Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA SAGA INFINITA; ORA LA FIGLIA CERCA DI ELIMINARE LA CARICA DI PRESIDENTE ONORARIO
Le Pen contro Le Pen : nella battaglia tra la figlia e il padre, il patriarca Jean-Marie ha appena vinto
un primo round.
Oggi pomeriggio il tribunale di Nanterre, alle porte di Parigi, ha annullato la decisione presa dall’ufficio esecutivo del Front National lo scorso 4 maggio, che aveva sottratto al suo fondatore non solo la carica di presidente onorario ma anche la tessera della formazione politica.
Basandosi su alcuni problemi di forma (praticamente dei cavilli), la giustizia francese ha stabilito che Jean-Marie Le Pen «dovrà recuperare tutti i diritti inerenti alla sua qualità di aderente e possibilmente l’incarico di presidente onorario».
Quest’ultimo punto significa, in soldoni, poter ritornare nel suo ufficio, nella sede del partito, che lui stesso fondò nel lontano 1972.
E soprattutto rimettere le mani su tutti i vantaggi connessi a quel ruolo, compreso l’auto di ordinanza con chauffeur e la carta di credito.
Il partito, comunque, ha subito fatto appello contro la decisione del tribunale.
Non solo: hanno minimizzato, ricordando che ormai, all’interno dell’Fn, è stata innescata la procedura per eliminare del tutto quella posizione di presidente onorario.
Saranno gli aderenti al Front, che fanno parte del congresso, a deciderlo (hanno già ricevuto il bollettino con il quale votare e devono rinviarlo entro il 10 di luglio).
Visto il predominio attuale di Marine Le Pen sul Front National il risultato di quel voto è dato come scontato, sfavorevole a Jean-Marie.
Che, però, potrebbe inventare altri ricorsi ed espedienti. È chiaro che il vecchio Le Pen non si dà per vinto.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
SIAMO INCAPACI DI PENSARE AL BENESSERE COLLETTIVO COME PRESUPPOSTO NECESSARIO DEL BENESSERE INDIVIDUALE
Pare che Tsipras abbia fatto concessioni sostanziose, 8 miliardi di risparmi per il prossimo anno.
Se l’Ue accetteraÌ€ e se il piano saraÌ€ davvero attuato, magari di Grexit non si parleraÌ€ per un paio d’anni.
Nel frattempo l’Italia ha un’occasione per riflettere.
In Grecia, da sempre, l’evasione fiscale eÌ€ elevatissima: secondo il Fmi, si tratta di 30 miliardi all’anno, pari al 10% del Pil.
Anche il “nero” eÌ€ elevato: 25 % del Pil.
Un terzo dell’economia greca non paga le tasse.
Le spese improduttive sono altrettanto elevate: l’80% della spesa pubblica andava in pensioni e stipendi.
EÌ€ per questi motivi che i bilanci dello Stato sono stati falsificati: non c’erano le condizioni per entrare nell’euro; il rapporto deficit/Pil, che non avrebbe dovuto superare il 3%, era pari — in realtaÌ€ — al 12%.
Una volta entrata in area euro, però, la Grecia ha avuto bisogno di sempre maggiori quantità di denaro, dovendo rispettare i parametri Ue.
Da qui un indebitamento che l’ha portata al disastro attuale.
Secondo Bankitalia, l’evasione fiscale italiana eÌ€ pari al 39% del gettito fiscale annuo (per il 2014, circa 500 miliardi).
Si tratta di 195 miliardi di euro, l’ 8,86% del Pil.
Il “nero” (il Sole 24 Ore) ammonta a 333 miliardi, il 15,14 % del Pil.
Dunque il 24% dell’economia italiana non paga le tasse.
Quanto alla spesa pubblica per stipendi e pensioni, secondo la Cgia di Mestre, essa è pari a circa 700 miliardi, il 43% del Pil.
Questi dati non sono molto dissimili da quelli greci.
CioÌ€ che ci differenzia eÌ€ una spesa pubblica improduttiva meno elevata e — almeno lo si spera — bilanci dello Stato non truccati.
Ma ciò che ci accomuna è la dimostrata incapacità a invertire questa tendenza.
Non saraÌ€ domani e forse nemmeno tra un anno, ma la bancarotta italiana eÌ€ probabile. La classe dirigente italiana non ha dimostrato neÌ consapevolezza del disastro neÌ capacitaÌ€ per farvi fronte.
EÌ€ impegnata in una costante guerra tra fazioni per la conquista e il mantenimento del potere.
L’interesse pubblico eÌ€ all’ultimo posto nella gerarchia delle sue scelte.
Ma ancora piuÌ€ grave eÌ€ l’atteggiamento dei cittadini, ognuno chiuso in un individualismo che tutto giustifica: l’evasione fiscale, ma anche la corruzione, il falso in bilancio, il voto di scambio, il riciclaggio.
Il bene comune — anche per loro — eÌ€ all’ultimo posto di ogni scelta.
Eppure ciò che sta avvenendo in Grecia dovrebbe scuotere le coscienze della politica e preoccupare i cittadini.
Davvero vogliono trovarsi in una disperata coda agli sportelli bancomat per prelevare 60 miseri euro al giorno?
EÌ€ noto quello che obiettano: la politica si moralizzi, assicuri servizi pubblici adeguati, riduca i suoi costi; e solo dopo ci potraÌ€ essere chiesto un comportamento civico diverso dall’attuale.
