Marzo 27th, 2017 Riccardo Fucile
ORA A RISCHIO E’ LA PRESENTAZIONE DELLA LISTA DEL M5S CHE POTREBBE ESSERE ESCLUSA DALLE ELEZIONI
Il magistrato Bruno Tinti torna oggi a dedicarsi sul Fatto Quotidiano all’impresa di spiegare la
legalità a Beppe Grillo.
Il caso in discussione oggi è quello di Marika Cassimatis (che, chissà perchè, in tutto il pezzo e nelle didascalie viene chiamata Kassinatis), che ha già presentato querela al padrone del MoVimento 5 Stelle e ad Alessandro Di Battista per le frasi con cui la avevano descritta nei giorni scorsi e si appresta a portare al tribunale civile Beppe per far valere le sue ragioni.
Qualche tempo fa Tinti aveva spiegato a Grillo che il suo regolamento non era democratico. Oggi spiega le ragioni della Cassimatis:
Su ilfattoquotidiano.it del 21 marzo l’avvocato Lorenzo Borrè, commenta l’esclusione della vincitrice delle comunarie di Genova, Marika Kassinatis (rectius: Cassimatis, ndr): “La figura del garante non è prevista nè dal ‘Non Statuto’nè nel ‘Regolamento’. Così come quella del ‘Capo politico’, che non e stata prevista originariamente dallo ‘S tatuto’, ma solo dal ‘Regolamento’.
E il regolamento non è stato approvato in un’assemblea, che il diritto civile prevede composta da almeno i 3/4 dei componenti; per cuitutte le decisioni adottate potrebbero crollare di fronte a un’impugnazione”.
Considerazioni ineccepibili giuridicamente che potrebbero fondare un ricorso davanti al giudice civile perchè dichiari l’annullamento della decisione di non concedere l’utilizzo del simbolo alla lista di Genova con candidata sindaco Marika Kassinatis (rectius: Cassimatis, ndr) e condanni Grillo (non M5S che, come tutti i partiti, è un’associazione non riconosciuta, priva di personalità giuridica) al risarcimento dei danni patrimoniali (eventuali spese per la campagna elettorale) e non patrimoniali (danno morale conseguente all’espulsione dal partito).
Tinti segnala di essere favorevole al principio delle espulsioni, ma aggiunge che ciò che non torna è il metodo utilizzato da Beppe & Co. nella valutazione dei casi:
Valutazione che però deve essere affidata alla decisione di un’assemblea, preceduta, se lo statuto del partito-associazione lo prevede, da un parere del collegio dei probiviri; e non da un autoproclamatosi “garante ”, “capo del partito”, “duce”o “fuhrer” che — consapevole dell’illegittimità del suo operato — ne fa una questione di fiducia (Fidatevi di me).
Un’assemblea, dunque, che possa valutare le ragioni di un’eventuale espulsione. Ragioni che, nel caso di specie, consistono in asseriti (da Grillo) “comportamenti contrari ai principi del M5S prima, durante e dopo le selezioni online del 14 marzo 2017. In particolare hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti, condividendo pubblicamente i contenuti e la linea dei fuoriusciti dal M5S”.
Comportamenti che — scrive Grillo sul suo blog — “gli sono stati segnalati dopo l’esito delle votazioni, con tanto di documentazione”. “
Segnalati ”; da chi? E poi, perchè “dopo l’esito delle votazioni ”?
Non sarebbe stato naturale segnalarli all ‘atto della candidatura della Kassinatis (rectius: Cassimatis, ndr) e non dopo, quando inaspettatamente aveva prevalso su Luca Pirondini, preventivamente scelto da Grillo?
È evidente che si voleva evitare la patata bollente di un’espulsione preventiva, contando sulla vittoria di Pirondini; quando non c’è stata, Grillo (e non il partito) ha deciso di prevaricare il risultato delle comunarie.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile
E’ STATO L’EX SINDACO A INTENTARE DAVANTI AL TAR E AL CONSIGLIO DI STATO LA CAUSA CONTRO IL GOVERNO CENTRALE, ORA LA APPENDINO NE PARLA COME SE FOSSE UN SUO SUCCESSO
Piero Fassino ci tiene a mettere i puntini sulle i. L’ex sindaco di Torino, in merito ai 61 milioni che
Chiara Appendino vuole recuperare dal governo Gentiloni, ricorda alla sindaca che è stata la sua amministrazione a intentare davanti al TAR e al Consiglio di Stato l’azione di giustizia contro il governo centrale:
La Sindaca Appendino annuncia di voler agire nei confronti del Governo per la restituzione dell’ Ici 2012 e dei tagli conseguenti subiti dal Comune di Torino nel 2013, 2014, 2015 per una cifra stimata dagli uffici dell’Amministrazione Comunale in 61 milioni. Peccato che si sia dimenticata di riconoscere che l’attuale amministrazione può oggi rivendicare quella cifra grazie all’azione intentata in sede di giustizia amministrativa dalla Giunta Fassino e vinta con sentenze favorevoli prima del TAR e poi, a fine 2015, del Consiglio di Stato.
