Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile
E’ STATO L’ANIMA DELLA BATTAGLIA DEL RICORSO VINTO
Ivo Ilic Gabara ha capito che lui e i suoi potevano vincere quando davanti all’Alta Corte, di colpo, la questione è diventata personale.
A inizio ottobre il Procuratore generale dell’Inghilterra e del Galles Jeremy Wright ha aggredito verbalmente Gina Miller, invece di rifarsi alla legge: secondo l’avvocato del governo di Londra, questa manager della finanza etica nata in Guyana stava cercando di sovvertire la volontà del popolo espressa nel referendum sul divorzio dall’Unione europea.
Gli attacchi personali al posto degli argomenti giuridici sono sempre una spia che questi ultimi scarseggiano.
Sono tic tipici più di un regime autoritario, che delle battaglie davanti alle parrucche bianche dell’Alta Corte dei Lord.
Ivo Gabara, 56 anni, italiano trasferitosi a Londra nel 2008, non li aveva messi in conto quando all’inizio dell’estate con un piccolo gruppo di alleati ha gettato il seme della svolta di ieri.
Era il mercoledì dopo il referendum sulla Brexit, 29 giugno. In una saletta di Mishcon de Reya, uno dei grandi studi di avvocati d’affari della City, Miller, Gabara e pochi altri si ritrovano per impostare la sfida legale che ieri avrebbe segnato una prima vittoria.
«Non abbiamo mai cercato di rovesciare l’esito del referendum nè di impedire la Brexit», dice Gabara, presidente e proprietario di una società di comunicazione con clienti come i governi del Bangladesh e delle Mauritius o grandi gruppi, da Exxon Mobil a Telia Sonera.
«Volevamo ristabilire il principio che nel Regno Unito il Parlamento è la sede della sovranità e non lo si può accantonare in un corto circuito fra un referendum consultivo e l’azione incontrastata del governo. Sarebbe stato uno stravolgimento della Costituzione formatasi in secoli di common law , quasi un colpo di Stato».
Rapidamente Miller, Gabara e una decina di altri, in buona parte soci di Mishcon de Reya, hanno formato un «comitato d’indirizzo» che avrebbe portato al duello di questo autunno nei tribunali.
Lo studio legale fondato dallo scomparso Victor Mishcon, figlio di un rabbino polacco che aveva trovato la salvezza a Londra, presto avrebbe pagato per la sua scelta di esporsi: in luglio davanti alle sue finestre hanno iniziato a formarsi proteste e picchetti di fautori più radicali della Brexit.
Da allora molti dei nomi dei registi del ricorso sono rimasti gelosamente custoditi nei computer dello studio.
Per rappresentare Miller all’Alta Corte Mishcon de Reya ha ingaggiato Lord (David) Pannick, un «Queen’s Council», ossia uno degli avvocati da dibattimento più celebri della nazione.
A Gabara tocca il compito di parlare a nome del gruppo e gestire la comunicazione di Miller. Quanto agli altri sostenitori della causa, si sa solo che fra di essi si trovano figure di punta del mondo degli affari e dell’industria.
«Non solo soci di Mishcon de Reya – si limita a dire Gabara –. Ci sono anche clienti dello studio, come la stessa Miller. Non posso aggiungere altro per non dare adito a inesistenti teorie del complotto», aggiunge l’italiano.
«Se tirassimo fuori i nomi, saremmo tacciati di essere l’èlite di Londra che vuole rovesciare la volontà del popolo».
Questa cortina di segreto rischia di alimentare i sospetti dei fautori della Brexit. A Gabara preme sottolineare il coraggio della donna che ha messo il suo nome sulla battaglia legale: «Nel clima di aggressione seguito al referendum non si è mai tirata indietro».
Fare di lei il volto della sfida nelle Corti è stata una decisione presa a fine luglio, dopo il primo dibattimento: allora divenne chiaro che sarebbe bastato avere un unico ricorrente ufficiale.
Gabara però sa bene che la vittoria non è ancora assicurata. Da tempo la Corte Suprema aveva riservato il 7 e 8 dicembre per l’appello che sarebbe sicuramente seguito.
Ma un primo segnale c’è già , nota l’italiano: «Abbiamo dimostrato che il Regno Unito resta la patria dello Stato di diritto. Non si possono privare milioni di britannici della possibilità di vivere gli anni della pensione in Spagna o di aprire un conto in Germania, senza prima ascoltare il Parlamento».
L’Alta Corte in realtà non precisa se la Camera dei Comuni dovrà votare un mandato preciso al governo per i negoziati di secessione dalla Ue, oppure alla premier Theresa May basterà una rapida consultazione.
In ogni caso il Parlamento non oserà esprimersi contro la Brexit. «Ma il referendum non ha mai decretato che dovrà esserci la rottura radicale che il governo persegue. Non ha mai dato mandato al premier di portare il Paese fuori dal mercato unico, danneggiando l’industria dell’auto, della farmaceutica e della finanza – nota Gabara –. Ora grazie a noi i moderati tornano in gioco».
Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile
E ORA TUTTO DIVENTA POSSIBILE… IL PARLAMENTO POTREBBE NON RATIFICARE IL REFERENDUM, IN QUANTO NON ERA VINCOLANTE
Questa Brexit non s’ha da fare, non senza il consenso del Parlamento perlomeno.
Così si è pronunciata oggi l’alta corte britannica. Downing Street non può invocare l’articolo 50 del trattato di Lisbona, cioè la clausola di recessione dall’Unione, senza prima passare da Westminster.
La decisione ha fatto subito scattare il rialzo della sterlina, mentre il governo britannico scalda i motori e si prepara a contestare il pronunciamento.
“Il Parlamento è sovrano”, non basta che a tirare le fila del referendum di giugno sia Theresa May, ovvero il governo.
I tre giudici dell’alta corte di Londra hanno pronunciato la sentenza a seguito del ricorso presentato da alcuni sostenitori del “Remain”.
Gli anti-Brexit sostenevano che lasciare l’Unione senza prima aver consultato l’assemblea legislativa avrebbe rappresentato una violazione dell’accordo con cui, nel 1972, il Regno Unito aveva aderito alle comunità europee.
I giudici danno ragione ai Remain: il referendum era consultivo, non si può prescindere dal voto del Parlamento.
“La corte accetta l’argomentazione principale dei ricorrenti”, hanno affermato i giudici, e “la corte non accoglie le argomentazioni avanzate dal governo, che ritiene questo voto inutile”.
Ora si preannuncia un inedito braccio di ferro tra la giustizia e il governo; Downing Street infatti farà appello contro il pronunciamento.
Il governo britannico ha dato il via libera per presentare un appello alla Corte suprema contro il verdetto dell’alta corte.
Prima, secondo i piani di May, l’articolo 50 avrebbe dovuto essere invocato entro marzo 2017. Una volta scattata la notifica, sarebbero cominciati i due anni di negoziati per stabilire le condizioni dell’addio.
Ora però, la mossa si allontana.
(da agenzie)
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Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
FUGGITI A MIGLIAIA DALLA GERMANIA NAZISTA ORA CHIEDONO DI RIENTRARE A BERLINO CON IL PASSAPORTO DELLA REPUBBLICA FEDERALE
Ai discendenti degli ebrei fuggiti dalla Germania nazista la prospettiva della Brexit proprio non
piace.
E allora appellandosi al diritto che è loro concesso di ritornare in possesso della cittadinanza tedesca stanno cominciando il percorso inverso: nonni e genitori arrivarono a Londra per sfuggire all’Olocausto; figli e nipoti chiedono ora di rientrare a Berlino con passaporto non più britannico ma della Repubblica Federale.
Effetti del referendum del giugno scorso. Nonchè incertezza sul futuro.
Le trattative per l’addio all’Europa partiranno in primavera, saranno lunghe e tormentate anche perchè sul tavolo c’è il nodo immigrazione: quale sarà lo status degli europei che vivono e lavorano nel Regno Unito? Quali e quanti permessi saranno necessari?
Le recenti polemiche sulla balzana idea di qualche ministro che ha proposto l’obbligo per le aziende di schedare i dipendenti stranieri, compresi quelli dell’Unione, hanno allarmato diverse comunità .
Molti irlandesi ormai con passaporto britannico hanno avviato le pratiche per riottenere il documento dello Stato di origine.
Molti italiani (si parla di migliaia), residenti da oltre cinque anni in Gran Bretagna e col diritto acquisito di ottenere la cittadinanza britannica, stanno facendo l’opposto.
E l’intento è chiaro: si cerca di sfuggire alle possibili limitazioni negli ingressi.
Per gli italiani che già hanno occupazione e casa a Londra o altrove ottenere il passaporto britannico significa uscire dalla prospettiva del «numero chiuso» alle frontiere.
Il caso degli ebrei, con famiglia scappata dalla Germania, è molto particolare e significativo.
Il Guardian lo ha riportato ieri nella sua prima pagina. Michael Newman, presidente della Associazione degli Ebrei Rifugiati, ha segnalato che al momento le richieste sono 400 ma che altre centinaia sono in arrivo.
Tendenza confermata dall’ambasciata di Berlino. È un passaggio, quello del rientro nella patria dei nonni o dei genitori, che ha e può avere profonde implicazioni.
Il passato non si cancella dalla memoria.
«Richiedere la cittadinanza a un Paese che prima e durante la guerra ha perseguitato i tuoi genitori e i tuoi parenti è una sfida psicologica da non sottovalutare». Eppure è ciò che sta accadendo.
Lo stesso Michael Newman ha compiuto il passo. «È per certi versi ironico che la nostra Associazione impegnata per decenni ad aiutare gli ebrei, a farli naturalizzare in Gran Bretagna, adesso si trovi nella situazione di assistere persone che intendono acquisire cittadinanza e passaporto tedesco o austriaco». Che la Brexit abbia rimescolato sentimenti generazionali è fuori di dubbio.
Il Guardian riporta l’esperienza di Oliver Marshall, storico delle Migrazioni.
