Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
CANDIDATURA IDEALE PER NON SPAVENTARE I MERCATI E FAR PACE CON LA UE
Il partito conservatore in frantumi, la leadership laburista indebolita dal suo interno, l’Europa schierata sulla linea dura, e una pesante ombra sull’economia britannica. Eccola, a distanza di appena sette giorni, la panoramica del Regno Unito post Brexit. Un quadro fosco da cui il partito di David Cameron prova a uscire giocando una carta a sorpresa: quella di Theresa May, ministro dell’interno, già soprannominata da alcuni media la “Angela Merkel inglese”.
A muovere l’ultimo tassello del domino dei colpi di scena è stato questa mattina l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, annunciando di rinunciare a correre come successore di David Cameron.
Se già le dimissioni del premier britannico all’indomani del voto britannico avevano sorpreso gli osservatori, il passo indietro di Johnson ha cambiato nuovamente le carte in tavola all’interno dello scacchiere dei Tories.
Una scelta sorprendente ma quasi obbligata, quella di Johnson, dopo essere stato scaricato — se non proprio pugnalato alle spalle – da uno dei suoi ex alleati principali nella battaglia per il “Leave”,il ministro della Giustizia Micheal Gove: “Con riluttanza, sono arrivato alla conclusione che Boris non abbia la capacità di fornire una leadership o costruire la squadra per il compito che abbiamo di fronte. Ho deciso quindi di avanzare la mia candidatura per la leadership”, ha detto Gove lanciando la sua candidatura.
Fuori Cameron, fuori George Osborne — troppo coinvolto nella campagna per il Remain, fuori Boris Johnson, è con la May che ora il popolo conservatore spera di ricomporre il partito dopo la lotta fratrcida del referendum.
E il ministro sembra il candidato perfetto.
Strenua antieuropeista da una parte — e quindi credibile interprete del voto pro-Leave – ma così vicina a David Cameron da sposare in campagna la causa del Remain, pur di rimanere fedele all’ex premier.
Non a caso la stampa conservatrice ha già speso più di una buona parola nei suoi confronti. E se il Sunday Times l’ha incoronata come “l’unica figura in grado di unire la fazioni in lotta nel partito” il Daily Telegraph ha però scritto che “neppure gli alleati più fedeli di May dicono che è in grado di accendere i fuochi della passione”.
Lanciando ufficialmente la sua candidatura stamani May ha detto: “Il nostro paese ha bisogno di una leadership collaudata per guidarlo in un periodo di incertezza politica ed economica”.
E ancora “Abbiamo bisogno di una leadership che possa unire il nostro partito e il nostro paese”. Avvertendo poi che sulla Brexit non c’è spazio per una marcia indietro: “Brexit vuol dire Brexit. La campagna è stata combattuta, il voto si è tenuto, l’affluenza è stata elevata e l’opinione pubblica ha fornito il suo verdetto” ha detto.
In sinstesi. Serve un partito unito, una leadership credibile tanto per il popolo che ha scelto di lasciare la Ue, quanto per la stessa Ue con cui bisognerà negoziare l’uscita, e la May sembra la candidata ideale.
Figlia di un pastore anglicano e sposata con un banchiere, Theresa May ha cominciato la propria carriera politica nel 1986.
Dopo aver tentato per due volte — senza successo — di entrare in Parlamento è stata finalmente eletta a Westminster nel 197.
Dal 2002 al 2003 è stata è stata la prima donna segretario generale del partito. Nominata ministro degli interni nel 2010, quando David Cameron è diventato per la prima volta premier, ha mantenuto il suo incarico nel 2015.
E se il fronte dei Tories è alle prese con la lotta per la nuova leadership, quello laburista vede sempre più in bilico il posto di Jeremy Corbyn.
Dopo le dimissioni in massa dei 20 membri del governo ombra dopo la sconfitta referendarie e la mozione di sfiducia approvata ieri e il rifiuto del segretario di fare un passo indietro oggi il numero uno dei labour è finito nell’occhio del ciclone per una frase pronunciata durante la presentazione del rapporto sull’antisemitismo all’interno del partito: “I nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele o del governo Netanyahu più di quanto non lo siano i nostri amici musulmani riguardo ai vari stati islamici o organizzazioni islamiche”.
Una frase che da molti è stata giudicata un improprio paragone tra Israele e lo Stato Islamico.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
DECINE DI INGLESI ORIGINARI DELL’ITALIA HANNO FATTA DOMANDA: “QUESTA SOCIETA’ HA PERSO I SUOI VALORI, CHE BELLE LE VOSTRE FAMIGLIE”
«Sono prima di tutto un italiano, il sangue che scorre nelle mie vene è italiano. Poi sono europeo».
Pasqualino Risi è nato in Gran Bretagna ma è figlio di immigranti italiani arrivati da San Vittore del Lazio dopo la guerra.
È uno dei circa settanta britannici che, delusi dalla Brexit, si sono rivolti ai consolati italiani per richiedere il passaporto del nostro Paese.
Alcuni di loro hanno radici italiane forti, altri meno; alcuni hanno viaggiato in Italia e parlano un po’ la lingua; altri no.
Per tutti un passaporto italiano è una porta verso quell’Europa da cui si sentono esclusi contro la loro volontà .
PASQUALINO «PACKA» RISI
Cinquantacinque anni, dirigente di una struttura sanitaria pubblica, Pasqualino vive a North Luffenham, piccolo villaggio nelle Midlands dove lo zio è stato prigioniero di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo il conflitto, i genitori, Pietro e Margherita, si sono stabiliti lì con tre figli; altri tre, tra cui Pasqualino, sono nati in Gran Bretagna.
