Ottobre 11th, 2015 Riccardo Fucile
SMENTITE LE PREVISIONI DELLA VIGILIA, VIENNA RESTA UNA CITTA’ CIVILE: SECONDO LE PRIME PROIEZIONI LA SPO AL 39,5%, IL FPOE AL 30,9%… AVANZANO I LIBERALI, CALANO POPOLARI E VERDI
Le prime proiezioni sui risultati delle elezioni comunali a Vienna vedono il Partito socialdemocratico
(Spo) in testa con il 39,5% dei voti seguito dai populisti di destra della Fpoe con il 30,9%.
Lo riferiscono tweet dei quotidiani Der Standard e Wiener Zeitung.
Se questi dati saranno confermati dai risultati, i socialdemocratici si confermerà alla guida della capitale austriaca, che governa dal 1919, malgrado l’avanzata della destra xenofoba e anti-europea di Heinz-Christian Strache.
Un’avanzata meno travolgente di quanto auspicato dalla Fpoe e di quanto previsto da alcuni sondaggi che assegnavano un maggior peso agli effetti dell’emergenza profughi.
Da un grafico basato su questa proiezione e diffuso dal canale pubblico Orf, si evince che i socialdemocratici del sindaco del sindaco Michael Haeupl perderebbero il 4,9% rispetto alle precedenti consultazioni, mentre il “Partito della libertà austriaco” (Fpoe) incrementerebbe i consensi di altrettanto (5,1%).
Nuovo terzo partito sarebbero i Verdi (11,6%, in calo di poco più di un punto) che scavalcherebbero il Partito popolare (Ovp, cristiano-conservatore) in calo di 4,5 punti al 9,5%.
Infine il partito liberale Neos, che con il 6,2% supererebbe per la prima volta la soglia di sbarramento del 5% ed entrerebbe nell’assemblea cittadina.
(da agenzie)
argomento: Europa | Commenta »
Ottobre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTI TESI, L’ITALIA DI RENZI IN EUROPA NON CONTA NULLA
A un anno dalla nomina ad Alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza della Ue, una strana «sindrome di Bruxelles» sembra increspare i rapporti tra Federica Mogherini e il suo grande elettore, Matteo Renzi.
E se è esagerato parlare di glaciale freddezza, alcuni segnali e diverse fonti confermano che la temperatura delle relazioni tra il presidente del Consiglio e l’unica italiana nei vertici europei si è abbassata.
L’episodio che l’ha provocata è in parte conosciuto.
Una settimana fa, su invito del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, i capi delle diplomazie tedesca e britannica si sono ritrovati a cena a Parigi per discutere dell’attualità internazionale. Il quarto commensale era proprio Mogherini.
L’Italia è stata esclusa, in apparenza perchè si trattava del gruppo che ha preso parte ai negoziati sul nucleare iraniano.
In realtà i temi centrali previsti da Fabius per il colloquio erano Siria e Libia, cioè due crisi dove il nostro Paese è da sempre fortemente impegnato.
Basta ricordare il ruolo avuto nel 2013 nello smantellamento dell’arsenale chimico di Bashar Assad o la funzione di primo piano svolta oggi nello sforzo di soluzione della crisi libica.
Sia la Farnesina che Palazzo Chigi non hanno nascosto la propria arrabbiatura.
Renzi avrebbe telefonato personalmente a Mogherini per manifestargliela, anche se la circostanza viene negata negli ambienti dell’Alto rappresentante.
Di certo l’ha espressa con alcuni membri del gabinetto in Consiglio dei ministri venerdì scorso. La contestazione principale è che, accettando l’invito, Mogherini abbia avallato l’ennesimo formato che tende a lasciarci fuori su due dossier per noi cruciali.
E ciò proprio nel momento in cui l’Italia comincia a cogliere i frutti di un’offensiva diplomatica, tesa a rompere la tacita conventio ad excludendum , che troppo spesso i «soliti noti» mettono in pratica nei nostri confronti.
Può essere plausibile l’argomento che l’Alto rappresentante non poteva rifiutarsi di partecipare, essendo il formato lo stesso della trattativa sull’Iran, negoziato dal quale l’Italia nel 2003 si autoescluse grazie alla miopia del governo dell’epoca.
Ma è un fatto che le intenzioni del Quai d’Orsay fossero palesi: come da comunicato apparso sul sito del ministero degli Esteri francese, la cena era dedicata solo a Siria e Libia. Dell’Iran nessuna traccia.
Del tema, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha parlato in un faccia a faccia chiarificatore con Mogherini in margine ai lavori dell’Onu a New York, dove peraltro i passi dell’Alto rappresentante e quelli di Matteo Renzi non si sono incrociati neppure per caso.
Secondo fonti comunitarie, l’insoddisfazione di Matteo Renzi ha anche altre ragioni.
Il premier lamenterebbe anche di non trovare sempre sponde efficaci a Bruxelles nelle battaglie che il nostro governo ha in corso con la Commissione, di cui Mogherini è vice-presidente e unico membro italiano.
