Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
ORA FA CAUSA AGLI AMBIENTALISTI CHE SI OPPONGONO AL PROGETTO DI PARCO MICHELOTTI
Chiara Appendino è una sindaca del MoVimento 5 Stelle o del Partito Democratico? Se lo chiedono in molti in questi giorni dopo che la sindaca ha fatto approvare una serie di progetti edilizi per la realizzazione di nuovi centri commerciali che erano stati avviati dalle amministrazioni precedenti e che quando sedeva sui banchi dell’opposizione aveva molto criticato.
Non contenta ha pure convinto la sua maggioranza a votare per annullare una mozione approvata a novembre dove il MoVimento si impegnava a non utilizzare più gli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente.
Ciliegina sulla torta: nel programma elettorale Appendino aveva promesso di non farlo.
Non è chiaro a questo punto se Appendino sia un genio della politica, l’unica persona in grado di far cambiare idea al MoVimento oppure se l’alternativa che rappresenta sia più al M5S per come lo abbiamo imparato a conoscere che alla “vecchia politica”. Anche perchè ogniqualvolta che la Appendino deve prendere una decisione ci spiega che per colpa di quelli che l’hanno preceduta negli ultimi trent’anni non potrà fare quello che ha promesso in campagna elettorale.
Piccolo dettaglio: la sindaca ha trascorso cinque anni in Consiglio Comunale da consigliere d’oppposizione ed è stata vicepresidente della Commissione Bilancio; difficile sostenere che quando ha stilato il programma non sapesse quali fossero i problemi di Torino e il margine di manovra di una nuova amministrazione a Cinque Stelle.
Prendiamo ad esempio la questione del trasferimento del Bioparco Zoom al Parco Michelotti, il vecchio giardino zoologico della città che ora versa in uno stato di grave abbandono.
L’assegnazione dell’area pubblica sulle rive del Po a Zoom è stata decisa in via definitiva dall’amministrazione guidata da Piero Fassino dopo che la società aveva vinto la gara per la riqualificazione per la creazione di un “polo permanente pluridisciplinare dai risvolti naturalistici ludico/scientifico/didattici, caratterizzato da significativa sostenibilità ambientale e rispettoso del rapporto con il fiume e con l’ambiente che mantenga e valorizzi gli aspetti storico-botanici-paesaggistici del luogo“.
Il bando prevede una concessione trentennale e la realizzazione di un bioparco con fattoria didattica con un investimento da 15 milioni di euro. Un’idea che non è piaciuta alle associazioni animaliste che si sono riunite in un comitato No Zoo e che in un primo momento hanno ottenuto il sostegno dei 5 Stelle e della stessa Appendino. Quando però il vicesindaco Guido Montanari ha lasciato intendere che il bioparco si sarebbe fatto dicendo «Non riesco a condividere entusiasmo per questo progetto di uno Zoom al Parco Michelotti, perchè avremmo preferito ridare l’area verde ai cittadini. Ma non ce la sentiamo di buttar via tutto il lavoro fatto fin qui» i comitati hanno capito che la Giunta non aveva alcuna intenzione di accogliere le loro richieste. A novembre quando in consiglio di circoscrizione 8 si è trattato di votare sull’arrivo della Zoom al Michelotti i consiglieri del 5 Stelle hanno preferito uscire dall’aula, un segnale che col senno di poi manifestava tutto l’imbarazzo dei pentastellati per come il Comune aveva deciso di gestire la faccenda.
Gli ambientalisti hanno iniziato una raccolta firme su Avaaz e presentato un ricorso al Tar per annullare la concessione alla Zoom ma il tribunale a dicembre 2016 ha dato ragione alla Città di Torino — che si era costituita contro gli ambientalisti e aveva presentato una corposa memoria difensiva — e rigettato il ricorso.
In un incontro con le associazioni e i comitati spontanei andato in scena il 21 gennaio è stato certificato lo scollamento della giunta dai comitati che avevano sostenuto la battaglia dei pentastellati a Torino: Montanari e Appendino si sono giustificati spiegando che “le cose sono più complicate del previsto” e tornando a lamentarsi dei disastri lasciati dalle amministrazioni precedenti per spiegare come mai in questi mesi il MoVimento abbia operato con tanta continuità rispetto alle scelte operate da Fassino.
Non risulta che Grillo abbia risposto all’appello delle associazioni che si battono per i diritti degli animali e che chiedono che il Parco resti un bene comune dei cittadini torinesi e non venga privatizzato.
A questo punto gli ambientalisti non hanno potuto fare altro che scrivere, a inizio febbraio, una lettera aperta al Capo Politico del MoVimento per chiedere a Beppe Grillo il rispetto degli impegni assunti dalla Appendino e soprattutto che la giunta torinese agisca in base ai principi nazionali del M5S sulla tutela dei beni della collettività senza “regalare” l’area del Michelotti ai privati.
Nel frattempo il Comune si costituirà in giudizio al Consiglio di Stato proprio contro le associazioni ambientaliste e animaliste che vogliono bloccare il Bioparco Zoom al Parco Michelotti.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
LUCA LANZALONE E’ ANCORA SENZA CONTRATTO: INVIATO DA GRILLO PER ASSISTERE LA RAGGI SUL CASO STADIO, MA A CHE TITOLO AVREBBE AGITO SE NON HA RAPPORTI CON L’AMMINISTRAZIONE?
“L’avvocato Luca Lanzalone il 10 febbraio ha depositato una comunicazione con la quale veniva da me
incaricato di seguire alcune vicende in particolare quella della società Eurnova e quindi dello stadio. E specificava che questa collaborazione si sarebbe formalizzata mediante un accordo con l’assessore all’Urbanistica, che però poi si è dimesso, quindi non ha potuto trovare formalizzazione. La troverà a breve appena il nuovo assessore, i cui atti saranno formalizzati nelle prossime ore o direttamente domani, procederà a questa formalizzazione”: la sindaca Virginia Raggi ha risposto così all’interrogazione presentata da Michela Di Biase, capogruppo del Partito Democratico in Assemblea Capitolina, che le chiedeva conto del ruolo e del compenso dell’avvocato che Beppe Grillo ha mandato a Virginia Raggi per la rimodulazione del progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle
Proprio due giorni fa, presentando il sostituto di Paolo Berdini, la sindaca aveva assicurato che «Lanzalone non farà parte dello staff di Luca Montuori».
E quindi farà il consulente dell’assessorato che lo affiancherà nella vicenda Tor di Valle.
Lanzalone, un paio di settimane fa, con una lettera al capo dell’avvocatura Carlo Sportelli, aveva avanzato uno “schema di convenzione” proprio con l’avvocatura capitolina. Ricevendo dagli uffici un rifiuto.
