Ottobre 26th, 2017 Riccardo Fucile
PESANO LE FIDUCIE SUL ROSATELLUM, MDP LO ASPETTA COME LEADER
Pietro Grasso, il “ragazzo di sinistra” come definì se stesso solo poche settimane fa alla festa di Mdp a Napoli, lascia il Pd.
Proprio oggi: giornata della forzatura sulla legge elettorale, della frattura a sinistra, dell’orgoglio di Verdini come azionista quasi sfacciato della maggioranza, di una fotografia finale di questa legislatura che è sembrata la prima della prossima. §
Ai suoi il presidente ha consegnato parole amare e contrariate: “La misura è colma, politicamente e umanamente”. Poi, l’iscrizione al gruppo “misto”.
Gesto eclatante, inaspettato, come testimoniano le reazioni del Pd, di Martina, Zanda, e tutti i big, in verità neanche troppo addolorate.
Un gesto molto “politico”, nelle ragioni che lo animano, nell’impatto che determina, nelle aspettative che suscita.
Con tutto ciò (o quasi) che è a sinistra del Pd che lo aspetta, al momento opportuno, come leader. E che vede, nella mossa, un segnale, un giudizio comune e l’inizio di un percorso.
Il giorno dello strappo non è casuale. Pesa, innanzitutto, il senso dello Stato. Ieri Napolitano, presidente emerito.
Oggi il presidente del Senato: le 8 fiducie in dieci giorni, la compressione del Parlamento, rappresentano, al tempo, ferite per le istituzioni e precedenti pericolosi.
Il presidente del Senato, proprio come l’Emerito, aveva fatto capire e suggerito, nei giorni scorsi, che tutte queste fiducie erano evitabili e che, magari, si potevano limitare ad alcune parti favorendo la discussione sul resto.
Pesa lo snaturamento del Pd: “In questo Partito democratico non mi riconosco più — ha proseguito coi suoi — nel metodo e nel merito”.
Il distacco arriva da lontano, sin da quando chiese un Senato elettivo e criticò l’impostazione plebiscitaria, distacco in cui aspetto umano e politico si intrecciano, come in tutte le separazioni.
E il rifiuto di candidarsi in Sicilia ha scavato un nuovo solco di incomprensione col Pd renziano.
E c’era già tutto quel che sarebbe accaduto nella risposta, quasi rabbiosa, data al senatore pentastellato Rocco Crimi, nella giornata di ieri: “Non ho accettato la candidatura in Sicilia per continuare a espletare la mia funzione in questa Aula. Può essere più duro resistere e continuare piuttosto che accettare una fuga vigliacca. Si può esprimere il malessere ma non è detto che, quando si ha il senso delle istituzioni, si debba obbedire ai propri sentimenti”.
Ecco: resistere, malessere, sentimenti.
Il “ragazzo di sinistra”, che più volte ha ricordato, in pubblico e in privato, l’entusiasmo di quando ha accettato la candidatura, e non si sbilancerà sul suo futuro finchè resterà nel ruolo di arbitro, sullo scranno più alto di Palazzo Madama.
Ma il corteggiamento verso di lui è più di una suggestione. E non è iniziato oggi: un volto istituzionale, di “governo” e anche affidabile, come frontman di un listone di tutto ciò che a sinistra del Pd, che funziona proprio perchè estraneo a una storia di scissioni, incomprensioni, rancori personali.
E capace di intercettare un mondo “di governo” che non crede più nel Pd.
E in parecchi già ricordano il precedente Monti: “Scese in campo due mesi prima del voto e prese il dieci per cento. Se Grasso decide il minuto dopo che si sciolgono le Camere… I giochi veri si faranno allora”.
Ma forse sono già iniziati.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
FU VITTIMA DI UN VIDEO-PIRATA DEL M5S: “FANNO BENE A DENUNCIARE MA PRIMA DEVONO CHIEDERE SCUSA”
La prima cosa che gli viene da dire è “chi la fa l’aspetti”.
Ma al di là delle frasi fatte, Mariano Rabino ha un sacco di sassolini da togliersi dalla scarpa. Oggi il M5s diffida chiunque dal diffondere l’audio pirata che coinvolge alcuni deputati siciliani che parlano del candidato pentastellato a sindaco di Palermo, ma due anni fa dal blog rilanciarono un audio in cui il parlamentare di Scelta civica parlava con la ex grillina Mara Mucci, accusandolo di compravendita dei deputati.
“Alla fine — sottolinea — questo tipo di comportamento si è rivelato un boomerang. Io considero il M5s una vera e propria associazione a delinquere digitale, il blog si è specializzato nel propalare fake news. La dialettica politica va bene ma loro sono professionisti del travisamento e della strumentalizzazione”.
Cosa ha pensato quando ha visto che diffidavano dal diffondere quel video?
Ho pensato che ora fanno le verginelle e si appellano al codice perchè il video riguarda loro e ne temono il contenuto. Io ci tengo a dire che io ho avuto nessuna conseguenza da quell’audio, non c’è stata nessuna iniziativa penale o giudiziaria nei miei confronti. Loro però mi fecero passare come un corruttore.
