Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile
LA NUOVA BOZZA DEL RECOVERY PLAN GARANTIREBBE PIU’ AIUTI RISPETTO AL PIANO ORIGINARIO CHE PREVEDEVA 172 MILIARDI… RIUNIONE IN CORSO
Dopo la terza notte di pugni sbattuti sul tavolo, scontri e tensioni tra ben 22 paesi dell’Ue e i frugali capitanati dall’Olanda, i toni dei leader europei sono decisamente più ottimistici oggi sulla possibilità di raggiungere un’intesa sul recovery fund.
Lo è anche Giuseppe Conte, che accoglie con favore l’ultima proposta di compromesso che dovrebbe planare sul tavolo dei capi di Stato e di governo riuniti in una plenaria il cui inizio è stato più volte rimandato in giornata.
Lo riferiscono ad Huffpost fonti di Palazzo Chigi. Perchè, fatti i conti, con la nuova proposta del presidente del Consiglio Charles Michel all’Italia spetterebbero in totale oltre 200 miliardi di euro, tra sussidi (80mld) e prestiti (120-125mld). E, ma questo le fonti di Palazzo Chigi non lo specificano, il governo potrebbe evitare di fare ricorso ai soldi del Mes, circa 36mld.
La bozza, che però ancora deve ottenere l’ok della plenaria e tutte le incognite del caso vanno prese in considerazione alla luce di un vertice difficilissimo e lungo, prevede un ammontare totale del fondo pari a 750 miliardi di euro, 50mld in meno rispetto al piano iniziale della Commissione europea. La parte relativa ai sussidi scende da 500mld a 390mld, 110mld in meno. Quella sui prestiti aumenta, da 250mld a 360mld.
Ma il premier Conte è soddisfatto. Perchè i tagli ai sussidi non toccano nè la Recovery and resilience facility, che nella proposta iniziale ammontava a 310mld, nè la ‘React Eu’, 50mld dal pacchetto ‘Next generation Eu’ più altri 4,8mld dal bilancio Ue.
Si tratta dei fondi dai quali il governo Roma conta di pescare quasi tutte le sovvenzioni, “il 90-95 per cento dei nostri interessi”, dice una fonte di governo ad Huffpost. E sono quelli dai quali le risorse arrivano più direttamente agli Stati, con un tasso di ritorno del 20 per cento.
In effetti, secondo l’ultima bozza d’intesa, la ‘Recovery and resilience facility’ dovrebbe arrivare a 312 miliardi e mezzo, mentre React Eu perderebbe solo due miliardi e mezzo. Insomma, l’Italia ricaverebbe 80mld di sovvenzioni a fondo perduto in totale
Quanto ai prestiti, nella nuova bozza Michel aumentano. Il governo di Roma potrebbe prenderne fino a 120-125 miliardi di euro, rispetto ai 70-80 miliardi che avrebbe potuto chiedere con la proposta iniziale della Commissione von der Leyen.
Significa che, a conti fatti, l’Italia potrebbe fare a meno dei prestiti (circa 36mld) del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) che è ancora oggetto di polemica politica. Ma questo le fonti governative sentite da Huffpost non lo specificano.
Governance delle risorse: è stata esclusa l’unanimità in Consiglio europeo, sulla quale l’olandese Mark Rutte ha tanto insistito in questi giorni per avere un controllo, nonchè potere di veto, sull’uso dei fondi Ue da parte degli Stati membri.
E’ previsto invece un meccanismo di maggioranza rafforzata: un paese membro può sollevare problemi rispetto all’erogazione delle risorse, soprattutto dei sussidi, se non è convinto dei piani di investimento e riforma presentati e può chiedere al presidente Michel di discuterne in Consiglio. Ma l’ultima parola spetterebbe alla Commissione europea tramite l’Ecofin: a maggioranza rafforzata.
La ripartizione delle risorse resta quella della proposta originaria: 70 per cento per il 2021-22, il 30 per cento nel 2023. Ma la prima quota non verrà calcolata in base ai dati della disoccupazione degli ultimi 5 anni, come prevedeva la proposta originaria, bensì in base al calo del pil per quest’anno e l’ulteriore calo nel 2021, computo che verrà svolto entro giugno dell’anno prossimo.
Si tratta di una bozza che soddisfa la delegazione italiana, ma i condizionali sono d’obbligo, a valle di un vertice in corso da venerdì. La questione dei rebates, gli sconti sui contributi al bilancio europeo di cui beneficiano i frugali, è ancora aperta, per dire. Olanda, Svezia, Danimarca e Austria chiedono un aumento dello sconto, il cui ammontare dipenderà dalle dimensioni totali dei sussidi. Se si chiude con 390mld, lo sconto sarà minore. Se si chiude con 400mld, lo sconto sarà maggiore.
Conte si prepara alla plenaria con la determinazione a “chiudere in fretta”. Ne ha discusso con Angela Merkel, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez, Antonio Costa in un vertice ristretto nel pomeriggio. Tutti stufi di stare ancora a battagliare con piccoli paesi del nord che stanno bloccando l’intesa da giorni, soprattutto l’Olanda.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile
SALTANO ANCHE I NERVI AL CONSIGLIO UE, SERVE UN QUARTO GIORNO
Sono quasi le 6 del mattino quando i 27 leader europei si ritrovano alla plenaria del Consiglio europeo, dopo una lunga pausa dedicata ai negoziati a tavoli ristretti sul Recovery Fund. Pochi minuti, quanto basta per capire che la notte non ha portato consiglio e che servirà almeno un quarto giorno di negoziati. Tutti in hotel, si riprende alle 16, con una nuova proposta di Charles Michel. Per ore l’Europa building si trasforma in un ring, in cui saltano anche i nervi dei leader, e il giorno che arriva si prospetta come la quarta ripresa di un incontro di boxe.
Le posizioni per tutta la notte restano distanti. Da una parte 22 Paesi europei che sostengono un piano di sussidi da almeno 400 miliardi, dall’altra i 5 frugali (Austria, Danimarca, Olanda, Svezia, con l’aggiunta della Finlandia) che non intendono salire sopra 350 miliardi.
“Michel non ha anticipato null’altro ma ha detto che proporrà oggi due soluzioni – ha detto Giuseppe Conte rientrando in hotel dopo la lunga notte di trattative – Una con una riduzione dei grants a 400 miliardi condurrebbe a un maggiore sconto per i Paesi che ne hanno diritto, una con i sussidi a 390 miliardi con un minore sconto”.
