Destra di Popolo.net

LA TRIPLICE SCONFITTA DI TRIA, GOVERNO E COMMISSIONE: SONO STATI TAGLIATI PURE GLI INVESTIMENTI PER 4 MILIARDI

Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile

SI TRATTA DELLO 0,2% DEL PIL, GUARDA CASO I DUE DECIMALI DI CORREZIONE STRUTTURALE CHE LA COMMISSIONE PONEVA COME CONDIZIONE

Cosa fa il governo del cambiamento e del “facciamo ripartire il Paese” una volta messo di fronte alla brutalità  dei numeri?
Taglia gli investimenti, toglie munizioni alla crescita, si rifugia nel vecchio trucco di colpire laddove è più facile.
Gli investimenti si sa non votano.
Quattro miliardi, lo 0,2 per cento del Pil, guarda caso i due decimali di correzione strutturale che la Commissione poneva come condizione sine qua non per dare via libera alla manovra gialloverde: a tanto ammontano i tagli sul fronte impieghi di capitale operati da Giuseppe Conte e Giovanni Tria per evitare la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, una scelta quasi obbligata dopo che il flop dell’asta Btp di novembre e la retromarcia del Pil nel terzo trimestre avevano fatto squillare l’allarme rosso sul fronte dell’economia.
Due di questi miliardi sono uno spezzatino di micro interventi cui lo stesso premier ha fatto riferimento nel suo intervento al Senato: riguardano le Ferrovie, il finanziamento delle politiche comunitarie, il Fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale, il Fondo per la produttività  e la competitività .
Gli altri due miliardi sono rubricati alla voce <spese congelate> a garanza del rispetto degli obiettivi di bilancio imposta da Bruxelles a un partner dalla dubbia affidabilità . Secondo una fonte brussellese potrebbero andare ad incidere sul pacchetto di interventi infrastrutturali per 15 miliardi messo a bilancio.
La vicenda degli investimenti calata a sorpresa su questo finale di manovra è la rappresentazione plastica di una triplice sconfitta.
Per il governo del cambiamento che messo alle strette, ha riesumato una vecchia pratica della Prima e della Seconda Repubblica – salvare la spesa corrente e colpire la spesa in conto capitale – smentendo se stesso e tutte le promesse di porre una volta per tutte la parola fine all’Italia fanalino di coda.
La capacità  di generare sviluppo della manovra era già  limitata, il taglio degli investimenti ne ha anche simbolicamente certificato la natura.
Ma la sconfitta dovrebbe bruciare in modo particolare per il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il teorico degli investimenti come leva fondamentale di sviluppo, il raffinato conoscitore dei misteri del moltiplicatore della crescita che ancora una volta ha abdicato alle sue convinzioni e ha “eseguito”.
Tria non ha mai veramente creduto nel potere propulsivo del reddito di cittadinanza e dei centri per l’impiego: “se il lavoro non c’è, bisogna creare le condizioni perchè si crei, il resto serve a poco”, diceva.
Ma non si può neppure salvare del tutto la Commissione che è riuscita nell’impresa davvero ardua di chiudere un occhio sui principi e sul rispetto delle regole europee, scontentando i paesi nordici rigoristi, senza favorire nello stesso tempo una politica autenticamente espansiva in Italia.
Già  all’indomani della presentazione della Nota aggiuntiva al Def di fine ottobre Moscovici aveva criticato, oltre ai saldi della manovra, la sua composizione sbilanciata sulla spesa corrente.
I tagli sugli investimenti oggi non contribuiscono a correggere lo squilibrio.
Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt “l’improvvisa mitezza” della Commissione si spiega con la situazione venutasi a creare in Francia e il timore della Commissione di essere accusata di usare due pesi e due misure dai populisti italiani nel caso di bocciatura della manovra gialloverde e di un via libera al previsto sforamento francese dei parametri. Ma è un argomento debole.
Perchè la situazione di Parigi è la copia speculare di quella di Roma. La manovra gialloverde salva, forse, il 2019 ma mette a rischio gli anni avvenire. Quella transalpina fa l’opposto.

(da “Huffingtonpost”)

