Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
LEGA E M5S VOGLIONO ENTRAMBE SCARICARE SULL’ALLEATO LA RESPONSABILITA’ DELLA DISFATTA
Giancarlo Giorgetti deve essere un fine osservatore. Si è improvvisamente accorto ieri che il reddito di cittadinanza non gli piace e piace agli italiani che non gli piacciono. E ha minacciato il ritorno alle urne nel caso in cui non si attuasse il programma di governo, che prevede il reddito di cittadinanza.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha parlato a margine di un convegno sul sovranismo organizzato da Giorgia Meloni e l’uscita è servita a gelare ancora di più i rapporti tra gli alleati di governo dopo la “missione diplomatica” del 2,04 portata a termine da Giuseppe Conte.
E non è un caso che tutto parta da lì.
Dall’annuncio sul taglio del rapporto deficit/PIL previsto nella Manovra del Popolo che ha ammutolito i due vicepremier per più di 24 ore e causato discreti scompensi alla frangia noeuro della maggioranza di governo, e dalla constatazione che c’è ancora della strada da fare per pareggiare i conti con Juncker e Moscovici ma qualcuno non ha intenzione di smuoversi dal fabbisogno di partenza.
Ovvero proprio il MoVimento 5 Stelle, che ieri sera ha capito subito che l’obiettivo di Giorgetti sono gli stanziamenti per il reddito di cittadinanza ma si è chiuso a riccio quando gli è stato chiesto di prendere le forbici.
La situazione è quindi questa: l’UE vuole un ulteriore taglio rispetto al 2,04% sventolato da Conte con corredo di Casalino un paio di giorni fa.
Le misure che punta sono quelle strutturali e quindi ci va di mezzo soprattutto Quota 100, per la quale già da ieri si cominciavano a immaginare ostacoli e paletti per portarla a casa lo stesso, nonostante le critiche dell’esperto di pensioni della Lega Brambilla. 62 anni di pensione per l’Europa rappresentano una marcia indietro rispetto alla legge Fornero che era stata imposta proprio da Bruxelles ma la Lega proprio su quello ha puntato in questa manovra e di cedere non ha nessuna intenzione.
Ecco perchè Giorgetti & Co. indicano il reddito di cittadinanza: la Lega pensa (e comincia a dire) che se c’è da tagliare ancora non si guardasse alla loro porta perchè hanno già dato; piuttosto c’è il M5S che deve ancora fare sacrifici sulla sua misura-simbolo ed è il momento di cominciare a lavorarci.
Il M5S però fa orecchie da mercante e non ha alcuna intenzione di movimentarsi la vita con l’elettorato già piuttosto nervoso.
E allora alla Lega non resta che mandare messaggi per interposto Giorgetti, in attesa del primo vertice in cui Di Maio si presenterà con intenzioni ragionevoli.
Amedeo La Mattina sulla Stampa aggiunge un altro elemento: ora i due leader si rinfacciano la gestione della trattativa.
Salvini, al di là della faccia feroce, nelle ultime settimane è stato più propenso ad assecondare la linea morbida, a circondare di paletti Quota 100.
Di Maio invece ha tenuto duro sul reddito di cittadinanza: più vedeva i sondaggi che davano i 5 Stelle cadenti e maggiore era il suo puntiglio.
Al vicepremier leghista non restava che far finta di non cedere di un millimetro per non dare a M5S un vantaggio. Ora il rinculo delle cannonate sparate contro i «nemici» di Bruxelles si sente e Salvini teme che l’effetto si potrebbe riversare nelle urne quando a maggio si voterà per le europee.
Al centro, in posizione di mediazione tra le due forze, c’è Giuseppe Conte. Il quale rischia di rimanere con il cerino acceso in mano se i due vicepremier decidessero di mollarlo sul più bello (ed è possibile che accada) ma non può oggettivamente fare la voce grossa nè con l’uno nè con l’altro visto che rischia la poltrona.
Ma per lui intanto il tempo stringe. Il problema è accontentare la Commissione prima del 19 dicembre. E su questo punto il premier propone una forzatura nei modi e nei tempi, ormai strettissimi: «Il maxiemendamento? Forse arriveremo tardi per la Commissione e saremo costretti a portare le modifiche direttamente in Aula. Ci piacerebbe rispettare la dialettica parlamentare, ma dobbiamo chiudere». Al Senato entro il 18 dicembre, altrimenti sarà procedura.