I nonni fuggirono nel 1941 dai nazisti e trovarono ospitalità nel Regno Unito. «Mia nonna Clara ha odiato la Germania tutta la vita e non avrebbe approvato ciò che stiamo chiedendo oggi».
La mamma, 93 anni, è invece favorevole e il suo unico commento è: «Sono le ruote della storia che cambia». Oliver Marshall è fra i 400 che hanno ottenuto il passaporto tedesco. Glielo consente la legge costituzionale della Repubblica Federale: qualsiasi discendente di perseguitati dal regime nazista ha il diritto alla cittadinanza.
L’uscita dall’Unione Europea porta con sè implicazioni che non sono soltanto economiche e finanziarie. Ogni cittadino europeo che risiede nel Regno Unito la vive con pensieri e storie diversi. Oliver Marshall, inglese figlio di ebrei della Germania, sintetizza così il suo stato d’animo: «La Brexit significa chiudere le porte, ottenere il passaporto tedesco significa per noi riaprirle».
In un contesto assai imprevedibile, come dargli torto?
Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 30th, 2016 Riccardo Fucile
DA PIETRO IL GRANDE A STALIN, UNA STORIA DI POLITICA DI POTENZA… I PERICOLI DI UNA STRATEGIA CHE FA LEVA SULLA FRUSTRAZIONE DI UN POPOLO NAZIONALISTA
In una recente corrispondenza da Istanbul per «Le Monde», Marie Jègo ha attirato l’attenzione
sulla singolare iniziativa presa dalla stampa turca filogovernativa, la quale ha pubblicato le carte geografiche dell’Impero ottomano prima della sconfitta nella Grande guerra.
I giornali hanno ricordato all’opinione pubblica interna che Mosul e Kirkuk, nonchè l’intera Siria, un tempo appartenevano all’impero turco.
Un influente commentatore politico, vicino al presidente Erdogan, ha scritto che il Nord dell’Iraq e la Siria debbono considerarsi il cortile di casa della Turchia, così come Putin considera lo spazio della defunta Urss la naturale sfera d’influenza della Russia.
In effetti, vi sono analogie tra i sogni imperiali del sultano di Ankara e i progetti dello zar di Mosca, se non altro per il linguaggio antioccidentale che li accomuna
A lungo Barack Obama e le cancellerie europee hanno sottovalutato i proclami e gli atti imperiali di Vladimir Putin, scorgendovi una rude espressione dell’orgoglio nazionale russo.
Neppure l’invasione e lo smembramento dell’Ucraina, uno Stato sovrano grande come la Francia, hanno aperto gli occhi ai governanti e all’opinione pubblica dell’Occidente. Soltanto adesso Obama e alcuni governi europei, non quello italiano, sembrano aver capito chi è davvero e cosa vuole il signore del Cremlino.
Ma ciò è avvenuto soltanto dopo infiniti segnali inquietanti, dalle provocatorie esibizioni degli aerei militari di Mosca alla montante isteria guerrafondaia in Russia, dalla rozza intromissione nella competizione elettorale americana ai crimini di guerra contro la popolazione civile di Aleppo
Dopo aver intonato spesso un cupo lamento sulla fine dell’Urss, negli ultimi anni Putin è andato annunciando con voce tonante la necessità per la Russia di riarmarsi e di tornare da protagonista sulla scena internazionale.
Aprendo il 5 ottobre i lavori del suo docile Parlamento, egli ha ribadito il diritto storico della Russia ad «essere forte».
Tale messaggio ricorda quanto avvenuto parecchie volte nella storia dell’impero eurasiatico, assurto con Pietro il Grande al rango di potenza europea e mondiale.
Alberto Ronchey coniò la calzante formula di «superpotenza sottosviluppata» per designare i tratti peculiari dell’Urss poststaliniana, pronta a rivaleggiare con gli Usa nella corsa al riarmo, ma incapace di garantire un livello di vita decoroso ai suoi abitanti. L’economia statalizzata destinava le migliori risorse e le più progredite tecnologie al settore militare, garantendo il benessere della casta privilegiata e trascurando i bisogni della popolazione comune
L’odierno capitalismo mafioso e parassitario, che ha sostituito la pianificazione burocratica, ha logorato il vecchio tessuto produttivo, generando stridenti diseguaglianze e diffuse sacche di povertà .
Gli alti prezzi del petrolio e del gas hanno rimpinguato, per alcuni anni, le casse dello Stato. Putin ne ha approfittato per potenziare la capacità bellica del Paese, senza curarsi di ammodernare l’economia e di tutelare i ceti meno abbienti.
Così, oggi la Russia dispone nuovamente di armi sofisticate e altre ne prepara, come il nuovo missile intercontinentale Satan 2; ma carenti restano la tecnologia civile e la medicina.
Ci sarebbero tutti i presupposti per una violenta esplosione della collera popolare, come tante volte è accaduto nella storia russa.
Invece – ecco il miracolo operato da Putin – la gente si stringe intorno al suo zar, sfogando contro l’Occidente frustrazione e rabbia.