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LA BATTAGLIA CON LA UE LASCIA SUL TERRENO MOLTE VITTIME

Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile

IL CARO-SPREAD HA GIA’ FATTO DANNI IRRECUPERABILI… ADDIO SVILUPPO, LAVORO E MENO TASSE

Ora ci vorrebbe un balcone più grosso per festeggiare.
La Commissione europea non aprirà  una disastrosa procedura d’infrazione contro l’Italia, lo spread scende, la Manovra fa retromarcia sulle due misure bandiera, i mercati non ci faranno a fette.
La battaglia è finita, ed è ora di contare le vittime.
La prima perdita è l’effetto sui tassi d’interesse, valutato già  in 5 miliardi per il 2019 e non più recuperabile, provocato dalle spericolate dichiarazioni dei due leader gialloverdi negli ultimi tre mesi, durante quella che una volta era la sessione di bilancio, il momento più importante di composizione della politica economica.
La seconda è che la trattativa è stata ostaggio di reddito di cittadinanza e quota cento, che continuano a valere una buona parte della Manovra, riducendo l’attenzione a quello che veramente serve all’Italia: sviluppo, lavoro, meno tasse.
Anche perchè le stime del governo restano sempre superiori a quelle che cominciano a sfornare alcune banche d’affari come Goldman Sachs che parla di un Pil allo 0,4 per il prossimo anno.
Valeva la pena? Forse per i nuovi venuti nei palazzi di governo era necessario affermare la propria identità , correre verso il consenso in una competizione a due fatta a colpi di sondaggi e followers.
Alla fine, per fortuna, ha vinto il partito della trattativa, dal Quirinale alle pressioni di Draghi, al lavoro del ministro Tria, alla cruciale opera di tessitura diplomatica del ministro degli Esteri, Enzo Moavero.
Speriamo che l’esperienza insegni.

(da “La Repubblica”)

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STOP ALLA PROCEDURA, MA CI TERRANNO D’OCCHIO

Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile

SOLO 10,5 MILIARDI PER IL 2019 RISPETTO ALLA BUFALE ANNUNCIATE, SLITTANO REDDITO E QUOTA 100, PREVISTE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA

Stop alla procedura per debito. Il disco verde è ancora informale ma intanto arriva da Bruxelles: ok all’accordo con Roma sulla manovra economica. Stamane il collegio dei commissari, riunito a Palazzo Berlaymont, ha deciso di non dar seguito alla procedura per deficit eccessivo legato al debito.
Oggi no ma una decisione definitiva e formale arriverà  solo a gennaio. Per ora infatti l’opinione con cui la Commissione ha bocciato la manovra italiana lo scorso ottobre resta com’è. Solo a gennaio verrà  riscritta: a manovra approvata dal Parlamento italiano.
In sostanza, la Commissione apprezza gli sforzi italiani ma ora chiede a Roma di formalizzare l’intesa raggiunta ieri pomeriggio, dopo giorni di trattative. Nessuna formalizzazione a Bruxelles se prima non avviene a Roma.
In conferenza stampa Valdis Dombrovkis parla di soluzione “non ideale” perchè “non dà  una soluzione a lungo termine per i problemi economici italiani”, ma consente di “evitare per ora di aprire una procedura per debito” purchè le misure concordate siano attuate.
Per questo in questa prima fase sarà  costante la vigilanza di Bruxelles, “per vedere se l’accordo sarà  veramente approvato dal Parlamento italiano”.
Il commissario Ue ha spiegato che l’accordo prevede uno sforzo “addizionale per 10,25 miliardi”, lo slittamento di misure chiave come il reddito di cittadinanza e quota 100 e “clausole di salvaguardia sul deficit” per il 2020-2021, quando queste misure chiave entreranno pienamente in vigore.
In realtà  “10,25 miliardi” era la richiesta iniziale del governo. La Commissione europea ha riconosciuto solo 9 miliardi circa, compreso il pacchetto di flessibilità  per oltre 3 miliardi. Lo chiarisce Moscovici dopo la conferenza stampa.
I due miliardi di spese congelate ‘sono un’assicurazione supplementare’: il governo potrà  usarli solo se viene rispettato l’obiettivo di deficit/pil nominale a 2,04 per cento. Le misure prevedono “aumenti di imposte sulle società  e tagli negli investimenti programma”, ha aggiunto Dombrovskis.
Misure ‘che non sono favorevoli alla crescita’. In ogni caso, la spesa inferiore per investimenti “può essere parzialmente compensata da un migliore uso dei fondi strutturali disponibili” che l’Italia ritarda a spendere.
Moscovici parla di “vittoria del dialogo sullo scontro”, che “molti auspicavano”, ha ribadito che “la Commissione non è nemica del popolo italiano come qualcuno voleva dipingerci” e ha spiegato che “saremo vigilanti ma non sospettosi” sul rispetto del Patto da parte dell’Italia.

(da agenzie)

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JUNCKER ESULTA DAL BALCONE: IL GOVERNO CHE DOVEVA SPEZZARE LE RENI A BRUXELLES SI E’ CALATO LE BRAGHE CON BRUXELLES

Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile

LA MANOVRA CHE AVREBBE DOVUTO PORTARE “CRESCITA” ABBASSA IL PIL DALL’1,5% ALL’1%… TAGLIATE QUOTA 100 E REDDITO CITTADINANZA, MISURE ALEATORIE COME VENDITA IMMOBILI CHE NESSUNO VUOLE E TAGLI AI SERVIZI