Il riferimento è ai rebates (i meccanismi di rimborso sul Bilancio Ue), altro fronte su cui i Frugali chiedono di contare di più. Terzo fronte, quello sulla governance, anche se lo stesso Conte si mostra più sereno: “Abbiamo indirizzato il procedimento di verifica e controllo dello stato di avanzamento dei progetti secondo una più corretta soluzione, rispettosa delle competenze dei vari organi definite dai trattati” spiega ai cronisti, lasciando intendere che cadrebbe quel potere di veto che è la bandiera negoziale dell’Olanda di Mark Rutte.
Secondo alcune fonti, alla ripartenza il fronte dei Frugali non si presenterà monolitico. I duri e puri restano Kurz e Rutte, intransigenti nel mantenere la linea rossa dei 350 miliardi di sussidi, mentre gli scandinavi avrebbero ammorbidito le loro posizioni e sarebbero più propensi a concedere qualcosa.
Secondo quanto riportato da alcune fonti, però, una possibile mediazione sarebbe un piano da 390 miliardi di sussidi e 360 miliardi in prestiti, ma con una governance che non preveda diritti di veto ai singoli Stati membri sull’esborso dei soldi.
Sono i piccoli progressi di una notte dai toni concitati.
Raccontano fonti diplomatiche che a un certo punto Emmanuel Macron ha perso le staffe e ha battuto i pugni sul tavolo, scagliandosi contro il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che si era alzato dal tavolo per rispondere al telefono. “Vedete? Non gli interessa, non ascolta gli altri. Ha un atteggiamento negativo”, ha detto Macron.
Sempre il presidente francese ha puntato il dito contro l’olandese Mark Rutte, accusandolo di comportarsi come David Cameron quando negoziava il possibile referendum per Brexit. “Quella strategia è finita male”, gli ha fatto notare.
In un altro momento è stata Angela Merkel ad alzare la voce. Messi in minoranza sul bilanciamento fra sussidi e prestiti, i leader dei Paesi frugali hanno cercato più volte di spostare il focus della discussione sulla questione della condizionalità sullo stato di diritto. È stata la leader danese Mette Frederiksen a dire: “Come mai nessuno qui stasera parla di stato di diritto?”, lasciando intendere che l’argomento in realtà non interessasse. Merkel l’avrebbe zittita con forza, affermando che nessuno poteva accusarli di questo.
È stata anche una notte di arringhe. Quella di Giuseppe Conte al tavolo dei leader – a cui è stata servita una cena fredda, che a quanto pare i presenti non ricorderanno a lungo. “Il mio Paese ha una sua dignità . C’è un limite che non va superato” ha detto il presidente del Consiglio, con lo sguardo rivolto verso Mark Rutte per la pretesa olandese sulla governance per l’esborso dei fondi europei, dicendo che viene il dubbio che “si voglia piegare il braccio a un Paese perchè non possa usare i fondi” del Recovery fund, “con un meccanismo come quello che fa controllare al Consiglio ogni singola fase dell’attuazione” delle riforme.
E ancora: “Questa negoziazione volta ad abbassare il livello di efficacia della reazione europea non ha senso”, ha aggiunto Conte. “I sussidi sono necessari a una pronta ripresa per rafforzare la resilienza dei Paesi che hanno più difficoltà nella crescita economica. Il Recovery Plan non può diventare uno strumento per condurre battaglie ideologiche. Chi oggi si contrappone alla chiusura di questo negoziato e pensa di acquisire nell’immediato maggiore consenso sul piano interno deve però pensare che non solo la storia gli chiederà il conto ma che i suoi stessi cittadini, superata la reazione emotiva, si renderanno conto che quella di stasera è stata una valutazione miope che ha portato ad una decisione che ha contribuito ad affossare il mercato unico e la libertà di sognare delle nuove generazioni”. Eroi del momento in patria, ma poi l’Europa, il mondo, vi giudicheranno, è il punto su cui ha insistito Conte.
Altra arringa, molto accorata, di Charles Michel, il tessitore di questo negoziato, che ha messo sul tavolo tutto lo sforzo di trovare un compromesso sbattendo contro il muro alzato tra le parti, in particolare dai Paesi frugali. “Ho ascoltato attentamente ciascuno di voi – ha affermato il presidente del Consiglio europeo – Mi è stato ripetuto che le sovvenzioni erano troppe. Ho abbassato l’importo la prima volta, poi una seconda volta. Ho anche proposto di ridurre l’importo del Bilancio Ue 2021-2027. Mi è stato anche detto che per accettare le sovvenzioni erano necessarie condizioni di governance molto rigide a causa della mancanza di fiducia. Abbiamo lavorato su questo argomento e abbiamo qualcosa che va nella direzione desiderata. Poi mi è stato detto: siamo contributori netti, abbiamo bisogno di sconti massicci. Nella mia proposta di ieri, li avevo aumentati, l’ho fatto di nuovo oggi, ad eccezione della Germania. Sullo stato di diritto: intendo mantenere la mia proposta di febbraio – ha spiegato – Mi è stato anche detto che il Recovery Fund è troppo correlato al Bilancio Ue. Quindi ho ridotto i ritardi. Mi è stato evidenziato il legame con la crisi: ho cambiato la chiave. Abbiamo rafforzato il legame con la crisi. E poi abbiamo ulteriormente rafforzato il peso della caduta del Pil del 2020”.
Tutto questo non è servito. Ma spetterà ancora a Charles Michel l’onere della proposta al tavolo del Consiglio europeo. Per Giuseppe Conte e gli altri leader si apre il quarto giorno di negoziato, ma la profezia di Viktor Orban è che “serviranno diversi giorni” per trovare un’intesa.
Serviranno forse le canoniche sette camicie, anche se l’obiettivo è accelerare i tempi. Sul tavolo si arriverà anche con la prima reazione dei mercati finanziari allo stallo europeo: c’è lo scudo della Bce sugli spread, questo aspetto preoccupa relativamente, e gli investitori possono forse tollerare qualche giorno di rinvio se utile a trovare una soluzione ottimale per la reazione europea alla crisi del Covid-19. Se si dovesse invece arrivare a una mediazione al ribasso o, peggio ancora, a una spaccatura in due dell’Europa, beh, prepararsi all’impatto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
PESSIMISTA SULL’ACCORDO, MERKEL MEDIA SU TUTTI I TAVOLI CON CRESCENTE INSOFFERENZA VERSO I FRUGALI
E’ possibile che finisca con un “no deal”, senza accordo, dice Angela Merkel arrivando in mattinata
all’Europa building dove per il terzo giorno consecutivo sono riuniti i 27 leader europei alla ricerca di intesa sul Recovery fund.
Vale la pena puntare i riflettori sulla cancelliera tedesca, la ‘regina’ di ogni negoziato europeo da quando è al potere in Germania, 15 anni, la portatrice d’acqua all’idea del pacchetto ‘Next generation Eu’ affidato all’elaborazione della Commissione europea, la prima a volere un accordo comunitario, lei che prima del summit aveva promesso di adoperarsi per la mediazione e il compromesso.