Il M5S intanto ha incassato l’addio di Roberto Garofoli al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che arriverà nei prossimi giorni.
Dopo le polemiche sulla manina e, soprattutto, quelle sul dipendente in nero il capo di gabinetto di Tria ha gettato la spugna e si prepara ad essere sostituito .
Per la successione il nome più accreditato è quello di Fortunato Lambiase, attuale capo della segreteria tecnica di Tria e considerato vicino al ministro.
Dal 2012 e fino al giugno di quest’anno Lambiase aveva prestato servizio come consigliere parlamentare presso il Senato.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
MALUMORI E DELUSIONE PER LA DECISIONE DEL GOVERNO DI CEDERE ALL’UE SUL DEFICIT
Quando il premier Giuseppe Conte ha dichiarato che la proposta italiana di abbassare il deficit dal
2,4 al 2,04% del Pil è “nell’interesse anche dell’Europa” la dolorosa presa di coscienza è ormai completata.
E trovare differenze tra l’approccio del Governo gialloverde e quello che lo ha preceduto è diventata un’impresa ardua.
Alla fine dei giochi tra le parti di un teatro tutto politico, anche i parlamentari euroscettici di M5S e Lega che incarnano il volto puro delle battaglie fatte in campagna elettorale ammettono, a modo loro, la sconfitta: dai leghisti Claudio Borghi e Alberto Bagnai al sottosegretario Luciano Barra Caracciolo fino al senatore grillino Elio Lannutti, l’insoddisfazione per come stanno andando le cose tra l’Italia e Bruxelles è visibile, e dà voce ai tanti che soprattutto sui social chiedono conto ai loro rappresentanti di come il Governo possa predicare l’intransigenza e praticare l’accondiscendenza.
La delusione è ancora più tangibile perchè quell’assist che doveva arrivare dallo sforamento annunciato dalla Francia sul deficit, tanto politicamente cavalcato, alla fine non sta dando i risultati sperati: il taglio annunciato da Conte sulla proposta iniziale fatta alla Commissione Europea fa risparmiare circa sette miliardi, che non sono certo spiccioli visto il costo preventivato delle misure centrali della manovra (reddito e quota 100).
E, ha detto Pierre Moscovici, comunque “non ci siamo”.
Il presidente della Commissione Bilancio Claudio Borghi, ospite di Piazza Pulita, non cela preoccupazione: “Se poi succede qualcosa nel corso dell’anno non ci sono più i soldi per far niente”, ha detto a PiazzaPulita. Sarà anche per questo che il Governo ora negozia con la Commissione Ue un possibile scomputo della spesa per il dissesto idrogeologico e per la riduzione dei tempi della giustizia dal calcolo del deficit. In altre parole, una richiesta di “flessibilità ” che stona non poco con i toni battaglieri utilizzati dai gialloverdi fino a qualche giorno fa.
E i sostenitori di Lega e M5S se ne sono accorti.
Le aspettative erano alte, alcuni chiedono dimissioni: “Eh certo, molto logico, sei eletto per portare avanti certe idee e alla prima che non passa ti dimetti così lasci i tuoi elettori senza rappresentanza. Come non averci pensato. Quanti del partito che lei propaganda si sono dimessi dopo l’insuccesso elettorale”, risponde Borghi su twitter. Insomma la prima è persa, e ci si fa a bastare quanto si è riuscito ad ottenere.
Secondo il presidente della Commissione Finanze del Senato Alberto Bagnai, non è poco: lo scarto tra deficit programmatico e tendenziale è di -1,2 con questo governo, la media per quelli tra il 2014 e il 2018 è di -0,4, scrive sul suo blog.
“Il sentiero stretto di Padoan è diventato a quattro corsie”, aggiunge. Ma ammette che rispetto a quanto aveva consigliato in Senato prima della partenza del premier Conte per Bruxelles, “pare che le cose stiano andando in modo diverso”.
Conte non ha seguito i consigli del senatore e “voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta”.
E aggiunge: “L’acquiescenza a richieste che in termini economici sono del tutto surreali viene vista da molti di voi come una inopportuna arrendevolezza. Può darsi”.