Il governo che doveva spezzare le reni a Bruxelles ha raggiunto l’accordo con Bruxelles. Poco fa è arrivato un ok sulla manovra: il deficit al 2%, accompagnato dal nuovo programma di spending review e dalla revisione al ribasso del Pil, è stato il punto decisivo per convincere Bruxelles sulla mini-riduzione del deficit strutturale richiesta.
Il Sole 24 Ore spiega oggi che i 6,7 miliardi di maggiori risparmi sono prodotti per la maggior parte dai tagli ai fondi per quota 100 (2 miliardi) e reddito di cittadinanza (1,9 miliardi), a cui sul nominale si aggiungono intorno ai due miliardi di dismissioni immobiliari peraltro molto aleatorie.
Su quest’ultimo aspetto, che avrà  ripercussioni anche sul 2020 e 2021 anche se per cifre minori, si è a lungo discusso con Bruxelles nel tentativo di considerarne una componente strutturale.
In termini opposti, Roma ha provato a proporre di non considerare strutturale la spesa per quota 100, che sarà  in vigore per tre anni, ma il tentativo si è scontrato con il non possumus di Bruxelles.
Una volta effettuati i tagli, rimanevano circa tre decimali di Pil per raggiungere un obiettivo potabile a Bruxelles, e la mossa decisiva è arrivata dalla revisione al ribasso delle prospettive di crescita.
Con un aumento del Pil più basso del previsto di circa sei decimali, si riduce di due decimali la correzione richiesta.
Il resto, circa 1,8 miliardi, arriva da un nuovo pacchetto di tagli di spesa ai ministeri.
Repubblica fa invece sapere che su richiesta degli europei (la telefonata viene definita rude), Giuseppe Conte ha dovuto promettere che avrebbe messo nero su bianco gli impegni in una lettera a doppia firma con Tria.
Ultima trattativa sponsorizzata ancora da Juncker, tenuto informato degli sviluppi mentre era in visita a Vienna, pensata per placare i rigoristi tra i suoi commissari e nelle capitali.
A convincere la commissione quindi è stato l’avvio ritardato di reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni, la rimodulazione di un numero cospicuo di agevolazioni fiscali, le privatizzazioni immobiliari, in aggiunta a quelle già  promesse e l’avvio della tassazione sulle transazioni elettroniche.
Questo è il motivo per cui le ripetute grida d’aiuto arrivate per rimandare l’avvio della fatturazione elettronica non sono state ascoltate nè dai leghisti nè dal governo del cambiamento.
E poi c’è la tassa sulle transazioni elettroniche. La webtax, già  prevista, rimaneggiata, e più volte rinviata dovrebbe scattare dal primo gennaio del 2019, con un gettito superiore ai 200 milioni stimati per la versione originaria della nuova imposta.
Cedere sulla crescita programmata dovrebbe avere un sapore di sconfitta in particolare per Giovanni Tria, che sulle previsioni (sballate) di crescita aveva litigato con tutte le istituzioni italiane che nelle audizioni in Parlamento sostenevano che quel numero fosse sovrastimato.
Alla fine lo ha dovuto accettare anche il ministro dell’Economia, che ancora non ci ha spiegato cosa avesse di scientificamente sbagliato la tabella dell’INPS sul Decreto Dignità  ma in compenso ha dovuto sostenere in questi mesi talmente tante parti in commedia (dal duro e puro contro Bruxelles all’amico di Bruxelles contro i duri e puri di Roma) che alla fine smentirsi è stato il minimo sindacale.
Rimangono molti problemi: se adesso le dismissioni immobiliari sono pari a 20 miliardi di euro, significa che l’obiettivo da raggiungere è ancora più lunare. Rimodulare le tax expeditures significa, a rigor di logica, aumentare le tasse e questo sarà  difficile con un paese che si avvia verso la recessione.

(da “NextQuotidiano”)

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INCERTEZZA ESISTENZIALE, LA MANOVRA E’ UNA TROMBA D’ARIA PER LEGA E M5S

Dicembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

DI MAIO NON PUO’ ROMPERE PERCHE’ NON HA ALTERNATIVE, SALVINI POTREBBE MA NON VUOLE TORNARE NEL CENTRODESTRA… E ORA DEVONO METTERCI LA FACCIA SULLA CAPORETTO POLITICA DELLA RESA ALL’EUROPA DOPO TANTE PROMESSE TRADITE