Posizione ipocrita e mistificatoria semmai ce n’eÌ€ stata una.
I voti confluiscono sempre su persone indegne; i servizi pubblici non saranno come quelli finlandesi (peroÌ€ la nostra sanitaÌ€ pubblica garantisce un’assistenza che la quasi totalitaÌ€ degli Stati occidentali non conosce), ma sono comunque nella media di quelli europei; i costi della politica sono vergognosi ma costituiscono una frazione minima della spesa pubblica complessiva.
La verità è che la nostra gente è incapace di pensare al benessere collettivo come presupposto necessario del benessere individuale: non è con questa genetica malata che sfuggiremo al nostro destino.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA ROTTURA TRA IL PREMIER GRECO E MERKEL PRIMA DELL’EUROGRUPPO
“Ma a che gioco stiamo giocando? Perchè Merkel continua dire che si tratta solo dopo il referendum mentre Juncker propone di trattare? E’ valida o no la proposta di Juncker che abbiamo impacchettato in nottata!?”.
Alexis Tsipras è furioso al telefono con gli interlocutori a Bruxelles.
Tutto si consuma prima della riunione dell’Eurogruppo, fissata in teleconferenza per le 17.30.
Il premier greco ha già annunciato che parlerà alla nazione nel primo pomeriggio.
Ma naturalmente, prima di parlare alla tv greca, vuole capire cosa dire, se continuare sulla strada della trattativa in extremis o no. La risposta è il no.
Gliela danno al telefono da Bruxelles, quando è già fallito anche il tentativo di Francois Hollande di riportare tutti al tavolo prima del referendum e dopo telefonate che vanno avanti da ieri notte.
Prevale la linea dettata da Angela Merkel che, evidentemente, lancia la sua ultima sfida alla Grecia, punta sulla vittoria del sì all’accordo con i creditori per sbarazzarsi del premier greco e del suo governo.
“E noi non ci possiamo far mettere nell’angolo”, conclude Tsipras prima dell’Eurogruppo. Click.
E’ così che intorno alle 16.30 ora italiana, Tsipras pronuncia il suo discorso davanti alle telecamere della tv greca.
Sono falliti tutti i tentativi di trovare un accordo.
Anche la sua ultima lettera di ‘emendamenti’ sulla proposta Juncker è stata rispedita al mittente.
E’ per questo che il premier greco ribadisce quanto deciso lo scorso weekend. Il referendum ci sarà . E i greci sono invitati dal governo a votare no all’accordo proposto dai creditori. Faccia cupa, sfinita.
“Il no non significa dire addio all’Europa”, si sforza di spiegare Tsipras, tentando di confutare le letture di quei leader europei che equiparano il referendum greco ad una partita “euro contro dracma”.
Lo ha fatto il premier Matteo Renzi. E non solo lui.
“No — dice Tsipras — il no significa un ritorno all’Europa dei valori, significa pressione vera per avere un accordo socialmente sostenibile, che non assegni il peso della crisi solo ai pensionati e ai salariati. Un accordo che punisce chi ha approfittato della crisi per fare i soldi a scapito del popolo… So delle difficoltà della crisi e farò di tutto per assicurarvi che sarà passeggera. Alcuni dicono che il risultato del referendum è legato con l’uscita dall’euro: quelli che lo dicono lo dicevano anche in passato e creano problemi al popolo e anche all’Ue…”.
Da Atene Tsipras dà fondo a tutti gli argomenti che ha per la campagna per il no.
A Bruxelles si attende solo la formalizzazione dell’Eurogruppo.
Ma quando i ministri delle Finanze dell’area Euro si riuniscono, non hanno più molto da dirsi. La nuova riunione — come quella di ieri, del resto — dura pochissimo.
Il tempo di formalizzare la linea stabilita dalla Germania. “Non ci sono gli elementi per ulteriori negoziati a questo punto. Non ci saranno colloqui nei prossimi giorni su proposte di accordi finanziari. Aspetteremo l’esito del referendum di domenica e prenderemo atto del risultato di quel referendum”, sentenzia in una nota il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijssembloem.
Fallisce l’ultimo tentativo di Hollande, falliscono i timidi tentativi italiani di arrivare a un compromesso che senta le ragioni di tutti.
“L’uscita della Grecia dall’euro non è mai stata un’opzione in campo”, ha ribadito più volte il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan. “E’ un giorno molto triste per l’Europa – commenta Gianni Pittella, capogruppo del Pse a Strasburgo – Abbiamo fatto tutto quello che potevamo e ancora di più – aggiunge – per cercare di trovare un compromesso ragionevole che potesse aiutare il popolo greco e fosse accettabile per i creditori e l’Ue. Ad ogni modo, Atene non si è approcciata ai negoziati in modo adeguato, sin dall’inizio, sul fronte opposto è sembrato evidente che c’è stato un atteggiamento ostinato da parte di alcuni stati membri. Continueremo a combattere – conclude Pittella – per l’integrità della zona euro e dell’Europa”.
Ma questa partita, soprattutto nell’ultimo tempo iniziato lo scorso weekend, ha visto solo due giocatori in campo: Tsipras e Merkel.
Spazzato via anche il tentativo del presidente della Commissione Jean Claude Juncker di negoziare in extremis.
Vince la Cancelliera che convince anche il premier italiano Matteo Renzi.