Perchè (il senso della risposta di Sportelli) Lanzalone non era stato chiamato ad occuparsi di un contenzioso e dunque sarebbe stato più opportuno farsi inquadrare dal gabinetto della sindaca.
Il Messaggero scrive che il suo compenso dovrebbe aggirarsi intorno ai 30mila euro. Ma sulla quantificazione la stessa sindaca ieri è rimasta sul vago: “Nel frattempo lui specifica che procede ad assistere me e i rappresentanti dell’amministrazione come verrà di volta in volta richiesto, procedendo sin d’ora alla disamina della documentazione rilevante e come già occorso negli incontri a tal fine organizzati. Per quanto riguarda i compensi”, la sindaca cita i riferimenti di legge e continua: “La quantificazione viene rimessa al momento in cui l’avvocato Lanzalone avrebbe avuto modo di conoscere meglio la materia. In questa lettera precisa che in assenza di successivo accordo sul compenso dovuto, nulla sarà dovuto nè dal Comune nè dai rappresentanti dell’amministrazione comunale beneficiari dall’attività professionale” da lui “espletata”.
Una risposta che non ha convinto le opposizioni: “Bene ha fatto il gruppo del PD a presentare l’interrogazione sull’incarico svolto dall’avvocato Luca Lanzalone. La Sindaca Raggi non risponde, anzi nel suo intervento chiarisce che non c’e’ alcun incarico formale per l’avvocato Lanzalone ma una semplice comunicazione da lui indirizzata alla sindaca. Si tratta di una vicenda poco trasparente, in cui un privato cittadino senza alcun titolo, tratta per conto dell’amministrazione capitolina su un argomento particolarmente delicato come quello dello stadio della Roma. Le argomentazioni della Sindaca alle nostre richieste sono state ampiamente insufficienti e contraddittorie. Per noi la vicenda non e’ chiusa, andremo fino in fondo per fare luce nell’opacita’ amministrativa della giunta M5S”, ha detto ieri la Di Biase.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO APPROVARE DIVERSE COLATE DI CEMENTO, ORA LA SINDACA SI RIMANGIA L’IMPEGNO SULL’USO DEGLI ONERI URBANISTICI
Per quanto tempo ancora dovremo sentire Chiara Appendino addossare alle amministrazioni che
l’hanno preceduta negli ultimi trent’anni la colpa della situazione dei conti pubblici della città ?
Che il bilancio di Torino sia problematico (per usare un eufemismo) è cosa nota e dovrebbe esserlo ancora di più alla sindaca Appendino che nella scorsa consiliatura faceva parte della Commissione Bilancio.
C’è da chiedersi perchè — sapendolo — la Appendino e il MoVimento 5 Stelle hanno fatto in campagna elettorale promesse che solo ora i cittadini si stanno rendendo conto che gli eletti del partito di Beppe Grillo non sono in grado di mantenere.
Una su tutte? La candidata sindaca Appendino nel suo programma elettorale aveva promesso di far ricadere sul territorio i proventi derivanti dagli oneri urbanistici.
Cosa che la sindaca Appendino ha deciso di non fare.
Non si tratta qui dell’approvazione dell’operazione urbanistica sull’area ex-Westinghouse che quando erano all’opposizione i 5 Stelle avevano tanto avversato.
In un accorato intervento dell’allora consigliere d’opposizione Chiara Appendino (cui Fassino rispose con una delle sue famose “profezie”) l’esponente del M5S disse “sarò fiera quando capiremo che dal punto di vista urbanistico è impensabile che il motore di sviluppo per la riqualificazione continui ad essere il grande centro commerciale perchè così non facciamo altro che scaricare su altre fasce — in particolare i piccoli commercianti — gli effetti della crisi“.
Se volete potete confrontare l’Appendino di governo da quello di lotta guardando il video con le scuse addotte da Appendino qualche giorno fa.
Puntualmente una volta al governo della città il M5S ha avallato l’operazione di quel centro commerciale (e di altri centri commerciali più piccoli) giustificandosi con la necessità di fare cassa.
Una decisione che aveva provocato non pochi malumori all’interno del MoVimento tant’è che nel novembre del 2016 i consiglieri di maggioranza avevano votato una mozione (la 91/2016) nella quale si impegnava l’Amministrazione comunale a non utilizzare gli oneri derivanti dai permessi a costruire per finanziare la spesa corrente, come promesso in campagna elettorale.
Mozione che la Appendino aveva fatto annullare con con una delibera di giunta approvata il 22 febbraio e votata dalla maggioranza, ieri il 6 marzo.
Ieri pomeriggio infatti i 24 consiglieri di maggioranza, quelli che avevano votato la mozione 91/2016 hanno votato compatti e senza battere ciglio a favore della deliberazione sugli indirizzi per la redazione del bilancio finanziario triennale 2017/2019 presentata da Appendino e dall’Assessore al Bilancio Sergio Rolando.
In buona sostanza i consiglieri del MoVimento hanno autorizzato la sindaca a utilizzare per i prossimi tre anni gli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente.
Quell’impegno preso dai consiglieri di maggioranza a novembre non vale più nulla e la Appendino può tranquillamente ricorrere ad uno strumento introdotto dal governo Berlusconi nel 2001 al quale le amministrazioni precedenti (quelle che hanno tutte le colpe) hanno rinunciato di ricorrere nel 2012, ovvero quando la Appendino era già in Consiglio Comunale.
La misura presentata come straordinaria e necessaria a chiudere in pareggio il bilancio 2016 diventa quindi ordinaria: gli oneri di urbanizzazione non rimarranno sul territorio ma verranno utilizzati per finanziare la spesa corrente, vale a dire per gli interventi ordinaria manutenzione della città .
Non è più il cemento il problema, di quello ce ne sarà in abbondanza, è il bilancio il nuovo campo di battaglia dove l’alternativa rappresentata da Chiara Appendino e dalla sua giunta non riesce a distinguersi dal passato.
Il problema è il buco di bilancio lasciato “da quelli di prima”, buco del quale non è chiara l’entità e che per Appendino a volte di è una quarantina di milioni a volte di centinaia: un buco elastico insomma.
Per risolvere il problema ecco spuntare manovre come quella dell’utilizzo degli oneri urbanistici per la spesa corrente ma non solo.
Ad esempio, nel bilancio 2016 sono stati iscritti 6,7 milioni di euro per “proventi derivanti da sanzioni alle famiglie” ovvero i mancati pagamenti delle imposte o le multe per divieto di sosta.
Al momento ne sono stati però incassati solo 110 mila mentre 4 milioni di euro sarebbero stati iscritti nei fondi di “dubbia esigibilità ” ovvero denaro che il Comune sa che probabilmente non potrà mai incassare.