«Per me l’Italia viene sempre prima di tutto: Olimpiadi, rugby, calcio, sono un patriota», dice Pasqualino.
«Ma il problema è che il patriottismo dei britannici ha preso il sopravvento sui benefici dell’Europa. Loro sono un’isola, non si considerano parte dell’Europa».
E, aggiunge, il valore della solidarietà si è perso: «Questa è la cosa triste, è diventata una società dove si guarda solo a se stessi».
L’ospedale in cui lavora, racconta, chiuderebbe se non ci fossero gli immigrati dall’Est europeo. Pasqualino, sposato con una francese, si sentirà sempre europeo. «Non siamo tutti come Nigel Farage – dice -. S’immagina cosa sarebbe l’Europa se le persone restassero nei loro confini nazionali?».
DAVID SANTORO
David Santoro è di Birmingham ma va ogni anno a Mira, un villaggio vicino a Venezia: e da lì che suo papà Maurizio si è trasferito negli anni Sessanta per stare insieme alla donna, Susan, che amava e con cui ha costruito una famiglia.
David, 29 anni, funzionario all’Università di Birmingham, vuole mantenere un legame con l’Europa.
Si sente britannico ma anche europeo. «Ho sempre e solo conosciuto una Gran Bretagna all’interno dell’Unione europea, lavoro in un ambiente in cui vedo i benefici di una società multiculturale. La Brexit è stata uno choc. Mi ha spinto a fare questo passo che avrei dovuto fare prima».
Dell’Italia ama soprattutto la passione per la famiglia: «I miei parenti in Italia vivono tutti vicini, quest’idea di comunità è una cosa bellissima», dice.
Teme il clima d’incertezza generato dalla Brexit, non solo nel mondo dell’accademia. Sua moglie, che è inglese ma ha origini irlandesi, potrebbe cercare un secondo passaporto.
KEVIN MUNDY
Kevin Mundy vive a Bristol, ma è stato educato come un italiano in un piccolo villaggio del Somerset, Wells, da sua mamma Olga, per trent’anni assistente di reparto in un ospedale locale.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Wells, diecimila anime, ospitava un campo di prigionia; dopo il conflitto, alcuni italiani sono rimasti, lavorando nei campi e integrandosi con la comunità locale, altri sono arrivati più tardi, magari per raggiungere la famiglia. Come il caso di Olga, arrivata da Trivento, vicino Campobasso.
«Abbiamo sempre festeggiato Natale e Pasqua con i miei parenti italiani. Devo aver avuto almeno quattordici anni quando ho celebrato il mio primo Natale inglese», racconta Kevin, assistente sociale di 34 anni.
Sulla collina c’era perfino una statua di Romolo e Remo. Kevin ha votato convintamente contro la Brexit, non solo per i rischi all’economia ma per la sua identità di europeo: «È stata una decisione del cuore», dice.
Alessandra Rizzo
(da “La Stampa”)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
IL PALADINO DELLA BREXIT NON MOLLA LA POLTRONA, IL SUO GRUPPO PRENDE DALLA UE 16 MILIONI DI EURO L’ANNO
“Avete dato battaglia per l’uscita e il popolo britannico ha votato per uscire. Dunque perchè siete
ancora qui?”.
La domanda che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha rivolto martedì scorso a un deputato dell’Ukip durante la sessione straordinaria del Parlamento sul Brexit, resterà negli annali della storia europea e, con ogni probabilità , senza conseguenze politiche.
Del resto, il leader dell’Ukip, Nigel Farage, che 17 anni fa si insedio sui seggi di Strasburgo lanciando tra le risate dei colleghi la sfida dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ha già chiarito che nè lui, nè gli altri deputati del suo partito lasceranno i propri posti.
Il motivo politico? Vigilare sulle lunghe trattative tra Bruxelles e Londra per concretizzare il Brexit (che potrebbero durare due anni).
Ma c’è chi, malignamente, sottolinea un’altra ragione, meno nobile magari, ma di sicuro molto convincente: i 16 milioni di euro che ogni anno l’Ukip, il partito antieuropeista per eccellenza, riceve dai contribuenti dell’Unione europea.
Per avere un’idea del paradosso, da quando i cittadini britannici hanno sancito che il Regno Unito non è più un paese membro dell’Ue, il gruppo di Farage ha visto arrivare alle proprie casse ben 300mila euro, circa 43mila al giorno.
Fondi assegnati per pagare stipendi, viaggi, campagne politiche e persino una fondazione e un partito “di stampo europeo” creati di recente dagli indipendentisti dell’Ukip.
Per giungere a questa cifra, basta sfogliare bilanci e grant del Parlamento europeo. Considerato il costo generale per stipendi, rimborsi viaggi e altri benefit degli eurodeputati (circa 190 milioni nel 2015), i 22 parlamentari guidati da Farage incassano 5,5 milioni annui.
E siccome ogni eurodeputato può spendere fino a 19.500 euro al mese per lo staff, ecco che l’Ukip può contare anche su un fondo ulteriore di circa 5,1 milioni annui per assistenti, portavoce e segretari.
Ma la “generosità ” dei contribuenti Ue non si esaurisce qui.
L’Ukip, infatti, è il principale partito del gruppo Efdd (composto in totale da 46 parlamentari tra cui i 17 del Movimento 5 Stelle), che, stando agli ultimi dati disponibili, riceve circa 3,2 milioni all’anno per le sue attività .
È vero che si tratta di denari da dividere con gli altri membri, ma è anche vero che, senza l’Ukip, il gruppo non avrebbe i numeri per costituirsi, perdendo di fatto l’intero finanziamento.
