Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DALL’800 L’ORO NERO ERA IL RISCATTO DEI CAMALLI
Nel linguaggio portuale, le merci «alla rinfusa», secche o liquide, sono quelle che viaggiano nelle stive senza essere imballate.
Durante l’epoca del vapore, il carbone che alimentava fabbriche, treni e le stesse navi che lo trasportavano, era il principe delle rinfuse: nel 1900, a Genova, di questa merce ne venivano scaricate 2 milioni di tonnellate.
Stasera la nave «Interlink Veracity» consegnerà sotto la Lanterna le ultime 20 mila tonnellate di combustibile destinate alla centrale Enel del porto.
Trasmesso l’ultimo watt di energia, si inizierà lo smantellamento dell’area per riconsegnarla al demanio.
In base agli accordi, tutto dovrà tornare come al 1929, quando l’impianto iniziò l’attività .
Rimarrà solo il corpo centrale, sotto vincolo dei Beni culturali, la cui futura destinazione con buone probabilità sarà nei prossimi decenni argomento di campagne elettorali e dibattiti nei bar.
Dopo la «Interlink», il porto di Genova terminerà di movimentare carbone.
In termini di salute umana e dell’ambiente, è un’ottima notizia. In termini storici, si chiude un’epoca: se oggi la metà dei traffici del porto è costituita dal greggio, fino al secondo dopoguerra questa quota era coperta proprio dalla rinfusa nera.
A inizio ‘900, dei 7.000 lavoratori avviati quotidianamente al lavoro di banchina, 3.500 erano carbunè, divisi in facchini, coffinanti, scaricatori, pesatori.
Le navi in arrivo da Germania e Gran Bretagna affollavano la rada del porto, il carbone, scrive Pierfrancesco Pellizzetti nel saggio «Ragnatela di mare», era scaricato mediante chiatta, stipato in coffe (ceste) da 150 chili l’una, portate a spalla dai facchini lungo assi sospese larghe 30 centimetri.
Ogni giorno si caricavano 350-400 vagoni ferroviari destinati ad alimentare le industrie del Nord Italia, la giornata nella stagione mite arrivava a 14 ore, con paghe tra 2 e 5 lire.
Quando sotto l’azione di Gino Murialdi i lavoratori del carbone ottennero la loro prima casa in porto, una delle prime conquiste furono le docce, che portavano via la fuliggine di giornata.
Il carbone fu lo strumento attraverso cui i portuali poterono riscattarsi, lottando contro il caporalato, ottenendo potere negoziale verso la committenza, organizzandosi in lega per la prima volta nel 1892, dividendosi in cooperative, riunendosi in compagnia durante il fascismo, riformandosi sotto il nome di «Pietro Chiesa» nel dopoguerra. Con Murialdi, organizzatore della Compagnia, Chiesa fu il tribuno dei carbunè, e il primo firmatario del loro contratto collettivo di categoria.
Piemontese e socialista riformista come Murialdi, Chiesa fu anche il primo operaio in Parlamento e fondatore a Genova de Il Lavoro, il giornale della classe lavoratrice, essenziale strumento di affrancamento in quegli anni duri.
Gli ultimi elevatori a traliccio su Ponte Rubattino vennero abbattuti dopo la tromba d’aria del 1994, nella quale morì il gruista Armando Pinelli.
Il Terminal Rinfuse rimase con le gru che si vedono oggi, e che hanno una quarantina d’anni di attività .
Oggi la Compagnia ha 30 soci lavoratori, con stipendio da 600 a 1.200 euro al mese.
Il carbone serviva solo più alla centrale Enel, ma sul Terminal (il cui ultimo proprietario, il gruppo Ascheri, è in concordato preventivo) arriva ancora petcoke, clinker e ceneri per i cementifici, sabbie varie per la produzione di piastrelle, silicio per l’hi-tech, sale quando l’inverno gela le strade.
Recuperare con altra merce le 300 mila tonnellate annue di carbone garantite dalla vecchia centrale non è facile, ma nessuno in questo angolo di porto sotto la Lanterna vuole arrendersi.