E a questo punto, pianificano da Bruxelles, così come Tsipras si impegnerà nella sua campagna per il no, dalle cancellerie europee partirà la campagna mediatica contro il premier greco.
Un tiro al bersaglio mirato a farne un capro espiatorio di tutta la trattativa. La posta in gioco è altissima: dovessero vincere i no, nessuno sa cosa succederebbe.
L’opzione Merkel invece scommette sul sì, per sedersi al tavolo con altri negoziatori, un altro premier.
A Bruxelles questo schema è chiaro a tutti i negoziatori in campo. Tanto che nell’Europarlamento, si racconta tra gli sherpa, si sta già palesando un fronte trasversale schierato per il no: d’accordo con Tsipras insomma e rancoroso con la Merkel che ha fatto saltare l’ultima chance di intesa.
Chissà . Intanto tutti guardano i sondaggi: a Bruxelles propendono a credere a quelli che danno il sì vincente, naturalmente.
Unica incognita: la chiusura delle banche, decisa dal governo di Atene all’inizio della settimana per mettere al sicuro la liquidità di emergenza degli istituti.
Peserà sul voto? E come?
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
FONDI, BANCHE E ASSICURAZIONI
Se la Grecia dovesse fallire, alcuni clienti di Pimco potrebbero non prenderla tanto bene. Il gestore di
fondi, uno dei più grandi del mondo con oltre 1500 miliardi di asset in gestione dei quali circa un terzo in Europa, risulta anche il più esposto sul debito pubblico greco tra i grandi investitori istituzionali.
Dei circa 82 miliardi di titoli di Stato greci ancora in circolazione, quasi uno – dato aggiornato a giugno – è infatti in mano proprio ai fondi del gruppo Pimco.
E si è incrementato nell’ultima fase di oltre 300 milioni di euro.
Al secondo posto un altro grande gestore americano, Putnam, con circa mezzo miliardo di euro nei suoi fondi.
Scarsa, tra gli istituzionali, la presenza dei titoli ellenici nei fondi italiani.
Eurizon aveva, a fine dicembre scorso, 25 milioni di euro di titoli di Stato di Atene. Mentre Generali Fund management aveva ad aprile scorso 9,19 milioni di euro investiti nei Sirtaki-bond.
Diverso il quadro guardando a banche e assicurazioni.
Sono circa 25,8 miliardi di euro i titoli in nei portafogli degli istituti di credito, ma tra questi la quasi totalità è nei portafogli delle banche greche.
E tra queste spicca Eurobank, che da sola ha in portafoglio 23,5 miliardi di debito pubblico greco.
L’istituto, che durante la crisi ha assorbito TT Hellenic Postbank e Proton Bank, ha asset totali di 77,6 miliardi.
Tra gli stranieri c’è Deutsche Bank, che a marzo scorso risultava avere ancora 108 milioni di euro di titoli greci.
Ma qui spicca la posizione del gruppo Unipol, che aveva a fine dicembre scorso circa 100 milioni di debito greco, iscritto a bilancio per 76,2 milioni di euro.
Una posizione completamente liquidata nel corso del primo trimestre, fa sapere la compagnia bolognese, senza registrare minusvalenze.
Gianluca Paolucci
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
PODEMOS E CIUDADANOS RIESCONO A INCIDERE TRATTANDO SUL LORO PROGRAMMA
Questa settimana, in Spagna, si sono concluse le investiture dei governi dei numerosi municipi e comunità autonome dove, poco più di un mese fa, sono state celebrate elezioni.
Lo spettro di una generalizzata ingovernabilità dovuta alla rottura del tradizionale sistema bipartitico è stato allontanato, almeno per il momento.
Le due formazioni emergenti, Podemos e Ciudadanos, hanno adottato in questo senso un’attitudine costruttiva: hanno dimostrato, cioè, di essere disposte a scendere a patti con il Partito socialista (Psoe) e il Partito popolare (Pp), differenziandosi quindi dalla linea ostruzionista tipica dei Cinque Stelle italiani.
Al tempo stesso, hanno dato prova di una notevole abilità nel dettare l’agenda politica. Non solo infatti sono riuscite a imporre al centro del dibattito pubblico le questioni del «cambiamento» e della «rigenerazione democratica», ma sono anche state in grado di sfruttare al massimo quello che si potrebbe definire come il loro «potenziale di ricatto»: pur di ottenere il loro appoggio, indispensabile per governare in pressochè tutte le principali località , il Psoe e il Pp si sono infatti visti costretti ad accogliere delle cospicue e composite serie di condizioni.
Emblematico a tal proposito è il caso della Comunità di Madrid, in cui i popolari hanno finito per accettare una lista di ben 82 punti proposta da Ciudadanos che, oltre a misure riguardanti la gestione della cosa pubblica come ad esempio l’arresto al processo di privatizzazione del settore sanitario, include persino l’impegno a democratizzare la vita interna del Pp attraverso la celebrazione di primarie per la designazione dei suoi dirigenti.
Ne consegue che quello raggiunto attualmente è un equilibrio quanto mai fragile, la cui capacità di tenuta dipenderà dalle tattiche che nei prossimi mesi i vari partiti decideranno di seguire con vista alle generali di novembre
Per quanto riguarda Ciudadanos e Podemos, occorre tener presente che si trovano comunque in due situazioni diverse.
Il primo, infatti, il 24 maggio scorso ha ottenuto dei risultati che, per quanto positivi, sono stati al di sotto delle sue aspettative e non è riuscito ad affermarsi in nessuna località come primo partito.
