Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile
PAROLE DURE CONTRO I MAGISTRATI, ATTACCO ALL’OMOSESSUALITA’ DI CROCETTA, NIENTE CODICE ETICO, COC(C)A CON BERLUSCONI: LE POSIZIONI DI MICCICHE’ SONO INCONCILIABILI CON IL MANIFESTO FUTURISTA DI BASTIA UMBRA
Per chi avesse avuto ancora dei dubbi sulla cazzata planetaria di Fini nel decidere di
“sparigliare” i giochi (per perderli meglio) nelle elezioni regionali siciliane che si terranno a ottobre, appoggiando, con Lombardo, il candidato Miccichè, sono arrivate le prime dichiarazioni dello stesso ex braccio destro di Dell’Utri.
Immaginate se a un leghista venisse comunicato che da via Bellerio è arrivato l’ordine di appoggiare un candidato che vuole il centralismo romano, l’immigrazione libera, il lavoro prima agli stranieri e che le tasse se le tenga tutte Roma.
Come minimo straccerebbero la tessera dopo aver proposto che i vertici siano sottoposti a un trattamento sanitario obbligatorio.
In Fli accade e nessuna presa di distanza avviene tra i deputati ormai in libera uscita, si incazza solo una buona fetta dei militanti sopravvissuti, quelli che in due anni hanno dovuto sopportare tutto e l’incontrario di tutto, compreso i Nan e il defenestramento di Angela Napoli, forse troppo anti-‘ngrangheta per rimanere al suo posto.
In 24 ore in Sicilia avviene il miracolo: si passa dalla difesa a oltranza dei magistrati dell’antimafia alla Ingroia da parte di Fabio Granata alle pesanti critiche ad essi rivolte da Miccichè, dalla richiesta di non presentare candidati con indagini a loro carico in corso di Granata al via libera per gli stessi da parte di Miccichè “perchè non bisogna esagerare, uno non è colpevole fino alla condanna definitiva”.
E ancora da una campagna elettorale su contenuti e programmi auspicata da Granata a battute da caserma di Miccichè sulla omosessualità mai nascosta del candidato Pd-Udc Crocetta.
Le battaglie della Perina e di Raisi contro l’omofobia cancellate in un attimo da un “aspirante” (nel senso che aspira) macho siculo”.
Ma Fini non aveva detto che l’operazione in Sicilia era per far perdere i berlusconiani?
Eccolo servito, Miccichè dichiara che ha sentito il Cavaliere (che gode sempre, ricambiato, della sua stima) e che cercherà di convincerlo a chiedere ai siciliani di votare per lui, in nome dei vecchi e recenti trascorsi forzisti e pidiellini.
Insomma Pdl come il Milan, con una squadra A (quelli di Alfano, Musumeci e gli ex An) e una B (con Miccichè, DellUtri e la vecchia guardia berlusconiana sull’isola).
Passata la commemorazione di Borsellino, insomma, la classe dirigente di Fli puo’ anche allearsi con chi è stato accusato di concorso esterno ad associazione mafiosa e chi di farsi portare cocaina in Parlamento.
Fini ha “consigliato” questa linea e ciò permetterà a qualche deputato siciliano, alle prossime politiche, grazie a questa intesa do ut des, di mantenere la propria poltrona.
Dimenticavo: la giustificazione che fanno intendere è che per far perdere Musumeci bisognava “sparigliare”, che Miccichè è sotto controllo e che se vincesse Crocetta poi ci sarebbe un accordo con lui.
Insomma per far vincere un candidato non si sta con lui, si sta con personaggi dubbi e contro altri ancora, sperando però che vinca il terzo.
Presentarsi da soli? Non sia mai detto che ci si faccia contare e che si rischi di finire sotto il quorum del 5% richiesto.
Alla fine, con un listone unico e il gioco delle preferenze, vedrete Miccichè e Lombardo che mazzo faranno ai candidati di Fli…
In fondo sono stati buttati a mare solo dei principi e dei valori di riferimento, che volete che sia.
Per i creduloni e gli interessati va bene cosi.
In alto i cuori.
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Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile
FAIDA INTERNA CONTRO MUSUMECI… CON L’EX FEDELISSIMO DI SILVIO AUTONOMISTI, GRANDE SUD E FINIANI
Alla fine nel centrodestra hanno prevalso odi personali e veti incrociati. 
Il tentativo di formare la vecchia coalizione è fallito, così l’ex centrodestra in Sicilia si presenterà alle elezioni di ottobre con due candidati: Gianfranco Miccichè e Nello Musumeci. Ma c’è chi non esclude ulteriori colpi di scena, come i malpancisti del Pdl che spingono per una candidatura interna. Sarebbe la terza.
Musumeci però mette le mani avanti: «Ieri sera ho sentito Alfano, mi ha confermato l’appoggio del Pdl»; nessun contatto invece con Berlusconi.
Nel centrosinistra il cantiere rimane aperto.
Anche qui i candidati sono due, Rosario Crocetta (Pd, Udc e Api) e Claudio Fava (Sel).
Idv deve ancora decidere, lo farà venerdì quando Di Pietro volerà a Palermo per chiudere la partita. «Mai comunque con l’Udc», giura il coordinatore dei dipietristi nell’isola, Fabio Giambrone, che sul pm Antonino Ingroia dice: «Sarebbe una candidatura autorevole».
Il magistrato allarga le braccia: «Io candidato alla Regione? Non mi risulta».
Pur nella confusione che regna nei partiti, il quadro delle alleanze comincia a delinearsi. L’accordo nel centrodestra, a cui in pochi per le verità avevano creduto, è saltato dopo otto giorni di febbrili trattative.
Riunioni, colloqui a Palermo, a Catania e a Roma non sono serviti, Musumeci così ha alzato bandiera bianca.
«Mi sono accorto di muovermi in un terreno minato, reso insidioso da veleni e lividi prodotti dalle vicende politiche degli ultimi anni. Ho riscontrato un tasso di odio inimmaginabile», spiega l’ex eurodeputato di An, che malgrado Grande Sud e autonomisti lo abbiano «mollato» dopo averne lodato la caratura politica, conferma la propria candidatura.
«Il mio progetto sicilianista rimane integro e incontaminato», chiarisce, rispondendo così a chi tra gli ex alleati gli imputa di avere dato troppo spazio al Pdl, snaturando gli accordi iniziali. «Credo che le ragioni siano diverse e riconducibili ad altri tavoli, ad altri palazzi», accusa Musumeci che fino all’ultimo ha mandato segnali di pace «all’amico Miccichè» (era stato proprio Miccichè a candidarlo), provando a ricucire.