Con il che cade anche definitivamente la campagna propagandistica, e non vera, su presunti buchi di bilancio ereditati dal passato.Non solo l’attuale Giunta non ha ereditato buchi, ma potrà disporre di 61 milioni in più di quelli che ha potuto avere la Amministrazione precedente.
Poi Fassino, già che c’è, infila il coltello nella piaga della colata di cemento della Appendino e delle altre faccende che riguardano l’attuale giunta e le promesse elettorali non mantenute:
Con quei milioni l’attuale Giunta pensa cosi di coprire i pesanti tagli, previsti dal nuovo bilancio, alle scuole dell’infanzia Fism, alle agevolazioni sulla Tari per le famiglie indigenti, alla cultura, ai servizi informatici.Vedremo se sarà così. Intanto una cosa è certa: la Giunta Fassino, pur avendo 61 milioni in meno, non ha tagliato i servizi, non ha ridotto le agevolazioni per le famiglie indigenti, non ha tagliato le risorse per la cultura. Insomma, ha scelto di non penalizzare i cittadini.
Un comportamento ben diverso da quello dell’attuale Giunta che, invece, presenta un bilancio con tagli ai servizi, aumento di tariffe e utilizzo di tutti gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente, privando così la città della possibilità di utilizzare quelle risorse per gli investimenti.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile
IN SETTE MINUTI IL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA ATTACCA IL PD E IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’
Mercoledì 22 marzo Marina Sereni, vicepresidente della Camera dei deputati per il Partito democratico, ha proposto all’Ufficio di presidenza della Camera un contributo di solidarietà per tre anni, a partire dal 1° maggio e a carico degli ex parlamentari titolari di vitalizio.
Il contributo è del 10% per chi percepisce da 70 mila a 80 mila euro, del 20% per quelli da 80 mila a 90 mila euro, del 30% per quelli da 90 mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100 mila euro annui.
La proposta, che riguarda solo la Camera dei Deputati e non il Senato, consente di risparmiare 2,4 milioni di euro.
L’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha accolto la proposta, bocciando quella del Movimento 5 Stelle, che prevedeva per i deputati eletti da questa legislatura l’applicazione della legge Dini e della legge Fornero: nessuno sconto sull’età pensionabile.
I grillini hanno protestato contro i vitalizi prima della decisione dell’Ufficio di presidenza, esponendo dei cartelli con la scritta #sitengonoilprivilegio.
Il presidente di turno, Roberto Giachetti, ha sospeso la seduta. E quell’hashtag è subito stato lanciato da Luigi Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un video diventato virale nell’ultimo giorno e mezzo.
«Massima attenzione abbiamo bisogno del vostro aiuto. I partiti stanno per bocciare la nostra proposta per abolire la pensione privilegiata dei parlamentari».
Un video lanciato prima della decisione dell’Ufficio della Camera: in sostanza, il Movimento 5 Stelle sapeva già dell’impossibilità di vedere accolta la sua proposta (che non avrebbe riguardato gli ex parlamentari, ma solo spostato in avanti il beneficio per quelli in carica), dato che dal 2012 i vitalizi sono stati aboliti, e ai parlamentari in carica spetterà , al 65esimo anno di età in caso di una sola legislatura, una pensione calcolata con il metodo contributivo come per tutti.
Analizzando il video, però, i concetti espressi da Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro meritano delle precisazioni. E
cco un’analisi punto per punto.
1) DI MAIO: «IN PENSIONE A 65 ANNI DOPO UNA SOLA LEGISLATURA»
«Basta stare sulla poltrona 4 anni e 6 mesi e vai in pensione a 65 anni, puoi anche non lavorare per il resto della tua vita. E se fai un altro mandato vai in pensione addirittura a 60 anni, dopo pochi anni su una poltrona».
VERO – C’è da precisare, però, che dal 2012 il metodo con cui viene calcolato l’assegno è quello contributivo. Cioè, legato ai contributi che vengono versati. Il risultato è stata una significativa riduzione dell’importo.
2) DI MAIO: «PARLAMENTARI IMPAURITI: DIFFICILE TORNARE NEL MERCATO DEL LAVORO»
«Mentre eravamo nell’Ufficio di presidenza per iniziare la discussione (della delibera, ndr) hanno iniziato a farci capire, in un modo anche subdolo, parlando dei loro problemi da parlamentari che mi sembrano veramente secondari rispetto ai problemi del Paese, che non sanno se riescono a tornare nel mondo del lavoro dopo aver fatto i parlamentari».