Ad essere profondamente deluso è invece il senatore grillino Elio Lannutti: “Dopo il 3,4% della Francia, dovevamo rilanciare al 3% almeno. Parlo per me, che sono molto arrabbiato per questo immotivato cedimento, specie dopo la rivolta dei gilet gialli. Così non va!”.
Il sottosegretario all’Economia Luciano Barra Caracciolo è scettico: “Naturalmente per il 2020 sarà in più necessaria manovra fine 2019 di taglio di almeno 0.6. Non negoziabile. Quale che sia la maggioranza (si fa per dire) nel parlamento europeo in esito alle elezioni di maggio”.
Sul sito ScenariEconomici che da sempre appoggia la linea economica del Governo Gialloverde e sul quale si possono leggere a volte interventi del ministro Paolo Savona, sono apparsi diversi articoli critici nei confronti del cedimento di Conte alle richieste dei Commissari Moscovici e Dombrovskis.
A proposito di Savona, il ministro per gli Affari Ue non si è ancora espresso sulla trattativa in corso con l’Ue: d’altronde, fu lui stesso a dire che ci sarebbe stata la possibilità di trovarsi di fronte a una “scelta drammatica”, nello scontro con Bruxelles, e che questa scelta sarebbe poi spettata al Parlamento.
Qui sta per arrivare la nuova manovra a saldi di bilancio variati di uno “zero virgola”, frutto di una contrattazione tecnica che in realtà cela la partita tutta politica: quella tra i leader del Governo del Cambiamento e la Commissione Europea che, nella ferrea applicazione dei Trattati, non cambia mai.
Anche su questo il Parlamento sarà chiamato a dare il suo voto, caricandolo di significato.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
PER MOLTI PAESI LA PROPOSTA DELL’ITALIA VA RIVISTA SULLE PENSIONI
Un colloquio di mezz’ora stamane al primo piano dell’Hotel Amigo in centro a Bruxelles, dove
alloggiano entrambi, in questi giorni di consiglio europeo ma soprattutto di trattative tra Italia e Ue sulla manovra.
Angela Merkel tende la mano a Giuseppe Conte, che con il bilaterale con la Cancelliera entra nel vivo dei negoziati sul nuovo documento di bilancio presentato al presidente della Commissione Jean Claude Juncker mercoledì scorso.
Il deficit promesso per l’anno prossimo si è abbassato al 2,04 per cento, non più il 2,4 per cento.
La tedesca apprezza gli sforzi, si dimostra ‘amica’ dell’Italia. Ma nel colloquio con il presidente del Consiglio italiano non nasconde le sue preoccupazioni.
Merkel è preoccupata soprattutto dal progetto di superamento della legge Fornero sulle pensioni, quel ‘quota cento’ su cui Matteo Salvini non molla.
In effetti il ‘siluro’ in mattinata arriva da Roma, plana sui tavoli delle trattative qui a Bruxelles, su quelli tecnici tra i dirigenti del Tesoro e i loro omologhi in Commissione.
Soprattuto sul confronto tra Merkel e Conte. In una dichiarazione all’Agi, infatti, Salvini insiste: “Quota cento non si tocca”. E ribadisce che la misura deve essere “triennale, con prima finestra utile ad aprile”, per andare in pensione.
Non è una frase beneaugurante per le trattative del governo in corso a oltranza a Bruxelles. Anche perchè il tempo stringe: un accordo deve essere trovato entro domenica per evitare la procedura di infrazione per deficit eccessivo legato al debito. Entro domenica, in modo che il governo faccia in tempo a presentare in Senato gli emendamenti che serviranno a correggere la manovra licenziata dalla Camera, evidentemente superata.
Entro domenica così la settimana prossima la Commissione sia nelle condizioni di frenare sulla procedura di infrazione se non proprio chiuderla formalmente, che sarebbe il massimo del risultato.
Ma la soluzione non è ancora a portata di mano. Conte ne parla con Merkel. Con lui c’è anche il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, attivissimo nei rapporti diplomatici con gli altri governi europei e con Bruxelles nella complicata gestione della manovra economica italiana, bocciata dalla Commissione ormai quasi due mesi fa.
