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EFFETTO BREXIT, LA STERLINA PRECIPITA E TESCO TOGLIE AGLI INGLESI IL TE’ E IL MARMITE

Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile

PRODOTTI SPARISCONO DAI SUPERMERCATI BRITANNICI: “PIU’ COSTI DI IMPORTAZIONE, PREZZI PIU’ ALTI”

Gli effetti della Brexit iniziano a farsi sentire.
Tesco, la principale catena di supermercati del Regno Unito, ha eliminato una serie di prodotti molto popolari dal suo store online, a causa di un aumento dei costi richiesti dal fornitore e dovuti al crollo della sterlina.
La multinazionale di articoli per la casa anglo-olandese Unilever ha deciso di alzare del 10% i prezzi di alcune merci, per compensare l’aumento delle spese d’importazione.
La trattativa non è andata però a buon fine e al rifiuto di Tesco di accordare le richieste è seguita una progressiva sparizione di prodotti dagli scaffali, in particolare quelli online.
Per i consumatori britannici niente più maionese Hellman, gelato Ben & Jerry e creme spalmabili Marmite, un articolo che ha registrato profitti per circa 2 miliardi nel primo semestre del 2016.
“Il prodotto non è al momento disponibile”, recita il messaggio apparso sul pc di chi ha tentato di ordinare la merce dal sito del supermercato.
“Stiamo avendo dei problemi di disponibilità  con qualche prodotto della Unilever. Speriamo di risolvere la questione al più presto”, taglia corto un portavoce di Tesco, contattato dall’Independent.
Tuttavia la situazione sembrerebbe ben lontana da una risoluzione e Tesco non è la sola catena di supermercati coinvolta nel Regno Unito, in questa guerra con i fornitori. Gli scaffali iniziano a dare una percezione concreta degli effetti del Leave e del conseguente crollo della sterlina, che non registrava livelli così bassi rispetto al dollaro dal 1985.
Uno scenario del genere era stato prospettato preventivamente da Unilever, che, alla vigilia del referendum, aveva allertato sul possibile aumento di prezzi per i consumatori, a causa dell’aumento dei costi d’importazione: “Se il Regno Unito scegliesse di uscire dall’Unione europea le condizioni non saranno così buone”

(da “Huffingtonpost”)

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BOTTE TRA EURODEPUTATI DELL’UKIP: WOOLFE RICOVERATO IN GRAVI CONDIZIONI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE BRITANNICO COLPITO ALLA TESTA DA UN COLLEGA DEL SUO STESSO PARTITO, POSSIBILE EMORRAGIA CEREBRALE

La crisi nel partito britannico Ukip si aggiunge di un capitolo drammatico. L’eurodeputato Steven Woolfe, che puntava a guidare la formazione euroscettica dopo le dimissioni di Nigel Farage, è ora ricoverato in ospedale a Strasburgo dopo una rissa con un collega di partito e, dalle primissime indiscrezioni, sarebbe «in pericolo di vita».
Secondo alcune fonti citate da Skynews la botta ricevuta in testa potrebbe avergli provocato un’emorragia cerebrale, ma il collega di partito Nathan Gill avrebbe invece riferito che Woolfe è cosciente e non in pericolo di vita.
Pare che Woolfe sia stato colpito alla testa da un compagno di partito — forse con un pugno o addirittura con un oggetto di metallo – durante una lite scattata nel corso di una riunione al parlamento di Strasburgo verso le 12.20.
Una trentina di minuti dopo, avrebbe avuto un malore nei corridoi del parlamento europeo di Strasburgo e si sarebbe accasciato al suolo.
Woolfe, 49 anni proprio oggi, aveva cercato di candidarsi alla guida dello Ukip dopo le dimissioni di Nigel Farage, suo storico rivale.
Ma il partito aveva cercato di fare quadrato contro di lui e la candidatura non era stata accettata per un cavillo burocratico, visto che era stata presentata con un quarto d’ora di ritardo dalla scadenza.
Dopo le inattese dimissioni di Diane James, aveva annunciato di volersi ripresentare e forse potrebbe essere proprio questo uno dei motivi della lite con i colleghi di partito.
Voci, non ancora confermate, dicono che a colpire Woolfe sarebbe stato il collega di partito Mike Hookem.
Secondo il Daily Mail, a far scattare la rissa sarebbe stata una battuta di Woolfe, che ha espresso apprezzamenti per la politica di Theresa May e ha annunciato – scherzando — di voler passare con i Tories.
A quel punto sarebbe scattato il battibecco con Hookem e Wolfe, togliendosi la giacca con un gesto di sfida, gli avrebbe detto: «Risolviamo la questione fuori».