Tutto inutile.
A poche ore dalla rottura, Miccichè ha riunito i suoi e dopo avere discusso con i dirigenti del Partito dei siciliani-ex Mpa, Mps e Fli che lo avevano invitato a candidarsi, ha sciolto la riserva: «Prendo atto della determinazione dei soggetti politici che mi hanno chiesto di guidare il progetto di autonomia politica della Sicilia e di rappresentanza piena dei suoi interessi territoriali: da questo momento il mio impegno sarà lto all’allargamento ulteriore della base politica, già molto forte, che mi sostiene».
A far saltare il banco ha contribuito Fli, contrario fin dall’inizio a Musumeci, con un pezzo del partito, guidato dal vice presidente Fabio Granata, pronto a convergere sull’ex comunista, Rosario Crocetta, candidato di Pd e Udc.
Anche Musumeci è convinto sul ruolo avuto da Fini. «Non voglio aprire polemiche, credo che il telefono della presidenza della Camera, in questi giorni, sia stato impegnato in lunghe conversazioni con Palermo e Catania e questo la dice lunga sul reale interesse nei confronti della Sicilia», attacca l’ex missino che incassa il consenso degli ex colleghi di partito da La Russa a Gasparri, da Alemanno a Urso.
Come viene ventilata l’ipotesi di un appoggio a Miccichè, anche la base dei militanti finiani va in ebollizione.
La pagina personale su Fb di Fabio Granata viene inondata di proteste: dopo quasi 24 ore di silenzio il deputato pubblica questo comunicato che conferma l’accordo.
“Ho avuto un lungo colloquio politico con Gianfranco Fini sulle regionali in Sicilia e su questa operazione tendente a “sparigliare”le carte del vecchio centro destra, sottraendogli il determinante peso elettorale degli autonomisti e di Grande Sud:alla fine non ho potuto che convenire sulla portata “tattica”della manovra
Ho pero’ fatto rilevare la mia contrarietà strategica alla stessa poichè ero, e resto, convinto che poteva essere Fli l’elemento di novità delle regionali.
Purtroppo ho dovuto convenire con Fini che questo era un disegno al quale mancavano due essenziali condizioni:il coraggio e la generosità di alcuni nostri dirigenti,ad iniziare dai deputati regionali uscenti.
Se uno il coraggio non lo possiede, non può darselo:con Micciche’ hanno recuperato serenità e qualche dirigente giovanile la parola,anche sulle agenzie..
Nei prossimi giorni troveremo comunque parole e azioni per rilanciare il patrimonio da voi rappresentato,quello della Nuova Destra legalitaria e repubblicana.
Patrimonio che nessuno potrà mai far tacere o indebolire.”
Da quel momento sono stati centinaia i commenti e gli interventi contro la scelta dei vertici romani.
Il commento del ns. direttore
LA POLITICA DI DON ABBONDIO
Fabio Granata nel suo comunicato richiama, a proposito dei consiglieri regionali siciliani uscenti di Fli, il passo manzoniano “se uno il coraggio non l’ha, non se lo può dare”.
Se l’ipotesi fosse vera, sarebbe uno dei rari casi in politica dove la linea di un partito non viene decisa dal segretario nazionale, ma da quattro consiglieri che antepongono i propri interessi a quelli della comunità umana cui nessuno li ha obbligati ad aderire.
La decisione finale di Fli dimostra che i Don Abbondio proliferano anche a Roma, non solo in Sicilia, e che di tempre alla fra Cristoforo ai vertici del partito non ve ne sono.
Fini non ne azzecca una da tempo e nella fattispecie non ha fatto che confermare questa teoria.
Fli è passato in poche settimane dalla candidatura di Fabio Granata al ventilato appoggio a Crocetta (portato da Pd e Udc) per finire per fare la ruota di scorta a un personaggio le cui amicizie e frequentazioni sono inconciliabili con i principi stessi di Fli.
Per molti, dietro la presentazione di Miccichè, c’è una strategia chiara: il Pdl in Sicilia è spaccato tra chi appoggia Alfano, alleato con gli ex An, e la vecchia guardia di Dell’Utri .
Problema risolto: i primi presentano Musumeci, i secondi appoggiano Miccichè, con facoltà successiva, in caso di vittoria, di ritrovarsi intorno al tavolo imbandito delle alleanze.
Altro che discontinuità , altro che “sparigliare” le carte, come sostiene Fini.
L’unica cosa che ha “scosso” è il sistema nervoso dei militanti di Fli, trovatisi sull’uscio di casa un ospite “irricevibile e impresentabile”.
Che senso ha parlare di Terzo Polo con l’Udc e poi collocarsi altrove solo per la paura fottuta di appoggiare un candidato del Pd (in questo caso pure credibile), perchè “una parte degli elettori non capirebbe”?
Che siete usciti a fare dal Pdl allora?
Poteva continuare a sopportare le “feste eleganti” e l’affogamento dei profughi, in nome della becero-destra che avete avallato per anni.
Che senso ha avere paura di presentarsi da soli con la candidatura di bandiera di un politico credibile come Granata?
Il timore di restare senza poltrone a Palazzo dei Normanni?
Magari vi avrebbe fatto anche bene, così si sarebbe fatta un po’ di quella pulizia che manca a Fli in tante parti d’Italia.
Per paura di andare da soli o di scegliere tra due candidati “puliti” come Crocetta e Musumeci, si è finiti per appoggiare la candidatura di un amico di Dell’Utri che riceveva spacciatori a Montecitorio.
Se questa è coerenza con il Manifesto dei valori di Fli, fate voi.
Ma è anche un’operazione pragmaticamente sbagliata: se vincerà Crocetta sarà un’occasione storica persa, mentre se vincerà Musumeci sarà in ogni caso la sconfitta per chi voleva “far perdere il Pdl”.
Fli poteva per una volta indossare i costumi da protagonista, ha scelto quelli della comparsa di terza fila.
