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SONDAGGIO TECNE’: DRAGHI, GRADIMENTO IN PICCHIATA, DAL GIURAMENTO AD OGGI HA PERSO IL 10%

Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile

LUNA DI MIELE FINITA, SOLO MONTI AVEVA FATTO PEGGIO, MA ERA STATO CHIAMATO PER FARE SACRIFICI NON PER ELARGIRE MILIARDI AI QUESTUANTI

Sarà che le aspettative erano troppo alte in partenza, sarà che nei primi due mesi l’esecutivo di Draghi ha dovuto scontentare molti perché governare nel mezzo di una pandemia non è un pranzo di gala.
Però un tonfo così netto nei sondaggi Mario Draghi probabilmente non se lo aspettava. Secondo l’ultima rilevazione di Tecné-Dire, che ha fotografato l’andamento della fiducia nel presidente del Consiglio e nel suo governo da quando si è insediato, l’esecutivo ha perso ben 5 punti a cavallo di metà aprile, quando il governo ha deciso di riaprire alcune attività: il governo è passato da una fiducia del 51,2% al 46,7%.
Anche la figura del premier è stata un po’ offuscata nei primi due mesi di governo: da febbraio il gradimento nei confronti di Draghi è sceso dal 61 al 52,1% (-9 punti). Tornando alla fiducia nell’esecutivo in totale, dal 13 febbraio, giorno del giuramento al Quirinale, il tonfo è di ben 12 punti: il gradimento degli italiani nel governo è passato dal 58,4% al 46,7% di oggi.
Dopo un breve periodo di stabilità fino al 19 marzo (quando la fiducia nell’esecutivo era al 57,4%), il crollo è stato evidente: a inizio aprile il governo aveva perso altri 5 punti percentuali (52,1%) fino a scendere sotto la soglia psicologica del 50% alla fine del mese
E non è un caso che, dopo le prime settimane di ordinaria amministrazione, il governo abbia iniziato a perdere consensi quando ha dovuto prendere le prime decisioni divisive: il condono delle cartelle esattoriali, il decreto di fine marzo che ha chiuso l’Italia per tutto il mese di aprile, le polemiche su una campagna vaccinale che faceva fatica a decollare e il decreto successivo (dopo Pasqua) che ha previsto riaperture dal 26 in poi.
Il crollo di 12 punti nei primi due mesi di governo però è quasi un record: analizzando il gradimento degli italiani nei confronti degli ultimi 6 governi, solo quello guidato da Mario Monti aveva avuto un crollo più ampio nei primi 60 giorni.
Secondo i dati di Demos, che negli ultimi anni ha analizzato il dato tendenziale del gradimento dei governi, l’esecutivo tecnico chiamato a “salvare” l’Italia nel 2011 dopo gli anni di Berlusconi era apprezzato da 8 italiani su 10 nel giorno del suo insediamento (il 78%), un dato anomalo visto che solo dieci giorni più tardi il dato era già sceso al 65%, e dopo due mesi la fiducia era scesa di 20 punti arrivando al 58%. Nel mezzo il governo aveva approvato una legge di Bilancio lacrime e sangue e il ministro del Lavoro Elsa Fornero aveva annunciato la stretta delle pensioni con una legge che poi prese il suo nome ed è stata tra le norme più odiate negli ultimi decenni.
Un monito per il governo Draghi che, per quanto differente da quell’esecutivo perché formato da politici e non solo tecnici, è guidato da una figura simile a quella di Monti. Con un’aggravante in più: se l’esecutivo dell’economista della Bocconi era nato per “mettere a posto” i conti e per approvare misure economiche e sociali impopolari, quello di oggi i soldi deve distribuirli – seppure nel bel mezzo della pandemia – con gli oltre 200 miliardi di fondi Ue del Recovery Plan
L’altro governo che nei primi 60 giorni aveva perso più consenso, ma meno dell’esecutivo di Draghi, è stato quello di Enrico Letta, partito nell’aprile 2013 dopo il boom del M5S alle elezioni politiche, la difficoltà di formare un governo ma soprattutto dopo la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale mal digerita da buona parte dell’elettorato grillino.
Letta, a capo di un governo di larghe intese con Forza Italia, nei primi due mesi (piuttosto anonimi) era passato da una fiducia del 53 al 43%. In lieve calo anche il Conte II che tra il settembre 2019 e il novembre successivo (dopo la batosta elettorale della coalizione giallorosa in Umbria) aveva perso un punto passando dal 44 al 43%.
Chi invece ha guadagnato consensi nei primi 60 giorni sono stati gli altri tre governi degli ultimi dieci anni: in primis l’esecutivo del rampante Matteo Renzi che, insediato da pochi giorni, aveva annunciato “una riforma al mese” e gli 80 euro in busta. La scia di quel consenso nei primi mesi (dal 56 al 60%) poi portò all’exploit del Pd renziano alle europee del maggio 2014 con il 41%: da lì iniziò la fase discendente fino alla sconfitta nel referendum del 2016.
Anche il governo Gentiloni, partito in sordina per traghettare il Paese al voto dopo l’era dell’ex sindaco di Firenze, guadagnò 5 punti percentuali in due mesi (dal 38 al 43%) e lo stesso successe al Conte I (Lega-M5S) che approvò subito il decreto Dignità voluto dal M5S.
Poi il Paese fu colpito dalla tragedia del Ponte Morandi e gli italiani si strinsero, come avviene nei casi emergenziali, intorno all’esecutivo.
(da IL Fatto Quotidiano”)

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ILLUSIONISTI DI GOVERNO SUL COPRIFUOCO: SALVINI E RENZI PRENDONO UNA FACCIATA