Come mai? La risposta si trova nelle parole del giornalista tedesco Christian Neef: «Il patriottismo offre anche ai più umiliati russi della provincia, privi di diritti, un sentimento di superiorità sulle persone che vivono in Paesi di gran lunga più democratici e opulenti. Essi si rallegrano quando Putin fa di nuovo volare sull’Atlantico bombardieri a lungo raggio, e parla giorno dopo giorno di “armi miracolose”; e quando l’Occidente ha di nuovo paura della Russia» («Der Spiegel», 28 marzo 2015)
Perchè un Paese gigantesco, che dopo la fine dell’Urss non è stato invaso nè minacciato da nessuno, non sa utilizzare saggiamente le proprie immense risorse?
Se diamo uno sguardo alla storia, vediamo che il primo grande sforzo produttivo si ebbe all’inizio del Settecento per iniziativa di Pietro il Grande, impegnato nel grande duello con la Svezia per il dominio sul Baltico.
Oltre a introdurre costumi occidentali, lo zar creò in breve tempo un apparato industriale, decuplicando il numero delle fabbriche e manifatture.
Create dallo Stato, esse si reggevano sulle commesse statali, lavoravano per la guerra e adopravano manodopera servile.
Si trattava d’una industrializzazione drogata e diretta dall’alto, volta a finalità belliche e basata su una tremenda pressione fiscale, che esaurì il Paese suscitando malcontento e rivolte.
Inoltre, Pietro consolidò ed estese la servitù della gleba, che in Occidente s’era estinta o stava morendo. Su tali basi egli creò l’impero, assumendo nel 1721 il titolo di imperatore. La Russia divenne una grande potenza espansionistica, dotata d’un temibile esercito e partecipe dei grandi giochi diplomatico-militari. Ma la società russa, al di là della occidentalizzazione di facciata, restava arcaica e arretrata era l’economia
I successori di Pietro ampliarono ulteriormente i confini dell’impero, senza avviare un reale rinnovamento.
Soltanto negli ultimi decenni dell’Ottocento sorse una più solida base industriale e l’influsso europeo si fece maggiormente sentire. Il terremoto del 1917 portò poi alla disgregazione dell’artificioso e anacronistico impero russo.
Ma la «prigione dei popoli» fu in parte ricostruita dai bolscevichi, i quali ne rinnovarono le basi ideologiche, sostituendo alla religione ortodossa e al culto dello zar il messaggio falsamente universale del comunismo, in cui si celava il nocciolo duro dell’imperialismo zarista.
Aggredendo l’Urss nel 1941, Hitler paradossalmente salvò l’impopolare regime comunista, e contribuì enormemente alla mirabolante espansione dell’impero di Stalin.
La Seconda guerra mondiale ebbe un’altra importante conseguenza: la nascita dello spirito patriottico in un Paese i cui ceti popolari prima erano rimasti sordi alla sirena patriottarda e avevano sempre avversato i signori di turno, nobili o comunisti che fossero. Invece, dopo la «Grande guerra patriottica», il culto sciovinistico di Stalin cominciò ad attecchire tra i russi, fieri della marcia trionfale dell’Armata rossa in Europa. Fu allora che si forgiò un’identità nazionale, o meglio nazionalista
La coscienza sciovinistica dei russi andò affievolendosi, fin quasi a scomparire, in seguito alle attese deluse di un benessere economico che non giungeva mai.
Cominciò a diffondersi tra gli abitanti delle grandi città l’ammirazione del livello di vita occidentale, tanto superiore al loro.
La fine dell’Urss portò all’insorgere di frustrazioni e fobie, generate dal peggioramento delle condizioni di vita e dal sentimento d’umiliazione per la perdita, dai russi giudicata iniqua, di territori etnicamente e culturalmente non russi.
Il retaggio della propaganda comunista fece sì che molti cominciassero a rovesciare sugli stranieri la colpa dei loro mali e della loro incapacità , radicata in secolari vicende storiche, di dar vita a una società e a uno Stato moderni e civili.
Putin ha saputo cavalcare per le sue ambizioni imperiali gli umori antioccidentali dei suoi compatrioti. I russi, da sempre alla disperata ricerca d’una identità nazionale, l’hanno oggi trovata nel furore sciovinistico. Ad alimentare una siffatta identità contribuisce grandemente la Chiesa ortodossa di Mosca, alleata del potere politico
La Russia di Putin è ancora, al pari dell’Urss, una potenza sottosviluppata.
Ma vi sono importanti differenze. L’arsenale convenzionale non ha raggiunto il livello dell’epoca sovietica, e il poderoso complesso militare-industriale è solo un ricordo del passato. Ma Putin è popolare, come non lo è stato nessun capo sovietico dopo Stalin, e possiede un terrificante arsenale nucleare.
Mentre la direzione collegiale nell’Urss poststaliniana rappresentava, in fondo, una garanzia contro follie individuali, Putin è solo al comando; e paiono sinistre le sue reiterate minacce di premere il grilletto atomico.
L’angosciosa speranza è che gli Stati Uniti e la Nato sappiano assolvere l’arduo compito di fermare il capo del Cremlino senza mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano.