Avanti con i don Abbondio…
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Agosto 28th, 2012 Riccardo Fucile
INCREDIBILE SCELTA DI FLI: ALLEATI DEL FIGLIOCCIO DI DELL’UTRI, DA SEMPRE PILOTATO DA BERLUSCONI NELLA SUA RICONVERSIONE AUTONOMISTA, ACCUSATO DI FARSI PORTARE COCAINA IN PARLAMENTO
Il comunicato ufficiale di Carmelo Briguglio, coordinatore siciliano di Fli
“Gianfranco Miccichè è la persona che con la sua candidatura può interpretare l’area politica e il blocco sociale che si è formato in Sicilia per un progetto comune tra Fli che è forza nazionale e innovativa e i partiti autonomisti e meridionalisti, in particolare Partito dei Siciliani, Grande Sud, ma anche le altre forze del Nuovo Polo della Sicilia. Convocherò di qui a poco il coordinamento regionale del partito perchè si esprima collegialmente e sono certo in modo positivo sulla mia proposta di candidare Gianfranco Miccichè a Palazzo Orleans, dopo il rifluire della candidatura di Musumeci nell’alveo stretto del Pdl”.
Ricordiamo cosa scrivevano i media di Miccichè il 9 agosto 2002
DROGA AL MINISTERO, I VERBALI: “COCAINA CONSEGNATA A MICCICHE’…I CARABINIERI: “NELLE INTERCETTAZIONI SI PARLA DEL VICEMINISTRO”
Poche righe scritte con lo stile burocratico delle carte giudiziarie per dire che la persona alla quale Alessandro Martello aveva consegnato la cocaina al ministero delle Finanze dovrebbe essere il viceministro Gianfranco Miccichè. Lo testimoniano anche le intercettazioni telefoniche.
I carabinieri non hanno dubbi: quel giorno nel palazzo di via XX settembre il collaboratore nella campagna elettorale siciliana di Forza Italia, il “conoscente” (come lo ha sempre e solo definito Miccichè), l’uomo che entrava e usciva senza che nessuno lo fermasse stava portando droga al viceministro.
Ecco le parole dell’informativa consegnata alla procura della Repubblica di Roma: “Circa l’individuazione della persona alla quale Alessandro Martello ha consegnato la cocaina, l’attività informativa posta in essere ha permesso di ipotizzare che questi possa identificarsi verosimilmente in Gianfranco Miccichè, nato il primo aprile del 1954, sottosegretario di Stato all’Economia e finanze. Comunque anche questa volta la consegna è avvenuta all’interno di un edificio e quindi si è stati impossibilitati ad assistere alla cessione”.
Un’ipotesi che secondo gli investigatori sarebbe suffragata da un’intercettazione di un colloquio telefonico tra Luca Antinori e Massimo Galletti, due delle persone arrestate, che “è intercorso subito dopo che quest’ultimo ha consegnato la droga, che Antinori ha poi portato direttamente a Martello”.
Nella conversazione riportata Antinori, facendo riferimento alla consegna fa un riferimento al “viceministro”.
Miccichè, in un’intervista al Tg2, si è difeso attaccando: “Sicuramente all’interno di qualche organo di polizia c’è qualche persona deviata che sta puntando a ottenere risultati diversi da quelli che il suo contratto d’onore con l’Arma gli aveva fatto prendere”.
Nella deposizione spontanea resa di fronte ai magistrati da Miccichè “non c’è stato assolutamente alcun riferimento” all’informativa, precisa lo stesso viceministro.
“La procura, nell’ordinanza di custodia che aveva fatto per le persone implicate non aveva fatto praticamente riferimenti precisi proprio perchè non li riteneva verosimili. Il comportamento della procura -osserva – mi sembra molto corretto”.
Eppure i verbali dei carabinieri raccontano un’altra storia: “La conferma dell’avvenuta vendita di un congruo quantitativo di cocaina (verosimilmente 20 grammi), con il successivo passaggio alla “personalità “, si ha alle ore 22 e 27, dello stesso giorno quando Antinori cerca di contattare Martello che è però irreperibile”.
Antinori cerca Martello per avere notizie sulla riscossione dei soldi della vendita.
Una ricerca spasmodica che è dimostrata anche dal messaggio che Luca Antinori lascia sulla segreteria telefonica di Martello: “Alessà hai superato i limiti. Te li porto a casa e lui te sfonna il c… a te e agli amici tua!!!”
I carabinieri spiegano: “Antinori è evidentemente preoccupato del fatto che, a sua volta, dovrà procedere in tempi ristretti al pagamento della partita di cocaina verso i suoi fornitori, che non ammettono evidentemente ritardi”.
E in un altro messaggio, lasciato sempre sulla segreteria telefonica di Martello, sollecita: “Bisogna dare i soldi a quello che è incazzato!”.
Il giorno successivo, i carabinieri annotano: “Molto probabilmente il pagamento da parte di Martello, nelle mani di Antinori, è avvenuto il giorno dopo…in un bar sito in piazza Campo dè Fiori…”
Nel corso di un’altra conversazione intercettata tra Antinori e Martello del 12 aprile si torna a parlare del “capo” del giovane palermitano. Miccichè ha sempre ribadito che non ci sono rapporti professionali tra lui e Martello. Quest’ultimo risponde: “Non lo so perchè e partito, sta a Palermo (la città di Miccichè ndr), infatti i soldi li ho dovuti mettere io”.
I carabinieri commentano: “Si chiarisce, in tale dialogo, che la droga era destinata al ‘capo’ di Alessandro Martello. Si percepisce altresì che tale superiore in quei giorni si trova a Palermo e che il denaro è stato anticipato, per lui, dallo stesso Martello”.
E ancora: “Il fatto che il giorno 10 aprile 2002 Martello è stato visto entrare all’interno del ministero dell’Economia e delle Finanze senza essere in alcun modo fermato per l’identificazione da parte del personale di servizio preposto, fa dedurre che in quel luogo questi è conosciuto”.
(da “La Repubblica“)
COCAINA AL MINISTERO: C’E’ UNA SUPERTESTIMONE
C’è una supertestimone, una dipendente del ministero dell’Economia che la sera del 10 aprile scorso vide entrare ed uscire dal palazzo di via XX Settembre Alessandro Martello, il “collaboratore” del viceministro Gianfranco Miccichè arrestato – insieme ad altre dieci persone – nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di cocaina.
Una supertestimone che quella sera, tra le 20,25 e le 20,50, si trovava proprio nell’anticamera del viceministro Miccichè, dove vengono “filtrate” e fatte attendere le persone che debbono parlare con “il capo”.
Una supertestimone che è andata via dal suo ufficio soltanto dopo l’uscita di Martello (ripreso davanti al palazzo del ministero dalle telecamere dei carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria di Roma) e poi del viceministro, poco dopo le 21.