Anche Merkel è sotto lo scacco dei frugali, quei 4-5 paesi che stanno bloccando l’Europa a 27 e che stasera sono stati oggetto della reprimenda di Charles Michel.
A cena è il presidente del Consiglio europeo, evidentemente d’accordo con la cancelliera, a fare un elenco, anche in toni aspri, di tutto quello che i paesi del nord hanno ottenuto nelle trattative.
In particolare, Michel presenta una nuova bozza che prevede un ammontare totale del recovery fund di 750 miliardi di euro, ripartiti in 400 miliardi di sussidi e 350 miliardi di prestiti.
“Uno strappo mostrerebbe il volto di un’Europa debole”, precisa il presidente del Consiglio europeo, a poche ore dalla scadenza che preoccupa tutti all’Europa building: la riapertura delle borse del lunedì, dopo il weekend.
I leader continuano a trattare a oltranza, per scongiurare un fallimento che probabilmente verrebbe punito dai mercati. Puntano almeno ad un rinvio ad un altro summit, che verrebbe forse compreso, a patto però che si raggiunga uno straccio di qualcosa prossima ad un accordo.
“Durante i negoziati, ho ascoltato tutti, mostrato il massimo rispetto. Continuerò a lottare per un accordo, con lo stesso rispetto. Il mio auspicio è che giungiamo a un accordo e che FT e i nostri altri giornali domani titolino che l’Ue è riuscita in una missione impossibile”, continua Michel.
E’ anche per lo strapotere rosicchiato dai frugali, che, specificano fonti diplomatiche, la cancelliera è al fianco di Emmanuel Macron, Giuseppe Conte, Pedro Sanchez nella battaglia per mantenere le dimensioni totali delle risorse riservate ai sussidi nei termini di 400 miliardi, che è già una grossa concessione rispetto ai 500 miliardi della proposta iniziale.
Sono questi i termini delle trattativa in corso nelle ultime ore serali di questa terza giornata di un summit che pare infinito, costretto nelle divisioni tra Nord e Sud Europa, tragico per quanto significa sui destini delle economie degli Stati membri e sul futuro dell’Unione.
L’Olanda in testa, e i frugali Danimarca, Svezia, Austria e ora anche la Finlandia al seguito del falco Mark Rutte, hanno un po’ ceduto nelle ultime ore sulla querelle riguardo alle dimensioni totali del Recovery fund.
Erano partiti chiedendo che i sussidi non superassero la soglia dei 299 miliardi di euro. Nel pomeriggio sono arrivati a proporre 350 miliardi di sovvenzioni, non di più, più altri 350 miliardi di prestiti per un ammontare totale del fondo di 700 miliardi di euro, 50mld in meno rispetto alla proposta originaria di Ursula von der Leyen.
Ma si sono trovati di fronte il muro del Sud: Italia, Spagna, Portogallo, Francia, spalleggiati dal resto dei paesi Ue anche a est e soprattutto dalla Germania e poi anche dallo stesso Michel. Merkel in prima persona non è disposta a ridurre ulteriormente la quota delle sovvenzioni a fondo perduto per recuperare le economie piegate dalla crisi del Covid.
Insieme con Macron, Merkel aveva proposto 500 miliardi di sussidi, che nel piano della Commissione sono stati affiancati da 250 miliardi di prestiti.
Per la cancelliera è già una grossa concessione scendere di 100 miliardi di euro, tagli che verrebbero applicati alla quota di 190 miliardi riservata alla ricerca (Horizon 2020), allo sviluppo rurale, alla decarbonizzazione. Tagliare di altri 50 non è solo un’ipoteca sull’efficacia del Recovery fund come strumento di ripresa. Sarebbe anche una resa politica per la leader tedesca.
Per lei significherebbe tornare a casa con l’onta di essersi fatta massacrare dai piccoli Stati del nord, che già si sono imposti molto nella trattativa, riuscendo a piegare persino il potente asse franco-tedesco, da sempre motore decisionale dell’Ue.
Sarebbe una sconfitta politica per Merkel, presidente di turno dell’Ue fino a dicembre, cancelliera alla fine del suo ciclo politico (finora ha sempre detto che non si ricandiderà alle elezioni 2021 in Germania) che ha legato la sua eredità di leader al successo del ‘Next generation Eu’.
Uscirne senza intesa, come ha messo nel conto in mattinata in un misto di pessimismo e rassegnazione, sarebbe un fallimento. Ma anche uscirne con un accordo che premia i piccoli Stati frugali non sarebbe una soluzione senza problemi per lei, oltre che per l’Europa.
Intorno alle 19.30, dopo una serie di incontri ristretti tra cui anche quello tra i paesi del sud e i frugali, i 27 leader si ritrovano a cena: piatti freddi, catering su ordinazione, come ieri.
Prima di cena, Conte si riunisce anche con i leader frugali. “Vi state illudendo che la partita non vi riguardi o vi riguarda solo in parte — dice rivolgendosi all’olandese Mark Rutte – In realtà se lasciamo che il mercato unico venga distrutto, tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo qualche settimana sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei per avere compromesso una adeguata ed efficace reazione europea. Voi avete dubbi perchè le risorse finanziarie di cui ragioniamo oggi vi sembrano tante. In realtà è il minimo indispensabile per una reazione minimamente adeguata; se tardiamo la reazione, dovremo calcolare il doppio o forse anche di più”.
Il premier italiano, però, non ricava nulla dall’arringa e da questo ennesimo incontro. Proprio lì a cena i frugali attaccano di nuovo anche sui rebates (i meccanismi di rimborso sul Bilancio Ue), per non parlare della governance delle risorse, rebus dei rebus tra la richiesta di Rutte di poter esercitare il veto in Consiglio europeo di fronte a piani di investimento che non lo convincono e il meccanismo di maggioranza rafforzata opposto da Conte, con Macron, Merkel, Sanchez e gli Stati più colpiti dalla pandemia. Ad ogni modo, a cena i frugali riaprono la questione rebates.
Chiedono che i loro sconti sui contributi al bilancio pluriennale europeo vengano aumentati di 7 miliardi in sette anni. Olanda, Svezia, Danimarca e Austria ne beneficiano in quanto sono contributori netti al bilancio ma usano meno i fondi europei.
Trattasi di un privilegio pensato negli anni ’80 per la Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Anche la Germania ne beneficia, ma Merkel ha già detto che non vuole un ulteriore aumento dello sconto, differenza sostanziale con i frugali.
