Aprile 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL MANIFESTO PRO-POVERI DI MILIBAND
«Sono pronto a scrivere la parola fine al vecchio adagio secondo il quale per stare bene bisogna occuparsi solo dei ricchi e potenti…la verità è che quando i lavoratori vincono, vince la Gran Bretagna».
Ed Miliband mette da parte lo sguardo un poco torvo, corregge la parlata a tratti incerta, afferra i vessilli della sinistra laburista e annuncia di aver finito l’allenamento sui banchi dell’opposizione. È “pronto”, dice, a governare.
Guarda a Downing street accompagnato da sondaggi che gli alzano una metaforica Ola, attribuendo al Labour due punti e mezzo di vantaggio sul Tory party del premier uscente David Cameron.
Troppo poco per sperare di guidare l’esecutivo da solo, ma abbastanza per immaginare una coabitazione, ancorchè acrobatica, con le forze minori.
È, infatti, ancora testa a testa la corsa in vista del voto del 7 maggio, nel segno di un’incertezza assoluta, figlia di un mondo nuovo, liberato dalla regola del pendolo britannico, garantita dal bipolarismo assoluto.
I partiti in campo, oggi, sono almeno sette e le uniche ipotesi realistiche immaginano coalizioni a tre, perchè a due non basterebbero.
Mentre gli esegeti del voto nei seggi marginali studiano i flussi degli elettori, Ed Miliband ha deciso di accelerare presentando sè stesso come uomo di governo del Paese e dell’economia del Paese.
In 86 pagine di manifesto elettorale ad alto tasso ideologico ha spiegato come ridarà l’equlibrio sociale, a suo avviso perduto, al Regno.
Descrive il “travaso” di risorse che imporrà ai ricchi per tutelare i poveri con pochi, efficaci concetti.
Due miliardi e mezzo per la Sanità pubblica arriveranno da una nuova tassa sulle abitazioni di valore superiore ai 2 milioni di sterline; i contratti a zero ore, simbolo del lavoro precario, saranno in parte aboliti mentre il salario minimo sarà elevato del 20 per cento circa; i più rotondi assegni famigliari che promette saranno finanziati da un balzello sulle banche; l’aliquota marginale Irpef passerà dal 45 al 50% e aiuterà a ridurre di un terzo le tasse universitarie che Cameron triplicò in una notte.
Il catalogo è questo, ma ad aprirlo c’è un preambolo che il leader del Labour ha scandito dal palco di Manchester dove ha presentato il manifesto.
«Questo — ha detto – è l’impegno a proteggere le nostre finanze. È l’impegno a presentare solo leggi che abbiano copertura garantita, senza nessuna nuova forma di indebitamento».
Il partito laburista è ancora percepito come la forza che “sfondato” i bilanci dello Stato per gestire una crisi determinata anche dalle cattive politiche degli esecutivi Blair-Brown.
Per risalire la china della sfiducia popolare, quindi, Ed Miliband ha dovuto insistere sulla sua capacità nel reggere con cautela il timone dell’economia.
Se questo era il primo messaggio, il secondo è stato altrettanto netto e piuttosto allarmante per la City.
Ha riaffermato ieri, infatti, che cancellerà la condizione fiscale di «residente non domiciliato», bizzarro e secolare istituto del Regno che ha contribuito a fare di Londra una sorta di paradiso fiscale a beneficio dei Paperoni di mezzo mondo.
L’extragettito aiuterà il teorico governo laburista a non ritoccare l’Iva.
In realtà la misura sui “residenti non domiciliati” rischia di aver un effetto a catena piuttosto perverso. Se le misure annunciate toglieranno a Londra l’appeal maturato in questri anni si metteranno in fuga molti investitori internazionali.
L’effetto sulla City potrà essere doloroso, quello sul mercato immobiliare, a danno di stranieri ma anche di cittadini inglesi,ancor più pesante.
Ed è sul mattone che poggia, in larga misura, l’economia di Londra e del Regno.
Il rischio è che la delicata architettura su cui si regge un Paese che ha chiuso il 2014 con una crescita del 2,8%, primato d’Occidente, possa incrinarsi e cominciare a cedere.
Leonardo Maisano
(da “il Sole24ore”)
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO LE MONDE COINVOLTI ANCHE DUE DIRIGENTI DEL PARTITO… MENTRE CONTINUA LO SCONTRO CON IL PADRE
Non c’è pace per il Front National. 
