invece di venir chiusa”.
La decisione è di chiedere la sospensione e non l’annullamento totale dei negoziati con la Turchia perchè, viene spiegato da Bruxelles, “qualora il governo di Ankara dovesse adempiere a tutte le condizioni per entrare nell’Ue, sarebbe complicato riprendere il negoziato interrotto: richiede l’unanimità ”.
Mentre la sospensione permette di ricominciare se ci sono le condizioni.
Ma intanto è un colpo a Erdogan e anche un po’ alla Merkel, quale leader Ue tra i più interessati all’adesione turca, sebbene una risoluzione del Parlamento europeo non fa legge in Europa: serve l’approvazione del Consiglio Ue.
E poi c’è da dire che i negoziati per l’adesione della Turchia stanno andando comunque molto a rilento per le violazioni dei diritti umani da parte di Erdogan, che hanno seminato imbarazzo in tutta l’Unione anche tra gli alleati più vicini ad Ankara.
In ogni caso, questa terza puntata della serie ‘bordate italiane contro l’Ue’ segna un particolare attivismo dell’Europarlamento, finora costretto a subire le scelte del Consiglio, dunque dei governi nazionali.
La notte scorsa a Palazzo Justus Lipsius si è consumato un braccio di ferro tra rappresentanti del Parlamento e Consiglio sul bilancio annuale dell’Unione. Dopo ore di discussione è stato approvato con 700 milioni di euro in più, chiesti e ottenuti dagli eurodeputati. Ma l’Italia si è astenuta.
La mossa contro Ankara si inserisce in una cornice di tensione, scatenata soprattutto dai recenti arresti di parlamentari curdi da parte di Erdogan.
Lo stesso Pittella è finito al centro degli attacchi di diversi quotidiani turchi filo-erdogan solo per aver incontrato a Bruxelles dei parlamentari curdi dell’Hdp.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 17th, 2016 Riccardo Fucile
PER IL 2017 IMPEGNI A 157,88 MILIARDI DI EURO… UN ALTRO SEGNALE DELL’ITALIA ALL’EUROPA
L’Ue si dota del bilancio per il 2017 senza l’Italia.
Nella notte i rappresentanti degli Stati membri hanno trovato l’accordo per dotare l’Unione europea delle finanze necessarie al suo funzionamento il prossimo anno. Tutti d’accordo tranne il governo di Matteo Renzi, che per la prima volta ha fatto mancare l’approvazione tricolore al budget comune astenendosi.
Una posizione motivata dai tagli alle risorse per i Paesi mediterranei ma il vero nodo è sui migranti: Roma intende bloccare i lavori finchè non ci saranno risposte concrete in questo senso.
«Siamo pronti a ogni tipo di intervento, fino al veto», ha detto dalla Sardegna il presidente del Consiglio nel corso della firma del “Patto di Cagliari”. «Non vogliamo fare gli egoisti: siamo pronti a fare la nostra parte ma chiediamo da parte dell’Europa più attenzione su crescita e migranti».
Il bilancio comune
I Ventotto hanno raggiunto un accordo sul bilancio per il prossimo anno. Non va confuso con il budget pluriennale (Mff), per cui è richiesta approvazione all’unanimità .
Questo è già stato chiuso nel 2013, e l’accordo politico c’è gia. Sulla ripartizione tra i vari anni del totale si procede a maggioranza.
Per il 2017 tetti di spesa fissati a 157,8 miliardi di euro in impegni (il totale delle spese che si pensa di poter affrontare) e 134,5 miliardi di euro in pagamenti (le risorse realmente disponibili).
La proposta della presidenza slovacca come approvata prevede più soldi per immigrazione (5,91 miliardi, +11,3% rispetto al 2016) e per l’occupazione (21,3 miliardi di impegni, +12%).
Previsto inoltre un impegno di spesa da 500 milioni per l’iniziativa giovani, il programma di sostegno all’occupazione giovanile, e un impegno di spesa per 500 milioni a sostegno del settore latte.
Recepite le richieste italiane di un incremento di risorse per i programmi Erasmus (mobilità degli studenti universitari), Horizon 2020 (ricerca) e garanzia giovani e gli impegni complessivi per 700 milioni, L’Italia sembra ottenere quello che chiede, ma la partita vera si gioca altrove.
Affari interni
Ufficialmente il governo italiano ha criticato la riduzione degli incrementi delle risorse per i Paese mediterranei (332 milioni invece di 340) ed il rinvio del finanziamento del fondo per lo sviluppo sostenibile (250 milioni), dovuto all’assenza delle condizioni giuridiche su cui lavorerà la Commissione.