Questo summit ha aumentato le distanze tra Berlino e le capitali del nord, finora in collegamento diretto con la cancelleria tedesca. In queste notti, dopo i lavori del summit, Merkel si intrattiene sovente in hotel a parlare ancora con Macron e con Conte davanti a un drink, piuttosto che con gli interlocutori del nord.
Segnali sintomatici di un approccio politico a favore delle ragioni del sud, disponibile al compromesso a patto che non sia una sottomissione ai frugali. Nella sua battaglia europea e anche personale, Merkel sta cercando di non permetterlo.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
SERPEGGIA IL TERRORE DI FALLIRE, SUI SUSSIDI LA DISTANZA E’ DI ALMENO 100 MILIARDI
A tre giorni dall’inizio del Consiglio europeo sul recovery fund, la speranza è appesa alla possibilità
che si continui a trattare. L’intesa non è ancora all’orizzonte, anche se circolano varie ipotesi. Ma da ieri la possibilità di interrompere i lavori senza accordo è diventata così reale da seminare il terrore tra i 27 leader europei riuniti all’Europa building di Bruxelles.
Terrore di affrontare la riapertura delle borse lunedì mattina, terrore di dover ammettere il fallimento, terrore di assumersi la responsabilità di danneggiare la reputazione dell’Unione, esponendola agli attacchi dei movimenti anti-europeisti.
A sentire molte fonti a Bruxelles, si intende il loro sospiro di sollievo di fronte al fatto che ancora non si è deciso di chiudere il summit, annunciando la mancata intesa, malgrado gli scontri e l’incapacità di raggiungere un punto di compromesso dopo svariati bilaterali e meeting ristretti.
Confronti che hanno fatto slittare più volte la plenaria, originariamente convocata per le 12. Eppure in mattinata era stata Angela Merkel ad ammettere con pessimismo la possibilità di uscire “senza intesa” dal tunnel di questo vertice decisivo per la storia europea.
Nonostante i fondati timori, questo non è ancora avvenuto. Giuseppe Conte e la delegazione italiana tentano di raggiungere un punto di incontro con l’olandese Mark Rutte sulla questione della governance delle risorse del Recovery fund, sedendo a un tavolo alla presenza di esperti della Commissione europea. Ma nemmeno da qui arriva la svolta.
Il premier de L’Aja chiede l’unanimità in Consiglio Ue per poter ‘controllare’ le riforme dell’Italia e bloccare i fondi se non convinto dei piani di investimento.
Conte insiste sulla maggioranza rafforzata. Prima che con Rutte, ne ha discusso a lungo con i tutti i paesi frugali in un meeting ristretto insieme agli altri leader del sud, tutti nel mirino dei paesi del nord.
Un incontro a cui era arrivato dopo un tweet in cui Conte aveva affermato che c’è una “stragrande maggioranza di Paesi che difendono le istituzioni europee e il progetto europeo e dall’altra pochi Paesi, detti frugali”.
“Mai spaccatura è stata più forte in Europa”, si allarma il premier lussemburghese Xavier Bettel. All’incontro hanno partecipato anche lo spagnolo Sanchez, il portoghese Costa, il francese Macron. È stato uno dei mini-vertici più importanti della giornata, anche se non decisivo.
Perchè a valle di tutti questi meeting, restano solo delle vaghe ipotesi di accordo. Quella che va per la maggiore per la parte che riguarda lo scontro Nord-Sud sulla ripartizione sussidi/prestiti è questa: i 310 miliardi di sovvenzioni della ‘Recovery and resilience facility’ rimarrebbero invariati. Invece si taglierebbe – e di molto – sui 190 miliardi dedicati alla ricerca (programma Horizon 2020), decarbonizzazione, fondi per lo sviluppo rurale. Il che è tutto dire.
Ma, secondo alcune fonti, i Frugali non sono disposti a concedere più di 299 miliardi di sussidi in totale, cui andrebbe aggiunta la quota dei prestiti (250 miliardi). Macron invece, che è partito come l’Italia dai 500 miliardi di sovvenzioni della proposta von der Leyen e di quella franco-tedesca, potrebbe scendere a 400 miliardi: non di più.
A metà pomeriggio, l’ungherese Viktor Orban dice che “serviranno altri giorni di summit”. Sta diventando il vertice più lungo della storia europea, dopo quello sul bilancio del febbraio scorso, interrotto dopo due giorni senza intesa, e quello dello scorso anno sulle nomine dopo le elezioni europee.
Ma è realistica la previsione di Orban, che — con la Polonia – sta conducendo la sua battaglia per eliminare la condizionalità sul rispetto dello stato di diritto e cerca di fare proseliti anche in Italia, schierandosi apertamente con Roma contro l’olandese Rutte. Perchè se anche stasera si arrivasse ad un accordo di massima su dimensioni del fondo, governance, rebates (gli sconti sui contributi al bilancio che i frugali vorrebbero vedersi aumentare) e stato di diritto, poi ci sarà da discutere i dettagli di un pacchetto, ‘Next generation Eu’, preparato per affrontare la crisi da Covid, ambizioso e rivoluzionario: forse troppo per questa Europa divisa?
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile
L’ITALIA SBATTE CONTRO I FRUGALI, L’OLANDA NON CEDE SULL’UNANIMITA’ PER L’EROGAZIONE DI FONDI… SI CONTINUA A TRATTARE MA IL FLOP E’ VICINO CON L’INCUBO DELLE BORSE LUNEDI’
Si mette male. Nel tardo pomeriggio Giuseppe Conte, con il volto stanco di due giorni e una notte di trattative a Bruxelles, lo dice chiaro in diretta Facebook: “Stallo, molto più complicato del previsto”.
E a sera, dopo una nuova girandola di incontri e bilaterali, le previsioni sono fosche sul Consiglio europeo in corso per cercare un’intesa a 27 su ‘Next generation Ue’, pacchetto proposto dalla Commissione europea che include il recovery fund per affrontare la crisi da covid.
Alcune fonti diplomatiche europee temono seriamente il flop, apprende Huffpost. Orizzonte nero che, al confronto, un’altra nottata di trattative sarebbe meglio. Anche perchè di fronte ad un eventuale fallimento, pur con il rinvio ad un altro vertice europeo, si teme la reazione delle borse alla riapertura lunedì.
Insomma, potrebbe finire a gomitate, per non esagerare nelle metafore sulla possibile interruzione del vertice e delle trattative. Del resto, è iniziata così: con i leader che si sono salutati a gomitate, per le misure di distanziamento sociale imposte dalla pandemia. Distanti. E, dopo due giorni, restano distanti.
Le cose cambiano di minuto in minuto. Ma dopo quasi 48 ore di discussioni non c’è intesa su nessuno dei punti del pacchetto.