Marco Bresolin
(da “La Stampa”)

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PROFUGHI IN MARCIA VERSO L’UNGHERIA: “RIAPRITE I CONFINI DELL’EUROPA”

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

CENTINAIA IN CAMMINO DA BELGRADO VERSO LA FRONTIERA NONOSTANTE LA PIOGGIA E IL FREDDO: “DEVONO FARCI PASSARE”

Sei mesi fa erano rimasti intrappolati al confine tra Serbia e Ungheria. Era il 5 marzo e la rotta balcanica si era ufficialmente chiusa, bloccando nella terra di nessuno almeno 6 mila migranti.
Dopo Slovenia e Serbia, anche Macedonia e Croazia avevano blindato le frontiere in una reazione a catena di fronte alla quale l’Ungheria aveva dichiarato lo «stato d’emergenza» per il pericolo di «migrazioni di massa» e deciso di rafforzare il muro «anti invasione».
Ma ieri la lunga attesa nei campi si è improvvisamente interrotta: in centinaia si sono messi in cammino da Belgardo per raggiungere a piedi la frontiera con l’Ungheria, 200 km circa più a Nord, con l’obiettivo di protestare contro le autorità  di Budapest per la decisione di impedire loro il passaggio in territorio ungherese e poter proseguire il viaggio verso l’Europa occidentale.
Da quando il governo di Orban ha deciso di chiudere la rotta balcanica sigillando la frontiera con 175 chilometri di barriera presidiata da 10 mila agenti, c’è un solo modo per entrare legalmente nel Paese e proseguire il viaggio verso l’Europa: passare dalle due zone di transito autorizzate, una è a Horgos, dove stanno gli afghani, l’altra è Kelebia, dove aspettano i siriani. Trenta persone al giorno.
Nei primi 6 mesi del 2016 l’Ungheria ha concesso 87 visti ai rifugiati (a fronte di 22.491 richieste d’asilo) e fatto passare meno di 500 persone.
A Belgrado, prima di intraprendere il viaggio a piedi, i migranti, per lo più afghani, avevano inscenato una manifestazione di protesta contro gli ungheresi alla stazione degli autobus della capitale serba, bloccando a tratti il traffico: «Please Open Hungary Borders», per favore aprite il confine ungherese, si leggeva su cartelli e striscioni mostranti dai manifestanti, fra i quali si sono registrati scontri con gruppi di migranti contrari alla marcia verso il confine magiaro.
La polizia, che ha tenuto a bada la protesta, ha successivamente diffuso un comunicato mettendo in guardia dal ripetersi di incidenti e invitando i migranti a «rispettare le leggi serbe» al pari di tutti gli altri cittadini.
La marcia è proseguita nonostante la pioggia e il freddo, scortata dalla polizia e da cittadini che lungo la strada offrono acqua e cibo.
Un anno fa migliaia di migranti sostarono e protestarono a lungo davanti alla barriera di metallo e filo spinato eretta da Orban.