La verità è che l’Italia sta chiedendo una diversa politica dell’Europa sull’immigrazione.
Stasera si riuniscono a Bruxelles i ministri degli Interni per una cena informale che servirà a discutere del sistema comune di asilo. Angelino Alfano dirà che all’Italia non piace il principio della cosiddetta «solidarietà flessibile», che annacqua l’obbligo di redistribuire i profughi scaricando tutto sui Paesi di primo arrivo.
Renzi aveva minacciato di togliere risorse Ue ai Paesi — Ungheria su tutti — che si sfilano sul tema migranti. Proprio ciò che sta facendo.
Sul bilancio pluriennale l’Italia ha fatto mancare l’unanimità e i negoziati sono di fatto fermi, mentre su quello annuale ha puntato i piedi lanciando un altro segnale politico.
(da “La Stampa”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
ITALIA: VERSATI 14 MILIARDI E RICEVUTI 10, GERMANIA: VERSATI 25 E RICEVUTI 11, FRANCIA: VERSATI 19 E RICEVUTI 13… POLONIA: VERSATI 3 E RICEVUTI 17, UNGHERIA: VERSATO MENO DI 1 E RICEVUTO 6, ROMANIA: VERSATO 1 RICEVUTO 6
Ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei Sandro Gozi
ha mantenuto una «riserva», anticamera di un veto, sulla revisione del Quadro Finanziario 2014-2020 dell’Unione Europea.
«L’Italia non vuole approvare un altro esercizio contabile in cui la spesa per l’immigrazione, la sicurezza, la disoccupazione giovanile e i programmi di ricerca siano troppo sacrificati», ha spiegato Gozi.
Non è la prima volta che l’Italia minaccia di porre il veto su una decisione della Ue. Quando Mario Monti era presidente del Consiglio, Roma si mise di traverso durante un Consiglio europeo finchè la Germania non acconsentì a inserire in un punto delle conclusioni una prima apertura all’idea di un approccio meno punitivo alla crisi.
Il Corriere della Sera pubblica un’interessante infografica che spiega chi sono i “contribuenti netti”.
Sono quei Paesi che danno di più in termini di contributi all’UE rispetto a quello che ricevono in termini di aiuti e fondi.
Alcuni Stati membri — quelli elencati sopra — contribuiscono quindi più di altri, in termini netti e pro capite, al finanziamento dell’Unione europea.
I dati si riferiscono all’anno 2015: l’Italia ha versato 14 miliardi di euro e ne ha “ricevuti” 10, mentre la Germania ne ha versati 25 e ricevuti 11; stesso discorso per la Francia, che ne ha versati 19 e ricevuti 13, e per il Belgio che ne ha ricevuti 2 e ne ha versati 7.
Il discorso si ribalta per i paesi dell’Europa dell’Est, oggi bersaglio della polemica dell’Italia: la Polonia versa 3 e riceve 17 miliardi, l’Ungheria versa meno di un miliardo e ne riceve 6, la Romania versa 1 miliardo e ne riceve quasi sei.
(da agenzia)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
SE NE RIPARLA A DICEMBRE
L’Italia è riuscita a ottenere la sospensione della discussione sul bilancio pluriennale europeo a Bruxelles. Il secondo atto dell’iniziativa presa ieri dal sottosegretario Sandro Gozi, su mandato del premier Matteo Renzi, è andato in scena oggi.
Le riserve italiane sul bilancio europeo
“Ancora scarso in fatto di risorse per immigrazione e giovani”, è l’argomentazione esposta da Gozi – hanno fatto saltare la riunione di riconciliazione che oggi avrebbe dovuto trovare un accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento, le tre istituzioni europee. Tutto per aria. Se ne riparla a dicembre.
Nella riunione la rappresentanza del Consiglio europeo ha illustrato le riserve italiane, presentate ieri da Gozi in sede di consiglio Affari generali, l’organo del Consiglio europeo preposto alla discussione sul bilancio pluriennale.
La parola quindi è stata data ai rappresentanti della Commissione Bilancio dell’Europarlamento. L’eurodeputato Dem Daniele Viotti, unico italiano nella delegazione, ha avuto il compito di esporre le riserve italiane e chiedere la sospensione della discussione.
Richiesta accettata, visto che per il bilancio pluriennale serve l’unanimità degli Stati membri (non per quello annuale che può essere approvato a maggioranza).
Ora se ne riparla a dicembre.