E’ vero però che parlava di somme di denaro con la deputata Mucci.
Io le stavo soltanto spiegando le dinamiche parlamentari, dicevo una cosa nota e cioè che se tot parlamentari si mettono insieme si può accedere a delle risorse che si usano per far funzionare i gruppi. Infatti, ribadisco, non ho avuto alcuna conseguenza giudiziaria. Io, peraltro, non ho voluto fare nemmeno ricorso alla magistratura perchè mi aspettavo che fosse la Camera dei deputati a occuparsi della vicenda. Non ho timori a dire che l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha in mano dei video in cui si capisce chiaramente chi è il collega dei 5 stelle che effettua la registrazione di nascosto e chi ha registrato ha fatto un reato. La Camera avrebbe dovuto tutelare non solo me e Mara Mucci ma in generale l’istituzione perchè quella registrazione fu per giunta effettuata dentro l’Aula.
Ha detto che non ha avuto conseguenze giudiziarie o penali. Ma, invece, la sua reputazione?
Io sono uno che ha le spalle larghe ma basta andare sul mio profilo Facebook e risalire a due anni fa per vedere cosa successe. Per un mese mi hanno gettato addosso palate di fango e ancora oggi se faccio un post, c’è qualcuno che fa parte di quelle che Umberto Eco chiamava ‘legioni di imbecilli’ che denigra. Io guardo avanti e non sono andato a denunciare perchè sto aspettando giustizia dalla Camera dei deputati. La presidente Boldrini sta facendo giustamente questa campagna contro le fake news. Io ho anche promosso la campagna ‘#blocchiamo i violenti’.
Lei in quell’occasione non fece alcuna diffida, perchè?
Il M5s ora grida allo scandalo perchè come al solito hanno una doppia morale e quando riguarda loro si scandalizzano, ma sono loro che hanno diffuso questa cultura, e quando spargi fango, il fango ti ritorna. Finisci anche tu nel ventilatore. Io non feci nessuna diffida perchè non avevo nulla da nascondere, parlavo soltanto delle risorse parlamentari. Perchè loro adesso diffidano? Perchè sanno che quell’audio li inguaia.
Vista la sua esperienza, pensa che loro abbiano ragione o torto ad adire le vie legali contro quell’audio pirata?
Io penso che c’è una legge, quella legge dice che non puoi diffondere conversazioni private registrate senza il consenso dei partecipanti. Se la legge è questa va rispettata. Questo però deve valere per loro, per me, per tutti. Quindi hanno ragione. Detto questo, però, chiedano scusa e non soltanto a noi, perchè in questi anni ne hanno fatte di tutti i colori.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
QUESTIONE CRIMINALE O DI TOTALE STUPIDITA’ ?
Come reagirei se un funzionario di secondo piano del mio comune facesse in campagna elettorale un
potenziale regalo di trentatremila euro a un accreditato candidato a guidare l’amministrazione cittadina?
E se addirittura questo stesso politico, una volta eletto, triplicasse lo stipendio e decuplicasse o centuplicasse il potere del suo benefattore?
Pretenderei le dimissioni immediate del primo e il licenziamento in tronco dell’altro oppure lascerei fare, come nella Napoli delle scarpe spaiate di Achille Lauro?
Sono domande che dovrebbero porsi sia i cittadini di Palermo, di Genova, di Padova, di Belluno, di Gorizia, di Lucca, di Pistoia e degli altri 984 centri al voto in primavera, sia i militanti e i simpatizzanti del Movimento 5 Stelle.
A Roma, dove l’ultimo atto della Raggi-story s’è sviluppato nei tempi e modi appena riassunti, se lo stanno chiedendo in molti. È utile che lo stesso facciano tutti gli italiani.
È fuori da ogni dubbio che Virginia Raggi non possa più restare al Campidoglio pur vantando – come ha detto la sventurata – “tutta la fiducia di Grillo”: il quale vota a Genova, mica nella capitale.
Il M5S ha regolamenti e strumenti per mettere la parola fine a un calvario politico e mediatico che dura da troppo.
Se non fosse che viene messa in moto solo quando il fondatore e il figlio di Gianroberto Casaleggio hanno bisogno di un plebiscito alla Todor Zhivkov, la misteriosa piattaforma digitale Rousseau potrebbe essere usata per far scegliere ai militanti registrati se cacciare o meno la sindaca. Non accadrà .
La domanda ineludibile è invece un’altra: si possono affidare al Movimento 5 Stelle altri comuni di medie o grandi dimensioni o addirittura il governo del paese?
Per rispondere bisogna valutare serenamente le loro quattro esperienze in grandi città . La prima in ordine di tempo è Parma, dove Federico Pizzarotti è stato eletto nel 2012; mai entrato in sintonia con Grillo, ne ha subito la sconfessione fino al recente divorzio.
Nonostante l’isolamento politico, i numeri e le cronache certificano che Pizzarotti è un sindaco capace e presente, che ha ridato dignità a un’amministrazione umiliata dai suoi predecessori.
Due anni e mezzo fa il Movimento ha conquistato Livorno, dove ha piazzato l’ingegner Filippo Nogarin. Politico alle primissime armi, ha inanellato molti errori. Di recente pare aver trovato qualche sintonia con una comunità pesta, difficile e disillusa.
Nel giugno scorso è andato a segno l’uno-due grillino che ha steso il Pd a Torino con Chiara Appendino e a Roma con Raggi. La sindaca piemontese ha avuto la fortuna di prendere il posto di un eccellente amministratore come Piero Fassino, che le ha lasciato in eredità un comune ben gestito.
Roma, finita con Virginia Raggi nell’apparente disponibilità di un comitato d’affari che rappresenta i poteri forti della destra, è totalmente fuori controllo.
In otto mesi la giunta non ha messo in cantiere nulla, bloccata com’è dai veti reciproci delle bande del grillismo locale e dall’ecatombe di assessori e funzionari apicali, nè affrontato alcun problema, a cominciare da trasporti e spazzatura.
Di rilievo solo i no definitivo alle Olimpiadi e temporaneo allo stadio della Roma e l’approvazione tardiva del bilancio, salutata come un trionfo dai consiglieri della maggioranza
Va riconosciuto che a Parma, a Livorno e a Torino non si segnalano danni gravi provocati dalle amministrazioni M5S.
Ma la vicenda Raggi è sufficiente per far temere che, al di sopra della soglia media di difficoltà , i grillini falliscano.
Hanno pochi precedenti l’inesperienza politica, l’inefficienza amministrativa, l’instabilità personale che la sindaca ha finora mostrato. S’è già ipotizzato che la prima cittadina sia ostaggio di una cricca di disonesti o incapaci: sarà la magistratura a dare una risposta.
Non bisogna invece attendere inchieste e sentenze per sanzionare la sua incapacità a scegliere i collaboratori, come testimoniamo i casi clamorosi che hanno via via assunto i nomi dei co-protagonisti (Muraro, Marra, Romeo). Insomma, quella romana è una questione morale-criminale oppure una questione di totale stupidità . Comunque sia, un disastro.
Claudio Giua
(da “la Repubblica”)
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Settembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE: SARANNO AMESSI SOLO QUELLI CONTROFIRMATI
Che differenza c’è tra queste due cifre: 85 milioni da una parte e 300 emendamenti dall’altra? C’è un
abisso.
Di fatto, della montagna spaziale di proposte di modifica al ddl Boschi, prodotte dalla “Calderoli machine”, non ne rimarrà che appena un pugno.
Nel film Highlander la profezia diceva che, tra gli immortali, “ne resterà soltanto uno”. In questo caso, i tecnici di Palazzo Madama hanno stabilito che sopravviveranno soltanto 200, massimo 300, emendamenti a firma del senatore leghista, alla riforma costituzionale.
Di fronte a un fenomeno inedito ed eccezionale, quello del numero abnorme di rilievi legislativi targati Lega, la soluzione sarà altrettanto “eccezionale”, come annunciato dal ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, e come ha più volte ripetuto il presidente del Senato, Pietro Grasso, negli ultimi giorni.
Almeno su questo i due sono d’accordo. La seconda carica dello Stato, secondo quanto viene riferito, ha sottolineato anche, quasi a muso duro, che il suo giudizio sull’ammissibilità e sulla bocciatura degli emendamenti “sarà inappellabile”.
Al massimo, per cortesia istituzionale, fornirà una spiegazione della propria decisione.
In pratica, in mancanza di un accordo politico, tra Calderoli e la maggioranza, i milioni di emendamenti prodotti da un computer grazie a un algoritmo decadranno in blocco.
Sarà data tuttavia al senatore del Carroccio la possibilità di indicare quali emendamenti vuole che rimangano in piedi. Ovviamente dovranno essere un numero ragionevole, altrimenti ci si affiderà al caso. Anzi, questo vive, questo muore. Questo resta, questo va via.
Il colpo di machete ai milioni 76 milioni di emendamenti (il senatore leghista ne ha intanto ritirati 9 milioni in tutto agli articoli 1 e 2 della riforma) sarà una decisione mai presa prima dalla presidenza del Senato, anche perchè non ci sono precedenti in materia.
“È stato Calderoli a creare un precedente inedito – dice chi in questi giorni sta ragionando su come risolvere il rompicapo – quindi anche noi dobbiamo creare un primo intervento che faccia giurisprudenza”.
Il presupposto è che “un senatore e un pc non possono paralizzare un organo costituzionale”, pertanto da giorni si scava nei meandri del regolamento del Senato. Saranno dichiarati non ammissibili tutti gli emendamenti che non sono stati controfirmati e che sono stati prodotti da una macchina.
Insomma, l’Italia reale non può stare appesa a una diavoleria tecnologica.
Al netto di tutto questo, secondo i tecnici di Palazzo Madama, che già hanno sacrificato parte delle loro vacanze estive per ordinare i 500mila emendamenti che Calderoli aveva presentato in commissione, rimarrebbero al massimo 300 proposte di modifica.
Che sarebbero gli emendamenti originali, poi moltiplicati all’infinito.
In fondo, viene fatto notare che Calderoli ha mantenuto in piedi 19 emendamenti all’articolo 1 su 6 milioni di proposte di modifica che aveva presentato, e 6 emendamenti su 3 milioni all’articolo 2. Non solo.