Aprile 27th, 2021 Riccardo Fucile

LEGA, FORZA ITALIA E ITALIA VIVA “ESULTANO” PER LA VERIFICA A MAGGIO CHE DRAGHI AVEVA GIA’ ANNUNCIATO UNA SETTIMANA FA

Dice che è cambiato tutto, quando invece tutto prosegue come già stabilito, come già annunciato da Draghi.
Coprifuoco e illusionismo: ecco lo strano mix con cui Matteo Salvini ha condotto la sua battaglia sugli orari serali delle chiusure, adottando anche una tattica da in e out rispetto alla maggioranza di governo di cui fa parte.
Il ricorso all’illusionismo del leader della Lega ha funzionato così: celebrare quello che lui ritiene un proprio successo nella vicenda parlamentare di queste ore, cioè l’approvazione dell’ordine del giorno che impegna il governo a valutare nel mese di maggio, sulla base dell’andamento epidemiologico del Covid, l’orario di rientro a casa. La richiesta arrivata dall’ex ministro tuttavia era ben diversa e corrispondeva all’abolizione del coprifuoco dal 15 del mese prossimo.
Così Salvini aggirando, giocando e ribaltando i dati di fatto millanta una vittoria.
Il primo “tagliando” sul decreto riaperture era già fissato a metà maggio quindi ben poco è cambiato perché contestualmente sarebbe stato valutato anche il coprifuoco.
La scelta dunque era già stata condivisa prima della querelle che ha impegnato la Camera nella giornata di oggi. Nonostante questo ecco il proclama illusionista di Salvini: “L’ordine del giorno votato oggi dalla Camera significa che la Lega non fa i capricci ma rappresenta l’esigenza di milioni di italiani che vogliono tornare al lavoro e alla libertà”.
Tutto ciò arriva a conclusione di una giornata burrascosa per la maggioranza. “Oggi si è toccato un punto molto basso”, racconta chi era presente all’incontro tra il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e i capigruppo di maggioranza.
Il partito di Matteo Salvini, per rincorrere l’alleato di centrodestra Giorgia Meloni che sta conducendo la sua battaglia contro il coprifuoco, pretendeva che quest’ultimo venisse abolito da metà maggio.
Con lui si schierano Forza Italia e Matteo Renzi. Il gioco è nei fatti una guerra di nervi tutta all’interno del centrodestra, in cui Fratelli d’Italia prova a conquistare spazio e Salvini in difficoltà lo insegue per non lasciare al partito della Meloni quelle battaglie che nel Paese possono avere un seguito.
Da una parte quindi ci sono Lega, Fratelli d’Italia e Italia Viva, favorevoli all’abolizione del coprifuoco, e dall’altra Pd, Leu e M5s favorevoli a mantenerlo.
La maggioranza si mette a lavoro per riformare gli ordini del giorno che Lega e Forza Italia sono pronti a presentare, ma una soluzione per tante ore non si trova.
È stallo, gli animi si surriscaldano, le urla si sentono dai corridoi, fino a quando il ministro D’Incà sbotta contro la Lega: “Ora basta, parlo con Draghi”.
E si reca al Senato per discuterne personalmente con il premier.
La seduta in Aula alla Camera slitta di ore, prima un quarto d’ora, poi mezz’ora, infine un’ora e poi due. Alla fine viene scritto un nuovo testo sulla base di una proposta avanzata dalla capogruppo Pd Debora Serracchiani.
Tutti si dicono soddisfatti, compreso Salvini che in realtà ottiene come unico risultato quello di aver alzato la tensione per tutto il giorno nella speranza di mostrare all’esterno una certa autonomia rispetto al governo.
La seduta in Aula riprende. La maggioranza vota compatta l’ordine del giorno di cui si è discusso per tutto il pomeriggio, ma quando arriva il momento di votare l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia sull’abolizione del coprifuoco ecco che la Lega lascia gli scranni e non partecipa al voto mentre il resto della maggioranza si esprime in maniera contraria. Pd e M5s non ci stanno: “Chi fa queste scelte se ne deve andare”.
E tra i banchi della Camera la domanda che rimbalza è sempre la stessa: “Salvini quando lascerà la maggioranza? Cosa pensa di fare?”.
Tutto questo è il preludio di ciò che succederà domani, quando sarà discussa la mozione di sfiducia al ministro Roberto Speranza presentata da Fratelli d’Italia, altra mina sulla strada leghista.
“Come voterà la Lega? Non lo so ancora, ne parlerò con Sileri”, risponde Salvini. Con il sottosegretario alla Salute che negli ultimi giorni non risparmia critiche al titolare del dicastero. Ma con ogni probabilità il leader leghista si sta preparando a un altro gioco da illusionista, per arginare Giorgia Meloni ed essere sempre un po’ in e un po’ out rispetto alla maggioranza.
(da “Huffingtonpost”)

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LO SPOT DEL GOVERNO SULLE “SCUOLE APERTE A LUGLIO E AGOSTO”

Aprile 27th, 2021 Riccardo Fucile

ESSENDO SU BASE VOLONTARIA, VEDRETE QUANTE FAMIGLIE CHE FINO A IERI VOLEVANO I FIGLI A SCUOLA ORA PREFERIRANNO CHE VADANO AL MARE E IN VACANZA

Il piano scuola per l’estate messo a punto dal Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi è pronto a partire: 510 milioni messi a disposizione degli istituti scolastici per potenziare l’apprendimento degli alunni provati da un anno di didattica a distanza.
150 milioni del totale dei fondi provengono dal decreto Sostegni, 320 milioni dai Pon per l’estate (risorse messe a bando dall’Unione Europea per utilizzarli nelle aree con maggiori disuguaglianze economiche e sociali), altri 40 milioni deriveranno invece dal fondo per l’ampliamento dell’offerta formativa e il contrasto della povertà educativa.
Le risorse del decreto sostegni saranno distribuite sulla base del numero di alunni tramite decreto ministeriale: si tratta in media di 18mila euro ad ogni istituto, e tra questi potranno rientrare anche le scuole paritarie e i Centri per l’istruzione degli adulti.
Il 70 per cento del totale dei fondi è destinato alle regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia), che più soffrono della dispersione scolastica esacerbata da un anno di pandemia.
La logica è quella di un “piano di trasformazione che proseguirà durante il prossimo anno scolastico”, spiegano dal ministero: i fondi infatti sono utilizzabili sino al 2022. Ma gran parte delle risorse saranno utilizzate tra giugno e luglio proprio per facilitare il ritorno a scuola a settembre.
Non si tratta però di un’estensione dell’anno scolastico, quella di cui il premier Draghi aveva parlato durante le consultazioni di febbraio: questo infatti terminerà come previsto a inizio giugno. Non si tratta nemmeno di corsi di recupero per gli alunni promossi con insufficienze: per loro si terranno i normali corsi estivi per prepararsi all’esame di settembre.
Il piano scuola per l’estate consisterà invece in attività di potenziamento che permettano agli studenti di recuperare il tempo perso in termini di condivisione e socialità, lontano da compagni insegnanti, che sono risorse umane preziose per favorire l’apprendimento scolastico.
Le scuole potranno scegliere se restare aperte o meno, così come pure insegnanti e studenti potranno decidere di partecipare su base volontaria. I docenti in quel caso saranno pagati extra, affiancati anche da educatori esterni e realtà del terzo settore, secondo i primi dettagli che iniziano a circolare dalla bozza del piano.
A giugno si prevedono appunto corsi di rinforzo degli apprendimenti, con attività laboratoriali, scuola all’aperto, studio di gruppo. A luglio e agosto, invece, prevarranno attività di aggregazione e socializzazione.
(da agenzie)

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SULLA SANITA’ DRAGHI METTE MENO SOLDI DI CONTE, MA RENZI E IL PARTITO DEL MES NON HANNO NULLA DA RIDIRE

Aprile 27th, 2021 Riccardo Fucile

IN PIENA PANDEMIA DRAGHI DESTINA ALLA SANITA’ APPENA 15,6 MILIARDI CONTRO I 19 PREVISTI PER IL RECOVERY DAL GOVERNO CONTE