Nè sull’ammontare del fondo, sulla ripartizione tra sussidi e prestiti e soprattutto sulla governance: come e in quanto tempo questi soldi saranno disponibili per gli Stati che ne avranno bisogno, come Italia, Spagna, Portogallo, Francia, i più colpiti dalla crisi.
E’ nel tardo pomeriggio che Angela Merkel, Conte, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez si riuniscono di nuovo, insieme ai presidenti della Commissione Ue Ursula von der Leyen e del Consiglio europeo Charles Michel, per tentare di uscire dall’impasse che ha portato ai ferri corti nord e sud Europa sul recovery fund.
Prima di vedersi, su una terrazza dell’Europa building di Bruxelles dove da ieri mattina sono riuniti i 27 leader Ue, hanno incontrato ancora l’olandese Mark Rutte, il vero ostacolo alle trattative.
Hanno insomma appreso che il premier de L’Aja continua a insistere sull’unanimità in Consiglio europeo per le decisioni sull’erogazione dei fondi, scettico e diffidente sulla capacità degli Stati del sud di usarli per riformarsi.
E allora i quattro leader riuniti con von der Leyen e Michel cercano di svolgere la nuova proposta italiana sulla governance, tentativo di andare incontro alle esigenze dell’Olanda.
Invece dell’unanimità , prevede un meccanismo di maggioranza qualificata rafforzata, con decisione da prendersi entro 4 settimane sull’esborso delle risorse. Se uno Stato solleva problemi, può chiedere al presidente del Consiglio europeo Michel di discuterne in un prossimo summit.
Ma la proposta non chiarisce cosa succede se poi il Consiglio accoglie i rilievi sollevati. L’erogazione a quel punto si fermerebbe, ma la proposta non lo dice.
Prima di cena, insieme alla delegazione italiana, Conte incontra separatamente von der Leyen. Al bilaterale si associa anche Rutte.
Il quadro non è per niente perfetto. Niente coincide in questo puzzle europeo impazzito sulla risposta comune alla crisi da covid.
Sulla richiesta di unanimità , Rutte è abbastanza isolato ma nonostante ciò riesce a tenere il punto. Perchè su altri aspetti del recovery fund trova sostegno non solo da parte degli altri frugali come Austria, Svezia, Danimarca, ma anche dalla Finlandia e dal premier bulgaro Boyko Borissov.
Gli Stati del nord pretendono un taglio vigoroso ai 500mld riservati ai sussidi. Considerano insufficiente la proposta di compromesso (taglio di 50mld) presentata da Michel questa mattina, al termine di una giornata e una nottata trascorse in discussioni senza soluzioni e con tante divisioni.
E, volgendo lo sguardo a est, c’è anche il fronte ungherese molto attivo a chiedere che siano eliminate le condizionalità legate al rispetto dello stato di diritto. Michel ha fatto un bilaterale con Viktor Orban: non è riuscito a placarlo.
L’unico più possibilista circa un accordo è il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, leader conservatore. C’è “un movimento nella giusta direzione”, dice all’agenzia di stampa austriaca Apa, sottolineando di avere “poche obiezioni” sul volume del fondo, da 750 miliardi di euro, anche se pure per Kurz il livello dei trasferimenti diretti non rimborsabili “deve essere ridotto”.
A sera, dovrebbe planare sul tavolo un’altra proposta di compromesso di Michel. Ormai siamo vicini alla decisione tra spunti di accordo, che significa passare un’altra nottata e magari un’altra giornata a trattare, oppure fine, fallimento per riconvocarsi in altra data.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile
L’ULTIMA MEDIAZIONE: MENO SUSSIDI E PIU’ PRESTITI, MA IL NODO E’ IL SUPER-FRENO DI EMERGENZA SULL’ESBORSO DEI SOLDI
La notte non ha portato consiglio a Bruxelles. Eppure fino alle 3 quasi, Giuseppe Conte, Angela Merkel e Emmanuel Macron sono rimasti a parlare, davanti a un drink in hotel, dopo una giornata intera di negoziati andati a vuoto sul recovery fund.
Ma ai drink notturni l’ostacolo all’intesa, Mark Rutte, non era presente. Ed per l’olandese e gli altri frugali, ma soprattutto per il governo de L’Aja, che oggi il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si fa carico di una nuova proposta che contiene varie offerte ai nordici.
La principale: ‘super-freno di emergenza’ per controllare l’esborso dei soldi. Giuseppe Conte, che invece chiede che il controllo sia della Commissione europea e dell’Europarlamento, accetta di discuterne, ma vuole vedere le carte. “Dipende dalle modalità ”, si apprende da fonti di governo.
La proposta però serve a smuovere Rutte. “Ci sono ancora molte cose da risolvere, ma la proposta sulla governance avanzata da Michel è un passo serio nella giusta direzione — dice una fonte diplomatica olandese – Se raggiungeremo un accordo, dipende dalle prossime 24 ore”.
Il piano viene messo a punto in un vertice a 7 di primo mattino, dopo la notte insonne. Conte, Merkel, Macron, lo spagnolo Pedro Sanchez e stavolta anche con Rutte, si ritrovano in un summit con Michel e Ursula von der Leyen, prima della plenaria con gli altri leader.
Qualcuno a Bruxelles si diverte a chiamarlo ‘Washington format’. Ma questa riunione non ha molto a che vedere con il famoso vertice dei ministri dell’Economia di Italia, Francia, Germania, Spagna e Olanda in un hotel a Washington sulla crisi del debito in Grecia nel 2005. Anche se i contenuti sono simili. Allora decisero tagli draconiani per Atene. Stavolta c’è Rutte contro tutti a pretendere garanzie sulla governance dei soldi.
“Se ci sono i sussidi servono condizionalità stringenti per assicurare che i paesi che ne beneficiano facciano le riforme”, dice entrando al vertice mattutino.
L’olandese fa riferimento esplicito a: “Riforme delle pensioni e del lavoro”. Stavolta vuole essere certo che i paesi membri le adottino, per l’Italia naturalmente il riferimento è a ‘Quota 100′. Lui la mette così: “E’ nell’interesse di Italia e Spagna uscire dalla crisi ed essere pronti per un eventuale prossimo shock”.
E allora eccola la nuova proposta di Michel che dà inizio al negoziato vero, ieri è stata una giornata di riscaldamento con tanta tensione. Il presidente del Consiglio europeo non concede a Rutte il meccanismo dell’unanimità con il quale l’olandese vorrebbe controllare l’esborso dei soldi.
Del resto, lo stesso Rutte ammette di essere pressochè solo in questa richiesta. Michel però propone un “super-freno di emergenza”, grazie al quale se uno Stato ha dubbi su come un altro Stato spenderà i soldi, può chiedere “entro 3 giorni” di discuterne in Consiglio europeo.