Nella maggior parte dei casi — eccezion fatta per l’Andalusia, dove sostiene il Psoe – ha optato per fornire il proprio appoggio condizionato al Pp, ma restando all’opposizione.
Non ha perciò responsabilità governative, il che potrebbe essere un vantaggio, permettendogli di presentarsi in autunno come l’unica forza «pura», non contaminata dalla prova dei fatti.
D’altra parte, continua a presentare un’elevata ambiguità e una scarsa definizione programmatica – appella semplicemente al «buon senso» —, due elementi intrecciati tra di loro che, sebbene abbiano funzionato relativamente bene fino ad ora, se protratti eccessivamente potrebbero diventare fattori di debolezza.
L’avvenire di Ciudadanos dipenderà anche dall’evoluzione che sperimenteranno i popolari: il Pp al momento è in subbuglio e, se le richieste di rinnovamento avanzate da alcuni suoi leader come Cristina Cifuentes — la nuova governatrice della Comunità di Madrid — dovessero prevalere, non è escluso che riesca a riassorbire parte dell’elettorato che a maggio si è orientato verso il partito di Albert Rivera.
Podemos invece, oltre ad appoggiare il Psoe in diversi municipi e comunità autonome, per mezzo di liste civiche ad esso collegate è alla guida del governo in numerose località , tra cui spiccano Madrid e Barcellona.
È ancora presto per fare un bilancio dell’attività svolta, dato che le nuove sindache delle due principali città spagnole — rispettivamente Manuela Carmena e Ada Colau – sono entrate in carica da circa due settimane.
Tra gli obiettivi che si sono proposte per i loro primi cento giorni di mandato vi sono misure di marcato carattere sociale, come lo stop agli sfratti e l’implementazione delle mense popolari per i minori.
Carmena si è già incontrata con rappresentanti delle banche per dimostrare loro che intende assumere un atteggiamento dialogante e che non vi è il rischio, paventato dalla destra, dell’instaurazione di un modello chavista.
Di particolare interesse in questi giorni è stato il definitivo rifiuto, da parte di Podemos, di arrivare a un patto con Izquierda Unida, la coalizione guidata dal Partito comunista.
Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, in polemiche dichiarazioni rilasciate a Pàºblico, ha affermato che la creazione di una nuova maggioranza non passa attraverso accordi con un vecchio partito che in questi anni, pur di difendere la sua identità ormai sorpassata, si è accontentato di una esigua percentuale di voti.
Iglesias, in un’ottica più generale, nell’intervista ha voluto prendere chiaramente le distanze dalla cultura della sinistra tradizionale, caratterizzata da «pessimismo esistenziale» e che ormai si rivolge solo a un gruppo minoritario fatto di persone tristi, noiose e amareggiate.
Non bisogna infine dimenticare che gli scenari futuri saranno influenzati anche dagli sviluppi di quella che si è ormai profilata come una vera e propria Tangentopoli spagnola, che quotidianamente miete nuovi indagati tra le fila del Psoe e, soprattutto, del Pp, continuando così a minare la credibilità di questi due partiti.
Emanuele Treglia
assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli (Roma) e membro del Centro de Investigaciones Histà³ricas de la Democracia Espaà±ola (Madrid).
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
SIAMO TUTTI FIGLI DEL LOGOS: LA CULTURA GRECA FA PARTE DEL MITO FONDATIVO DEL VECCHIO CONTINENTE
Può l’Europa fare a meno della Grecia? 
Se la domanda fosse stata rivolta a uno qualsiasi dei protagonisti della cultura europea almeno dal Petrarca in poi, questi neppure ne avrebbe compreso il significato.
La patria di Europa è l’Ellade, la “migliore patria”, avrebbe risposto, come verrà chiamata da Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino.
Filologia e filosofia si accompagnano, magari confliggendo tra loro, nel dar ragione di questa spirituale figliolanza.
Non si tratta affatto di vaghe nostalgie per perdute bellezze, nè di sedentaria erudizione per un presunto glorioso passato, coltivate da letterati in vacua polemica con il primato di Scienza e Tecnica.
Oltre le differenze di tradizione, costumi, lingue e confessioni religiose che costituiscono l’arcipelago d’Europa, oltre l’appartenenza di ciascuno a una o all’altra delle sue “isole”, si comprende che il logos greco ne è portante radice, che non si intende il proprio parlare, che si sarà parlati soltanto, se non restiamo in colloquio con esso.
Quel logos ci raccoglie insieme e ha informato di sè la storia, il destino di Europa.
Ciò vale per pensatori e movimenti culturali opposti, per Hegel come per Nietzsche.Vale per scienziati come Schroedinger, Heisenberg, Pauli.
Vale anche per coloro che si sforzano di pensare ciò che nella civiltà europea resterebbe non-pensato o in-audito: anche costoro non possono costruire la propria visione che nel confronto con quella greca classica.
Per la cultura europea, dall’Umanesimo alle catastrofi del Novecento, la memoria della “migliore patria” è tutta attiva e immaginativa: non si dà formazione, non può essere pensata costruzione-educazione della persona umana nella integrità e complessità delle sue dimensioni senza l’interiorizzazione dei valori che in essa avrebbero trovato la più perfetta espressione.