Partiamo, come al solito, dai dati del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Totale investimenti: 221,5 miliardi di euro. Di cui 191,5 miliardi Fondi Ue del Recovery e 30 miliardi dal Fondo europeo complementare nazionale.
La ripartizione per settore è la seguente: Rivoluzione verde e transizione ecologica 57 miliardi (30%); digitalizzazione 42,5 miliardi (22%); istruzione e ricerca 31,9 miliardi (17%); infrastrutture 25,3 miliardi (13%); inclusione e coesione 19,1 miliardi (10%); salute 15,6 miliardi (8%).
Siamo in piena pandemia, gli ospedali arrancano, le terapie intensive sono insufficienti dopo anni di scriteriati tagli alla sanità pubblica e, misteriosamente, della pioggia di miliardi, più del Piano Marshall, che si prepara ad irrorare la penisola, la Sanità è il fanalino di cosa con solo l’8% del preventivo di spesa.
Ma com’è possibile? Addirittura l’inclusione e la coesione, con 19,1 miliardi (10%), la supera. Per carità, la coesione è importante, ma non certo come la Sanità. Eppure, a dispetto di questi semplici ragionamenti logici, i soldi sono stati conferiti in questo modo.
Detto ciò, e speriamo che qualcuno prima o poi ci spieghi questa anomalia di cui nessuno parla, c’è da capire un’altra cosa.
Il primo piano sul Recovery Fund fu presentato da Giuseppe Conte, allora premier, e fu il motivo principale che portò alla sua caduta dopo che Matteo Renzi contestò furiosamente la ripartizione che, tra l’altro, era pure leggermente superiore a quella di Draghi. Renzi e Iv ne fecero il cavallo di battaglia per richiedere l’utilizzo del Mes.
Ma ora Renzi e il partito del Mes non hanno nulla da ridire
La prima dotazione di Conte fu di 9 miliardi di euro e dopo le proteste renziane aumentò 19,72 miliardi, ora con Draghi è ricalata di nuovo.
Ma Renzi non si è fatto più sentire su questo tema che lo dovrebbe vedere ancora principale protagonista indignato vieppiù per l’ulteriore riduzione. Invece latita dopo una ritirata strategica. Questa è l’ennesima dimostrazione che a Renzi di temi specifici siano essi la sanità o la transizione ecologica non gliene può fregare di meno.
A lui interessava – e interessa – solo perseguire i propri egoistici obiettivi politici che poi si declinano come la sua sopravvivenza, altrimenti si sarebbe dovuto far sentire, visto che la situazione sull’argomento che fece cadere il governo Conte è addirittura – se possibile – peggiorata. Eloquente un’agenzia di ieri dell’onorevole Maria Elena Boschi che elogia Draghi per il Pnrr, ma tace pure lei sulla sanità
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RECOVERY, LE RIFORME CHE CI CHIEDE L’EUROPA SENZA LE QUALI NON VEDREMO UN EURO

Aprile 26th, 2021 Riccardo Fucile

ABBATTERE EVASIONE FISCALE, ASSUNZIONI ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE, NO SALARIO MINIMO, ASL AFFIDATE A COMPETENTI NON A NOMINE POLITICHE, MENO REGOLE PER APPALTI, MENO BUROCRAZIA… MA IN UN PAESE AD ALTA CORRUZIONE FESTEGGERA’ LA ‘NDRANGHETA

