Febbraio 8th, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO E UMBERTO UNITI DAL COMUNE INTERESSE A SALVARSI IL CULO, CHI DAI MAGISTRATI, CHI DAI FORCONI PADANI… MA NON HANNO LA MAGGIORANZA NELLE COMMISSIONI E I “RESPONSABILI” AVVERTONO CALDEROLI : “NIENTE DIKTAT SUL FEDERALISMO, ALTRIMENTI A CASA CI VA LA LEGA”
Federalismo in cambio del processo breve.
È questo il patto contrattato da Bossi e Berlusconi nella cena di Arcore: il Carroccio garantirà la blindatura del provvedimento ammazza-processi, il Pdl si schiererà a testuggine sugli ultimi cinque decreti preparati da Calderoli.
Il premier infatti è angosciato per la piega che stanno prendendo gli eventi, con le procure che lo cingono d’assedio.
Una prova la si è avuta persino al consiglio europeo di Bruxelles.
Stando alla ricostruzione de La7 il Cavaliere venerdì avrebbe arringato i leader dell’Ue con una tirata contro i pm italiani: “Cari colleghi, qua ci si sta occupando dell’Egitto, ma c’è un altro Paese del Mediterraneo che ha grossi problemi, che è sull’orlo della catastrofe ed è l’Italia dove i giudici vogliono processarmi”.
Chissà che risate si sono fatti i leader europei.
Il premier vede nero, ma quello siglato con Bossi è un patto scritto sull’acqua finchè il centrodestra non riprenderà il controllo delle commissioni chiave del Parlamento: la bicameralina La Loggia, la Bilancio e la Giustizia.
E persino l’ufficio di presidenza, dove i numeri sono 11 a 8 per l’opposizione. “Se Fini e Schifani non si danno una mossa – è il monito di Bossi – allora dovrà essere Napolitano a occuparsene”.
Il pressing della Lega è insistente, tanto che del “riequilibrio” della commissione La Loggia i leghisti intendono discutere domani proprio con il Capo dello Stato, per chiedere che eserciti la sua moral suasion su Gianfranco Fini.
Spetta infatti ai presidenti delle Camere garantire il rispetto della “proporzionalità ” della commissione e i leghisti temono che il leader di Fli, pur di “creare problemi a Berlusconi”, possa far melina e prendere tempo.
Un tempo che Bossi non può permettersi di perdere, visto che la bicamerale La Loggia dovrebbe concludere entro il 7 marzo l’esame del decreto cardine del federalismo, quello sul fisco regionale e la sanità .
“Dobbiamo intervenire subito”, ha convenuto il premier, “non possiamo aspettarci nulla di buono da Fini”.
Per questo ad Arcore hanno anche ipotizzato un blitz, una modifica all’articolo 3 della legge delega sul federalismo per aumentare il numero dei componenti della Bicameralina così da permettere l’ingresso di uno dei Responsabili e riconquistare la maggioranza.
Chi se ne sta occupando lo definisce scherzando il “comma Scilipoti” e potrebbe essere inserito nel decreto Milleproroghe.
Intanto dall’entourage del presidente della Camera fanno sapere che ancora “non è arrivata alcuna richiesta formale di verificare il rispetto del criterio di proporzionalità della commissione”.
Insomma al momento, nonostante la fretta di Bossi, non c’è nemmeno una pratica istruita.
E il problema non è tanto semplice da risolvere perchè, per far posto a uno dei Responsabili, qualcuno altro dovrebbe dimettersi.
Uno del Terzo Polo, insistono nel Pdl, visto che “adesso hanno quattro rappresentanti”. Il problema è che nel Terzo Polo nessuno dei quattro membri ha intenzione di favorire questo “riequilibrio”: Baldassarri infatti rappresenta Fli, Linda Lanzillotta l’Api, Galletti l’Udc e il senatore D’Alia è entrato come membro delle Autonomie.
Un pasticcio insomma, che potrebbe essere risolto solo con un “gentlemen’s agreement” di cui oggi non si vede assolutamente traccia.
La Lega è nervosa, minaccia ritorsioni per spaventare Berlusconi e Fli.
Per questo Calderoli ieri è tornato a rispolverare il linguaggio bellicoso di qualche mese fa, ipotizzando di “staccare la spina” al governo.
Il problema è che la coperta ormai è corta e se i leghisti riparlano di voto anticipato, la nuova terza gamba della maggioranza – Iniziativa Responsabile – tira dalla parte opposta.
“Calderoli deve stare attento – spiega Saverio Romano, segretario dei Pid – perchè chi stacca la spina alla fine si può anche ritrovare all’opposizione. La nostra “responsabilità ” non è nelle mani di nessuno, nemmeno in quelle di Berlusconi. Nessuno ci può dire: o passa il federalismo oppure tutti a casa. A quel punto non si può nemmeno escludere che 5 o 6 responsabili si rendano disponibili per sostenere un altro governo che porti a termine la legislatura”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 7th, 2011 Riccardo Fucile
ORGANIZZAVANO DEI TURNI PER ANDARE AL MERCATO A FARE LA SPESA…ERA LA PRASSI DI BEN 98 DIPENDENTI DELLA REGIONE VENETO A ROVIGO SU UN TOTALE DI 115….. INDAGATI PER TRUFFA AI DANNI DELLO STATO
Invece di trascorrere le loro ore di lavoro dietro la scrivania, organizzavano dei turni per andare al
mercato a fare la spesa.