VERO, MA – La ragione storica di quello che oggi appare un privilegio ingiustificato era di consentire a tutti, anche ai più poveri, di iniziare a fare politica senza la paura di perdere un lavoro sicuro, avendo così una fonte di guadagno anche dopo il termine del mandato. È vero, secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, che quello del parlamentare è (con le vecchie regole) l’unico lavoro che permette di recuperare sulla pensione il 35% in più rispetto a quanto versato. Numeri che hanno spinto Tito Boeri a proporre di ricalcolare con il metodo contributivo gli assegni in essere: secondo lui si risparmierebbero fino a 76 milioni all’anno.
3) DI MAIO: IL PROBLEMA NON SONO I VITALIZI PREGRESSI
«Per riuscire a buttare fumo negli occhi ai cittadini, prima la maggioranza ha detto che non voterà la nostra proposta per far saltare la proposta di settembre, e poi ha detto che il problema sono i vitalizi pregressi del passato».
FALSO – La proposta del Partito democratico permette di risparmiare 2,4 milioni di euro su un bilancio di un miliardo, dove la voce pensioni per gli ex deputati, quindi dei vitalizi pregressi, pesa 136 milioni di euro (previsione 2016), ossia il doppio rispetto al personale dipendente. Quindi oggettivamente i vitalizi pregressi rappresentano un problema. E, rispetto alla legge Fornero, la proposta del Pd incide proprio sul passato. Anche se per soli tre anni e sottoforma di contributo di solidarietà .
4) FRACCARO: «IN PENSIONE A 60 ANNI DOPO 4 ANNI E 6 MESI»
«Nel 2012 hanno approvato una legge vergogna che è la legge Fornero. Hanno detto: “La legge Fornero per noi non si applica. Noi, dopo 4 anni e 6 mesi, in pensione ci andiamo. E ci andiamo a 60 anni di vita, neanche di contributi”. Perchè bastano 4 anni e 6 mesi per andare in pensione a 60 anni, con questo attuale sistema».
FALSO, MA – Dopo 4 anni e 6 mesi si va in pensione a 65 anni, come del resto ha spiegato anche Di Maio all’inizio del video. È con due legislature che invece si scende a 60 anni. Restano però delle differenze con il trattamento riservato ai cittadini, come spiegano le tabelle dell’Inps. I soggetti con primo accredito contributivo a decorrere dal 1° gennaio 1996 possono ricevere la pensione: dal 1° gennaio 2012 in presenza del requisito contributivo di 20 anni e del requisito anagrafico (dai 62 ai 66 anni), se l’importo della pensione risulta non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (c.d. importo soglia); al compimento dei 70 anni di età e con 5 anni di contribuzione “effettiva” (obbligatoria, volontaria, da riscatto) – con esclusione della contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo – a prescindere dall’importo della pensione. Per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita il requisito anagrafico, dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015, è di 70 anni e 3 mesi; dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 è di 70 anni e 7 mesi. Dal 2019 lo stesso requisito potrà subire ulteriori incrementi per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita.
5) FRACCARO: «ORA VOTEREMO LA LEGGE RICHETTI»
«Basta vitalizi, proporremo la legge Ricchetti. Vediamo se la votano o meno, o se votano questa porcata. Vedremo se sono coerenti o meno con quello che hanno detto fino adesso».
IN REALTà€ – Il Movimento 5 Stelle, in quasi due anni, non ha mai sottoscritto la proposta sui vitalizi di Richetti, presentata il 9 luglio 2015.
Cosa hanno chiesto dunque i Cinque Stelle?
Di applicare anche ai deputati la legge Fornero abolendo il privilegio di uno sconto di cinque anni in caso di un secondo mandato.
E la data che segnerà il raggiungimento del requisito per la pensione (dai 65 anni) per i parlamentari alla prima legislatura è quella del 15 settembre.
Solo da allora i contributi versati costituiranno titolo per una pensione di circa 800-900 euro al mese (i calcoli cambiano in caso di un nuovo mandato).
Dunque un parlamentare, dopo una legislatura, percepirebbe questa cifra anche non lavorando più, è vero, ma potrà incassare la pensione solo al compimento del 65° anno di età .
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile
DAVIDE COME RENZI, D’ALEMA E QUAGLIARELLO… FARA’ RACCOLTA FONDI E SEMINARI EVENTO… CORTEGGIATI IL PROCURATORE GRECO E ALTRI PM
Quando un problema si faceva troppo articolato Gianroberto Casaleggio ripeteva sempre questa
frase: «C’è troppa complessità , bisogna semplificare».
La strada intrapresa dagli eredi pare andare in altra direzione: la complessità aumenta.
Dopo il blog delle stelle (di Grillo o non Grillo) e l’Associazione Rousseau, è nato un terzo soggetto, l’Associazione Gianroberto Casaleggio.
La registrazione è avvenuta il 14 febbraio, il comitato direttivo è composto da due sole persone (il figlio Davide e la moglie Sabina), l’associazione «non ha scopo di lucro e vive attraverso le donazioni spontanee e le sottoscrizioni».
Tra i suoi scopi, essenzialmente, il fundraising (come altre associazioni e fondazioni politico culturali italiane di diverse aree) e attività «divulgativa, di formazione o editoriale», attorno al concetto di «futuro», una delle idee fisse di Casaleggio («il futuro è diventato un flusso – diceva – un eterno presente in cui si possono cogliere in ogni istante i segni del cambiamento in atto»).
Se dal mondo delle idee si scende a quello, terreno, della dòxa, pare di capire che l’Associazione sarà uno strumento simile a quello di cui sono dotati altri soggetti politico-culturali italiani, e sarà anche un network di convegni, seminari, relazioni.
Il primo di questi eventi, l’8 aprile a Ivrea, luogo che così tanto evoca Adriano Olivetti, a quasi un anno dalla scomparsa di Gianroberto Casaleggio, sarà una giornata per ricordarne la figura e interrogarsi sul tema «Capire il futuro»: «Il miglior modo per prevedere il futuro è inventarlo», diceva Casaleggio citando l’informatico Alan Kay.
L’elenco degli invitati esclude volutamente politici M5S, mentre contiene alcune figure in collaborazione con l’azienda che detiene i dati e la piattaforma del M5S, come il professor Aldo Giannuli, o il sociologo Domenico De Masi.
Per il resto è ancora un cantiere in progress. In un primo momento, giovedì, sul sito dell’associazione (www.gianrobertocasaleggio.com), alla pagina dedicata all’evento (ma con la dizione fluida «elenco parziale e in via di definizione») era stato inserito anche il nome di Francesco Greco, il procuratore capo di Milano.
Ieri tuttavia il suo nome non compariva più nella lista. Il motivo è semplice: il procuratore sta ancora valutando l’invito arrivatogli; vorrebbe capire meglio il parterre completo degli invitati.
Circolavano anche altri nomi di invitati, tra cui quello di un altro procuratore molto importante di una città del nord, di un pm veneto, e di un giornalista tv famoso.
Vedremo cosa andrà in porto.
Il nome della psicologa Maria Rita Parsi, presente in un primo momento, ieri non figurava più nell’elenco. Così come quello dell’astronauta Paolo Nespoli.
Tra i confermati ci sono invece Paolo Magri (direttore dell’Ispi, l’istituto che cura il coordinamento scientifico dell’evento italiano della Trilateral), Carlo Freccero, i giornalisti Luca De Biase, Gianluigi Nuzzi, Pier Luca Santoro, lo scrittore Massimo Fini, il tecnologo Massimo Chiriatti.
Una rete che Casaleggio jr sta cercando di allargare; pezzi di società extra politica, in vista di un avvicinamento a Palazzo Chigi ormai quasi inesorabile.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile
E’ IL DEPUTATO DI STEFANO IL GHOST WRITER DELLA SINDACA
Ieri durante le celebrazioni per il Trattato di Roma è andato in scena, tagliato dalla RAI, il discorso
di Virginia Raggi.
Oggi il Corriere Roma, in un articolo a firma di Andrea Arzilli, ci racconta che il “ghost writer” della sindaca è stato Manlio Di Stefano, deputato alla Camera.
Insieme a Virginia hanno scritto un discorso molto meno aggressivo di quello che si annunciava nei giorni scorsi
Per questo la bozza ha viaggiato freneticamente per giorni e giorni via mail tra il Campidoglio e Montecitorio, il testo è nato su quest’asse e ci sono voluti molti confronti prima di arrivare ad una stesura definitiva che tenesse conto della platea fatta di capi di Stato e del ruolo da ospite di Raggi.
Così tra chi spingeva per una sfuriata anti Merkel e chi predicava basso profilo per timore una nuova gaffe, ha prevalso la linea della diplomazia.
Mentre la sindaca, negli ultimi giorni dall’Alpe di Siusi, leggeva e approvava sollevando di tanto in tanto alcuni rilievi.
E intanto preparava i supporter via web alla sua ribalta con l’immancabile annuncio Facebook, per altro condiviso dall’ex fedelissimo Salvatore Romeo.