La frizione riconduce a una contraddizione implicita nella posizione di ogni rappresentante nazionale alla Ue e di quella di Federica Mogherini in particolare, la «sindrome di Bruxelles» appunto.
«Ogni capo di governo – spiega un esperto di cose comunitarie che ha trascorso molti anni nella capitale belga – si aspetta che il commissario del suo Paese sia pronto ad appoggiarne le richieste e a rispondere alle sue sollecitazioni. Cosa non facile nè scontata, perchè scorretta sul piano istituzionale. La contraddizione sta nel fatto che chi cede alle sirene, spesso interessate, della purezza europeista e prova a prendere le distanze dal proprio governo, rischia di indebolirsi. Mentre paradossalmente i commissari più forti e influenti finiscono per essere proprio quelli che vengono percepiti come più allineati con il loro governo e possono parlare a suo nome».
Quelli tedeschi per esempio sono famosi per difendere con i denti gli interessi del sistema Germania: fu Gà¼nter Verheugen, all’Industria fino al 2010, a battersi con successo per norme meno stringenti sulle emissioni di CO2 sulle auto di grossa cilindrata, uno dei tanti antefatti dello scandalo Volkswagen.
Nel caso di Mogherini poi c’è un’altra torsione.
«Matteo Renzi – spiega la nostra fonte – ha speso molto capitale politico per imporla a dei partner fino all’ultimo scettici sul suo nome, con una battaglia visibile e controversa. Ma proprio per questo, l’Alto rappresentante ha dovuto faticare più di altri per togliersi di dosso l’impressione di essere percepita come troppo italiana. C’è riuscita. Ma al prezzo di una certa delusione da parte di Renzi».
Lo scenario è in parte dèjà vu : nessuno dimentica le polemiche tra Mario Monti e Romano Prodi, quando l’allora commissario italiano alla concorrenza, profeta del monetarismo, bollava come insufficiente la manovra del premier dell’Ulivo, il quale rispondeva piccato e accusava l’altro di «stare sulla Luna».
Ma Monti era stato nominato da un altro governo, mentre Mogherini viene dalle file dell’attuale, quindi l’aspettativa appare comprensibile.
È risolvibile la contraddizione? «È strutturale. Ma bisogna trovare un giusto equilibrio, altrimenti come ogni sindrome, finirà per indebolire entrambi, l’Alto rappresentante e il suo Paese».
Paolo Valentino
(da “La Repubblica”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
“LA CATALOGNA HA GIA’ UN’AUTONOMIA STRAORDINARIA, NON VOGLIONO PAGARE I COSTI DELLA CRISI ECONOMICA”
«Adesso serve un referendum vero, perchè gli indipendentisti non hanno avuto la maggioranza
dei voti», è la reazione di Javier Cercas alle elezioni che si sono svolte ieri in Catalogna.
«Questi risultati sono un problema per la mia regione, per la Spagna e per l’Europa», dice al telefono da Parigi, dove si trova per una serie di conferenze e appuntamenti letterari legati all’uscita in Francia del suo ultimo libro L’Impostore .
Ha votato per corrispondenza e non ha certamente scelto il fronte favorevole alla secessione.
«Io non sono equidistante. Il principale responsabile di questa situazione assurda è il governo di Artur Mas che ha scelto una linea sbagliata nonostante la Catalogna abbia una autonomia straordinaria. In nessun’altra situazione esiste la quantità di potere che esiste da noi. Educazione, polizia, un’autonomia enorme che è stata utilizzata per propagandare l’indipendenza. È stata una mancanza di lealtà . Hanno utilizzato e utilizzano il denaro pubblico per arrivare all’obiettivo dell’indipendenza».
Perchè la vittoria del fronte del sì è un problema?
«Non voler pagare i costi della crisi economica si chiama nazionalismo. È un errore. Ma quello che soprattutto non mi piace è quando si dice che la Catalogna andrà benissimo senza la Spagna e si nega il fatto che la Catalogna uscirebbe dall’Europa. Questo non è vero. Tutto il mondo lo sa. Un’indipendenza senza negoziato è impossibile. Esiste uno strumento per trovare una soluzione: è la legge che fu approvata in Quebec. Fu una rivoluzione giuridica e politica. Disgraziatamente questa soluzione non viene accettata nè dal governo spagnolo nè da quello catalano».
È preoccupato per le conseguenze in Europa di una svolta indipendentista in Catalogna?
«Certamente. L’Unione Europea è stata costruita contro il nazionalismo. Questa è stata la sua ragione di essere, perchè il nazionalismo l’aveva distrutta. I leader indipendentisti dicono che è un nazionalismo diverso, pacifico ? Non è vero, perchè il vecchio nazionalismo è nascosto dietro la “radicalità democratica” e dietro quest’idea di voler fare “un Paese migliore”. Ma qual è la garanzia di farlo veramente ? Non esiste. Abbiamo in Catalogna un altro populismo europeo. Cos’è il populismo ? Il populismo cerca sempre un nemico. Le Pen che dava tutta la colpa a Bruxelles, Grillo che ritiene la “casta”, responsabile di tutti i mali insieme all’Europa. L’indipendentismo catalano è diventato una forma di populismo: la colpa di tutto è degli altri, fuori della Spagna si starebbe meglio. E questo discorso semplicistico trionfa nei momenti di crisi».