Il ‘super-freno’ è il cuore della nuova proposta, giacchè la governance delle risorse è il centro di tutto, più importante delle dimensioni del fondo. Michel intanto conferma i 750mld di euro proposti da von der Leyen ma riduce la parte dei sussidi da 500mld a 450mld e aumenta i prestiti a 300mld.
Però viene rafforzata di 15 miliardi la parte sostanziale della Resilience Recovery Facility, che prevede allocazioni dirette ai Paesi e passa così da 310 miliardi a 325. Il taglio riguarda invece la parte dei 190 miliardi di trasferimenti suddivisi tra vari programmi. Per esempio: Horizon Europe subisce un taglio di 2mld, il programma per la sanità cala di 2,7 miliardi, il fondo per lo sviluppo rurale viene ridotto di 5miliardi.
Per accontentare Rutte e i frugali, la proposta Michel prevede anche un aumento dei ‘rebates’, gli sconti sui contributi al bilancio di cui beneficiano questi Stati. Inoltre il presidente del Consiglio offre agli Stati di poter trattenere il 20 per cento dei dazi doganali: anzichè il 15 per cento della proposta iniziale. E anche questa è una questione che sta molto a cuore all’Olanda, per l’attività dei suoi porti.
Infine lo schema di distribuzione delle risorse cambierebbe così: 60% dei fondi distribuiti in base a Pil e disoccupazione degli ultimi 5 anni, e 40% in base al calo della crescita solo dell’ultimo anno (nella proposta iniziale si prevedeva una ripartizione al 70 per cento i primi).
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile
SCONTRO COME PREVISTO TRA NORD E SUD… MERKEL: “NON SO SE CI SARA’ ACCORDO”
Sorpresa: giacca dello stesso colore rosa salmone. Per Angela Merkel e Ursula von der Leyen
salutarsi con il gomito, come fanno tutti i leader europei al vertice in corso a Bruxelles, è anche l’occasione per notare la coincidenza nell’abbigliamento.
Mascherine al volto che nascondono i sorrisi di chi si rivede dal vivo, dopo mesi di vertici in videoconferenza per via del distanziamento sociale imposto dal covid. Oggi è pure giornata di festa per la cancelliera tedesca e il premier portoghese Antonio Costa: entrambi compiono gli anni, scambi di auguri e regali.
Il Consiglio europeo convocato per trovare un’intesa sul recovery fund fa fatica a uscire da questa cornice pur pittoresca nella drammaticità della pandemia. La prima giornata passa lenta, con gli scontri tra i due avversari principali, l’olandese Mark Rutte e Giuseppe Conte, ognuno sulle sue posizioni. Dietro le mascherine e dietro ai sorrisi, il clima è di guerra fredda. La trattativa vera comincia nella notte. O addirittura domani.
“La temperatura non si scalda”, dice una fonte diplomatica europea, “sembra che i leader riservino le energie per domani”.
Come spesso succede quando i summit sono complicati — e questo certamente lo è — si rimanda il momento vero della trattativa, il momento della scelta se fare l’intesa o ammettere il fallimento.
L’unico risultato di questa prima giornata di discussioni sul pacchetto ‘Next generarion Eu’ proposto dalla Commissione europea per fronteggiare la crisi economica del covid è che esce di scena la richiesta dell’Olanda di affidare agli Stati membri le decisioni sull’erogazione dei soldi con un meccanismo di unanimità .
Cioè con potere di veto anche di un solo governo. L’Aja è isolata, nemmeno gli altri frugali la seguono su questo.
Ma il resto è tutto da fare. E l’unanimità esce di scena lasciando macerie tra nord e sud Europa: ai ferri corti, conferma il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis in conferenza stampa. “Non c’è accordo sul volume totale del fondo, inutile andare avanti nei dettagli…”, dice pessimista e scontento perchè anche lui ha le sue rimostranze: chiede più soldi per Praga
“La tua proposta è incompatibile con i trattati e impraticabile sul piano politico”, attacca Conte verso Rutte in uno dei momenti più frizzanti del vertice. Scontro puro. “Non ce la beviamo! – gli risponde l’olandese – questa è una situazione eccezionale, che richiede una solidarietà eccezionale e per la quale si possono trovare soluzioni straordinarie. Occorre essere creativi”.
Sul tavolo resta una proposta di mediazione che non va bene a entrambi.
Vale a dire: la possibilità per uno Stato di chiedere al Consiglio europeo di discutere dell’erogazione dei fondi se i piani di riforma presentati non appaiono convincenti. Si tratta del cosiddetto ‘freno di emergenza’, ma per Conte, sostenuto dallo spagnolo Pedro Sanchez che gli siede accanto, non è accettabile.
Il premier insiste sulla proposta della Commissione che prevedeva il controllo di Palazzo Berlaymont sulle spese e un meccanismo di maggioranza qualificata inversa in Consiglio (i governi europei decidono se aprire i cordoni della borsa a meno che non ci sia una maggioranza qualificata contraria).
A sera il nodo è ancora lì tutto da sciogliere. Ed è il nodo principale, più delle stesse dimensioni totali del fondo, altro punto di tensione tra nord e sud.
Per Conte vedersi confermati i 750mld di recovery fund – fosse anche con tutti i 500mld dedicati ai sussidi, che è cosa molto difficile – non basta se poi la governance rende difficile e farraginoso poter disporre dei soldi. Come averli in una teca e non poterli toccare.
Ma i frugali chiedono garanzie sulle modalità di spesa. “Il nostro obiettivo — dicono fonti olandesi — è che quei soldi siano spesi per rimettere in sesto le economie degli Stati europei: ma che siano spesi bene!”.
I frugali fanno squadra sul bilancio pluriennale. Va avanti la Danimarca a chiedere che venga rivisto al ribasso: da 1.074 miliardi a 1.050mld. Cosa che provoca la reazione di Emmanuel Macron, il quale per tutta risposta attacca sui rebates. Il presidente francese chiede di eliminare gli sconti sui contributi al bilancio di cui godono i paesi ricchi del nord meno dipendenti dai fondi europei.
A questo punto è chiaro che si sta solo prendendo tempo prima della battaglia campale. Perchè sui rebates anche la proposta iniziale della Commissione prevede di non eliminarli, semmai solo gradualmente. Schermaglie che non producono passi in avanti o indietro.
Nel pomeriggio il presidente Charles Michel chiede di concentrarsi sullo stato di diritto, condizione che l’Ungheria chiede di rimuovere dai negoziati e anche questo è uno scoglio difficile .
E poi sulle risorse proprie per aumentare la capacità del bilancio, nuove tasse sui giganti digitali o sui paesi che esportano in Europa prodotti di industrie inquinanti.