Un grande filosofo, Edmund Husserl, li ha riassunti in una potente prospettiva: nulla accogliere come quieto presupposto, tutto interrogare, procedere per pure evidenze razionali, regolare la propria stessa vita secondo norme razionali, volere che il mondo si trasfiguri teleologicamente in un prodotto della vita di questo stesso sapere.
Una follia? Forse – ma una follia che ha veramente finito col dominare il mondo. Eurocentrismo? Certamente – ma autore dell’occidentalizzazione dell’intero pianeta.
La Grecia non assume più per noi alcun rilievo culturale e simbolico?
Possiamo ormai contemplarla come l’Iperione di Hà¶lderlin dalle cime dell’istmo di Coritno: «lontani e morti sono coloro che ho amato, nessuna voce mi porta più notizie di loro»?
Come è spiegabile un simile sradicamento?
L’anima bella “progressista” risponde con estrema facilità : quell’idea di formazione che aveva la Grecia al suo centro era manifestamente elitaria, anti-democratica; la sua fine coincide con l’affermazione dei movimenti di massa sulla scena politica europea. Io credo che la risposta sia ancora più semplice, ma estremamente più dolorosa.
Tra l’ora attuale ( noi, i “moderni”!) e la “patria migliore” c’è il suicidio d’Europa attraverso due guerre mondiali.
L’oblio dell’Ellade è il segno evidente della fine d’Europa come grande potenza.
Si badi: grande potenza è anche lo Stato o la confederazione di Stati che intendano diventarlo.
Essi dovranno, infatti, dotarsi tanto di armi politiche ed economiche quanto di una strategia volta alla formazione di classe dirigente e di una cultura egemonica.
Sempre così è stato e sempre così avverrà .
Quando vent’anni fa scrivevo Geofilosofia dell’Europa e L’Arcipelago ancora speravo che questo arduo cammino si potesse intraprendere.
E ci si risparmi la fatica di ripetere che non è affatto necessario che ciò si realizzi nel senso di una volontà di potenza sopraffattrice.
L’Europa può ora pensare di dimenticare la Grecia, perchè rinuncia a svolgere una grande politica, la quale può fondarsi soltanto sulla coscienza di costituire un’unità di distinti, aventi comune provenienza e comune destino.
Se questa coscienza vi fosse stata, avremmo avuto una politica mediterranea, piani strategici di sostegno economico per i Paesi dell’altra sponda, un ruolo attivo in tutte le crisi mediorientali.
E avremmo avuto grandi interventi comunitari per la formazione, gli investimenti in ricerca, l’occupazione giovanile. Tutto si tiene.
Una comunità di popoli capace di svolgere un ruolo politico globale non può non avere memoria viva di sè, memoria di ciò che essa è nella sua storia, e non di un morto passato.
Tutti miti – diranno gli incantati disincantati dell’economicismo imperante.
So bene – l’Europa attuale è quella costruita sulla base delle necessità economico- finanziarie.
Gli staterelli europei usciti dalla seconda Guerra non avrebbero potuto sopravvivere senza l’unità del denaro.
Oggi la Grecia grida al mondo che una tale unità non produce di per sè alcuna comunità politica.
Se pensiamo all’Europa come a un colossale Gruppo finanziario, allora è “giusto” che una delle sue società di minore peso( magari mal gestita, da un management inadeguato) possa tranquillamente essere lasciata fallire.
L’importante è solo che non contagi le altre.
Ma se l’Europa vuole ancora esistere in quanto tale,e non disfarsi in egoismi, nazionalismi e populismi, deve sapere che la Grecia appartiene al suo mito fondativo, e che nessuna credenza è più superstiziosa di quella, apparentemente così ragionevole e “laica”, che ritiene il puro calcolemus senso,valore e fine di una comunità .
Massimo Cacciari
(da “La Repubblica”)
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Giugno 30th, 2015 Riccardo Fucile
“DUE ANNI DI SUPPORTO E RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO”
Alexis Tsipras risponde all’ultima chiamata di Jean Claude Juncker e chiede un nuovo piano di salvataggio, il terzo, per la Grecia, insieme alla ristrutturazione del debito al 180% del Pil che strozza ogni possibilità di ripresa del Paese.
La proposta greca finisce sul tavolo dell’Eurogruppo, che si riunisce in teleconferenza in serata.
Il primo a muovere è stato il presidente della Commissione Ue: ha fatto un tentativo in extremis per far rientrare la crisi che si è improvvisamente aggravata quando Tsipras, il premier greco, ha indetto un referendum per il 5 luglio, chiamando il suo popolo ad esprimersi sulle proposte d’accordo tra Atene e i creditori internazionali.
Juncker, dopo l’accorata conferenza stampa nella quale ha difeso l’operato delle istituzioni comunitarie e invitato i greci a votare ‘sì’, ha fatto un’offerta dell’ultimo minuto ad Atene per arrivare ad un accordo entro la mezzanotte di oggi, quando scade il piano di aiuti.
Quest’ultimo a fine febbraio era stato prorogato di quattro mesi e oggi la scadenza è giunta: passata la mezzanotte di oggi, per Atene significherebbe non accedere più a circa 16 miliardi di fondi.
Per altro, la data corrisponde anche con l’ultimo giorno utile perchè Atene rimborsi gli 1,6 miliardi di rate che deve – per il mese di giugno – al Fmi: la Grecia, ha confermato il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, non pagherà , quindi è possibile la messa in mora da parte del Fondo, anche se il default vero e proprio scatterebbe tra un mese circa. “Spero in un accordo coi creditori”, ha aggiunto Varoufakis.