L’Amministrazione come al solito dà la colpa a qualcun altro, nella fattispecie a non meglio precisarti “problemi informatici sia nei pagamenti che agli incassi al CSI”.
Il 5 Stelle ha innalzato di 7 milioni di euro (da 102 a 109) il totale dell’ammontare delle sanzioni che il Comune guidato da Fassino aveva accertato sulla carta, nel 2016 ne sono stati incassati solo 46 milioni e di quei quasi sette milioni aggiunti da Appendino se ne sono visti solo centomila.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
AIUTO E AGEA PROVANO A DIFENDERSI MA NESSUN COLLEGA CI METTE LA FACCIA
Il panico è evidente. La fuga M5S dal caso dei soldi europei, spesi non in modo consono, sembra coinvolgere l’interno gruppo grillino di Bruxelles, che si rinchiude in un silenzio tattico ma molto eloquente.
Ogni eurodeputato ha una riunione urgente a cui andare per cui “non ho tempo per parlare di questa cosa”.
Ci sono poi telefoni che squillano a vuoto e ogni eventuale parola in libertà viene vissuta come un rischio e come un pericolo per la ragion di partito.
Il caso, sollevato dal quotidiano La Repubblica, riguarda in particolare due eurodeputate grilline, Daniela Aiuto e Laura Agea.
La prima ha chiesto il rimborso di una mezza dozzina di studi sul turismo che le sarebbero serviti per svolgere l’attività parlamentare.
“Peccato che siano risultati plagiati. Copiati da siti come Wikipedia. Per questi studi ha chiesto a Strasburgo un rimborso di svariate migliaia di euro”, si legge.
La seconda indagine interna riguarda la parlamentare Agea, che ha assunto un assistente locale che dovrebbe svolgere un’attività legata al mandato europeo della deputata ma che in realtà è un imprenditore.
Ciò suscita dubbi nell’amministrazione del Parlamento sulla conciliabilità della sua attività con quella di assistente parlamentare e per questo ci sono verifiche in corso.
Nessuno degli eurodeputati ha il permesso di parlare e commentare, nè la voglia di difenderle.
Ad intervenire però sono i stati i vertici del Movimento che hanno concordato con Agea e Aiuto, dirette interessate, una dichiarazione da affidare alle pagine Facebook. Anche Agea contattata telefonicamente rimanda al post: “Ho appreso dalla stampa che sono in corso verifiche riguardanti l’attività svolta da uno dei miei collaboratori locali. Pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, mi metto immediatamente a disposizione delle autorità competenti per qualsiasi tipo di documentazione circa la sua attività , che si svolge nel quadro dei miei lavori di deputato al Parlamento europeo”. E poi ancora: “Ho deciso di sospendere momentaneamente la collaborazione in corso – spiega – per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni. Questi controlli sono fondamentali per garantire trasparenza e onestà , valori portanti del Movimento 5 Stelle”.
Aiuto si dice invece “parte lesa” ma “pienamente disponibile a collaborare” nella verifica del Parlamento europeo su alcuni suoi rimborsi.
“I servizi parlamentari – spiega – hanno contestato alcune ricerche che ho commissionato ad una società di consulenza, perchè ritenute frutto di plagio e quindi non rimborsabili dal Parlamento europeo. Ho quindi disposto la sospensione del pagamento delle fatture già emesse. Inoltre ho comunicato ai servizi parlamentari che provvederò personalmente a rimborsare le fatture già saldate”. Inoltre Aiuto fa sapere che agirà legalmente nei confronti della società di consulenza per il rimborso delle somme già sostenute e anche per il risarcimento di ogni ulteriore danno. “Pur essendo parte lesa in questa vicenda — conclude – ho dato la mia piena e totale disponibilità a collaborare con i servizi parlamentari per tutelare il Movimento 5 Stelle”.
Il Movimento 5 Stelle, almeno per ora, non dovrebbe prendere provvedimenti nei confronti di Aiuto e Agea, in seguito al chiarimento con i vertici e alle note diffuse. Sul blog di Beppe Grillo però non una parola.
Le spiegazioni delle due eurodeputate sono state accolte però tiepidamente dalla base M5S su Facebook.
Da una parte c’è chi ‘assolve’ Aiuto e Agea, ringraziandole per la precisazione, dall’altra qualcuno attacca duramente la condotta delle esponenti 5 Stelle.
Sta di fatto che i controlli sono in corso ed eventualmente i vertici sono pronti a prendere provvedimenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
GIORNALISTI SOTTO RICATTO: O ACCETTANO I MONOLOGHI O I SIGNORINI NON PARTECIPANO ALLA TRASMISSIONE… RAI, MEDIASET E LA7 FACCIANO IL LORO MESTIERE, QUESTO NON E’ GIORNALISMO
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Beppe e il Verbo era il Blog.
Il Blog vietava ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle di andare in televisione (e ancora oggi il codice di comportamento lo sconsiglia) e per questo il senatore Marino Mastrangeli fu il primo cittadino-portavoce espulso per essere andato “troppo” in televisione.
Era il 2013 e i tempi sono cambiati, ora gli esponenti del 5 Stelle vanno regolarmente in televisione ma ci vanno alle loro condizioni, ovvero evitando il dibattito.
È noto infatti che per i talk show e le trasmissioni televisive di approfondimento politico ci sia un solo modo per avere l’intervista di Alessandro Di Battista o Luigi Di Maio: il faccia a faccia con il conduttore.
Interviste apparecchiate le ha chiamate ieri Stefano Esposito, senatore del Partito Democratico, durante una puntata di Tagadà trasmissione de La 7 dove era andato in onda l’ennesimo monologo senza contraddittorio di Luigi Di Maio.
Così come sul Blog e su Facebook lo Staff e Grillo non hanno mai risposto agli utenti allo stesso modo i cittadini-portavoce scelgono accuratamente con chi parlare, o meglio, con chi non parlare in modo da evitare il confronto.
In questo modo ad esempio Di Maio può parlare per giorni dei pericoli e dei rischi del progetto dello Stadio della Roma oppure spiegarci che le opere pubbliche si faranno lo stesso senza che il giornalista o l’intervistatore metta in dubbio quello che dice.
E dal momento che non c’è il contraddittorio e Di Maio non è costretto a confrontarsi con una posizione alternativa alla sua il messaggio che passa è che l’esponente pentastellato stia dicendo tutte cose giuste e corrette.
Anzi, che le cose vere le dicano solo i politici del 5 Stelle perchè sono gli unici che non vengono interrotti quando parlano.