Monica Perosino
(da “La Stampa”)

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GLI EREDI DI FARAGE SONO NEL CAOS: L’UKIP PERDE IL SEGRETARIO DOPO SOLO 18 GIORNI

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

DIANE JAMES LASCIA LA GUIDA DEL PARTITO EUROSCETTICO

È durata appena 18 giorni la leadership di Diane James nello Ukip.
La prima donna a guidare il partito indipendentista britannico – lasciato senza capo dopo le dimissioni di Nigel Farage – ha fatto un passo indietro.
«Non sento di avere l’autorità », ha fatto sapere la James con uno scarno comunicato in cui ammette di non sentire la fiducia dei deputati.
Alcune fonti avevano anticipato la mossa della James in tarda serata spiegando che dietro la scelta ci sono motivi famigliari.
Eppure la James aveva stravinto le primarie, l’avvento di una donna alla guida del più discusso, rumoroso ma in ascesa partito britannico aveva portato una ventata di novità .
Dimissioni irrevocabili, accettate nella notte dal presidente del Partito. Ora si riapre la partita.
Steven Wolfe, deputato europeo e voce principale sul tema immigrazione, sembra in pole position. In settembre era stato costretto a rinunciare al «contest» per problemi burocratici, ora potrebbe tornare in lizza.
Ma qualcuno già  guarda a Nigel Farage, l’uomo che ha trasformato lo Ukip in un Partito che viaggia ormai stabilmente in doppia cifra (anche se il sistema elettorale britannico, maggioritario secco con collegi uninominali non premia lo Ukip in quanto a seggi, appena 4 quelli a Westminster).
Farage non è nuovo ai ritorni. Se dovesse tornare sulla scena sarebbe la quarta volta che si riprende il partito, la terza dopo le sue stesse dimissioni.
Nel 2015, dopo le elezioni generali, lasciò sostenendo che c’era bisogno di una svolta e di aria fresca nel partito; dopo la Brexit invece se ne andò dicendo che aveva realizzato il suo sogno e che la sua missione politica ultraventennale era portare lontano dalla Ue il Regno Unito.
L’aveva compiuta e quindi poteva mettersi in disparte. Ma c’è già  chi lo invoca come salvatore della patria a poche ore dalle dimissioni della James.
Il partito è litigioso, la partita della Brexit si gioca tutta a Bruxelles e a Downing Street e gli indipendentisti britannici non hanno leve particolari da azionare.
Farage da solo con le sue sparate e le sue proposte sopra le righe dava visibilità  a un partito il cui nome degli altri esponenti è sconosciuto ai più.
Ora lo Ukip deve cercare un ruolo che vada ben oltre quello di guardiano della procedura della Brexit, troppo burocratico e tecnico.
Più che un leader servono idee che non siano già  state triturate nella battaglia referendaria.

Alberto Simoni
(da “La Stampa”)

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“NIENTE MURI, RESTIAMO UMANI”: MIGLIAIA DI UNGHERESI IN PIAZZA CONTRO LA FOGNA DI ORBAN

Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile

L’ALTRA FACCIA DELL’UNGHERIA NON PARTECIPERA’ AL VOTO SUL REFERENDUM FARSA… PRENDONO MILIARDI DALL’EUROPA E POI RIFIUTANO 1.200 PROFUGHI