Antonio Monteverdi
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 30th, 2016 Riccardo Fucile
SE NON NE HA BISOGNO ESCA DALLA UE E RINUNCI AI MILIARDI CHE FOTTE AI GOVERNI OCCIDENTALI
E tre. Per la terza volta in pochi giorni, arrivano insulti all’Italia dal governo nazionalconservatore ed euroscettico del premier ungherese Viktor Orbà n.
Per inciso quel che è peggio, con dubbio gusto, la terza bordata è arrivata più o meno in contemporanea con il terremoto.
È toccato di nuovo al ministro degli Esteri magiaro, Pèter Szijjà rtò, lanciare gli attacchi. In quella che ormai appare una escalation pianificata per scelta ben consapevole, una escalation di attacchi alla Ue e al governo di Matteo Renzi. “L’Ungheria non ha bisogno dell’obolo o dell’elemosina degli italiani”, ha dichiarato il capo della diplomazia magiara.
E poi, tanto per rincarare la dose di cortesia, ha aggiunto: “Tra l’altro molti imprenditori italiani si sono arricchiti a casa nostra, col lavoro dei nostri connazionali, da quando l’Ungheria è entrata nell’Unione europea”.
Dimenticando un dettaglio: che quei lavoratori, senza gli investimenti di qualche imprenditore italiano, girerebbero ancora con le pezze al culo grazie a Orban e ai suoi gerarchetti collusi.
Pochi giorni fa, era stato sempre Szijjà rtò a sparare a zero sulle critiche mosse a Budapest sia dal governo italiano, sia da altri esecutivi dei ‘paesi pagatori’ dell’Unione. Cioè Stati come Germania, Olanda, Francia, Italia, Svezia che contribuiscono al bilancio e alle risorse dell’Unione pagando più di quanto non ricevano in cambio dalla Ue.
In quanto, in base ai trattati europei, i membri più antichi dell’Unione, quelli più prosperi, dalle economie più possenti, e che poi hanno avuto un dopoguerra democratico e di sviluppo economico – aiutato nel caso di Germania, Francia, Italia e altri – dal Piano Marshall, il colossale programma Usa di aiuto alla ricostruzione dell’Europa libera – è giusto che contribuiscano ad aiutare i ‘paesi riceventi’.
Cioè i paesi più poveri, come Grecia, Portogallo e i paesi entrati più tardi nella Ue dopo la fine dell’Impero del Male sovietico sotto cui avevano sofferto mezzo secolo o quasi di sfruttamento coloniale da parte di Mosca e di malgoverno assoluto dell’economia.
Poi era intervenuto, nella sua consueta intervista ‘addomesticata’ di fine settimana alla radio pubblica, il premier Orbà n in persona.
Con attacchi ancor più personali, pesanti e volgari contro il presidente del Consiglio. Come è noto l’Ungheria di Orbà n è il capofila del gruppo di Visègrad, che comprende Cechia, Polonia, Slovacchia e Ungheria.
Cioè i governi del centroest della Ue schierati duramente – e su questo ispirati e istigati soprattutto da Orbà n – sulla linea del rifiuto delle quote di ripartizione di migranti tra Paesi membri volute dalla Commissione europea per ripartire costi e problemi in modo solidale.
In altre parole: al governo Orbà n (e ai suoi alleati) la Ue va bene come fonte di fondi di coesione, aiuti, sovvenzioni, senza i quali la crescita economica e i conti sovrani di quei Paesi non starebbero certo nello stato di buona salute attuale.
Ma l’Europa come alleanza ispirata a solidarietà e valori comuni, la rifiuta.
Dopo la figuraccia del referendum da lui promosso contro le quote di ripartizione di migranti che ha visto una partecipazione al voto risibile, inferiore al 50 per cento. Quindi non valida, nonostante la martellante e incontrasta propaganda governativa.
La quale prima del referendum era giunta a insultare l’Europa occidentale definendo ‘no-go zones’, cioè aree pericolose dove è meglio non recarsi, città come Copenhagen e Nizza, Parigi e Londra, e molte altre metropoli-locomotiva di economia, politica e cultura europee.
Se a costoro fanno tanto schifo gli italiani se ne tornino nel loro Paese: in Italia abbiamo 8.034 ungheresi, 8.505 slovacchi, 97.986 polacchi e 5.805 cechi, per un totale di 120.330 soggetti da rispedire a casa con foglio di via.
Fino al giorno che non comprenderanno che al mondo si sta anche per dare non solo per ricevere.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
LA LEADER DEI PIRATI IN ISLANDA: “CON NOI AL GOVERNO TORNERA’ LA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI”
«Dobbiamo ricostruire una democrazia onesta e trasparente con una nuova Costituzione o il potere cadrà in mano ai Trump e alle Le Pen». Sorridente nel suo studio, la leader dei Pirati Birgitta Jà³nsdà³ttir narra la sua battaglia
Tra poche ore potrebbe dover governare, come si sente?