Come vive personalmente la nuova situazione prodotta dal voto?
«Potrei dire di non essere indipendentista, ma “dipendentista” e “imperialista”. Sono per la dipendenza della Spagna dall’Europa, per la dissoluzione politica della Spagna in Europa. La mia aspirazione è quella di un’Europa veramente unita, confederale o federale, che abbia tutti i poteri. Un’Europa veramente democratica. Sono “imperialista” perchè credo che l’Europa debba essere una sorta di “imperium” democratico, nel quale tutti lavoriamo per gli stessi obiettivi. Questa è l’unica utopia ragionevole oggi possibile. Non è un ossimoro. L’Europa è il grande progetto che abbiamo vissuto».
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
SENZA IMMIGRATI SAREMMO UN POPOLO IN VIA DI ESTINZIONE… ECCO TUTTI I DATI DI UNA RIVOLUZIONE IN CORSO
Per vent’anni abbiamo pensato che gli immigrati fossero utili al nostro sistema produttivo. E
invece ci siamo sbagliati. Sono indispensabili.
Senza di loro, tempo che i bambini di oggi finiranno l’università , noi italiani potremo esserci ridotti a 55 milioni, ben il 10 per cento in meno.
Altri vent’anni e saremo solo 45 milioni, più o meno come alla fine della Seconda guerra mondiale. Una decimazione.
I demografici, gli statistici e perfino i burocrati lo sanno da almeno un decennio.
Noi lo stiamo scoprendo in questi giorni, complice la questione migratoria: l’Italia come la definivano i nostri padri è in via di estinzione. Il compito di salvarla spetterà ai nuovi arrivati, provenienti sempre meno dall’est Europa e sempre più dal continente africano. Dati e statistiche alla mano e scopriamo perchè.
MENO FIGLI DA MEZZO SECOLO
Innanzitutto siamo la nazione più vecchia d’Europa. Gli ultra 65enni sono oggi il 22 per cento della popolazione e, senza l’iniezione di giovani immigrati, sfiorerebbero il 40 per cento tra trent’anni anzichè fermarsi a un più sostenibile 30 per cento (un numero comunque enorme: erano l’8 per cento al tempo delle Olimpiadi di Roma, nel 1960).
Ad aumentare velocemente il numero dei bastoni nei bar non è soltanto il progressivo allungamento della vita ma anche la nostra crescente infertilità .
Con una media di 1,39 figli per donna, siamo oggi ben al di sotto dei due figli per madre necessari a mantenere costante il livello della popolazione.
E pensare che riempivamo quasi due culle e mezzo ancora quarant’anni fa.
La riduzione della natalità non è infatti un fenomeno di oggi ma una tendenza in atto dalla metà degli anni Sessanta. Alla fine degli anni Ottanta, di conseguenza, si era ridotto il numero di donne in età fertile. E negli anni Novanta morivano già più italiani di quanti non ne nascessero.
Allora perchè sono due decadi che stentiamo a integrare coloro senza i quali non avremmo un settore edile e a fatica un’industria manufatturiera?
Perchè non abbiamo messo sotto accusa l’assenza di un sistema strutturato di accoglienza selettiva ma legale dei migranti invece di subire per anni la retorica politica delle “sanatorie” che faceva sembrare temporanea una questione che è invece strutturale?
E perchè non abbiamo obbligato la politica a coniare una struttura di aiuto alla famiglia, senza cui la maternità multipla diventa sacrificio, anzichè fingere che bastasse la rete familiare, di fatto costringendo le donne a non fare figli per poter lavorare?
Forse perchè «l’immigrazione obbliga gli Stati a pensare alla propria identità », sottolinea il demografo Giampiero della Zuanna.
Un esercizio mai facile, ancor meno quando è più semplice trovare un capro espiatorio che educare un popolo conservatore come il nostro all’inevitabilità del suo futuro: quello di nazione multietnica all’interno di un continente multietnico.
Il rapido invecchiamento della popolazione e il drastico crollo delle nascite sono andati di pari passo con l’aumento del tasso di globalizzazione dell’economia.
Per anni merci e capitali si sono mossi velocemente alla ricerca di opportunità .
Adesso, e sempre di più, lo stanno facendo anche le persone che si dirigono dove sperano di trovare migliori chance di vita. Inevitabile che tra quarant’anni la prospera Europa sarà culturalmente, religiosamente e linguisticamente più variegata degli Stati Uniti.
La Germania, demograficamente a noi simile e addirittura infeconda più di noi, l’ha capito un po’ prima.
Vero è che nel ’93, sotto le crescenti spinte xenofobe, Berlino aveva addirittura cambiato un articolo della Costituzione per limitare l’accesso all’asilo politico, ma intanto stampa e politica lavoravano sottotraccia per spiegare l’utilità sociale ed economica dei nuovi arrivi.