La garanzia che l’Italia farà le riforme l’ha data Mario Draghi a Ursula von der Leyen. Con quel “garantisco io” che è la cifra di un’esposizione politica imponente e soprattutto determinante per tirare il Recovery plan italiano da 222,1 miliardi fuori dall’operazione di smontaggio che nel frattempo stavano portando avanti i tecnici di Bruxelles.
Ma la missione salvifica di Draghi ha anche una contropartita. E si capisce chiaramente se si confronta il testo inviato al Parlamento con la bozza al centro del confronto lungo e nervoso tra Roma e la Commissione europea.
Il disco verde è legato a una corsa tra palazzo Chigi e le Camere: le riforme devono diventare decreti e disegni di legge tra maggio e dicembre, in appena sette mesi, in un 2021 caricato di scadenze nonostante il Recovery ha un orizzonte temporale molto più lungo, fino al 2026.
Il messaggio che arriva dall’Europa dice che la parola data da Draghi conta, anzi è stato l’elemento risolutivo, e per questo dopo una no stop di 48 ore si è arrivati a quello che palazzo Chigi per primo ha rivendicato come “un accordo politico”.
Ma il messaggio dice anche che il Governo non solo ha dovuto riscrivere la tabella di marcia delle riforme, ma anche fornire rassicurazioni sui contenuti, in alcuni casi riscrivendoli per rassicurare Bruxelles sul fatto che la direzione politica concordata non cambierà e anzi sarà vincolata a impegni presi prima, non cambiati in corsa.
La contropartita, tra l’altro, genera un’appendice rischiosa per Draghi e più in generale per la sorte dei soldi del Recovery. La garanzia del premier deve necessariamente reggersi sull’unità e sul lavoro del Parlamento.
Ora è evidente che il Recovery non è il coprifuoco e che i partiti, quindi, non solleveranno problemi sui soldi, meglio non con l’intensità che usano quando ad esempio c’è da scrivere la legge di bilancio.
Ma le riforme sono un’altra cosa e il Recovery sono prima le riforme e poi i 222,1 miliardi, non il contrario.
Le riforme, soprattutto, toccano temi come la giustizia, la concorrenza, le tasse, ancora gli appalti e la Pubblica amministrazione.
Ogni volta che un governo si è avvicinato a questi temi il più delle volte è finito tutto prima di iniziare.
E le riforme, come quella del fisco, più in generale quelle definite organiche, non sono state mai fatte.
Al Parlamento è chiesto ora un cambio di passo, nel ritmo e nella qualità del lavoro, e la tabella di marcia riscritta da Bruxelles ha un sottotitolo definito: niente soldi se il lavoro non ingrana.
Il fisco, la riforma più contestata da Bruxelles. Revisione Irpef calibrata sull’equilibrio dei conti entro luglio. Assunzioni all’Agenzia dell’Entrate
È stata la riforma su cui Bruxelles ha insistito di più. Sia per i tempi, da dettagliare, sia per i contenuti. L’ultima versione del Recovery dice che la riforma del fisco dovrà arrivare in Parlamento, sotto forma di legge delega, entro il 31 luglio.
L’accento più forte dopo l’interlocuzione con Bruxelles è quello sul contrasto all’evasione: più personale e nuove professionalità all’Agenzia delle Entrate per il controllo fiscale in Italia e all’estero con 2.000 assunzioni che si aggiungono al concorso pubblico bandito per 4.113 posti.
Ritornando alla riforma del fisco la direzione è quella di rivedere l’Irpef, ma non solo preservando la progressività dell’imposta. Bisognerà fare tutto nel rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici. Quindi niente riforme onerose.
Più trasparenza per le nomine nella sanità, troppa discrezionalità
In materia di concorrenza si parla anche di sanità. E c’è una sollecitazione, in ambito regionale, quindi a livello delle Asl, di “introdurre modalità e criteri più trasparenti nel sistema di accreditamento. Ma il passaggio più forte è quello sulla necessità di intervenire sulle norme che regolano le nomine dei dirigenti ospedalieri.
C’è una valutazione tecnica da parte di una commissione composta da medici, ma c’è anche “un’eccessiva discrezionalità” in capo “ai direttori delle Aziende sanitarie locali nella scelta definitiva dei primari”.
Per molti altri profili, si legge nel testo, “la legislazione in materia sanitaria attribuisce poteri discrezionali eccessivamente ampi nella nomina di personale delle Asl e nella gestione dei servizi da rendere al pubblico”.
Subito il decreto Semplificazioni, entro la prima settimana di maggio
Il Governo aveva indicato un generico “dopo l’invio del Piano” alla Commissione europea, ma la stessa Commissione ha chiesto che il decreto Semplificazioni sia approvato dal Consiglio dei ministri entro la prima settimana di maggio. Subito. Con una conversione in legge che quindi dovrà avvenire entro metà luglio. Ma anche tutti gli altri interventi che devono semplificare le norme e agire soprattutto sulla riorganizzazione e la digitalizzazione della Pa devono essere approvati entro quest’anno. Gli interventi si chiamano leggi ordinarie, leggi di delegazione legislativa e relativi decreti delegati. Strumenti che il Parlamento solitamente maneggia nell’arco temporale di molti mesi e che quando sono di origine governativa sono viziati da tempi di gestazione che a volte durano anche anni. Non è un caso che quando si lega una riforma a una legge delega, la prima considerazione che viene fatta, dentro e fuori il Parlamento, è: non si farà o si farà chissà quando.
Il monitoraggio “costante” del Governo, le semplificazioni al ministero della Pa di Brunetta. Stop all’Unità centrale di semplificazione a palazzo Chigi
“La semplificazione amministrativa e normativa richiede un impegno sistematico, che va ben al di là dei tempi e dei contenuti del PNRR”, si legge nel testo del Piano italiano. Il cervellone sarà il Dipartimento della Funzione pubblica guidato da Renato Brunetta che sarà potenziato in termini di personale. Così come il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, la struttura di supporto al presidente del Consiglio nella funzione di coordinamento dell’attività normativa del Governo. Ma a differenza dell’ultima bozza non ci sarà l’Unità centrale di semplificazione a palazzo Chigi.
Controlli antimafia, tempi contingentati per l’aggiudicazione degli appalti, meno stazioni appaltanti. La normativa speciale fino al 2023
L’ultima bozza parlava di un generico “rafforzamento” delle semplificazioni previste nel decreto approvato l’anno scorso dal governo Conte e solo per quelle relative al termine massimo per l’aggiudicazione di un appalto. Il testo inviato dal Parlamento, invece, prevede una proroga dell’efficacia della normativa speciale fino al 2023. La direzione è doppia: da una parte più verifiche antimafia e protocolli di legalità, dall’altra la limitazione della responsabilità per danno erariale ai casi in cui la produzione del danno è “dolosamente voluta dal soggetto che ha agito”. Ma anche l’individuazione di un termine massimo per l’aggiudicazione degli appalti, con una riduzione dei tempi tra la pubblicazione del bando e l’aggiudicazione, oltre a misure per contenere i tempi di esecuzione degli stessi appalti. Queste ultime azioni vanno nella direzione di legare gli appalti a un numero minore dei cosiddetti lacci e lacciuoli. Tra l’altro altri provvedimenti che si possono inquadrare in questa direzione, come la riduzione del numero delle stazioni appaltanti, sono misure urgenti che possono, anzi devono, essere messe in campo subito, senza un provvedimento legislativo.
Meno regole per gli appalti, modello Germania. Le misure in un decreto da approvare entro maggio
Per gli appalti ci saranno misure a regime – e il modello a cui guardare è la Germania – ma anche misure urgenti. Anche qui i tempi sono stringenti: le misure urgenti andranno adottate con un decreto che il Governo è chiamato ad approvare entro maggio. Le misure a regime, invece saranno varate utilizzando il disegno di legge delega: andrà presentato in Parlamento entro il 31 dicembre e i decreti legislativi collegati andranno adottati entro nove mesi dall’entrate in vigore della legge delega. Nella vecchia bozza, invece, non era precisato il timing delle misure urgenti: si parlava genericamente di un decreto che sarebbe stato approvato dopo la trasmissione del Recovery a Bruxelles.
Cosa dovrà fare la legge delega spiega il cambio di passo sugli appalti. Dovrà ridurre le norme, ma soprattutto recepire le direttive europee, quelle che semplificano le autorizzazioni e velocizzano la progettazione di opere pubbliche, piccole e grandi, ma anche l’avvio dei cantieri. Tra le azioni di semplificazione figura la riduzione dei documenti da presentare per partecipare a un bando, ma anche l’individuazione puntuale dei casi nei quali è possibile ricorrere alla procedura negoziata senza la pubblicazione precedente di un bando. Ancora prevedere casi in cui le stazioni appaltanti possono legare l’aggiudicazione degli appalti solamente al criterio del prezzo o del costo inteso come criterio del prezzo più basso o del massimo ribasso d’asta.
Autorizzazioni ambientali più veloci a maggio. Se restano come quelle di oggi ci vorranno 100 anni per raggiungere gli obiettivi sul fotovoltaico
Quello che non va lo scrive il Governo. Le norme vigenti sulla Via, la Valutazione di impatto ambientale, “prevedono procedure di durata troppo lunga e ostacolano la realizzazione di infrastrutture e di altri interventi sul territorio”. Ma senza le valutazioni ambientali non si possono fare le opere pubbliche né spingere gli investimenti privati, a iniziare da quelli per le rinnovabili. Il ministero dell’Ambiente ha fatto una simulazione di come la burocrazia sta mettendo a rischio i target dei prossimi anni: i tempi medi per la conclusione dei procedimenti di Via sono di oltre due anni, con punte quasi di sei anni, mentre per la verifica di assoggettabilità alla Via sono necessari 11 mesi, quasi un anno. Se le cose non cambiano l’Italia impiegherà 24 anni per centrare gli obiettivi della produzione di energia da fonte eolica e ben 100 per il raggiungimento dei target per il fotovoltaico. Anche in questo caso si è parlato da un decreto da approvare “dopo la trasmissione del Pnrr” a Bruxelles a un timing più dettagliato: le misure urgenti sempre a maggio, quelle a regime con un disegno di legge delega da presentare in Parlamento entro fine anno e con i decreti legislativi da adottare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge delega.
A maggio anche il decreto per semplificare le norme del superbonus al 110%
I partiti, 5 stelle in primis, hanno spinto per la proroga del superbonus al 110 per cento. Il ministro dell’Economia Daniele Franco ha assicurato che i soldi necessari arriveranno in autunno con la manovra, ma prima c’è un altro problema. Il superbonus è incastrato in una serie di norme che rendono complessa anche solo la richiesta di usufruire dell’agevolazione. Il decreto legge per cancellare gli ostacoli burocratici sarà approvato, anche questo, entro maggio.
Le norme sulla concorrenza in due tempi.
Legge annuale approvata in Parlamento entro luglio, altre norme legate agli sviluppi della pandemia
La legge annuale sulla concorrenza sarà presentata in Parlamento entro luglio, mentre altre norme arriveranno negli anni successivi, quando lo consentirà il superamento delle criticità create dalla pandemia. Si riducono anche i tempi per il disegno di legge sugli incentivi per le imprese che operano al Sud: la presentazione del disegno di legge alle Camere entro il 30 giugno (prima era entro il 30 settembre).
Salta il salario minimo legale, in arrivo un ammortizzatore sociale per i lavoratori autonomi
Nella versione del Recovery inviata al Parlamento non figura più il salario minimo legale. Confermata invece la riforma degli ammortizzatori sociali: tutti avranno la cassa integrazione che sarà modulata sulla base delle dimensioni dell’impresa e tenendo conto delle caratteristiche del settore in cui operano. La novità è “un sistema di tutele” per i lavoratori autonomi.
Occhio alla spesa.
Il potenziamento del Tesoro per la revisione e la valutazione
Capitolo 1.3.10: Rafforzare le misure di revisione e valutazione della spesa. Ci sarà un ulteriore rafforzamento del ruolo del ministero dell’Economia, anche attraverso il potenziamento delle strutture esistenti, per le tre fasi del processo di spesa: valutazione ex ante delle proposte, monitoraggio sulla loro effettiva implementazione, valutazione ex post dei risultati. “L’obiettivo – si legge nel testo del Recovery – è di rendere maggiormente effettive le proposte di revisione/riprogrammazione della spesa” per una maggiore efficienza della stessa spesa e per trovare soldi necessari anche ad abbattere le tasse.
(da agenzie)