Questo è quanto accaduto a Rovigo, negli uffici della Regione Veneto.
A incastrarli, sono stati i filmati che mostrano i dipendenti allontanarsi spesso dalla loro postazione di lavoro e che, il più delle volte, sono stati ripresi rientrando nel cosiddetto «palazzo di vetro» con le borse della spesa in mano.
Infatti, su 115 dipendenti della Regione Veneto di Rovigo, ben 98 andavano al mercato a fare la spesa o delle commissioni, come pagare le bollette, recarsi dal medico o semplicemente a prendersi un caffè.
Il tutto, però, accadeva troppo frequentemente. Da qui scatta l’allarme.
Gli indagati per truffa ai danni dello Stato, quindi, sarebbero 98 dipendenti. Ora, dai filmati sotto inchiesta, per ogni dipendente che si è allontanato dalla postazione di lavoro, gli investigatori dovranno accertarne il motivo.
E non solo.
Sono sotto esame anche i permessi temporanei, i tabulati meccanografici, gli ordini per le missioni, i badge magnetici e gli incarichi esterni.
Le indagini, molto probabilmente, si chiuderanno entro le prossime settimane, poichè la Guardia di finanza ha vagliato quasi tutto il materiale raccolto.
Al termine dell’analisi del materiale raccolto da parte delle Fiamme Gialle, il magistrato potrà fare il punto dell’inchiesta.
Assenteismo ingiustificato e truffa ai danni dello Stato.
Lo scorso dicembre furono notificate sedici misure cautelari notificate ad altrettanti dipendenti della Regione Lazio, del settore agricoltura, decentrato a Viterbo, per assenteismo ingiustificato dal posto di lavoro.
Gli accusati, talvolta operanti in concorso tra di loro, scavalcavano i tornelli senza usare il badge, si facevano timbrare il cartellino da un collega compiacente, arrivavano in ufficio per poi andarsene subito dopo, con un collega che timbrava per tutti gli assenti a fine turno.
Barbara Fanelli
(da “Il Quotidiano Italiano“)
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Febbraio 6th, 2011 Riccardo Fucile
TASSE DI SOGGIORNO PER I TURISTI, AUMENTI IRPEF AI LAVORATORI DIPENDENTI, IMPOSTE PER I COMMERCIANTI, INCERTEZZA SULLE RISORSE…NELLA LEGGE PATACCA DELLA LEGA NESSUNA RIVOLUZIONE, SCONTI SOLO A I PIU’ RICCHI
Adesso potrebbe essere questione di un mese. 
Se tutto andasse nel modo più favorevole al governo, cioè se non ci fossero ulteriori intoppi, il decreto legislativo sul federalismo municipale potrebbe anche essere approvato in via definitiva dall’esecutivo in poco più di trenta giorni.
È questo il tempo previsto dalla legge delega 42 del 2009 per un dibattito parlamentare necessario nel caso in cui il governo voglia comunque approvare un decreto su cui gli organi parlamentari abbiano dato un parere negativo.
Che è quello che è successo due giorni fa nella Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale (composta da 15 deputati e 15 senatori).
Anche nell’ipotesi che questo pezzo di federalismo, che riguarda le imposte gestite dai Comuni, diventi operativo, non ci sarà alcuna rivoluzione autonomista, non sarà la svolta promessa dalla Lega Nord ai suoi elettori, o lo strumento per raddrizzare “l’albero storto della finanza pubblica” annunciato dal ministro Giulio Tremonti.
Semplicemente un altro po’ del carico fiscale si sposterà dai titolari di rendite (immobiliari) al lavoro dipendente, con grandi incertezze per i conti dello Stato e dei Comuni stessi.
Abbiamo chiesto al professor Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Bologna, di spiegare cosa cambierà in concreto per i contribuenti e per i Comuni con le principali novità del federalismo municipale.
Qui sotto le sue risposte.
Cedolare secca: risparmi per privilegiati
Riguarda la tassazione del reddito derivante da un immobile affittato.
Per il contribuente il passaggio dall’Irpef alla cedolare secca con aliquota del 19 o 21 è opzionale, si può scegliere la soluzione.
Lo sconto potenziale sulle imposte dovute è più rilevante per i contribuenti con un più alto reddito complessivo ed è indifferente per i redditi più bassi, che continueranno a scegliere l’Irpef.
I comuni oggi ricevono circa 11 miliardi di trasferimenti. Ora al posto dei trasferimenti ci sono tributi devoluti e compartecipazioni.
Tra questi la cedolare. Ma nella valutazione della ragioneria questa garantisce parità di gettito soltanto se emerge molto reddito ora sommerso. C’è quindi un problema di incertezza.
Addizionali Irpef: colpiti sempre i dipendenti
Per i Comuni si ritorna alla normalità : si passa dal blocco della possibilità di variazione delle aliquote Irpef a restituire le leve fiscali ai sindaci per aumentare, se ne hanno bisogno, il gettito.