Tanto che nel 1999 il governo varò le leggi che garantivano il diritto di cittadinanza a tutti i nati sul suo territorio (ius soli) e oggi può accogliere 800 mila profughi siriani senza scatenare rivolte interne.
L’UNICA STRADA PER EVITARE IL DECLINO
Con il marcato calo demografico il pericolo immediato non è tanto la sparizione dell’Italia quanto un suo impoverimento economico causato sia dalla mancanza di manodopera sia dai sempre più elevati costi di mantenimento della popolazione anziana. I demografi lo chiamano tasso di dipendenza (degli anziani dalla popolazione in età lavorativa).
Rende un’idea di quanti cittadini attivi si fanno carico dei più vecchi.
Se oggi noi italiani abbiamo tre cittadini in età da lavoro per ogni over 65, tra vent’anni finiremo per averne solo due.
Un bel problema: non solo la nostra ricchezza lorda (Pil) subirà una sforbiciata dello 0,2 per cento ma, a dispetto di qualsiasi manovra e di qualunque sciopero, finiremo per non avere abbastanza lavoratori che possano pagare pur magre pensioni ai nostri figli.
La soluzione, anche se solo per un altro mezzo secolo, avvertono i demografi, l’abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi: si chiama Nicolau, Ahmed, Peace.
Sono loro che nel 2013 hanno contribuito per il 95 per cento alla crescita della popolazione a fronte di un misero 5 per cento fornito dalle nuove nascite.
Si tratta di un dato a cui ci dobbiamo abituare perchè saranno gli immigrati a contribuire alla crescita del popolo italiano in misura sempre più rilevante per i prossimi vent’anni.
I dati Eurostat indicano che l’Italia “importerà ” tra le 300 e le 400 mila persone l’anno almeno fino al 2040.
Saranno anni in cui il numero dei cittadini stranieri o di origine straniera salirà dall’attuale 8,3 per cento a poco meno di un terzo dell’intera popolazione italiana.
Sarà straniero o di origine straniera un ragazzino italiano su due e un cittadino con meno di 40 anni su tre.
Oggi una classe elementare composta soltanto da bambini di origine straniera fa notizia: domani sarà quasi la normalità .
Grazie a questa trasformazione demografica di dimensioni epocali, tra quarant’anni noi italiani potremmo ritrovarci a quota 66 milioni anzichè scendere a 45 milioni (dagli attuali 61) come rischieremmo se sigillassimo i confini.
Si tratta di milioni di cittadini in più che, se debitamente integrati, ci aiuteranno a tenere in vita la nostra macchina produttiva e a permettere ai vecchi di non morire in fabbrica.
Il tasso di attività degli immigrati rispetto ai locali è infatti particolarmente positivo in Italia, anche rispetto alla media europea.
A stare ai dati della Fondazione Leone Moressa, il 72 per cento degli immigrati extra Ue ha un lavoro remunerato a fronte a solo il 67 per cento degli autoctoni. Un dato che ha tenuto anche durante gli anni di crisi.
Troppo vecchi per prendere la pensione
Il demografo Antonio Golini lancia l’allarme sull’insostenibilità dell’istituto di previdenza, inventato da Bismarck nell’Ottocento. Occorre allora una riforma. E magari anche un sistema di volontariato obbligatorio
La spiegazione è abbastanza semplice: la maggioranza dell’occupazione che il nostro Paese offre è qualitativamente povera e a basso grado di scolarizzazione.
Gli italiani preferiscono aspettare piuttosto che accettare un’occupazione non in linea con le proprie caratteristiche professionali.
I più preparati lasciano l’Italia e si dirigono verso Paesi, come l’Inghilterra, che offrono opportunità di impiego più sofisticate o stipendi maggiori: a prendere un aereo sono stati 45 mila italiani nel 2013 e 91 mila l’anno scorso.
Al contrario, chi ha rischiato la vita in mare con pochi soldi e un bambino tra le braccia per sfuggire a un destino di guerra o estrema povertà non si ferma di fronte a una remunerazione insufficiente o a un lavoro faticoso.
Nei settori industrialmente in declino o privi di prospettive di carriera gli immigrati sono infatti uno su tre, a differenza che nei settori lavorativi ad alto tasso di sviluppo dove sono soltanto uno su sette.
Certo, rimane il problema della qualità scolastica e professionale degli immigrati che scelgono l’Italia come destinazione.
È mediamente inferiore a quella di chi si dirige verso il resto d’Europa (con l’eccezione della Grecia), elemento che alla lunga potrebbe avere riflessi sulla nostra competitività . Il problema però non sta tanto negli immigrati quanto negli italiani.
Il nostro Paese ha la più bassa incidenza di laureati dei paesi dell’Unione: meno del 15 per cento rispetto a una media del 25 per cento, sintomo di un’economia poco fondata su scienza e innovazione e di una classe dirigente non adeguatamente preparata.