Del resto rispetto alla prima versione buttata giù in Campidoglio, più vicina alla posizione antieuropeista M5S, il testo è stato via via edulcorato e raffinato, integrato da citazioni storiche e riferimenti tecnici forniti dai parlamentari abituati a confrontarsi con altre lingue e altre culture.
Soprattutto il passaggio del regolamento di Dublino ha segnato la svolta «governista» del Campidoglio M5S:
Nel turbinio di mail, infatti, il contenuto del discorso è andato scremandosi dei concetti più ruvidi e, forse, anche meno comprensibili per chi bazzica atmosfere internazionali e non è così addentro alla polemica tutta italiana.
Alla fine in mezzo alle citazioni dei padri fondatori, ai riferimenti delle varie carte europee e alla conferma della vocazione «dal basso» come chiave di unificazione degli europei, è rimasto intatto uno degli slogan chiave del Movimento: «Nessuno deve rimanere indietro», il battito grillino della sindaca.
Ma lì tutti hanno convenuto. In fondo che può dire di non essere d’accordo con Raggi?
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile
SI E’ PORTATA AL PRANZO POST-CERIMONIA UNA DECINA DI PERSONE… PER LA SERIE “FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE COME ITALIANI”
Il Messaggero racconta oggi nella cronaca di Roma un curioso aneddoto sul cerimoniale dei trattati di Roma e su come Virginia Raggi si sia portata al pranzo post-cerimonia dei trattati una decina di persone oltre a cinque fedelissimi nella tavolata della sindaca:
All’ora di pranzo, però, c’è la prima gaffe. Al buffet offerto da Palazzo Chigi la sindaca si presenta con almeno una decina di collaboratori. E dire che il protocollo stilato dal cerimoniale era stato fin troppo chiaro (e rigido): «Palazzo Chigi comunica che è prevista una colazione di lavoro nella Terrazza Caffarelli a cui dovrebbero partecipare Autorità italiane ed europee. Per ciò che contiene le Autorità locali, compresa quella capitolina, è stato adottato il protocollo internazionale, che prevede la presenza dei soli vertici dell’Ente».
Quest’ultimo passaggio però deve essere sfuggit oall’entourage della sindaca, considerato che al pranzo post-cerimonia dei Trattati, “ospitato” nel ristorante chic del Campidoglio, la prima cittadina si è presentata in allegra compagnia.
Altro che pranzo ristretto ai «vertici». Attovagliati, in diverse postazioni, di dipendenti comunali se ne contavano (almeno) su due mani, dislocati sui divanetti in pelle nera oppure, cinque fedelissimi, nella tavolata con la sindaca.
Ma, racconta il quotidiano, non è stata l’unica:
Va detto che, di “imbucati”, nella terrazza con vista sul Teatro Marcello e su piazza Venezia, ce n’erano parecchi (compreso qualche giornalista).
Ma a diversi esponenti delle delegazioni internazionali è scappato più di un sorriso nel vedere che proprio la “padrona di casa” si era accomodata con un codazzo nutrito di collaboratori al buffet.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
NEL DISCORSO DI BENVENUTO ELOGIA I PADRI DELL’EUROPA CHE HANNO SAPUTO GARANTIRE PACE E BENESSERE… L’OPPOSTO DI QUANTO SCRIVONO GLI ULTRAS CINQUESTELLE SUI SOCIAL
La sindaca di Roma Virginia Raggi ha aperto le celebrazioni per il Sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma con un discorso non antagonistico, pieno di citazioni dei padri dell’ Europa, personaggi lontanissimi dalla “cultura” a Cinque Stelle: De Gasperi, Adenauer, Schuman.
«Sessanta anni fa — ha esordito Raggi — prese il via una avventura straordinaria: i padri fondatori della Comunità Europea animati da uno spirito rivoluzionario non scontato e diedero vita ad un progetto visionario con l’obiettivo di garantire pace e benessere ai cittadini europei». Certo, «la finanza non è tutto», ma «dobbiamo lavorarci tutti assieme».
Nella dialettica sotto traccia nel Movimento Cinque Stelle tra chi (Di Maio) punta al governo e chi considera quella prospettiva come una iattura, il discorso della Raggi appartiene alla “corrente” dei filo-governativi e quello di Roma è un piccolo tassello di un confronto interno che si preannuncia aspro e non scontato.
E anche per il valore politico e simbolico del discorso, lo staff della Raggi ha protestato per il momentaneo «oscuramento» del discorso.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile
UN “LIBRO” DI OTTO PAGINE CHE SEMBRA UNA TESINA DELLE SCUOLE MEDIE E CHE RACCONTA LA STORIA DI UNA FORZA POLITICA PRIVA DI CONTENUTI
Luigi Di Maio ha presentato alla stampa estera il Libro a 5 Stelle dei cittadini per l’Europa”. 