Non l’otto volte console della Pietro Chiesa, Tirreno Bianchi («non cambieremo mai nome: carbunè è il nostro marchio e non lo lasceremo»), non il terminalista Augusto Ascheri che impiega 40 persone e che è in trattativa per cercare un nuovo partner industriale: negli ultimi è emersa una trattativa con la famiglia Ottolenghi, industriali partiti da Torino che hanno fatto di Ravenna il primo porto rinfusiero in Italia. Nemmeno l’armatore della «Interlink», Pietro Repetto della Levantina Bulk: «Bisogna guardare avanti, senza piangersi addosso. Finisce l’epoca del carbone, è vero. Ma questa rimane una città con potenzialità enormi: è da quest’idea che dobbiamo ripartire. I mugugni non servono a nulla».
Alberto Quarati
(da “la Stampa”)
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Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile
DENARO PUBBLICO PER EFFETTUARE RILEVAZIONI D’OPINIONE SUL GRADIMENTO DELLA SUA GIUNTA… MA SE LA PAGHI CON I SOLDI SUOI E DEI SUOI COMPAGNI DI MERENDE
Un sondaggio dopo l’altro. Per capire cosa pensano i liguri della Giunta regionale e del suo
presidente.
Giovanni Toti è politico di provata fede berlusconiana e come il suo maestro crede fermamente alla rilevazioni di opinoni, anche fuori dal periodo elettorale.
Con una differenza sostanziale: Silvio i sondaggi se li paga di tasca sua, Toti li mette in conto al bilancio regionale.
La Regione Liguria infatti ha stanziato 97.000 euro per affidare a un sondaggista una rilevazione ogni due mesi per un anno per “accertare le opinioni e l’atteggiamento dei cittadini liguri riguardo al presidente e alla giunta regionale”.
La somma sarà ascritta alla voce di bilancio relativa a “spese per le pubbliche relazioni e per le divulgazioni delle attività regionali”.
Ma, come sottolineano le opposizioni, questo capitolo di bilancio prevede opere di divulgazione delle attività della Regione, non un test di “gradimento” del Presidente.
Nessuno vieta a Toti di chiedere cosa pensano di lui i liguri, ma o lo faccia di persona scendendo in strada tra i comuni mortali o li affidi a un sondaggista ma a sue spese.
Non è solo questione di buon senso, ma di “decoro urbano”.
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Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile
ESSENDO COINVOLTI RIXI, BRUZZONE (LEGA) E ROSSO (FDI), TOTI FA LA MARCHETTA PER MANTENERE LA POLTRONA DI PRESIDENTE
I termini sono scaduti. La giunta Toti ha deciso di non costituirsi parte civile nel processo più importante,
da un punto di vista politico, sulle spese pazze, al contrario di quanto, a fine mandato e quindi alla vigilia della campagna elettorale, aveva fatto la giunta Burlando nei confronti dei consiglieri Idv, sotto processo per le stesse accuse, seppure in un altro dibattimento.
Ora deve essere chiaro a tutti che se gli ex consiglieri saranno condannati, di fatto la Regione non potrà più chiedere i danni e neppure pretendere la restituzione dei nostri soldi, spesi da chi ci governava per cene e viaggi, ostriche e champagne.
Si tratta di una scelta politica e come tale sempre legittima. Saranno gli elettori a giudicare.
Ma è altrettanto giusto ricordare che la richiesta del M5S alla giunta di costituirsi parte civile è caduta nel vuoto (i grillini non erano in consiglio all’epoca dei presunti illeciti).
E che poi nessun partito ha speso una parola.
Ieri, solo perchè interpellato, Toti ha spiegato: «Noi ci comportiamo sempre così. Infatti non ci costituiremo neppure per il processo contro Raffaella Paita».
Quelli del Pd, invece, non ci hanno messo neppure la faccia, limitandosi e rendere nota la posizione (teorica) del partito: «Noi ci costituiamo sempre». Sarà . Ma atti istituzionali non ne abbiamo visti.
E per una volta tutti i politici sono rimasti zitti.
Sarà per la vergogna?
(da “il Secolo XIX”)
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Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile
TOTI NON CHIEDERA’ I DANNI AI SUOI COMPAGNI DI MERENDA: E’ QUESTO IL CENTRODESTRA DELLA LEGALITA’ ?
C’è un soggetto danneggiato che non batte cassa.
E questo non è il solo paradosso del processo più imbarazzante per la Regione, quello che ha messo sotto accusa le spese dei suoi consiglieri.