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RECOVERY IN STAND-BY, DUBBI UE SULLA RIFORMA DEL FISCO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

TELEFONATA DRAGHI-VON DER LEYEN

Le riunioni in videoconferenza vanno avanti da ieri. Una pausa notturna, poi una nuova call stamattina. Ancora in corso alle sette di sera. I tecnici di palazzo Chigi e del Tesoro a Roma, quelli della Commissione europea a Bruxelles. Il premier Mario Draghi e la presidente Ursula von der Leyen si sentono al telefono intorno all’ora di pranzo. Si parla, e si discute, del Recovery plan.
Atteso alle dieci del mattino sul tavolo del Consiglio dei ministri. Ma otto ore dopo la riunione non è stata ancora riconvocata. Il Recovery non è pronto. E Draghi non può riunire i ministri. Non perché intanto è esplosa la questione della proroga del superbonus, con i 5 stelle all’arrembaggio e tutti gli altri partiti, con più o meno foga, ad intestarsi la battaglia politica.
La ragione è un’altra: il piano da 221,5 miliardi va ricalibrato. Non è una questione di soldi, ma di riforme. Una su tutte, quella del fisco, suscita più di un dubbio a Bruxelles: troppo generica. Ma anche altre – concorrenza, Pa e giustizia – sono soggette a richieste di aggiustamenti, seppure più contenuti. La Commissione Ue chiede un cronoprogramma più dettagliato.
A palazzo Chigi la consapevolezza che il Consiglio dei ministri non si sarebbe potuto tenere la mattina seguente prende forma ieri sera tardi. Quando da Bruxelles vengono chiesti più dettagli sulle riforme.
Le sei missioni del Piano non suscitano criticità: c’è qualche numero da sistemare, qualche tabella da riscrivere, ma di quello si occupano i tecnici al ministero dell’Economia. Le riforme invece no.
Qui i dettagli sono sì numerici, ma anche politici. Perché l’Europa erogherà i soldi del Recovery non solo se i progetti andranno avanti, ma anche se i Paesi faranno le riforme. Tema assai complesso e delicato, che ripropone il tema di un’Europa che chiede un cambio di passo all’Italia e l’Italia, che sulle riforme ha sempre avuto il fiato corto, chiamata a dare un segnale di forte discontinuità rispetto al recente passato. Questa volta le riforme si devono fare davvero.
I problemi che solleva questa questione, come si diceva, emergono già venerdì sera. E per questo intorno alle dieci e mezza dagli uffici della presidenza del Consiglio partono le telefonate per comunicare che la riunione del Consiglio dei ministri, convocata all’indomani alle 10, non si sarebbe svolta a quell’ora.
La comunicazione è accompagnata anche dall’impossibilità di fissare un nuovo orario. Al mattino, quando riprende la call con i tecnici di Bruxelles, si entra nei dettagli delle riforme.
Sulla riforma della Pubblica amministrazione arrivano da Bruxelles richieste di chiarimenti sul reclutamento, cioè sui concorsi, e sulle procedure da semplificare. Ma la questione si chiude subito, senza sfociare in fibrillazioni.
Si passano in rassegna le altre riforme: quella sulla concorrenza, ma anche la riforma della giustizia. I problemi nascono quando si arriva alla riforma del fisco, appena abbozzata nel Recovery.
Nelle stesse ore in cui a palazzo Chigi si prova a chiudere il Recovery monta la questione del superbonus. Il pressing dei 5 stelle e di Forza Italia su Draghi e su Franco aumenta il nervosismo dentro il Governo maturato già ieri, quando più di un ministro ha lamentato di arrivare al Cdm senza neppure aver visto la bozza del Recovery. E allo stesso tempo di essere venuto a conoscenza dei contenuti dalle agenzie di stampa. Sono i ministri grillini Stefano Patuanelli e Federico D’Incà a premere per la proroga al 2023, mentre la ministra per gli Affari regionali in quota Fi Maristella Gelmini alza il telefono per chiamare il ministro dell’Economia e chiede rassicurazioni sulle coperture necessarie.
Rassicurazioni che secondo quanto riferiscono fonti parlamentari sarebbero arrivate. Così è. Ecco il compromesso: nessuna modifica alle norme sul superbonus nel Recovery, quindi niente soldi per la proroga, ma nei prossimi mesi il Governo farà una valutazione delle risorse che saranno utilizzate quest’anno e valuterà un rifinanziamento della misura a settembre, quando si aprirà il cantiere della manovra.
L’impianto del Recovery, quindi, non si tocca. I soldi messi in conto per l’agevolazione fiscale sui lavori di efficientamento energetico e antisismici restano in tutto 18 miliardi, tra vecchi e nuovi. Il Recovery non fa altro che rimescolare la composizione di questi fondi, divisi tra risorse nazionali ed europee e conferma la proroga del superbonus prevista nell’ultima legge di bilancio, quella che vale per le case popolari. Ma per estendere l’agevolazione a tutti gli edifici fino al 2023, come detto, servono altri 10 miliardi.
La mediazione di Franco, tra l’altro, non cancella del tutto le perplessità di una parte dei 5 stelle, quella più oltranzista. E infatti pochi minuti dopo aver spiegato che Franco, ma anche Draghi, sono disposti a valutare la proroga del superbonus nella prossima manovra, le stesse fonti grilline chiedono che il secondo impegno che il premier avrebbe assunto nel corso delle interlocuzioni – cioè parlare della proroga durante le comunicazioni sul Recovery in Parlamento – sia effettivamente portato avanti lunedì e martedì, quando sarà alla Camera e al Senato.
Si fa sentire anche Giuseppe Conte, che con un post su Facebook parla della necessità di un segnale politico: “La misura del superbonus – scrive l’ex premier – va prorogata fino al 2023 e, anzi, è necessario intervenire per renderla ancora più semplificata”.
Anche le pensioni sono un tema che divide la maggioranza. Ma il Recovery non può aspettare. Draghi vuole inviarlo a Bruxelles entro il 30 aprile e intende presentarsi in Parlamento con un testo che ha già ricevuto una prima validazione, seppure non definitiva, da parte del Consiglio dei ministri.
Quando la riunione con i tecnici di Bruxelles sta per entrare nel vivo, poco dopo l’ora di pranzo, ecco che prende forma l’orario del Consiglio dei ministri: primo pomeriggio. I senatori 5 stelle alzano di nuovo il pressing su Draghi: “Per il M5S sarà molto difficile dire sì al Pnrr qualora non dovessero arrivare garanzie sull’estensione del superbonus”. Poco dopo scendono in campo i big. Sono quattro ministri grillini – Luigi Di Maio, Fabiana Dadone, Patuanelli e D’Incà – ad annunciare che chiederanno in Consiglio dei ministri “garanzie nero su bianco affinché nei prossimi provvedimenti economici venga prorogato al 2023”. Ma Di Maio sottolinea anche che ci sono 18 miliardi e che bisogna lavorare per la stabilità. Il nodo politico del superbonus è sciolto prima ancora che il Cdm inizi. Ma la riunione non viene ancora convocata. I problemi sono da un’altra parte.
(da “Huffingtonpost”)