La manovra, politicamente parlando, non è una parentesi, chiusa la quale tutto tornerà  come prima. Ed è indicativo di quanto sia cambiato il clima nel governo, la fiducia tra alleati, e il rapporto col paese, la “connessione” emotiva, che il giorno finale, ad accordo quasi raggiunto, sia stato il più teso.
È quasi surreale il “governo del cambiamento” che evita di riferire in Aula e annuncia, come neanche Monti ai tempi d’oro, che “la manovra la rivelerà  l’Europa”, dopo giorni in cui le commissioni hanno girato a vuoto, discutendo di un provvedimento ancora da scrivere.
E se qualche giorno fa il caso era “il reddito di cittadinanza” che “piace all’Italia che non ci piace” e alimenta “il nero”, stavolta è il caso è l’election day.
Perchè la manovra, ancora dopo l’accordo raggiunto o quasi raggiunto, è come una tromba d’aria che lascia una scia di turbolenze. Ed è il solito Giorgetti, più di Salvini, ad interpretare l’insofferenza del corpaccione leghista, perchè un conto è difendere la stabilità  di governo, altro è correre in soccorso dei Cinque Stelle.
E quell’emendamento presentato dai Cinque Stelle per accorpare regionali ed europee era un soccorso. A quanti, nel pomeriggio, iniziano compulsivamente a mandargli messaggi, il potente sottosegretario a Palazzo Chigi assicura che “quella roba sarà  ritirata, perchè non esiste”.
È la storia di un blitz fallito, ennesimo capitolo di una scia, appunto, di turbolenze tra i due alleati di governo: pochi giorni fa era il nero del reddito di cittadinanza, prima ancora l’attacco a freddo sui fondi della Lega, una settimana fa la competizione a ricevere gli imprenditori.
E domani sarà  il global compact, col governo che decide di non decidere, rinviando la decisione sine die, affidata a una mozione buona solo a prendere tempo, dopo che Conte si era impegnato con l’Onu sull’adesione dell’Italia e Salvini l’aveva smentito in Parlamento rinviando il tutto a una discussione in Aula.
La verità  è che si vive in un clima di incertezza.
“Siamo tutti provvisori”: è bastata la frase pronunciata dal sottosegretario Vincenzo Spadafora a margine di un convegno per scatenare nei Palazzi una situazione da allarme, come se fosse un preannuncio di crisi.
Che non c’è e non ci sarà , perchè il punto di fondo è che Salvini non vuole rompere. Non perchè non ha alternative, ma perchè le alternative non gli piacciono.
E Di Maio invece non può rompere perchè di alternative non ce l’ha.
È una provvisorietà  diventata acuta in tempi di manovra, che però rischia di diventare una situazione “esistenziale” del governo anche nel dopo-manovra.
Perchè semmai la parentesi è il protagonismo di Conte, chiamato a mettere la faccia su una operazione che rappresenta una Caporetto politica rispetto alle aspettative suscitate, ai programmi, alle dichiarazioni di strafottenza del sistema di regole europee.
E Salvini, dopo giorni di quasi silenzio, sarà  chiamato a gestire il dopo per evitare di finire in una terra di nessuno, di una manovra che scontenta sovranisti da un lato, perchè arrendevole con l’Europa, e imprese dall’altro perchè non c’è sviluppo.
Come la soluzione trovata sul global compact è una classica furbata all’italiana, che mette il governo a riparo da una crisi, al prezzo di una doppio cedimento: Conte, sul tema, perde la faccia, Salvini perde molta purezza sovranista.
E adesso immaginate, in questo quadro, la vittoria del centrodestra in Abruzzo e magari in Sardegna a febbraio (in attesa del pronunciamento del Tar sulla Basilicata), la crisi dei Cinque Stelle, la messa in discussione di fatto della leadership di Di Maio. I soliti ben informati delle cose leghiste raccontano che Salvini, in fondo, non si sarebbe scandalizzato più di tanto dell’election day, perchè è molto poco interessato al dossier regionali. È come se la cosa non lo riguardasse.
Le regionali sono un passaggio difficile da gestire, perchè c’è mezza Lega che pressa Salvini affinchè faccia ciò che non vuole fare.
E non è un caso che nei giorni scorsi, dopo le battute del Cavaliere proprio sui “responsabili” ha fatto sapere anche ai vertici delle istituzioni che “non tornerò mai al governo con Berlusconi”.
In fondo preferisce il governo con un alleato indebolito che un cambio di schema con un alleato ingombrante.

(da “Huffingtonpost”)

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ROMA DICE “ACCORDO”, BRUXELLES NON COMMENTA, DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO, SI VEDRA’

Dicembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

MOSCOVICI E LE ALTRE “COLOMBE” DOVRANNO CONVINCERE DOMBROVSKIS E GLI ALTRI “FALCHI”… MA LA DECISIONE SLITTERA’ NEL 2019

La notizia arriva da Roma a sera: accordo raggiunto con Bruxelles, fanno sapere dal Tesoro. Accordo tecnico, informale.
E’ la fine della lunga e complicata saga sulla manovra economica italiana bocciata dalla Commissione europea il 23 ottobre scorso? Non ancora.
Da Bruxelles non si sbilanciano: no comment, dicono fonti della Commissione.
Resta valido quanto deciso oggi: domani il dossier italiano sarà  affrontato dal collegio dei commissari a Palazzo Berlaymont.
Le ‘colombe’ (Moscovici, Avramopoulos, lo stesso Juncker) cercheranno di convincere i falchi (Dombrovskis, Katainen, Vestager) quanto meno a rinviare la decisione finale sull’apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo basato sul debito contro l’Italia.
Fino a ieri la Commissione europea non doveva nemmeno trattare il caso della manovra economica italiana nella riunione di domani, l’ultima prima della pausa natalizia.
E invece, stamane, il colpo di scena: l’argomento sarà  trattato eccome. Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis – che oggi hanno riparlato al telefono con Giuseppe Conte – esporranno lo stato dell’arte della trattativa agli altri colleghi.
Dal Tesoro confermano in effetti che l’accordo raggiunto sarà  al vaglio dei commissari europei domani. La parola ‘accordo’ però ancora non viene pronunciata da Bruxelles. Niente è fatto. Niente è scontato, “tutte le opzioni sono sul tavolo”, diceva stamattina la portavoce della Commissione Mina Andreeva.
E domani la Commissione discuterà  con tutti i documenti pronti: quelli dell’eventuale accordo, certo, ma anche quelli che preparano le sanzioni, nel caso si decidesse di far scattare già  domani la raccomandazione al consiglio dei ministri economici dell’Ue (Ecofin) per aprire formalmente la procedura di infrazione il 22 gennaio.
Quest’ultima sembra un’ipotesi residuale. Ma ciò non toglie che domani il confronto a Palazzo Berlaymont sarà  molto politico.
Da una parte Moscovici e le ‘colombe’, interessate a ‘salvare’ Roma
E tra le ‘colombe’ viene annoverato anche Dimitri Avramopoulos, greco e commissario all’Immigrazione che qualche mese fa ha anche incontrato Matteo Salvini.
Dall’altra, ci sono i ‘falchi’, che intanto hanno ottenuto che domani il collegio dei commissari affronti la questione italiana. Non solo il vicepresidente Valdis Dombrovskis, lettone, ma tutti i commissari nordici: dalla liberale Marghrete Vestager, danese, all’altro vicepresidente Jyrki Katainen, finlandese.
L’annuncio serale del Mef aiuta le ‘colombe’ a sostenere le loro tesi: negli ultimi giorni non erano nelle condizioni migliori per vincere le resistenze dei falchi, tanto che il caso Italia inizialmente escluso dalla riunione di domani, ci è ritornato prepotentemente.
Ma certo l’annuncio del Mef dovrà  essere accompagnato da certezze soprattutto sul deficit strutturale, il dato che interessa di più alla Commissione.
Il calo del deficit nominale dal 2,4 per cento al 2,04 per cento, pur essendo apprezzato, non è mai stato dichiarato sufficiente.
E per ora, ufficialmente, dal governo tengono coperti i dettagli dell’accordo: verranno rivelati domani dopo il via libera di Bruxelles, dicono.
Ecco, ma quali segnali si può aspettare Roma a questo punto? Non sembra ci siano le condizioni per una chiusura formale della pratica avviata sulla procedura di infrazione.
Il massimo cui il governo Conte può aspirare è un rinvio a gennaio, l’ipotesi al momento più accreditata. E se sarà  rinvio, la discussione di domani servirà  anche a pesare le varie posizioni politiche in seno alla Commissione e a preparare quella che sarà  la decisione finale ad anno nuovo.
In quanto la tempistica di questa decisione al momento non è scontata: la Commissione farebbe comunque in tempo a dire la parola definitiva entro l’Ecofin del 22 gennaio.
Ma potrebbe anche scegliere di aspettare i dati economici reali, potrebbe valutare di lasciar passare le elezioni europee. Oppure potrebbe chiudere la procedura definitivamente.
Sono tutte ipotesi in campo: la loro realizzazione dipende da come andrà  il confronto di domani. Un confronto tutto politico.

(da “Huffingtonpost”)

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MANOVRA: ALLA DISPERATA RICERCA DI COPERTURE

Dicembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

CONTE RICHIAMA TRIA D’URGENZA, RIUNIONE FIUME PER TROVARE I MILIARDI RICHIESTI, LA FARSA NON E’ ANCORA FINITA… LA CRESCITA SI ABBASSA ALL’1%, ALTRA AMMISSIONE DI COLPEVOLEZZA: LA MANOVRA NON PORTERA’ CRESCITA