A Bruxelles resta in attesa il ministro Giovanni Tria, che ieri ha incontrato i commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis e li incontrerà di nuovo nel pomeriggio. Il commissario francese è decisamente ‘colomba’ della trattativa, soprattutto ora che la Commissione si prepara a fare concessioni a Emmanuel Macron che cerca di placare i gilet gialli con misure che alzeranno il deficit della Francia forse oltre il tetto del 3 per cento.
Il lettone è più rigido, come tutti i nordici, ma a questo punto l’ampiezza dei suoi margini di manovra dipende dalle risposte di Roma.
Quota cento, per come la immagina Salvini, rimane un pugno allo stomaco per un’Europa che in questo modo vede minata la riforma Fornero, l’unica riforma apprezzata a Bruxelles come veramente strutturale in modo da mettere a posto i conti pubblici italiani.
Ammesso che le richieste della Lega non incidano sul deficit nominale dell’anno prossimo (fissato ormai al 2,04%), possono però creare problemi a quello strutturale. Cosa non da poco.
La Commissione e anche la Merkel sono convinti che andrà così. Ecco perchè insistono a chiedere garanzie prima di firmare l’accordo.
Conte continua a trattare. I canali con Roma sono sempre attivi. Era previsto anche un bilaterale con il premier olandese Mark Rutte, uno dei più duri contro l’Italia sul bilancio. Pare che problemi di agenda non lo permetteranno.
E certo se ci sono ancora nodi da sciogliere e se la prima a segnalarlo è Merkel, difficile che Rutte si sieda al tavolo per dire la sua.
La posizione è nota: l’Italia deve rientrare nelle regole del patto di stabilità per non causare scossoni alla zona euro.
(da “Huffintonpost”)
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Dicembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
CALANO I SOLDI DEL REDDITO DI CITTADINANZA DA 9 A 7,5 MILIARDI, SCENDONO DI 2 MILIARDI I SOLDI PER QUOTA 100 TRA ACCUSE RECIPROCHE… E CON CONTE CHE NON HA PRESENTATO ALLA UE UN ARTICOLATO CON IMPEGNI PRECISI MA SOLO PUNTI GENERICI
“Ci avete portato voi in questo cul de sac, ora trovate il modo di uscirne, noi abbiamo dato”. Da
ieri sera il quartier generale della Lega è irritato con il Movimento 5 stelle. Nella cena andata in scena in un freddo giovedì sera romano Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sono guardati con sospetto.
Il Carroccio sventola in faccia agli alleati le foto del balcone di Palazzo Chigi, oggi diventate disturbanti: “Si doveva procedere con più cautela, ora rischiamo di diventare lo zimbello del paese”.
È da qui che parte il film della giornata.
È una trattativa che va avanti su due gambe quella intorno alla legge di bilancio.
La prima è quella con Bruxelles. Giovanni Tria è in Belgio, ha mandato di chiudere la partita evitando l’infrazione secondo le linee guida illustrate da Giuseppe Conte alla Commissione europea.
Un pacchetto che fa scendere il deficit fino al 2,04%, e che costa circa 7 miliardi da trovare in pochissimo tempo. Ma che non è stato sostanziato.
Il presidente del Consiglio ha infatti portato con sè nella capitale belga non un articolato di misure e commi già nero su bianco, ma una serie di punti formulati più o meno genericamente sui quali avere il via libera. La manovra, quella vera, è tutta ancora da scrivere.
È da qui che si muove la seconda gamba. Quella che coinvolge gli alleati di governo. Sempre che di trattativa si possa parlare.
“Noi abbiamo già dato”, ha tagliato corto Salvini, riferendosi ai circa due miliardi che verranno risparmiati dalla riforma delle pensioni, ora tocca a voi. Perchè toccare le risorse del reddito di cittadinanza non dà nessuna garanzia di poter mantenere inalterata la platea e di non toccare l’importo degli assegni erogati.
Sono ore di continue riunioni della war room 5 stelle.
In transatlantico alla Camera appare fugacemente Laura Castelli, tenutaria del dossier. Il nervosismo è palese, la voglia di parlare pressochè nulla.
Fonti di Palazzo Chigi spiegano in mattinata che “nella valutazione della platea si è inserito un aggiustamento del 10% dovuto a un fattore statistico. Se sono 100 ad averne diritto, non significa che siano poi effettivamente tutti e 100 a fare concretamente la domanda”.