La telefonata di Juncker, le contro-proposte di Tsipras.
Del piano ultim’ora di Juncker hanno parlato fonti europee ed elleniche, secondo quanto scrive Reuters nella ricostruzione del quotidiano Kathimerini online.
Il portavoce del presidente della Commissione ha poi confermato che l’offerta da ultim’ora è arrivata con una telefonata a Tsipras nella serata di ieri, specificando che la Commissione ha indicato ai greci che “metterà a disposizione tutte le risorse disponibili” per sostenere la crescita economica.
Nel bilancio comunitario, sono previsti 35 miliardi.
In un primo momento, il quotidiano riportava il rifiuto ellenico alla nuova mediazione, tanto che un portavoce del governo riferiva che “Alexis Tsipras voterà ‘no’ domenica”.
Ma in seguito è emerso un ripensamento dello stesso Tsipras, che ha valutato l’offerta e replicato con una contro-proposta.
Nella lettera ai vertici Ue, Tsipras ha chiesto un accordo di due anni con l’Esm (European Stability Mechanism, il fondo salva-Stati che si è attivato per Cipro o la ristrutturazione delle banche spagnole) per coprire le necessità finanziarie elleniche e nel frattempo ristrutturare il debito.
“Il governo greco”, ha specificato Atene in un comunicato, “resta al tavolo delle trattative e continua a ricercare una soluzione percorribile per rimanere nell’euro”. Attivare l’Esm significa sottoscrivere clausole stringenti per avere in cambio i fondi. Resta da capire quali riforme economiche, del pacchetto dei creditori, Tsipras sia disposto ad accettare: in pratica, la sua controproposta potrebbe risolversi in un ‘niente di nuovo’.
Fredda comunque Angela Merkel: “Stanotte a mezzanotte scade il programma, io non conosco altri segnali concreti”.
Da Berlino considerano sia “troppo tardi” per un’estensione degli aiuti, e in ogni caso bisogna aspettare il referendum. Riferendo ai Parlamentari, la cancelliera ha detto di “non aspettarsi alcuna novità ” nel corso della giornata; per il falco Wolfgang Schaeuble, “Atene resterà nell’euro anche con un ‘no’ al referendum”.
L’offerta: subito un Eurogruppo, soluzioni sul debito.
Secondo le ricostruzioni che sono filtrate dalle agenzie internazionali, l’offerta di Juncker non prevedeva un cambiamento di fondo nelle proposte – rispetto alle ultime, pubblicate nel fine settimana – ma la promessa di convocare un Eurogruppo d’emergenza per approvare l’intesa e sbloccare un pagamento immediato ad Atene, in modo da permetterle di rimborsare il Fmi con gli 1,6 miliardi da ripagare entro oggi. Per ricevere i fondi, Tsipras avrebbe dovuto inviare un’accettazione scritta della proposta e impegnarsi a fare campagna per il ‘sì’ nel referendum, come d’altra parte hanno iniziato a fare – con toni a dir poco insoliti – tutti i massimi rappresentanti di Bruxelles e delle cancellerie del Vecchio continente.
Lo sblocco della situazione eviterebbe anche lo scadere del piano d’aiuti internazionali, che termina appunto oggi.
L’offerta di Juncker prevede l’Iva al 13% per gli alberghi e le strutture turistiche – tetto presente anche nella versione delle proposte dei creditori datate 26 giugno e pubblicate dallo stesso Juncker domenica scorsa -.
Sempre se l’offerta fosse accettata, ha ricustruito Kathimerini, i ministri delle Finanze dell’Eurozona si sarebbero resi disponibili a ri-adottare una dichiarazione che rimanda a un impegno già preso nel 2012, con il quale prendere in considerazione una dilazione nel pagamento delle scadenze del debito, l’abbassamento dei tassi di interesse e l’estensione di una moratoria sui pagamenti verso la zona euro a partire dal prossimo ottobre.
La situazione in Grecia.
Nel frattempo, la situazione per la gente comune si prospetta sempre più complessa. La disoccupazione resta sempre oltre il 25% e oggi la stampa ellenica parla della possibilità di abbassare da 60 a 20 euro il limite giornaliero di prelievi allo sportello, mentre i pensionati, ai quali in un primo tempo era stato detto che avrebbero potuto ritirare 240 euro a settimana, sono stati informati adesso che potranno prelevare solo 120 euro ogni sette giorni: la nuova misura è stata adottata al termine di una riunione svoltasi la scorsa notte fra responsabili del ministero delle Finanze e rappresentanti degli istituti di credito.
A tal fine, sarà aperto un migliaio di sportelli.
Nel frattempo, i reportage internazionali raccontano che molti pensionati, che attendevano l’accredito dei loro assegni, sono rimasti oggi a bocca asciutta. Alla situazione delle banche guarda anche la Bce, che riunisce di nuovo il direttivo per aggiornarsi sul programma di liquidità d’emergenza, che non dovrebbe essere ‘staccato’ fino al referendum.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 29th, 2015 Riccardo Fucile
LA UE SCENDE IN POLITICA: DISMETTE I PANNI DEL GOVERNO TECNICO E CHIEDE DI SFIDUCIARE IL PREMIER ELLENICO
Bruxelles e i Paesi europei hanno scelto: non si tratta più.
L’unica via che il popolo greco ha per restare nell’euro è votare sì al referendum di domenica.