Il fatto è che la Liguria è l’unica fra le amministrazioni italiane – che sul tema hanno preso posizioni diverse a prescindere dal colore politico – a essersi pronunciata in due modi radicalmente opposti: nel primo procedimento, a carico degli ex membri dell’Italia dei Valori, l’ente si è costituito parte civile; nel secondo, quello in cui sono coinvolti esponenti di tutti gli altri partiti, no.
È un fatto che questo cambio di strategia coincida con una transizione politica.
Nel primo caso, concretizzatosi oltre un anno fa, al governo c’era ancora la vecchia maggioranza di centrosinistra, guidata da Claudio Burlando.
Nel secondo si era già insediato il centrodestra guidato da Giovanni Toti.
«Non volevamo ingolfare il processo», spiega il nuovo governatore. Che poi aggiunge una frecciata polemica ai suoi oppositori: «Non ci siamo costituiti parte civile nemmeno nell’inchiesta sull’alluvione che vede coinvolte Raffaella Paita (attuale capogruppo Pd in Regione, ndr) e Gabriella Minervini (dirigente, ndr).”
Cene, vini e viaggi per due
La vicenda giudiziaria è tra le più note degli ultimi anni e ha riguardato quasi tutti consigli regionali del nostro Paese.
Per anni, secondo la Guardia di Finanza, la stragrande maggioranza dei politici ha considerato i rimborsi destinati all’attività politica alla stregua d’un bancomat, in alcuni casi come un vero e proprio integrativo allo stipendio.
Con soldi pubblici sono state pagate, così dice l’accusa, spese personali d’ogni tipo: cene, viaggi, parchi giochi, vini, notti in hotel, vestiti e regali assortiti. In soldoni, solo il secondo filone, 23 imputati di centrodestra e centrosinistra eletti nell’ultima legislatura, è costato alle finanze pubbliche oltre 1 milione di euro.
Le altre amministrazioni
E qui arriviamo al comportamento processuale. Gli atti sulla conclusione delle indagini vengono notificati alla Regione, identificata come parte lesa, passano attraverso l’ufficio legale e arrivano quindi alla giunta.
La decisione finale sul costituirsi o meno come parte civile, e avere diritto dunque a un risarcimento già in sede penale, è del tutto politica.
In giro per l’Italia, per fare qualche esempio, hanno deciso di farlo Lombardia, Piemonte, Sicilia e Molise. Mentre non hanno scelto questa strada Emilia-Romagna e Campania.
La Liguria, però, è l’unica amministrazione ad aver dato due indirizzi diversi.
Ed è interessante rilevare come l’orientamento del passato fosse quello di farsi le proprie ragioni in prima persona: l’ente si era costituito parte civile, per dire, nel caso della ristrutturazione a fini privati con soldi regionali d’un villino a Mulinetti, in varie indagini su truffe sanitarie e pure nell’affaire derivati (il maxi-prestito ottenuto dalla banca giapponese Nomura a condizioni molto pericolose), dove si fece avanti già nella fase dell’indagine preliminare.
L’interrogazione dei M5S
Va detto che nei mesi precedenti la scadenza dei termini per presentare l’istanza, i partiti non si sono affannati nel domandare un intervento della giunta regionale. L’unica sollecitazione risale a febbraio, quando Fabio Tosi, consigliere del Movimento Cinque Stelle (formazione entrata in consiglio nella legislatura successiva a quella sotto inchiesta), sul punto presentò un’interrogazione.
Da allora, e fino a ieri, sul caso è calato il silenzio. E a essere ammesso come parte civile, alla fine, c’è solo l’associazione di consumatori Codacons.
(da “il Secolo XIX”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
RIXI: “PRONTO A DIMETTERMI”: CHE FRETTA, ASPETTI ALMENO LA CONDANNA PER PECULATO
«Sono pronto a dimettermi dalla giunta. E a far dimettere gli altri assessori della Lega, se necessario»: è comico Edoardo Rixi, superassessore allo Sviluppo economico, e uomo di punta della giunta del governatore Giovanni Toti, quando ieri ha fatto finta di sbattere i pugni sul tavolo della riunione di maggioranza.
Ce li vedete voi dei soggetti che vivono di politica da anni che rinunciano a 10.000 euro al mese?
Il pretesto è un attacco ad Ncd che «sta un po’ di qua, in Liguria e un po’ di là al governo e in molte liste di Comuni liguri al voto».