Più che interviste sono videomessaggi e bisogna dare atto al MoVimento di essere riuscito grazie ai continui lamenti sulle “televisioni che sono contro il MoVimento 5 Stelle” a costringere i conduttori televisivi a piegarsi alle loro condizioni.
Questa situazione è frutto di una scelta precisa dello staff della Comunicazione ed era stata denunciata già da Paolo Becchi, il professore ed ex ideologo dei pentastellati che aveva spiegato che sono i giornalisti a permettere ai 5 Stelle di sottrarsi al confronto organizzando interviste “su misura” per i cittadini-portavoce:
Non è vero che le televisioni sono contro il M5S; la verità è che loro vanno e scelgono con chi confrontarsi, mentre i conduttori glielo permettono. E cercano di evitare gli ospiti che potrebbero metterli in difficoltà . Io non me la prendo con il direttore del programma ma con il fatto che c’è chi si fa le regole del gioco su misura; dovrebbero accettarsi di confrontarsi con tutti. Come mai siamo arrivati al punto che se Becchi è invitato in un programma televisivo l’Ufficio di comunicazione dice ‘Noi veniamo ma a patto che ritiriate Becchi’? Questo è il dato di fatto.
Che sia in studio o con un collegamento esterno il parlamentare del M5S dialoga solo con il conduttore e non con gli altri ospiti se questi sono esponenti politici di altri partiti.
Ci sono rare eccezioni, ad esempio qualche giorno fa Giulia Sarti era ospite a Bersaglio Mobile di Enrico Mentana che evidentemente è riuscito ad imporsi sulle regole della Comunicazione del MoVimento e in studio a fianco della Sarti c’era anche David Ermini del Partito Democratico.
Ma si tratta appunto di un’eccezione, perchè — e basta guardare i video estratti dai talk show e caricati sul canale YouTube M5SParlamento — per rendersi conto che la stragrande maggioranza degli interventi televisivi dei parlamentari a 5 Stelle — soprattutto quelli di Di Battista e di Di Maio — sono in solitaria.
Che si tratti di Agorà , di Matrix, della Gabbia. di Carta Bianca o di Piazza Pulita i pentastellati sono sempre da soli e al massimo oltre a quelle del conduttore rispondono a domande poste dai giornalisti invitati in studio.
Questo sottrarsi al confronto politico in televisione serve ovviamente a marcare la differenza con i “politici di professione” e a non rischiare di farsi cogliere in fallo su alcuni temi.
Il politico a 5 Stelle non viene mai contestato, non è costretto ad alzare la voce e a strepitare come abbiamo visto fare ad altri parlamentari durante accesi — e spesso poco onorevoli — litigi televisivi.
Di fatto il MoVimento utilizza la televisione come se fosse lo spazio del Blog, anzi, grazie a questo escamotage le interviste possono tranquillamente essere utilizzate come video di propaganda già fatti e finiti.
Non c’è bisogno di affaticarsi a fare tagli, gli elettori che li vedono tramite la Cosa o i vari canali di disseminazione pentastellati non devono sentire le obiezioni di altri esponenti politici ma sentono solo la versione “a 5 Stelle” di un dato fatto o di una certa questione: il canale ufficiale dei deputati del MoVimento ha 136.266 iscritti e 52.037.533 di visualizzazioni).
In buona sostanza i 5 Stelle sono riusciti a creare attorno a loro un vuoto, un intercapedine che li separa dagli altri esponenti politici.
Deputati e Senatori con i quali giocoforza si confrontano quotidianamente in Aula e in Commissione ma evidentemente non è “opportuno” riproporre quei dialoghi al pubblico televisivo.
Non essendo riusciti ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (o avendo visto che non era poi così conveniente) i pentastellati hanno creato una bolla televisiva all’interno della quale esistono solo loro.
Per il partito che aveva iniziato la sua avventura politica con le dirette in streaming delle trattative con Bersani e Renzi si tratta di un bel cambiamento.
Risulta agevole a quel punto utilizzare quei titoli acchiappa click come “Alessandro Di Battista ASFALTA il PD” o altre amenità del genere.
Se il PD (o l’altra parte politica) non appare e non può obiettare significa che è stato ridotto al silenzio dalle argomentazioni pentastellate quando in realtà il silenzio è stato creato artificialmente per far sentire una sola voce.
Quando non è fisicamente presente in studio Alessandro Di Battista preferisce collegarsi con un gruppo di attivisti alle spalle, per far vedere che lui è ggente e che sta in mezzo al popolo (arrivando a vette di interpretazione gentista come il finto sfogo “io voglio votare”).
Di Maio invece, che da sempre ha scelto un profilo più istituzionale, invece si collega dal suo ufficio di Vicepresidente della Camera quasi per invitare telespettatori e attivisti a vedere che sta lavorando per loro all’interno del Palazzo.
Una scelta non casuale perchè Di Battista e Di Maio sono complementari e rappresentano le due anime del MoVimento: quella più movimentista e sognatrice e quella più pacata e riflessiva. Due anime però che scompaiono all’unisono quando il M5S è nei guai avvalendosi della facoltà di non rispondere.
I 5 Stelle sono stati bravi, bisogna ammetterlo, perchè sono riusciti a sfruttare il desiderio dei giornalisti di avere qualcosa di apparentemente impossibile da ottenere per imporre le loro condizioni sulla presenza televisiva dei loro esponenti di spicco. Ma al tempo stesso, tra interviste concordate con giornalisti e ospiti graditi il M5S si sta comportando come quei politici che rifiutano il confronto e parlano solo attraverso comunicati ufficiali.
I giornalisti però hanno le loro responsabilità perchè i monologhi a 5 Stelle possono andare bene per uno spettacolo teatrale o uno show su Netflix ma non giovano al dibattito politico.
Qualcuno deve far presente ai pentastellati che fare politica è accettare il confronto con gli altri, perchè oggi a farne le spese sono gli esponenti dei partiti politici, domani potrebbero essere i giornalisti e chiunque venga identificato come nemico o non degno di prendere parte al confronto.
Del resto stiamo parlando del partito dove alcuni esponenti si vantavano di non stringere la mano agli avversari politici.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA DI ENTRARE IN PARLAMENTO DICHIARAVA REDDITO ZERO, ORA 98.471 EURO MA DICE CHE I CINQUESTELLE NON SI SONO ARRICCHITI CON LA POLITICA… ANDIAMO A FARE DUE CONTI ALLORA
Roberto Fico ci ha spiegato che non è vero che i parlamentari del M5S come lui, Alessandro Di Battista
e Luigi Di Maio prendono quasi centomila euro all’anno (98.471 per la precisione) ma che in realtà ne prendono “esattamente la metà ”, ovvero poco meno di cinquantamila euro all’anno.