Nei corridoi di Palazzo Madama si racconta anche che degli 85 milioni di emendamenti che il senatore ha depositato attraverso un cd, 200 di questi li avrebbe presentati in formato cartaceo. Potrebbero essere questi gli “emendanti Highlander”, cioè quelli resistenti anche ai colpi di machete e di forbici.
Intanto Grasso sta studiando, per giudicarne l’ammissibilità , le 1200 proposte di modifica presentate da tutti i gruppi parlamentari all’articolo 1 e all’articolo 2. Secondo le stime, sugli altri articoli della riforma dovrebbero esserci 1800 emendamenti in totale, al netto del taglio che sarà applicato su quelli della “Calderoli machine”.
In pratica, 3000 proposte di modifica in tutto, cioè la metà di quelle su cui si è discusso lo scorso anno in prima lettura.
E a disposizione c’è il doppio del tempo. Vittoria che Grasso rivendica per sè dopo lo scontro avuto nella riunione dei capigruppo con la maggioranza e il governo, che volevano invece concludere i lavori l’8 ottobre anzichè il 13.
I cinque giorni in più concessi per arrivare a un accordo, qualora questo non si dovesse trovare, il presidente Grasso li farà pesare quando dichiarerà non ammissibile la montagna di emendamenti Calderoli.
Ora il senatore leghista come ne uscirà ? Arrampicandosi su una nuova trattativa.
E incassando un surplus di visibilità ancora per qualche giorno.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
“NON SI FA UNA RIFORMA CONTRO I MAGISTRATI: GLI ARBITRATI NON FUNZIONANO, MEGLIO LIMARE APPELLO E RICORSI IN CASSAZIONE”
Presidente Grasso, quand’era magistrato quanti giorni di ferie faceva?
«Ha trovato la persona sbagliata. Al maxiprocesso non ho preso un giorno di ferie per tre anni, sono stato 35 giorni in camera di consiglio senza uscire dall’aula bunker e senza comunicare con nessuno, neppure con la famiglia. Mia moglie sapeva che ero vivo perchè arrivava la biancheria sporca. Poi sono stato 8 mesi chiuso in casa a scrivere la sentenza. Un isolamento che all’epoca mi costò il rapporto con mio figlio. Si tratta di un caso eccezionale; ma è evidente che il vero problema della giustizia italiana non sono le ferie»
Certo, però 45 giorni sono tanti, o no?
«I giorni sono 30, come per tutti gli statali; se ne aggiungono 15 per la stesura delle motivazioni delle sentenze. Si possono togliere, purchè si sospendano i termini di deposito dei provvedimenti. Ma non mi sembra il punto centrale…»
Le ferie dei magistrati come i permessi dei sindacalisti?
«C’è la tendenza a concentrare il dibattito su elementi di consenso popolare immediato, perdendo di vista la complessità delle riforme. Il consenso è importante; ma poi i testi vanno discussi e votati dalle Camere».
Resta il fatto che ogni corporazione è impopolare. Lo è anche la magistratura?
«La magistratura viene raffigurata come una classe che ha potere e privilegi; ma ci sono giudici che non hanno neppure l’ufficio, lavorano a casa. In realtà , la magistratura non può avere consenso, perchè è destinata a scontentare sempre qualcuno: l’imputato, i suoi familiari, i suoi avvocati. Anche nel civile, c’è sempre una parte che perde. La prova sono i regali di Natale. I burocrati li ricevono, i politici pure. I magistrati, almeno quelli che conosco io, no».
Ma la riforma della giustizia è urgente, non crede?
«Sono 15 anni che ne discuto. Quand’ero magistrato andavo ai convegni sempre con lo stesso testo. È ancora valido».
La riforma della giustizia civile punta sulle composizioni extragiudiziali, in particolare sui collegi arbitrali formati da avvocati. Lei che ne pensa?
«Non posso entrare nel merito: il presidente del Senato non deve soltanto essere imparziale, deve anche apparire imparziale. Faccio solo notare che si è già tentato di ridurre il contenzioso attraverso il giudice di pace o forme di soluzione extra-giudiziale, come la conciliazione; che però non hanno eliminato i milioni di processi arretrati. Si può anche mettere un termine entro cui decidere: ma se non lo si rispetta, cosa succede? Chi vince la causa, chi la perde? Chi è disposto a cedere alle ragioni dell’altro?»
In Italia ci sono troppi avvocati?
«Temo di sì. Di sicuro ce ne sono molti più che negli altri Paesi. Ricordo un avvocato che mi diceva: “Causa che pende, causa che rende”. Si potrebbe porre un limite, introducendo il numero chiuso agli esami di abilitazione. Ma la riforma della giustizia non può essere punitiva nei confronti delle varie categorie. Non si può fare contro gli avvocati, e tanto meno contro i magistrati».
Come si fa allora ad abbreviare le cause?
«È fondamentale riformare i motivi del ricorso in Cassazione, che troppo spesso oggi viene fatto per ritardare i tempi. Si possono poi semplificare le motivazioni, che altri Paesi non hanno o sintetizzano in forme estremamente concise; mentre in Italia il difetto di motivazione è una delle cause del ricorso in Cassazione, che così diventa un terzo grado di giudizio di merito».