Ecco come la spiega lo stesso Viotti: “La posizione del parlamento e del governo italiano era chiara: slegare il bilancio Ue del prossimo anno dal bilancio pluriennale dei prossimi tre anni per discuterlo a dicembre. Questo abbiamo chiesto e questo abbiamo conquistato, grazie alla determinazione dell’Italia che ha posto una riserva decisiva e all’azione netta del parlamento. Per la prima volta, un governo nazionale sta chiedendo non di ridurre il bilancio ma di aumentare gli investimenti, mentre allo stesso tempo il parlamento europeo chiede cinque miliardi in più per l’occupazione giovanile, due per le imprese e la ricerca e due per i trasporti. Su questi numeri e su questa base si vedrà quali sono i paesi che credono nel rilancio dell’economia del nostro continente e quali quelli che si appendono ancora agli zero virgola qualcosa”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LI FACCIANO PAGARE IN QUOTA A CHI HA VOTATO PER USCIRE
Lasciare l’Unione Europea potrebbe costare al Regno Unito 60 miliardi di euro.
A tanto ammonta, secondo il ‘Financial Times’, il “conguaglio” che la Commissione Europea potrebbe chiedere di sborsare a Londra una volta che il governo guidato da Theresa May avrà fatto scattare l’Articolo 50 del trattato di Lisbona, che definisce le procedure per l’abbandono volontario della Ue.
La cifra – hanno spiegato fonti comunitarie al quotidiano della City – include garanzie sui prestiti, risorse per il welfare, fondi per progetti europei stanziati a favore della Gran Bretagna e tutti gli stanziamenti per iniziative comunitarie che a Londra spetta pagare, anche alla luce degli ammanchi che verranno creati dal suo addio.
Il commissario agli Affari Interni, il francese Michel Barnier, tra i principali negoziatori della Ue per la Brexit, non intende quindi fare alcuno sconto al Regno Unito.
Anche in virtù dei tentennamenti che hanno esasperato Bruxelles nei mesi successivi al referendum dello scorso 23 giugno, per Londra (che, secondo i documenti rivelati oggi dal ‘Times’, non avrebbe ancora una “Brexit strategy” compiuta) si profila quindi la strada di una ‘Hard Brexit’.
I funzionari europei che hanno parlato al ‘Financial Times’ hanno infatti chiarito che, prima di parlare di regime di transizione o di nuovi accordi commerciali, dovrà essere prima chiuso il divorzio.
La forma di compromesso più probabile, scrive la testata albionica, vedrebbe il Regno Unito continuare a partecipare al bilancio Ue per alcuni anni in modo da non dover pagare l’intero conto in un’unica soluzione.
E’ questa l’opzione per la quale banche e aziende stanno premendo da settimane con un’incessante campagna lobbistica.
Quella degli intransigenti, spiega il ‘Financial Times’, non è comunque l’unica fronda presente tra i negoziatori di Bruxelles.
“E’ tutto molto pericoloso”, ha dichiarato al quotidiano un non meglio specificato “delegato di alto livello”, segno che c’è anche una fazione moderata e pragmatica che spera ancora di poter gestire la separazione in maniera più amichevole.
Chi vuole uscire dalla Ue è avvisato, cominci a mettere mano al portafoglio.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL SOTTOSEGRETARIO GOZI E’ UNO SCHIAFFO A ORBAN E COMPAGNI DI MERENDE
L’Italia ha “confermato la riserva”, ovvero ha sostanzialmente posto il veto, alla proposta di
compromesso fatta dalla Presidenza slovacca per la revisione di mid-term del bilancio pluriennale della Ue e che il governo non considera accettabile perchè mancano garanzie per l’aumento di risorse “a favore delle nostre priorità “: immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile o programmi per la ricerca.
Lo ha annunciato il sottosegretario Sandro Gozi a margine del Consiglio Affari Generali a Bruxelles.
“Eravamo pronti ad approvare la proposta della Commissione, ma la proposta di compromesso fatta dalla presidenza slovacca non è coerente con le ambizioni Ue”, ha spiegato Gozi.
Non si tratta di un veto, perchè quella di oggi non è la sede di decisione sulla revisione, ma di una “riserva” che, di fatto, blocca il provvedimento.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
IMPOSSIBILE L’ATTIVAZIONE DELL’ART 50 A MARZO… LE DIVISIONI NEL GOVERNO: 500 PROGETTI DA ANALIZZARE
Londra non ha “un piano” sulla Brexit nè un accordo sulla “exit strategy”.
Lo rivela un documento segreto ottenuto dal Times e citato oggi da Reuters e BBC. Secondo la nota, scritta il 7 novembre da un consulente del governo e chiamata ‘Brexit Update’ a causa delle forti divisioni tra i ministri di Theresa May “ci vorranno altri sei mesi” prima di mettere a punto un piano, il che rende praticamente impossibile l’attivazione del famoso articolo 50 a marzo, come annunciato dalla May.