Il conto è presto fatto: dei 10 mila euro lordi mensili che costituiscono lo stipendio dei parlamentari i Cinque Stelle hanno deciso di percepirne cinquemila (lordi). Secondo Fico i giornali che hanno parlato dei redditi dei politici hanno voluto “fare titoloni” per far credere che i parlamentari del MoVimento sono uguali a tutti gli altri quando non è così.
In sostanza quindi invece che guadagnare quasi cinquemila euro netti al mese i 5 Stelle ne incassano poco meno di tremila.
Secondo Fico questo li renderebbe molto diversi dai politici “di professione” ovvero da tutti gli altri parlamentari che incassano lo stipendio per intero e quindi anche da Virginia Raggi e Chiara Appendino che prendono più o meno quanto deputati e senatori degli altri schieramenti politici.
Questo però non significa che i vari Alessandro Di Battista, Roberto Fico e Luigi Di Maio non siano politici di professione, soprattutto per una ragione: prima di entrare in parlamento Roberto Fico e Luigi Di Maio (e con loro altri 49 deputati pentastellati) avevano dichiarato di non avere un reddito ovvero di guadagnare zero euro.
Di Battista invece nel 2012 aveva dichiarato redditi pari a 3.176 euro, ovvero in un anno ha guadagnato quanto ora prende in un mese. Questo si è un vero affare.
La tesi di Fico e di altri portavoce è che loro non si sono arricchiti con la politica, al contrario di quello che fanno quotidianamente da anni i parlamentari della casta.
Un ragionamento che i 5 Stelle sono costretti a fare per non fare la fine della Lega Nord, arrivata una ventina di anni fa a suon di “Roma Ladrona” e ora perfettamente integrata nei modi della politica romana, soprattutto per quanto riguarda il trattamento economico.
Per non perdere la purezza, ma al tempo stesso dovendo percepire uno stipendio i 5 Stelle devono dire che nessuno di loro ci guadagna dalla politica.
Di sicuro i parlamentari non saranno diventati milionari ma passare dal non avere un lavoro fisso — o non avere un reddito — a prendere più di tremila euro al mese (ovvero cinquantamila euro all’anno per cinque anni) è un bel salto di qualità e di quantità .
È moralmente sbagliato? Stando a quanto dicevano i pentastellati prima di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, sì, soprattutto se si tratta di esponenti della casta non laureati e non competenti.
Per quanto riguarda gli altri invece è giusto che la politica abbia un costo, a patto che i politici facciano ciò per cui sono pagati.
E a livello di produttività Roberto Fico risulta essere al 327° posto (su 630 deputati), non proprio uno dei primi della classe.
Non è vero però che i parlamentari prendono “solo” cinquemila euro netti al mesi, a questi però vanno aggiunti rimborsi per le spese sostenute — e rendicontate “al centesimo” dai Cinque Stelle — che i parlamentari a Cinque Stelle si fanno rimborsare da Camera e Senato.
Certo, a differenza degli altri parlamentari i pentastellati restituiscono (con qualche trucco per fare propaganda) tutto quello che non spendono.
Ma è proprio su quello che spendono i parlamentari pentastellati che la questione della trasparenza si fa più opaca.
Qualche tempo fa Roberta Lombardi si è scagliata contro quei parlamentari a Cinque Stelle che pur essendo di Roma si fanno rimborsare le spese per l’alloggio.
Ed è un peccato che la Lombardi non abbia fatto i nomi.
Ma non ci sono solo i romani: c’è il caso di Marta Grande, che nel 2013 fece notizia per aver rendicontato 12 mila euro per due mesi di affitto, che pur essendo di Civitavecchia (ad un’ora di regionale da Roma) spende 1.800 euro al mese di affitto (più 270 euro di spese per manutenzione e utenze).
Mediamente i parlamentari del MoVimento spendono intorno ai 1.500 euro al mese, che anche per una città come Roma sono decisamente alti.
C’è chi spende addirittura di più però, Il Dubbio ad esempio ha scoperto che il senatore Morra (che non è di Roma) spende 2.155 di affitto al mese (più le spese per utente etc.)
Addirittura la deputata padovana Silvia Benedetti ha speso nel maggio 2016 2.600 euro di affitto mentre c’è chi come Nicola Cappelletti ha dovuto pure “ristrutturare” l’appartamento avendo speso 1.500 euro di affitto e 1.400 euro di spese di manutenzione: un affarone.
Non è vero quindi — e lo si può dire guardando proprio il sito Ti Rendiconto — che i Cinque Stelle fanno attività politica prendendo solo “3.000 euro di stipendio” perchè — proprio come tutti i parlamentari — hanno le spese pagate.
E anche la rendicontazione non procede poi così rapidamente, siamo a marzo 2017 e la maggior parte dei Senatori e Deputati ha rendicontato le spese fino a ottobre 2016, con alcune eccezioni che hanno “già rendicontato” fino a dicembre 2016.
Prendiamo ad esempio Roberto Fico: ultima rendicontazione disponibile su Ti Rendiconto (a marzo 2017) è quella di ottobre 2016.
Roberto Fico dichiara di aver ricevuto rimborsi forfettari pari a 10.516 euro, quanti ne ha restituiti (ovvero non ha speso)? Ben — si fa per dire — 990 euro e 55 centesimi.
Tra le spese di Fico la parte del leone la fanno i 1.876.61 euro di spese di alloggio (1.400 euro d’affitto più le spese).
Se lo sarebbe potuto permettere con il reddito che aveva prima? La risposta è no.
Lo paga con lo stipendio da parlamentare? No.
Quindi alla domanda “i parlamentari dei Cinque Stelle si sono arricchiti?” la risposta è sì perchè dal momento che — come tutti — rendicontano le spese (certo, se prendi 3000 euro al mese e ti pagano l’affitto magari non è che ti devi fare rimborsare anche i 100 euro di spesa al supermercato, altrimenti sei “come gli altri” no?) quei 3.000 euro sono “tutto guadagno”.
Soprattutto se prima ne prendevi zero.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
E LA SINDACA DISERTA PER LA SECONDA VOLTA IL CONFRONTO CON CHI L’HA SOSTENUTA
Rischia di aprirsi il divario tra Chiara Appendino e i comitati cittadini che l’hanno sostenuta.
Per la seconda volta i gruppi dell’ “Assemblea 21” hanno invitato la sindaca M5s per discutere delle azioni del governo della città e sabato 4 marzo per la seconda volta lei non si è presentata.