È una discesa in campo senza precedenti nella storia dell’integrazione europea quella messa in atto oggi dalla Commissione, seguita a ruota dal Parlamento, allineati a loro volta con le indicazioni arrivate poco dopo dai leader europei, Merkel in testa.
Il messaggio è chiaro: solo con un sì rimane aperto il canale del negoziato e il Paese può restare nella moneta unica.
Una metamorfosi dell’Europa tecnica che per prendere in contropiede lo strappo di Alexis Tsipras ha deciso di giocare direttamente sul terreno della politica.
Chi si aspettava un ultimo tentativo di mediazione da parte dell’esecutivo Ue, dopo che il presidente Jean Claude Juncker ha invitato pubblicamente i greci a votare a favore è rimasto deluso.
L’Europa non parla più con Tsipras, ma si rivolge direttamente al popolo ellenico. Quasi un ingresso diretto nella campagna referendaria che ha l’effetto di chiedere di fatto ai cittadini di sfiduciare il proprio premier in carica.
Un’iniziativa storica, che indipendentemente dall’esito dalla consultazione crea un precedente per il futuro dell’Unione.
Quello che, senza ormai nemmeno troppi misteri, era stato realizzato sottotraccia nel 2011, con le manovre per costringere alle dimissioni Silvio Berlusconi durante la crisi dello spread, ora si replica in modo più scoperto con il premier greco Alexis Tsipras. Le istituzioni vogliono la sua testa per tornare a negoziare con un nuovo governo. Quasi inevitabile, in caso di un successo dei sì che sconfesserebbe la politica del premier greco costringendolo alle dimissioni.
E quasi poco importa se a parole la cancelliera tedesca dica che “nessuno vuole influire sulle decisioni” del referendum del popolo greco.
Perchè spiegando poi che “se il governo greco dopo il referendum volesse negoziare ancora, noi non chiuderemmo la porta” fa arrivare un messaggio esattamente opposto. Cioè il canale delle trattative che può tenere agganciata Atene all’Eurozona passa solo e soltanto da un sì alla consultazione.
Parole ancora più chiare, forse troppo, quelle utilizzate dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, che in un Tweet in inglese: “Il referendum greco non sarà un derby tra la Commissione Ue e Tsipras ma euro contro dracma. Questa è la scelta”.
Se da un lato il primo ministro ha optato per un profilo basso scegliendo di non esprimersi sulla questione, e quindi di non iscriversi pubblicamente nel fronte del sì, dall’altro il messaggio affidato a Twitter lascia intendere abbastanza chiaramente per quale scenario faccia il tifo il presidente del Consiglio.
Nessuno, fino ad ora, pur lasciandolo intendere, ha mai evocato in queste settimane il ritorno della dracma e l’automatismo dell’uscita dall’euro in caso di default.
Lo stesso Juncker, che nel suo discorso ha usato parole insolitamente nette nei confronti di Atene, si è spinto solo ad affermare che un no dei greci al referendum “Vorrebbe dire che la Grecia dice no all’Europa”.
Nessun riferimento diretto all’uscita dalla moneta unica al ritorno alla dracma.
Il tutto mentre le diplomazie di tutto il mondo si muovono per cercare di ricucire le distanze.
In una conversazione telefonica il presidente Usa Barack Obama e il presidente francese Franà§ois Hollande “si sono trovati d’accordo a unire i loro sforzi per favorire una ripresa dei negoziati, per permettere il più rapidamente possibile una risoluzione della crisi e garantire la stabilità finanziaria della Grecia”, hanno spiegato dall’entourage francese, mentre persino la Cina è arrivata ad auspicare una ripresa immediata dei negoziati. “Vogliamo che la Grecia rimanga nell’Euro e chiediamo ai creditori e agli attori istituzionali coinvolti nelle trattative di non esaurire il dialogo e il negoziato”, ha spiegato il premier cinese premier cinese Li Keqiang.
“La Cina è un amico dell’Ue ma siamo pero’ determinati a dare una mano e assistenza alla Grecia. Le ricadute sulla stabilita’ economica globale della crisi greca sono reali”.
Sullo sfondo si è registrato l’ultimo tentativo in extremis di ricucire due parti che, se prima erano distanti, ora sembrano aver deciso di non parlare nemmeno più.
La regia è quella del presidente dei Socialisti e Democratici Gianni Pittella che ha provato a chiedere la convocazione di un nuovo Eurosummit per discutere di un’eventuale proroga almeno fino a domenica delle trattative.
“È vero che la posizione di Juncker sembra di chiusura, ma serve anche a rispondere ai toni duri usati da Tsipras. Il presidente della Commissione ha anche detto che ‘tutte le porte restano aperte’”, spiega una fonte dell’Europarlamento.
L’iniziativa dei socialisti per ora si è scontrata però con il secco no della cancelliera Angela Merkel.
“Al momento non vedo nessun motivo vincolante per un vertice straordinario Ue” e “non prevedo di andare ad Atene”.
Gli occhi insomma sono puntati ormai solo su domenica, quasi dimenticandosi ormai di quella che fino a qualche giorno fa era la più importante delle scadenze, il 30 giugno, con la conclusione del piano di salvataggio e la rata da 1,6 miliardi da rimborsare al Fondo monetario internazionale.
È ormai scontato che domani la Grecia non pagherà , facendo scattare la procedura con cui il Paese sarà dichiarato in default con il Fmi.