Una riduzione dei possibili beneficiari per sbadataggine o inadempienza. Alla fine una fonte di primo piano conferma ad Huffpost: “Lo stanziamento previsto sarà di 7,5 miliardi nel 2019, e di 8 per i due successivi”. Un calo sensibile rispetto ai 9 miliardi per anno previsti dall’attuale formulazione.
Attuata la retromarcia, per il Movimento è fondamentale ribadire che nulla verrà mutato. Mani avanti per dire che il taglio dei fondi sarà indolore ai fini dei paletti già piantati, ma necessario per evitare l’eurostangata.
La situazione è intricatissima, con Conte e Tria a negoziare a Bruxelles e con i due vicepremier che si inabissano e continuano a lavorare affinchè i rispettivi universi paralleli rimangano intonsi e sereni.
Per la metà della settimana prossima è fissata l’ora X: quella nella quale al Senato andrà presentato il maxi emendamento che riscriverà la manovra.
Il percorso è impervio e non privo di ostacoli, la corsa affannosa, la modifica delle misure madre provoca a cascata un ripensamento di tutte le altre.
E tra i due leader di partito le nubi continuano a essere dense.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
MEGLIO TIRARE A CAMPARE FINO ALLE EUROPEE, MA AGLI ITALIANI LA LORO ARROGANZA E’ COSTATA UN MILIARDO IN 80 GIORNI
Due momenti, due luoghi, due immagini. Due dettagli per il tutto.
Gli ultimi 80 giorni della fallimentare campagna d’Europa di Salvini e Di Maio si riassumono in due scatti iconici.
Il primo, il 27 settembre, l’inizio della storia, il guanto di sfida lanciato in faccia agli euroburocrati di Bruxelles: Di Maio che con gli occhi spiritati si affaccia dall’elegante balcone di palazzo Chigi esultando per aver sconfitto il “Cerbero” Tria, incassato il deficit/pil al 2,4% e “abolito la povertà “.
Il secondo, il 12 dicembre, la fine o quasi della disfida, la resa ai tecnici della Commissione europea: i due vicepremier che a notte fonda escono assieme al premier Conte da una ruspante trattoria romana, una di quelle da coda alla vaccinara a 13 euro, i musi lunghi e le facce tirate, il silenzio-assenso alle domande dei cronisti sui 7 miliardi sacrificati sull’altare di Bruxelles, “parla Conte, chiedete a Conte”.
La ritirata è evidente. Perchè di ritirata si parla.
Non è l’inizio della fine del governo gialloverde – chi ci spera ne resterà deluso – nè l’inizio della “normalizzazione” di Lega e M5s.
Altamente improbabile una crisi di governo, almeno fino alle elezioni europee.
Perchè la scelta di cedere sui conti pubblici alle richieste di Bruxelles non è il colpo destinato a far vacillare i due dioscuri gialloverdi bensì l’esatto contrario. È la scelta, a malincuore ma ponderata, di fare un passo indietro per salvare le penne invece che rimettercele.
L’intento tutt’altro che nobile di preferire il tirare a campare invece che tirare le cuoia. Il giorno in cui i due leader si svegliano meno Churchill e più Andreotti.
Insomma, per i due il tanto temuto Tsipras moment, per dirla alla Monti, è arrivato. Ovvero quello specifico momento in cui il premier greco, fattosi eleggere per contrastare la troika europea, si è invece accucciato a più miti consigli e accettato la cura da cavallo imposta da palazzo Berlaymont, altro che sogno rivoluzionario in terra ellenica.
Per i due sovran-populisti italici la campanella è scoccata quando, qualche giorno fa, l’Istat ha certificato che la già flebile spinta dell’economia non solo si è fermata ma ha anche cambiato verso e di conseguenza il teorico del cigno nero, il ministro Savona, ha per la prima volta pronunciato la parolina più temuta dagli economisti: recessione. Lì matura la retromarcia.
Salvini e Di Maio capiscono di non potersi permettere un 2019, anno elettorale, che parta con tre micce pronte ad innescare la stessa bomba: crescita stagnante, procedura d’infrazione con l’Europa e spesa pubblica a profusione.
Laddove la bomba si chiama spread e la cui esplosione ha come unico effetto fare andare in fumo buona parte dei risparmi degli italiani.