A chiudere le voci del bilancio “europeo” del partito più britannico del Regno ci sono poi due finanziamenti quantomeno particolari, non tanto per logica del fondo, quanto piuttosto per gli enti che li ricevono: già , perchè in questi anni l’Ukip, tra un’invettiva e l’altra contro l’Unione europea e i suoi sprechi, ha costituito un partito politico di “stampo europeo” con tanto di fondazione collegata.
Partito e fondazione ci chiamano Alliance for Direct Democracy in Europe, hanno due sedi distinte (non nella City ma entrambe a due passi dal Parlamento Ue a Bruxelles) e nel 2015 hanno ricevuto nel complesso uno stanziamento di 2 milioni di euro.
Per quale ragione un partito indipendentista abbia costituito degli enti che ricevono fondi destinati alla promozione della causa dell’Unione europea resta un mistero. Almeno da un punto di vista politico.
D’altro canto, lo stesso mistero aleggia intorno all’Enf, il gruppo di cui fanno parte il Front National di Marine Le Pen, la Lega Nord di Matteo Salvini e l’olandese Party for Freedom di Geert Wilders (che subito dopo il Brexit ha proposto un referendum simile per il suo paese).
Nonostante l’euroscetticismo (e in alcuni casi l’antieuropeismo), all’Enf fanno riferimento ben 2 partiti europei (l’European Alliance for Freedom di olandesi e maltesi) e il Mouvement pour une Europe des Nations et des Libertès (di Le Pen e Salvini), con tanto di rispettiva fondazione.
Nel 2015, queste associazioni hanno ricevuto nel complesso stanziamenti dal Parlamento europeo per 3 milioni.
Ma restando in terra britannica, o meglio nel campo di chi alza il vessillo del Brexit nel cuore dell’Europa, come non guardare nelle tasche dell’Ecr, il gruppo dei conservatori, che a Bruxelles e Strasburgo è stato guidato negli ultimi anni da Syed Kamall, sodale di Johnson nella lotta tutta interna al partito contro Cameron e i colleghi pro-Europa.
Anche loro, tra un attacco e l’altro all’Unione europea, hanno costituito partito e fondazione Ue, ricevendo solo nel 2015 ben 3,2 milioni.
Altri 5 milioni li incassano come gruppo, senza dimenticare che i 20 conservatori britannici possono contare di base su 9,5 milioni annui per stipendi, benefit e staff.
Per intenderci, per ogni giorno di permanenza in più al Parlamento europeo, Kamall e colleghi costano ai contribuenti Ue circa 50mila euro, ben 350 da quando hanno alzato i calici al cielo per festeggiare la vittoria del fronte del Brexit.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
350 MILIONI DI STERLINE A SETTIMANA PER LA SANITA? NON CI SARANNO… LIMITI AGLI INGRESSI DAI PAESI UE? “MAI DETTO”… DA “NESSUNA CONSEGUENZA PER L’ECONOMIA” A “RESTEREMO NEL MERCATO UNICO”: TUTTI I DIETROFRONT DEI FAUTORI DELL’USCITA DALLA UE
Cominciano a sgretolarsi, una dopo l’altra.
La trattativa tra Londra e Bruxelles non è neanche cominciata, e non avrà inizio fino a quando la prima non invocherà l’ormai celebre articolo 50 del Trattato di Lisbona, ma su alcune tra le più roboanti promesse su cui aveva fondato la campagna referendaria il fronte del Leave ha già fatto dietrofront.
“Con la Brexit 350 milioni a settimana al Nhs”. Non è vero
I primi a cadere sono stati i 350 milioni di sterline a settimana che, secondo la campagna del fronte euroscettico, in caso di Brexit non avrebbero mai più preso la via di Bruxelles e sarebbero finiti nelle casse del National Health Service, il servizio sanitario nazionale. Sarebbero stati sufficienti a “costruire un nuovo ospedale con relativo staff sanitario ogni settimana”.
E’ toccato a Nigel Farage l’arduo compito del dietrofront.
Intervistato durante il programma Good Morning Britain su Itv, il leader dell’Ukip (United Kingdom Independence Party) ha dovuto ammettere che non ci sarà alcun trasferimento: “È stato fatto un errore. Non posso garantire che tanto denaro andrà al servizio sanitario pubblico, è una cosa che mai sosterrei”, ha dichiarato con virgineo candore. “Era solo propaganda?“, ha chiesto la conduttrice. “Non era un mio slogan“, ha ribattuto imperturbabile il leader.
Dimenticando che sui bus della campagna la promessa ha campeggiato per settimane. Persino la cifra era errata: secondo l’Institute for Fiscal Studies, il contributo settimanale del Regno Unito al budget comunitario sarebbe di 150 milioni di pound.
Gove: “Limiteremo numero degli immigrati”. Ora si moltiplicano i dubbi
Con 330mila ingressi nell’ultimo anno, è stata l’immigrazione la pietra angolare della campagna per il “sì” alla Brexit.
“Punto di rottura“, era la scritta che ha campeggiato per mesi sui manifesti dell’Ukip che ritraevano una lunghissima fila di migranti: “Dobbiamo liberarci dall’Ue e riprendere il controllo dei nostri confini”.
Tutto il fronte euroscettico ha intonato per mesi il coro unanime secondo cui sarebbe stato impossibile per il governo limitare gli ingressi se il Paese fosse rimasto nel novero del 28. Con l’addio a Bruxelles, sottolineava il segretario alla Giustizia Michael Gove, sarebbe stato possibile “abbassarne il numero” entro il 2020.