Al Casale San Pio V, sede di quella Link Campus University che ha allevato esponenti di spicco dei 5 Stelle, come la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, era tutto pronto per l’arrivo di Giovanni Tria.
All’ingresso un lungo tappeto rosso, contornato da una doppia scia di fiaccole poggiate per terra. Atmosfera natalizia, con uno scintillante albero in vista.
Il fondatore, Vincenzo Scotti, una vita ai vertici della Dc e un’esperienza da sottosegretario nel governo Berlusconi IV, sulla porta ad accogliere gli ospiti per l’evento in programma: la presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa.
Sarebbe probabilmente passata come la serata del ministro dell’Economia nella fucina di quei pentastellati che ripetutamente l’hanno attaccato, mettendo in discussione il primato della tecnica sulla politica anche a via XX settembre.
Tria è in macchina, a qualche minuto dall’università , ma non giungerà  a destinazione. Squilla il telefono: è il premier Giuseppe Conte.
La macchina fa inversione e si dirige precipitosamente verso palazzo Chigi per un incontro a due – insieme ai tecnici del Mef – sulla manovra.
Da Bruxelles sono arrivati segnali tutt’altro che positivi sullo schema concordato al vertice con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La situazione è precipitata: è ancora caccia alle risorse che mancano. E la presentazione alla Link Campus inizia e va avanti senza il ministro.
Quando il titolare del Tesoro arriva a palazzo Chigi si ritrova di fronte un lavoro che è in alto mare, se non sostanzialmente da rifare.
Perchè il documento inviato stamattina proprio da Tria alla Commissione europea non è servito.
Bruxelles non deciderà  mercoledì sulla procedura d’infrazione, ma poco cambia perchè pesa di più il messaggio che la stessa Commissione ha recapitato nel pomeriggio a Conte: se la legge di bilancio non cambia ancora allora la procedura d’infrazione si farà  più vicina.
L’ottimismo sbandierato da Di Maio e Salvini a colpi di tweet e dichiarazioni Facebook a partire dall’una della scorsa notte per l’accordo trovato a Roma si trasforma in un grande silenzio.
I due vicepremier si tengono lontani dalle nuove fibrillazioni che sono tornate a farsi vive sull’asse con Bruxelles. Anche perchè – è il ragionamento ricostruito da alcune fonti di governo – i due hanno già  dato la concessione massima, facendo scendere il deficit dal 2,4% al 2,04%, che a sua volta ha implicato un prosciugamento complessivo di 4 miliardi per il reddito di cittadinanza e la quota 100. Di più non si può e non si vuole fare.
Per loro lo schema inviato è quello, anche nel punto più delicato e che Bruxelles ritira fuori dopo aver letto le carte: i circa 3 miliardi da sottrarre al deficit strutturale chiesti proprio dall’Europa per indirizzare la trattativa verso un esito positivo.
La patata bollente è nelle mani di Conte e Tria. Una lunga riunione, durata oltre tre ore, per provare a trovare un nuovo punto di caduta. Il cantiere si riapre e implica una ricostruzione imponente perchè innanzitutto va a toccare uno dei pilastri della vecchia manovra, quella che nel frattempo si è arenata in Senato in attesa dell’esito della trattativa: la stima del Pil per il 2019.
Per il governo doveva essere all’1,5% e non è un dato esclusivamente numerico. Perchè quando la legge di bilancio è nata – e fino ad oggi – la convinzione sostenuta è sempre stata quella che la chiave di volta era proprio la super crescita.
Nonostante le previsioni dei principali enti e organizzazioni nazionali e internazionali, intorno all’1%, il governo gialloverde ha sempre tirato dritto su questo punto.
L’ha difeso Conte, l’hanno difeso Di Maio e Salvini, e anche Tria. È la teoria della crescita ipertrofica, che secondo l’esecutivo sarà  sostenuta dal reddito e dalla quota 100, capaci di riattivare un ciclo economico non esaltante.
Tutto da coniugare con i verbi al passato perchè ora si tratta sull’1 per cento. Lo chiede, anzi lo pretende Bruxelles, e anche il governo italiano si sarebbe convinto a dare un segnale in questo senso.
Se alla fine sarà  così si registrerà  la seconda retromarcia imponente sulla manovra, dopo il deficit al 2,4% per tre anni, celebrato da Di Maio sul balcone di palazzo Chigi il 27 settembre, e poi fatto scendere fino al 2,04 per cento. Il nuovo schema sarebbe quindi quello di un deficit al 2,04% e un Pil all’1% per il 2019.
La rivisitazione al ribasso della crescita avrebbe due effetti contrastanti.
Da una parte al rialzo (meno crescita, più gettito fiscale, più deficit a parità  di spese). Dall’altro ribassa il deficit strutturale (minore crescita, maggiore deficit nominale consentito – appunto il 2,04% indicato dal governo – che però non entra nel computo deficit strutturale).
E dato che il nodo della trattativa è il deficit strutturale, ecco spiegato il motivo per cui si è messo sul piatto anche il Pil all’1 per cento.
Non porterebbe, quindi, a sballare in eccesso il rapporto deficit-Pil anche perchè – viene spiegato – contemporaneamente si potrebbe ridurre il Pil tendenziale, l’elemento che viene preso in considerazione per calcolare il deficit.
In altre parole il nuovo schema reggerebbe. Solo che politicamente vale molto perchè sarebbe appunto un dietrofront rispetto non solo a un numero, ma a un’idea politica di manovra, quella espansiva che poggia le proprie basi sulla super crescita.
L’intervento sul Pil è legato a un’altra richiesta che arriva da Bruxelles e cioè quella di avere rassicurazioni autentiche sui circa 3 miliardi da mettere sul piatto per tagliare il deficit strutturale.
Lo schema proposto dal governo italiano – che poggia su introiti da dismissioni immobiliari, tagli aggiuntivi nelle pieghe del bilancio e il rinvio di alcune agevolazioni fiscali per le grandi imprese – non ha convinto i tecnici della Commissione.
C’è il rischio che queste risorse non vengano ritenute valide. Si affaccia una nuova caccia al tesoro. Di Maio e Salvini non vogliono figurare tra i partecipanti.
Scivola così una nuova notte tra i Palazzi romani, con la nuova manovra che ancora non c’è. A meno di due settimane da un rischio che sul fronte della credibilità  pesa moltissimo: l’esercizio di provvisorio di bilancio. Di fatto la certificazione dell’incapacità  di costruire un disegno economico per il Paese.