Questo sabato il tema era il bilancio preventivo, un modo di programmare le spese e perseguire le promesse fatte in campagna elettorale dopo i limiti trovati nel 2016: nessun esponente della giunta si è presentato, soltanto i consiglieri che hanno cercato di rispondere alle domande delle circa duecento persone in sala. L’assenza — si apprende — era dettata da ragioni istituzionali: il bilancio preventivo del 2017 è ancora in fase di elaborazione e prima dovrà essere presentato in giunta e poi al consiglio comunale. Quindi verrà illustrata nel corso di un incontro aperto che l’amministrazione sta organizzando.
I comitati restano perplessi: “Più Appendino non si presenta più si apre il divario tra quello che dicono e quello che fanno — ha dichiarato la moderatrice dell’incontro, Katia G. dell’Assemblea 21, prima dell’inizio -. Dopo il suo ingresso nel ‘palazzo’, la distanza è aumentata”.
A questi gruppi, composti da ambientalisti contrari ai centri commerciali e zoo, ma anche i movimenti per la casa e per l’acqua pubblica, gruppi in cui convergono anche centri sociali e sindacati di base, si era rivolto il Movimento 5 stelle durante la campagna elettorale promettendo proposte per ora rimaste sulla carta.
Questi comitati prima hanno accettato le spiegazioni dei consiglieri pentastellati sulle difficoltà finanziarie, ma ora che si può decidere come utilizzare i soldi pubblici vogliono intervenire e fanno sentire il loro fiato sul collo.
“Vogliamo che ci dicano una cosa, cioè che le promesse non sono state fatte soltanto per prendere i nostri voti”, continua Katia.
A lei ha risposto la consigliera Maura Paoli: “Gli assessori e la sindaca non ci sono, ma stanno organizzando un evento sul bilancio che dovrebbe essere a metà del mese”, dopo la presentazione del documento.
All’assemblea, invece, sono intervenuti quasi tutti i consiglieri che hanno tentato di dare risposte alle venti domande dei comitati.
Molte di quelle risposte avevano un carattere “istituzionale”, come sul tema degli oneri di urbanizzazione, le somme che i privati devono versare all’amministrazione dopo aver ottenuto una concessione edilizia: “Quando sono entrato in consiglio comunale ho chiesto i dati sulle spese per la manutenzione del verde, del suolo pubblico e dell’edilizia sociale, è emerso che sono in calo e ho capito che potevamo vincolare l’uso di quelle somme per questi ambiti”, ha spiegato il consigliere Damiano Carretto, un tempo contrario ai profitti derivanti dalle concessioni edilizie.
La realpolitik ha prevalso su molti ideali.
Discorso simile sull’utilizzo del dividendo dell’azienda idrica, punto molto contestato dal Comitato acqua pubblica: “Dobbiamo utilizzare quel dividendo per il welfare e i servizi educativi — ha detto la consigliera Daniela Albano -. Certo, non chiederemo mai più l’accesso alle riserve del bilancio come fatto lo scorso anno perchè era stato messo nel bilancio preventivo del 2016. Abbiamo avuto rassicurazioni dalla sindaca”. Sulla trasformazione di Smat in azienda pubblica precisa che “la volontà c’è e la stiamo portando avanti”.
A molti, però, l’incontro è sembrato una lezioncina sui bilanci.
A esprimere questa critica è stato Emilio Soave dell’associazione ambientalista Pro Natura: “Avete la responsabilità , e la possibilità , di fare scelte politiche, decidere degli indirizzi e perseguirli. Gli strumenti ci sono”.
Tanti sono gli scontenti.
Gli ambientalisti continuano a rimanere contrari allo zoo. Daniele, esponente dei Si Cobas, dice che si sono dimenticati delle persone ai margini, così come un’occupante di una casa ha ricordato che la requisizione delle case sfitte era una proposta su cui ora i consiglieri fanno marcia indietro per via delle leggi.
Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
A LIVELLO URBANISTICO CONTINUITA’ CON IL PD, NONOSTANTE LE PROMESSE BEN DIVERSE
Negli ultimi giorni a Torino sono circolate voci di una “rottura in corso” tra la sindaca Chiara Appendino e il suo fedelissimo vicesindaco nonchè assessore all’Urbanistica Guido Montanari. I rapporti tra i due sarebbero diventati più freddi in seguito ad alcune scelte operate dalla Appendino e dalla maggioranza a Cinque Stelle in materia urbanistica.
C’è chi dice che Montanari sarebbe addirittura in procinto di abbandonare la giunta ma la sindaca ha smentito tutte le indiscrezioni dicendo che con Montanari stanno “lavorando insieme, sta portando avanti diversi dossier. C’è piena condivisione, è in prima fila, ve lo assicuro”.
Il programma di sviluppo urbanistico della Appendino è quello del PD
Nessun problema di giunta quindi, a Torino non sta per scatenarsi quello che è successo a Roma dove l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini prima di dimettersi si è dilettato nella diffamazione anonima ai danni della Raggi con la quale evidentemente non condivideva le scelte da prendere sul progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.
Ma a Torino come a Roma il nodo dell’urbanistica e dello sviluppo della città è cruciale sia per le ambizioni dei Cinque Stelle di costituire un’alternativa valida alla vecchia politica troppo al servizio dei “palazzinari” sia per sanare il debito del Comune.
Anche a Torino infatti la giunta ha ereditato dall’amministrazione precedente un progetto di riqualificazione urbanistica che — quando i Cinque Stelle erano all’opposizione — avevano fortemente avversato. Si tratta dell’operazione edilizia sull’area della ex-Westinghouse un’area dove dovrebbe sorgere un grande centro commerciale.
I pentastellati quando erano all’opposizione promettevano che “avrebbero vigilato sull’operazione” invitando l’Amministrazione (di Piero Fassino) ad un confronto con la cittadinanza in modo da garantire “una più ampia partecipazione dei cittadini al processo decisionale”.
Uno degli ultimi atti di una battaglia che il MoVimento torinese stava combattendo da anni, visto che l’area dove sorgerà il nuovo centro commerciale vicinissimo al centro città doveva inizialmente ospitare una biblioteca, anzi, la biblioteca principale della città .
Progetto che poi è stato abbandonato a favore di un nuovo tipo di insediamento, non senza le lamentele del MoVimento 5 Stelle che ora si trova ad avallare quella stessa decisione che per anni ha osteggiato duramente.
Tanto che all’epoca Davide Bono su Facebook scriveva: “Ma secondo voi servono altri 10 ipermercati a Torino? Per “chi comanda a Torino” ancora edilizia e centri commerciali, intanto in centro chiudono tutti i negozi. grazie Piero Fassino, grazie #pd. il MoVimento Cinque Stelle Torino si farà sentire!!“.