Più che un libro, come ha fatto notare un giornalista, si tratta di una tesina di appena quindici pagine (in realtà tutto compreso sono diciannove).
Ma la cosa più interessante è che di quelle diciannove pagine solo otto sono di testo scritto perchè le altre sono occupate dai titoli dei vari capitoli.
Un vecchio trucco degli studenti universitari è quello di aumentare l’interlinea e le dimensioni del carattere per far credere di aver scritto di più: i 5 Stelle vanno oltre e inseriscono delle pagine colorate per rendere più “sostanzioso” il loro dossier.
Il problema di questo “Libro” è che oltre ad essere brevissimo e inconsistente è assolutamente privo di contenuti e di dati.
In un’era in cui ogni argomentazione è suffragata da prove, dati, tabelle, previsioni di spesa e di risparmio i 5 Stelle di distinguono per la totale mancanza di dati verificabili.
Ogni argomento del “Libro” viene trattato così in una paginetta scarsa. Non importa quanto sia importante, lo spazio è quello e spesso l’autore (o gli autori) fanno fatica a riempire tutto il foglio.
Si capisce, cosa mai ci sarà da scrivere su Schengen e l’Immigrazione, sulla Politica estera e la difesa comune o sulla marginale questione del Budget europeo alla quale gli autori dedicano pochissime righe, queste:
Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-StrasburgoLussemburgo e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro). Rimessa in discussione degli oltre 2 miliardi di euro destinati all’inutile Piano Juncker, che finanzia solo le grandi opere: li vogliamo per le PMI. Abolizione dei fondi concessi a partiti e fondazioni europee. Una larga fetta del budget europeo dovrà essere dedicato alla questione sociale, ad esempio proponendo un reddito di cittadinanza europeo come sembrava nelle intenzioni della Commissione a inizio legislatura. I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi.
Avete letto bene, questo “testo” che in realtà è solo la contrazione di un elenco puntato dove non c’è alcun ragionamento ma solo una serie di “proposte” è tutto quello che il M5S ha da dire su come dovrebbe essere speso il budget europeo.
In confronto Nigel Farage sullo stesso argomento quando stava facendo campagna elettorale per la Brexit ha scritto un trattato di economia.
Non ci sono dati, non ci sono numeri (ad eccezione di un non molto preciso “oltre due miliardi”).
Si parla di risparmi ma non si quantificano quanti siano in realtà .
Non si dice nemmeno la cosa più importante ovvero a quanto ammonta il budget europeo.
Non che sia difficile perchè l’Unione Europea mette a disposizione tutto il necessario quanto meno per avere un’idea generale di che cosa stiamo parlando. Ad esempio nel 2016 il budget annuale totale era di 155 miliardi di euro.
Sono tanti, sono pochi?
Per poterlo dire dovremmo guardare dove e come vengono spesi (ad esempio pagando 700 euro in posacenere o pagando rimborsi per ricerche fatte su Wikipedia).
È legittimo voler uscire dall’euro e pure combattere gli sprechi ma almeno prima di farlo — e per riuscire a trovare la porta — bisognerebbe sapere come funziona l’Unione Europea.
I 5 Stelle vogliono che una larga fetta del budget europeo venga destinato “alla questione sociale” per l’implementazione di un reddito di cittadinanza.
Quanto più grande deve essere di quella che viene già destinata ora?
In miliardi di euro possibilmente e non a spanne.
E quanto potrebbe ragionevolmente incidere il risparmio proposto rispetto a tagli degli stipendi e chiusura delle sedi non necessarie? Sarebbe stato interessante saperlo.
Nel “capitolo” destinato al budget salta all’occhio la proposta di abolire i “finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro)”.
In che modo l’Unione Europea dovrebbe smetterla di “fare propaganda” a favore della moneta unica e soprattutto cosa significa fare propaganda per la moneta unica? Significa dire ad esempio che — in nome del principio dell’uno vale uno applicato ai tassi di cambio — il rublo o il dollaro zimbabwiano hanno lo stesso valore?
Significa forse che la BCE deve dire che lo Yuan “è meglio”? Non lo sapremo mai perchè i 5 Stelle non lo spiegano.
Più chiaro invece il tentativo di dare una mano alla Russia e a quel fulgido esempio di democrazia che è Putin (a proposito non è che i 5 Stelle gli hanno chiesto dei Panama Papers?) dai sordidi attacchi dell’Europa.
La confusione regna sovrana anche nel — brevissimo — capitolo dedicato alla politica estera dove prima si chiede una:
Immediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani, usando la leva degli accordi commerciali e di cooperazione allo sviluppo per pretendere il rispetto dei diritti umani e ambientali.