Quindi meglio alzare il piede dall’acceleratore, rallentare e mettersi in andatura di crociera, tanto se nei prossimi sei mesi le cose non andranno bene e l’auto deraglia la colpa sarà attribuita sempre all’arcigna e matrigna Europa.
Poi, dopo le Europee, si vedrà . Politicamente si entrerà in una nuova era geologica.
Intanto però in questi 80 giorni le sole parole di fuoco di leghisti e pentastellati, come ha ricordato più volte il governatore Bce Draghi, hanno già fatto danni
Hanno costretto lo stato – e quindi noi contribuenti – a pagare più soldi per interessi per quasi un miliardo, vista l’impennata dello spread.
anno costretto le famiglie che hanno acceso nuovi mutui a contrattare tassi più alti. Hanno costretto le banche a vedere i propri corsi azionari prendere più di un capitombolo a Piazza Affari.
Tutto ciò per 80 giorni di propaganda a uso elettorale.
Ma si sa, tanto per la politica a pagare è sempre Pantalone. E Di Maio e Salvini non fanno eccezione.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
SI SCOPRE CHE QUOTA 100 ORA PARTIREBBE DA OTTOBRE 2019, QUANDO MAGARI IL GOVERNO SARA’ GIA’ CADUTO, MA SUFFICIENTE PER PRENDERE PER I FONDELLI GLI ITALIANI ALLE ELEZIONI EUROPEE
Sulla legge di bilancio il Governo italiano ha fatto buoni progressi, ma ci sono ancora da fare delle
valutazioni tecniche, sottolinea un portavoce della Commissione dopo l’incontro a Bruxelles tra Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro Giovanni Tria, con il presidente Jean Claude Juncker e i due vice Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici.
Ma soprattutto ora la Commissione dovrà confrontarsi con gli Stati membri ed eventualmente convincere i falchi olandesi, i finlandesi, gli austriaci, insomma i più furiosi con Roma.
Giovedì tutti i leader europei arriveranno a Bruxelles per il Consiglio europeo di fine anno. Sarà l’occasione per confrontarsi, nei colloqui a margine, delle nuove carte portate da Conte ai commissari.
Nuovi saldi, che fanno scendere il deficit nominale dal 2,4 per cento – la punta dell’iceberg che ha scatenato la bocciatura europea del documento di bilancio italiano – al 2,04 per cento.
Insomma, poco al di sopra del 2 per cento, laddove la Commissione chiedeva però l’1,8, al massimo 1,9 per cento.
Messa così, il 2,04 per cento sembrerebbe la giusta mediazione tra le due posizioni, ammesso che non cresca il deficit strutturale, come promette Conte annunciando una crescita addirittura superiore alle previsioni del governo.
Ecco perchè la Commissione vuole vederci chiaro.
Arrivare all’ultimo momento a Bruxelles con una nuova proposta è servito al Governo italiano per cercare almeno di rimandare la procedura di infrazione sulla quale la Commissione si preparava a compiere un altro passo decisivo la settimana prossima, scrivendo le raccomandazioni per Roma da passare all’esame dell’Ecofin il 22 gennaio per la scelta definitiva.
Ecco, il fatto che si negozierà ancora, come sottolineano fonti del Mef annunciando che Tria si siederà ancora ai tavoli europei a partire dai prossimi giorni, può produrre uno slittamento delle decisioni finali a dopo le feste natalizie.
A quanto si apprende, l’ormai nota ‘quota 100’ sulle pensioni, la più invisa ai leader europei, scatterà solo a ottobre dell’anno prossimo. Tenuto conto dell’esigenza di “garantire la continuità e il buon andamento dell’azione amministrativa” i lavoratori pubblici che conseguiranno il diritto alla cosiddetta Quota 100 entro il primo aprile 2019 potranno andare in pensione dal 1 ottobre 2019, si legge nella bozza di provvedimento sulla previdenza secondo l’Ansa.
Anche Tria, in evidente difficoltà in un Governo che con l’Ue ha tirato la corda fino all’ultimo, parla in termini positivi al termine dell’incontro.