E si è fatto sentire. La Sindaca Appendino ha giustificato la decisione spiegando che il Comune potrà così incassare 19,6 milioni di euro che potranno essere così messi a bilancio e utilizzati per sostenere il capitolo cultura e altre iniziative del Comune. Casualmente si tratta della stessa spiegazione data nel 2014 dall’allora assessore all’Urbanistica Stefano Lo Russo che in un’intervista su Repubblica aveva motivato allo stesso modo la decisione della giunta Fassino.
Naturalmente la decisione di Appendino non era piaciuta ai duri e puri del MoVimento e anche Montanari si era sentito in dovere, a fine dicembre, di intervenire sulla questione continuando però a definire “un errore urbanistico enorme” la ex-Westinghouse:
le amministrazioni di Torino e di cintura in poco più di 15 anni hanno autorizzato più di 40 di queste strutture che effettivamente hanno indebolito i tessuti commerciali urbani e promosso stili di vita poco sostenibili. Attuando alcune scelte non prese da noi e che se non avessimo proseguito avrebbero provocato, danni patrimoniali e legali alla città (per circa 50 milioni!) saranno autorizzate tra 2016-2017 cinque grandi strutture nelle seguenti zone: c.so Romania, Mirafiori, via Botticelli, ex Regaldi, ex Westinghouse. Di queste una è un ampliamento, un’altra una sostituzione, quindi i dati reali sono circa 3. Insomma se si fa una media nel quinquennio siamo a circa 3 contro circa 13 delle precedenti amministrazioni. Oltre tutto, ripeto, sono scelte attuate in conseguenza decisioni non nostre e ragionevolmente non modificabili. per spiegare che “non era colpa loro” ma di decisioni prese dalle precedenti amministrazioni.
Sempre in quel post Montanari poneva la questione “problematica” delle aree commerciali con superficie compresa tra i 500 e i 5.000 metri quadrati spiegando che ne sarebbero state autorizzate due (una in corso Vercelli e una in corso Traiano) dalle quali però la città — grazie ad oneri di urbanizzazione, nuove aree verdi, piste ciclabili e assunzioni di personale — avrebbe tratto grande beneficio.
Il che è incredibilmente simile — anche se in piccolo — a quello che si diceva su Tor Di Valle.
La delibera aveva lo scopo di utilizzare i proventi degli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente e — casualmente? — non è stata firmata da Montanari.
Curiosamente nella mozione 91/2016 fatta approvare il 28 novembre 2016 e annullata dalla delibera di febbraio l’Amministrazione Comunale si impegnava a fare esattamente il contrario cioè a non utilizzare in futuro gli oneri derivanti dai permessi a costruire per finanziare la spesa corrente preferendo invece che venissero destinati agli investimenti (e qui è strano che il ragionier Grillo non si sia pronunciato come suo solito).
Nel dietrofront della Appendino non c’è nulla di illegale, beninteso, ma è indubbio che la decisione sia stata vista come un tradimento dall’ala dura e pura (ed ecologista) del MoVimento.
Ala della quale Montanari è l’esponente principale. Anche perchè non c’è solo la ex-Westinghouse o la nuova area commerciale, come ricordava qualche qualche tempo fa l’ex assessore Lo Russo le operazioni urbanistiche (che nella logica dei Cinque Stelle sono “colate di cemento”) della Appendino sono tutte in linea con quanto stabilito dalla giunta Fassino:
Linea 2 della metro, Città della Salute, Corso Grosseto, Centro Congressi Westinghouse, Zoom al Michelotti, Residenza universitaria di Via Malta, l’Ascom Village, la RSA di via Benevento, gli interventi commerciali su Corso Romania, corso Traiano, Corso Vercelli, via De Sanctis, nell’area Venchi Unica, Scalo Vanchiglia-Regaldi, nell’area TNE, in Strada del Portone. Insomma, a ben guardare il buon Montanari per il momento sta lavorando bene nell’attuare tutto, ma proprio tutto, quello che ha trovato e che andava solo completato dal punto di vista amministrativo.
Si attende ora il sette marzo quando Appendino spiegherà al Consiglio le ragioni della delibera del 22 febbraio, ma se la storia dei Cinque Stelle a Torino ci ha insegnato qualcosa la spiegazione non dovrebbe essere molto distante dal “dobbiamo farlo perchè l’hanno deciso quelli prima di noi” o dal “è necessario per sanare la situazione di bilancio ereditata da Fassino”.
Qui però stiamo parlando del bilancio 2017, non di quello del 2016, e soprattutto, dal punto di vista politico, della battaglia sugli oneri urbanistici e sul loro utilizzo. Battaglia nella quale i Cinque Stelle negli anni scorsi si sono sempre contraddistinti per una linea intransigente ma chiara: ovvero quella di non utilizzarli per finanziare la spesa corrente.
A quanto pare però, stando dalle mosse dell’Amministrazione a Cinque Stelle il tanto promesso cambiamento non c’è stato e a Torino molto continua ad essere come prima. E pensare che nel programma elettorale di Chiara Appendino l’Urbanistica era al primo punto, un programma all’insegna della partecipazione, del “consumo di suolo zero”
Chi lo spiega a Montanari e soprattutto, chi lo spiega agli elettori del MoVimento 5 Stelle?
Qualcuno dovrebbe chiederlo a Beppe Grillo, quando ha un minuto da dedicare a Torino dopo aver risolto la questione dello stadio della Roma.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 1st, 2017 Riccardo Fucile
1) I VITALIZI SONO STATI ABOLITI NEL 2012 2) LA PROPOSTA NON INTERVIENE SU QUELLI CHE ATTUALMENTE SONO PERCEPITI (2.600 BENEFICIARI PER UNA SPESA DI 193 MILIONI, OVVERO 150 MILIONI IN PIU’ DI QUANTO VERSATO) 3) PER INCIDERE SUL PREGRESSO OCCORRE UNA LEGGE AD HOC NON LE BALLE DI DI MAIO
«Il Presidente dell’INPS Boeri ha ritrattato l’appoggio alla nostra proposta sul taglio delle pensioni ai parlamentari. Telefono rovente eh?»: Luigi Di Maio se la prende spesso con le presunte fake news che lo coinvolgono ma il suo rapporto con la realtà continua ad essere sempre più difficile.
Ieri in un tweet e in un post sul blog di Beppe Grillo ha accusato il presidente dell’INPS Tito Boeri di aver ritrattato l’appoggio alla loro proposta sul taglio delle pensioni ai parlamentari e ha completamente inventato una presunta telefonata che avrebbe ricevuto da qualche misteriosa entità (i Poteri Forti?) che gli ha fatto cambiare idea.
In realtà tutto ciò è frutto dell’immaginazione di Di Maio e del difficile rapporto di comprensione del testo del MoVimento 5 Stelle.