È possibile riformare o anche abolire l’appello?
«Da tempo sostengo che è assurdo consentire di impugnare le sentenze di patteggiamento. Si può pensare di escludere l’appello anche in altri casi. L’importante è che accusa e difesa restino ad armi pari. In passato si tentò di abolire l’appello solo per i pm nel caso di assoluzione, ma la Corte Costituzionale annullò quella legge».
Non pensa a quante condanne di primo grado vengono ribaltate in appello?
«Dobbiamo creare un sistema di pesi e contrappesi che limiti gli errori giudiziari. Nei Paesi anglosassoni la giuria composta da cittadini stabilisce con un verdetto solo se l’imputato è colpevole o no. Ma appena una piccola percentuale dei casi sfocia in un processo e in una sentenza. Soltanto da noi i processi si fanno tutti, perchè abbiamo l’obbligatorietà dell’azione penale”.
Va eliminata anche quella?
«No, ma la si può rivedere ad esempio per tenuità dei fatti».
Altri punti importanti?
«Interventi seri per colpire la corruzione, l’economia sommersa, l’evasione, i delitti societari e finanziari, il riciclaggio; per rafforzare le indagini finanziarie sui patrimoni illegali; per moralizzare la gestione delle risorse pubbliche; per ostacolare con la presenza dello Stato il radicarsi socio-economico del potere criminale. Il mio primo giorno da senatore avevo presentato un disegno di legge su questi temi: credo sia un modo per dimostrare che la politica interpreta il suo servizio per il bene comune e dei più deboli, non per interessi di parte».
Al Senato Renzi ha espresso l’intenzione di chiudere vent’anni di scontro tra giustizia e politica.
«Concordo. Ma vedo che nelle reazioni popolari e mediatiche, fortunatamente non in quelle politiche, si continua a parlare di giustizia a orologeria…».
Si riferisce all’avviso di garanzia al padre del premier?
«No, al caso Eni. Bisogna considerare che c’è anche un orologio della giustizia, tempi da rispettare, e convenzioni internazionali sulla corruzione cui l’Italia ha aderito».
Sulla Consulta lo stallo continua. Le candidature di Bruno e Violante sono bruciate, non crede?
«Vedremo. Ma non si possono bloccare all’infinito i lavori parlamentari. Ci sono provvedimenti indifferibili e urgenti da esaminare».
Il primo è la riforma del lavoro. Qual è la sua posizione sull’articolo 18? La reintegra deve restare o può essere abolita?
«Mi limito a ricordare che l’articolo 18 di cui si discute oggi non è quello dei tempi di Cofferati; la riforma Fornero l’ha già reso più flessibile. In ogni caso, credo sia essenziale proteggere tutti i lavoratori nei loro diritti, anche quelli che oggi non ne hanno, ma senza ideologismi; a cominciare proprio dal diritto al lavoro che non coincide con il diritto a uno specifico posto di lavoro».
Il secondo provvedimento che arriverà al Senato è la legge elettorale. Cosa pensa del ritorno delle preferenze?
«Le preferenze richiamano tempi segnati dai rapporti clientelari. Nel mondo dei miei sogni ci sono primarie regolamentate per legge e collegi uninominali, con i cittadini che scelgono il loro rappresentante tra candidati che risiedono nel collegio da almeno dieci anni. E che sono candidati solo lì, non altrove».
Nel mondo dei suoi sogni c’è ancora spazio per cambiare la riforma del Senato?
«Molto è già cambiato, e in meglio, rispetto al progetto iniziale del governo. Resto convinto che, per garantire in parte la rappresentanza, sarebbe meglio consentire agli elettori di indicare i consiglieri regionali che andranno a Palazzo Madama, magari con una semplice preferenza».
I dipendenti delle Camere, con le loro decine di sigle sindacali, protestano contro i tagli. Come se ne esce?
«Decideranno gli uffici di presidenza. La proposta mia e della presidente Boldrini è ampia e tocca tutti i dipendenti: se si mette un tetto allo stipendio massimo, è equo prevedere “sotto-tetti”, un meccanismo di gradualità che impedisca ai dipendenti di guadagnare più dei vertici. Penso poi che arriveremo presto, d’intesa con la presidente della Camera, ad unificare organici e servizi, oltre a provvedimenti sugli ex parlamentari».
Quali provvedimenti?
«Togliere i vitalizi ai condannati per mafia, corruzione e altri reati».
Com’è il suo rapporto con i 5 Stelle?
«Gli scontri con loro contribuiscono molto al mio corso di formazione alla politica…C’è in molti una passione autentica. Spero che la usino anche per costruire. Nelle discussioni sul lavoro e sulla legge elettorale garantirò la libertà di espressione di tutti; ma farò rispettare tempi certi. Il Paese non può aspettare sine die».
Il suo rapporto con Renzi?
«Quello istituzionale è ottimo. Per il resto, uso poco sms e twitter. Abbiamo ancora una sfida a calcetto in sospeso».
E com’è oggi il rapporto con suo figlio?