“Evitare la procedura? Sto lavorando per questo: sono molto ambizioso, non mi sarei seduto al tavolo per risultato minore”, dice Conte. Se andrà davvero così, lo si capirà nel confronto tra i leader nazionali, come sempre in una Unione in cui non decidono le istituzioni europee in quanto tali ma gli Stati.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
TAGLIATI 3,5 MILIARDI DA QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA (DA 16,7 A 13,2 MILIARDI)… GLI ALTRI 3,5 SONO ALEATORI, HANNO GONFIATO ANCORA LE DISMISSIONI FARLOCCHE
Dal 2,48% al 2,04%, che tradotto in soldi fanno circa 7,5 miliardi in meno.
Al termine di un faccia a faccia a Bruxelles con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, durato più di due ore, è il premier Giuseppe Conte a rivelare l’ultima carta giocata dal governo italiano per provare ad evitare la procedura d’infrazione.
Eccola la nuova manovra, con un taglio imponente sul fronte del deficit.
Una retromarcia rispetto alla linea oltranzista del 2,4% per tre anni sbandierata dai 5 Stelle sul balcone di palazzo Chigi il 27 settembre.
Il premier è fiducioso e riferisce che l’Ue ha ritenuto la proposta “importante e significativa”.
La Commissione, attraverso un suo portavoce, è più cauta: “Buoni progressi sono stati fatti, la Commissione europea valuterà ora le proposte ricevute, i lavori continueranno nei prossimi giorni”.
Il governo italiano spera che la lunga e delicata partita sulla legge di bilancio possa chiudersi con l’impegno messo in campo, ma nelle ore precedenti all’incontro da ambienti europei è filtrata la richiesta di scendere ulteriormente, fino all’1,8 per cento. La differenza è minima (lo scostamento è di circa 3,6 miliardi), ma allo stesso tempo Conte sa che ha già ottenuto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio l’apertura più ampia possibile. I due vicepremier non sono disposti ad andare oltre.
Il premier rassicura sul fatto che il governo “non rinuncerà a nulla” sul versante delle due misure cardine della manovra, cioè il reddito di cittadinanza e la quota 100, na non è vero.
Come si è arrivati al 2 per cento?
Per scendere dal 2,4% iniziale si è innanzitutto intervenuto con uno sgonfiamento delle due misure care a Lega e 5 Stelle. Il Fondo per l’attuazione del programma di governo passerà da 16,7 a 13,2 miliardi.
Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro della Lega, ha già messo nero su bianco in un’intervista al Corriere della Sera il risparmio previsto sul versante quota 100: 2 miliardi. 1,5 arriverebbero dai 10 in cassa per il reddito di cittadinanza (9 più 1 per i centri per l’impiego).
Il restante 0,2% viene racimolato da un piano di dismissioni rafforzato rispetto a quello indicato nell’ultimo documento di bilancio.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
I PARAMETRI SONO DIVERSI, DAL TASSO DI CRESCITA ALLA DISOCCUPAZIONE, DAL DEBITO ALLO SPREAD… IL CONFRONTO TRA UN’ECONOMIA SANA E UNA IN RECESSIONE
Il paragone tra Francia e Italia, purtroppo per noi, non regge. 
Con i cugini d’Oltralpe condividiamo molte cose ma non lo stato dell’Economia. A confrontare i dati pubblicati dalle Autumn Forecast della Commissione Europea, ora sotto il tiro dei gialloverdi che reclamano egual trattamento, le differenze sono rilevanti.
A partire dal tono dell’economia, brillante in Francia e vicino alla recessione in Italia: Parigi viaggia il prossimo anno all’1,6 per cento e noi siamo sotto l’1, come ci attestano tutti i previsori internazionali, se andrà bene. Investimenti e disoccupazione in calo al 9 per cento in Francia, investimenti che stentano e disoccupazione al 10,4 per cento in Italia.
La partita si potrebbe chiudere qui, se non fosse che i gialloverdi pretendono che all’Italia venga concesso lo stesso – ipotetico – trattamento della Francia e dunque che non venga aperta la procedura d’infrazione.
Due errori: il primo è che la nostra procedura d’infrazione è per il debito che raggiungerà il prossimo anno il 131 per cento del Pil e non è calato come prevedono le regole europee, mentre in Francia è stabile al 98,5 per cento; il secondo è che, come ha già detto la Commissione, non è affatto escluso che la procedura – per deficit, sia inteso – non verrà aperta quando come per tutti si esamineranno i conti a consuntivo in aprile.