Lei, la supertestimone, è sempre l’ultima a lasciare quell’ufficio, mai prima di Miccichè, il quale il giorno dopo quel 10 aprile volò a Palermo per partecipare all’inaugurazione, da parte di Silvio Berlusconi, di un convegno sull’e-government.
La supertestimone che ha visto tutto è stata già interrogata, due volte (dai carabinieri e da ufficiali della Guardia di Finanza) e forse sarà ascoltata per la terza volta.
Che cosa ha riferito di aver visto e sentito la supertestimone? “Ha fornito elementi importanti per l’accusa – dice un investigatore – soprattutto per quanto riguarda il ruolo del ‘collaboratore’ del vice ministro Miccichè, Alessandro Martello”.
Ha visto entrare Martello nell’ufficio del viceministro Miccichè? “No comment” è la risposta all’indiscrezione secondo la quale la supertestimone avrebbe precisato nel secondo interrogatorio alcuni aspetti della deposizione iniziale. Ed è per questo che la donna sarà sentita ancora per chiarire una volta per tutte il dubbio dei carabinieri romani che indagano sulla vicenda e che sono convinti che Martello introdusse al ministero dell’Economia 20 grammi di cocaina “di buona qualità ” pagata quasi il doppio rispetto al prezzo di mercato.
Una somma che, come si evince dalle conversazioni telefoniche tra Martello e Luca Antinori (anche lui arrestato) intercettate dai militari del nucleo di pg di Roma, sarebbe stata anticipata dal “collaboratore” del viceministro.
Com’è noto, Miccichè ha sempre negato di avere incontrato quella sera il suo “collaboratore” (“l’ho conosciuto a Palermo ed era un ‘volontario’ che faceva la campagna elettorale per Forza Italia” aveva dichiarato subito il viceministro subito dopo che era esploso il caso).
Ai magistrati, quando nei giorni scorsi ha reso spontanee dichiarazioni, il viceministro ha aggiunto di non avere mai avuto a che fare con la cocaina.
13 agosto 2002 (da “La Repubblica”)
MICCICHE’ : “MAI FATTO USO DI COCAINA”… MA IN QUESTURA C’ERA GIA’ UN FASCICOLO DOVE LUI STESSO AMMETTEVA DI ESSERE UN CONSUMATORE DI COCA
Negli archivi della sezione antidroga della squadra mobile di Palermo è intestato a lui un fascicolo che risale a quattordici anni fa. Il fascicolo porta il nome di Giovanni (detto Gianfranco) Miccichè, nato a Palermo il primo aprile del 1954.
E porta la data dell’11 gennaio 1988, quando l’attuale viceministro aveva 34 anni ed era già uno dei rampanti di Publitalia.
Quel giorno, nell’ambito di un’inchiesta su un traffico e spaccio di cocaina a Palermo, Gianfranco Miccichè venne fermato ed interrogato perchè sospettato di far parte del gruppo degli spacciatori.
Si difese così: “Non sono uno spacciatore ma solo un assuntore di cocaina”. Il consumo personale di droga non è un reato ma comunque il verbale del suo interrogatorio, firmato dal capo della squadra mobile dell’epoca, fu consegnato alla Procura della Repubblica di Palermo, nelle mani dell’ex pm ed attuale senatore della Margherita Giuseppe Ayala. “Non mi ricordo bene di questa vicenda di tanti anni fa – dice adesso Ayala – forse se ne occupò qualche altro mio collega”.
Il 14 aprile del 1988 la squadra mobile arrestò gli spacciatori accusati di aver fornito la cocaina a Miccichè e a alcuni attori della compagnia teatrale di Massimo Ranieri, in quel periodo in tournè a Palermo con la commedia “Rinaldo in campo”.
Gli investigatori diedero credito alla versione di Miccichè e la sua posizione venne archiviata ma il suo nome, in quanto “assuntore di cocaina”, fu segnalato alla Prefettura di Palermo.
Un precedente che Miccichè potrebbe essere costretto a spiegare alla Procura di Roma per evitare di essere indagato per false dichiarazioni al pm. Ai magistrati, che lo hanno ascoltato come testimone nelle scorse settimane, avrebbe detto di non aver mai fatto uso di sostanze stupefacenti.
2 settembre 2002
(da “La Repubblica”)
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Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ENRICO NAN E DI UNA CAUSA DA 100.000 EURO INTENTATA A UN BLOG SAVONESE PER “DANNI MORALI, ESISTENZIALI, ALLA VITA DI RELAZIONE, AL NOME E ALL’IMMAGINE”… IL GIUDICE STABILISCE CHE SI TRATTA DI “LEGITTIMO ESERCIZIO DEL DIRITTO DI CRITICA POLITICA”
Fare satira in Italia è un mestiere a rischio. 
Per comici, scrittori e vignettisti toccare il potere è sempre un azzardo, non sapendo mai come può reagire il potente di turno.
Ma non è per il suo lavoro di disegnatore satirico che Davide Sacco, genovese, già collaboratore delle pagine genovesi del Giornale, de Linkiesta e del Foglio, è finito nel mirino di Enrico Nan, ex deputato di Forza Italia per quattro legislature e attualmente coordinatore ligure di Fli.
Sacco è stato querelato per le sue opinioni, espresse sotto pseudonimo “ilNecchi”, il 12 agosto 2006 su un forum di politica savonese www.uominiliberi.eu: “l’on. Nan ha perso più battaglie lui che l’Italia a Caporetto! Però è sempre lì, non per capacità ma per… penso che il termine giusto sia leccaculismo, o ancor meglio…yesmanismo.
Nei confronti, ovviamente, del dominus del centrodestra ligure Claudio Scajola.
Ma non è finita. Come risarcimento per la presunta diffamazione subita, Nan chiedeva centomila euro di risarcimento.
Eppure era già finito nel mirino satirico di Sacco, che spiega: “L’avevo già raffigurato nelle vesti di un Napoleone sconfitto e come un capitano che affonda con la nave di Forza Italia, sconfitta alle comunali di Savona con una percentuale bulgara. Eppure ha scelto quelle affermazioni…”.
E così, nonostante inizialmente il pm avesse scelto l’archiviazione, Nan ha continuato imperterrito a mandare avanti la sua querela per diffamazione.
Fino alla sentenza di primo grado.
Nella quale, scrive il giudice D’Arienzo, le affermazioni sul forum “appaiono, comunque, legittimo esercizio del diritto di critica politica” e che quindi “il diritto di critica non si concreta, come quello di cronaca, nella narrazione di fatti, ma si esprime mediante un giudizio od un’opinione che, come tali, non possono essere rigorosamente obiettivi”.
Secondo il magistrato, Nan viene definito “il protagonista non di successi ma di sconfitte politiche (Caporetto) che rimane quindi sull’arena non per l’impegno dimostrato (“capacità ”) ma per l’intelligenza, non apprezzata, ma comunque anch’essa certamente politica, con cui si relaziona a chi può deciderne il destino nel settore, approvandone le azioni e le richieste”.
Quindi, per il magistrato, Sacco non ha diffamato la persona dell’allora onorevole Nan, ma ne ha riconosciuto l’intelligenza politica.
In attesa di sapere se Nan farà ricorso in appello, il vignettista ha continuato la sua attività di “commentatore di notizie”: “La mia non è satira cattiva, feroce. Il mio è più un bonario “menaggio” (in genovese, presa in giro)”.
E se Guareschi venne condannato per la diffamazione di Alcide De Gasperi e Forattini per Occhetto e D’Alema, Sacco invece l’ha spuntata.
Sorride: “Loro operavano su scala nazionale, io a livello locale. Tutto è proporzionato”.
Quindi attenzione, la prossima volta che per definire un politico si userà l’epiteto “leccaculo”, in realtà potreste riconoscerne il fiuto politico.
Pur non apprezzandolo.
Matteo Muzio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
RITRATTO DEL VICE DI FINI CHE TEME DI BOB ESSERE RIELETTO
Nel mostrarsi iperzelante verso Gianfranco Fini, sua sola speranza di sopravvivenza politica, Italo Bocchino ha dovuto però costatare che per lui, anche da quelle parti, non c’è trippa per gatti.
Bocchino quando ha letto che il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, giudicava uno spreco la scorta di Fini – nove uomini e nove stanze per due mesi in un tre stelle di Orbetello – è sbottato.
CANCELLIERI, FUNZIONARIO DI PROVINCIA
Bocchino, lo vedremo, è piuttosto insolente di suo ma, se c’è di mezzo Fini, triplica per mostrare devozione.
«Cancellieri», ha detto, «sa che le principali cariche vanno tutelate al massimo livello. Per seguire la scia dell’antipolitica ha violato i suoi doveri dimostrando che un funzionario di provincia in pensione non può guidare il Viminale».
Nella bordata c’è molto della tempra malignetta di Italo, lesto a rinfacciare quelli che reputa punti deboli del malcapitato di turno.
Nello specifico, la carriera prefettizia tutta «provinciale», si fa per dire – Milano, Genova, Catania, eccetera – di Cancellieri e l’età , 68 anni, che ne fa, per l’appunto, una pensionata.
Per capire: una volta prese di mira due funzionari del Popolo della libertà che aveva in antipatia definendoli – per il fatto che, non sposati, abitavano da anni insieme con figli – «coppia di conviventi».
L’intenzione era di ferirli, fece invece la figura del poveraccio.
MONTI VALUTI UN CAMBIO AL VIMINALE
Torniamo a Cancellieri. Dopo averla bersagliata, Bocchino ha tirato le conclusioni: «Monti farebbe bene a valutare per il Viminale profili di veri e leali servitori dello Stato come De Gennaro e Manganelli, lasciando al suo destino chi ha dato pessima prova di sè»
Insomma, un appello alla rottamazione della gioviale ministra per avere ammesso che 40 mila euro dei contribuenti al mese per vigilare su Fini sono un’esagerazione.
Convinto di avere fatto un capolavoro in favore del capo, Bocchino si apprestava a riceverne le lodi.
Fini invece, a stretto giro ha replicato: «Ribadisco la mia piena fiducia nel ministro Cancellieri. Pertanto non condivido quanto dichiarato da Bocchino». Tiè.
Se il 45enne napoletano vorrà tornare nel 2013 in parlamento – dov’è dal 1996 – dovrà fare da sè e non contare su Fini.
Non sparire, per Italo, sarà un’impresa. Infatti, è odioso ai più per la spocchia.
Con la scissione dal Pdl, nel 2010, Bocchino che era un deputato di seconda fila, divenne il braccio destro – l’anima nera, secondo altri – di Fini.
Ne fu il mazziere con tanto stile che provocò una scissione, nel già piccolissimo Fli, di colleghi stufi di dipendere da un botolo ringhioso, in lite con tutti.
LITE IN TIVÙ CON LUPI AI TEMPI DEL PDL
Una sera in tivù – era ancora vicecapogruppo dei deputati Pdl, ma già frondista – ebbe uno scontro con Maurizio Lupi, compagno di partito e vicepresidente della Camera. Non riuscendo ad averne ragione, lanciò a freddo: «Voi di Comunione e liberazione siete maestri nel prendere poltrone e vieni a fare la morale a me».
Lupi, basito e offeso come cattolico, replicò: «Dimettiti. Non ti riconosco più come mio vicepresidente».
E Italo, inviperito: «Sei un fascista e squadrista». In studio scoppiò una risata.
Era infatti il bue che dava del cornuto all’asino, poichè dei due, l’ex missino, poi Alleanza nazionale, era Bocchino.
SCONTRO CON L’EX MINISTRO ROTONDI
Un’altra volta – la diaspora dal Pdl era già consumata – se la prese con Gianfranco Rotondi, ministro del governo Berlusconi e uomo mite.
Oggetto del contendere era Nicola Cosentino, deputato del Pdl, detestato da Bocchino e suo rivale elettorale nei collegi malandrini tra Napoli e Casal di Principe.
Rotondi gli ricordò che, se Cosentino ha i suoi guai, lui stesso, Bocchino, era stato accusato (prima di essere assolto) di illeciti favoritismi verso l’imprenditore napoletano Romeo.
La replica di Italo lasciò allibiti.
Dalla strozza stridula uscì un urlo: «Tu non sai vivere. Me ne ricorderò. Finiscila o te la faccio pagare». Fece l’impressione di un guappo.
Acqua passata.
FAMOSA LA LIAISON CON SABINA BEGAN
Se escludiamo l’episodio Cancellieri, da circa un anno le cronache si occupano di Italo solo nella sua veste di Casanova.
Dopo la separazione dalla moglie e produttrice tivù, Gabriella Buontempo, a causa del flirt con Mara Carfagna, si è trasformato in cicisbeo a tutto tondo e vola di fiore in fiore, assetato d’amore.
Ha avuto una prima storia sbagliata con tale Sabina Began, nota come l’Ape regina dell’harem di Berlusconi.
La gentildonna ne rivelò i particolari ai giornali, mostrando gli sms di Italo. Uno di questi suona: «Sono sensibile e quando mi tratti male soffro». Un altro: «Mi vuoi perchè te lo chiedo o perchè mi desideri?».
Finita la liaison, Began dichiarò: «Mi sono lasciata sedurre, ma ho subito capito che non era alla mia altezza spirituale», aggiungendo che Italo l’aveva scorrazzata con auto blu e scorta. Bocchino l’ha querelata.
LA STORIA CON LA PIANISTA DI 24 ANNI
Oggi, pare che lo statista abbia trovato serenità con una pianista 24enne, Vanessa Benelli Mosell. La giovane ha fatto sapere che sulle prime fu restìa. «Mi sembrava che avessimo stili di vita troppo diversi», ha raccontato, «ma lui si è fatto in quattro. Veniva a trovarmi a Londra, mi portava a cena, ai concerti, al cinema».
Speriamo che un giorno non ci riveli che i voli per Heathrow erano quelli gratuiti dei deputati.
Giancarlo Perna
(da “Lettera 43”)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
PERCHà‰ STO CON FINI
In principio fu un gesto.
Un gesto di ribellione.
Scegliere di essere fascisti, così come prima avevamo scelto di identificarci con tutte le storie e le culture dei vinti.
Con le storie dei pellerossa, con quelle dei sudisti del generale Lee e dell’epopea di Via col vento, della Vandea e dei briganti Sanfedisti e delle insorgenze popolari e antigiacobine.
Fu una scelta di libertà .
In quegli anni ’60 quando il conformismo opprimente, americano, comunista e democristiano, sembrava non dovesse avere mai fine.
Poi fu Berkeley, i campus in rivolta e il maggio francese.
La fantasia al potere e chiedere l’impossibile.
La gioventù italiana, unita in un patto generazionale che scavalcava le antiche appartenenze, metteva a comune i sogni per correre incontro al futuro.
Come prima ci eravamo schierati a fianco dei nostri fratelli maggiori che a Salò avevano bruciato la loro giovinezza per un impeto di orgoglio, allora ci schierammo a fianco dei nostri coetanei per tentare l’assalto al cielo.
Poi il dramma di Valle Giulia, quando qualcuno, manganelli alla mano, assaltò e uccise i nostri sogni, chiudendo una stagione di speranza ed inaugurandone una di odi e di lutti.
E fu guerra civile.
Ma sopravvivemmo.
Sopravvivemmo agli antifascisti che negavano il nostro diritto ad esistere ed ai fascisti che avrebbero voluto imbalsamarci vivi.
Entrambi uniti dalla necessità di trovare un transfert, un nemico esterno immaginario che giustificasse e garantisse la loro esistenza.
Sopravvivemmo ad Almirante che aveva perfezionato la tecnica di imbalsamazione tramite ipnosi e incantamenti .
Sopravvivemmo a noi stessi che cercavamo nel confronto nuove identità che garantissero il permanere delle antiche.
La nostra Coltano era il recinto del ghetto entro cui eravamo rinchiusi, ma imparammo a guardare oltre il recinto e scoprimmo che il nemico era semplicemente l’altro da noi, da cui ci separavano le scelte ma cui spesso ci univa la comunanza dei sogni.
Ci rendemmo conto che era la sua diversità a garantire la nostra identità e che l’identità può esistere solo in senso plurale.
E soprattutto scoprimmo che quel recinto era sì un confine e linea di separazione, ma anche linea di contiguità e di incontro di due mondi diversi.
In quel ghetto, non solo metaforico, scoprimmo noi stessi e gli altri da noi, le diversità come ricchezza e il pluralismo come strumento necessario per la lettura del mondo.
E ci rendemmo conto che l’uscita dal tunnel del fascismo era lo stesso tunnel.
Percepimmo insomma che quel che rendeva unica quella storia era la sua straordinaria capacità di meticciarsi con altre storie e generare ancora storie differenti dall’una e dall’altra.
Capimmo che il nostro onore e la nostra fedeltà non potevano più essere il restare a fare la guardia alle rovine, ma abbandonarle per entrare nel mondo, per contaminarci e al tempo stesso contaminarlo, fecondandolo con la storia che avremmo saputo costruire.
E tra le rovine, dove il Maestro ci aveva lasciato, deponemmo la nostra inutile ed incapacitante weltanschaung per raccogliere quella intuizione del mondo che ci sarebbe da allora servita a cavalcare la tigre.
I valori cessarono di essere un limite e divennero strumento immateriale per affrontare il mondo, leggerlo, capirlo e trasformarlo.
Non avevamo direzioni su cui procedere sin quando non incontrammo i piccoli uomini che ci insegnarono ad orientarci nelle terre oscure e a cercare la montagna del Fato.
Conoscemmo Mordor, che si presentava con la faccia pacifica di un simpatico signore di mezz’età , che lusingava le nostre vanità e ci prometteva ricchezze e meraviglie solo che avessimo obbedito.
Siamo sopravvissuti a noi stessi e a quelli di noi che in presenza dell’anello hanno liberato il nazgul che era in loro.
E siamo sopravvissuti anche agli eserciti di orchetti che in nome dell’anello hanno tentato di negare la speranza.
La speranza in quel viaggio che è la vita anche di una comunità .
Che non è varcare il mare per giungere in prossimità delle colonne di Ercole e poi tornare ad Itaca.
Non ci sono Itache nel nostro destino di comunità ma nuove Roma da fondare con gli antichi valori e gli antichi dei.
E la consapevolezza che saranno diverse da come le abbiamo immaginate.
Siamo sopravvissuti anche a Fini che ci inchiodava a realtà già superate ed il cui superamento percepiva sempre troppo tardi.
Siamo sopravvissuti ai suoi strappi maldestri, frutto di un destrismo mal digerito che ha bisogno di nemici per nutrire la propria impotenza.
L’altro da se come nemico.
Prima i comunisti, poi gli omosessuali, poi i tossici, poi gli extracomunitari e poi infine i fascisti.
Il male assoluto.
Il nemico che diviene metafisico.
Ancora una volta il tunnel era la via d’uscita.
Entrare nel Pdl, percorrerlo sino in fondo e assumerlo come vaccino.
Noi eravamo con l’istinto già altrove e aspettavamo l’occasione per riprendere il viaggio.