E ancora sull’allocazione delle risorse: la proposta del presidente del Consiglio è di erogare il 70 per cento dei fondi nel biennio 2021-22 in base ai dati sulla disoccupazione del periodo 2015-19, il restante 30 per cento verrebbe erogato nel 2023 basato sul calo del pil alla fine di quest’anno e nel 2021. Se i criteri fossero questi, l’Italia figurerebbe tra i primi beneficiari. Ma Conte non è convinto, perchè è impossibile ora avere stime certe sul calo del pil dovuto alla pandemia.
“Le differenze sono ancora tante e non posso dire se raggiungeremo un accordo questa volta, ma servirebbe — dice Merkel al suo arrivo all’Europa building – Però servirebbe una disponibilità al compromesso da parte di tutti”.
Disponibilità che ancora non è maturata. Certo, il regalo di compleanno di Costa per Merkel non sembra proprio ben augurante: ‘Cecità ‘ di Saramago, bellissimo ma tenebroso. Lei per lui ha una antica mappa geografica di Goa, colonia portoghese sull’oceano indiano dalla quale provengono gli antenati del premier di Lisbona.
E in più il catalogo di una mostra curata dal Museo tedesco di storia sui marinai portoghese. Ecco, magari l’idea del mare porta aria fresca e creatività ai negoziati.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 9th, 2020 Riccardo Fucile
ESCONO SCONFITTI GERMANIA, FRANCIA, ITALIA E SPAGNA CHE APPOGGIAVANO LA SPAGNOLA CALVINO
A sorpresa l’irlandese Paschal Donohoe è il nuovo presidente dell’Eurogruppo, che succede al portoghese Mario Centeno dimessosi a giugno.
Al secondo giro di votazioni tra i ministri dei 19 paesi dell’area euro, Donohoe batte la spagnola Nadia Calvino, che sembrava favorita nella corsa, sostenuta dai paesi del sud, l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Francia, i più colpiti dalla crisi economica scatenata dal covid e la Germania.
L’elezione dell’irlandese segna un punto a favore dei piccoli paesi frugali del Nord, insieme ai baltici, contrari alla nomina di una spagnola a capo dell’Eurogruppo: insieme sono riusciti a battere i paesi più grandi e persino il ‘potente’ asse franco-tedesco.
E così la pandemia ha trasformato un’elezione di solito ‘neutra’ in una competizione dal sapore molto politico, che guarda alle misure da mettere in atto per affrontare la crisi, un atto della ‘guerra’ in corso sul recovery fund.
Donohoe è stato sostenuto dai paesi euro della cosidetta lega anseatica, voce dei rigoristi del nord che si rifà all’alleanza tra città dell’Europa settentrionale e del Baltico che dominò il commercio nel tardo Medio Evo e il XVI secolo. Ne fanno parte: Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Lituania, Estonia e Lettonia e l’Irlanda. Anche se l’Irlanda negli ultimi anni è stata più ‘punita’ dalle politiche di austerity che altro, la riesumazione della lega anseatica le ha permesso di prendere la presidenza dell’Eurogruppo. Ma Donohoe ha votato anche l’Austria, Cipro, la Slovacchia, la Slovenia.
Quella che si è consumata oggi all’Eurogruppo è stata anche una battaglia tra destra e sinistra: i paesi governati dai Popolari hanno votato Donohoe, anche se qualche settimana fa Angela Merkel si era espressa a favore di Calvino. Sullo sfondo anche la battaglia di genere: uomo contro donna. Se fosse stata eletta, Calvino sarebbe stata la prima donna a presiedere l’Eurogruppo. Insieme a Christine Lagarde eletta al vertice della Bce, Ursula von der Leyen a capo della Commissione Ue, per non dire di Merkel presidente di turno dell’Ue, la spagnola avrebbe composto un quadretto di cariche apicali tutte al femminile.
Non è andata così. Ha prevalso il timore dei paesi nordici di vedersi guidati da una rappresentante dei paesi del sud — che loro considerano inaffidabili in fatto di conti pubblici – in una istituzione come l’Eurogruppo, importante per le misure economiche da adottare in una fase così drammatica e inedita di crisi dovuta alla pandemia.
Quella che si è consumata oggi è stata prevalentemente una battaglia del nord contro il sud, nell’ambito della ‘guerra’ iniziata a marzo con la crisi del covid, guerra che continuerà in Consiglio europeo la prossima settimana, quando i leader dovranno cercare un’intesa sul recovery fund. Intesa ancora lontanissima: i nordici non mollano, vogliono che il fondo sia fatto prevalentemente da prestiti piuttosto che da sussidi, non accetterebbero nemmeno la mediazione proposta da Germania e Francia, 500mld di sussidi e stop.
Oggi l’olandese Mark Rutte ne ha parlato con Merkel in un bilaterale a Berlino: “Sì al fondo, ma legato alle riforme” da parte dei paesi che faranno ricorso agli aiuti europei.
In gara c’era anche il lussemburghese Pierre Gramegna. Ma il voto è stato una sorta di spareggio tra la spagnola, 52 anni e 4 figli, ex direttore del bilancio in Commissione europea, ministro di Sanchez da due anni, professionista allevata dalla burocrazia di Bruxelles, e l’irlandese, esponente del Fine Gael, classe 1974, 2 figli, più volte ministro, laurea al Trinity College di Dublino, ex di Procter & Gamble.
Nella lettera di presentazione della candidatura Calvino si è espressa a favore della revisione delle regole del Patto di stabilità , contraria ad una riattivazione frettolosa delle regole sospese per il covid.
Donohoe invece si è ingraziato i nordici promettendo un ritorno alle regole nel medio termine, prefigurando un ruolo politico dell’Eurogruppo e una gestione alla fine nazionale delle politiche economiche.
Il covid trasforma tutto ciò che tocca in battaglia politica, aspra perchè in tempi di crisi ognuno guarda ai propri interessi ancor più che in tempi normali. Certo, nell’area euro, viste le interconnessioni ormai strettissime tra i paesi, gli interessi di uno rappresentano anche una fetta degli interessi degli altri. Ed è per questo che tutti gli Stati membri, anche oltre l’area euro, si sono convinti a dar vita al recovery fund. In quali termini, dipende dalle trattative in corso.
Oggi la bilancia ha premiato il nord, chiudendo la battaglia col vantaggio di tanti piccoli Stati che, alleati insieme, hanno battuto Stati grandi come la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna.