Si può insistere sottolineando che la Francia il prossimo anno arriverebbe oltre il 3 per cento forse al 3,5 per cento di deficit.
Anche in questo caso bisogna guardare bene dentro le cifre e non basarsi sull’apparenza. Il deficit del prossimo anno stimato dalla Commissione per la Francia era già salito al 2,8 per cento ma questo, come rilevano le stime di autunno di Bruxelles, è dovuto a misure una tantum per circa un punto di Pil.
Di conseguenza il deficit-Pil effettivo sarebbe di circa l’1,9 per cento nel 2019, tant’è che per il 2020 la Francia già stima di tornare all’1,7 per cento. Il picco “one-off” è dovuto all’effetto temporaneo di una radicale riforma del sistema fiscale delle imprese che viene introdotta dal prossimo anno e che provocherà un mancato gettito dovuto alla contemporanea restituzione di crediti di imposta e al ritardo di incassi della nuova ritenuta alla fonte.
Al netto di questa operazione siamo all’1,9 per cento con ampi margini per il nuovo intervento da una decina di miliardi deciso da Macron per sedare la rivolta dei gilet gialli che lascerebbe il deficit ben sotto il 3. Del resto lo spread francese con il bund, seppure in salita da quando il ceto medio francese è in piazza perchè sale il prezzo del gasolio, è a quota 45 mentre noi siamo almeno quattro volte più in alto. E’ il giudizio dei mercati.
Per questo motivo più che chiedere alla Commissione di lasciarci fare come la Francia, come fanno i gialloverdi, è molto meglio tentare di richiamare il ruolo politico della Commissione Juncker, sottolineare come l’isolamento dell’Italia sia paradossalmente dovuto alla sommatoria di vari sovranismi europei e chiedere un processo d’appello mostrando buona volontà e facendo leva sui molti nostri guai, a cominciare dalla polveriera del Sud.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
IL 2% POTREBBE NON BASTARE, PREVISTI TAGLI A QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA
A pochi minuti dall’incontro tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il presidente della
Commissione europea Jean Claude Juncker prevale il pessimismo a Palazzo Chigi mentre si fa strada anche l’ipotesi che il capo del governo porti al tavolo del confronto con Bruxelles un abbassamento del deficit al 2%.
Uno scenario che – spiegano fonti di Palazzo Chigi a Repubblica – “non è confermato, nè smentito” e che comunque ha contribuito ad abbattere lo spread di oltre 15 punti in mattinata.
Secondo le stesse fonti poi, come riportato da molte agenzie di stampa, i saldi sono stati messi “nero su bianco”, ma tutti sono consapevoli che “sarà durissima evitare la procedura d’infrazione dell’Europa nei confronti dell’Italia”.
A Palazzo Chigi, riferisce invece l’Adnkronos, ci sarebbe “grande preoccupazione” sull’esito della trattativa.
I saldi sono cambiati, ma “non al punto di accontentare le richieste dell’Europa, che vorrebbero scendessimo sull’1,8%”. Per il governo gialloverde si tratterebbe di una richiesta “impossibile” da accettare. Preoccupazione anche da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che, nel corso della colazione al Quirinale con il premier Conte e diversi ministri, parlando della trattativa del governo con la Commissione europea, ha auspicato – si è appreso – che si possa trovare un accordo, perchè la procedura d’infrazione rischia di creare problemi pesanti all’economia del Paese. L’auspicio di Mattarella è stato condiviso dai presenti. Si è anche parlato di bilancio Ue con un allarme su alcune proposte di riforma dei meccanismi che potrebbero danneggiare in futuro l’Italia.
Quel che ormai pare certo è che Conte si presenterà a Juncker con una proposta che prevede una riduzione della dote per le due misure cardine della Maggioranza gialloverde, quota 100 e reddito di cittadinanza.
Anche se La Legge di Bilancio approvata alla Camera non include le norme in quanto tali, ha però previsto i fondi necessari alla loro attuazione. Ora l’esecutivo pensa di ridurre questi “bacini” alleggerendo il peso della Manovra e portando così il deficit dal 2,4% stimato dl governo, a un livello più gradito a Bruxelles.
L’incontro con Juncker è previsto alle ore 16 al Palais Berlaymont, sede della Commissione europea.
(da agenzie)
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