E siccome tra simili ci si sceglie, ecco che solo il 9,5 per cento degli immigrati in Italia ha una laurea: a fronte, ad esempio, del 48 per cento di chi si stabilisce in Inghilterra o del 20 per cento di chi sceglie la Germania come nuova patria
CHE INVIDIA PER IL WELFARE FRANCESE
L’Italia non è un’eccezione in Europa. A differenza degli Stati Uniti, l’intero Continente è sulla strada del tramonto demografico.
A metà degli anni Sessanta ha cominciato a fare meno figli e a farli sempre più tardi.
Nel 2013 l’età media era 30 anni e il numero di figli, complici le difficoltà economiche che hanno messo in crisi la piccola ripresina demografica dei primi anni Duemila, si aggirava intorno ad uno e mezzo per donna.
«Perfino il termine con cui si descrive l’assenza di figli è cambiato in questi anni: child-free e non più child-less», sottolinea Golini: «Quasi a giustificare l’assenza di neonati nelle famiglie come un fattore di modernità e non un problema come invece è».
All’interno del Vecchio Continente però ci sono delle differenze importanti che dovrebbero fare riflettere chi si accinge ad elaborare la politica dei prossimi anni.
Mentre dei cinque paesi più popolati, Italia e Germania sono quelli con un tasso di natalità altamente negativo e dunque hanno disperato bisogno di immigrati (per la Spagna il problema si porrà con almeno una decade di ritardo ma in termini altrettanto drastici), Francia e Inghilterra sono demograficamente autosufficienti.
In Inghilterra sono trent’anni che la differenza tra numero di immigrati e di emigrati è positiva. In Francia – caso unico tra i paesi sviluppati – il tasso di natalità è rimasto costante nei 40 anni passati.
Oggi, con una quota di cittadini stranieri del dieci per cento, soltanto un punto e mezzo percentuale più di noi, la Francia non ha bisogno di nuovi arrivi. Non è un caso.
Dal Dopoguerra in poi l’Esagono ha puntato sul consumo interno e non sulle esportazioni (come Italia e Germania) per la crescita della propria economia, e ha fatto in modo che i consumatori non venissero meno. Ben il 4 per cento del suo Pil va annualmente in aiuti alle famiglie sotto forma di trasferimenti monetari e generosi programmi di welfare per tutti i bambini con meno di tre anni. Risultato: le donne francesi sono le più prolifiche del Vecchio Continente.
UN MILIARDO DI AFRICANI IN PIÙ
L’attuale fabbisogno di immigrati non durerà per sempre.
Tra circa venti o trent’anni comincerà ad attenuarsi. «Gli immigrati per quanto giovani non sono dei neonati e anche loro invecchiano», sorride Elena Ambrosetti, demografa dell’Università La sapienza di Roma: «Si arriverà a un punto in cui, immigrati o no, il numero degli italiani diminuirà comunque. Senza contare che una società non riesce a integrare un numero eccessivo di nuovi arrivati». Soprattutto se culturalmente non omogenei.
Fino ad oggi i nostri immigrati provenivano soprattutto dai paesi dell’Est Europa (rumeni in testa) e dal Nord Africa (soprattutto marocchini).
Le ondate immigratorie dei prossimi decenni – al netto degli imprevisti della Storia come la guerra siriana – saranno soprattutto di matrice subsahariana e numericamente più rilevanti che in passato. Per rendersene conto basta guardare all’enorme delta demografico che separa l’Europa e dall’Africa.
Il Continente Nero avrà entro il 2050 circa un miliardo di persone in più a fronte di un’Europa che rischia di perdere il 16 per cento della sua popolazione.
Oggi i giovani tra i 25 e i 29 anni – la classe di emigranti per definizione – sono 51 milioni in Europa e 95 in Africa.
Tra solo vent’anni saranno 41,12 milioni in Europa e ben 151 milioni in Africa; fra trent’anni 40,9 milioni in Europa e 186 in Africa.
Il loro sbocco naturale, soprattutto se l’Africa non avrà compiuto il tanto atteso balzo in avanti in termini economici, saranno le sponde del Mediterraneo.
«Si tratta di cifre folli di adulti con bambini», avvertono i demografi, praticamente in coro: «È ora di pensare a che tipo di società si vuole e cominciare a prendere provvedimenti per tempo».
D’altronde sono dieci anni che la Commissione europea, a fronte dell’invecchiamento progressivo del Continente e dei sempre maggiori flussi migratori da cui è investito, ribadisce alcune indicazioni di base: primo, una profonda riforma del sistema pensionistico volta a garantire l’equità intergenerazionale; secondo, un massiccio investimento degli Stati membri in un sistema efficiente di accoglienza e integrazione dei migranti; terzo, politiche fiscali volte a conciliare la vita professionale e privata delle famiglie così da rinverdire il tasso di fertilità nazionale.
Il mix tra queste tre diverse politiche darà vita alle società di domani.
Occuparsene subito significa presentarsi preparati all’appuntamento con il proprio futuro. Per non restarne travolti.
Federica Bianchi
(da “L’Espresso”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
GLI SCENARI POSSIBILI
Che cosa succede adesso? Pochi lo sanno, molti lo intuiscono. 