Poi quel dito alzato.
Non sappiamo quanto coscientemente o meno.
Ma quel dito alzato è stato l’anello che torna a fondersi nel crogiolo del fuoco primigenio.
Cadono certezze e crollano fortezze inespugnabili.
Un senso di incredulità deforma in ghigno il sorriso sprezzante di principi e cortigiani dell’anello.
Si contano i sopravvissuti.
Lo straordinario è che tra i sopravvissuti c’è lo stesso Fini che, a forza di strappi, è riuscito nell’opera al nero, trasformando se stesso e le proprie incertezze in materiale solido.
Fini che si è liberato dal passato e da un agire fatto di reminescenze.
Ma che da quel passato riesce finalmente a cogliere gli aspetti più significativi, quali la capacità di guardare al futuro e quella di meticciare la propria storia per generarne una nuova.
La politica che torna ad essere avventura esistenziale dove i valori costituiscono i necessari strumenti di viaggio per riprendere il cammino ed offrire alla comunità la speranza di una nuova narrazione ed una utopia ragionevole.
Agostino Milani
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Agosto 18th, 2012 Riccardo Fucile
SUL SITO UFFICIALE DI FLI, IN MANO A BOCCHINO, NON E’ STATA PUBBLICATA NEANCHE LA SMENTITA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA CHE SI ERA LIMITATO A DIRE: “NON CONDIVIDO LE PAROLE DELL’ONOREVOLE” (NEANCHE VICE-PRESIDENTE QUINDI)
Aria tesa dentro Futuro e Libertà . 
Il leader del partito, Gianfranco Fini, ha preso le distanze dalle dichiarazioni del suo vice Italo Bocchino, che sul tema dei costi delle scorte al presidente della Camera ha tacciato di “inadeguatezza” il ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri.
“Ribadisco di avere piena fiducia nei confronti del Ministro – ha detto Fini in una nota – e non solo per la questione delle scorte. Pertanto non condivido quanto dichiarato dall’onorevole Bocchino”.
Una rottura con il vicepresidente di Fli, che aveva utilizzato toni duri nei confronti della titolare del Viminale.
“Sulle polemiche relative alla sicurezza del presidente della Camera – aveva detto – il ministro dell’Interno Cancellieri ha dimostrato di essere inadeguata al ruolo. Prima il suo dicastero ha diramato un comunicato pasticciato e poi lasciandosi andare ad un futurista paro-liberismo con Francesco Merlo di Repubblica è venuta meno alla doverosa leale collaborazione tra poteri dello Stato”.
Il ministro dell’Interno aveva parlato di “spreco” e di “regole da cambiare” a proposito della scorta della terza carica dello Stato e delle nove camere riservate in un hotel di Orbetello, su cui ha chiesto una relazione 2 lo scorso 12 agosto: “Sono tante le attenuanti quando bisogna garantire la sicurezza e il diritto alle vacanze degli uomini dello Stato, specie nella stagione estiva; ma il regolamento deve cambiare e anche la sensibilità dei singoli deve entrare in sintonia con la sensibilità dei tempi, perchè il danaro dei cittadini può e deve essere speso meglio, molto meglio. E se non cambiano le regole, ogni volta la colpa è di nessuno. Ma non esistono le cattive azioni senza autore”
Secondo il deputato, invece, le massime cariche dello Stato vanno tutelate al massimo livello, sempre e ovunque.
La Cancellieri sarebbe quindi colpevole di “aver violato i suoi poteri”, per “seguire le scie dell’antipolitca”.
E ha concluso: “Un funzionario di provincia in pensione non può guidare il Viminale. Monti farebbe bene a prenderne atto e a valutare per quel ministero i profili di veri e leali servitori dello Stato come De Gennaro o Manganelli, lasciando al suo destino chi ha dato pessima prova si sè”.
Insomma a Bocchino vanno bene solo De Gennaro e Maganelli, ma non la Cancellieri (e qui è meglio stendere un velo pietoso).
Ma è evidente che il suo attacco sconsiderato al ministro degli Interni è stato fatto senza consultarsi neanche con l’interessato, ovvero Fini.
Non solo, ma colmo della vicenda, il sito ufficiale di Fli, in mano a Bocchino, non ha neppure pubblicato la smentita-precisazione del leader Fini, neanche fosse uno “scappato di casa” e non il presidente del partito.
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Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile
PER I PARTITI LA RESA DEI CONTI SARA’ AL RITORNO DALLE VACANZE… “RIDICOLO RIPROPORRE BERLUSCONI PREMIER”….ATTACCO DELL’UDC AL CAVALIERE… CHI TACE E CHI PARLA TROPPO
Il Pdl che continua ad attaccare l’Udc, per l’ipotesi di accordo con il centrosinistra. 
Gli scomparsi di Fli che promettono riorganizzazione e grandi manovre.
I centristi che definiscono «ridicolo» il partito di Silvio Berlusconi.
Poi Di Pietro, che continua la sua marcia solitaria e anti-Pd. E Sel che recalcitra, davanti alle frasi montiane di Casini.
Si rivedranno tutti al voto di fiducia sulla spending review, alla Camera. Poi, forse, mercoledì per il voto finale.
Dopo saranno vacanze, fino a inizio settembre. Ma vacanze infuocate, a giudicare dalle dichiarazioni dei primi giorni di agosto.
Ieri i capigruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, sono tornati ad accusare l’Udc di «confusione», «imbroglio», «mistificazione».
Raffaele Lauro accusa esplicitamente Casini di mirare al Colle: «Dietro queste manovre, ai più indecifrabili, si celano inconfessabili aspirazioni al Quirinale di vecchi gattopardi».
«Un ballo del pinguino», lo definisce il senatore, provocando la reazione stizzita degli ex alleati: «Ringraziamo gli amici del Pdl, ma non abbiamo bisogno nè dei loro consigli nè dei loro avvertimenti – dice Lorenzo Cesa – . Piuttosto ci chiediamo come mai non capiscano che dopo venti anni e dopo le sue performance presidenziali, riproporre Berlusconi a Palazzo Chigi è qualcosa che sta tra il ridicolo e il drammatico».
Un contrattacco, ritardato di un giorno ma comunque efficace.
Tanto che nessuno risponde, a difesa del leader ritrovato.
E invece, torna a farsi sentire Fli. «Non siamo in ferie. Lavoriamo per costruire la coalizione di responsabilità nazionale con Udc, Fli, Lista Civica, membri del governo, lista Montezemolo e lista ex Pdl».
Il deputato finiano Deodato Scanderebech però ne è certo: «La vera novità nei prossimi mesi sarà la costituente della coalizione in cui Monti, Casini e Fini lanceranno il progetto programmatico, nel percorso iniziato del risanamento e del rilancio dell’economia italiana».
Più che altro, sembra un desiderata.
Tanto che lo stesso giornale d’area, il Futurista, davanti a un’apertura di Fabio Granata addirittura all’Idv, lancia l’allarme: «Rischiamo di sparire. Basta colonnelli. Scenda in campo Fini».
Che tace, invece. Almeno per ora.
Mentre Di Pietro continua a parlare. «Tutto siamo tranne che isolati – scrive sul suo blog il leader Idv – Senza vanterie, siamo la maggioranza». Poi respinge ogni accusa di divisione del suo partito, giura che sono uniti più che mai, segnala l’armonia vissuta alla festa agostana nella sua Montenero di Bisaccia.
«Le cose che non stanno bene a noi non stanno bene nemmeno ai cittadi-ni – continua l’ex pm – non ci sta bene dire che bisogna fare una politica diversa da quella di Monti e poi votare le leggi di cui quella politica è lastricata».
Proprio questo, sta diventando un problema per Sel.
Ad allontanare Vendola e Casini, più che i ventilati temi etici, è l’economia. «Il governo devono sceglierlo i cittadini – dice Gennaro Migliore – le chiacchiere di Casini e Buttiglione sulla continuità con Monti vogliono dire che il voto è inutile, anzi commissariato». Non sarà facile. Con il fiscal compact, con nuove condizioni imposte dall’Europa che potrebbero arrivarci nei prossimi mesi, Bersani dovrà intraprendere la strada della responsabilità , come ha fatto finora.
Per Sinistra e Libertà è diverso. Appoggiando l’“agenda Monti” rischia di perdere gran parte del suo elettorato.
Ma tanto, si litiga già nel Pd.
Giorgio Merlo chiede al suo partito di scegliere: «O decide di costruire una coalizione con chi ha una cultura di governo, oppure opta per rifare l’Unione di prodiana memoria, uno dei periodi più incolori e squallidi della storia».
Risponde furibonda Sandra Zampa, deputata ed ex portavoce del Professore.
Ricorda i successi del governo Prodi, i conti in ordine, lo spread a 35.
Merlo parla solo «per garantirsi un’alleanza con Casini – conclude – spero di non dover leggere più cose così, ma dubito che il mio desiderio sarà esaudito».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
FINI EVOCA NUOVI FORMAT FAMILIARI…PER ORA REGGE L’ALLEANZA CON CASINI, MA FINO A QUANDO?
L’unico paletto che Gianfranco Fini pone in vista di future alleanze riguarda “quanti non
hanno intenzione di sostenere Monti”.
Il che significa porte chiuse a Italia dei valori, Sinistra e libertà , Lega, ma anche a quella parte del Pdl che progetta una presa di distanza dal governo dei professori.
Il presidente della Camera non crede che sia possibile “andare al voto con questa legge elettorale”.
Ma se il Porcellum dovesse essere riformato, si potrebbe anche andare a votare in autunno. Ipotesi, al momento, remota, viste le divisioni dei partiti sul sistema elettorale da scegliere.
Tuttavia, nulla è escluso. E Fini con i suoi valuta concretamente anche l’eventualità che tutto precipiti e che si debbano indire le elezioni politiche entro il 2012.
Il più convinto fra tutti di questo scenario, è il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, che in vista delle urne intende serrare i ranghi dei futuristi.
Il 25 luglio di Fini.
Sarà per questo che il 25 luglio nell’ufficio di presidenza di Fli, Bocchino ha voluto segnalare come ormai il partito sia nettamente diviso in due.
Da una parte i fautori dell’identità , pronti a rafforzare il partito per misurarsi anche nelle urne, dall’altra quanti intendono andare oltre Fli, che vedono come “un partitino”, per gettarsi nell’ampio mare delle alleanze tra riformisti e moderati.
Ma la data fatale, 25 luglio, ha dato la stura a facili ironie.
”Visto che è Fini a predicare di ampliare gli orizzonti di Fli, sembra proprio che l’ufficio di presidenza si sia trasformato in una sorta di replica del Gran Consiglio che nel 1943 sfiduciò Mussolini”, provoca Umberto Croppi.
Mai il partito dei “ricchioni”.
Ironie e nostalgie a parte, resta il fatto che su molti argomenti il leader e il suo vertice hanno ormai idee divergenti.
Riguardo alla legge elettorale Fini è per l’uninominale, Bocchino per le preferenze; se dal vertice del partito c’è una ritrovata cautela sui gay, Fini si spinge invece a invocare “nuovi format familiari”.
Che succede, dunque, tra i futuristi?
Per Bocchino lo stallo di Fli va attribuito alla componente che predicava lo scioglimento del partito in nome dell’alleanza al centro e perfino al centrosinistra.
E, in vista di un’accelerazione elettorale, spinge per rafforzare Fli invocando “i valori della destra”.
Nell’ufficio di presidenza, raccontano, c’è stato anche chi si è preoccupato di “non trasformare Fli nel partito dei ricchioni”.
Fini, per ora, tace e non prende posizione a favore dell’una o dell’altra corrente. Si limita a ribadire il sostegno a Monti e ad alleanze più larghe.
Il che non è privo di significato, ammesso che regga il feeling con il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, molto tentato dall’autosufficienza.
Lo sgambetto dell’Assemblea.
Intanto i progetti lanciati neppure un mese fa dal presidente della Camera per il suo partito segnano il passo.
L’assemblea dei mille, immaginata da Fini come un’assise tra esponenti della società civile pronti ad allargare e a irrobustire gli orizzonti di Fli, prevista per settembre, si sta arenando tra mille liti interne.
Il comitato promotore, del quale fanno parte un ex radicale, un ex socialista, un ex democristiano, oltre agli ex Msi-An tarda a decollare.
Di certo c’è solo la location, Arezzo, nonostante Fini avesse detto di preferire Roma.
Proposta archiviata perchè il Palazzetto dello sport e l’Auditorium della Capitale sarebbero stati indisponibili per l’evento.
Così affermava il vertice di Fli.
Peccato che, a una verifica successiva, le strutture risultino libere.
Ma tutto serve, evidentemente, per imporre la propria linea.
(da “Il Retroscena”)
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