Venerdì è stato Daniel Hannan, europarlamentare tra i più autorevoli esponenti del fronte del “sì”, a ridimensionare le prospettive: “Francamente — ha spiegato alle telecamere di Bbc News — se la gente che ci sta guardando pensa che ora l’immigrazione dai Paesi Ue sarà ridotta a zero, rimarrà delusa“.
Fronte Leave: “Stop ingressi dei cittadini Ue”. Poi Johnson: “Loro diritti saranno garantiti”
Un sistema a punti simile a quello utilizzato in Australia per consentire l’ingresso solo ai cosiddetti higly skilled migrants, gli immigrati qualificati.
Era stato uno dei pilastri delineati per il Regno Unito una volta uscito dall’Ue. Pilastro ridimensionato da quel Boris Johnson che ha cavalcato da leader del fronte Leave l’ondata euroscettica per costruirsi un futuro da leader dei Tory: “I cittadini britannici potranno continuare a viaggiare, studiare, vivere, stabilirsi e lavorare nell’Ue”, scrive il 26 giugno (due giorni dopo il referendum) l’ex sindaco di Londra nella rubrica che tiene sul quotidiano The Telegraph.
Dimenticandosi di sottolineare che si tratta di un diritto che difficilmente Bruxelles continuerà a garantire senza qualche forma di reciprocità .
“I cittadini dell’Unione Europea che vivono in questo Paese vedranno i loro diritti garantiti appieno”, arriva ad assicurare l’ex sindaco di Londra dopo che la campagna degli euroscettici ha battuto per mesi sul tasto del taglio dell’assistenza sociale e sanitaria agli immigrati.
Johnson: “Resteremo nel mercato unico”. Merkel: “No, senza libera circolazione dei cittadini”
Le trattative non sono ancora iniziate, ma Angela Merkel mette i primi paletti a un’altra delle promesse chiave firmate dal fronte del Leave: quella secondo cui Londra manterrà con l’Unione europea i vincoli commerciali (tra le due sponde della Manica “il libero commercio continuerà ad esistere, così come l’accesso al mercato unico“, scrive Johnson nella sua rubrica), restringendo però l’accesso dei cittadini comunitari al territorio britannico.
Parlando il 28 giugno al Bundestag, la cancelliera ha sottolineato che per mantenere il “privilegio“, Londra dovrà permettere la libera circolazione dei cittadini comunitari: “L’accesso libero al mercato comune lo ottiene chi accetta le quattro libertà fondamentali europee: quella delle persone, dei beni, dei servizi e del capitale”, ha sottolineato la cancelliera, spiegando che “deve esserci e ci sarà una differenza palpabile tra essere e non essere parte della famiglia europea. Chi se ne vuole andare da questa famiglia non può sperare che gli obblighi spariscano e che si mantengano i privilegi”.
Un concetto ribadito al termine della riunione informale del Consiglio Ue di mercoledì dai presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk.
“Nessun cambiamento improvviso sconvolgerà l’economia”. Poi il crollo di sterlina e titoli bancari
“Quando parlate con le persone — scrivono in un messaggio ai sostenitori della campagna per il Leave Boris Johnson e Michael Gove il 22 giugno, giorno prima del voto — assicurate loro che dopo aver votato ‘sì’ nessun cambiamento improvviso sconvolgerà l’economia”. Invece il 24 giugno, a risultato ormai consolidato, la sterlina crolla: la moneta inglese arriva a perdere oltre il 10% sul dollaro, raggiungendo quota 1,33 dollari, il livello più basso dal 1985, e perdendo il 6% nei confronti dell’euro.
Conseguenze ipotizzabili sul breve periodo, ma gli effetti nefasti del voto si sono fatti sentire alla Borsa di Londra anche su banche, compagnie aeree e titoli immobiliari. E le previsioni di crescita per l’economia britannica sono state riviste al ribasso.
Fox: “Sono state dette diverse cose che meriterebbero di essere ripensate”
La fotografia della situazione la scatta Liam Fox, ex ministro, notabile Tory tra i più autorevoli e attivi esponenti del fronte del Leave: “Prima di questo referendum sono state dette molte cose alle quali sarebbe meglio ripensare“, ha ammesso alla Bbc l’ex ministro conservatore.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
LA POLITICA STA IMPLODENDO, L’ECONOMIA INCERTA, IL PAESE DIVISO… E SONO AUMENTATI GLI EPISODI RAZZISTI DEL 57% IN POCHI GIORNI
La politica sta implodendo, l’economia è incerta e il Paese è diviso.
Da quando il Regno Unito ha deciso di uscire dall’Ue, sono emersi vari video e testimonianze di casi di razzismo.
Forse il più scioccante è successo martedì mattina alle 07:40 su un tram a Manchester, nel nord dell’Inghilterra.
Ora di punta, il tram è pieno e 3 ragazzi, che sembra stiano bevendo birra, iniziano ad abusare verbalmente un uomo che li aveva criticati per il loro comportamento turbolento. Il tono è aggressivo e gli insulti pesanti. “Scendi da questo tram! Tornatene in Africa” e “Non rompere se no ti deportiamo”.
L’uomo in questione ha un accento chiaramente americano o canadese ed è un professore universitario che vive in UK da 18 anni. Ha anche 7 anni di esperienza nell’esercito americano e non si fa intimidire facilmente.
Gli altri passeggeri sono visibilmente impauriti ma alla fine cacciano i ragazzi dal tram gridando “Siete una vergogna per l’Inghilterra”. I tre giovani sono stati arrestati poco dopo.
Scioccante ma apparentemente non un caso isolato negli ultimi giorni. Sima Kotechi, giornalista per la BBC di origine asiatica, durante una intervista si è sentita dire la parola Pa*i – termine molto offensivo per descrivere una persona di origine pakistana. La reporter, che era nella sua città natale di Basingstoke a un’ora da Londra, ha detto che non sentiva quella parola dagli anni ’80.
Un centro culturale polacco a Londra è stato vandalizzato, e dei volantini con la scritta ‘fuori dall’UE – niente più carogne polacche’ sono state distribuite a Huntingdon, nella provincia di Cambridge.
Una reporter araba, che stava facendo una diretta TV fuori dal parlamento, è stata accostata da una donna di mezza eta’ che le ha detto “Abbiamo votato OUT e ora voi musulmani dovete andarvene”.
Una mia conoscente americana e’ scesa da un taxi in lacrime dopo che il tassista le ha detto in faccia che stranieri come lei non erano benvenuti in Inghilterra. Sempre per strada, in un litigio fra autisti uno dice all’altro di ‘tornare a casa” anche dopo che quest’ultimo spiega di essere nato in Gran Bretagna.
È difficile stabilire se ci sia veramente un aumento di razzismo o se sia aumentata l’attenzione.
Il Consiglio Nazionale dei Capi di Polizia (National Police Chiefs Council) ha detto che sul loro sito c’è stato un aumento di segnalazioni di Hate Crimes (crimini di odio – una categoria specifica in UK che include razzismo, omofobia, attacchi verso i disabili o qualsiasi crimine che sia specificamente motivato dal pregiudizio) del 57% dopo il referendum paragonato al mese precedente.
Ma anche loro ammettono che questi dati non sono abbastanza ampi o dettagliati per rappresentare il quadro nazionale.
Indubbiamente e’ in aumento la paura. Dagli italiani su Facebook che non si sentono più i benvenuti, alla signora anziana nata in Germania che si e’ messa a piangere in diretta telefonica con la radio LBC di Londra, dicendo che dopo aver vissuto qui per decenni ora aveva paura di uscire di casa.
Il Regno Unito non è cambiato il giorno dopo il referendum. Non sono nati nuovi razzisti, ma quelli che già lo erano si sentono sicuramente giustificati dalla decisione di uscire dall’Unione.
La loro ignoranza è evidente. Americani e britannici di origine musulmana non c’entrano niente con l’immigrazione massiccia dai paesi UE degli ultimi anni.
I gruppi più numerosi sono polacchi, rumeni e italiani, tutti prevalentemente cristiani. E questi esempi di ignoranza sicuramente non fanno di tutti quelli che hanno votato OUT dei razzisti.
Anche se le analisi del voto mostrano che la maggior parte del 52% OUT erano anziani, fuori Londra e con un livello basso di istruzione, conosco tantissimi londinesi benestanti, giovani e multiculturali che hanno comunque votato per uscire.
C’è sempre stato un forte sentimento anti-europeo nel Regno Unito e per quanto la questione dell’immigrazione abbia giocato un ruolo chiave, non e’ l’unica ragione per la quale il paese ha deciso di lasciare l’Unione Europea.
Il problema ora è che il risultato, e mesi di campagna elettorale controversa sull’immigrazione, sembrano aver aperto lo scrigno di Pandora.
C’è una sottile ironia nel vedere certi giornali che per mesi hanno urlato titoli allarmisti sull’immigrazione ora chiedere che tutti mantengano la calma.
Ma la calma è scarsa nel Regno Unito in questi giorni.
La politica sta implodendo, l’economia è incerta e il Paese è diviso. Ci sono tensioni e litigi per strada, al lavoro e anche in famiglia.
Chi voleva rimanere è disperato. Chi ha votato per uscire non apprezza l’etichetta di vecchio razzista ignorante.
Manifestazioni e petizioni per un secondo referendum sono inutili e potrebbero ulteriormente infiammare le tensioni visto che il risultato del referendum è chiaro e incontestabile.
Gli inglesi hanno vari difetti ma solitamente sono molto pragmatici.
Speriamo che questa qualità li aiuti nei prossimi mesi. Ne avranno bisogno.
Barbara Serra
Conduttrice Al Jazeera English
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 29th, 2016 Riccardo Fucile
USCENDO DALLA UE GLI ATENEI PERDERANNO I FONDI EUROPEI… CAMBRIDGE PERDERA’ 66 MILIONI, IL 15% DEL TOTALE… PREVISTO CALO DI ISCRIZIONI E DI ATTRATTIVITA’
Le università inglesi vivono con il fiato sospeso la stagione post Brexit.
A rischio ci sono 1,2 miliardi di sterline che ogni anno, fino ad oggi, sono stati erogati da Bruxelles agli atenei britannici. Che equivalgono al 2,6% degli introiti complessivi delle università britanniche (dati 2013-14 dell’Agenzia statistica per la Higher education).
Con l’uscita dal club europeo, i fondi rischiano di ridursi, anche se difficilmente arriveranno a zero.
Diretta conseguenza: il balzo verso l’alto, fino al raddoppio, del costo delle iscrizioni e la “brain exit”, la fuga dei giovani studiosi europei.
E il problema riguarda anche la ricerca, dove il contributo europeo pesa moltissimo: Bruxelles tra il 2007 e il 2013 ha erogato ad atenei e centri di ricerca 7 miliardi di euro, la corona inglese 4,7 miliardi di sterline.
Senza Bruxelles, rischia di sgonfiarsi anche l’impatto degli studi scientifici e con esso, in un circolo vizioso, anche la possibilità di ottenere i fondi britannici.
Con il pericolo che a perderci siano gli istituti più piccoli, meno blasonati e meno “ortodossi” nelle materie di ricerca. Il dibattito su ciò che attende la “British high education” dopo la Brexit ormai impazza anche nelle aule parlamentari, dove il Labour chiede garanzie per il futuro.
Ma nessuno si azzarda a ipotizzare risposte. E il governo prende tempo fino al 2020.
Partito il countdown per la ricerca: quattro anni alla fine di Horizon2020
Tra quattro anni si chiuderà Horizon2020, il programma dell’Unione per finanziare ricerca e innovazione, sia in ateneo, sia in consorzi con l’industria privata e agenzie governative.
È uno dei principali programmi per il sostegno della ricerca in Europa. Il parlamentare inglese Micheal Gove, conservatore, tra i più accesi sostenitori del Leave (tra i 13 firmatari tories della Letter to Leave), ha sostenuto in campagna referendaria che fino a quella data per le università non cambierà nulla. Non ha però potuto garantire che la situazione, in futuro, resti la stessa.
I 24 migliori atenei britannici hanno ricevuto 579 milioni di euro nell’ultimo anno
I più preoccupati sono i principali gruppi di interesse che rappresentano le università in Gran Bretagna.
Come The Russell Group, un network che conta 24 atenei (tra cui alcuni dei più famosi: London School of Economics, Cambridge, Edimburgo e il King’s College) che solo nell’ultimo anno accademico ha ottenuto da Bruxelles 579 milioni di fondi per la ricerca. “Per tutta la campagna entrambe le parti hanno riconosciuto l’importanza dei finanziamenti europei alle nostre università e chiederemo garanzie dal governo che ciò sia assicurato anche a lungo termine”, ha dichiarato il 24 giugno la direttrice del gruppo, Wendy Piatt. Quali siano i tempi per ottenere queste “assicurazioni” ancora è difficile saperlo.
“Non possiamo andare oltre questo comunicato stampa”, fanno sapere dall’ufficio stampa del Russell Group.
Identica risposta da Universities Uk (Uuk), il più grande tra i network di atenei britannici. “Il voto di giovedì non significa alcun cambiamento immediato per quanto riguarda programmi come Erasmus+ e Horizon2020, nè per staff e studenti provenienti dall’Unione — spiegano dall’ufficio stampa -. La nostra principale preoccupazione è fare in modo che il governo britannico prenda le decisioni necessarie per garantire che si possa continuare a lavorare in questo modo”.
In che termini e in che tempi, non si sa.
Le conseguenze per gli atenei britannici, in caso di negoziati al ribasso, sarebbero devastanti. Il settore universitario è tra più importanti del comparto pubblico inglese: il suo valore è 73 miliardi di sterline (3,7 dei quali prodotti dagli studenti che arrivano da Paesi comunitari) e conta 380 mila addetti.
Il prof di Cambridge: “Perderemo 100 milioni di sterline all’anno”
All’Università di Cambrige, il professor Ross Anderson ha provato a fare una stima di quanto possa perdere il suo ateneo. Solo per la ricerca, sarebbero il 15% dei fondi, ossia oltre 66 milioni. A questo si aggiungono le perdite di iscrizioni e la perdita di attrazione. Il conto, alla fine è 100 milioni di sterline all’anno, ossia il 10% del fatturato dell’università . E siamo a Cambridge, una multinazionale del sapere, per la quale le ripercussioni sono comunque sopportabili.
Il docente di Oxford: “Senza fondi europei avremo meno ricercatori”
Federico Varese è tra i criminologi italiani più stimati all’estero. Esperto di mafie internazionali, è professore all’Università di Oxford: “Senza dubbio le università inglesi ricevono moltissimi fondi di ricerca dall’Europa, sempre più importanti visto il taglio subito da quelli interni”, spiega. Per quanto riguarda le scienze sociali, ad esempio, “i fondi erogati dall’European Research Council (Erc) sono usati per creare posti post dottorati e borse di studio per i dottorati. Quindi se questi fondi vengono meno in un futuro prossimo, avremo anche meno studenti con borse di studio, e meno giovani ricercatori”.
“Le piccole università saranno le più penalizzate”
Questo discorso è tanto più vero per le università piccole. “Le università in Gran Bretagna sono delle aziende. Le grandi non perderanno granchè, per le piccole ci sarà un grosso problema a continuare a richiamare studenti”, commenta Daniele Tori, ricercatore esperto di finanziarizzazione dell’economia che dalla Greenwich University passerà alla Milton Kaynes University.
L’uscita dal circuito europeo potrebbe avere un doppio effetto negativo: il primo è sulla reputazione. Restare fuori dal contesto globale abbatte i punteggi che si ottengono con il Ref (Reaserch excellence framework). Cambridge e Oxford possono anche farne a meno, Greenwich no.
La conseguenza, poi, sarà il sostegno sempre delle stesse ricerche che nel “mercato interno” ottengono più punteggio, a discapito di altre di respiro maggiore e più appetibili in un ambito europeo, dove si premia molto l’originalità .
Pericolo “brain exit”, la fuga dei talenti – Il secondo pericolo è invece l’altra Brexit, la “brain exit”, ossia l’uscita dei talenti.
“Soprattutto per uno studente dell’Unione europea — racconta Tori — il prezzo d’iscrizione ad un ateneo inglese potrebbe diventare il doppio di com’era con la Gran Bretagna nell’Ue”.
Tutti rischi di cui avevano scritto in una lettera 103 rappresentanti delle università inglesi — rettori, vice rettori e direttori di network di atenei — rimasta però inascoltata.