(da “Huffingtonpost”)

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MANOVRA, SLITTA ANCORA LA DISCUSSIONE IN AULA, SALTANO I LAVORI DELLA COMMISSIONE, PROTESTANO LE OPPOSIZIONI

Dicembre 17th, 2018 Riccardo Fucile

PARLAMENTO MORTIFICATO…IL GOVERNO HA MANDATO A BRUXELLES IL “NUOVO SCHEMA” DELLA MANOVRA MA NON E’ DETTO CHE LA UE LO ACCETTI

Slitta l’esame in commissione Bilancio, slitta il voto del Senato. I tempi per dare il via libera definitivo alla manovra entro Natale diventano strettissimi: i lavori a a Palazzo Madama, come stabilito dalla riunione dei capigruppo dopo il vertice di maggioranza di domenica sera a Palazzo Chigi, ripartiranno il 18 alle 9.30.
Protestano le opposizioni che vedono ridursi ulteriormente il tempo per analizzare le modifiche al testo: “Siamo di fronte a una mortificazione senza precedenti del Parlamento”, hanno dichiarato Pd, Forza Italia, Fdi e Leu.
L’ipotesi più probabile a questo punto è che il testo arrivi in Aula a Palazzo Madama venerdì 21 dicembre: in tal caso il voto finale, in terza lettura alla Camera, dovrebbe arrivare alla vigilia di Natale, oppure tra il 27 e il 28 dicembre.
Proprio in queste ore poi si aspettano notizie da Bruxelles. Il governo italiano in mattinata ha inviato alla Commissione “uno schema” con il nuovo quadro macroeconomico con il deficit al 2,04% e le misure della manovra.
Fonti del Mef hanno fatto sapere che ora si aspetta una valutazione e che in mattinata ci sono stati contatti telefonici tra il ministro dell’economia Giovanni Tria, il commissario Ue Pierre Moscovici e il vicepresidente Valdis Dombrovskis.
L’obiettivo è quello di finalizzare quanto prima l’accordo. Poco prima il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas aveva ribadito che “il dialogo con Roma continua” e “decideremo i prossimi passi sulla base del risultato di questo dialogo, che è in corso”.
È “ragionevole” che la manovra arrivi in Aula venerdì, ha detto invece oggi il viceministro dell’economia, Massimo Garavaglia. “Ci auguriamo di essere pronti per domani — ha aggiunto — e presentare tutto quello che serve in modo che da domani si possa procedere e arrivare a chiudere tutto in commissione in maniera ordinata”.
I tempi per l’approdo in Aula “dipendono dai lavori della commissione, non vogliamo mettere tagliole, è una discussione particolarmente rilevante e ci prendiamo il tempo che serve“. Garavaglia ha quindi precisato che il pacchetto di emendamenti del governo di cui si è parlato finora, fatto di circa una trentina di proposte, potrebbe essere meno corposo. “Mi auguro che siano meno, 30 sono effettivamente tanti, quello che è pronto — ha aggiunto — può essere presentato anche oggi”.
Le opposizioni
“Le divisioni della maggioranza, che hanno protratto oltre ogni limite il confronto con la Commissione Europea, stanno causando una mortificazione senza precedenti del Parlamento”, scrivono in una nota i capigruppo dell’opposizione in commissione Bilancio, Gilberto Pichetto Fratin (Forza Italia), Antonio Misiani (Pd), Andrea de Bertoldi (Fratelli d’Italia), Dieter Steger (Gruppo per le Autonomie) e Vasco Errani (LeU).
“Esprimiamo forte preoccupazione per il Paese, rimarcando con forza le gravi responsabilità  del governo per la situazione senza precedenti che si è venuta a creare. È quindi indispensabile che si dia seguito a questa nostra richiesta”, concludono le opposizioni, riferendosi al rinvio dell’approdo in aula della manovra non prima di venerdì, a condizione che il governo presenti la nuova manovra alla ripresa dei lavori della commissione
Renzi: “Una cosa mai vista”
“Mancano 14 giorni al Capodanno e nessuno conosce quale sia davvero la legge di bilancio. È una cosa mai vista”, scrive Matteo Renzi nella sua enews. “Faccio un appello ai parlamentari della maggioranza — aggiunge — A quei parlamentari che ci guardano imbarazzati perchè si rendono conto di quello che sta accadendo ma cercano di minimizzare. Vi hanno fatto scendere in piazza per applaudire il leader dal balcone di Palazzo Chigi. Poi vi hanno fatto votare alla Camera una manovra dicendo che non era quella. Smettete di farvi trattare da spettatori e passacarte. Voi non siete le majorette di Salvini e Di Maio. Avete una dignità . Mostratela, se vi riesce”, attacca Renzi.
“È in corso un affronto senza precedenti al Parlamento”, gli fa eco il presidente del Gruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci. “Dopo 4 giorni di attesa, sconvocate le commissioni, non c’è ancora traccia della legge di bilancio. Siamo al caos istituzionale, M5S e Lega stanno scardinando tutte le regole. La presidente
Le prossime tappe
La manovra finanziaria del governo Conte deve ottenere il via libera dal Parlamento italiano, ma anche quello della Commissione Ue. Per quanto riguarda il fronte interno, alla luce dei rinvii odierni, il via libera definitivo alla manovra potrebbe arrivare al più presto alla vigilia di Natale. Ma è probabile che il voto finale, in terza lettura della Camera, potrebbe tenersi tra Natale e Capodanno. Negli stessi giorni dovrebbe essere convocato, negli auspici di Luigi Di Maio, il Consiglio dei ministri per approvare il decreto sul reddito di cittadinanza.