Proprio su questo, due anni fa, Calvino fece una gaffe, descrivendo la lega anseatica come alleanza di “paesi molto piccoli come un peso molto ridotto”. Gliel’hanno fatta pagare.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 8th, 2020 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE AVANZATA DALLA CANCELLIERA SUL RECOVERY FUND CHE POTREBBE BASTARE A ITALIA E SPAGNA
Giacca verde chiaro e mascherina bianca al volto, una spruzzata di disinfettante sulle mani e
Angela Merkel è pronta per il discorso all’Europarlamento che lancia il semestre di presidenza tedesca dell’Ue con la sua mission più importante: raggiungere un accordo sul Recovery fund per salvare l’unità europea.
“Entro l’estate”, spera la cancelliera, che, tradotto, vuol dire entro fine luglio.
Se non basterà il Consiglio europeo della settimana prossima, ce ne sarà un altro la settimana seguente. L’intesa è lontana, Merkel è molto preoccupata dalle resistenze dei paesi ‘frugali’, quando in mattinata arriva nello studio del presidente David Sassoli. Ma la cancelliera ha in mente un compromesso che, apprende Huffpost, potrebbe andar bene anche all’Italia, la Spagna e i paesi più in difficoltà con la crisi da covid.
Secondo questo schema, che la cancelliera accenna in aula, il Recovery fund verrebbe ridotto ai soli 500mld di sussidi a fondo perduto, che poi sono la proposta iniziale del duo franco-tedesco.
Via i 250 miliardi di prestiti, aggiunti dalla Commissione europea. Per i prestiti, rivolgersi al Mes, è il messaggio che arriva dal nord Europa, che Merkel accoglie e Giuseppe Conte, in visita oggi dall’alleato spagnolo Pedro Sanchez, interpreta secondo le necessità della sua maggioranza di governo divisa.
Per il premier, spiegano i suoi, l’importante è che non si tocchino i sussidi a fondo perduto. Quanto alla parte relativa ai prestiti, non c’è solo il Salva Stati, ma anche gli altri strumenti messi in campo dall’Ue, tra l’intervento della Bei e il piano Sure della Commissione sulla disoccupazione.
“E’ ideologico dire ora se lo prendo o meno il Mes — insiste Conte in conferenza stampa con Sanchez — ci aggiorneremo costantemente e, quando sarà completato il negoziato europeo, valuteremo ciò che conviene o meno all’Italia”.
Lo spagnolo pure ha l’opposizione alle calcagna sul Mes, ma per ora non pensa di ricorrere al Salva Stati. Tuttavia si mostra più laico: “Non ha senso creare strumenti europei e poi abbiamo vergogna di usarli”.
Ad ogni modo, da Madrid Conte e Sanchez lanciano la loro risposta alle richieste del nord Europa: accordo al più presto sul fondo di ripresa e “non si indietreggi dalla proposta della Commissione”, sottolinea Conte. “Trovare un minimo comune denominatore tra i 27 paesi sarebbe sbagliato perchè non servirebbe a nessuno. L’Europa deve esprimere una decisione politica ambiziosa ed elevata”.
A dieci giorni dal Consiglio europeo di metà luglio, il negoziato è nella fase in cui ancora ognuno pianta e difende i suoi paletti. Del resto, il compromesso che ha in mente Merkel è solo una parte del tutto. Chissà se basterà .
Conte, per dire, è anche interessato a ottenere una ‘governance’ degli aiuti che gli permetta di utilizzarli in modo celere. Ma in aula al Parlamento europeo è il presidente del Consiglio Ue Charles Michel a elencare tutti i nodi: sono ancora tutti lì, al pettine delle discussioni.
Non c’è ancora accordo sulle dimensioni del bilancio pluriennale europeo 2021-27, sugli sconti sui contributi al bilancio di cui usufruiscono gli Stati più ricchi (‘rebates’), sul livello del recovery fund e la proporzione tra sussidi e prestiti, sui criteri di ripartizione degli aiuti, il nesso tra il fondo e le riforme che ciascuno Stato membro deve adottare in cambio dei soldi, il rispetto dello stato di diritto soprattutto nei paesi dell’Est, il nesso con la lotta ai cambiamenti climatici e, infine, quando si comincerà a ripagare il debito comune che la Commissione accumulerà per creare il fondo di ricostruzione.
La proposta di Ursula von der Leyen è di restituire a partire dal 2028, non prima del prossimo bilancio pluriennale. Ma gli Stati del nord vorrebbero anticipare la scadenza e la Germania è con loro.
Michel presenterà la sua sintesi delle trattative entro il weekend. Poi la parola passerà agli ambasciatori dei paesi membri e poi ai leader al summit del 17 e 18 luglio. E’ su questo tavolo che planeranno i nodi più intricati. Da parte sua, il presidente del Consiglio europeo dovrebbe lasciare invariata la cifra prevista dalla Commissione: 750 miliardi, riducendo però il bilancio pluriennale di una cinquantina di miliardi (passerebbe da 1100 a 1050mld). Ma il grosso verrà deciso dai leader. E la soluzione non è affatto dietro l’angolo.
I ‘frugali’ stanno opponendo una resistenza senza quartiere. Preoccupata, Merkel lo dice a Sassoli, nell’incontro mattutino prima della plenaria e anche nell’incontro serale a 4 col presidente dell’Europarlamento, la presidente della Commissione e Michel. Per questo, nel discorso in aula la leader tedesca insiste sul concetto di “coesione”, sulla necessità di cercare un compromesso per il bene dell’unità europea stavolta davvero a rischio.
Ma il compromesso va cercato anche con lo stesso Parlamento europeo, che ha l’ultima parola sulle decisioni dei leader. E’ questo il motivo della riunione serale dei quattro presidenti.
Sassoli avverte Merkel sui quattro paletti irrinunciabili della maggioranza parlamentare: nessuna riduzione del bilancio pluriennale e del recovery fund, istituzione immediata di almeno due risorse proprie (tasse europee) e le altre entro 5 anni, che il Parlamento abbia poteri di controllo sulla spesa.
In mattinata, il presidente dell’Europarlamento sente al telefono Conte, mentre il premier è in volo per Madrid. Saranno giorni di trattative febbrili.
Venerdì il capo del governo vola a L’Aja per un bilaterale con l’olandese Mark Rutte, lunedì sarà a Meseberg, vicino Berlino, ricevuto da Merkel. E la settimana prossima avrà un bilaterale anche con il francese Emmanuel Macron. Nord e sud Europa sono alla resa dei conti all’ombra del covid. “L’Europa non è un bancomat”, tuona in aula il tedesco Manfred Weber, presidente dei Popolari.
Seduta tra i banchi, Merkel lo guarda perplessa, colpita dai toni del suo connazionale e collega di partito. Ma nel frattempo anche lei si è cambiata la mascherina: non più bianco neutro, ora ha quella del Ppe. Anche lei nell’arena, come è naturale.
(da “Huffingtonpost”)
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