Ma se c’è una riduzione delle dotazioni dello Stato ai Comuni ci sarà una tendenza a usare questa leva, massimo per lo 0,4 per cento (con aumenti massimi dello 0,2 per cento annuo).
Per i cittadini c’è il rischio di un aumento del peso di un tributo come l’Irpef che di fatto colpisce quasi solo dipendenti e pensionati.
Sarebbe stato meglio riattivare l’Ici, per ripartire il peso tra lavoratori e percettori di rendite.
Scopo e turismo: 5 euro a notte e più infrastrutture
L’imposta di soggiorno e quella di scopo sono un’altra leva data ai Comuni, ma ancora non sono specificati i dettagli sul loro funzionamento.
L’imposta di soggiorno attribuita ai Comuni capoluogo e a quelli turistici viene caricata sul prezzo di ogni notte di soggiorno, fino a un massimo di cinque euro.
Il gettito che deriva dall’imposta deve essere utilizzato per finanziare spese collegate ai Beni culturali e questo è utile, perchè i turisti producono reddito ma comportano costi.
La tassa di scopo esisteva già , ma viene ampliata.
Si tassano i cittadini spiegando che l’imposta serve per costruire un ponte, un’infrastruttura. Si allarga la tipologia di opere pubbliche finanziabili ma mancano ancora i dettagli.
Imposta municipale: più tasse per i commercianti
L’Imu (Imposta municipale unica) scatta dal 2014. Per i Comuni c’è l’incertezza che la nuova imposta garantisca lo stesso gettito delle imposte che accorpa.
Cioè, all’85 per cento, l’Ici sulle seconde case e gli immobili commerciali. Cambia l’aliquota, stabilita allo 0,76 per cento, al di sopra del livello attuale che in media è lo 0,5 per cento.
La ragione per cui aumenta è che su una parte dei redditi immobiliari gravano delle imposte dirette come l’Irpef.
Si trasforma un’imposta sui redditi in una patrimoniale.
Questa aliquota, secondo la relazione tecnica, dovrebbe generare parità di gettito. Per i Comuni comporta un limite all’intervento sulle aliquote, quindi minore autonomia.
Per le imprese non si realizza la cancellazione dell’Irpef: continuano a pagarlo per gli immobili che usano per il loro lavoro.
C’è quindi uno spostamento del carico fiscale a sfavore dei lavoratori autonomi, delle imprese e delle società di capitale che percepiscono redditi fondiari.
Fondo perequazione: chi ha avuto, ha avuto
È il vero elemento mancante del sistema.
Dovrebbe sopperire alla diversa distribuzione delle imposte tra i diversi comuni, in modo da garantire ai Comuni di finanziare i fabbisogni standard delle loro funzioni.
Cioè per i servizi fondamentali come gli asili nido, i trasporti pubblici locali, l’assistenza agli anziani.
Ci saranno Comuni molto dotati perchè hanno molte seconde case immobili commerciali, altri che non hanno questa fortuna.
I Comuni dove ci sono tante prime case, sulle quali non si paga alcuna imposta, avranno relativamente poche entrate.
Ci si aspettava un decreto legislativo che specificasse le fonti di finanziamento e le modalità di riparto di questo fondo a cominciare dalle direttive della legge delega.
Invece non è specificato come si finanzia e come usa le risorse. Il problema è stato semplicemente rimandato, pericolosamente, visto che siamo vicini alla scadenza della delega (a maggio).
Quindi non si sa quali saranno le risorse complessive a disposizione dei Comuni.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 5th, 2011 Riccardo Fucile
RESPONSABILE DEL DICASTERO DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA NEL 1994, CONOSCE BENE L’AMBIENTE: “DI FEDERALISMO NEL TESTO DI IERI NON C’E’ NULLA”… “RIDURLO A UNA MERA QUESTIONE ECONOMICA-CONTABILE FAREBBE ORRORE A CATTANEO”…E RICORDA I 70 MILIARDI VERSATI DA BERLUSCONI PER L’ACQUISTO DEL MARCHIO DELLA LEGA
Ora è ufficiale: la Lega è su di un treno in corsa dal quale non riesce (o non può) scendere.
La giornata di ieri è la prova provata che il legame della coalizione è più forte della stesse promesse fatte dal Senatur che ieri, in una sola dichiarazione, si è rimangiato tutte le minacce di andare al voto in caso di stop al federalismo. Ora come lo spiegheranno ai militanti che ieri hanno preso d’assalto Radio Padania con le loro proteste?
Per il momento la Lega ha scelto la strada del silenzio.
Bocche cucite tra i cosiddetti colonnelli di oggi, un po’ meno tra quelli di ieri come nel caso del federalista Giancarlo Pagliarini che da militante leghista è stato ministro della Programmazione Economica nel 1994 durante il primo Governo Berlusconi
Pagliarini è deluso?
Di cosa? Se si fosse trattato di un vero federalismo sarei incavolato nero. E la Lega dovrebbe lasciare immediatamente il parlamento e Roma ladrona.
Invece?
In realtà in quel testo di federalismo non c’è niente di niente, nemmeno l’ombra. Unire la parola “federalismo” a questo testo oppure, più in generale, alla legge delega del 5 Maggio 2009 n 42 per attuare l’articolo 119 della Costituzione è semplicemente assurdo. È un vero e proprio omicidio culturale.
Tradotto?
Il federalismo vero è tutta un’altra cosa. Come ci ha insegnato Gianfranco Miglio la sua essenza non sta nel numero di funzioni o di risorse decentrate, ma nella capacità delle unità territoriali, che devono essere sovrane a tutti gli effetti sul proprio territorio, con competenze irrevocabili, di resistere alla naturale tendenza espansiva del potere centrale. Di questo non c’è neanche l’ombra nè nella legge delega di Calderoli men che meno nel testo non approvato ieri dalla commissione bicamerale.
Più semplicemente?
Ridurre la discussione sul federalismo (che è una cosa seria) ad autentiche banalità come ad esempio le compartecipazioni a imposte dello stato centrale oppure alla tassa di soggiorno è veramente assurdo. C’è da vergognarsi. Povero Miglio! Marco Vitale ha scritto che “a Cattaneo farebbe orrore questo nostro miserabile dibattito sul federalismo condotto esclusivamente in chiave economica, anzi, in chiave contabile — fiscale”.
Quindi la Lega al governo sta fallendo?
Non proprio. Se per la Lega l’obiettivo è governare il Paese come tutti gli altri partiti direi che è ormai perfettamente allineata e coperta. Ma io ricordo un partito che voleva cambiare l’Italia trasformandola nella repubblica federale italiana. In questo caso direi che proprio non ci siamo. Inoltre non dimentichiamo che la libertà non te la regala nessuno.
A cosa si riferisce? Intende che c’è un legame economico tale per cui la Lega non può permettersi di scendere dal “treno in corsa”?
Secondo l’analisi politica e giornalistica di Rosanna Sapori sembrerebbe proprio così. Lei ha raccontato che Silvio Berlusconi avrebbe versato 70 miliardi di vecchie lire per l’acquisto del marchio della Lega.
Da quando un politico si avvale delle parole di una giornalista?
Quando proprio non si capisce cosa diavolo sia successo ad un partito che era nato per fare un vera e propria rivoluzione, che adesso preferisce starsene a Roma piuttosto che battere i marciapiedi e i mercati padani a spiegare il federalismo alla gente.
Ma è vero che si candida contro la Moratti a Milano?
Io non mi candido contro nessuno. Rappresenterò la Lega Padana Lombardia e altri tre movimenti federalisti che si ispirano alla Svizzera.
Elisabetta Reguitti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 4th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI HA IMPOSTO IL DECRETO: “NON RIESCO PIU’ A GESTIRE IL MALCONTENTO DELLA BASE, MI SERVE PER TACITARLA”… BERLUSCONI SI ARRENDE MA DAL COLLE ARRIVANO SEGNALI NEGATIVI
“Andiamo a fare il golpe…». Sono le 19,30. 
Il ministro ha appena finito di votare contro la richiesta dei Pm milanesi di perquisire gli uffici di Giuseppe Spinelli, il tesoriere di Berlusconi.
Scherza e sorride amaro il ministro mentre esce dalla Camera e si avvia verso Palazzo Chigi dove sta per iniziare il Cdm.
Sa che verrà varato il decreto legislativo sul federalismo municipale, scatenando l’ira dell’opposizione, dopo il voto di parità espresso dalla bicamerale.
Sa che questo provvedimento non piacerà al Quirinale, che il capo dello Stato avrà un problema a controfirmarlo.
In effetti il malumore del Colle è forte.
Il federalismo fiscale doveva essere un evento politico bipartisan e il ministro Calderoli aveva lavorato a questo obiettivo.
E dire che fino a ieri tutti a parole avevano apprezzato l’ennesimo appello di Napolitano ad uscire dalla «spirale insostenibile di contrapposizioni».
Ora il presidente della Repubblica aspetta di vedere il testo del decreto legislativo, e i suoi collaboratori spiegano che c’è un problema di metodo e di procedure.
C’è una questione non irrilevante e riguarda la valutazione del voto della bicamerale: è un voto negativo o non espresso?
Il timore è che il decreto si configuri come un schiaffo al Parlamento.
Ma come andare avanti? «Senza il federalismo fiscale si va a votare”, ha tuonato Bossi.
Bisogna escogitare una soluzione, altrimenti qui salta tutto. Si è quindi pensato al decreto legislativo. Berlusconi d’accordo. Calderoli, Maroni, Tremonti pure.
Ha frenato Gianni Letta che aveva ricevuto una telefonata preoccupata dal Quirinale. Così il sottosegretario ha fatto presente il problema.
Ma Bossi e i leghisti non sentono ragione.
Berlusconi è infuriato con la composizione di questa bicameralina che era partita come bipartisan ma con l’esponente in quota Fini, cioè Baldassarri, che allora faceva parte della maggioranza. Poi però c’è stata la scissione del Pdl e Baldassarri è passato con il Fli.
Hanno fatto di tutto per convincere Baldassarri a votare a favore del testo sul federalismo municipale.
Si era incontrato con Berlusconi e Calderoli e gli sarebbe stato concesso un miliardo per sgravi agli inquilini e le famiglie nella cedolare secca.
Ma poi è stato chiamato da Fini: o con me o con il Cavaliere.
Si era mosso pure Bossi per convincere il presidente della Camera.
Fini gli avrebbe risposto picche: «Prima togli di mezzo Berlusconi”
Ma il Senatur ha osservato che il federalismo è la bandiera della Lega.
E’ vero che ci sono problemi per via della vicenda giudiziaria del premier: per il momento Bossi rimane fermo in attesa di eventuali nuove rivelazioni dai Pm milanesi.
Certamente la Lega non si farà trascinare nel gorgo, se le cose si mettessero male, avendo nella manica la carta Tremonti o Maroni da giocare al momento opportuno. Intanto si va avanti: da qui il diktat del decreto legislativo.
E non è finita se è vero che al megavertice di ieri si sarebbe discusso di rimettere mano alla composizione della bicamerale in vista del federalismo regionale. Un “riequilibrio” a favore della maggioranza.
Ma questo significa che il presidente del Senato Schifani dovrebbe togliere Baldassarri e metterci uno del Pdl.
A quel punto il presidente della Camera Fini potrebbe dire: manca un rappresentante del Fli e ce ne metto uno mio scelto tra i deputati.
Roba da far perdere la pazienza a Napolitano.
Ancora una volta.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)
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Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DEGLI ACCATTONI E DEI TRADITORI DELLA DESTRA ANNASPA IN ACQUE SEMPRE PIU’ AGITATE… IL CAPOCOMICO SI INVENTA SVOLTE, SCOSSE E RIFORME CHE AVREBBE POTUTO FARE 18 ANNI FA…LA LEGA HA PAURA DEL VOTO PERCHE’ GLI ITALIANI HANNO CAPITO CHE IL FEDERALISMO PATACCA PORTERA’ SOLO PIU’ TASSE PER TUTTI… MA LA POLTRONA NON LA MOLLANO E DI ELEZIONI NON VOGLIONO SENTIR PARLARE: PREFERISCONO COMPRARE SINGOLI DEPUTATI E VIVERE ALLA GIORNATA
Partiamo da alcuni dati resi noti da vari sondaggi: oltre il 60% degli italiani ritiene che Berlusconi debba dimettersi e una percentuale ancora più alta pensa che egli debba presentarsi ai giudici di Milano.
Fatta la tara di chi non ha un’opinione, solo il 30% pare disposto ad immolarsi per difendere il gran Sultano e appena un 20% non lo critica per i suoi atteggiamenti libertini (da cui nasce il Popolo del Libertinaggio)-
Il Pdl è dato al 27% contro il 25,5% del Pd (sondaggio Ipsos), il centrosinistra supera il centrodestra di una forbice tra il 2% e il 4%.
Il Terzo Polo è dato al 18,5%, la Lega è in fase calante (dal 13% di qualche mese fa, ora oscilla intorno all’11%).
Avanza Vendola che ha superato il 9%, mentre un 40% di italiani non sa ancora se e chi voterà , in caso di elezioni.
La maggioranza al Senato ormai Pdl-Lega se la scordano, non è più sicura neanche quella della Camera.
Se si andasse a votare, per Berlusconi sarebbe la fine e quindi egli cerca solo di mobilitare le truppe e di mettere sacchetti lungo gli argini del fiume, sperando che non trabordi, mentre Bossi arranca oscillante tra gli improperi dei padani che cominciano ad accorgersi di essere stati presi per il culo.
Altro che le riforme che Berlusconi annuncia dalla sala-caverna del Bunga Bunga di Arcore alla moda di Bin Laden, mentre i suoi miliziani talebani sparano dai tetti contro chiunque osi violare il coprifuoco del conformismo.
Sono le stesse riforme di cui parla da 18 anni e mai messe in atto: chi le ha sentite promettere quando era bambino ormai va a prendere i propri figli a scuola.
Non fatevi ingannare: mentre le amazzoni Maria Vittoria e Danielona invitano alla carica, le truppe delle chiappe d’oro sono più pronte alla ritirata strategica ormai, che all’attacco.
Tutto quello che c’era da sbagliare i piediellini sono riusciti a farlo, tutto quello che c’era da acchiappare lo hanno nascosto nelle casseforti, tutto quello che c’era da vendere alla Lega lo hanno regalato alle fameliche truppe padagne solo per pararsi il culo dai processi.
Ormai questa e’ diventata la Repubblica del rag. Spinelli che stacca assegni per remunerare puttane, madri di Noemi e persino fidanzate che pagano gli affitti a chi va a letto col proprio fidanzato presunto.
Se il Pdl dovesse cambiare simbolo, potrebbe trovare confacente il palo della lap dance della sala del Bunga Bunga, così tanti fintidestri, venduti sulla via di Arcore, potrebbero trovare “l’ancoraggio valoriale” di cui cazzeggiano sui media.
Per uomini “tutti di un pezzo” troviamo adatto un simbolico “pezzo di palo” intorno al quale dare vita alle contorsioni politiche che li ha portati a corte.
Un governo che si regge sul voto di parlamentari che hanno cambiato in pochi anni fino a 5 partiti, alcuni sotto processo, altri indagati, altri stimolati da agopunture e dentiere rifatte.