E poi si torna a difendere la Russia che secondo una serie di report (Amnesty International, Human Rights Watch, e lo stesso Europarlamento) ultimamente non si può certo definire un fulgido esempio di difesa dei diritti umani.
Magari si potrebbe chiedere alla Russia almeno di rispettare gli accordi della WTO, dove è entrata a far parte nel 2012 anche grazie ai buoni uffici della UE.
Chissà come Putin prenderà la proposta del M5S (nel capitolo “Energia, materia e resilienza”) di raggiungere un’indipendenza energetica e il passaggio ad una totale produzione di energia elettrica rinnovabile (non da fonti rinnovabili, rinnovabile).
Lo sanno i portavoce che la maggior parte delle importazioni dalla Russia riguarda materie prime in particolare gas e petrolio?
La cosa preoccupante è che per scrivere queste otto pagine scarse (molto scarse) i 5 Stelle e i loro assistenti parlamentari sono stati pagati dai cittadini italiani (e dai cittadini europei nel caso degli europarlamentari).
Ed e è molto fastidioso leggere ben otto pagine dove ogni “e” accentata maiuscola è scritta E’ invece che È.
Forse quei soldi avrebbero potuto essere spesi meglio.
E a proposito di fake news: questo non è un libro.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA DEL REFERENDUM CI VUOLE UN ALTRO REFERENDUM PER CONFERMARE LA LEGGE DI RIFORMA COSTITUZIONALE CHE AMMETTA LA POSSIBILITA’ DI FARE UN REFERENDUM SU QUESTO TEMA… E DI MAIO NASCONDE COSA SUCCEDERA’ CON L’USCITA DALL’EURO
Ieri Luigi Di Maio ha presentato alla Stampa estera il “libro” (in realtà più una tesina di quindici pagine) del MoVimento 5 Stelle sull’Europa.
I 5 Stelle hanno annunciato il loro progetto per cambiare l’Europa una volta che andranno al Governo e per consentire agli italiani di esprimersi in merito alla permanenza o meno nella moneta unica.
Non è proprio una novità visto che l’idea di un referendum per l’uscita dall’euro i 5 Stelle l’hanno tirata fuori parecchie volte, l’ultima all’indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 quando Alessandro Di Battista era tornato a parlare della possibilità di chiedere ai cittadini di esprimersi sulla moneta unica.
L’idea di un referendum era stata presentata da Grillo nel 2014 durante la manifestazione al Circo Massimo.
All’epoca il M5S aveva avviato la raccolta di “un milione” di firme per la presentazione di una legge d’iniziativa popolare per arrivare all’istituzione del referendum consultivo sull’euro.
Il MoVimento aveva anche stabilito anche i tempi entro i quali si sarebbe arrivati al referendum consultivo (che nel nostro ordinamento non esiste).
Detta consultazione si sarebbe dovuta tenere tra dicembre 2015 il gennaio 2016 e quindi all’uscita dall’euro sarebbe dovuta avvenire entro i primi mesi del 2016. È passato un anno,
Grillo ha presentato in Senato le 200.000 firme raccolte ma l’iniziativa di legge popolare non è mai stata discussa in Parlamento (che del resto non ha nessun obbligo di farlo) e di sicuro non verrà discussa ora.
Ieri Di Maio ha di nuovo tirato fuori dal cassetto quella vecchia proposta per quella che ha definito un’Europa più democratica che comporta il fatto che anche la politica monetaria debba diventare più democratica (non è chiaro quindi se ogni volta la modifica dei tassi d’interesse debba essere decisa da consultazioni popolari, magari online, o dal Parlamento e non dalle banche centrali).
Ad ogni modo per Di Maio l’euro non è una moneta democratica e l’unico modo per renderla tale è chiedere al famoso popolo sovrano di esprimersi sulla moneta unica:
In realtà dire che l’euro non è democratico non vuol dire nulla, di per sè.
Ma la frase evoca tutto quell’immaginario di lotta contro il potere delle banche, delle lobby e dei potentati economici che tanto è cara al MoVimento.
Per la verità non è vero che l’euro non è democratico: in primo luogo perchè l’adesione alla moneta unica è stata fatta sulla base di un trattato internazionale che come tutti i trattati è stato democraticamente ratificato dal Parlamento italiano (che secondo la nostra Costituzione è uno dei luoghi dove viene esercitato il potere democratico) dai rappresentati democraticamente eletti del popolo italiano.
In secondo luogo nemmeno una moneta nazionale sovrana è — in senso stretto — democratica, la differenza è che le politiche monetarie vengono decise unicamente dalle autorità nazionali e non da quelle comunitarie dove, per una semplice ragione numerica, il rischio che una nazione venga (democraticamente) messa in minoranza è maggiore.