(da agenzie)

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CINQUE MILIARDI E MEZZO IN MENO PER LE SUPERCAZZOLE DI DI MAIO E SALVINI

Dicembre 17th, 2018 Riccardo Fucile

QUOTA 100 SCENDE DA 6,7 A 4 MILIARDI, IL REDDITO DI CITTADINANZA DA 9 A 6,1, LA STIMA DI CRESCITA DEL PIL DA 1,5 A 1… ISOLATI IN EUROPA, CON CONTE CHE MINACCIA LE DIMISSIONI, I DUE POLTRONISTI SI SONO CALATI LE BRAGHE

Le tante supercazzole raccontate ai noeuro leghisti per spiegare la raffinata strategia del Capitano, che negherebbe di voler uscire dall’Europa per essere più pronto a farlo, adesso però si trovano davanti alla realtà  dei fatti.
Ovvero ai cinque miliardi di euro che alleggeriranno il peso delle due misure-simbolo della Manovra del Popolo: il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni.
Ieri Di Maio in tv con un coraggio da leone ha sostenuto che quei soldi erano “in più” e sono stati tolti per decisione del governo visto che non servivano.
La realtà  è diversa: il 2,4% del rapporto deficit/Pil, sbandierato da Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi,è ormai un ricordo da ritaglio di giornale.
La battaglia della vita si è giocata sulla soglia psicologica del 2% e non sarà  facile per Di Maio e Salvini convincere i rispettivi elettorati che il salto all’indietro al 2,04% è solo una questione di «zero virgola».
Ma di una vera e propria Manovra-Bis, come spiega Roberto Petrini su Repubblica:
Il primo cambiamento rilevante, vero nodo del negoziato, è stato quello delle tre variabili macroeconomiche cruciali.
La prima è il rapporto tra deficit e Pil che la vecchia legge di Bilancio e il Documento programmatico di bilancio avevano fissato al 2,4 per cento e che ora scende al 2,04 per cento.
In realtà  se si va a guardare l’ultima versione del Dpb consegnato dall’Italia a Bruxelles le tabelle cifrano un deficit-Pil superiore, arrotondato per eccesso al 2,5 per cento: dunque lo sforzo di riduzione del disavanzo — come è stato sottolineato dai negoziatori italiani — arriva di fatto quasi a mezzo punto.
L’altro elemento fondamentale è l’intervento sul debito: già  annunciato da Tria nei giorni scorsi il piano di privatizzazioni sale da 0,3 ad 1 punto di Pil rimodulando il profilo del rapporto debito-Pil che fin dal prossimo anno scenderà  dal previsto 130, pre-negoziato, al 129,2 per cento.
Il terzo aspetto è la stima di crescita del Pil: fissata all’1,5 per cento la previsione è ormai obsoleta per via della guerra dei dazi e del rallentamento dell’economia europea, Germania compresa.
Con ogni probabilità  la previsione sarà  fissata all’1 per cento: in questo modo la componente congiunturale delle coperture dovuta sostanzialmente alle nuove entrate viene meno a favore della componente strutturale venendo incontro alle richieste di Bruxelles.
E così dai 16 miliardi del balcone di Palazzo Chigi il fondo dedicato a finanziare le due “bandiere” gialloverdi diminuirà  di oltre 5 miliardi grazie a rinvio dell’attivazione delle misure e all’effetto-rinuncia.
Quota 100, leghista, perderà  2,7 miliardi, scendendo dai 6,7 miliardi previsti a 4 miliardi grazie a vari paletti (mancato guadagno, cumulo, finestre di uscita dilazionate con partenza ad aprile) che provocheranno un effetto-rinuncia di circa il 15 per cento. Il reddito di cittadinanza, grillino — questa è la novità  di ieri — scende sostanzialmente nel 2019 da 9 a 6,1 miliardi, più del miliardo e mezzo di cui si era parlato: in pratica 2,9 miliardi in meno come conseguenza dell’avvio a marzo (9 mesi invece di 12) e, anche in questo caso, dell’effetto-rinuncia che viene valutato al 10 per cento.
Ieri quindi è arrivato l’accordo nel vertice con Giuseppe Conte che ora dovrà  andare a Bruxelles per farsi dire di sì ed evitare la procedura d’infrazione, ammesso che ci riesca
Sulla quale, e non è una sorpresa, concordavano tutti i paesi, anche quei leader che avevano dimostrato (a parole) grande amicizia e vicinanza con Salvini (vedi Orban).
I gialloverdi si sono resi conto di essere isolati e la procedura d’infrazione sarebbe arrivata in ogni caso molto prima delle elezioni europee e senza che un rimpasto possa togliere gli attuali Dombrovskis e Moscovici dai posti che attualmente occupano, visto che la Commissione “scade” a novembre 2019.
L’Italia era sola contro tutta l’Europa e questo gli strateghi del nuovo vittimismo politico non mancheranno di farlo notare per spiegare le loro scelte.
Il problema è che fino a ieri avevano sostenuto che non avrebbero ceduto ai ricatti: ora dovranno spiegare perchè lo hanno fatto.
Ma la tendenza alla supercazzola non manca in seno alla maggioranza. Il punto è fino a quando gli elettori crederanno alle barzellette invece che alla verità .

(da “NextQuotidiano“)

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