Come se non lo sapesse da tempo.
Rixi poi raggiunge l’apoteosi della farsa: «in queste condizioni, io il sindaco di Genova non lo faccio: non mi fido di questa maggioranza».
Ma chi l’ha mai investito?
E soprattutto: ma chi lo vota?
Poi il solito autogol del “grande stilista” (da non confondersi con statista): «Genova deve avere al più presto un presidente del porto, dicono che non ci siano nomi. Bene, alla Lega, nessuno ha chiesto di fare un nome. Chiedetecelo. Così come vogliamo essere la prima voce in capitolo per decidere chi guiderà le tornate elettorali importanti, in Liguria, il prossimo anno. Genova, Spezia, Chiavari».
Insomma, si minaccia di rinunciare alla poltrona ad un unico scopo: moltiplicare le poltrone per il proprio partito.
Eccolo che insiste: «Io non sono mai stato attaccato alla poltrona, sono pronto a dimettermi.”
Ma non è lo stesso soggetto che è stato consigliere regionale per 5 anni a 10.000 euro al mese e ciò nonostante non ha mollato la carica di consigliere comunale a Genova che ne rendeva altri 1.000?
In ogni caso, visto che a breve inizierà il processo che lo vede imputato per peculato per le spese pazze in Regione, a dimettere Rixi potrebbe pensarci la legge Severino che, in caso di condanna, prevede la sua decadenza dalla carica.
Le vie del Signore sono infinite, confidate in quelle…
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Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile
A GIUGNO INIZIERA’ IL PROCESSO A LORO CARICO PER PECULATO, MA HANNO ANCORA IL CORAGGIO DI MINACCIARE LA CRISI IN LIGURIA
Saranno guai per Toti se appoggerà il candidato sindaco Alfio Marchini, anzichè Giorgia Meloni.
Questo il senso dell’avvertimento che gli è stato fatto pervenire dal segretario regionale ligure della Lega, nonchè assessore, Edoardo Rixi e dal consigliere regionale di Fratelli d’Italia Matteo Rosso.
Questo il testo dell’esilarante comunicato: “Toti sa bene che Giorgia Meloni, sostenuta da Matteo Salvini, è la migliore della rosa (lo hanno deciso loro n.d.r.). Visto il ruolo di presidente di una coalizione di centrodestra in Liguria, riteniamo che non debba esprimersi nell’appoggio a candidature romane non condivise dagli stessi partiti nella nostra regione e che potrebbero mettere in discussione l’attuale condivisione della maggioranza in Liguria”.
Poi l’autogol classico di due pippe: “Da parte nostra, ribadiamo il pieno sostegno alla candidatura a sindaco di Roma di Giorgia Meloni che rappresenta la svolta vera e vincente per il futuro della Capitale”.
Ovvero : Toti non può dire che sostiene Marchini “per rispetto alla coalizione che regge la Liguria”, ma loro invece possono pur facendo parte della stessa coalizione.
Senza contare un dettaglio: mentre a Toti forse qualcuno potrebbe anche chiedere il suo parere su Roma, loro due non li considera nessuno, quindi il problema non si pone.
A dir la verità qualcuno a loro pensa: il tribunale che a giugno dovrà giudicarli entrambi per peculato nell’inchiesta sulle “spese pazze” in Regione ( qualcosina come 80.000 euro di spese taroccate).
Una ragione di più per tacere, riservandosi le parole per rispondere presto ai giudici.
Comunque “don Abbondio” Toti si è subito premurato di rassicurare i due “bravi”: “le vicende politiche di queste ore non influenzeranno in alcun modo il patto di governo che ci lega ai liguri. Il nostro compito è far ripartire la nostra regione che deve rimanere al riparo da ogni fibrillazione”.
La commedia è finita, le poltrone e gli stipendi sono salvi (per ora).
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Aprile 26th, 2016 Riccardo Fucile
GALLETTI AMMETTE: “IL DISASTRO AMBIENTALE RESTA”
L’emergenza ambientale è rientrata, ma lo stato di criticità a Genova rimane. 
Il procuratore capo Francesco Cozzi, che con il sostituto Walter Cotugno sta portando avanti l’inchiesta per disastro ambientale colposo ha reso noto, dopo gli accertamenti fatti in seguito al sequestro della condotta, che nella pipeline gestita dalla raffineria genovese Iplom che ha collassato domenica 17 aprile esistono altri venti punti critici.
La Liguria rimane dunque in allerta, dopo i due incidenti che hanno causato, tra il 17 e il 23 aprile lo sversamento di petrolio nel torrente Polcevera e nel Fegino e, conseguentemente, anche nel mare
Secondo quanto si è appreso, sull’oleodotto, che è stato costruito negli anni Sessanta, “sarà necessario ispezionare i punti critici e ripararli”.
Il ministro Galletti: “Resta un disastro ambientale”
Quello avvenuto a Genova “resta un disastro ambientale, nessun trionfalismo”, ha commentato a Rai News24 il ministro Gian Luca Galletti , in visita sul luogo dell’incidente.
“Chi viene in queste zone — ha aggiunto — si rende conto che c’è stato un fatto ambientale di rilievo e io non lo sottovaluto. Il lavoro più difficile, la bonifica, è quello che abbiamo davanti. Non abbassiamo la guardia, continuiamo a lavorare per ripristinare i luoghi”.
Per quanto riguarda i tempi, ha proseguito, “saranno quelli che richiede una bonifica. Oggi — ha concluso — è impossibile dire quali siano i danni permanenti“.
“Chi ha sbagliato — ha ribadito il ministro — paghi, ma guai a pensare che sia finita qui”. “Aspettiamo i risultati della magistratura e poi trarremo le conseguenze”, ha spiegato Galletti.
Presente all’incontro con il ministro anche il presidente della regione Liguria Giovanni Toti: “L’incidente che ha provocato lo sversamento di greggio — ha aggiunto il governatore — è l’occasione per fare il punto sullo stato della rete degli oleodotti italiani, sulla loro obsolescenza”.
Forse era il caso che ci pensasse prima.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2016 Riccardo Fucile
COME PREVISTO, E’ STATO DI EMERGENZA: SI DOVEVA INTERVENIRE IN MODO MASSICCIO SUBITO, INVECE CHE MINIMIZZARE
Una delle dighe di contenimento sul torrente Polcevera, creata con terra e sacchetti di sabbia per contenere il greggio fuoriuscito da una tubatura dell’oleodotto Iplom domenica scorsa, ha ceduto a causa dell’innalzamento del livello del corso d’acqua dovuto alle piogge della notte.
“La situazione è complicata, non sappiamo quanto greggio potrà finire in mare. La Capitaneria di porto è riunita per l’emergenza ed ha dichiarato lo stato di emergenza locale”. Lo ha detto l’assessore comunale alla protezione civile Gianni Crivello dopo il cedimento di una diga
In due altri punti della diga, si apprende da Iplom, i varchi sono stati aperti volontariamente proprio per far defluire l’improvvisa piena dovuta al temporale.
Si sta lavorando per ripristinare gli sbarramenti, costituiti da terra e ghiaia in prossimità del ponte Pieragostini a circa 300 metri dalla foce del Polcevera a Cornigliano.
Quelle più a valle sono state completamente spazzate via dall’acqua, che ha eroso il materiale con cui gli sbarramenti erano stati costruiti e che si sono quindi rivelati non funzionali.
Le piogge della scorsa notte peraltro non particolarmente abbondanti vista l’allerta meteo gialla, la più bassa – hanno però ingrossato il corso d’acqua rispetto ai giorni precedenti.
Le panne in materiale assorbente poste in prossimità delle dighe sono state trascinate via. Sono invece rimaste in posizione quelle cosiddette oceaniche, che hanno un metro e mezzo di pescaggio, e le altre galleggiante in prossimità della foce.
I mezzi autospurgo al momento sono rimasti sul lato del Polcevera perchè finchè non saranno ripristinate le condizioni di sicurezza non potranno riprendere il lavoro di bonifica.
Ora il rischio è che altro greggio possa arrivare in mare, dove peraltro l’onda nera si è già allargata verso la riviera di Ponente, raggiungendo la costa davanti a Loano.
E’ uscito materiale oleoso dalle dighe di contenimento ma il problema più grave resta quello della sacca di petrolio sul versante del Pianego, su cui non si può operare perchè l’area è sotto sequestro da parte della magistratura.
Altre due briglie sono state aperte appositamente perchè il materiale non defluisse con eccessiva violenza.