«L’ho recuperato dopo l’assassinio di Falcone. Giovanni non aveva figli e amava stare con i figli degli amici, con Maurilio giocavano a ping-pong. Nel ’92 lui capì che si può anche morire facendo il magistrato antimafia, ma senza la ricerca della verità la vita non è degna di essere vissuta. Oggi fa il funzionario di polizia».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 3rd, 2014 Riccardo Fucile
LE “ILLECITE FORZATURE” CON CUI IL PRESIDENTE DEL SENATO HA FACILITATO IL CAMMINO DELLA RIFORMA
La domanda è: nella settimana in cui il Senato della Repubblica ha approvato i primi due articoli della riforma costituzionale, ovvero i più importanti (stabiliscono che i senatori si riducono a cento e non saranno più eletti direttamente dal popolo), Piero Grasso si è comportato come un arbitro super partes o come un giocatore in campo utilizzando forzature del regolamento ai limiti della legalità ?
Secondo le opposizioni (Sel, Lega e Movimento Cinque Stelle), il presidente ha fatto di tutto per facilitare il cammino della riforma voluta dall’esecutivo, rendendo ostico e complicato il sacrosanto diritto di opposizione.
Qui, poi, non si parla di una norma qualunque, che può essere modificata in futuro in un battito di ciglia, al mutare della maggioranza parlamentare.
Parliamo di una legge costituzionale, che modifica la seconda parte della Carta e necessita di una maggioranza dei due terzi e di un doppio passaggio parlamentare. Grasso, secondo l’opposizione, ha dato una grossa mano al governo attraverso l’uso di tre strumenti discutibili se non illegali: la “tagliola”, il “canguro” e lo “spacchettamento”.
Più altri piccoli soprusi, come quello di togliere la parola a senatori che avevano tutto il diritto di parlare.
Il governo ribatte: la minoranza ha presentato una valanga di emendamenti fittizi solo per portare al limite l’ostruzionismo, giusto quindi usare tutti gli strumenti per evitarlo.
La tagliola che strozza voti e dibattito
Facciamo un passo indietro a giovedì 24 luglio, giorno in cui la conferenza dei capigruppo decide di votare la riforma entro l’8 agosto.
Una strettoia che, come si è visto, strozzerà il dibattito in modo clamoroso. La decisione spetta, appunto, alla capigruppo. Ma la parola finale è comunque del presidente. Che si è ben guardato dall’opporsi a una decisione che andava in favore del governo.
Così si è andati in Aula con oltre 8mila emendamenti e due settimane e mezzo per arrivare al traguardo.
“Contingentare una riforma costituzionale è una forzatura abnorme”, osserva il capogruppo di Sel a Palazzo Madama, Loredana De Petris.
“Ai tempi della devolution del centrodestra, nel 2005, facemmo 35 sedute, sotto lo sguardo vigile di Marcello Pera che, in confronto a Grasso, è stato un arbitro più imparziale”, ricorda la senatrice.
Troppi emendamenti? Tranquilli, si saltano col canguro
Insomma, il tempo è poco e gli emendamenti tanti, specialmente quelli di Sel, quasi 7mila.
E allora che si inventa Grasso, su suggerimento di qualche mente fina del Pd?
Applica la legge del canguro, ovvero quel procedimento secondo cui, se un emendamento viene bocciato, automaticamente decadono anche quelli simili.
Di canguri nel regolamento del Senato non vi è traccia.
“Il metodo è stato usato per la prima volta alla Camera da Nilde Iotti. A Palazzo Madama si è visto sulla devolution di Berlusconi per far decadere una sessantina di emendamenti.
Ma l’uso che se n’è fatto in questi giorni è spropositato: prima ha sanato le irregolarità del giorno prima e poi ha stravolto il regolamento a colpi di maggioranza”, continua De Petris.
Insomma, per prassi il canguro deve essere usato con parsimonia: saltelli piccoli e non balzi giganti.
Martedì 29, invece, Grasso fa sparire 1.400 emendamenti in un colpo solo.
Mercoledì 30 viene convocata la giunta per il regolamento, che dà ragione a Grasso. Il quale in Aula poi afferma testuale: “La decisione di usare il canguro risponde alla decisione della maggioranza di decisione della maggioranza di finire entro l’8 agosto. Il mio compito è di utilizzare tutti gli strumenti per ottemperare a questa esigenza. Ma sarà utilizzato con buon senso”.
Come a dire: Renzi vuole andare veloce e io farò di tutto per accontentarlo.
Peccato, però, che il presidente del Senato dovrebbe garantire tutte le forze politiche presenti a Palazzo Madama, a partire proprio dalle minoranze.
Con lo spacchettamento addio scrutinio segreto
Infine, per evitare il ricorso al voto segreto, che avrebbe messo in grave difficoltà la maggioranza (nell’unico concesso il governo è andato sotto), Grasso ha accolto la richiesta della maggioranza di votare per parti separate alcuni emendamenti.
Il più clamoroso è quello di martedì 29. Sel ne presenta uno secondo cui “le Camere sono elettive garantendo la rappresentanza delle minoranza linguistiche”.
Si procede a voto segreto. Allarme rosso per l’esecutivo: se passa, stabilisce che il Senato debba restare elettivo.