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DA DOVE PASSA LA SCOMMESSA DI DRAGHI

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

RECOVERY: REGIA, SUPERBONUS E QUOTA 100 LE PRIME SPINE

Quello che siamo è noto, ma rispolverare dati e tendenze dell’Italia di oggi è utile per capire se e quanto l’Italia del 2026 sarà un’Italia davvero più green e più digitale, sarà il Paese dei treni veloci e dei traghetti verdi, delle scuole connesse e delle cure a domicilio, degli asili nido e dei processi veloci.
In definitiva capire se l’Italia, dopo i 221,5 miliardi del Recovery Plan, sarà capace di crescere, ritrovando un vero segno più sul Pil (+3,6%) e sull’occupazione, con un impatto su benessere e inclusione.
Passa da qui la grande scommessa della crescita di Mario Draghi, da 318 pagine di un documento corposo che atterra a Palazzo Chigi, non senza tensioni, per poi volare a Bruxelles entro il 30 aprile.
La scommessa parte da un Paese impoverito dal Covid, mai così tanto dal 2005: un milione di persone in povertà assoluta in più, in tutto 5,6 milioni, cioè il 9,4% della popolazione.
Un Paese che in Europa ha il più alto tasso di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano. Solo il 53,1% delle donne sono impiegate, molto al di sotto del 67,4% della media europea.
Siamo il Paese fragile delle frane e delle alluvioni, con il 12,6% della popolazione che vive in zone con elevata pericolosità.
Siamo il Paese che inquina, con le emissioni che sono rimaste le stesse dal 2019 in poi, risalite dopo il calo del 2008-2014. Ancora il Paese che ha 3,5 milioni di dipendenti pubblici, ma solo il 2,9% con meno di 30 anni.
Il Recovery affronta le questioni, in alcuni casi indica delle direzioni di marcia, in altri dettagli e tempistiche. Due questioni prendono subito la scena, malgrado ad esse siano riservate poche righe.
L’addio di Quota 100 a fine anno, misura previdenziale bandiera della Lega, a cui il sottosegretario leghista Durigon prova a opporre un “Quota 102” tutto da verificare.
Il Superbonus 110%, la cuccagna per l’edilizia, se solo fosse davvero utilizzato e quindi del tutto efficace: si indica la volontà di prorogarlo al 2023, ma non ci sono al momento le risorse per farlo.
C’è poi un tema di fondo che alimenta la tensione sul Recovery Plan ed è la regia: le redini saranno saldamente nelle mani di Mario Draghi a Palazzo Chigi e di Daniele Franco al Tesoro, diversi ministri non intendono stare a guardare.
La leva del Recovery: gli investimenti pubblici. Ovvero saper spendere
Il 60,4% delle risorse del Recovery è riservato agli investimenti pubblici. E da questo dato si capisce che sono loro la leva del Piano. Ma fino ad oggi il problema dell’Italia non è stato avere soldi a disposizione per gli investimenti, ma spenderli.
Nel primo semestre del 2020 abbiamo pagato il Covid e il lockdown e costruire una strada o una rete fognaria, invece che un ponte o una diga, si è rivelata un’operazione ancora più evanescente del solito.
Gli investimenti pubblici sono scesi da 20,6 a 19,3 miliardi, ma anche il trend più positivo – quel 2019 con gli investimenti risaliti al 2,3% del Pil e quindi a 41,1 miliardi – ha un valore assoluto molto basso. Senza considerare che dieci anni fa andavamo decisamente a un altro ritmo, con gli investimenti che erano arrivati al 3,6% del Pil. Con il Recovery dovremmo spendere 133,5 miliardi (calcolando il Recovery vero e proprio da 191,5 miliardi e il Fondo complementare da 30 miliardi). È vero che dovremmo farlo in cinque anni, ma il tempo a disposizione non cancella i problemi che sono alla base dell’incapacità di sapere spendere.
P.A. anziana e poco istruita, si cambia
I problemi sono una Pubblica amministrazione che ha pochi dipendenti, molto anziani, poco istruiti, altrettanto poco formati. E dato che gli investimenti pubblici in Italia, come ricorda la bozza del Recovery, “sono a carico degli enti locali per oltre la metà”, si capisce bene che il problema riguarda non solo la macchina dei ministeri, ma anche se non soprattutto gli uffici comunali e regionali, e in generale tutte quelle figure da cui passerà la gestione dei soldi dei singoli progetti. Qui subentra la cura Brunetta/Draghi e cioè una riforma che punta a tirare dentro i giovani con assunzioni più veloci e attraverso concorsi digitali, ma anche a valutare meglio e diversamente le performance dei dipendenti e dei dirigenti. Il dettaglio della cura arriverà con un decreto specifico, ma le prime linee guida costituiscono un punto di forza lì dove si punta sulla piattaforma unica per il reclutamento. Oggi passano fino a 4 anni tra la pubblicazione del bando per un concorso e le assunzioni dei vincitori. Centralizzare e digitalizzare possono accorciare i tempi del ricambio. L’altra grande questione è la necessità di semplificare le procedure amministrative. Qui un ruolo importante può giocarla la task force di mille professionisti a supporto delle amministrazioni.
Semplificazioni, la sfida è sul Codice degli appalti. Riforma della giustizia sotto tono
Il fianco debole – e qui si passa alle altre due riforme, quella della giustizia e quella degli appalti – è costituito da quelli che spesso vengono chiamati colli di bottiglia. Sono la Valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni per nuovi impianti di riciclo di rifiuti, ma anche le procedure di autorizzazione per le rinnovabili e quelle per l’efficientamento degli edifici. La burocrazia, i certificati che non arrivano, i passaggi di faldoni tra un ministero e l’altro, i ricorsi che bloccano i cantieri. Draghi promette una semplificazione, che significa tempi più brevi e mani più libere, ma qui bisognerà aspettare la riforma degli appalti per capire se ci saranno regole capaci davvero di invertire un trend che oggi dice questo: otto anni e mezzo buttati in burocrazia per le grandi opere, un anno e mezzo per le piccole. Il destino del Codice degli appalti sarà il metro su cui si potrà valutare la portata del cambiamento. Anche la terza riforma, quella della giustizia, andrà sostanziata, sempre che si punti a farlo. Ad oggi ci sono solo i titoli. Quasi nulla se non nulla sul processo penale, pochissimo su quello civile. Quest’ultimo vedrà cancellate le udienze superflue, molte si faranno anche da remoto, ma il potenziamento dei riti alternativi è una strada che fino ad ora ha solo inceppato invece che aiutato i tempi dei processi.
Internet veloce a 8 milioni di famiglie e 9mila scuole. Oggi siamo al Medioevo
Tralasciando i casi estremi e cioè le oltre 63mila persone che non possono avere una connessione Internet perché abitano in zone del Paese dove non arriva la linea, quella della connessione veloce è una sfida tutta da costruire. Gli obiettivi del Governo sono ambiziosi: portare la connettività a 1 Gpbs (Gigabit per secondo) a più di 8 milioni di famiglie, imprese ed enti, ma anche completare la copertura di 9mila scuole e di oltre 12mila ospedali. E poi sul 5G su 15mila chilometri di strade extra-urbane.
