Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
CON IL PATTEGGIAMENTO LA RAGGI EVITEREBBE IL DEPOSITO DELLE CHAT IMBARAZZANTI
Il dilemma della prigioniera Virginia si evolve.
La sindaca sta valutando la possibilità del patteggiamento anche se la decisione verrà presa, come è comprensibile, soltanto dopo l’interrogatorio fissato in procura tra qualche giorno.
La Raggi andrebbe così incontro a una pena che dovrebbe essere minimo di un anno e due mesi ma soprattutto la sindaca eviterebbe il deposito delle chat comprese tra le carte processuali, dalle quali emergono intanto gli incontri tra Raffaele Marra e Luigi Di Maio per la scelta degli incarichi nella giunta.
Incontri che però vengono smentiti da Luigi Di Maio di buon mattino su Facebook: «L’unica volta che ho incontrato Marra l’ho fatto nel mio ufficio alla Camera in totale trasparenza (l’incontro è stato regolarmente registrato) e non avendo nulla da nascondere sono stato io stesso a darne notizia oltre un mese fa, raccontandone anche i contenuti». Vedremo gli sviluppi.
Il problema della strategia processuale è ancora sul tavolo: la Raggi ha dichiarato nelle carte consegnate all’Anticorruzione di aver effettuato la nomina in piena autonomia. La mossa serviva a negare il conflitto di interessi di Renato Marra, che avrebbe dovuto astenersi dal nominare il fratello.
Ma i messaggi trovati nel cellulare di Marra smentiscono clamorosamente questa versione dei fatti: se la sindaca la ribadirà davanti ai magistrati rischia una condanna a due anni e la sospensione immediata.
Se invece cambierà versione, ammetterà di aver dichiarato il falso ma questo reato non è nell’elenco dei reati previsti nella Legge Severino.
Ma, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, qui entrano in ballo più variabili: la prima è che gli avvocati della sindaca non sarebbero disposti ad accettare una pena superiore all’anno di reclusione.
La seconda è che Raffaele Marra, indagato e in carcere per altri reati ma raggiunto da un avviso di garanzia per la vicenda, potrebbe avere interesse a far entrare nel processo proprio quelle chat:
Anche lui dovrà essere interrogato nei prossimi giorni e le sue dichiarazioni potrebbero pesare in maniera determinante proprio sul destino di Raggi. Perchè, nonostante le smentite ufficiali, appare evidente dalla lettura delle chat il potere che il funzionario aveva sulla sindaca e sull’intero staff. L’inchiesta sui soldi ottenuti da Scarpellini potrebbe presto chiudersi con la richiesta di giudizio immediato. Marra rischia una condanna alta, che potrebbe essere ulteriormente aggravata da questa nuova contestazione di abuso e quindi è possibile che decida di difendersi scaricando le responsabilità su Raggi o addirittura svelando nuovi retroscena sulla procedura seguita non solo sulla nomina del fratello, ma anche sulle altre che sono state contestate e per questo revocate. O addirittura rendendo pubbliche le chat per le quali aveva già fatto istanza chiedendo che fossero messe a sua disposizione tutte le trascrizioni.
Tra le conversazioni contenute in «quattro amici al bar» via Telegram ci sono i messaggi della scorsa estate, quando la giunta Raggi stentava a decollare per mancanza di assessori fino allo scontro con il responsabile al Bilancio Marcello Minenna e con il capo di gabinetto Carla Raineri.
Proprio in quel periodo si decise di trasmettere all’Anac tutte le delibere e la scelta fu condivisa con Luigi Di Maio.
A parlarne con il deputato all’epoca componente del «direttorio» sarebbe stata non solo la Raggi, ma anche lo stesso Marra. Finora era emerso soltanto un incontro avvenuto a luglio, e dopo l’arresto di Marra Di Maio ha dichiarato che lo vide «su richiesta della sindaca».
Nelle chat ci sarebbe invece traccia di almeno altri due incontri (uno ad agosto) e soprattutto delle consultazioni con Di Maio per la scelta di tutti gli incarichi, compreso quello di Marra a vicecapo di gabinetto.
E sul quale il parlamentare avrebbe dato il via libera.
Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano invece riporta i dettagli della difesa che la Raggi e i suoi avvocati imbastiranno davanti ai pm Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio: tutto si fonderà sul comma 2 dell’articolo 38 del Regolamento degli Uffici e Servizi del Comune di Roma dove si afferma che gli incarichi di “direzione delle direzioni”— Renato Marra fu nominato (e poi revocato) direttore della direzione Turismo — “sono conferiti e revocati dal sindaco”.
Le uniche prescrizioni previste dal comma 2 riguardano il ventaglio delle proposte, che spettano all ‘assessore alle Politiche delle risorse umane e la consultazione dell’assessore competente per materia.
Che in questo caso è Adriano Meloni, lo stesso che, sentito dai magistrati come persona informata sui fatti, ha dichiarato che a suggerirgli la nomina di Renato Marra era stato suo fratello Raffaele.
La stessa norma si aggancia anche alla seconda accusa, quella di falso in atto pubblico. Per i pm la Raggi ha mentito quando ha sostenuto in un atto, poi inviato anche all’Anti-corruzione (Anac), di aver gestito da sola la nomina di Renato Marra.
Il problema, però, e lo ricorda la stessa Pacelli, è che le chat dei Quattro amici al bar in cui Virginia Raggi chiede dell’aumento di stipendio del fratello di Marra allo stesso Raffaele metterebbero in dubbio (eufemismo) questa versione dei fatti: come può essere credibile che una sindaca abbia gestito una nomina in piena autonomia ma, per sua stessa ammissione, non sapesse nulla dello stipendio legato a quella nomina? Infine c’è da segnalare che in prima pagina l’articolo viene presentato con un titolo molto netto: “Raggi subito a giudizio o patteggia: tutto falso”.
Il testo invece è molto meno netto del titolo, visto che lì si afferma che le scelte del giudizio immediato e del patteggiamento non sono affatto scontate (e in effetti anche chi aveva parlato della questione l’aveva riportata come ipotesi):
Da come si difenderà la Raggi nell’interrogatorio della prossima settimana dipenderanno anche le future mosse della Procura.
E che ci sia il giudizio immediato non è affatto scontato. Per ora quindi nulla è deciso. E lo stesso vale per il patteggiamento, visto da alcuni quotidiani come una delle possibilità per il sindaco di uscire dall’inchiesta.
Sarebbe una mossa politicamente suicida: se la Raggi decide di ricorrere a un rito alternativo come questo —che ha come vantaggio la riduzione fino a un terzo della pena —incappa nelle dimissioni obbligatorie.
Come prevede il codice etico del M5s che equipara il patteggiamento a una sentenza di condanna.
Per la Raggi significherebbe la fine della propria esperienza politica.
Sarà sicuramente un problema di sintesi.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
NELLE CONVERSAZIONI AGLI ATTI LA SINDACA ATTACCA GRILLO E CASALEGGIO… MARRA AL FRATELLO: “DEVI FARTI AMICO DE VITO, E’ DELLA CASALEGGIO”
«Le nomine di Minenna e Raineri sono imposte. Ma il sindaco sono io». A parlare è Virginia Raggi,
all’interno dell’ormai stranota chat di Telegram “Quattro amici al bar”.
Gli interlocutori sono Salvatore Romeo, Daniele Frongia e Raffaele Marra, l’ex braccio destro che, subito l’arresto, la sindaca ha rinnegato in un baleno liquidandolo come «uno dei 23 mila dipendenti del Comune».
La prova che Raggi ha qualche problema nell’ammettere la realtà dei fatti è contenuta in questa intercettazione del Nucleo investigativo dei Carabinieri, ora agli atti della Procura di Roma che ha messo sotto indagine Raggi per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico nell’inchiesta sulle nomine in Campidoglio.
Quante volte Raggi ha smentito che il suo mandato fosse commissariato da Beppe Grillo, dai parlamentari romani più in vista e dalla Casaleggio Associati?
Anche di fronte all’evidenza, anche di fronte all’imprenditore Massimo Colomban, amico di Gianroberto e spedito dall’erede Davide a Roma in qualità di assessore alle Partecipate dopo i pasticci della ricerca di un assessore al Bilancio, Raggi ha sempre dato la stessa risposta: «Le decisioni le prendo io con i miei assessori e i miei consiglieri».
Per dire, un mese dopo l’arresto di Raffaele Marra, dopo i giorni del caos in Campidoglio, dopo che la costrinsero a far fuori il suo cerchio magico (il vicesindaco Frongia e il capo segreteria Romeo), lei è andata nel salotto tv di Giovanni Floris su La7 a dare un’altra versione: «Si sono dimessi loro per tutelare il Movimento». Falso. Come false appaiono, alla luce di questa intercettazione su Minenna e Raineri, le sue manifestazioni di autonomia all’indomani della vittoria.
Massimo Minenna, ex Consob, e Carla Raineri arrivano a Roma in qualità di super-assessore al Bilancio e alle Partecipate, lui, e di capo di gabinetto, lei, per volontà del minidirettorio romano, di Grillo e di Casaleggio.
Si sa com’è andata a finire, poi. La guerra in Campidoglio, guidata nell’ombra da Marra, ha portato alle dimissioni di entrambi nel giro di una notte, alla ricerca affannosa di un nuovo assessore al Bilancio (trovato dopo un mese e dopo tanti rifiuti a ottobre) e alla vacatio che dura tuttora per il capo di gabinetto.
Che Raggi sia stata di fatto commissariata dal M5S è ormai indubitabile. Ma forse lo era anche dall’interno, domata dall’influenza che Marra esercitava su di lei ben prima che fosse eletta.
«Ho appena finito di studiare i nominativi per gli incarichi delle strutture di diretta collaborazione del sindaco e del vicesindaco», scrive Marra a Romeo su WhatsApp a maggio 2016. Marra, Romeo, Frongia e Raggi si muovevano come una squadra compatta già mesi prima del voto.
I messaggi in chat depositati nel fascicolo del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Francesco Dall’Olio complicano le cose a Raggi ma gettano un’ombra sull’intera giunta, soprattutto leggendo lo scambio su WhatsApp tra Marra e suo fratello Renato, ex vicecapo dei vigili promosso a dirigente con una nomina poi revocata su cui indagano i magistrati.
Nel luglio 2016, incassata da pochi giorni la vittoria alle urne, rivolgendosi al fratello Renato che ambiva a diventare capo dei vigili, Marra dice: «Devi farti amico De Vito, lui è potente. Se diventa tuo amico metà strada è fatta».
Inoltre, parla di alcuni incontri con Di Maio anche se il vicepresidente della Camera ha sempre negato.
Perchè De Vito? Perchè l’ex candidato sindaco sconfitto da Ignazio Marino e poi battuto alle primarie da Raggi, oggi presidente dell’Assemblea capitolina, è considerato l’uomo forte del M5S nella giunta.
Il suo sponsor è Roberta Lombardi, all’epoca ancora nel cuore di Grillo e Casaleggio perchè non in violento contrasto con la sindaca.
Renato a quel punto si mette in contatto con Adriano Meloni, assessore allo Sviluppo economico e al Turismo, ex amministratore delegato di Expedia, anche lui arrivato a Roma in quota Casaleggio Associati.
Renato Marra cerca Meloni su WhatsApp e lui gli risponde: «Sei il fratello di Raffaele? Mi ha spiegato di te».
Frase che è stata confermata martedì dallo stesso Meloni ai pm che lo interrogavano proprio su questi passaggi: «E’ stato Raffaele a suggerirmi di prendere suo fratello». Poco dopo, Renato riscrive a Raffaele (sempre luglio 2016): «Sai che mi ha chiamato Meloni? De Vito sta nella stessa squadra di Meloni?». Raffaele risponde sicuro: «De Vito sta proprio con Casaleggio».
In quello scambio in chat Raffaele incalza ancora il fratello: «De Vito è un amico, mi voleva fare direttore del terzo dipartimento per parare il culo alla moglie».
A luglio Giovanna Tadonio, la moglie di De Vito, diventa assessora alla sicurezza del Personale e alla Polizia locale del municipio III.
Una nomina anticipata dalla Stampa il 5 luglio in un articolo sulla parentopoli grillina. Successivamente, nel novembre 2016, Diego Porta viene nominato capo dei vigili e l’attenzione si sposta sul dipartimento del Turismo.
Dopo aver incassato la nomina di dirigente Renato scrive a Raffaele ringraziandolo ma mostrando timore per le prime voci sulle nomine che si rincorrono sui giornali. Raffaele è però sicuro: «Tranquillo gli atti li ha firmati la sindaca. Io che c’entro? Sono parato».
L’ennesima frase che, assieme alle precedenti ricostruzioni sull’attivismo di Marra a favore del fratello, smentirebbe ancora una volta Raggi. La sindaca, infatti, sulla nomina di Renato ha detto di aver agito da sola.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
DIETRO C’E’ LA GUERRA DI MOLTI CONSIGLIERI AL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA CAPITOLINA DE VITO, COLPEVOLE DI ESSERSI CANDIDATO IN ALTERNATIVA ALLA RAGGI
Alla fine Claudio Ortale è stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni del Comune.
Secondo la procura Ortale avrebbe falsificato missioni esterne al Campidoglio per 362 volte, tra il luglio del 2013 3 l’agosto 2015.
Procurando un danno da ventiseimila euro, per cui l’ammninistrazione capitolina si è costituita parte civile.
Ma la sua storia è interessante perchè la “vittima” della truffa è l’attuale presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito e la vicenda si va ad intrecciare alla faida interna al MoVimento 5 Stelle romano che ha portato alla fine Virginia Raggi a vincere le comunarie.
Ortale infatti collaborava all’interno della segreteria politica dei 5 Stelle capitolini dopo essere stato portato da Daniele Frongia.
La sua vicenda venne alla luce alla vigilia delle primarie per la scelta del candidato sindaco e il suo nome finì nel dossier contro De Vito, perchè l’oggi assessore allo sport e vicesindaco detronizzato da Grillo Daniele Frongia avrebbe accusato De Vito di aver autorizzato ad Ortale i falsi permessi per missioni esterne che poi venivano rimborsate dal Comune.
All’epoca la denuncia venne presentata da De Vito, Raggi e Frongia, ma questi ultimi due l’hanno ritirata senza — ovviamente, in nome della trasparenzaquannocepare, senza fornire nessuna spiegazione in merito.
Racconta Il Messaggero:
Sono altrettanti infatti i modelli — ossia 362 — in cui, secondo il pm Alberto Pioletti, Ortale, «con artifici e raggiri» avrebbe formato dei falsi permessi con la finta motivazione di «Lavori per il Presidente». Su 126 di questi avrebbe apposto in calce il proprio timbro «Visto il responsabile del Servizio», con la propria sigla fotocopiata.
Per altre 233 richieste, invece, avrebbe utilizzato, il timbro prefirmato, «Il dirigente del gruppo capitolino Marcello De Vito» o la dicitura «De Vito Marcello».
In questo modo, si legge sul capo di imputazione «il collaboratore del Movimento Cinque Stelle in Campidoglio induceva in errore il personale del Dipartimento Organizzazione Risorse Umane dell’assemblea capitolina, che, a seguito della presentazione delle richieste, ritenendo effettivamente espletate le attività lavorative in realtà non eseguite indebitamente liquidava la complessiva somma di euro 26.078 più trentanove centesimi di cui euro 19.220 per servizio esterno in orario ordinario; euro 655 per servizio esterno a recupero; euro 6.192 per servizio esterno in straordinario, così traendo un ingiusto profitto con corrispondente danno per il Comune di Roma».
I fatti, secondo il pm Pioletti, sono aggravati poichè l’indagato avrebbe abusato dei poteri del proprio ufficio servendosi di timbri prefirmati di cui aveva la disponibilità in ragione dell’incarico di responsabile amministrativo ricoperto
Ortale, che era stato candidato con Sandro Medici e Rifondazione Comunista a presidente del XIV Municipio, era poi diventato collaboratore del gruppo capitolino del M5S e così presentato da Daniele Frongia sul blog di Beppe:
— Claudio Ortale, docente dell’Istituto Comprensivo Pio La Torre, da diversi anni nella macchina capitolina, in passato in forze in un altro schieramento politico. Claudio, segnalatoci da altri portavoce, ci ha consentito di avviare l’iter per costituire il Gruppo, è attualmente responsabile amministrativo della squadra oltre che un importante punto di riferimento (amministrativo) per tutti noi portavoce, comunali e municipali;
La storia del seminterrato
La storia va a incrociarsi con la “famigerata” vicenda del seminterrato. tutto parte da un accesso agli atti effettuato dal consigliere De Vito il 19 marzo del 2015: si avvale del potere concesso per legge ai consiglieri comunali per ottenere dagli uffici del comune notizie e informazioni riguardo una pratica di sanatoria edilizia su un seminterrato di un cittadino di nome F. B. al quartiere Aurelio.
Il 28 dicembre del 2015 i tre consiglieri organizzano una riunione con i consiglieri municipali in assenza di De Vito e lì lo accusano di aver compiuto “una serie di atti contrari alla buona amministrazione e un reato”.
Chi ha vissuto indirettamente quel momento ha accettato di parlare con Marco Lillo del Fatto e mostrare mail e sms.
“I tre ex consiglieri —secondo quanto De Vito dirà ai suoi amici — affermavano che avrebbe compiuto il reato di abuso di ufficio in relazione ad una richiesta di accesso agli atti”.
“Indubbiamente la cosa — secondo quanto de Vito confidava allora ai suoi amici — produceva l’esito sperato, molti consiglieri municipali si convincevano delle accuse e l’accusato non aveva modo di palesarne la totale falsità ”.
Alla riunione e alle discussioni successive sulla rete partecipano quasi tutti i consiglieri municipali, alcuni dei quali ora sono saliti in Campidoglio.
Uno di loro racconta a De Vito che Frongia avrebbe chiesto di puntare alle successive primarie esclusivamente sulla Raggi. De Vito non sa nulla. Fino al 7 gennaio 2016.
Quel giorno con i tre consiglieri viene convocato a una riunione. Alla presenza di Carla Ruocco e Alessandro Di Battista (membri del direttorio), Roberta Lombardi, Paola Taverna e Massimo Enrico Baroni, e poi dei capi della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, i tre consiglieri comunali accusavano De Vito di abuso di ufficio per l’accesso agli atti del 19 marzo 2015 ed esibivano un parere legale.
Daniele Frongia lo sventolava e non diceva a De Vito quale avvocato lo avesse scritto.
De Vito usciva frastornato e alle 20 e 30 inviava una mail nella quale spiegava che l’accesso agli atti era frutto di una richiesta proveniente dal M5S della Regione Lazio e allegava la mail dell’avvocato Paolo Morricone, difensore anche di Virginia Raggi.
“Ciao a tutti, la vicenda – scrive De Vito — è stata compiutamente ricostruita. L’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale che riporto di seguito (e che allego):
‘in riferimento alla richiesta di accesso agli atti relativo alla (… Ndr) specifico che questa è scaturita da una segnalazione di un privato (che aveva chiesto l’anonimato avendo paura di minacce) egli sosteneva che il proprietario dell’appartamento, poteva aver spinto qualcuno dell’amministrazione per farsi concedere l’agibilità dell’appartamento. La richiesta era necessaria in quanto dalla documentazione si sarebbe si sarebbe potuto vedere se esistevano i presupposti o meno per la concessione dell’abitabilità (…) per una eventuale successiva denuncia’.
E’ tutto molto avvilente, io quanto meno lo vivo cosi — proseguiva De Vito — la vicenda però è anche molto grave. Motivo per cui vi chiedo con gentilezza non solo di valutare ciò che si è verifìcato oggi nei miei confronti alla luce delle pesanti accuse che mi sono state mosse ma anche di considerare insieme le opportune azioni e modalità di gestione della vicenda che, lo ribadisco, è gravissima”.
L’House of Cards all’amatriciana prosegue a gennaio, quando Frongia invita De Vito a spiegare di nuovo la situazione; la riunione viene convocata il 18, davanti a una trentina di consiglieri municipali e regionali.
Lì la polemica ufficialmente si chiude, anche se — racconta sempre Lillo — Paolo Taverna in una mail partita per sbaglio definisce quanto accaduto “uno squallido tribunale speciale” (invece quelli a cui sono sottoposti i parlamentari no? E le gogne senza possibilità di difendersi prima del voto sulle espulsioni sul blog cosa sono invece?).
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
MA IL PROCESSO PER DIRETTISSIMA POTREBBE COINCIDERE CON LE ELEZIONI A GIUGNO… SI STUDIA COME GESTIRE L’IMPATTO SUL VOTO
Si studiano i sondaggi, si valutano le prossime mosse, cosa fare davanti a ogni scenario che potrebbe presentarsi dopo che lunedì Virginia Raggi siederà davanti al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al pubblico ministero Francesco Dall’Olio che la accusano di aver favorito Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale e suo braccio destro Raffaele, in carcere dal 16 dicembre 2016 con l’accusa di corruzione. Nelle stanze del Movimento 5 Stelle si ragiona soprattutto su come evitare che la vicenda Campidoglio influisca negativamente a livello nazionale.
Il suggerimento che arriva ai parlamentari è un progressivo distacco dalle vicende giudiziarie capitoline per non lasciarsi travolgere.
Di certo, in caso di rinvio a giudizio il sindaco di Roma resterebbe al suo posto: “Abbiamo piena fiducia in lei. Lunedì chiarirà tutto”, è il leitmotiv di quel cerchio che segue ciò che Beppe Grillo ha scritto sul suo blog. Ovvero: “Non posso che esserle vicino in un momento che umanamente capisco essere molto difficile”. Dunque, la parola d’ordine al momento è sminuire.
I tempi elettorali però in questa vicenda sono tutto. Se è vero che l’accusa chiederà di andare subito a processo con la richiesta di giudizio immediato poichè dalle chat emergerebbe già la responsabilità del sindaco, per i 5Stelle si apre un problema di non poco conto.
Il processo potrebbe arrivare a ridosso del voto nazionale, che tra l’altro proprio i grillini chiedono il prima possibile, non più tardi di giugno.
In questo modo, tutto ciò potrebbe rivelarsi un boomerang per il Movimento che in piena campagna elettorale si ritroverebbe a gestire il processo del sindaco di Roma. Dunque, il voto subito potrebbe permettere di superare lo scoglio Raggi, ma questo stesso scoglio potrebbe piombare addosso ai grillini.
La speranza in casa M5S è che, se si andrà subito al processo, le elezioni nazionali coincidano con un’assoluzione o con un rinvio a giudizio.
E in caso invece di condanna in primo grado? “Che dobbiamo fare? Le togliamo il simbolo. Abbiamo visto che le vicende giudiziarie non stanno spostando i nostri voti, non stiamo perdendo punti”, dice in Transatlantico a Montecitorio una fonte ben informata, che insieme ai vertici del Movimento sta ragionando su cosa fare. “Comunque — ci tiene a precisare — sarà tutto una bolla di sapone. Ogni volta indagano, indagano e poi non succede nulla”.
Ecco la voglia di sminuire che ritorna.
Ed ecco che la Raggi si fa forte del sostegno del leader: “Come vanno i rapporti con Grillo? Benissimo”. Alla domanda se fosse vera la notizia della rabbia del leader del Movimento, il sindaco ha risposto: “Leggete il blog”.
Fino a carta contraria, per adesso la linea è la difesa, ma se diventa concreto il rischio di condanna lo scenario può cambiare.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER STORICO PUTTI: “NOI ABBIAMO ANCORA QUEI SOGNI E QUELLE SPERANZE, NON SIAMO NOI A USCIRE, E’ IL M5S CHE E’ USCITO DAL TRACCIATO”
Paolo Putti, Mauro Muscarà , Emanuela Burlando lasciano il Movimento 5 Stelle e danno vita alla nuova realtà indipendente “Effetto Genova”.
Più che dimezzato il gruppo consiliare pentastellato del comune di Genova, in cui restano solamente Andrea Boccaccio e Stefano De Pietro.
“Non siamo cambiati noi, abbiamo ancora quei sogni, quelle speranze e quella voglia che qualcuno li porti avanti nelle istituzioni, è il movimento ad essere cambiato”, spiegano i tre in una nota.
“Si può dire che non siamo noi ad uscire dal Movimento, ma è il Movimento che è uscito dal tracciato di quel volo che avevamo iniziato e che quindi ci costringe a prenderne le distanze. Formeremo un altro gruppo, temporaneamente, che si chiamerà Effetto Genova, per salvaguardare i diritti e il benessere dei genovesi tutti e per rivendicare il buon lavoro fatto sul territorio, giorno per giorno (alcuni nostri compagni, diversamente, hanno preferito altre vie), scegliendo anche posizioni scomode, ma sempre coerenti con il programma del Movimento, scritto insieme ai nostri compagni di viaggio e sposato a tutto tondo, senza sconti o senza assecondare le platee per cercare con opportunismo il consenso”.
Il nome ricalca quello creato dai transfughi grillini di Parma, che a novembre hanno dato vita a un loro gruppo consiliare.
I tre, tra i motivi di insofferenza, citano le nuove indicazioni date agli eletti e che secondo loro contrasterebbero con l’articolo 21 della costituzione, il quale tutela la libertà di espressione, “senza dover chiedere il consenso ad un esperto di comunicazione o ad un capo politico”.
Ma questa è, forse, l’ultima goccia. “Da ormai due anni viviamo” l’appartenenza al movimento “come un fardello enorme da portare, abbiamo provato a chiedere di riprendere il volo che avevamo iniziato, ma nulla ci è stato risposto, se non un vago e perentorio ‘il movimento è cambiato, se non ve la sentite ci sono tante altre cose da fare nella vità “.
Dopodichè “avremmo potuto accettare in silenzio, ma eravamo e rimaniamo convinti che la critica costruttiva sia l’unica possibilità di crescita possibile. Avremmo potuto difendere, senza farci domande, la posizione del ‘partito’ e dello ‘staff’ e scegliere di solleticare la pancia della città , a discapito della consapevolezza dei nostri concittadini, ma noi non siamo nè abbiamo mai voluto essere questo”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“FALSE RENDICONTAZIONI, 6.000 EURO A PARLAMENTARE NON TRACCIABILI”
Con 138 no, 65 sì e 9 astenuti il Senato ha respinto ieri per la quarta volta le dimissioni del senatore ex
M5S Giuseppe Vacciano, attualmente del Gruppo Misto.
La discussione in Aula è stata occasione per due senatrici ex pentastellate di togliersi i sassolini dalle scarpe.
Ad aprire le danze è Serenella Fuksia, accolta dai banchi con esclamazioni di dissenso. Ma lei è un fiume in piena: “Ho sempre difeso Vacciano, ma questa crociata di autoespulso dal M5S in un certo senso appare troppo rigidamente zelante con le regole di un partito che sostiene il vincolo di mandato, contrario al nostro dettato costituzionale, quella Costituzione tanto strumentalmente difesa a parole quanto svilita nello spirito e nei fatti. Tu difendi quanto di peggio c’è nel M5S”.
Fuksia rimprovera al collega di tenere impegnato il Senato su discussioni futili e parte lancia in resta contro il movimento di Grillo: “È di pochi giorni fa la dichiarazione di Beppe che dice che chi non è d’accordo con la linea di comunicazione si può accomodare altrove. Questa è proprio la dimostrazione dell’assenza di democrazia e partecipazione“. E rincara, citando “le false rendicontazioni, l’analfabetismo funzionale, le speculazioni sulle guardie forestali, la strumentalizzazione delle disgrazie, gli sfondoni, le bufale via web”.
Vengono anche menzionati Luigi Di Maio, Virginia Raggi, il conteggio degli scontrini e i vitalizi: “Vacciano, tu il posto ce l’hai sicuro in banca e quindi non rischi nulla. Mettiamo, invece, in luce i fondi dei gruppi parlamentari quei 5.000-6.000 euro al mese per ogni componente che il Gruppo prende e che non sono tracciabili. Allora diciamo quello che uno fa con quello che trattiene, non tanto le briciole che uno rende. Vediamo anche quanto è costata la tua richiesta di dimissioni, perchè se ne fai un’altra, io propongo che tu contribuisca ai costi della seduta”.
Prende poi la parola Alessandra Bencini (ex M5s, ora Gruppo Misto-Idv), che parla di “capibastone“, “fallimento del M5s” e “dipartita di Vacciano“, innescando una reprimenda del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LO STAFF MANDA IL MESSAGGIO A TUTTI I PORTAVOCE COME SI FA CON I DEFICIENTI
Libero pubblica oggi questa infografica che riproduce una sorta di manuale di comunicazione del
MoVimento 5 Stelle per rispondere alle domande alle domande su Virginia Raggi e sull’indagine della procura per abuso d’ufficio e falso in relazione all’incarico conferito a Renato Marra, fratello di Raffaele.
Il manuale su cosa dire sul sindaco di Roma è illustrato in un articolo a firma di Brunella Bolloli.
Il messaggio mandato dallo staff a tutti i portavoce grillini è talmente preciso e dettagliato che prevede perfino le eventuali domande con relative risposte pilotate affinchè nessuno dei Cinquestelle possa sbagliarsi o osi pronunciare una mezza parola in disaccordo con la linea imposta dal leader.
Sarà sospesa?
«No, il codice di comportamento prevede la comunicazione della vicenda allo staff. E lei lo ha comunicato».
Ha sentito Grillo, cosa le ha detto?
«Sì, lei lo ha subito informato dell’avviso a comparire. Anche Beppe è sereno sulla vicenda».
Una nuova bufera dentro al Movimento?
«No, è una vicenda ormai passata. Siamo compatti e concentrati al massimo per risolvere i problemi di Roma».
Cade il mito dell’onestà per il M5S?
«No. Come ha ricevuto l’invito, Virginia l’ha subito comunicato ai cittadini. Questa è la nostra trasparenza, il nostro modo di fare. Se questo vi pare disonesto…»
Qualcuno le ha chiesto di fare un passo indietro?
«Le abbiamo detto tutti di andare avanti»
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
E IL GRUPPO PARLAMENTARE STA PER ESPLODERE CONTRO I TRE COMUNICATORI
Roberta Lombardi, l’avversaria storica di Virginia Raggi, una delle poche politiche che il Movimento abbia, sta lavorando a questo scenario a Roma: auto-sospensione della sindaca, specialmente se la situazione giudiziaria si rivelerà (come sembra), seria e non risolvibile a breve.
Non è un caso che tra i pochissimi a parlare con i giornalisti, non tremebondi per l’editto bulgaro di Grillo di martedì, siano stati Marcello De Vito («io vicesindaco reggente? Il vicesindaco è Luca Bergamo») e Paolo Ferrara, due fedelissimi della Lombardi.
Entrambi escludono l’autosospensione, Ferrara dice: «È un’ipotesi che non abbiamo mai preso in considerazione. Siamo compatti al fianco della sindaca».
Ma in politica quando vuoi davvero far cadere un’ipotesi non devi neanche parlarne; neanche rispondere. Parlarne e rispondere vuol dire tenerla viva. Alimentarla.
Tuttavia l’autospensione non si farà , per ora.
Ci sono alcuni problemi, il primo dei quali insormontabile: Davide Casaleggio ha convinto ormai Grillo che la Raggi va difesa assolutamente, perchè se crolla lei crolla tutta l’impalcatura.
Di auto-sospensione si parlerà solo se arriverà il rinvio a giudizio.
Il secondo problema è che Roberta Lombardi è isolata. Il fronte dei dissidenti, o dei rivoltosi, chiamateli come preferite, tutti quelli che hanno accumulato un malessere (profondo o lieve) contro i capi (Grillo, e il patto Davide Casaleggio-Di Maio: i difensori della Raggi) è ancora vastissimo, ma non ha in realtà una strategia comune. