Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
VOTO DI NOTTE SULLA STABILITà€: I SENATORI APPROVANO UN TESTO SBAGLIATO, INCOMPLETO E CHE NON HANNO LETTO
Matteo Renzi ha vinto, per carità , e Matteo Renzi è uomo d’onore. Lui dice che così l’Italia
riparte e non si può non credergli.
La sua legge di Stabilità — che volendo definirla frettolosamente fa appena un po’ meno schifo di quella di Enrico Letta — sarà legge martedì, al sì definitivo della Camera.
Però in democrazia, come in letteratura, la forma è la cosa. La sostanza, volendo. E la sostanza è che ieri i senatori della Repubblica — in 22 ore filate — hanno approvato una manovra che scrive il bilancio dello Stato senza sapere cosa stessero votando: cosa c’era nel testo e cosa no, quale parte del lavoro parlamentare era stata mantenuta e quale cassata, quale solo riformulata e quale modificata nella sostanza.
Ma Matteo Renzi è un uomo d’onore e quando dice che ha fatto tardi perchè stava “sventando l’assalto alla diligenza” non si può che credergli: poi magari uno scopre che in realtà a qualche “assalitore” è stato steso il tappeto rosso. Renzi è un uomo d’onore, ma qui non è questione d’onore: questo modo di legiferare è illegittimo e irregolare.
L’Italicum, le norme fantasma e le pagine perse nel buio
Breve riassunto di come la tattica politica s’è mangiata la legalità . Il ddl Stabilità doveva essere approvata in Senato entro oggi. Motivo: Renzi voleva la legge elettorale in Aula prima delle dimissioni di Giorgio Napolitano.
Il premier puntava a incardinare l’Italicum domani, s’è dovuto accontentare del 7 gennaio, ma gli va bene lo stesso. Questo è l’unico motivo per cui il Senato è stato umiliato.
Tutto comincia mercoledì. La commissione Bilancio, affogata di emendamenti, non riesce a concludere l’esame del testo. La palla passa al governo e al suo maxiemendamento da approvare con la fiducia: il testo, però, invece che mercoledì alle 20 come promesso, è arrivato a palazzo Madama venerdì sera.
La Bilancio ha potuto dargli una rapida occhiata, gli altri non l’hanno neanche visto.
Poco male: anche quelli che lo hanno avuto per le mani, governo compreso, ancora adesso ne hanno un’idea vaga.
Lo stesso viceministro dell’Economia Enrico Morando, in aula, ha dovuto a lungo esercitarsi nel genere della palinodia: “I numeri dei commi spesso mancano o sono errati…”; “sì, sarebbe meglio che i commi da 716 a 737 sul Fondo per interventi strutturali di politica economia fossero uno solo”; sui tagli al ministero della Difesa “c’è un errore materiale che va corretto”; “certo, elimineremo le norme scritte due volte”.
Nel testo votato, poi, erano sbagliati tanto i rimandi interni che quelli alle leggi.
A mezzanotte qualcuno s’è addirittura accorto che mancava qualche pagina e non si capiva se era una scelta o un errore materiale.
Domanda: su cosa ha posto la fiducia Maria Elena Boschi?
Al presidente Pietro Grasso, che come tutti sanno è uomo di serenità olimpica, la cosa non toglie il sonno: “Il governo si assume la responsabilità del testo”, ha spiegato ai colleghi.
Non si sa se il “facciamo a fidarci” sia categoria della politica, di sicuro non è una procedura legislativa.
Eppure Grasso è ginnicamente soddisfatto: “Una maratona così è un record”.
Fortuna che Matteo Renzi è un uomo d’onore e dunque non c’è da preoccuparsi se ha indetto il Consiglio dei ministri per approvare i decreti attuativi sul Jobs Act e l’ennesimo “salva-Ilva” il 24 dicembre: a Natale i giornali non escono.
Questo disinteresse per la procedura non è senza esiti.
Il testo per dire — nonostante Renzi si vanti di aver eliminato le “marchette” (ma le aveva messe l’esecutivo stesso con appositi emendamenti) — ne è ancora pieno.
La fregatura alle partite Iva e le “marchette” rimaste
C’è il caso dei 10 milioni al porto di Molfetta (vedi pagina 4), ma 10 milioni li ha avuti anche l’Invalsi, dodici Italia Lavoro e si potrebbe continuare.
Poi c’è il rincaro Iva (dal 10 al 22%) sul “pallet da riscaldamento”, quello delle stufe, che rende più conveniente il gas distribuito da colossi come Eni o Hera.
Al Cane a sei zampe poi viene data pure la procedura semplificata per il sito di stoccaggio petrolifero a Tempa Rossa, in Basilicata, e certe normette “libera-trivelle”.
Restano al loro posto pure il regalo a Sergio Chiamparino, che diventa commissario di se stesso, e lo sconto fiscale a Sisal, il via libera alle consulenze del ministero delle Infrastrutture e quella norma pazzesca che consente a Expo spa di fare appalti senza passare da Consip.
Poi c’è il caso più scandaloso: un salasso che ucciderà gran parte delle partite Iva che oggi usano il regime dei minimi.
Il governo ci ha messo le mani (l’apposita slide di Renzi diceva “Aiuti per le piccole partite Iva”), ma è una fregatura: il nuovo sistema è sconveniente non solo rispetto a quello vecchio, ma pure rispetto alla tassazione ordinaria.
Secondo un calcolo di Rpt (Rete delle professioni tecniche), un autonomo da 15mila euro l’anno se sceglie il regime renziano perde rispetto alla tassazione normale tra i 30 e i 500 euro al mese (e paga tre volte di più rispetto al regime in vigore fino a fine mese).
Il governo s’era impegnato in commissione a fare le modifiche necessarie, ma nel casino è rimasto più o meno uguale.
Matteo Renzi, però, è un uomo d’onore.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI IL MILLEPROROGHE: NEL DECRETO SOLO SFRATTI E AFFITTI D’ORO… POSTE E CAFFE’, RAFFICA DI AUMENTI
I nodi Tasi e mini-Imu saranno sciolti dopo la Befana.
Il piano prevede di alzare di un punto il tetto delle aliquote Tasi su prime e seconde case. E consentire con il gettito extra di finanziare le detrazioni, così da esentare chi già non pagava l’Imu. Ma l’accordo non c’è.
Ritirato il decreto legge salva-Roma, per via del braccio di ferro sugli affitti d’oro, le norme urgenti vanno nel Milleproroghe che il Consiglio dei ministri varerà oggi: previsto il blocco degli sfratti.
Aumenti in vista per poste e caffè, via agli sconti sull’Rc Auto. E la proposta Renzi sul lavoro scalda il dibattito politico.
Tutti i nodi finiscono nel Milleproroghe.
La decisione clamorosa del governo di ritirare (non l’ha ancora fatto ufficialmente) il decreto legge Salva-Roma alla vigilia di Natale — nonostante l’approvazione del Senato e la fiducia ottenuta alla Camera — comporta un inevitabile travaso di norme urgenti nell’altro decreto di fine anno che il Consiglio dei ministri varerà quest’oggi.
Non ci sarà il pacchetto sulla casa (Tasi e mini-Imu), ma se ne discuterà in vista di una soluzione rimandata a gennaio. Mentre invece potrebbe arrivare il blocco degli sfratti, di sicuro la norma sugli affitti d’oro, i provvedimenti per “salvare” Roma e Venezia, la proroga al divieto di incrocio tra stampa e tv e quella per il pagamento delle tasse nelle zone della Sardegna colpite dall’alluvione di novembre.
Oltre a numerosi altri rivoli di scadenze spostate più in là di sei mesi, un anno o due. Tutte cose da fare, ma non fatte.
Come gli accordi e i contratti della Pubblica amministrazione: dovevano essere stipulati in forma elettronica con firma digitale sin dal primo gennaio del 2013, se ne riparla il primo luglio 2014. O il commissario “ad acta” per l’Irpinia: prorogato dal terremoto del 1980, lo sarà ancora fino al 31 dicembre 2014
CASA
Rimane dunque aperta la discussione sulla Iuc, la nuova imposta sugli immobili con le sue tre componenti (Tasi, Tari e Imu). La proposta esiste già .
Alzare di un punto il tetto delle aliquote Tasi su prime e seconde case (come chiedono i sindaci, in pressing sul governo tramite l’Anci). E consentire con il gettito extra di finanziare le detrazioni, così da esentare dalla Tasi chi già non pagava l’Imu (le rendite catastali basse).
Questo il piano, ma l’accordo politico non c’è.
Con un’aliquota al 3,5 per mille, la Tasi somiglierebbe troppo all’Imu (e gli affitti salirebbero, lamenta Confedilizia). Il partito di Alfano non vuole correre questo rischio di fronte al proprio elettorato.
Ecco perchè i nodi Tasi e mini-Imu (possibilità di abbuonarla o detrarla da tasse locali o dalla stessa Tasi) saranno sciolti dopo la Befana. L’8 gennaio il decreto Imu-Bankitalia arriva in aula al Senato. Un ottimo vagone normativo per sistemare la faccenda.
La proroga del blocco agli sfratti per il 2014 potrebbe invece essere inserita già oggi, a meno che il ministro Lupi la destini al decreto sulla casa che sta preparando per i primi di gennaio (con i fondi da trovare per la morosità incolpevole, cioè gli affitti non pagati da chi non può)
AFFITTI D’ORO
È stata la pietra di scandalo che per la prima volta nella storia della Repubblica ha costretto il governo a ritirare un decreto già confermato dalla fiducia. I Cinquestelle prima si sono battuti alla Camera per difendere l’emendamento che consente di rescindere in trenta giorni i contratti di affitto, stipulati dalle istituzioni come Camera o Senato, ma anche dagli enti locali, pur dotati di un patrimonio immobiliare cospicuo e spesso in disuso.
Poi hanno denunciato la presenza di un’altra norma nella legge di Stabilità che di fatto “neutralizza” la rescissione.
E minacciato di boicottare ad oltranza il decreto Salva-Roma, la cui approvazione era in calendario per oggi. Il governo, per non andare sotto, l’ha ritirato. E però si è impegnato a ripristinare la norma sugli affitti d’oro nel Milleproroghe.
Il punto di caduta potrebbe essere l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di verificare la congruità dei contratti e (alla loro scadenza) rescinderli, trasferendo gli uffici.
CAPITALE
Tra le cose da recuperare quest’oggi, c’è anche il nucleo originario del Salva-Roma (poi diventato un salva-tutti, un “omnibus” di mance e mancette). Ovvero le norme per tirare fuori il Comune di Roma dal dissesto il bilancio, spostando contabilmente più di 500 milioni dalla gestione ordinaria a quella commissariale.
Il sindaco Marino ha già chiuso i conti, puntando proprio su quel provvedimento.
Nel Milleproroghe comparirà anche l’attesa proroga del divieto di incrocio tra tv e giornali (la legge Gasparri del 2004 l’ha concepito come un divieto a tempo). Senza proroga, a mezzanotte del 31 dicembre, tra un brindisi e l’altro, un editore che possiede televisioni potrebbe farsi tentare dalla carta stampata, vecchia o nuova.
«Non ho dubbio alcuno che il conflitto di interessi e la questione degli incroci proprietari saranno nel nuovo patto di governo », ha assicurato Letta nella conferenza stampa di Natale.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
TRA FINANZIAMENTI A PIOGGIA E NUOVI INTERVENTI
Stamattina il governo approverà il tradizionale decreto Milleproroghe. 
È un appuntamento ormai tradizionale per ogni esecutivo nella settimana tra Natale e Capodanno per sistemare le faccende rimaste in sospeso, ma stavolta la cosa è ancora più complicata.
Oltre alle proroghe, infatti, oggi Enrico Letta e soci dovranno inserire nel decreto anche quei pezzi non rinunciabili del cosiddetto “Salva Roma” affossato da Giorgio Napolitano. La trattativa è ancora in corso e molto dura.
Molti, non solo nelle opposizioni, avvertono Palazzo Chigi del rischio che questo nuovo decreto faccia la fine di quello appena abbandonato rimpiendosi di finanziamenti a pioggia e microinterventi.
SOLDI PER ROMA
Servono 400 milioni Lite sull’aumento Irpef
Il decreto stoppato dal Quirinale non si chiamava “Salva Roma” per caso: il suo contenuto più rilevante, infatti, erano i 400 milioni (più altri soldi sparsi su vari capitoli) stanziati per evitare il default della capitale e già messi nel bilancio 2013 dal sindaco Ignazio Marino.
Quei soldi venivano accollati alla gestione commissariale del “debito storico” — cioè quello accumulato prima del 2008 — che ha la garanzia statale. Come che sia, essendo in un bilancio approvato, quei soldi vanno trovati e saranno inseriti nel decreto Milleproroghe.
Caso più complesso è invece quello che riguarda l’aumento straordinario dell’addizionale Irpef dello 0,3 per cento per il Comune di Roma (che già applica l’aliquota massima dello 0,9): questa norma era prevista nella prima versione del decreto per consentire a Marino di aumentare gli introiti e pagare la sua quota di debito, ma venne cancellata in Senato. Scelta civica ha già avvertito Letta: “I romani non sono un bancomat”.
AFFITTI D’ORO
L’esecutivo si corregge sui palazzi della politica
Quella degli affitti cosiddetti d’oro è una vicenda legislativa intricata a cui il governo dovrebbe dare una soluzione definitiva proprio nel Milleproroghe.
Questa la cronologia. Nella manovrina d’autunno venne approvato un emendamento del M5S che consentiva alle Pubbliche amministrazioni di recedere dai loro contratti di affitto in soli 30 giorni entro il 2014: un modo per risparmiare soldi interrompendo contratti spesso inutilmente onerosi (26 milioni l’anno solo per la Camera). Nel dl Salva Roma, però, un emendamento dei relatori aveva tentato di cancellare questa nuova norma: scoperto dai 5 Stelle, è stato bloccato alla Camera e ora è decaduto insieme al resto del dl. Nel frattempo, però, la maggioranza aveva approvato nel ddl Stabilità un altro emendamento che escludeva dal diritto di recesso immediato gli immobili di fondi comuni di investimento: una decisa limitazione del campo di applicazione della norma. Oggi il governo dovrebbe correggere anche questo
TASSE SULLA CASA
Slittano le nuove aliquote Sfratti ancora bloccati
Confermato per il 2014 il blocco degli sfratti nelle città per le famiglie a reddito medio-basso oppure con situazioni particolari come la presenza in casa di un malato grave o di un portatore di handicap.
Questa misura, si apprende, dovrebbe essere contenuta nel decreto Milleproroghe che il governo approverà stamattina.
Rinviata ad un nuovo provvedimento, invece, la soluzione dell’intricata vicenda della nuova Imposta unica comunale (Iuc) sugli immobili in vigore dall’anno prossimo: fatti i conti sulle attuali aliquote massime, l’Anci sostiene che manchi un miliardo e mezzo di gettito rispetto ai bilanci approvati nel 2013.
La richiesta dei sindaci è semplice: o il governo tira fuori quei soldi o consente ai Comuni di aumentare le aliquote massime (2,5 per mille sulla prima casa e 10,6 sulle seconde) dell’uno per mille.
Il ministro Delrio, per ora, ha promesso che i trasferimenti per detrazioni passeranno da 500 milioni a 1,3 miliardi: quando sarà , mancheranno comunque 700 milioni.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
PICCOLO ELENCO DI QUEL CHE C’E’ E PERCHE’ NELLA LEGGE DI STABILITA’
Il viaggiatore che si trovasse a passare nei pressi delle commissioni Bilancio delle due Camere durante la discussione della legge di Stabilità osserverebbe una scena assai bizzarra.
Dentro l’aula i parlamentari discutono e votano, entrano ed escono commessi, funzionari e gli stessi onorevoli, all’esterno – su un tavolo – un gruppo di giornalisti segue i lavori col testo della legge a sinistra e il fascicolo degli emendamenti a destra. Tutt’intorno c’è un’altra tribù dall’occupazione più sfuggente: a turno i suoi membri alternano fasi di calma ad altre di grande agitazione in cui scrivono o telefonano o passano fogli a qualcuno; amano colloquiare con gli interlocutori sempre con un’aria un po’ da congiurati; hanno una certa passionaccia per la parola all’orecchio, la passeggiata sotto braccio, l’amichevole pacca sulla spalla, il sorriso largo e rassicurante.
Ecco, quella tribù sono i lobbisti.
Chi sono i lobbisti?
Intanto quelli veri e propri – cioè i dipendenti di una società di lobby ufficiale come Cattaneo Zanetto o Reti, per citare le più note – sono una minoranza e nemmeno delle più rilevanti.
Alcuni lobbisti sono, più semplicemente, quelli che nelle aziende si chiamano “Responsabili delle relazioni istituzionali ” (una, Simonetta Giordani, in questo governo ha cambiato sponda e da Autostrade è passata al sottosegretariato ai Beni Culturali), altri ancora sono lobbisti informali: ex dipendenti del Parlamento, magari, come il meraviglioso esemplare registrato a Montecitorio dal Movimento 5 Stelle.
Sul sito di Beppe Grillo lo si sente vantarsi al telefono di come ha bloccato un emendamento del Pd che fissava a 150 mila euro l’anno il tetto massimo di cumulo tra pensione e redditi da lavoro che tanto fastidio dava ai nostri Grand commis (in una parte non registrata ha fatto riferimento anche ai membri della Consulta): “Ho dovuto scatenare mari e monti. È stata una battaglia durissima. Io lo potrei scrivere in un manuale come caso di eccellenza di azione di lobby… Ho dovuto smuovere tutto”. Alla fine, il tetto è stato fissato a oltre 300 mila euro. Più del doppio.
Chi sono i mandanti?
Alle Camere, da ottobre a dicembre, stazionano tutti. Giganti come Eni o Enel o Poste o Ferrovie hanno ovviamente un loro uomo sul posto: la società guidata da Mario Moretti, per dire, deve essere certa che i finanziamenti da cui dipende siano effettivamente stanziati e quindi presidia il ministero delle Infrastrutture prima e il Parlamento poi (missione compiuta anche quest’anno).
Ci sono poi gli inviati dei ministeri. Quello della Difesa si occupa tanto dei militari veri e propri quanto dell’industria del settore: a questo giro, ad esempio, i primi hanno incassato 100 milioni extra per il 2014 e altri cento da dividere con le altre forze di polizia, i secondi un piano pluriennale di spesa in armamenti.
Ci sono poi i lobbisti delle tv private e dell’editoria, che si preoccupano dei rispettivi fondi statali, e c’è il mondo dell’energia che è diviso in tre: c’è sempre qualcuno del Gestore dei mercati elettrici (Gme), altri di Assoenergia e qualcuno pure di Energia Concorrente, che poi sarebbe l’associazione a cui aderisce Sorgenia di Carlo De Benedetti che ha strappato un emendamento per risolvere un contenzioso sugli oneri urbanistici con un comune del lodigiano (un risparmio potenziale di 22 milioni di euro)
Non mancano, ovviamente, gli uomini dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, i veri trionfatori di questa sessione di bilancio tra detrazioni sulle sofferenze velocizzate (da 18 anni a cinque) e rivalutazione delle quote di Bankitalia con relativa aliquota di favore.
La lobby del gioco – a partire da Sistema Gioco Italia di Confindustria – pure è sempre presente in forze in Parlamento: tra concessioni e trattamento fiscale i fronti aperti sono molti (anche se l’emendamento per spaventare regioni e comuni tentati dalla guerra alle slot, come vi raccontiamo qui accanto, probabilmente alla fine verrà cancellato)
Non manca il mondo assicurativo, anche se Ania preferisce lavorare direttamente col ministero: dopo il regalo del governo Monti che ha nei fatti reso irrisarcibili molti infortuni di piccola entità (norma anti-“colpo di frusta”), oggi l’esecutivo Letta gli regala per decreto il mercato dell’autoriparazione grazie all’obbligo di far riparare la macchina solo nelle carrozzerie convenzionate.
Gli interessati, nel senso dei carrozzieri, iniziano a gennaio una mobilitazione nazionale.
Si può dire che anche loro siano una lobby, però non efficace come quella della loro controparte.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
COPERTURE, SCONTRO IN MAGGIORANZA
Il Senato ha approvato ieri notte con il voto di fiducia la legge di Stabilità . 171 i voti a favore (quattro in più rispetto a quelli certi a sostegno del governo Letta), 135 i contrari.
È stato il battesimo per la nuova maggioranza con Forza Italia all’opposizione. Ora la legge passa alla Camera dove potrà essere ritoccata
Quella di ieri è stata una giornata tesissima a Palazzo Madama. Vigilia del voto sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi più che il giorno della legge di Stabilità .
È alle tre di notte, tra lunedì e martedì, che, dopo quasi un mese di lavoro, i membri della Commissione Bilancio gettano la spugna: in circa quattro ore sono riusciti ad esaminare e approvare solo quattro emendamenti delle poche decine presentate dai relatori.
Una fatica di Sisifo perchè nei fatti Forza Italia è già all’opposizione, per quanto formalmente lo annuncerà solo nel pomeriggio. Con la Lega, infatti, fa ostruzionismo su tutti gli emendamenti, senza distinzione.
Ormai è chiaro che l’obiettivo è allungare i tempi per cercare di far slittare il voto sulla decadenza. Tanto che i senatori del Movimento 5 Stelle, partito da sempre all’opposizione delle larghe intese, non partecipano all’ostruzionismo.
La legge di Stabilità — lo dirà netto nel tardo pomeriggio Angelino Alfano, l’ex delfino di Berlusconi — è solo un pretesto per i rinati forzisti. Appunto.
Così la Commissione Bilancio, in piena notte, approva il testo ma senza dare il mandato ai relatori (Giorgio Santini del Pd e Antonio D’Alì del Nuovo centro destra). Il che vuol dire che il testo passa all’esame dell’Aula ma senza le modifiche apportate durante al precedente discussione parlamentare.
Uno scenario assolutamente scontato ormai, come il ricorso al voto di fiducia da parte del governo su un maxiemendamento, il numero 1.900.
Lo annuncia in Aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, dopo uno scontro durissimo in particolare tra il presidente della Commissione Bilancio Antonio Azzollini (Ncd) e il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, con i toni di voce, anche di altri, che si sono progressivamente alzati.
Tutto accade nella sontuosa sala Pannini, riservata al governo a Palazzo Madama. Ci sono i due relatori, il vice ministro dell’Economia, Stefano Fassina, il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta (Pd), Renato Schifani (Ncd) e lo stesso Franceschini. Azzollini attacca la Ragioneria perchè da quasi un’ora si attende la relazione tecnica e la “bollinatura” per poter presentare il maxiemendamento: «Sono funzionari che devono eseguire le indicazioni della politica, non creare problemi. Dov’è la relazione? Dobbiamo andare in Aula!», dice rivolto a Saccomanni che non replica, fermo, «come una sfinge», riferirà uno dei partecipanti
Ci vorranno quasi quattro ore, tra un rinvio e un altro, però, perchè il maxi emendamento possa arrivare finalmente in Aula “bollinato” dai tecnici della Ragioneria guidata da Daniele Franco, ex Banca d’Italia.
Con le tabelle incerte. Tanto che il ministro Franceschini, per frenare le critiche anche del centrosinistra, non esclude correzioni strada facendo.
Ma pure con coperture non del tutto chiarissime se lo stesso Azzollini assicura da una parte che c’è sì il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione che impone la copertura finanziaria, ma dall’altra auspica un miglioramento della relazione durante la discussione parlamentare.
Tensioni che il presidente del Senato, Pietro Grasso, prova a spegnere: si vota la legge di Stabilità non la relazione della Ragioneria che in ogni caso è legittima.
Nello scontro Azzollini-Saccomanni emergono le vecchie ruggini del centrodestra nei confronti della struttura tecnica dell’Economia.
Anche in questo il neonato Ncd non vuole perdere terreno rispetto ai berlusconiani. Si è aperta nel campo del centrodestra la competizione. E la legge di Stabilità è diventato il primo terreno di sfida.
Per la conquista dell’identico bacino elettorale: i lavoratori autonomi, le piccole imprese artigianali, la piccola borghesia.
Così mentre il capogruppo del Ncd, Maurizio Sacconi, sostiene che è stata cancellata la patrimoniale sulla casa, Renato Brunetta di Fi dice il contrario.
Mentre il relatore D’Alì accusa forzisti e leghisti di abbandonare gli autotrasportatori accontentati con il rimborso delle accise dopo la minaccia di uno sciopero prenatalizio.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
RINVIATA AL 2015 LA TASSAZIONE DELLE SIGARETTE ELETTRONICHE
L’accordo sul cuneo fiscale c’è. Sulla casa ancora no. 
La Commissione Bilancio del Senato ieri ha votato l’emendamento Pd che assicura uno sconto più sostanzioso in busta paga, ma non per tutti.
Mentre la nuova Trise, la tassa su servizi e rifiuti, attende la quadra politica e contabile sulle coperture.
Essenziali, a questo punto, per introdurre detrazioni fisse, come per l’Imu, e ammorbidire così il prelievo.
La notizia politica di ieri però è tutta nell’astensione dei quattro senatori di Forza Italia che al Senato equivale al no. Il partito di Berlusconi è dunque passato all’opposizione, con l’intento di rallentare i lavori della legge di Stabilità . I relatori Santini (Pd) e D’Alì (Nuovo centrodestra) puntano invece ad una maratona per approvare il testo entro stanotte, al massimo domani mattina.
E consegnarlo così all’Aula per essere licenziato prima della votazione di mercoledì sulla decadenza di Berlusconi
GLI SCONTI
La Commissione dunque ieri ha rimodulato gli sconti fiscali, concentrando l’aumento delle detrazioni sui redditi da lavoro fino ai 32 mila euro (dai 55 mila originari).
Il beneficio sarà massimo per i redditi tra 15 e 20 mila euro lordi annui e toccherà una punta di 225 euro, quasi 19 euro al mese. Più dei dieci preventivati.
Sulla casa, «si pagherà di meno», assicura Giovanni Legnini, sottosegretario di Palazzo Chigi. Quanto non si sa.
Intanto sempre ieri sono stati depositati gli emendamenti del governo e dei relatori. Tra i primi non compare nè cuneo nè casa. In compenso, molte “piccole” misure predisposte dall’esecutivo Letta.
A partire da 25 milioni in più stanziati per il Fondo non autosufficienza, Sla inclusa.
Altri 20 milioni nel triennio per Lampedusa.
La proroga di Equitalia come riscossore per gli enti locali fino al 31 dicembre 2014. Un’ora in più per i seggi elettorali: si voterà in un solo giorno, domenica dalle 7 alle 23 (e su schede più piccole).
Il prelievo fiscale sui prodotti da fumo, e-cigarette incluse, slitta al 2015. L’imposta sulle attività finanziarie all’estero sale dall’1,5 al 2 per mille
LE ACCISE
Accise su benzina e gasolio più alte, ma nel 2017 e 2018 (220 e 199 milioni, il gettito atteso). Cinque milioni stanziati per il vertice europeo del prossimo anno, in Italia, sulla disoccupazione giovanile.
E un generoso impegno finanziario a favore dei policlinici universitari gestiti da università non statali: 50 milioni nel 2014. E 30 milioni per il Bambin Gesù.
Poi 35 milioni annui dal 2015 al 2024. Mentre vengono abrogati regimi fiscali di vantaggio per le imprese estere che investono in Italia, per i distretti, per le plusvalenze investite nelle start up. Cancellato pure il credito d’imposta a favore delle Pmi che investono in ricerca scientifica.
I CONTI CORRENTI
Nel pacchetto dei relatori, spunta la portabilità dei conti correnti: il cliente può trasferirlo in massimo 14 giorni — mandati di pagamento inclusi — senza spese aggiuntive.
E ancora la vendita o la rottamazione dei veicoli sequestrati o in fermo amministrativo (causa multa), custoditi da oltre due anni e mai reclamati.
Più di 32 milioni fino al 2018 per le celebrazioni legate al centenario della Prima guerra mondiale. Persino 5 milioni per il 2014 utili a contrastare la Xylella fastidiosa, che fa disseccare gli ulivi del Salento.
Ma anche la proroga dei contratti a termini dei dipendenti delle Province che lavorano nei Centri per l’impiego, così da attuare la “garanzia per i giovani”.
Non ancora definito, nè votato, l’emendamento del governo sugli stadi. Una versione riscritta ha cancellato la norma più discussa: la possibilità di edificare nuovi quartieri anche lontano dagli stadi. Ancora da definire anche la misura definitiva sulla vendita ai privati delle spiagge.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Novembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
GOVERNO NEI GUAI, SALTANO LE COPERTURE PER TRE MILIARDI
L’Italia non potrà chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del patto di Stabilità , perchè non rispetta la condizione del debito pubblico in discesa a un ritmo soddisfacente.
Lo afferma la Commissione europea nella sua analisi, pubblicata oggi a Bruxelles, sulla bozza di bilancio presentata dal governo per il 2014.
Un colpo durissimo per l’esecutivo, che si vede sfilare via la bellezza di tre miliardi di euro.
Soldi su cui Letta e Saccomanni contavano e la cui sparizione costringe ora il governo a fronteggiare una voragine enorme.
Il ministero del Tesoro risponde dicendo che “la Commissione Ue non tiene conto di importanti provvedimenti annunciati dal governo, anche se non formalmente inseriti nella legge di Stabilità , e già in fase di attuazione”.
“Nessuna bocciatura”, si affretta a precisare il ministero. “I rischi segnalati dalla Commissione erano già considerati nell’azione del Governo. E sono già state messe in campo misure per contrastare eventuali rischi su disavanzo e debito 2014”.
La sostanza, però, è un’altra. Con il giudizio di Olli Rehn, l’Italia perde così a sorpresa i tre miliardi previsti dalla “clausola di investimento”, regola attraverso la quale l’Europa si riserva di concedere ai paesi virtuosi più respiro nella gestione dei suoi conti, un fatto che il governo dava per acquisito.
“Siamo arrivati alla conclusione che non si possa profittare di questo vantaggio – avverte Bruxelles – perchè, sulla base delle previsioni economiche dell’autunno 2013, non sarà ottenuto l’aggiustamento minimo strutturale richiesto per portare il rapporto fra debito e Pil su un cammino di sufficiente riduzione”.
La clausola prevede che, a certe precise condizioni, i paesi con il deficit sotto il 3% del Pil (“fase preventiva” del patto di Stabilità ) possano deviare dall’obbligo di ridurre ulteriormente il deficit/Pil verso l’obiettivo di medio termine (0,5%), pur restando sempre sotto il 3%, per fare investimenti favorevoli alla crescita, limitati al cofinanziamento dei programmi strutturali dei fondi di coesione comunitari e a quelli delle infrastrutture di interesse europeo.
Una boccata d’ossigeno a cui l’Europa ha detto di no. Aprendo ora un nuovo fronte di sfide per il governo Letta: trovare le coperture necessarie per far fronte alla “sottrazione” di questi tre miliardi.
Secondo Bruxelles, gli impegni dell’Italia sui versanti di riduzione di deficit e debito, consolidamento fiscale e riforme strutturali non bastano: “Nel 2014 l’Italia non compirà progressi sufficienti per il rispetto dei criteri di debito per via di aggiustamenti strutturali insufficienti”, peraltro “rilevati dalla Commissione europea nelle previsioni economiche autunnali”.
In base alle stime Ue, il debito vale il 133% del Pil quest’anno e salirà al 134 l’anno prossimo. Non si vede miglioramento, come invece accade sul fronte del deficit e come era richiesto.
Anzi: “C’è il rischio che la legge di Stabilità (italiana) per il 2014 non sia in regola con il patto di Stabilità ; in particolare l’obiettivo di riduzione del debito per il 2014 non è rispettato»
“Progressi limitati” e “azioni limitate”.
È tutto in questo aggettivo – “limitato” – il giudizio che la Commissione europea dà della bozza della legge di Stabilità . La Legge di Stabilità dell’Italia “evidenzia progressi limitati” sulle raccomandazioni sulle riforme strutturali fatte dal Consiglio a maggio scorso, si legge nell’analisi della Commissione Ue.
La Commissione invita dunque “le autorità italiane a prendere le misure necessarie, all’interno del processo per il bilancio nazionale, per assicurare che il budget 2014 rispetti pienamente il patto di Crescita e Stabilità “.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
BONUS IRPEF LIMITATO AI REDDITI BASSI
Tassa sulla casa e cuneo fiscale si cambia. 
Il governo, dopo il vertice di ieri tra il premier Letta, Alfano e il ministro dell’Economia Saccomanni, ha deciso di mutare rotta
La prima modifica, che avverrà in Parlamento, secondo quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe riguardare la nuova Tasi, la tassa sulla casa che dal prossimo anno sostituirà l’Imu: è ormai certo che benchè l’aliquota della Tasi sia più bassa dell’Imu, la mancanza di detrazioni fa pesare di più la nuova tassa.
Di conseguenza l’intervento che sta studiando il governo, è quello di reintrodurre le detrazioni
Le ipotesi sul campo, secondo fonti dell’esecutivo, sono due.
La prima prevede di introdurre, sul modello dell’Imu, una detrazione uguale per tutti a livello nazionale.
Naturalmente l’aliquota e il gettito medio della Tasi sono più bassi dell’Imu e dunque non è possibile reintrodurre una detrazione di 200 euro che mangerebbe di fatto il gettito medio valutato, nell’ipotesi di aliquota base all’1 per mille, in 79 euro aumentabile fino a 198 euro.
Si tratterebbe così di limitare la detrazione intorno ai 100 euro (costerebbe 2 miliardi): la perdita di risorse per i Comuni sarebbe temperata dalla possibilità per i sindaci di portare l’aliquota massima al 4 mille (la vecchia aliquota base dell’Imu) per avere più margini di manovrabilità dove le finanze sono in difficoltà .
La seconda ipotesi sarebbe quella di una mini detrazione di 50 euro (costo 1 miliardo) che lascerebbe ai Comuni i margini di manovrabilità per reperire risorse elevando l’aliquota fino al 2,5 per mille.
In questo caso moltissimi Comuni si avvicinerebbero al tetto massimo.
In campo anche una terza ipotesi di fonte parlamentare: l’introduzione di una detrazione, legata all’Isee (la denuncia dei redditi popolare che comprende reddito, patrimonio mobiliare e immobiliare) e che potrebbe essere calibrata per favorire solo i redditi più bassi.
C’è poi la variabile figli: la vecchia Imu, tassa di possesso, oltre ai 200 euro base, prevedeva 50 euro per ciascun figlio a carico sotto i 26 anni.
Oggi tuttavia, con la Tasi, la natura della tassa è cambiata ed è finalizzata ai servizi generali offerti dal comune.
Una detrazione legata al numero dei componenti della famiglia, seppure giusta sul piano sociale, premierebbe le famiglie numerose che, in linea teorica, sono quelle che «consumano» più servizi. Dunque la discussione è aperta.
L’altra questione è il cuneo, gli ormai famosi 14 euro al mese per un reddito di 15 mila euro annui, assai contestata e oggetto di polemiche.
Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere ieri, dopo il vertice, che la platea si potrà ridefinire ferme le risorse a 1,5 miliardi.
L’idea è quella di concentrare le risorse destinate all’aumento delle detrazioni Irpef sui lavoratori dipendenti sulla metà della platea inizialmente prevista oppure di agire attraverso le detrazioni per i figli, una sorta di “quoziente familiare”.
Nella ipotesi di riduzione della platea sarebbero interessati circa 7,8 milioni di lavoratori invece di 15,9 milioni.
In questo modo l’ effetto, pur non crescendo di molto, sarebbe indirizzato esclusivamente su coloro che guadagnano fino a 20-22 mila euro lordi annui, le fasce più basse dei redditi, invece di essere spalmato fino a 55 mila euro. In questo modo il reddito di 15 mila euro arriverebbe sopra i 200 euro (invece di 172) e quello di 20 mila raggiungerebbe i 176 (invece di 151).