«Non me lo aspettavo. Ce la mettiamo tutta, siamo pragmatici, sappiamo che responsabilità decisive possono esserci affidate. Abbiamo consiglieri stranieri, tra cui la magistrata anticorruzione Eva Joly. Lei ha creato la nostra struttura, ci insegna a scovare i grandi evasori, i “criminali dai colletti bianchi”. Guidare la nazione deve indurre a molta umiltà . Farò del mio meglio per non deludere la fiducia, mantenere le promesse di un governo pulito, trasparente, giusto, anticorruzione. Di un cambiamento di sistema».
Cosa volete cambiare?
«Non solo le leggi, ma l’intera infrastruttura del sistema. Introdurre una nuova cultura: leggi e norme attuate, non solo votate. L’alternativa sono malcontento e sfiducia. Primo: dobbiamo restaurare la fiducia nelle istituzioni smantellando il loro ruolo di trampolini di potere. A partire da gente come l’attuale ministro delle Finanze, un evasore eccellente con soldi a Panama, che non si è dimesso. Poi dovremo creare un sistema d’informazione totale per il pubblico: forti media investigativi indipendenti con pieni poteri d’indagine. Senza i media i Panama Papers non sarebbero mai stati scoperti. Un potere che vuole evadere le tasse alle spalle d’un Paese con infrastrutture e servizi sociali a pezzi cerca sempre di nascondere e coi miliardi all’estero si rende complice di contrabbando, schiavitù, traffico d’armi e prostituzione, tutto. Alle spalle di ceto medio e ceti popolari, i cittadini normali, impoveriti dai loro anni al potere».
Sogna una svolta come quella dell’89 nell’Est?
«In un certo senso sì. È difficile: vogliamo salvare la democrazia rinnovandola, mentre è in crisi ovunque e ovunque i populisti la assediano. Seducendo gli sconfitti dalla globalizzazione, poveri e ceti medi, per cui i partiti democratici tradizionali non trovano più risposte convincenti. Noi progressisti e liberali nel mondo abbiamo bisogno urgente di una nuova visione comune da progettare insieme per i cittadini delusi altrimenti perderemo e i Trump e le Le Pen, gli estremisti, vinceranno e la democrazia diverrà apparenza e messinscena».
Quando i populisti seducono chiedendo più controlli e “no” a migranti o altre minoranze, come si può reagire?
«È difficile ma indispensabile spiegare che si tratta di un nuovo nazismo per non lasciare il mondo globale in mano a loro. Uno dopo l’altro colpiranno migranti, gente di colore, gay, ogni minoranza. Il mondo in mano a loro diverrebbe apartheid introdotta a rate e controllo totale di tutti. Ovunque in Europa il tempo stringe per i progressisti: bisogna convincere subito elettori, lavoratori, ceti medi che le ricette populiste sono errate e pericolose o perdere per sempre. Noi nuovi partiti siamo l’unica chance. Ridistribuendo ricchezza, senza suscitare troppe speranze. Chi sceglie i “populisti” è lasciato solo dai partiti tradizionali, teme di perdere tutto per colpa dei migranti, non di corrotti ed evasori. E la forbice ricchi-poveri si aggrava, esasperando paure e odii».
(da “la Repubblica”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO DATO VINCITORE NEL VOTO DI DOMANI: LOTTA ALLA CORRUZIONE E TRASPARENZA… OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA, IN CINQUE ANNI DAL 5% A OLTRE IL 20%
«L’altra notte ho sognato che stavo tuffandomi in politica e che sarei stata la prima donna eletta premier in Islanda: un vero incubo, voglio dire, se entri fra le poltrone del potere del cosa ti accadrà ». Birgitta Jà³nsdà³ttir, 49 anni, frangetta da battaglia, poetessa e un tempo portavoce di WikiLeaks, attivista laicissima che elenca fra i suoi personaggi favoriti «Papa Francesco, una rockstar», non dovrà aspettare molto per avere una risposta a questa riflessione, pubblicata qualche mese fa sulla sua pagina web.
Fra poche ore, domani sera, il suo Partito pirata si affermerà molto probabilmente nelle elezioni politiche in Islanda.
Lei, che i suoi fedeli chiamano «La capitana», non sarà magari subito premier, perchè «noi pirati non abbiamo leader».
Ma il suo partito, fra i seggi del potere, dovrebbe entrarci, eccome.
Primo o secondo, poco importa: importa che Birgitta lo fondò con altri compagni neppure 5 anni fa, che raggranellava nel 2013 appena il 5% dei voti, e che oggi li avrebbe quadruplicati: i sondaggi delle ultime ore lo danno infatti oltre il 20% dei suffragi totali, e a votarlo così sarebbero in maggioranza elettori sotto i 40 anni
Temi principali della sua campagna elettorale: lotta alla corruzione, «trasparenza», disgusto per il «sistema», dopo il crollo delle banche islandesi nel 2008 e lo scandalo dei Panama Papers che nello scorso aprile ha travolto il primo ministro Sigmundur Gunnlaugsson.
Per due volte, in pochi anni, l’Islanda ordinata di un tempo è finita in un pozzo, la piccola casa di vetro è andata in frantumi.