Non più tardi di qualche giorno fa, il peggiore degli scenari possibili.
Ora, un problema quasi minore, in vista di quello che da consultazione sulle proposte dei creditori è diventato quasi ufficialmente il primo, in molti sperano unico, referendum sulla permanenza di un Paese nell’Eurozona.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 29th, 2015 Riccardo Fucile
COSA SI VOTA, IL RUOLO DELLA BCE E GLI SCENARI PER LA VITTORIA DEL “SI” E DEL “NO”
1 – Referendum: cosa si vota? 
Il primo problema del referendum greco è: cosa si vota? Ufficialmente, la proposta dei creditori. “Sì”, se si accetta, “no”, se si rifiuta.
E il quorum per considerarlo valido è il 40%.
Ma ieri il presidente della Commissione europea Juncker ha diffuso una nuova versione del documento che Bce, Ue e Fmi stavano discutendo con il governo greco, prima dell’interruzione delle trattative, venerdì scorso.
Ci sono delle piccole concessioni su nodi cruciali, ad esempio l’Iva sugli alberghi non sarà aumentata al 23%, come proposto in un primo momento, resterà al 13%.
O la spesa militare non sarà tagliata a 200 milioni, ma resta a 400 milioni.
Il problema, probabilmente, è che Alexis Tsipras rischiava già di non avere la maggioranza in Parlamento per un accordo che impone comunque nuovi sacrifici.
E secondo Yanis Varoufakis i 15,5 miliardi proposti da qui a novembre sarebbero comunque stati insufficienti per la Grecia, ormai al collasso. E’ questo che ha fatto decidere Tsipras di rovesciare il tavolo e indire un referendum.
2 – Come sopravvivere fino al voto
Le incognite sono molte, da qui a domenica. Sia da parte greca, sia europea.
La più importante, per la sopravvivenza di Atene, è cosa farà la Bce.
Ieri ha mantenuto il livello di liquidità d’emergenza che può essere concessa alle banche al livello di venerdì scorso, 89 miliardi, e ha costretto il governo a chiudere le banche e la Borsa e a introdurre un controllo dei capitali. Draghi ha detto che rimarrà «vigile», dunque pronto a intervenire per non provocare il collasso del sistema bancario.
Ma la Bce non vuole rimanere col cerino in mano, non vuole passare alla storia come la «colpevole» del default ellenico.
E’ improbabile che chiuderà i rubinetti, come chiedono da tempo alcuni banchieri centrali, tedeschi in testa. Draghi preferisce garantire la sopravvivenza di Atene finchè non saranno i greci a decidere del proprio destino. E la Grecia?
3 – L’incognita del presidente della Repubblica
Mentre da Bruxelles arrivano voci su un possibile vertice straordinario il 1 luglio, ad Atene alcuni guardano con attenzione al presidente della Repubblica, il conservatore Prokopis Pavlopoulos.
Il suo portavoce ha smentito domenica voci su possibili dimissioni.
Ma Pavlopoulos ha anche detto che non resterà presidente, se la Grecia uscirà dall’euro. Le sue dimissioni costringerebbero Tsipras quasi sicuramente alle elezioni anticipate, non avendo l’attuale maggioranza di governo (Syriza e Anel) la maggioranza di due terzi per eleggere un nuovo presidente.
4 – Cosa succede se vince il “sì”
Tsipras e Kammenos, i due leader della maggioranza di governo (la Grecia è guidata da un esecutivo rosso-nero, costituito dall’estrema sinistra di Syriza e la destra nazionalista di Anel) faranno campagna per il no.
Dunque, nel caso di vittoria dei sì, alcuni ministri hanno già detto che il governo si dimetterà , com’è logico che sia.
A quel punto gli scenari sono due: elezioni anticipate o, vista la drammaticità della situazione, un governo di unità nazionale o addirittura tecnocratico.
Il presidente Pavlopoulos tenterà di convincere i partiti dell’opposizione Nea Dimokratia, Pasok e To Potami e una fetta più moderata di Syriza a votare un esecutivo di unità nazionale per firmare l’accordo con i creditori ed evitare il default.
Le prossime scadenze della Grecia sono immediatamente successive alla data del referendum: il 10 e il 17 luglio sono previsti rimborsi di bond per 3 miliardi, il 13 una rata del Fmi da 450 milioni (che si aggiunge ai mancati pagamenti di giugno da 1,6 miliardi) e il 20 luglio vanno restituiti alla Bce ben 3,5 miliardi.
Al momento, nei sondaggi, i “sì” sono avanti, forse la chiusura delle banche alimenterà la paura e la propensione dei greci a voler chiudere l’intesa con la vecchia Troika.
Ma non è detto: potrebbe anche alimentare la rabbia contro i creditori “strozzini” e rovesciare il clima.
5 – Cosa succede se vince il “no”
Sarebbe la vittoria del governo greco, ma è improbabile che i creditori possano tenerne conto e riaprire un negoziato con Atene, dopo i disastrosi mesi di impasse negoziale da fine gennaio al tragico vertice dello scorso fine settimana.
Ci si avventurerebbe nelle “acque inesplorate” da cui i leader europei, incapaci di trovare un accordo con la Grecia, hanno spesso messo in guardia. Incapace di far fronte ai suoi debiti, Atene fallirebbe e sarebbe costretta, molto probabilmente, a uscire dall’euro.
Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)
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