Nel governo della May ci sarebbero, secondo il documento, due schieramenti.
Da un parte il ministro degli Esteri Boris Johnson con il ministro per la Brexit David Davis e il ministro per il Commercio internazionale Liam Fox.
Dall’altra il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond con il ministro del Commercio Greg Clark.
Ogni ministero, scrive il Times, ha sviluppato un piano per fronteggiare le conseguenze della Brexit, anche nel caso “dello scenario peggiore”. Ma quello che manca è un “piano del governo” e una “strategia complessiva per negoziare l’uscita” della Gran Bretagna dall’Unione europea.
Ci sarebbero, secondo il documento, cinquecento progetti da analizzare e ci vorrebbero 30mila persone da mettere al lavoro per i piani operativi: Theresa May aveva Mpromesso di far scattare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che fa partire il timer di due anni di trattative per lasciare l’UE, entro la fine di marzo, ma finora poco o nulla si sa dei suoi progetti per il futuro rapporto della Gran Bretagna con l’Europa.
I problemi di organizzazione fanno il paio con quelli legali: qualche tempo fa l’Alta Corte di Londra ha stabilito che il Parlamento britannico debba esprimersi sull’avvio o meno della procedura di uscita dalla Unione Europea.
Questo significa che il governo del premier Theresa May non potrà presentare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia il divorzio di un Paese, senza il via libera del Parlamento.
È probabile ora che il governo faccia ricorso contro la decisione. “Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano”, ha detto il giudice dell’Alta corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, nel leggere il verdetto. Come sottolineano i media britannici, non solo si tratta di una forte umiliazione per il governo di Theresa May ma questo di sicuro avrà ripercussioni sui tempi della Brexit, rallentandola.
Secondo il Guardian, non è comunque la fine di questo storico caso legale, che vedrà la sua conclusione molto probabilmente di fronte alla Corte suprema, che già si starebbe preparando per dibatterlo.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
L’UNIONE E’ COMPATTA: “SU IMMIGRATI E AMERICANI NON BIANCHI HA IDEE IN CONTRASTO CON I VALORI EUROPEI”
I due presidenti dell’Unione Europea, Donald Tusk e Jean Claude Juncker, hanno provato a usare ‘le buone maniere’ con Donald Trump il giorno dell’elezione alla Casa Bianca.
Gli hanno scritto una lettera di congratulazioni, invitandolo a un vertice Usa-Ue al più presto. Nessuna risposta.
Anzi, come prima mossa politica del suo mandato che ancora non è iniziato ufficialmente, Trump ha chiamato la premier britannica Theresa May invitandola a Washington “soon”.
Il magnate Trump chiama Brexit per un’inedita alleanza di ‘nazionalismi pur internazionali’.
A Bruxelles, ancora impegnata a gestire (o meglio subire) la partita post Brexit, è scattato l’allarme. E il fumantino Juncker si è accollato il compito di attaccare, di dire ciò che i preoccupatissimi capi di Stato e di governo europei non possono dire a Trump per motivi diplomatici.
Finita la fase del fairplay con il nuovo presidente degli Usa.
Parlando agli studenti della Corte di Giustizia del Lussemburgo, in una conferenza su ‘I costruttori dell’Europa’, Juncker non usa mezzi termini. “E’ vero che l’elezione di Trump comporta dei rischi di vedere gli equilibri intercontinentali disturbati sui fondamentali e sulla struttura”, stabilisce.
Il presidente della Commissione non si concede nemmeno il beneficio dell’attesa: aspettare per vedere se gli annunci di campagna elettorale rispecchieranno le azioni di Trump. “Ho una lunga vita politica — dice – ho lavorato con quattro presidenti Usa e ho constatato che tutto quello che si dice in campagna elettorale è vero un pò per tutti purtroppo”.
E ancora: “Gli americani in generale non prestano attenzione all’Europa. Trump ha detto in campagna elettorale che il Belgio è un villaggio da qualche parte nel nostro continente… In breve dobbiamo spiegare cos’è l’Europa. La mia idea francamente? Con Trump perderemo due anni, il tempo che impiegherà per fare il giro del mondo che non conosce”.
E poi: Trump “ha delle attitudini nei confronti dei migranti e degli statunitensi non bianchi che non rispettano le convinzioni e i sentimenti europei”.
Pesante.
Dichiarazioni incendiarie che gettano benzina sul fuoco peraltro già acceso da Trump dall’altra parte dell’oceano.