Ma partiamo da una situazione molto complessa. Il progetto della rete unica è fermo ed è ancora tutto da chiarire come la scommessa dell’Internet veloce può decollare se prima si riesce a capire quantomeno come superare la doppia rete, quella di Tim e quella di Open Fiber. Secondo l’ultimo Desi (Digital Economy and Society Index), l’Italia è al 25esimo posto su 28 in Europa per livello di digitalizzazione. La diffusione della banda larga fissa ad almeno 100 Mbps è appena al 13 per cento. Sulle competenze digitali e sul capitale umano siamo ultimi. Il Governo punta a portare Internet nelle scuole, negli ospedali e in generale in tutti i comparti della Pa, ma la scommessa potrà riuscire solo se si velocizzeranno le procedure e solo se i soggetti destinatari di questi progetti sapranno aggiornare competenze e capacità di programmazione che hanno a che fare con il cloud e con altre questioni legati alla digitalizzazione.
Cura del ferro, bus e navi green, la transizione ecologica passa anche dall’idrogeno. Ma partiamo da un elettrico al 24%
La necessità di una “radicale transizione ecologica” è data dai cambiamenti climatici. Senza un abbattimento importante delle emissioni nocive, infatti, il riscaldamento globale supererà i 3-4 °C prima della fine del secolo, causando più catastrofi naturali di quelle a cui stiamo già assistendo. E questo vale soprattutto per l’Italia che data la configurazione geografica e gli abusi ecologici rischia di più. Abbiamo poco petrolio e gas naturale, ma tante risorse rinnovabili. Il Governo punta su quest’ultime, insieme a mezzi di trasporto green. Quindi rinnovo del parco autobus inquinanti con più di cinquemila mila mezzi ibridi o elettrici, oltre 20mila nuove colonnine di ricarica elettrica. Ancora 570 chilometri di ciclabili in città e 1.200 km di percorsi turistici. E poi la cura del ferro, con 25 miliardi divisi tra Alta velocità e ferrovie regionali. Ma anche le navi “verdi”, come i traghetti per i servizi regionali.
Partiamo dalle rinnovabili. L’elettrico arriva appena al 24 per cento. E anche qui tutto è frenato dalle autorizzazioni. Tirare su una pala eolica o un sito per smaltire i rifiuti è assai difficile. Basta considerare che le ultime aste per le rinnovabili in Spagna hanno visto una domanda che ha superato l’offerta di tre volte, mentre in Italia è andato in porto il 25 per cento di quanto a bando. La scommessa qui può risultare vincente se si assegnano i progetti del Recovery a una commissione ad hoc, come sta pensando di fare il ministro Roberto Cingolani, e si mette la commissione nella condizione di operare con tempi più rapidi rispetto a quella Via-Vas che fino ad ora ha più bloccato che autorizzato. Sul fronte dei mezzi di trasporto green, invece, la scommessa è legata a come i Comuni e gli enti locali in generale organizzeranno l’offerta sul territorio, anche in considerazione del fatto che il post pandemia cambierà, quantomeno nei prossimi anni, le modalità di viaggio. Altro fattore determinante l’utilizzo della macchina. La usano circa 30 milioni di italiani. Non per andare in vacanza, ma per gli spostamenti quotidiani. Lo sviluppo delle auto elettriche e le dinamiche del mercato italiano saranno determinanti per capire quanto sarà disincentivato il ricorso a mezzi che inquinano
Per asili nido e materne 228mila posti in più. Il gap da colmare
Al nido e all’asilo a fine piano ci saranno 228mila posti in più, ma ci saranno anche mille mense aggiuntive per ampliare il tempo pieno alla primaria e 900 palestre per garantire l’educazione fisica a scuola e contenere così anche la dispersione scolastica. Il Governo punta sull’aumento dei posti a disposizione per la prima fascia dell’educazione e dell’istruzione, ma anche sull’adeguamento delle scuole. In entrambi i casi si parte da una situazione gravosa. Il rapporto tra i posti disponibili negli asili nido e il numero di bambini di età compresa tra 0 e 2 anni si colloca in media al 25,5%, quasi 10 punti percentuali sotto la media europea. Anche dal punto di vista delle condizioni degli edifici siamo parecchio indietro: molti hanno almeno cento anni di vita. In Puglia, Molise, Calabria e Sardegna, circa la metà del patrimonio di edilizia scolastica è stato costruito dopo il 1976. Un edificio su 4 non è stato costruito per essere una scuola, ma riadattato in seguito, soprattutto in Campania, Emilia-Romagna, Umbria, Calabria, Lazio, Liguria e Puglia. Si punta a cablare migliaia di scuole, ma bisognerà prima capire se e quante potranno ospitare le nuove tecnologie. Al netto della riorganizzazione, già evaporata a settembre, di una scuola a prova di Covid.
Le politiche attive per il lavoro: il Governo punta sulla formazione e sui centri per l’impiego. Prima bisogna gestire i licenziamenti
Ci sono i soldi e ci sono le azioni. Il Governo punta sul programma Gol (Garanzia occupabilità lavoratori), cioè aiutare gli adulti disoccupati a cercare un lavoro e i lavoratori che rischiano di perderlo. Un forte accento anche sulla formazione e sul potenziamento dei centri per l’impiego. L’aspetto positivo è costituito dal fatto che ci sono le risorse per le politiche attive del lavoro, anche se restano nettamente inferiori rispetto ai sussidi. Il potenziamento dei centri per l’impiego che sono sottodimensionati potrà aiutare a incrociare domanda e offerta, ma qualsiasi politica attiva non può funzionare se non ci sono domande di lavoro appropriate. La scommessa qui si gioca sul fatto che la pandemia ha generato un problema opposto e cioè la necessità per molte imprese di licenziare alla luce delle perdite registrate a causa del virus e delle restrizioni. Bisognerà capire, quindi, come il Governo intende calibrare lo sblocco dei licenziamenti che torneranno liberi da luglio (per le grandi imprese) e da fine ottobre (per le piccole imprese). Soprattutto capire se e come la ripresa potrà riequilibrare il conto delle uscite. E ancora se la stessa ripresa riuscirà a occupare quei lavoratori che non hanno ammortizzatori sociali e che potranno averlo solo dal gennaio del prossimo anno, quando entrerà in vigore la riforma degli ammortizzatori sociali.
La casa come luogo di cura per il 10% degli over-65. Oggi accade solo in 4 Regioni
Le terapie intensive sovraccariche e insufficienti, gli ospedali presi d’assalto durante la fase più critica della pandemia. Covid ha imposto un cambio di passo nella sanità e il Governo decide di puntare sui servizi territoriali, sulla telemedicina, ma anche sulla casa come primo luogo di cura e su 1.288 Case di comunità. Il baricentro si sposta da una struttura centralizzata sugli ospedali a una legata al territorio. Tra gli obiettivi quello di curare in casa il 10% degli over-65. Oggi accade solo in 4 Regioni.
(da Huffingtonpost)