Lo choc è ancora qui: e il voto promesso ai Pirati appare come una richiesta di vaccino.
La «capitana» Birgitta l’ha colta al volo, sfuggendo a etichette di destra o di sinistra.
E ha indovinato la presa. Così domani si ritroverà addosso gli sguardi di mezza Europa.
Perchè quello che si reca alle urne è un piccolo Paese, poco più di 300 mila abitanti, per loro volontà fuori dall’Ue. Ma i partiti che si autodefiniscono «pirati» sono ormai 50-60 in tutta l’Unione.
Molti sventolano il vessillo dell’antieuropeismo, e hanno esultato per la Brexit. I corsari di Birgitta sembrano più pragmatici: intanto, però, prendono il timone di casa propria.
Secondo gli ultimi sondaggi, il 17% degli islandesi non ha più fiducia nel proprio Parlamento; e quello è il Parlamento più antico d’Europa, si riunì per la prima volta quasi 1.100 anni fa.
I Pirati propongono agli elettori una nuova Costituzione, «E-democrazia diretta del web», «libertà di informazione» e così via.
Il nuovo governo, dicono, offrirà asilo e cittadinanza onoraria a Edward Snowden, l’ex talpa della Cia divenuto l’idolo mondiale degli hacker.
E ogni proposta sostenuta sul web da un numero di firme pari almeno al 2% della popolazione verrà discussa in Parlamento.
Sempre dal programma del partito, testuale: «Il sistema di voto on-line è il metodo attraverso cui i Pirati risolvono i contrasti e raggiungono il consenso sulle proposte politiche».
Parentele con i grillini italiani? Niente risposte ufficiali, ma la primogenitura dell’idea spetterebbe in questo caso al Movimento 5 Stelle, fondato tre anni prima dei Pirati islandesi
Ieri sera è stato raggiunto un accordo per il dopo voto di Reykjavik: coalizione fra i Pirati e i tre partiti di minoranza finora rimasti all’opposizione.
E non sarà l’«incubo» sognato qualche mese fa dalla «capitana».
Luigi Offeddu
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 26th, 2016 Riccardo Fucile
LO SCOOP DEL GUARDIAN: ECCO COSA DICEVA LA MAY UN MESE PRIMA DEL VOTO
“Lasciare l’Unione Europea è un rischio per la Gran Bretagna. Fare parte di un blocco commerciale di 500 milioni di persone è un vantaggio per Londra. Il Regno Unito dovrebbe assumere la leadership dell’Europa, invece che restarne ai margini. E guardare al futuro invece che cercare di “ricreare il passato”.
Chi l’ha detto? Theresa May, la premier britannica che ora afferma “Brexit significa Brexit” e vuole portare il proprio paese fuori dalla Ue per realizzare pienamente il mandato del referendum del giugno scorso.
Eppure, un mese prima del referendum, quando era ancora ministra degli Interni, May affermava una posizione molto diversa in un discorso tenuto privatamente ai banchieri della sede londinese della Goldman Sachs.
Pubblicato in prima pagina dal Guardian, che ne ha ottenuta una registrazione da una fonte interna, l’intervento della leader conservatrice imbarazza Downing street. Dimostrando che la premier cambia posizioni con disinvoltura su questioni di storica importanza oppure non dice quello che pensa veramente.
“Penso che le argomentazioni economiche siano evidenti”, dichiarava May il 26 maggio scorso nell’incontro con la Goldman Sachs.
“Credo che fare parte di un blocco commerciale di 500 milioni di persone sia significativo per noi. Penso che un sacco di gente investa in Gran Bretagna perchè la Gran Bretagna è in Europa. Se non fossimo in Europa, penso che aziende e imprese si chiederebbero: dovremmo avere una base sul continente europeo anzichè una base britannica? Per cui sono convinta che ci siano decisamente benefici per noi in termini economici” (sottinteso: nel restare nella Ue).
Ufficialmente schierata come il premier David Cameron per “Remain” nel referendum, cioè per rimanere nell’Unione Europea, ma accusata di non prendere abbastanza posizione in pubblico sulla questione durante la campagna referendaria, l’allora ministra degli Interni assume una posizione molto più apertamente filo-Ue nel suo “briefing” ai banchieri della Goldman.
“Ci sono assolutamente cose che possiamo fare come membri dell’Unione Europea che rendono il nostro paese più sicuro”, dice a proposito di terrorismo, criminalità e sicurezza. Quindi loda Cameron per come ha negoziato con Bruxelles, sostenendo che il primo ministro ha ottenuto importanti concessioni dalla Ue. E in generale parla come un’autentica europeista.
“Quel che penso è che la Gran Bretagna deve avere un ruolo di leadership in Europa”, afferma nel discorso alla Goldmans Sachs. “Penso che in passato la Gran Bretagna ha guardato alla Ue come a qualcosa che ci viene imposto, prendendo una posizione di retroguardia, invece penso che dovremmo prendere l’iniziativa e guidare, e che possiamo realizzare cose. Dobbiamo assumere la leadership”.