Abbandonata l’idea di una legge d’iniziativa popolare il MoVimento punta tutto su una legge di riforma costituzionale (guardacaso quella stessa Costituzione che qualche mese fa era intoccabile) per introdurre in Costituzione l’istituto del referendum consultivo.
Il passaggio è un po’ più complicato e non ha — anche se Di Maio la fa molto facile — moltissime garanzie di successo.
La nostra Costituzione prevede infatti che per evitare un referendum popolare confermativo l’eventuale riforma costituzionale dei 5 Stelle debba essere approvata da almeno i due terzi dei componenti di entrambe le Camere.
In caso contrario la legge di modifica costituzionale che introduce il referendum consultivo deve a sua volta essere sottoposta essere a referendum (senza contare che si andrà a referendum qualora entro tre mesi dall’approvazione definitiva ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali).
Se e solo se il popolo sovrano si esprimerà a favore della legge di riforma costituzionale allora si potrà indire un referendum consultivo per chiedere ai cittadini di esprimersi sulla permanenza nella moneta unica.
Anche in quel caso però l’uscita dall’euro non sarà automatica perchè il Parlamento dovrà votare l’abrogazione della legge che ratifica il trattato di adesione all’euro.
In tutto questo i 5 Stelle però non hanno ancora fatto sapere quale indicazione di voto daranno agli elettori in occasione del referendum consultivo.
Di Maio ieri ha evitato di affrontare la questione quando ha parlato di “altri paesi” che potrebbero uscire dall’euro per le loro ragioni lasciandoci “senza un piano b”, senza contare che ci sono altre forze politiche anti-euro (ad esempio Forza Italia) che sulla moneta unica e il ritorno alla lira hanno proposte differenti.
Il procedimento di revisione costituzionale però è piuttosto lungo e complesso e ai tempi necessari per l’approvazione della legge di modifica della Costituzione si aggiungono quelli per il referendum e l’eventuale successiva discussione per l’uscita dell’Italia dall’euro (ma a quanto pare non dall’Unione Europea).
Durante tutta questa fase il nostro Paese potrebbe esperire una preoccupante fuga di capitali all’estero (con che prospettive i grandi gruppi industriali potrebbero rimanere in Italia durante un periodo di incertezza tale?) senza contare che una volta fuori la nostra moneta finalmente sovrana si troverebbe sottoposta alle fluttuazioni dei mercati finanziari (e della tanto temuta speculazione) dalle quali fino ad ora l’euro, con tutti i suoi difetti, ci ha protetti.
Se l’Italia uscisse dall’euro la nostra nuova moneta si svaluterebbe consistentemente nei confronti della valuta europea.
Chi riuscisse a mantenere i risparmi denominati in euro, quindi, guadagnerebbe in poco tempo il 20 o 30 per cento.
L’operazione è estremamente semplice: basta vendere Bot e Btp e comprare titoli di stato tedeschi.
Non va inoltre esclusa la possibilità di un’irrazionale corsa agli sportelli per prelevare i contanti e chiudere i conti.
Qualche tempo fa Di Maio parlava di un non meglio precisato “euro 2” spiegando che «abbiamo sempre detto che l’euro così non funziona e che dobbiamo preferirgli l’euro 2 o monete alternative» ieri invece ha parlato apertamente di un ritorno alla lira.
I 5 Stelle sotto sotto sperano che anche altri paesi contestualmente al nostro decidano di uscire dall’euro, qui Di Maio non sta guardando tanto al Regno Unito che nell’euro non ci è mai stato e che mai accetterà di far parte di altre unioni monetarie ma alla proposta avanzata da Marine Le Pen che vorrebbe la Francia fuori dall’euro e un contemporaneo ritorno del franco nelle tasche dei francesi e di una moneta virtuale sulla falsa riga dell’Ecu per gli scambi monetari internazionali e per proteggere le monete nazionali “sovrane” dai mercati.
Ma il vero problema della proposta dei 5 Stelle è un’altra, al di là della procedura che sarà lenta e inutilmente dolorosa per le tasche degli italiani Di Maio non ha detto che cosa succederà dopo.
Qual è il piano dei 5 Stelle per gestire l’uscita dalla moneta unica e il ritorno alla sovranità monetaria?
Quali saranno le misure economiche che un eventuale governo Di Maio adotterà per salvare il Paese dal collasso e gestire il ritorno alla lira?
Dopo tre anni che si parla di questo benedetto referendum sull’euro forse qualcosa di più Di Maio poteva dircela.
O dobbiamo eleggerlo per saperlo?
(da “NextQuotidiano”)
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