La secessione resta ancora un traguardo lontano, ma qualcuno già disegna scenari.
Per prima cosa, la piattaforma degli indipendentisti deve mettersi d’accordo con se stessa: i leader nazionalista del Cdc e dell’estrema sinistra separatista Cup, Artur Mas e Antonio Baà±os, devono confermare che il processo indipendentista sarà davvero avviato da qui al marzo 2017.
I seggi per farlo ci sono, ma i voti stanno al di sotto del 50% causa sistema proporzionale.
La promessa elettorale del Cup era stata: secessione solo col mandato diretto del 50%+1 degli elettori. Ora la sinistra potrebbe chiedere a Mas, in cambio, d’avere la presidenza della Generalitat.
Superato questo primo scoglio, il Parlament catalano potrà dichiarare l’inizio del processo di “disconnessione”: un atto che il governo di Madrid ha già detto di voler impugnare davanti alla magistratura sia ordinaria che costituzionale, considerandolo contro la legge.
Il premier spagnolo Mariano Rajoy può scegliere la politica muscolare, arrivando perfino a sospendere la storica autonomia della Catalogna, ma i rischi d’una simile mossa sono fin troppo evidenti.
Un’altra strada sarebbe la destituzione del nuovo presidente catalano, già minacciata nelle scorse settimane.
Una terza via sarebbe un lungo e faticoso negoziato con Madrid: difficilmente realizzabile, se al governo dopo il voto di dicembre rimarrà Rajoy, che coi catalanisti ha cercato finora lo scontro frontale.
Questo naturalmente non fermerà la voglia di separarsi: il Parlamento regionale potrebbe chiedere, come già proposto da alcuni partiti, un vero referendum sulla secessione (quella di domenica era solo un’elezione amministrativa: a trasformarla in un plebiscito pro o contro l’indipendenza è stato Artur Mas, dopo che la Consulta aveva bocciato nel 2014 la possibilità d’una consultazione popolare sulla secessione). A questo punto, entro i 18 mesi, il leader nazionalista ha già prospettato una dichiarazione d’indipendenza fiscale e per cominciare la “restituzione” di 16 miliardi d’euro, l’istituzione d’un ministero del Tesoro e d’una Banca nazionale catalana, oltre che la nomina formale d’un ministro degli Esteri e d’un corpo diplomatico.
S’è parlato spesso anche dell’istituzione d’una Difesa propria, nonostante i costi eccessivi: le strutture militari spagnole presenti sul territorio catalano sono stimate in mezzo miliardo di euro, la formazione d’un esercito proprio richiederebbe solo per cominciare una spesa minima di tre miliardi.
Senza parlare delle procedure, lunghe, per un ingresso nella Nato.
Tutti gli accordi con l’Ue s’intenderebbero azzerati e da rinegoziare, come stabilisce una normativa europea del 2004: dal Belgio alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Romania, dalla Polonia alla Grecia, vari Paesi potrebbero però opporsi a un’adesione della Catalogna, temendo un effetto domino su possibili secessioni interne.
Ancora più complicato, il riconoscimento dell’Onu, perchè il precedente continentale del Kosovo, che peraltro molti Paesi non hanno mai riconosciuto, è considerato unico e difficilmente ripetibile.
Per il piccolo e povero Stato balcanico, la Nato fece una guerra: per la ricca Catalogna, è verosimile che la strada dell’indipendenza passi attraverso lunghe battaglie con Madrid a colpi di ricorsi giudiziari e carte bollate.
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
MAGGIORANZA DI SEGGI MA NON DI CONSENSO NELL’OPINIONE PUBBLICA…AVANZA CIUDADANOS AL 17%
Una vittoria che rischia di essere mutilata. 
Gli indipendentisti catalani, infatti, hanno conquistato la maggioranza assoluta al Parlamento locale. Quando lo scrutinio è arrivato al 97% delle schede, la lista Junts Pel Sì del presidente secessionista Artur Mas ha ottenuto 62 seggi e il 39,6%, mentre quella dei radicali separatisti di Cup è a 10 seggi e il 8,2%: insieme raggiungono il 47,8%, e quindo non raggiungono la maggioranza assoluta cui puntavano.
Dietro Junts Pel Sì arriva invece il partito moderato anti-sistema Ciudadanos (25 seggi e il 17,9%), contrario all’indipendenza
Gli indipendentisti avranno il maggior numero dei seggi al Parlamento regionale catalano, ma non superando il 50 per cento dei voti non possono presentarsi a Madrid come titolari della maggioranza assoluta degli elettori della Catalogna.
L’obbiettivo di Artur Mas, leader della coalizione indipendentista Junts pel Sì, è infatti la proclamazione di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza nell’arco di 18 mesi.
Il voto di oggi serviva a rafforzare la sfida lanciata da Mas al governo centrale di Madrid, che è sempre stato inflessibile sull’indipendenza della regione di Barcellona dal resto della nazione iberica.
È una netta sconfitta, invece, quella del Partido Popular del premier spagnolo Mariano Rajoy, assolutamente contrario all’ipotesi dell’indipendenza: per i moderati solo il 8,4% dei voti e una forbice 11 seggi.
L’attuale partito di governo sarebbe superato dai socialisti del Psc (12,8% e 16 seggi), dalla lista di Podemos (8,9% e 11), e dalla seconda lista indipendentista, quella dei radicali di sinistra della Cup (8,2% e 11), alleata di Mas.
Alle urne erano chiamati 5 milioni e mezzo di cittadini negli oltre 2mila seggi , aperti dalle 9 di domenica mattina. I dati delle elezioni si fanno segnalare anche per l’incremento dell’affluenza ai seggi: alla fine alle urne sono andati il 77% degli aventi diritto.
L’aumento della partecipazione al voto è stato del 9% rispetto alle elezioni del 2012: un record assoluto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI TSIPRAS E LA SCONFITTA DI UNITA’ POPOLARE METTE ALL’ANGOLO CHI VUOLE USCIRE DALL’EURO: GLI ELETTORI VANNO NELLA DIREZIONE OPPOSTA
Il tracollo degli anti-euro è la principale ragione per cui il voto di ieri in Grecia è importante per tutta l’Europa.
Gli scissionisti che avevano abbandonato Alexis Tsipras rifiutando l’accordo con i creditori, pronti a tornare alla dracma e a non pagare i debiti, non riusciranno nemmeno a entrare in Parlamento.
E sì che la scissione di «Laikì Enòtita» (Unità popolare) era stata dolorosa.
Aveva sottratto a Sà½riza un deputato su sei tra gli eletti del 25 gennaio scorso, almeno un quarto dei militanti e l’intero movimento giovanile.
Ma gli elettori sono andati nella direzione opposta. Hanno apprezzato la scelta responsabile di Tsipras: restare nell’euro anche a prezzo di nuovi sacrifici.
L’uscita dall’euro non attrae nemmeno i cittadini del Paese che dalla crisi dell’unione monetaria ha più sofferto, per un misto di errori dell’Europa e dei suoi passati governanti. E’ risultato evidente che avrebbe soltanto accresciuto ancor più la miseria.
Gli stessi ideologi di «Unità popolare» a tratti ne parevano coscienti; volevano però correre il rischio come via per uscire dal capitalismo.
La forza politica degli anti-euro, che un anno fa pareva emergere in molte parti d’Europa talora con un volto di estrema sinistra, talvolta di destra, talvolta non si sa come il Movimento 5 stelle, è ora in rapida caduta.
L’unico vero fenomeno nuovo a sinistra, Podemos in Spagna, si è schierato con Tsipras, e comunque è sceso ora nei sondaggi al 16-17%, terzo partito.
Detto questo, sia in Grecia sia nel resto dell’area euro restano tutti i problemi di prima.
Il governo Tsipras 2 si formerà probabilmente con la stessa maggioranza del Tsipras 1: ovvero con l’appoggio di un piccolo partito della destra nazionalista la cui affinità con i marxisti di Sà½riza è difficilissima da comprendere fuori dai confini ellenici.
Ringalluzzito dal successo, il quarantunenne leader ripeterà che quell’accordo lui lo ha firmato ma non ci crede.
Tra gli eletti del suo partito vi sono ancora massimalisti che potrebbero rifiutarsi di votare alcune misure.
Dal punto di vista dell’Europa, sarebbe stato meglio uno Tsipras con meno deputati, costretto a fare coalizione di governo con i partiti riformisti del centro-sinistra.
Il caso greco resta dunque anomalo.
La popolarità di Sà½riza anche dopo la scissione poggia assai più sul discredito dei governanti in carica ad Atene negli anni scorsi che sulla credibilità delle sue proposte (vaghissime tra l’altro in questa campagna elettorale).
Non sarà facile per l’Europa gestire il seguito della vicenda.
Per tutta l’area euro invece gli eventi dell’estate, dagli sbarchi dei migranti alle nuove incertezze sull’economia mondiale, rendono obsolete molte vecchie regole.
Il nostro governo ne sembra cosciente ma invece di proporre una discussione chiara cerca solo di ottenere un trattamento di favore per l’Italia che ci consenta per il 2016 di sfuggire agli obblighi del rigore.
Cosicchè al nocciolo della questione si arriverà come al solito troppo tardi, forse sotto la spinta di un’altra crisi.
Stefano Lepri
(da “La Stampa”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
E L’UNGHERIA RINUNCIA A TRASFERIRE I SUOI 54.000
Alla vigilia del nuovo Consiglio dei ministri dell’Interno e della Giustizia europei del 22 settembre per la distribuzione dei 120mila profughi da Grecia, Italia e Ungheria, l’accordo sulle quote di rifugiati sembra più vicino.
La Commissione aveva proposto un sistema di redistribuzione di cui avrebbe beneficiato anche l’Ungheria, alle prese nelle scorse settimana con decine migliaia di profughi provenienti dalla Serbia lungo il corridoio balcanico, ma se Budapest, come sembra, non parteciperà , la quota di 54 mila richiedenti asilo da spostare dall’Ungheria dovrà essere ripensata.
Il Consiglio e l’esecutivo europeo stanno lavorando su due opzioni: se spostare i 54mila da Italia e Grecia o se usare la quota per altri Paesi, specialmente i governi dell’Est contrari all’accoglienza dei rifugiati.
Per l’Italia, fa notare un funzionario europeo, i numeri degli arrivi sono molti elevati, ma la situazione non è drammatica.
Invece la Grecia avrebbe bisogno di un sollievo immediato, ma ancora non funzionano gli hotspot per la registrazione dei migranti, condizione necessaria secondo la Commissione europea per cominciare a distribuire i profughi in arrivo sulle coste greche e italiane.
La seconda opzione prevede di permettere ad alcuni Stati, che dovranno farne richiesta, di beneficiare della quota. Si sta pensando ai Paesi dei Balcani occidentali, ma su questo “non c’è ancora accordo”, spiega la fonte.
Le trattative stanno andando avanti e la situazione è “ancora fluida”. In ogni caso, aggiunge la fonte, “si va verso una soluzione molto flessibile”.
Uno degli strumenti studiati in queste ore è una sorta di multa di 6500 euro che i governi dovranno versare per rifiutare l’accoglienza di ciascun profugo, fino a una quota del 30%.
Ma questa soluzione non piace alla Germania, che si era già detta contraria alla multa proposta dalla Commissione per quei Paesi che dovessero rigettare il sistema delle quote: una penale che doveva corrispondere allo 0,002% del Pil.
L’altra possibilità in discussione è permettere al Paese che lo chiede di ritardare i ricollocamenti di sei mesi.
Ciò che risulta ormai chiaro, è che qualsiasi Paese diventi beneficiario dei ricollocamenti, dovrà organizzare gli ‘hot spot’ sul proprio territorio.
Cosa che molti Stati membri, a partire da Croazia e Ungheria non vogliono.
Tra i punti che potrebbero andare a favore di Roma, il fatto che per i 120mila ricollocamenti possano essere presi in considerazione i profughi arrivati in Italia e Grecia fino a sei mesi prima della presentazione della proposta della Commissione Ue (quindi sei mesi prima del nove settembre).
Il 23 settembre il tema dei rifugiati sarà affrontato dal summit straordinario dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, al quale parteciperà Alexis Tsipras, confermato domenica premier della Grecia.
Il paese ellenico per mancanza di fondi è al collasso sull’accoglienza dei richiedenti asilo che continuano a sbarcare sulle isole vicine alla Turchia.
In vista del vertice, Tsipras ha discusso di politiche delle migrazioni oggi con il ministro ad interim Yannis Mouzalas. La linea che intende seguire è quella adottata finora: premere per una condivisione dei profughi e della gestione dei flussi con il resto dei membri dell’Ue.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
A SPOGLIO IN CORSO, TSIPRAS E’ AL 35,5%, NUOVA DEMOCRAZIA AL 28,2%… I FUORIUSCITI DI SYRIZA NON RAGGIUNGONO IL QUORUM… CONFERMATO IL VOTO DI GENNAIO, CALANO SOLO I VOTANTI
Alexis Tispras vince ancora. Secondo i dati parziali diffusi dal ministero dell’Interno greco, Syriza è al
35,5% dei voti, mentre il partito conservatore Nuova democrazia di Vangelis Meimarakis segue con il 28,21%. Terzo si conferma Alba dorata con il 7,32%, mentre Unità popolare fondato dai fuoriusciti di Syriza – e sostenuto dall’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis – non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento del 3% necessaria a entrare in Parlamento, e si fermerebbe al 2,78%.
Secondo le prime proiezioni – quindi basate su dati reali – Syriza ottiene 145 seggi, mentre gli ex alleati di governo nazionalisti Greci Indipendenti avrebbero il 3,7% e 10 seggi.
I due potrebbero quindi riproporre l’alleanza di gennaio, forti di una nuova maggioranza di 155 seggi su 300.
Bassa l’affluenza: ha votato il 54,4% degli aventi diritto. Nelle elezioni del gennaio scorso, vinte da Tsipras, votò il 63,6%.
Il leader di Nea Demokratia Vangelis Meimarakis si è già congratulato con Tsipras, il leader di Syriza per la vittoria. “Congratulazioni a Tsipras – ha detto il presidente di Nea Dimokratia – Ora può fare il governo che crede. Io voglio ringraziare chi ha lavorato con noi in queste elezioni. Pensavano fossimo finiti, invece siamo ancora qui, e forti”.
Andare alle urne è stata una scommessa per Tsipras, che punta a rafforzare la posizione di Syriza dopo essersi liberato della sinistra interna contraria all’accordo che il governo ha siglato con i creditori internazionali (in cambio di altri 86 miliardi di prestiti). Alla sede di Syriza i primi risultati sono stati accolti con moderato ottimismo: l’entusiasmo dello scorso gennaio è un lontano ricordo. Perchè dopo la (eventuale) vittoria arriverà il momento più duro: applicare il memorandum siglato con l’Europa lo scorso luglio.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Europa | Commenta »