Un partito dove vengono promosse a incarichi pubblici amanti che si esibiscono la sera con le tette al vento al palo della lap dance, dove a Palazzo entrano prostitute che si lamentano pure dei pochi inviti e minacciano di portare via l’argenteria da casa, dove un premier chiama da Parigi per far “adottare” la piccola fiammiferaia marocchina che per tacere su chi le ha messo nella busta bigliettoni da 500 euro pensa bene di chiedere 4,5 milioni.
Questa sì che è destra, questa sì che è rivoluzione liberale, questa sì che è CUL-tura (molto culo) di destra, altro che noi che siamo cresciuti con le insane letture di Gentile ed Evola, Sorel e Brasillach, Prezzolini e Spirito, Celine e D’Annunzio, Henry De Monterlant e Drieu, Platone e Codreanu.
Altro che storia dei pellerossa e dei visi pallidi, ci siamo persi il testo fondamentale per poterci definire berlusconiani: “il culto dei culi flaccidi”.
Flaccidi ma ben attaccati alla poltrona.
Finchè dura e finchè il voto non li separi.
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Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
FINI BLOCCA IL DECRETO “PIU’ TASSE PER TUTTI”…PER IL PDL “SI VA AVANTI LO STESSO”…BOSSI CHE AVEVA MINACCIATO ELEZIONI IN CASO DI PARITA’, ORA SE LA FA SOTTO ANCHE LUI
E’ finita 15 pari la votazione nella cosiddetta “bicameralina” sul federalismo
municipale.
Nonostante i tentativi del governo, che ha cercato di scongiurare fino all’ultimo momento questo risultato modificando il testo più volte, il risultato finale è che il parere formulato dal relatore è sostanzialmente respinto.
Un ultimo tentativo di salvare il decreto lo aveva fatto a pochi minuti dal voto la Lega, chiedendo di procedere per parti separate, ma il tentativo è stato bocciato dalle opposizioni.
Per evitare il blitz, infatti, Massimo Barbolini e Felice Belisario (Idv) hanno ritirato le loro relazioni e quindi la Lega ha ritirato la propria proposta.
Il senatore di Fli Mario Baldassarri ha votato contro ed è risultato decisivo per il pareggio .
Le interpretazioni sul valore del pronunciamento della commissione sono però divergenti.
“E’ solo un parere consultivo, il governo può tranquillamente andare avanti con il decreto sul federalismo”, sostiene il vicepresidente della Camera Antonio Leone (Pdl).
“Niente elezioni, andiamo avanti con il decreto” ha rincarato il presidente della Bicamerale Enrico La Loggia, sostenendo che il voto in Bicamerale sancisce che “è come se il parere della bicamerale non fosse stato espresso: come prevede la legge si può fare benissimo il decreto, anche nella versione modificata sulla quale c’è il parere favorevole della commissione Bilancio del Senato”.
Ed ancora: “Troppi del Terzo polo, la commissione va rivista”.
Di segno opposto il giudizio del Pd. “Si tratta di una doppia bocciatura, sia di natura politica che nel merito del provvedimento. Il centrodestra e il governo traggano le conseguenze”, ha commentato Davide Zoggia, responsabile Enti locali dei democratici.
“Il governo prenda atto che non ha la maggioranza per approvare il federalismo. Ora apra la crisi”, ha insistito l’altro pd Francesco Boccia. “Vediamo che fa il governo di fronte a questa bocciatura, per noi dovrebbe ritirarsi”, ha aggiunto il capogruppo dell’Idv al Senato, Felice Belisario.
“No comment” dopo il voto invece da parte del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Subito dopo il pronunciamento il responsabile di Via XX Settembre si è recato a un vertice di maggioranza a Palazzo Grazioli insieme a Silvio Berlusconi e allo stato maggiore della Lega.
Stando ad indiscrezioni, anche il Carroccio sarebbe d’accordo nell’andare avanti in aula malgrado la bocciatura della commissione.
Ancora ieri sera Umberto Bossi giurava però che un pareggio non sarebbe bastato a scongiurare l’interruzione anticipata della legislatura e il ricorso alle urne.
Stamane il ministro delle riforme si era trincerato invece dietro ad un “Vediamo, vediamo”, in attesa di vedere gli effetti pratici del suo incontro di qualche ora prima con Gianfranco Fini.
La vittoria a maggioranza, infatti, era legata all’atteggiamento di un senatore di Fli, Mario Baldassarri. Il quale, iniziata la riunione, ha gelato i presenti, sillabando: “La mia valutazione del provvedimento non può essere positiva”.
Al di là delle schermaglie polemiche, il voto di oggi sembra avere un significato molto chiaro.
Secondo l’articolo 7 del regolamento della Commissione, il decreto si intende respinto, almeno in commissione: “Le deliberazioni della commissioni sono adottate a maggioranza dei presenti, considerando presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario. In caso di parità di voti, la proposta si intende respinta”.
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Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
GLI SCENARI DOPO IL VOTO: PIU’ COMPLICATO IL PERCORSO DEL DECRETO… LE IPOTESI AL VAGLIO NON LASCIANO TRANQUILLA LA LEGA: PORTARE LA LEGGE ALLE CAMERE, RINUNCIARE ALL’OK DEI COMUNI O RICOMINCIARE TUTTO DACCAPO
Ci sono pareggi che aprono scenari più complicati di una sconfitta.
La metafora sportiva descrive bene lo stallo in cui potrebbero trovarsi maggioranza e governo dopo il voto di di oggi della Bicamerale sul fisco municipale.
Fallito anche il pressing finale sul finiano Baldassarri, che si è arenato ieri sull’istituzione di un fondo per gli inquilini, e fatti salvi ripensamenti dell’ultima ora, restano i numeri di un pari annunciato: 15-15.
Un risultato che complica le cose per un provvedimento a cui la Lega ha legato la sopravvivenza della legislatura.
Nonostante l’impegno del Presidente del Consiglio ad andare avanti e il vertice notturno con il Carroccio, una cosa è certa: senza una maggioranza politica in Commissione l’iter del decreto sul fisco municipale è destinato ad allungarsi.
E la querelle interpretativa, che si è subito aperta, testimonia le difficoltà di trovare un percorso che non suoni come una forzatura del dettato legislativo e che metta al sicuro il provvedimento dal ricorso di qualsiasi cittadino. Almeno tre le strade allo studio dell’esecutivo:
1) Portare il testo così com’è (e quindi con le modifiche volute dall’Anci) alla prova delle Camere.
2) Eludere l’esito del voto in Commissione e tornare in Consiglio Dei Ministri (perdendo le modifiche volute dai Comuni, avverte l’opposizione) per la deliberazione finale.
3) Azzerare tutto e procedere con una nuova approvazione preliminare da parte del Cdm e un nuovo esame in Conferenza Unificata e in Bicamerale. Un’ipotesi, la terza, che appare difficilmente praticabile per il tempo necessario, mentre è già calendarizzato, nei lavori della Commissione, l’esame dello schema di decreto che riguarda le Regioni a statuto ordinario e i costi e i fabbisogni del sistema sanitario.
Il regolamento della Commissione.
Il punto di partenza obbligato è il voto odierno.
Pdl e Lega con la senatrice dell’Svp Helga Thaler diranno il loro sì alla proposta del relatore La Loggia.
Scontato, dichiarazioni alla mano, il no di Pd e Idv con i 4 voti allineati del Terzo Polo (Baldassari, D’Alia, Lanzillotta, Galletti).
Parità perfetta.
A questo punto il regolamento della Commissione all’art.7 parla chiaro: “Le deliberazioni della Commissione sono adottate a maggioranza dei presenti, considerando presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario. In caso di parità di voti la proposta si intende respinta”.
Contrariamente a quanto successo per i tre decreti attuativi precedenti, quindi, la palla tornerebbe al governo senza un parere positivo della Commissione.
“Il dato politico non può passare inosservato”, ha già avvertito il Pd, “non ci sono le condizioni nè politiche nè giuridiche per andare avanti”.
Senza dimenticare, poi, che la bozza al vaglio della Bicamerale è quella che ha ottenuto il sì dell’Anci, mentre sul testo originario i Comuni avevano posto il loro veto.
“Un parere non espresso”, secondo il presidente Enrico La Loggia, consentirebbe comunque un ritorno al Consiglio Dei Ministri per il pronunciamento finale.
Solo sulla versione iniziale del provvedimento, ribatte il segretario della Commissione, Linda Lanzillotta (Api) sottolineando come “in mancanza di una procedura corretta, a parte l’aspetto promulgativo, si rischi di esporre tutto il sistema ai ricorsi di qualunque cittadino”.
In realtà che la strada da seguire non sia tanto chiara neanche alla maggioranza lo dimostra che sulla questione è stato chiesto un parere ai presidenti di Camera e Senato.
Ad illustrare il responso di Fini e Schifani sarà probabilmente lo stesso La Loggia nella conferenza stampa convocata dopo il voto.
Cosa prevede la legge.
Il dibattito maggiore ci concentra comunque su quanto prevede la legge delega 42/2009, quella che istituisce anche la Commissione Bicamerale e le assegna il compito di “esprimere i pareri sugli schemi dei decreti legislativi”. Sono almeno due i passi che si prestano a interpretazioni divergenti, entrambi contenuti nell’articolo 4, comma 2.
Nella parte iniziale si afferma: “decorso il termine per l’espressione dei pareri di cui al comma 3, i decreti possono essere comunque adottati”.
Una dicitura che sembrerebbe andare incontro alla maggioranza.
Meno chiara appare l’interpretazione di quanto segue: “Il governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo”.
E’ evidente, spiega Lanzillotta, “che in questo caso il governo non avrebbe nessun parere a cui non intende conformarsi”.
L’esecutivo potrebbe comunque andare in Aula per spiegare le sue ragioni, chiedere eventualmente un voto e dopo 30 giorni adottare comunque il provvedimento.
Con i numeri di Montecitorio perennemente in bilico, fanno notare dall’opposizione, paradossalmente, per un provvedimento tanto caro a Umberto Bossi, potrebbero essere preziosi gli umori dei Responsabili composti da diversi esponenti di Noi Sud.
Non è l’unica votazione a rischio.
Per il momento è passata in secondo piano la questione del voto in Commissione Bilancio, nonostante secondo l’opposizione, “diverse misure contenute nel provvedimento lascino dubbi sulla copertura finanziaria”. Formalmente la Bilancio dà un parere al governo e non alla Bicamerale e quindi contrariamente ad altre commissioni si riunirà dopo il voto di oggi, spiegano in Parlamento.
A leggere tra le righe, notano alcuni esponenti centristi, con “i numeri in bilico anche in questo caso a Montecitorio, la mossa mira a non aggravare la situazione e a levarsi per il momento d’impaccio”.
Che il quadro sia già abbastanza complesso infatti non c’è dubbio: quanto basta per far perdere la pazienza a chi sul federalismo fiscale ha puntato tutto.
Pasquale Notargiacomo
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 1st, 2011 Riccardo Fucile
MOLTA VASELINA E’ PASSATA SOTTO I PONTI PADANI, ORA I LEGHISTI TITOLANO PONTI A MARIANO RUMOR… DICEVA LONGANESI: “IN ITALIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO IN PIAZZA E FINISCONO A TAVOLA”…I FEDERALISTI SERI VEDONO NEL PATERACCHIO DI CALDEROLI LA MESTA AGONIA DI UN FEDERALISMO CHE FINIRA’ SOLO PER AUMENTARE LA PRESSIONE FISCALE…E LA LEGA PERDE VOTI
Un tempo era il Re Mida e trasformava in oro qualunque cosa toccasse.
Ora invece porta sfiga anche a se stesso.
È talmente disperato che chiede aiuto perfino a Bersani per un “piano bipartisan per la crescita” (soprattutto la sua), subito respinto al mittente.
E viene scaricato financo da D’Alema.
Il che è davvero tutto dire.
Il suo mortifero contagio miete vittime a ritmi ormai quotidiani.
Prendete Mubarak: regnava tranquillo sull’Egitto da trent’anni, poi lui l’ha evocato come zio di Ruby e l’ha stecchito sul colpo.
E la Lega? A furia di abbracciare il suo cadavere politico, s’è trasformata geneticamente: perso quel che restava della sua carica vitale e celodurista, è diventata un budino verde gelatinoso, molliccio, tremolante.
Bobo Maroni scrive letterine tremebonde al Pompiere della Sera, roba che nemmeno Bondi dei tempi d’oro, denunciando “l’antiberlusconismo manicheo, elitario e inconcludente” (tipo quello della Lega delle origini, quando Berlusconi era “il mafioso di Arcore”) e invocando “una tregua” con linguaggio doroteo.
Fa una certa tristezza ricordare che proprio 20 anni fa la Lega teneva il suo congresso fondativo: “La rivoluzione della Lega — tuonò Bossi — è l’unica rivoluzione possibile!”.
Da allora molta vaselina è passata sotto i ponti padani, visto com’è finito il noto movimento rivoluzionario che oggi si aggira in pantofole nelle mense e negli angiporti del magnamagna romano.
Come diceva Longanesi, “in Italia le rivoluzioni cominciano in piazza e finiscono a tavola”.
Figurarsi l’entusiasmo dei lumbard duri e puri nell’apprendere che l’altro giorno Flavio Tosi, il terribile sindaco di Verona con 85 denti, tutti canini, s’è ridotto a intitolare “con orgoglio e soddisfazione” un ponte sull’Adige a Mariano Rumor, elogiandolo come “grande statista veneto e italiano, che non solo fu una delle figure che segnarono politicamente il nostro Paese, ma che ancor oggi è per tutti noi un modello e un esempio di come è possibile fare politica in modo onesto, con grande impegno e dedizione a servizio della gente”.
Rumor, il “pio Mariano” fondatore dei dorotei, il premier dei governicchi balneari, il maestro del dolce far nulla e del tirare a campare, il triumviro del Pi-ru-bi (Piccoli-Rumor-Bisaglia), l’omino curiale, lattiginoso ed effeminato dalla manina flaccida e sudaticcia?
Rumor nuovo “modello ed esempio” dei leghisti?
Pare proprio di sì, a giudicare come si muove un altro ex celodurista come Calderoli, il coniglietto mannaro che ogni giorno smussa un pezzo di federalismo per farlo digerire a questo e quello.
Col risultato che ormai — scrive Luca Ricolfi sulla Stampa — persino i federalisti più convinti “vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma una mesta, lenta e non detta agonia del federalismo”.
E arrivano ad “augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici della riforma sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale”.
Basti pensare che, dopo gli ultimi assalti dei comuni del Centro-Sud, si dà per scontato che il federalismo non ridurrà , ma aumenterà la pressione fiscale.
Un affarone.
Senza contare — ricorda Ricolfi — “l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori”.
Infatti, fra l’aborto del federalismo e i racconti edificanti delle bunga-bunga girls, la Lega che fino a qualche mese fa volava nei sondaggi oggi perde punti a rotta di collo.
Ci vorrebbe il Carroccio di 20 anni fa, o almeno di 15, per scaricare il “mafioso di Arcore” prima di finire nella tomba con lui.
Ma non si esclude che un paio di capoccia lumbard, pur decrepiti e malmessi, conservi ancora un pizzico di memoria.
Alzheimer permettendo.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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