In sostanza i 600 milioni che sarebbero dovuti andare a finanziare il bonus per i redditi sopra i 20-22 mila euro, verrebbero riversati sulle fasce più deboli.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 18th, 2013 Riccardo Fucile
PER ABOLIRE LA SECONDA RATA IMU L’ESECUTIVO È PRONTO A RIVALUTARE LE QUOTE DI BANKITALIA, UN BALSAMO PER I CONTI DEI GRANDI GRUPPI IN DIFFICOLTà€
“È un work in progress”. Fonti di governo riassumono così la manovra approvata, in tutta fretta, poco prima della mezzanotte di lunedì: “Abbiamo dato l’impostazione, il resto dovremo per forza farlo in Parlamento”.
Praticamente il ddl Stabilità è ancora una bozza: le coperture traballano e la maggior parte, scommettono a palazzo Chigi, verranno trovate nelle prossime settimane.
Poi, anche se non sembra aver creato particolari problemi nella maggioranza, c’è una cosa che ancora manca: l’abolizione della seconda rata dell’Imu sulla prima casa, quella di dicembre, che vale 2,4 miliardi.
“Non c’è — conferma un dirigente del Pd — L’idea è fare un decreto a fine novembre”. Insomma, mancano due miliardi e mezzo per l’anno in corso, mentre l’intervento sul cuneo fiscale nel 2014 s’è rivelato una cosetta da 10 euro al mese che in molti casi sarà completamente riassorbito dal taglio da mezzo miliardo su detrazioni e deduzioni.
E allora? Sotto con la creatività : la copertura della seconda rata Imu dovrebbe arrivare dalla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, i soldi per aumentare l’intervento sul cuneo nel 2014 dal concordato fiscale con la Svizzera.
Bankitalia e “l’associazione a delinquere”
L’ha chiamata così Tito Boeri in un pezzo su lavoce.info per indicare la convergenza di interessi tra le banche che devono rafforzare i loro pencolanti requisiti patrimoniali e la politica in cerca di soldi facili.
Nella parte della vittima, come spesso capita, l’interesse generale e la razionalità . Riassunto: la nostra banca centrale è al 94 e dispari per cento di proprietà delle ex banche pubbliche (Bnl, Intesa, Unicredit, etc).
Il capitale è diviso in trecentomila quote dal valore simbolico di 156 mila euro.
L’ideona — assai sponsorizzata da Renato Brunetta e che ora viene studiata da una commissione di Bankitalia — è che aumentando quel valore si otterrebbero due risultati: patrimonio per le banche, entrate per lo Stato dalla tassazione della plusvalenza. Problema: questa operazione o non servirà a niente o sarà dannosa.
Intanto stabilire il valore della Banca d’Italia è difficile: seguendo “parametri oggettivi”, ha spiegato Boeri, si arriva alla cifra di un miliardo circa, il che comporterebbe poche decine di milioni di euro di introiti per l’erario.
Se, con Brunetta, immaginiamo invece un incasso di cinque miliardi, visto che l’aliquota è al 20 per cento, le quote andranno valutate 26 miliardi di euro.
Anche tralasciando il fatto che poi, volendo riportare la banca in mano pubblica, bisognerebbe spendere un pacco di soldi, c’è un altro problema: finora Bankitalia ha distribuito “dividendi” per 45 milioni l’anno circa in virtù del suo basso valore, con la nuova quotazione passerebbero a circa un miliardo.
Gli istituti di credito, insomma, guadagnerebbero patrimonio e in capo a pochi anni comincerebbero persino a guadagnarci: il governo, però, avrebbe i soldi per abolire la rata di dicembre dell’Imu.
Non è, peraltro, l’unica buona notizia per le banche contenuta nella legge di stabilità : c’è già la deduzione dei crediti deteriorati in cinque anni anzichè diciotto e pure il permesso a Cassa depositi e prestiti di intervenire anche sulle grandi imprese e non solo sulle Pmi (si tratta di fornire “garanzie” alle banche, che così potrebbero fare nuovo credito o, più probabilmente, ristrutturare il vecchio).
Accise, coperture ballerine e Bruxelles
Aspettando notizie sul concordato fiscale con la Svizzera — “poche settimane” — che consenta di sgravare davvero i redditi da lavoro e le tasse sulle imprese (almeno per quelle che assumono, cioè quelle che esportano, le aziende in crisi dal governo Letta non avranno niente), c’è il problema che le cifre della manovra “work in progress” per il momento ballano in maniera preoccupante: entrate una tantum come la rivalutazione dei cespiti dovrebbero coprire spese strutturali, tagli non ancora definiti uscite già ben individuate, dismissioni destinate per legge al taglio del debito messe a coprire il deficit. Ovviamente la commissione Ue — che con le nuove regole sulla sessione di bilancio europea ha poteri vastissimi — guarda con sospetto a questo tipo di operazioni e, per tranquillizzarla, il governo ha messo lì la solita “clausola di salvaguardia”: se il bilancio non va come previsto e la spending review non funziona, aumenteranno le accise (benzina o sigarette) e ci sarà un taglio progressivo di agevolazioni, deduzioni e detrazioni fiscali.
Una mazzata da dieci miliardi a regime, cioè nel 2016.
Se vi ricorda qualcosa è perchè lo fece già Tremonti e ora l’Iva è al 22 per cento.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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