La pioggia al momento è cessata e le briglie dovrebbero essere richiuse a breve, anche se Genova resta in allerta Gialla, comunque panne di contenimento bloccano il materiale anche in mare, vicino alla foce del Polcevera e anche più a largo.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2016 Riccardo Fucile
PETROLIO GIA’ AL LARGO DI VARAZZE E LOANO: MENO MALE CHE ERA TUTTO SOTTO CONTROLLO
È stata avvistata a Varazze. A Pegli ha inquinato 300 metri del Lungomare. È una chiazza oleosa, che dopo aver superato le barriere alla foce del Polcevera, vaga in mare, spinta dalle correnti.
Va verso ponente, ha già percorso undici miglia fuori controllo, il rischio è che arrivi sulle coste della Francia, innescando un incidente internazionale.
La pioggia prevista domani fa paura, ma soprattutto è il mare l’incognita.
Arpal prevede che sarà molto mosso e questo significa un pericolo: che le panne si spostino, lasciando al greggio una facile via di fuga.
Parte la bonifica della spiaggia di Pegli inquinata dalle chiazze di greggio arrivate dal mare.
“Genova è stata colpita da un disastro ambientale serio. Il petrolio è arrivato in mare perchè la predisposizione di barriere probabilmente non è stata veloce come avrebbe potuto essere, quindi Iplom deve proseguire il lavoro di messa in sicurezza in stato di emergenza”.
Lo dichiara il sindaco Marco Doria intervistato dall’emittente Telenord a proposito dello sversamento di greggio dall’oleodotto Iplom a causa della rottura di una tubatura. “Il referendum sulle trivelle c’entra con l’incidente genovese, è qualcosa di più di una coincidenza, è la dimostrazione che il tema del controllo di impianti di attività a rischio è centrale nella nostra società , non possiamo metterlo nell’angolo”, ha aggiunto Doria annunciando che “il Comune, in caso di procedimento penale per lo sversamento di greggio dall’oleodotto Iplom si costituirà parte civile e si impegnerà affinchè il territorio della Valpolcevera sia risarcito nel modo più completo”.
“Iplom si impegni”.
La Regione chiede più impegno a Iplom, dopo che una patina iridescente si è spiaggiata al porticciolo. Dopo tre ore in cui è stato analizzato come si sta muovendo la macchina operativa (in cui è emerso che a monte e alla foce il petrolio è “scappato”, riuscendo a passare muretti e panne), è stato lanciato l’ultimatum all’azienda di Busalla.
Se entro oggi pomeriggio Iplom non porterà al tavolo tecnico risultati migliori, la Regione prenderà in mano le redini della situazione, chiedendo un intervento della protezione civile nazionale per un maggiore spiegamento di mezzi. Poi agirà in danno. Parallelamente si muove l’inchiesta giudiziaria.
Accompagnata dalla Capitaneria, la polizia municipale del reparto Ambiente prima che salpasse è salita sulla nave russa che domenica sera stava pompando il greggio nella tubazione. Gli inquirenti hanno esaminato tempi e orari, concentrandosi sui secondi in cui c’è stato il calo di pressione che segnalava la fuoriuscita. Il sostituto procuratore Walter Cotugno ha effettuato un lungo sopralluogo con la squadra di polizia giudiziaria dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente partendo dalla prima parte della conduttura nel porto petroli di Multedo fino a Fegino.
I tecnici hanno effettuato le misurazioni con un laser scanner lungo il fianco della collina. Serviranno per quantificare quanta terra è stata smossa, se la frana sia avvenuta prima dell’incidente o se è causata dall’esplosione.
Con il magistrato c’era il geologo Alfonso Bellini. Un nuovo incarico, avendo investigato per conto della procura sulle alluvioni di Sestri Ponente, quelle causate dalle esondazioni del Bisagno e recentemente per la frana di Arenzano.
Ha avuto il compito di stabilire se la rottura del tubo è stata provocata da uno smottamento. L’altra ipotesi è che ci sia stato un cedimento strutturale. Sarà affiancato da un ingegnere impiantistico e da uno esperto in materiali.
La squadra di pg ha anche iniziato a sentire le prime persone informate dei fatti, tecnici e operai tra quelli presenti domenica sera per “fotografare” le fasi di emergenza e quello che è stato fatto per affrontarla.
(da “La Repubblica”)
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