Allora il Pd chiede di votare per parti separate: palese la prima, segreto sulla seconda. Ma quest’ultima parte — “garantendo la rappresentanza delle minoranze linguistiche” — non ha un valore legislativo autonomo.
Sganciata dalla prima, non significa nulla. Ma Grasso acconsente e l’emendamento viene spacchettato. Il voto a quel punto diventa inutile. Infine, a margine, altri piccoli e grandi soprusi.
Come quello di non dare la parola al leghista Candiani per illustrare un emendamento che prevede il dimezzamento dei deputati. Grasso non lo fa parlare e scoppia il parapiglia.
Ma a lamentarsi per la riduzione al silenzio sono tanti.
Causa tagliola, per esempio, Sel ha avuto in totale un’ora e 26 minuti per intervenire su tutta la riforma. Tempo già esaurito. Per gli articoli dal 3 al 40 il partito di Vendola dovrà stare in silenzio, a meno di gentile concessione del presidente Grasso.
Se parli, devi pure ringraziare.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 3rd, 2014 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO FU ELETTO ANCHE GRAZIE AD ALCUNI GRILLINI: “MA ANZICHE’ FARE L’ARBITRO E’ SCESO IN CAMPO PER GIOCARE”
«Pentito della mia scelta? Risponderò alla fine di questa partita, quando tutto sarà più chiaro. Ma una
cosa è certa: Grasso anzichè fare l’arbitro è sceso in campo per giocare. Da lui mi aspettavo un atteggiamento diverso».
Mario Michele Giarrusso un anno e mezzo fa disubbidì a Grillo e alla linea ufficiale del Movimento, votando Grasso come presidente del Senato.
Perchè se l’ex magistrato siede sullo scranno più alto di Palazzo Madama lo deve (anche) a un gruppetto di grillini.
Quelli che, di fronte alla scelta «o Grasso o Schifani», non lasciarono la scheda bianca, come da linea ufficiale.
No, loro scelsero il magistrato antimafia. Quello che è oggi è il Nemico.
«Sarebbe stata un’infamia insopportabile collaborare all’elezione di Schifani», disse Giarrusso, tra i pochi a uscire allo scoperto dopo che Grillo chiese ai ribelli di palesarsi. «L’eletto deve rispondere delle sua azioni con il voto palese per questo vorrei che i senatori M5S dichiarassero il loro voto» tuonò il leader dal blog.
E ancora: «Il voto segreto non ha senso».
Ah, e le battaglie di questi giorni?
«Il problema è che Grasso non sta svolgendo il suo ruolo di presidente super partes», aggiunge Giuseppe Vacciano, uno che dopo aver votato Grasso disse: «Se si cercano i colpevoli di alto tradimento ai princìpi del M5S, ecco: uno lo avete trovato. Sono pronto a dimettermi».
Ripensamenti? «Del senno di poi son piene le fosse». Però lo scontro in atto in Senato fa riflettere. «Quando l’ho votato — ammette —, l’ho fatto per il suo percorso personale, avevo speranze. Prendo atto che non è così».
E allora aveva ragione Grillo?
«A quanto pare sì» sospira il senatore Francesco Molinari. «Una precisazione, però — mette subito le mani avanti — io non ho votato Grasso. E sfido chiunque a dimostrare il contrario».
Ma in quei giorni prese le difese dell’ala dissidente, chiedendo a Grillo «meno reazioni isteriche e più fiducia», invitando a «studiare le differenze tra cariche istituzionali e ruoli politici».
Oggi la pensa diversamente. «Grasso gestisce l’Aula come se fosse una Corte d’Assise».
A molti di quei senatori l’intransigenza è costata cara.
Se ne sono andati sbattendo la porta o sono stati cacciati, come Fabrizio Bocchino. «Io non rinnego quel voto a Grasso – ripete difendendo la sua autonomia di pensiero – perchè in quel momento era una scelta tra due persone. E tra Grasso e Schifani il meno peggio era Grasso».
Lo rifarebbe? «Certo. I fatti di questi giorni mi hanno fatto sorgere dubbi sulle sue capacità di essere al di sopra delle parti, di garantire le opposizioni”.
Marco Bresolin
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Agosto 3rd, 2014 Riccardo Fucile
UNA VITA DI SLALOM PER NON SCONTENTARE NESSUNO… PER POI ALLA FINE SCHIERARSI CON I PIU’ FORTI, ANCHE SE VIOLANO LA LEGGE
Se la politica italiana fosse un fumetto, e non un filmaccio trash-horror, Piero Grasso sarebbe
Gastone, il cugino fortunato di Paperino.
E non solo perchè uno del suo livello sia assurto nientemeno che alla seconda carica dello Stato.
Ma per tutto il resto della carriera, di magistrato e poi di politico. Una continua altalena fra pochi atti nobili, come la sentenza del maxi-processo alla Cupola scritta nel 1987 da giudice a latere, o come il rifiuto di salvare Mancino dall’inchiesta sulla Trattativa su richiesta del Colle; e molti slalom a zigzag per non scontentare nessuno.