Oggi il presidente neoeletto ha avuto il ‘buon gusto’ di avvertire Barack Obama a “non compiere passi rilevanti”, nella sua prossima visita in Europa.
Il presidente uscente infatti è atteso venerdì prossimo a Berlino, per un vertice con Angela Merkel, Francois Hollande, Theresa May, il premier italiano Matteo Renzi, lo spagnolo Mariano Rajoy.
Con Trump alla Casa Bianca tutto cambia nelle relazioni transatlantiche, a ritmo forsennato, con l’Europa sull’orlo di una crisi di nervi.
Preoccupata per il disinteresse del nuovo presidente per i confini baltici, l’Ucraina, i paesi ex sovietici ora nell’Ue e il suo interesse invece a stabilire relazioni solide con Vladimir Putin.
L’Ue rischia di essere al minimo ininfluente nei nuovi equilibri mondiali, messa in difficoltà dal rapporto privilegiato della nuova Casa Bianca con i britannici, cioè coloro che con la Brexit hanno concluso il primo atto di una crisi già avviata.
Di questo parla Juncker nel suo attacco che supera le cautele del capi di Stato e di governo. Merkel e anche Hollande hanno avuto il loro primo approccio telefonico con Trump soltanto oggi, dopo Matteo Renzi che ci ha parlato ieri sera.
Ma intanto venerdì a Berlino sia Merkel che Hollande saluteranno Obama, per il suo ultimo viaggio presidenziale. E ci saranno anche Renzi, Rajoy e May.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
COL RITOCCO SPARISCE “VALE LO 0,1% DEL PIL” …IL DATO NON ERA VERITIERO
Tra il dire e il trascrivere c’è di mezzo uno 0,1%. 
C’è un piccolo giallo dietro le dichiarazioni di ieri di Jean-Claude Juncker sulla manovra italiana, che la Commissione ha contribuito ad alimentare con un’operazione di “ritocco” che ha fatto sparire dalla trascrizione del discorso del presidente il riferimento alla quota di flessibilità che Bruxelles sarebbe disposta a concedere all’Italia.
E non c’entra nulla il “je m’en fous”, che Juncker ha pronunciato come inciso e che, pur essendo traducibile con “me ne frego”, ha un peso certamente diverso dal significato in italiano.
No, il problema non è tanto di forma ma piuttosto di sostanza.
Il Presidente della Commissione, parlando dell’Italia, ha detto che “i costi aggiuntivi per migranti e terremoto”, che possono essere escluse dai vincoli del Patto di Stabilità , “valgono lo 0,1% del Pil”, mentre l’Italia chiede lo 0,4%.
Una dichiarazione significativa, perchè per la prima volta un membro della Commissione (in questo caso il suo capo) ha quantificato ufficialmente, a trattativa in corso, l’ammontare della flessibilità che è disposta a concedere.
Juncker lo ha ripetuto ben due volte nel suo discorso, svelando di fatto la posizione di Bruxelles nel negoziato e di conseguenza la distanza — a oggi ancora piuttosto ampia — dalle richieste italiane.
Già ieri pomeriggio il commissario Moscovici aveva provato a correggere il tiro, rifiutandosi di confermare quella cifra e cercando di sviare il discorso dalle cifre.
Ma l’operazione fatta ieri in tarda serata dagli uffici della Commissione che si occupano di comunicazione ha contribuito ad alimentare i sospetti sui dati svelati da Juncker.
I due riferimenti alla quantificazione delle spese che l’Ue è disposta a scontare, vale a dire lo 0,1%, sono spariti dalla trascrizione del discorso diffuso poco prima delle 23 di lunedì sera.
La frase è stata tagliata di netto e a rileggerla si ha la sensazione che manchi qualcosa: “Ma il costo aggiuntivo delle politiche dedicate alle politiche migratorie e ai terremoti in Italia — si legge — lo stiamo discutendo con le autorità italiane”.
Dopo la parola “Italia”, Juncker aveva aggiunto “corrisponde allo 0,1% del Pil” come si può ascoltare nel video del suo discorso (al minuto 26 circa).
Ma la frase è sparita.
Una portavoce della Commissione, Mina Andreeva, oggi ha cercato di giustificare l’operazione dicendo che “a volte certe cose vengono dette in modo improvvisato e che alcune cifre esatte non sempre vengono ricordate a memoria”.
Il 16 novembre arriverà il giudizio della Commissione sulla manovra italiana: solo quel giorno scopriremo se la cifra resterà nella pagella europea o se — come si augura il governo Renzi – verrà depennata anche da lì.
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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