La piazza di fronte al parlamento è piena.
In Kossuth tèr a Budapest ci sono migliaia di persone. Sono arrivati in silenzio, alla spicciolata. Srotolando timidamente bandiere ungheresi ed europee hanno tirato fuori dalle borse — ma solo una volta superato il presidio della polizia – modesti striscioni fatti di cartone e fazzoletti.
Le frasi sono scritte con pezzi di scotch rosso: «Siamo tutti persone», «Restiamo umani».
«Restiamo umani», è anche lo slogan che sovrasta il piccolo palco montato in mezzo alla piazza, proprio sotto l’ufficio del primo ministro.
È il messaggio della manifestazione organizzata dalle dieci principali ong ungheresi a poche ore dal referendum sulla redistribuzione dei profughi in Ungheria voluta dall’Europa, che assegnerebbe al Paese la miseria di 1.200 rifugiati in tutto
È la prima volta che, in mesi di martellante campagna governativa per il «no», l’«altra» Ungheria scende in piazza.
Il loro è un «no» che cerca di opporsi ai muri, alle centinaia di comizi governativi, ai 4 milioni di opuscoli e agli investimenti milionari per «l’immagine del Paese» che da quando il referendum è stato indetto hanno cercato di persuadere gli ungheresi che l’immigrazione mette in pericolo la cultura cristiana, porta terrorismo e malattie, rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza e al benessere.
Quello di ieri è stato il primo, ma non è l’ultimo, tentativo di evitare che domani si celebri la vittoria di Fidesz, il partito di governo nazional-populista.
La Coalizione democratica (all’opposizione) organizzerà  una grande catena umana perchè «vogliamo rimanere in Europa» e domenica un gruppo di intellettuali, docenti universitari e artisti ha in programma una manifestazione contro la violenza e la paura
In prima fila sotto il palco, schiacciata contro le transenne, c’è Rotzsa, 87 anni, che ondeggia con grazia al ritmo di Exodus, Bob Marley. Ride, tira fuori tutto il fiato che ha per urlare «Magyarorszà¡g nem Orbà n!», l’Ungheria non è Orban.
Accanto a lei Edit Vlahovis, 56 anni, attrice, e Agnes Komanomi, 47 anni, manager per le risorse umane.
«Siamo qui oggi per dire agli ungheresi e all’Europa che non ci arrendiamo, che non tutti in questo Paese sono rimasti accecati dalla campagna di un governo che vuole distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi di cui soffriamo: un’economia stagnante, sanità  ed educazione allo sfascio».
Edit ha incontrato alcuni profughi alla stazione, qualche mese fa: «Gli ungheresi viaggiano poco, e conoscono meno ancora. Così la dittatura soft di Orban ha buon gioco. Nessuno, soprattutto nelle zone più rurali, lo ha mai visto un arabo. Basterebbe parlare con qualcuno di loro per capire che, alla fine, siamo tutti esseri umani».
I sondaggi prevedono che l’80% dirà  «no» alle quote decise dall’Unione europea per i ricollocamenti, ma al tempo stesso mettono in forte dubbio che il quorum dei voti validi superi il 50%, rendendo illegittima la consultazione, come avvenne per passati referendum sull’Ue e la Nato.
In più c’è l’appello di alcuni partiti di opposizione al voto nullo, barrando ad esempio entrambe le caselle e alzando così il quorum dei voti validi.
Degli intervistati solo il 42% ha dichiarato che si recherà  alle urne e di questi l’83% ha detto di essere dalla parte di Viktor Orban e di voler votare contro le quote.
Solo il 13% intende votare «sì» alla domanda sulla scheda, con posizioni più filo-Ue, e il 3% pensa di annullare la scheda.
Sul fronte del no la maggior parte degli elettori di Fidesz (86%), partito di Orban, e dell’estrema destra di Jobbik (88%).
«La nostra unica speranza — dice Noemi Fers, 23 anni, studentessa di architettura – è che non si raggiunga il quorum e che si abbandonino le posizioni emozionali che hanno guidato i miei concittadini nell’ultimo anno a favore di un dialogo più razionale e costruttivo».

(da “La Stampa“)

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IL SURPLUS COMMERCIALE TEDESCO E L’EQUILIBRIO DELL’EURO

Settembre 26th, 2016 Riccardo Fucile

SUPERA I 300 MILIARDI DI EURO L’ANNO: PER ALCUNI E’ UNA VIRTU’, PER ALTRI UNA PROVA DI COLPEVOLEZZA

La tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale.
Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza
Ha più senso vedere di che si tratta in concreto.
Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo.
Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno.
Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità , dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi
Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perchè anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero.
Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia.
Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio
La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anzichè al resto d’Europa.
È qui che la discussione diventa politica.
Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perchè la prima economia dell’area approfitta della disponibilità  a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo.
La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perchè vi vedono un simbolo della loro efficienza.
Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perchè quello che oggi sembra a tutti un clichè nazionale è invece un vero e proprio inedito.
Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi
Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società  europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato.
È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità  dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti.
L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole.
Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi
Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni.
Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica.
Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico – il tasso di cambio – perchè i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze.
È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica.
Nel tessuto delle comunità  nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia
Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia.
Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà  proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi
C’è da capire questi politici, perchè le loro responsabilità  sono europee ma il loro mercato del consenso resta nazionale. Vincono o perdono in casa propria.
Ora Merkel sta cercando di stimare a che tipo di vittoria andrebbe incontro, prima di decidere se ripresentarsi alle elezioni tra un anno: dopo tre mandati, non vuole diventare un’anatra zoppa.
Ma passata la stagione delle urne in Italia, Francia e Germania, fra un anno potrebbe aprirsi lo spazio per una fase di governo collettivo più illuminato per l’area euro. Potrebbe essere l’ultima.

Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera“)

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LA SVEZIA: “PUNIRE CHI RIFIUTA LE QUOTE DI PROFUGHI”. FINALMENTE QUALCUNO HA CAPITO COSA OCCORRE FARE

Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

UN TERZO DELLA CRESCITA PIL DEI PAESI EX COMUNISTI DERIVA DA FONDI UE: E’ ORA DI TAGLIARLI A ZERO

«LA Ue deve punire i Paesi membri che le negano solidarietà  e rifiutano le quote di ripartizione di migranti».
Ecco la richiesta della Svezia all’esecutivo europeo.
L’ha pronunciata finalmente la ministra degli Affari europei del governo a guida socialdemocratica di Stoccolma, Ann Linde.
Il destinatario dell’accusa è chiaro: soprattutto i 4 Paesi del Gruppo di Visègrad (Cèchia, Polonia, Slovacchia e Ungheria) i quali al summit di Bratislava hanno ribadito il loro no a quote di ripartizione decise da Bruxelles.
«La Ue è abbastanza grande da gestire l’emergenza migranti, ma diventa impossibile se solo pochi paesi si assumono il fardello dell’accoglienza», ha detto la ministra Linde.
La Svezia è, in proporzione ai cittadini (10 milioni) il paese col maggior numero di migranti, oltre 160mila, come se in Germania fossero oltre 2 milioni e mezzo.
«Così non va, bisogna reagire», ha aggiunto
Non ha proposto contromisure specifiche, ma da tempo fonti tedesche, italiane e di altri Paesi dell’Unione europea ricordano che senza i generosi finanziamenti dei fondi di coesione Ue (da cui il governo di Varsavia ad esempio ricava un terzo della crescita annua del Pil) la situazione economica e sociale nell’est dell’Unione sarebbe ben diversa.
E’ ora che si ponga il veto a questi finanziamenti: chi non vuole aiutare le persone che fuggono dalle guerre non ha titoli morali per pretendere sostegni alla loro economia.
Si arrangino da soli e ritornino nel fango da cui provengono.

(da agenzie)

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LA CDU DELLA MERKEL VINCE IN BASSA SASSONIA, LA DESTRA XENOFOBA FA FLOP, SOLO IL 7,8%

Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile

LA CDU AL 34,4%, SPD AL 31,2%, VERDI AL10,9%   FANNO IL “CIAONE” AD AFD

La Cdu, il partito cristiano-democratico della cancelliera Angela Merkel, si è confermata prima forza nelle elezioni Comunali svoltesi ieri in Bassa Sassonia dove i populisti dell’Afd sono rimasti ben sotto la quota del 10%.
La formazione “Alternativa per la Germania” (Afd), formazione che a livello regionale aveva superato per la prma volta la Cdu una settimana fa in Meclemburgo facendo leva sul tema dei migranti,   si è fermata al 7,8%: quindi sotto l’11,9% ottenuto alle più recenti elezioni comunali cui aveva partecipato (in Assia a marzo)
La Cdu, primo partito in Bassa Sassonia dall’inizio degli anni Ottanta,   ha ottenuto il 34,4%, in calo rispetto al 37,0% di cinque anni fa.
Sono arretrati anche il partito socialdemocratico (Spd) che ha ottenuto il 31,2% (rispetto al 34,9% della precedente tornata del 2011), i Verdi (10,9% rispetto al 14,3%).
Sono cresciuti i Liberali della Fdp (4,8% rispetto 3,4%) e il partito di sinista della Linke (3,3% dopo 2,4%). Nel capoluogo Hannover Spd e Verdi hanno perso la maggioranza che avevano dal 1989.
In crescita anche l’affluenza al 55,5% dei 6,5 milioni di elettori chiamati alle urne.

(da agenzie)

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VENTOTENE. GRANDE GESTO PICCOLI RISULTATI

Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile

ICONOGRAFIA POTENTE MA GLI ACCORDI GUARDANO PIU’ AGLI INTERESSI NAZIONALI DI ITALIA, GERMANIA E FRANCIA CHE ALL’EUROPA

Otto minuti e 59 secondi che entreranno nella storia.
È la durata della visita lampo sul suolo del cimitero di Ventotene del trio che prova a governare l’Europa.
Sviando i cronisti di mezzo mondo e in un ampio tratto di mare sotto controllo, Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande hanno reso omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, uno dei firmatari del Manifesto di Ventotene e che su quest’isola fu confinato, compiendo un gesto che vale molto più delle parole offerte ai giornalisti in conferenza stampa.
Mai come oggi l’Europa ha bisogno di gesti concreti, di immagini, di esempi da seguire, e i tre leader prima di fronte alla lapide di uno dei padri dell’Europa di oggi e poi affacciati dal poggio che ospita il piccolo sacrario, hanno mostrato, almeno nell’iconografia, di crederci ancora nell’Unione.
Poi ovviamente ci sono state le parole e le dichiarazioni.
Tre i possibili risultati, che dovranno essere confermati comunque dal vertice di Bratislava. Innanzitutto per l’Italia, nonostante la cautela della cancelliera Merkel (”la flessibilità  è già  prevista nel Patto di stabilità ” ha ripetuto oggi sulla Garibaldi come suo solito mantra), sarà  presumibilmente possibile usare una decina di miliardi di euro nel 2017 per ridurre le tasse, in quanto ”ha fatto le riforme”; la Francia, il cui presidente della Repubblica Hollande ha rilanciato l’idea renziana di una Ventotene sede europea dell’Erasmus nelle vecchie celle del carcere di Santo Stefano, avrà  più controlli alle frontiere e meno Schengen; la Germania appoggerà  la politica europea di sostegno allo sviluppo in Africa con il Migration Compact, ma senza abbandonare i saldi rapporto di sostegno alla Turchia di Erdogan.
Sparita totalmente dai radar del vertice di Ventotene la Brexit e per un motivo molto semplice: il Direttorio europeo è molto diviso sul punto.
Renzi e Hollande, numeri alla mano e preoccupati per il buon andamento dei consumi e della borsa britannica a dispetto della scelta inglese di abbandonare l’Unione, vogliono trattative rapide che sanciscano subito il divorzio di Londra dai 28 paesi dell’Ue.
La Germania di Angela Merkel vuole – e forse alla fine la spunterà  – un lungo addio, preoccupata che le esportazioni verso la Gran Bretagna possano flettere e intaccare quel l’enorme surplus che rende Berlino il motore degli scambi commerciali col resto del mondo .
È ancora così in Europa: serve la politica per rispondere a crisi, migranti e terrorismo, ma comanda l’economia.
In serata un segnale di speranza concreto arriva infine da un’associazione di europeisti di Ventotene: vogliono trasformare la scuola elementare intitolata a Spinelli ed ora semi-abbandonata, in un asilo per piccoli rifugiati.
Ci riuscissero sarebbe una bella notizia e già  che ci sono e che l’isola si spopola per 10 mesi all’anno, potrebbero anche dare uno schiaffo morale a Capalbio e ospitare nelle case degli ex confinati ed evasi i 50 profughi siriani che in molti non vorrebbero nelle belle case pregiate di villeggiatura del borgo toscano.
Sarebbe un bell’inizio per la nuova Europa, che forse verrà .

(da “Huffingtonpost“)

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