Come il rifiuto di firmare nel  1980, giovane pm a Palermo, gli ordini di cattura per il clan Gambino-Spatola-Inzerillo spiccati dal procuratore Gaetano Costa, lasciato solo e assassinato poco dopo.
Come la mancata firma sull’appello contro l’assoluzione di Andreotti e la guerra aperta ai pm “caselliani” nei cinque anni di procuratore a Palermo.
Come l’ascesa a Procuratore Antimafia grazie a tre leggi targate Berlusconi che eliminavano il suo concorrente Caselli.
Come l’incredibile proposta di premiare il Caimano per la presunta lotta alla mafia. L’ultimo colpo di fortuna l’anno scorso, appena entrato a Palazzo Madama: presidente del Senato grazie a Pd, Sel e alcuni dissidenti 5 Stelle, comprensibilmente terrorizzati dal suo rivale Schifani.
Da allora Piero l’Equilibrista non ha fatto che barcamenarsi per piacere a tutti o almeno non dispiacere a nessuno.
Poi la scorsa settimana è finalmente giunto il redde rationem: la controriforma del Senato, osteggiata dalle opposizioni con 7800 emendamenti.
Le opzioni erano solo due: o applicare la Costituzione, o cedere alle pressioni ricattatorie del premier, del Pd e del Quirinale al seguito.
La Costituzione è chiarissima: “La procedura normale di esame e approvazione diretta… è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale” (art.72). Non c’è regolamento che tenga: niente ghigliottine, tagliole, canguri o altre specie faunistiche per strozzare il dibattito.
Ma osservando la Carta si sarebbe discusso per mesi, com’è normale per una riforma che ne modifica ben 47 articoli su 139 (oltre un terzo), e la Trojka Renzi-B.-Napolitano non voleva.
Sulle prime, Grasso ha provato a fare la cosa che gli riesce meglio: l’anguilla.
Poi, richiamato all’ordine (vale sempre la minaccia della Serracchiani quando lui si disse timidamente critico sul nuovo Senato: “Si ricordi chi l’ha messo lì”), ha dovuto scegliere.
Indovinate per quale opzione? Che domande: quella del più forte.
Il prof. Giannuli ha spiegato bene sul blog di Grillo le procedure irregolari e truffaldine con cui il Senato ha votato il cuore della controriforma: la non elettività dei 100 senatori nominati.
Prima lo spacchettamento dell’emendamento De Petris sull’elettività delle Camere, per aggirare l’obbligo di voto segreto che avrebbe mandato sotto il governo.
Poi l’uso illegittimo del “canguro” per radere al suolo 1400 emendamenti ritenuti simili a quello illegittimamente bocciato (seguiti a ruota, con lo stesso trucco da magliari, da altri 3mila, con dentro 120 voti segreti obbligatori e dunque tagliati). Ancora la promessa di voto segreto su alcuni emendamenti Mucchetti, fatta al mattino e rimangiata la sera.
Infine il capolavoro: voto palese pure sull’emendamento Candiani che, a fronte della riduzione dei senatori a meno di un terzo, prevedeva un sacrosanto taglio dei deputati. Respinto anche quello: così il premier-padrone controllerà 354 deputati (grazie al mega-premio dell’Italicum) e gli basteranno 9 senatori su 100 per eleggersi un presidente della Repubblica di stretta osservanza e due terzi della Consulta di stretta obbedienza.
Sel e Lega intanto continuano ad abbaiare ma smettono di mordere, in cambio di un ritocchino al ribasso dell’Italicum sulle soglie di accesso alla Camera.
E quei pochi che ancora protestano Grasso li minaccia di sgombero da parte della “polizia” (s’è poi scoperto che parlava dei commessi d’aula).
Resterà agli annali il suo ordine perentorio “sequestrate quel canguro di peluche!”, imperituro reperto di un’epoca.
L’epoca in cui un Parlamento illegittimo cambiava la Costituzione con procedure illegali.
E meno male che il presidente del Senato era un magistrato.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 31st, 2014 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO CANDIANI SULLA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI DEPUTATI RISCHIAVA DI DETERMINARE LA SECONDA DEBACLE DEL BULLO… GRASSO CEDE ALLE PRESSIONI, UNA VERGOGNA
Bocciato con voto palese l’emendamento Candiani. 
La decisione è stata sottoposta dal Presidente del Senato Pietro Grasso al voto dell’aula, che ha respinto l’emendamento Candiani più temuto, quello non “spacchettabile” sulla riduzione dei deputati e su cui si temeva il voto segreto.
Inqualificabili le pressioni del Pd sul presidente del Senato: era nell’aria un’altra sconfitta del governo e l’unica salvezza poteva consistere nel negare il voto segreto, come intimato dal capo dei giannizzeri di Renzi.
Se esisteva un emendamento “blindato” era quello, non a caso stilato da Calderoli che è considerato il massimo esperto in materia.
Ma la paura fa 90 e Grasso ha ceduto alle pressioni.
Il senatore leghista Divina ha commentato: “Dopo l’ennesimo sopruso e violazione del regolamento, il presidente Pietro Grasso abbandona l’aula scappando come fanno i ladri di notte. Vergogna”.
(da “Huffingtonpost“)
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