E conclude: “Il mio messaggio sul referendum è che non dobbiamo votare per ricreare il passato, dobbiamo votare per ciò che è giusto per il futuro”.
Commenta il deputato laburista pro-Ue Phil Wilson: “Fa piacere che privatamente Theresa May pensi quello che tanti di noi dicono in pubblico, cioè che uscire dal mercato comune sarebbe un danno per il business e per l’economia nazionale”. Concorda un altro parlamentare laburista, Chuka Umunna: “Adesso che è primo ministro, Theresa May è nella posizione ideale per realizzare quello che pensa e per mettere la permanenza nel mercato comune al centro delle sue ambizioni”.
Ma un portavoce di Downing street, richiesto di un parere sulle rivelazioni del Guardian, si limita a dire: “La Gran Bretagna ha fatto una chiara scelta di votare per uscire dall’Unione Europea e il governo è determinato a trasformare in successo le nuove opportunità che questo rappresenta”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI RICHIAMO INVIATA ANCHE AD ALTRI PAESI…RICHIESTA DI INFORMAZIONI E SUGGERIMENTI
Arriverà a Roma tra oggi pomeriggio e domani mattina la lettera di richiamo sulla manovra firmata dalla
Commissione europea.
Una richiesta di informazioni sulle falle della legge di bilancio che implicitamente suggerirà le modifiche richieste al governo per chiudere la partita sui conti: le eccessive coperture una tantum che non garantiscono la tenuta del bilancio e lo sconto sul deficit per circostanze eccezionali che per Bruxelles il governo ha quantificato in modo troppo generoso.
La Commissione è pronta a riconoscere l’aumento delle spese sui migranti per il prossimo anno rispetto al 2016, mentre sul sisma accetta di scorporare dal deficit la ricostruzione delle zone colpite il 24 agosto ma non il piano per mettere in sicurezza tutte le zone a rischio catastrofe del Paese.
Questo impongono le norme Ue, modificabili solo con il consenso di tutti i governi. Con la conseguenza che la Commissione non approva il deficit 2017 al 2,3% previsto dalla finanziaria.
Chiede che venga limato di un decimale. Uno sforzo di appena 1,6 miliardi quello richiesto da Bruxelles che lo scorso anno ha concesso all’Italia 19 miliardi di flessibilità e quest’anno già forzando le regole sarebbe pronta a dare altri 15 miliardi di bonus sul risanamento.
Matteo Renzi ieri ha sminuito l’arrivo della missiva definendola “fisiologica, il problema non è lo 0,1%”.
Quindi ha chiesto sostegno nella sfida per ridiscutere nel 2017 il Fiscal Compact e ha ribadito che i paesi dell’Est che non accettano i rifugiati dovranno essere penalizzati nel prossimo bilancio europeo.
E comunque il premier quello 0,1% di deficit, così come la composizione della manovra non intende cambiarla.
A questo punto Bruxelles si attiene al calendario stilato la scorsa settimana: prima la lettera che terrà aperta la porta a una bocciatura della manovra che tuttavia, nonostante le regole lo permetterebbero, non sarà rigettata già il 31 ottobre. Il 9 novembre la presentazione delle previsioni economiche, a metà mese l’opinione (negativa ma non irreversibile) sulla finanziaria e solo dopo Natale l’eventuale bocciatura definitiva con apertura di procedura di infrazione sui conti.
Nelle prossime ore non sarà solo l’Italia a ricevere la missiva europea, ma anche Francia, Olanda, Belgio, Spagna e Portogallo.
Ma il caso italiano preoccupa particolarmente Bruxelles, dove ieri hanno letto l’intervista a Repubblica di Pier Carlo Padoan con una certo disappunto.
Ufficialmente la Commissione non ha commentato le sue parole, ma ai piani alti del Berlaymont l’intervista è stata ritenuta ingiustamente dura verso i vertici comunitari. D’altra parte in Commissione spiegano che il tentativo è proprio quello di evitare uno scontro con l’Italia e di non influire sulla campagna per il referendum, a maggior ragione con l’Europa spaccata tra Est e Ovest sui migranti e ancora sotto shock per Brexit. Tuttavia Juncker e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici devono avere un piccolo aiuto da Roma, visto che un ok all’attuale versione della manovra – di fatto troppo lontana dai parametri europei – verrebbe impallinato dagli altri governi all’Eurogruppo (ministri delle Finanze).
Con il risultato di inguaiare lo stesso l’Italia e di costare l’accusa di favoritismo ai vertici comunitari, che ne uscirebbero con la reputazione a pezzi.
Considerazioni che il governo per ora non ascolta, tanto che Renzi ha incaricato i suoi di recapitare a Bruxelles minacce di pesanti ritorsioni politiche in caso di bocciatura.
A Bruxelles sperano che dopo il referendum l’atteggiamento del premier cambi, ed è per questo che hanno allungato i tempi sperando che a dicembre il governo modifichi la manovra.
Altrimenti si andrà alla rottura e il timore è che a quel punto l’Italia lasci correre il deficit ben oltre il 2,3% , creando un problema a tutta la zona euro.
(da “La Repubblica“)
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