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ADDIO A QUOTA 100 A FINE ANNO: DRAGHI FERMA LO SPUTTANAMENTO DI SOLDI VOLUTO DALLA LEGA

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

E’ COSTATA UNA VALANGA DI MILIARDI E NE HA USUFRUITO SOLO UN QUARTO DI SOGGETTI RISPETTO ALLE PREVISIONI

Due righe per cancellare una riforma. Quella Quota 100 voluta dalla Lega di Matteo Salvini a gennaio del 2019, quando il Carroccio era al governo con il Movimento 5 stelle e a palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte.
Ora a Chigi c’è Mario Draghi e quella riforma, che scade a fine anno, non sarà prorogata.
Pagina 29 della bozza del Recovery plan: “In tema di pensioni, la fase transitoria di applicazione della cosiddetta Quota 100 terminerà a fine anno e sarà sostituita da misure mirate a categorie con mansioni logoranti”.
La riforma di Quota 100 dà la possibilità di andare in pensione prima di avere maturato i requisiti in vigore. Il meccanismo prevede l’uscita anticipata per chi ha almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Quando fu ideata due anni fa, l’allora governo Conte 1 pensò a Quota 100 per tre anni.
Ma le previsioni – un milione di uscite nel triennio – si sono rivelate sballate. Secondo il Rapporto Itinerari previdenziali del 16 febbraio, infatti, a uscire in anticipo dal mondo del lavoro nel 2019-2020 sono stati circa 267mila lavoratori.
Le sorti di Quota 100 sono rimaste appese anche con l’avvicendamento a palazzo Chigi tra Conte e Draghi. Salvini ha sempre rimandato la questione a fine anno, quando la riforma arriverà a scadenza. Ma il Recovery dà le cose già per fatte. Dal prossimo anno non ci saranno più soldi per Quota 100.
(da agenzie)

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SALVINI PIU’ CHE PAURA DI NUOVO PAPEETE HA PAURA DI FINIRE I SUOI GIORNI IN GALERA

Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile

NON PUO’ ROMPERE CON DRAGHI MA PENSA DI LOGORARLO: MA AL PRIMO PARTITO CHE LO SORPASSA E’ UN UOMO FINITO

Dopo l’azzardo dell’astensione in CdM e la battaglia sul coprifuoco c’è davvero il rischio che Salvini rompa e molli il governo Draghi? I numeri dicono di no. E anche l’opportunità politica. Che vantaggio ne avrebbe Giorgia Meloni?
L’antagonista di Salvini potrebbe sbandierare con grande facilità la sua coerenza rispetto al leader della Lega, entrato in un governo per incidere e poi uscito senza esserci riuscito. La strategia del leghista è chiara: fare opposizione all’interno dell’esecutivo.
Ma quanto può durare? Su Repubblica Tommaso Ciriaco e Emanuele Lauria si concentrano su Giorgetti, amico di Draghi, e sul ruolo che ha avuto nella vicenda. Pare che il leghista, per non commentare nel dettaglio quanto successo in CdM, abbia scherzato dicendo “«Io notoriamente vado a letto presto”.
Si riferiva al coprifuoco ovviamente. Ma ieri, quando Salvini ha riunito lo stato maggiore della Lega è rimasto pochi minuti, senza dire niente. Non è un segnale di attrito, visto che il “Capitano” ha più volte dichiarato ai media di aver più volte sentito il suo numero due. Ma forse è un anticipo di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi, perché l’ex ministro dell’Interno avrebbe intenzione di non smettere con la sua escalation:
Ma è quello che dice subito dopo ad allargare il fossato tra due modi di concepire la Lega e il rapporto con Draghi. Perché Salvini assicura lealtà all’esecutivo, ma alza l’asticella. «Dobbiamo farci vedere», dice ai suoi dirigenti. Annuncia una escalation, pur senza immaginare strappi definitivi: «Noi non possiamo ripetere l’errore di consegnare il governo al Pd e ai 5S». E quindi restare nell’esecutivo – secondo molti – almeno fino a gennaio, fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato – ma distinguersi. Sul coprifuoco, ma anche su tutto il resto, perché il leader promette battaglia pure sulla riforma della giustizia, per ottenere la responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle carriere. Quel che è certo è che, con Giorgetti defilato, Salvini incassa il sostegno degli altri big: da Zaia a Fedriga, che alla guida delle Regioni rappresenta l’altro braccio della tenaglia con cui il Carroccio stringe Draghi.
Ma davvero Salvini se lo può permettere? Secondo quanto racconta Marco Cremonesi sul Corriere c’è molto fumo e poco arrosto. Certo la battaglia sul coprifuoco è un argomento popolare che Salvini può facilmente spendere per recuperare un po’ di consenso, sui social e nei sondaggi. Ma se dovesse passare ai fatti il prezzo da pagare sarebbe molto alto:
Un fatto utile per contrastare la tendenza ribassista dei sondaggi: «Matteo sa bene che se lasciasse il governo dopo meno di tre mesi, i danni alla sua credibilità non sarebbero recuperabili, con Giorgia Meloni arrembante».
Insomma sembra che la tattica sia quella di una guerriglia di facciata, ma guai ad arrivare a un nuovo Papeete. Potrebbe costargli veramente caro.
(da agenzie)

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