Lorenzo Bagnoli
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Giugno 29th, 2016 Riccardo Fucile
“NECESSITA’ DI RIMANERE NELLA UE PER GARANTIRE AI CLIENTI SERVIZI E TARIFFE”
Vodafone sta valutando la possibilità di spostare la propria sede legale dal Regno Unito verso un
Paese delll’Unione Europea.
Lo scrive la BBC citando un comunicato della stessa azienda.
La scelta sarebbe motivata dalla necessità di rimanere nella Ue per garantire ai clienti gli stessi servizi e le stesse tariffe applicate fino a oggi.
“Stiamo valutando giorno per giorno la situazione – specifica una nota – e qualsiasi decisione prenderemo sarà volta a tutelare gli interessi di clienti, azionisti e impiegati”.
Il gigante delle telefonia ha spiegato che per l’azienda è importante mantenere l’accesso “alla libera circolazione di persone, capitali e merci” in Europa, anche se “è presto per trarre conclusioni sulla collocazione a lungo termine dei quartier generali”.
“Restiamo impegnati nel supportare i nostri clienti britannici e continueremo a investire nella nostra compagnia locale del Regno Unito in futuro”: ha fatto sapere all’AGI Vodafone dopo le voci circolate.
Chiaramente, ha aggiunto Vodafone, “è ancora poco chiaro a questo punto quanti degli elementi positivi (dell’appartenenza del Regno Unito all’Ue, ndr) rimarranno in essere quando il processo dell’uscita del paese dall’Unione europea sarà completato. Pertanto non è ancora possibile arrivare a una chiara conclusione per il lungo termine circa la localizzazione del quartier generale del gruppo. Continueremo a valutare la situazione – aggiunge l’azienda nella sua nota – e prenderemo tutte le decisioni appropriate negli interessi dei nostri clienti, dei nostri azionisti e dei nostri impiegati”. In questa fase di attesa, inoltre, il gruppo ha sottolineato come “la larga maggioranza dei nostri 462 milioni di clienti” sia fuori dal Regno Unito, così come “108mila impiegati”.
Nel mentre, in attesa appunto di una decisione su Londra, il gruppo ha fatto sapere che rafforzerà le sue attività a Bruxelles “per preservare l’abilità di Vodafone di avere a che fare in modo effettivo con le istituzioni europee”.
La Bbc, dopo aver intervistato l’amministratore delegato di Vodafone, Vittorio Colao, la settimana scorsa, nella giornata di ieri aveva appunto sostenuto che “Vodafone ha avvertito che potrebbe spostare il suo quartier generale dal Regno Unito a seconda del risultato delle negoziazioni della Gran Bretagna per lasciare l’Unione europea”.
Nel Regno Unito Vodafone dà lavoro a circa 13 mila persone, con una divisione operativa a Newbury, nel Berkshire, e la sede centrale a Londra.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
FARAGE NON MOLLA L’INDENNITA’ DA PARLAMENTARE EUROPEO
Cena a base di quaglia, vitello, verdure e fragole. Niente ‘fish and chips’, nessun ‘pudding’ per salutare David Cameron, il premier britannico dimissionario, battuto nel referendum sulla Brexit.
All’ultima cena di consiglio europeo con il collega di Londra, l’ultima a 28, Bruxelles non riserva cortesie per colui che ha messo l’Unione in seri guai. Solo gelo per il premier di Downing Street, che però riesce ancora a imporsi e creare scompiglio.
Ai colleghi europei Cameron infatti ripete ciò che ha detto ieri a Westminster: non sarà lui a celebrare la cerimonia di addio all’Ue.
Il vecchio e malandato continente dovrà aspettare il successore il 9 settembre. E incrociare le dita.
“Prima di attivare l’articolo 50 (che nei trattati europei regola l’uscita di uno Stato dall’Ue, ndr.) dobbiamo determinare il tipo di relazione che vogliamo con l’Ue”, ha spiegato Cameron prima di venire a Bruxelles.
“E questa decisione spetterà al prossimo primo ministro e capo di gabinetto”, che verrà indicato dai Tories il 9 settembre. Ancora altri due mesi.
A Bruxelles cadono nel vuoto tutti gli appelli a fare presto. Anche la risoluzione di Socialisti, Popolari, Liberali e Verdi votata oggi dall’Europarlamento non trova immediata applicazione.
Del resto, la scadenza di settembre era stata decisa già ieri nel summit a tre tra Matteo Renzi, Francois Hollande e Angela Merkel a Berlino.
E’ stata la Cancelliera a proporla, facendosi portavoce degli interessi di quegli Stati (la stessa Germania, ma anche Olanda, Lettonia, Danimarca) più legati alla Gran Bretagna a livello commerciale e dunque interessati ad avere il tempo per ripensare il rapporto con Londra.
Renzi e Hollande hanno acconsentito, in cambio dell’apertura di una nuova fase proprio sull’onda della Brexit: più flessibilità , meno austerità per salvare l’Europa.
Il punto però è che questi due mesi estivi — sperando che siano solo due – vanno gestiti.
All’ultima cena dei 28, risuonano forti le parole di Mario Draghi, invitato speciale in questa sessione di Consiglio post-Brexit. Il governatore della Bce invita i leader a stare “uniti”, a “lavorare insieme”, altrimenti, dice, all’esterno “si potrebbe avere la percezione che la Ue è ingovernabile”. E ne andrebbe della credibilità delle istituzioni finanziarie, dei titoli Stato, delle banche.
L’Ue dunque è sotto tiro anche dopo la Brexit, dopo aver dedicato mesi per concedere a Cameron tutto il possibile per convincere Londra a restare: invano.