I grillini hanno parlato del fatto che Boeri sostenesse la validità della proposta del MoVimento 5 Stelle sulle pensioni ai parlamentari in base a uno spezzone di intervista del presidente dell’INPS a Piazzapulita.
In quell’intervista in realtà Boeri dice: «Io penso che bisogna intervenire su questa questione dei vitalizi una volta per tutti indipendentemente dal fatto che ci sono le elezioni, è un problema che va affrontato».
E poi: «Certamente è possibile intervenire sui regolamenti senza fare una legge».
Di cosa sta parlando Boeri?
Preliminarmente bisogna ricordare per la miliardesima volta che il vitalizio propriamente detto è stato abolito dal 2012 che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo: oggi il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo.
Pertanto, il parlamentare ha diritto alla pensione dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età .
Inoltre il 15 settembre — data fatidica a partire dalla quale secondo il MoVimento “scattano i vitalizi” — i deputati e i senatori non matureranno una pensione anticipata ma il diritto ad incassare l’assegno pensionistico una volta compiuti i 65 anni di età .
E fin qui ci siamo.
Perchè Boeri avrebbe ritrattato, secondo Di Maio?
La pietra dello scandalo è questa dichiarazione all’agenzia di stampa ANSA di ieri:
La proposta del Movimento 5 stelle sui vitalizi dei parlamentari “non interviene su quelli in essere e quindi i risparmi sono molto contenuti”: il presidente dell’Inps Tito Boeri commenta le affermazioni di esponenti del Movimento sulla sua posizione sulla proposta dicendo di averla vista “solo oggi”.
Intervenendo solo sugli attuali parlamentari, quelli che devono ancora percepire il vitalizio — ha spiegato — ci si concentra solo su quella parte dei parlamentari che ha già subito delle riduzioni e non su coloro che da anni percepiscono vitalizi molto alti. Questo penso sia un limite molto forte”.
Boeri sottolinea che la proposta “sembra scritta molto in fretta”.
Cosa sta dicendo Boeri? Il presidente dell’INPS sta spiegando che la proposta di Di Maio non abolisce nessun vitalizio perchè non interviene su quelli che sono attualmente percepiti.
Il che non solo è verissimo, ma è anche uno dei cavalli di battaglia dello stesso Boeri che da anni invece sollecita al parlamento — e su questo è osteggiato dalla maggioranza — una riforma di un diritto acquisito: per gli ex parlamentari sono in pagamento 2.600 vitalizi per una spesa di 193 milioni nel 2016, circa 150 milioni superiore rispetto ai contributi versati.
Ora, a parte che Boeri nel video tratto da Presa diretta sta dicendo che è possibile intervenire attraverso il regolamento della Camera senza che ci sia bisogno di fare una legge, il che non solo è vero ma è anche la dimostrazione del fatto che anche quello che Boeri ha successivamente detto all’ANSA è vero: la proposta di Di Maio non abolisce i vitalizi oggi in essere perchè per quelli ci vuole, invece, una legge.
Secondo Boeri, infatti, se è possibile modificare gli assegni dei parlamentari attraverso il regolamento della Camera, diventerebbe più complicato se venissero equiparati ad altre pensioni e accumulati a quelli di altre gestioni previdenziali.
Per farlo, servirebbe una norma di legge, oltre che una specifica gestione presso l’Inps o qualche cassa ad hoc dove accreditarli: nella loro proposta, i 5 Stelle non affrontano il nodo, ma lo rimandano ai questori delle Camere e a successivi decreti attuativi.
Ma soprattutto l’INPS di Boeri nel 2015 in un rapporto intitolato “Non per cassa, ma per equità ”, ha proposto di creare un Sostegno di inclusione attiva per gli ultracinquantacinquenni, finanziato attraverso i tagli ai vitalizi di 250mila pensionati d’oro.
La proposta dell’INPS pubblicata sul suo sito prevede : un «reddito minimo garantito» di 500 euro (400 € nel 2016 e nel 2017) al mese per una famiglia con almeno un componente ultra 55enne.
Piano, finalizzato al reinserimento lavorativo, finanziabile con gli 1,2 miliardi che deriverebbero dalla rimodulazione delle prestazioni assistenziali percepite al di sopra dei 65 anni di età da quel 10% di popolazione che percepisce redditi più elevati, circa 230 mila famiglie.
La proposta normativa consiste nell’istituire un reddito minimo garantito pari a euro 500 € (400€ nel 2016 e nel 2017) al mese per una famiglia con almeno un componente ultracinquantacinquenne.
Il trasferimento,che prende il nome di Sostegno di Inclusione Attiva per gli ultracinquantacinquenni (SIA55), prende come riferimento la famiglia, intesa come nucleo che condivide la stessa abitazione.
Nel caso in cui nel nucleofamiliare vi siano altri soggetti oltre all’ultra55enne, l’ammontare della prestazione è pari all’importo per unsingle (500€) moltiplicato per la scala di equivalenza OCSE Modificata, che tiene conto delle economie discala che si raggiungono condividendo la stessa abitazione.
La famiglia di riferimento è il nucleo allargato così come definito ai fini ISEE (articolo 3, D.P.C.M. n. 159 2013). Questo significa che non solo l’ultra55enne, ma anche eventuali figli disoccupati beneficiano del trattamento
Esempio
Consideriamo una famiglia con 2 soggetti adulti, di cui uno con più di 55 anni. Poichè il parametrodella scala Ocse Modificata per questa tipologia familiare è pari 1.5, tale famiglia avrebbe diritto a unreddito minimo pari a 500à—1.5, ovvero 750€ al mese. Ora, se la somma dei redditi da lavoro mensilidi queste due persone fosse pari a 500€ al mese, il valore della prestazione ricevuta ammonterebbe a250€.
Il reddito familiare di riferimento misura il potenziale economico della famiglia nel suo complesso.
Tale aggregato è pari all’ISE-reddito prima di tutte le deduzioni e detrazioni previste dalla normativa. Inoltre, per discriminare tra il tenore di vita delle famiglie affittuarie rispetto alle famiglie proprietarie di un immobile adibito a prima casa, il reddito familiare così ottenuto è maggiorato di un ammontare pari al valore della componente abitativa delle linee di povertà assoluta calcolate dall’Istat qualora la famiglia risulti titolare di un diritto reale sull’immobile adibito a casa di abitazione.
La proposta è stata osteggiata prima e poi bocciata dal governo.
Ma è anche evidente che Boeri non ha ricevuto nessuna telefonata perchè sta semplicemente dicendo quello che ha sempre detto dal 2015.
Ovvero: la proposta di Di Maio non abolisce nessun vitalizio.
(da “NextQuotidiano“)
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