Il partito di estrema destra francese sarebbe sotto accusa per finanziamento illecito e la presidente del partito, Marine Le Pen, è finita sotto inchiesta insieme a due stretti collaboratori e dirigenti del partito, David Rachline (senatore e sindaco di Frejus) e Nicolas Bay (deputato europeo e segretario del Fronte).
A riferirlo è il quotidiano transalpino Le Monde.
L’indagine si aggiunge a quella avviata dal Parlamento europeo all’inizio di marzo sulle irregolarità riguardanti 20 assistenti del gruppo a Strasburgo e Bruxelles.
La magistratura starebbe indagando, con l’accusa di finanziamento illecito ad un partito, Frederic Chatillon, proprietario della Riwal, agenzia di comunicazione e principale “prestatrice di servizi” del Front National.
Sotto la lente degli inquirenti le elezioni presidenziali e le elezioni parlamentari del 2012. Secondo i magistrati Le Pen potrebbe aver impiegato “fittiziamente con contratti a tempo determinato due suoi consiglieri, David Rachline e Nicolas Bay”.
Gli stipendi “versati da Riwal solo durante le campagne per le presidenziali e le legislative del 2012, si possono configurare come donazioni dissimulate ai candidati”.
Concretamente, scrive Le Monde, Bay è stato impiegato da Riwal per due mesi, maggio e giguno 2012, in qualità di “ideatore e redattore” ricevendo 6.061 euro di stipendio e 952 euro di straordinari.
Rachline come “responsabile di progetto” ha ricevuto nello stesso periodo 4.306 euro più 342 euro di straordinari.
Cifre modeste, per le quali i magistrati vogliono comunque interrogate i due politici oltre alla Le Pen.
La notizia arriva mentre il partito è scosso dallo scontro tra lo storico fondatore Jean-Marie Le Pen e la figlia Marine, uno psicodramma familiare dall’esito imprevedibile.
Ieri la leader del Front ha annunciato in tv l’apertura di una procedura disciplinare nei confronti dell’86enne padre per le sue posizioni antisemite e negazioniste dell’Olocausto, auspicando un ritiro dalla scena politica di Jean-Marie.
Il presidente onorario del Front potrebbe anche essere espulso dal partito.
“Andrò a difendermi, ovviamente, ma anche ad attaccare”, ha annunciato oggi Jean-Marie che ha attaccato la figlia: “Marine sta distruggendo il Front National”, ha aggiunto, assicurando di non avere intenzione di lasciare la politica
(da “La Repubblica”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE CRITICHE: MOLTE PERSONE SPENDERANNO TUTTO E RESTERANNO POVERE DA VECCHIE
Prendi i soldi e scappa.
È quello che da oggi nel Regno Unito possono fare migliaia di lavoratori grazie all’entrata in vigore di una controversa riforma delle pensioni.
Ciascun lavoratore con 55 anni di età potrà ritirare tutto il montante dei contributi previdenziali annui da lui versati nella propria carriera.
Un quarto del montante sarà esentasse mentre i restanti tre quarti saranno sottoposti alla tassazione ordinaria.
In Gran Bretagna consensi e critiche. Perchè chi ritira tutti i propri contributi non avrà più diritto a una pensione pubblica.
Il governo confida nella misura come uno strumento per attivare la spesa delle famiglie, con l’auspicio che sia indirizzata soprattutto agli investimenti e dia un ulteriore impulso alla crescita economica.
Invece i critici della riforma sostengono che i lavoratori che incasseranno tutto e subito correranno il rischio di trovarsi completamente spiantati in età avanzata.
Non tutti spenderanno i loro contributi pensionistici per investimenti con cui mantenersi durante la vecchiaia, ma in tanti li useranno semplicemente per pagarsi una fuoriserie o una vacanza di lusso; comunque, non per trovarsi meglio da vecchi. Perchè i britannici sono un po’ spendaccioni, e tantissimi sono molto indebitati: se usano il «fieno per la cascina» per pagare i debiti contratti da giovani, domandano i dubbiosi, come si manterranno quando non avranno più uno stipendio una volta lasciato o perso il lavoro, e nessuna pensione da vecchi?
Il primo a chiedere indietro i suoi contributi al Tesoro di Sua Maestà britannica è stato, proprio stamattina, un ragioniere di 57 anni del Devon.
Michael Dunn ha deciso di utilizzare quei soldi, di cui evidentemente non ritiene di aver bisogno quando sarà vecchio, per pagare il restauro del tetto della chiesa del suo paesino.
Ma in tanti pensano di ritirare i propri contributi per finanziarsi una nuova vita all’estero, preferibilmente in Paesi con un clima più mite o dove l’economia sta registrando un boom, come l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sud Est asiatico.
Il governo invita i lavoratori a «riflettere bene e a non agire d’istinto»: anche perchè se tutti decidessero di ritirare il «malloppo» la tenuta il sistema previdenziale britannico potrebbe essere messa a rischio.
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’SNP RISCHIA DI DIVENTARE TERZO PARTITO E AGO DELLA BILANCIA
Va male tutto, anche un’intramontabile gloria come il whisky. 
Le esportazioni sono calate del 7,4% ai minimi dell’ultimo ventennio sotto i colpi del Bourbon americano che ha sullo Scotch lo stesso effetto dello shale oil sul prezzo del barile.
La caduta del liquore nazionale mima, infatti, quella della ricchezza nazionale, il petrolio del mare del Nord che avrebbe dovuto finanziare la secessione dal Regno Unito.
Edimburgo l’ha scampata per un pugno di voti nel settembre scorso. Scampata proprio, alla luce di come sarebbero andate le finanze di uno Stato indipendente, fiaccate dalla congiuntura che deprime i costi dell’energia oltre ogni ragionevole previsione.
La propaganda nazionalista nei giorni precedenti la consultazione popolare insisteva sulla ”convenienza della solitudine” grazie alla generosità dei pozzi off shore, unica vera garanzia di gettito per le casse dei territori oltre il Vallo.
Oggi la Scozia si ritroverebbe con il cappello in mano. Ne deriva, per associazione logica, che i sostenitori della secessione dovrebbero essere in umiliante ritirata.
I sondaggi dicono il contrario: perduta la battaglia per l’addio da Londra, uomini e donne di highlands e lowlands si preparano a invadere Westminster.
È l’unico dato certo di elezioni nel segno della più assoluta incertezza.
Tutti gli istituti di statistica assegnano allo Scottish national party un successo senza precedenti alle elezioni britanniche del 7 maggio, in marcia verso il terzo posto alla Camera dei Comuni, alla spalle di Tory e Labour.
A pagare il prezzo più alto sono i laburisti e LibDem — i conservatori eleggono un solo parlamentare nei collegi oltre il Vallo — destinati ad essere decimati da una spinta nazionalista che porterebbe, per taluni, l’Snp sulle soglie dell’en plein, conquistando 56 dei 59 deputati che si assegnano in Scozia.
London school of economics è meno radicale nel suo studio sulla dinamica elettorale, ipotizzando 40 deputati per Snp, un multiplo rispetto ai 6 eletti del 2010.
Il consenso per i nazionalisti è al 4% su base nazionale quindi, in termini percentuali, è molto più contenuto rispetto al moltiplicatore garantito dal sistema elettorale britannico, il first past the post.
Ovvero quel maggioritario secco che, invece, penalizza Nigel Farage e l’Ukip.
Il sostegno popolare per il partito eurofobo, dicono i sondaggi, sta calando dal 20% che mediamente si registrava nei mesi scorsi al 12-15 % di oggi, ma a sconfiggerli — sulla carta — è il meccanismo di calcolo del voto che agisce in modo speculare al “favore” che, il meccanismo stesso, garantisce a Snp.
A fare la differenza è la concentrazione territoriale del consenso nel caso scozzese, a fronte della diffusione sul territorio nazionale dell’Ukip che così cade nella tagliola del maggioritario British style e rischia di eleggere solo un paio di Members of Parliament
La slavina tartan è su Westminster, ben rappresentata dal contrappasso storico che si va delineando a Glasgow dove cinque dei sette seggi Labour dovrebbero passare ai nazionalisti con uno swing di cui pochi hanno memoria, visto che i laburisti non perdono un deputato nella città da più di trent’anni.
La slavina farà più danni al partito di Ed Miliband in Scozia di quelli che potrà fare l’Ukip ai Tory in tutto il Regno, ma le conseguenze non finiscono qui.
La crescita dell’Snp di fatto renderà ingovernabile il Paese se è vero che l’impalpabile maggioranza che Lse assegna ai Tory sul Labour (4 deputati) non basterà per mantenere David Cameron a Downing street, rendendo come ipotesi più probabile un governo di minoranza abbarbicato ai voti nazionalisti.
In altre parole, un esecutivo con un premier Labour e con il sostegno esterno di LibDem e Snp.
Per la City è lo scenario peggiore. E non solo perchè la Gran Bretagna marcia verso un lessico politico da Italia della Prima Repubblica, inoltrandosi nei meandri dell’instabilità di governo, fatta di multiple coalizioni e patti di non belligeranza. L’impronta socialista tradizionale (rispetto alla Terza Via di Tony Blair) del Labour di Ed Miliband, infatti, coniugata con il moltiplicatore radicale dell’Snp, porterà a spinte ancor più estreme su welfare e spesa pubblica, ma anche su temi come il nucleare con i Trident al centro di un delicato dibattito che coinvolge sicurezza e difesa del Regno. I rischi sono soprattutto altri, gli stessi paventati dal dibattito secessione.
«Se Snp farà un accordo con il Labour — spiega Tony Travis scienziato della politica, esperto di dinamica del consenso alla London School of Economics – avrà influenza importante sulle scelte nazionali. Tratterà per spuntare benefici a favore di Edimburgo, innescando così la reazione degli elettori inglesi o delle altre nazioni».
È il timore ultimo della dissoluzione del Regno, quello stesso che si era materializzato con il referendum scozzese e che riemerge per l’effetto perverso di un sistema elettorale inadeguato al mutare dei tempi.
La debole rappresentatività del first past the post britannico funzionava, in uno scambio tacito con la stabilità politica, nel mondo bipolare di Tory e Labour.
Oggi le forze in campo sono sette e il bacino dei due grandi partiti che un tempo si spartivano il 90% dei voti è al 65-68 per cento.
La frammentazione avanza oltre la Manica riscrivendo la storia.
Con la erre arrotata in gran voga da Edimburgo in su.
Leonardo Maisano
(da “il Sole24ore“)
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Marzo 28th, 2015 Riccardo Fucile
IN “THE GOOD RIGHT” TRACCIA UNA FRONTIERA: SGRAVI FISCALI PER LE FASCE A BASSO REDDITO E MAGGIORI TASSE PER I BENI DI LUSSO, MISURE A SOSTEGNO DELLE FAMIGLIE MENO ABBIENTI
E’ vero che noi Italiani siamo particolarmente legati alla nostra storia e alle nostre tradizioni, soprattutto quelle locali.
E’ vero che il senso della “globalizzazione”, il più delle volte, ci arriva come una sorta di attentato a quello che siamo o che potremmo o che pensiamo di essere.
E’ vero che rispetto a certe questioni, il “vaso è oltremodo pieno” e che l’esasperazione può condurre a prese di posizione anche eccessive.
Ma in tutte le cose, pur nel rispetto dei distinguo, la lucidità e l’equilibrio non andrebbero mai persi.
Normalmente allo “stress” e alla depressione si reagisce “alzando la voce”: ma alzare la voce non costruisce nulla.
Ne sono una riprova la rediviva destra vetero-missina, da una parte, e quella quella che cerca di recuperarsi qualche poltrona correndo dietro a Salvini, dall’altro.
Fin troppo facile gridare “prima gli italiani” o “basta euro” quando il tutto è solo il chiaro ed evidente disegno di chi non sa sostenere cose migliori e diverse dai meri slogan fine a sè stessi.
L’Europa, come al solito, insegna e fa anche riflettere molto, proprio come sta accadendo con le vicende politiche della Le Pen e di Sarkozy.
Se solo anche noi facessimo lo stesso, già staremmo a buon punto, e invece…
E invece si corre dietro al nulla, incapaci di comprendere che le nuove storie nascono dalla passione vera e sincera, dallo spirito disinteressato dei tempi e da quel senso della “missione” che non dovrebbe mai mancare.
Per competere con la sinistra ed offrire all’intero Paese una diversa prospettiva, occorre un progetto davvero serio.
Una destra capace di incarnare i valori propri della nostra tradizione ma di saper anche accettare tutte le sfide dei tempi.
E quelle sfide sono, e vanno, in ogni direzione, dagli status sociali a quelli istituzionali, dalle impostazioni di sistema alle definizioni economico-finanziarie delle varie scelte a compiersi.
Un tempo, l’Italia la si voleva sistematicamente dividere “in due”: il nord pseudo-evoluto, da un lato, e il sud, terra di Mafia, di Camorra e di sfrenato assistenzialismo di massa, dall’altro.
Che le cose non stiano così e che tutta l’Italia sia allo sbando – quale “omnicomprensivo meridione” dell’Europa, privo di speranza e di prospettive serie – è fin troppo chiaro ed evidente.
Dal pantano non si esce riciclando vecchie formule, semplicemente gridando o producendosi in sofosticati quanto sterili distinguo meta-culturali: è necessaria “la spinta” audace ed autentica delle sfide dirompenti.
Una riprova ci viene dalla bene-amata Inghilterra, dal regno dei Conservatori, da quei “destri” che sono stati capaci di scrivere una storia nuova per l’intero continente e non solo.
La mente corre veloce al manifesto “The Good Right” (“la buona destra”) edito da Tim Montgomerie – editorialista di The Time — che, nel definire il proprio baricentro concettuale sulla lotta alla povertà e alle disuguaglianze, esplicita tesi chiaramente irriverenti e rivoluzionarie rispetto al limpido liberalismo dei Tory.
Ed invero, l’intellettuale quarantenne, nell’inserirsi, a pieno titolo, nelle coeve riflessioni sulla sfida delle prossime elezioni politiche in Inghilterra, e nel sostenere che i Conservatives apparirebbero troppo vicini al grande business e molto lontani “dagli ultimi”, ha proposto una specifica ridda di policies volte ad “umanizzarne la proposta: dagli sgravi fiscali per le fasce di reddito più basso all’aumento della tassazione dei beni di lusso; dagli investimenti in infrastrutture, alla risoluzione delle situazioni di disagio sociale, ivi comprese quelle miranti a favorire l’accesso al credito ed alla casa, sia per le piccole imprese che per le famiglie meno abbienti.
Montgomerie, peraltro, pur collegandolo a quella “eguaglianza di opportunità ” che è sempre stata alla base dei classici del pensiero liberale, ha rispolverato anche il “principio thatcheriano” della “nazione di proprietari” dandogli il senso autentico della sfida dei tempi: più attenzione, sia al disagio sociale che “agli ultimi”, perchè “nessuno va lasciato indietro”.
Insomma, mentre in Italia si assiste alla sterile quanto astrusa diatriba tra destra “vetero-missina” e “destra con cultura di governo”, Montgomerie, dall’Inghilterra, con un manifesto apparentemente destinato a svolgere uno spunto di riflessione soltanto nella “destra anglossassone”, ha offerto spunti ben più pregnanti ed interessanti, anche per la migliore intelligentia Italiana.
Una mossa, quella di Montogmerie, dall’incontrovertibile spessore culturale ma anche dall’irrefragabile valore comunicazionale.
Una “mossa” capace di disegnare i Tory, «non più come il partito di ricchi, ma quello di tutti», perchè «i valori conservatori come la libertà di mercato, la concorrenza, il risparmio, il rifiuto del welfare state e la protezione della famiglia restano saldamente intoccabili, ma la politica deve immergersi tra gli ultimi, senza richiami al Nanny State, senza le “coccole” del denaro pubblico, ma attraverso una redistribuzione fiscale e di opportunità che permetta ai ceti medio-bassi di crescere e coltivare le stesse opportunità di quelli più elevati».
Gli ortodossi avranno il pelo ben drizzato: questo è da giuralo.
Ciò non di meno, tra la visione italiana di chi sostiene le presunte ragioni di una destra social-liberale — astrusa e incomprensibile — e l’impostazione raffinata ed elegante proveniente dai fermenti londinesi, credo che siano di gran lunga preferibili questi ultimi, perchè “il problema”, come al solito, non è dato da una mera questione di “nomenclatura”, ma dalla “sostanza”.
E la sostanza prende forma esclusivamente grazie alle proposte, alle soluzioni praticabili, all’audacia delle idee irriguardose e irriverenti: le alchimie degli sterili orpelli formali e le neglette dimensioni sotto-culturali date dai “freddi nomen”, non servono proprio a nulla.
Sia che si tratti dell’Inghilterra, sia che si tratti dell’Italia, chi ambisce a costruire una nuova storia ed un nuovo, possibile sogno, non può fare a meno di considerare quanto si debba riconoscere a quella classe medio-piccola (di spirito borghese) che risulta sempre più schiacciata dall’elevato costo della vita, dall’immigrazione e dalla concorrenza globale: una linfa vitale che va assolutamente recuperata sulla scorta di un nuovo ordine fiscale, sociale e culturale.
Le sfide si affrontano fino in fondo. Gridare non serve a nulla. Occorrono fatti di valore.
In Inghilterra, in Italia…
Ovunque…
Salvatore Castello
Right BLU – la Destra Liberale
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
VENTI ASSISTENTI AL GRUPPO LAVOREREBBERO PER IL PARTITO SENZA ALCUN LEGAME CON GLI EURODEPUTATI, UNA PRATICA VIETATA
Potrebbe essere una tegola per il Front National di Marine Le Pen l’indagine avviata dal Parlamento europeo sulle irregolarità riguardanti 20 assistenti del gruppo a Strasburgo e Bruxelles.
L’indagine arriva a pochi giorni dal voto per il rinnovo dei consigli dipartimentali che si terrà il 22 e il 29 marzo, una consultazione che vede favorito il partito di estrema destra francese.
Gli ultimi sondaggi danno il FN avanti l’Ump di Sarkozy e ai Socialisti del presidente Hollande.
I venti assistenti (16 a Strasburgo e 4 a Bruxelles) appaiono nell’organigramma del Front National come funzionari di partito ma il regolamento dell’eurocamera prevede espressamente salari solo per i portaborse e non per i propri funzionari.
Le irregolarità contabili sono state segnalate oggi dal Parlamento Ue all’Olaf, l’Ufficio antifrode europeo, che ora prenderà in carico le indagini.
La denuncia sarebbe partita direttamente dal presidente del Parlamento Ue, il socialista tedesco Martin Schulz.
Secondo una prima indagine svolta dai servizi di Strasburgo almeno 10 dei 16 assistenti locali hanno un contratto che indica come luogo di lavoro la sede del FN a Nanterre, poco fuori Parigi, ed inoltre la loro posizione nell’organigramma interno non assicurerebbe alcun legame con il deputato europeo da cui sono stati assunti.
Altri 9 assistenti avrebbero dichiarato come sede di lavoro Nanterre.
Il regolamento sembra essere molto chiaro: l’articolo 33, al paragrafo 2, dello Statuto dei deputati prevede infatti che possano essere pagate dal Parlamento solo le spese di assistenza “direttamente legate all’esercizio del mandato parlamentare del deputato”.
L’articolo 43 chiarisce poi che queste somme “non possono servire direttamente o indirettamente a finanziare contratti stabiliti con i gruppi politici del Parlamento Ue o con dei partiti politici”.
La notizia dell’indagine ha provocato grandi polemiche in Francia.
Per la leader del Front Marine Le Pen si tratta di “una manipolazione politica indegna in vista delle imminenti elezioni amministrative in Francia”, ma non è entrata nel merito, che lascia poco spazio a diverse interpretazioni
Critico con la Le Pen Gianni Pittella, presidente degli eurodeputati socialisti e democratici: “La giustizia farà il suo corso, ma se fosse vero, dimostrerebbe l’incoerenza dei populisti: criticano l’Europa e poi ne approfittano…”
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
“LE MONDE” RIVELA: GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI ACCUSATI DI NON LAVORARE REALMENTE PER L’UNIONE EUROPEA…L’INCHIESTA RIGUARDA 7,5 MILIONI DI EURO
Venti assistenti del Front National al Parlamento europeo sono oggetto di un’inchiesta per frode,
secondo informazioni diffuse a Parigi da Le Monde.
E’ stato il presidente dell’europarlamento Martin Schulz a rivolgersi all’Ufficio europeo antifrode per aprire un’inchiesta su 20 assistenti di eurodeputati del partito guidato da Marine Le Pen, sospettati di non lavorare realmente per l’Unione europea.
E’ stata informata anche il ministro della Giustizia francese, Christiane Taubira.
Si tratta degli assistenti assunti dai 24 eurodeputati del Front National.
Gli vengono contestati per la legislatura attuale 7 milioni e 500mila euro.
Tutto questo accade mentre il Front raccoglie, in un sondaggio dell’istituto Odoxa, il 31% dei consensi degli intervistati, risultato che permetterebbe al partito di vincere il primo turno delle elezioni provinciali in programma il 22 e 29 marzo.
Nello stesso sondaggio, dietro al Front National ci sono lo schieramento di centrodestra Ump (il partito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy) con il 29% e i socialisti attualmente al governo e all’Eliseo con Franà§ois Hollande con il 21%.
La maggior parte degli analisti politici affermano che se Le Pen mantenesse il ritmo attuale potrebbe anche andare al ballottaggio alle prossime presidenziali, dove però avrebbe poche possibilità di battere il candidato del grande partito che andrà ad affrontare (cioè Ump o Ps).
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
DEREGULATION, RIFORMA DELLO STATO E APERTURA AI PRIVATI
La Grecia di Alexis Tsipras, con buona pace delle promesse elettorali, riparte dalla Troika. 
«à‰ un’istituzione che non riconosciamo e non metterà più piede ad Atene», aveva garantito il leader di Syriza la sera del 25 gennaio, dopo la vittoria alle elezioni.
La realpolitik e la drammatica fuga di capitali dalle banche hanno però avuto la meglio.
Il premier è stato costretto a raggiungere un compromesso al ribasso all’Eurogruppo («senza un accordo, da oggi avremmo dovuto imporre controlli alla circolazione di denaro e il paese sarebbe collassato », racconta uno dei negoziatori del Partenone).
E stamattina formalizzerà la retromarcia “forzata” inviando per approvazione a Ue, Bce e Fmi – alias la vecchia Troika – il piano di riforme del governo, l’ultima carta per tenere Atene in Europa.
«à‰ la prima volta dal 2010 che siamo in grado di decidere noi come salvare il paese senza farci imporre la ricetta da altri. Non taglieremo le pensioni e non alzeremo l’Iva», è il mantra soddisfatto del Presidente del consiglio.
Le sei pagine di documento in partenza per Bruxelles sono però una lista di buoni propositi: lotta alla corruzione, deregulation, riforma del pubblico impiego, guerra totale a oligarchi, burocrazia, cartelli ed evasori fiscali e persino un impegno a non bloccare le privatizzazioni.
Una lista che ricalca a grandi linee i capisaldi del vecchio memorandum e dove brillano per assenza molte delle promesse elettorali di Syriza.
Se le “istituzioni” – nuovo nome del trio dei controllori – daranno dare l’ok, Bruxelles formalizzerà la proroga di 4 mesi al piano di salvataggio della Grecia, avviando l’iter dell’approvazione parlamentare in Germania, Olanda, Estonia e Finlandia. In caso contrario si riaccenderà l’allarme rosso sul Partenone: domani verrebbe convocato un nuovo Eurogruppo che – a quel punto – rischierebbe di avere all’ordine del giorno la gestione ordinata dell’uscita di Atene dall’euro.
Tsipras e i suoi tecnici stavano lavorando nella serata di ieri per provare a infilare nel pacchetto una minima parte dei provvedimenti umanitari previsti nel programma del partito.
Uno “scalpo” necessario per placare il malumore dell’ala più radicale di Syriza e della parte più ideologica del suo elettorato.
«L’idea allo stato è provare a strappare il via libera per bloccare la confisca della prima casa di chi non riesce più a pagare le rate dei mutui», racconta uno dei negoziatori. Sperando che Ue, Bce e Fmi – comprendendo le ragioni di politica interna – non si mettano di traverso.
L’appuntamento di oggi, a Bruxelles lo sperano tutti, dovrebbe andare via liscio.
Il vero esame della Grecia – dicono – sarà ad aprile quando il premier e il ministro Yanis Varoufakis presenteranno il piano targato Syriza – comprensivo di cifre e coperture al centesimo – per portare il paese fuori dall’emergenza.
Lì si giocherà la partita finale: se il premier riuscirà a convincere i creditori che il suo governo è davvero in grado di attaccare alla radice i problemi appena intaccati da Samaras & C. – corruzione, burocrazia ed evasione su tutti – Ue, Bce e Fmi potrebbero non solo sborsare l’ultima tranche di finanziamenti, ma mettersi al tavolo per ragionare su come rendere sostenibile a lungo termine il debito ellenico.
Si vedrà . Il vero problema di Tsipras oggi è convincere la Grecia che le tante promesse fatte pri-ma del voto non si potranno materializzare dalla sera alla mattina. «Appena eletti vareremo l’aumento dello stipendio minimo, la luce gratis alle 300mila famiglie più povere, il ritorno alla contrattazione collettiva, il ripristino della tredicesima alle pensioni sotto i 700 euro, l’assistenza sanitaria gratuita per il milione di persone che ne ha perso il diritti», recitava il Programma di Salonicco “venduto” da Tsipras prima del 25 gennaio.
«Ci arriveremo un passo per volta – provano a consolarsi a Syriza – Quando a un tavolo si è in due bisogna scendere a patti, Quando sei uno contro 18 come all’Eurogruppo e non hai un euro in tasca il compromesso può essere ancor più difficile da digerire».
La maretta tra le file del partito è già montata e il premier dovrà lavorare per evitare che diventi una bufera.
Con il rischio paradossale, dopo tutte le pillole amare mandate giù in questi giorni a Bruxelles, che il salvataggio del paese venga silurato dal fuoco amico.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
“LA CANCELLIERA TEDESCA HA CAPITO CHE L’OCCIDENTE DVE RITROVARE SICUREZZA E FORZA”
L’Occidente è in crisi, divorato dalla crisi finanziaria e dal senso di colpa nei confronti delle culture lontane come l’Islam. Eccessiva, cautela, scarso coraggio, incertezza del proprio ruolo, ai quali si aggiunge “uno scetticismo corrosivo”.
“Quanto freddo e piatto è diventato l’Occidente?” si chiede il New York Times, in un commento del giornalista tedesco di Die Zeit, Jochen Bittner.
Per Bittner la nostra società “ha bisogno urgentemente di una dose dello spirito di Kennedy, perchè la legittimazione di un sistema può andare perduta velocemente se i suoi rappresentanti perdono la fiducia nel perseguire quello che è giusto”.
Come esempio negativo, l’opinionista indica Federica Mogherini, rappresentante della politica estera dell’Unione europea, che sul conflitto russo-ucraino si è mostratta troppo “dubbiosa” e “cauta”.
E quindi dopo aver scartato Barack Obama, David Cameron e Franà§ois Hollande, il quotidiano americano arriva a una conclusione: l’unico leader in grado di rivitalizzare lo spirito di John Fitzgerald è Angela Merkel.
Non accetterebbe mai il titolo. Tuttavia potrebbe ritrovarsi a forza dentro quel ruolo, così come è diventata con riluttanza la leader dell’Europa. E ci sono i segnali che ne è consapevole – e pronta ad accettarne – il carico. Le sue dichiarazioni sulla Russia (deve ritirarsi dall’Ucraina, o rimarrà sempre più isolata) e sull’Islam (appartiene alla Germania ma deve diventare più moderno) stanno acquisendo una forza sempre maggiore.
Una forza anche fisica: nei giorni scorsi ha intrapreso una maratona diplomatica che avrebbe stroncato chiunque.
Il 5 febbraio si trovava a Kiev in missione per la crisi ucraina, il 6 febbraio era a Berlino per ricevere il premier iracheno, nello stesso giorno ha preso il volo per Mosca dove ha avuto un colloquio cruciale con Vladimir Putin e Franà§ois Hollande, il 7 febbraio ha partecipato alla Conferenza sulla sicurezza per poi recarsi negli Stati Uniti.
Ma sono stati gli ultimi appuntamenti a mettere a dura prova la resistenza della Cancelliera: mercoledì 11 febbraio il lunghissimo e delicatissimo vertice di Minsk con Vladimir Putin e Petr Poroshenko, dal quale è comunque scaturito un accordo; dopo una notte al tavolo dei negoziati, la Merkel è volata a Bruxelles per il vertice dell’Eurogruppo dove ha incontrato per la prima volta Alexis Tsipras.
Per il New York Times, la statura politica della Merkel risiede non tanto nella qualità delle decisioni bensì nella visione complessiva:
Ciò che davvero importa è il fatto che la Merkel non si fa illusioni sulla gravità dell’attacco intellettuale all’Occidente, e sulla sua vulnerabilità . Lo scorso weekend alla conferenza sulla sicurezza di Monaco ha dedicato gran parte del suo discorso alla “irrequietezza” della società occidentale. Questo è un buon punto di partenza. Ma avrà bisogno di essere ancora più chiara contro le frange che desiderano diventare il nuovo centro.
Nel frattempo, dovrebbe ispirarsi alla saggezza di uno dei suoi predecessori, Otto Von Bismarck, che un giorno disse: “La parte più forte è occasionalmente debole a causa dei sussulti di coscienza; la parte più debole a volte è forte per la sua sfrontatezza”. Certe verità sono senza tempo. Non siamo timidi. L’Occidente può dominare la propria malattia auto-immune.Ma per farlo, deve bilanciare la propria coscienza con una piccola dose di sfrontatezza.
argomento: Esteri, Europa | Commenta »