A Palazzo Justus Lipsius nessuno sta tranquillo, malgrado le dichiarazioni ufficiali (“Non ci sono rischi per i risparmiatori”, dice per esempio Matteo Renzi). Ma nessuno è tranquillo nemmeno sulla data di settembre. Per varie ragioni.
Primo perchè si teme il peggio, si teme anche una crisi di governo a Londra.
L’alleato di Cameron, il liberale Nick Clegg, ha posto il problema di nuove elezioni se cambia il premier.
E poi perchè dalla City arrivano segnali contrastanti, segnali di pentimento quasi. Oggi Jeremy Hunt, ministro alla Sanità del governo Cameron, ha scritto al Telegraph per porre le condizioni di una retromarcia sulla Brexit: nuovo referendum sull’addio all’Ue nel caso in cui si riuscisse a chiudere un accordo con Bruxelles sulle frontiere. Come ad ammettere che l’immigrazione è stato l’unico motivo vero di dissidio con l’Ue, l’unico motore di una macchina referendaria rivelatasi nefasta, evidentemente.
Proprio di immigrazione, anzi del piano italiano sui flussi dall’Africa (il migration compact), avrebbe dovuto occuparsi questo Consiglo Europeo.
Ma la Brexit si è mangiata quasi tutta la discussione, a parte l’approvazione della bozza finale che dedica un intero paragrafo al Mediterraneo, ma sottolinea anche che in questa area “i flussi di migranti soprattutto economici si mantengono allo stesso livello dello scorso anno”.
Per l’aumento dei Fondi (Feis) si rimanda poi a dopo l’estate.
Quando anche i 27 si incontreranno informalmente a Bratislava per fare il punto sul dopo Cameron. Senza alcuna garanzia, almeno per ora.
Su Palazzo Justus Lipsius cala il sipario di una giornata carica di tensioni e scaricabarile.
Ci sono le voci di chi vuole le dimissioni del presidente della Commissione Jean Claude Juncker (il ministro degli esteri polacco), quelle di chi fa quadrato intorno al lussemburghese (Merkel ma anche Renzi) anche per non aprire un ennesima questione, ce ne sono già tante. E Juncker che si ‘sfoga’ con l’eurodeputato britannico Nigel Farage, il leader dell’Ukip, primo sostenitore della Brexit, il padrino di tutto questo caos. “Sono sorpreso di vederla ancora qui, ma lei non era per la Brexit?”, gli dice il presidente della Commissione nella sessione straordinaria dell’Europarlamento. Lui abbozza, non si dimette, continua a prendere l’indennità da parlamentare Ue e a sera fa pure una ‘sfilata’ in sala stampa al Consiglio Ue.
Se la prende con i compagni di gruppo del M5s: “Vogliono cambiare l’Europa da dentro? Auguri…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
SINN FEIN: “IL GOVERNO INGLESE NON CI RAPPRESENTA”
La via pacifica degli irlandesi del Nord per rimanere in Europa e avere libero accesso alle frontiere dei 28 Paesi passa per gli uffici postali.
Basta reclamare la cittadinanza della Repubblica d’Irlanda, visto che è un loro diritto avere due passaporti.
Ma fino ad ora, tutti sotto l’ombrello europeo, non era necessario almeno per chi non ne faceva una questione ideologica e di appartenenza. Da venerdì scorso, però, le cose sono cambiate e adesso all’ufficio centrale della posta di Belfast c’è la fila e i moduli per fare richiesta sono finiti.
Colpa anche di un tweet di Ian Paisley jr, deputato del Dup (partito unionista democratico), uno dei più forti sostenitori della campagna del Leave, che adesso ai suoi connazionali dice: «Il mio consiglio è che se avete i requisiti per avere un secondo passaporto, prendetelo».
Della serie: poche idee ma confuse.
Bizzarro, da un politico che ha speso la sua faccia nella campagna per abbandonare l’Europa sostenendo che sarebbe stato meglio, con lo slogan: «Riprendiamoci il controllo».
Negli ultimi 10 anni quasi 100 mila persone nate nel Nord dell’Irlanda hanno ricevuto il loro passaporto repubblicano, si legge sul «Belfast Telegraph».
E un censimento del 2011 ha rivelato che il 25 per cento degli irlandesi del Nord si sente unicamente irlandese.
E le tante bandiere tricolore repubblicane che sventolano dalle finestre di Belfast ne sono una conferma.
Dal ministero degli Affari Esteri di Dublino fanno sapere che per i cittadini irlandesi nati nell’isola e per chi richiede la cittadinanza grazie a un genitore o ai nonni irlandesi, nulla è cambiato.
E questo vuol dire che le porte sono aperte anche per i delusi sostenitori del Leave che vivono nel resto della Gran Bretagna, a patto che nel loro albero genealogico, in linea diretta, ci sia qualcuno nato sull’isola.
AAA nonno irlandese cercasi. E così anche a Londra, inizia il pellegrinaggio alle poste per chiedere i moduli.
Qualcuno lungimirante si è mosso per tempo visto che a marzo, fanno sapere al dipartimento irlandese per gli Affari Esteri, c’è stato un aumento del 33 per cento nelle richieste.
E quando venerdì si è avuta la certezza del «Leave» tutti su Google ad informarsi su: «Irish passports», passaporti irlandesi e «moving to Ireland», trasferirsi in Irlanda.
Intanto montano le istanze indipendentiste.
Martin Mc Guinness, vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, appartenente allo Sinn Fein, insiste sulla necessità di un referendum per la riunificazione visto che «il governo inglese ha perso ogni mandato di rappresentare gli interessi economici e politici della gente» che qui ha votato in maggioranza per il «Remain».
Nel frattempo un passaporto della Repubblica d’Irlanda aiuta a mantenere la calma.
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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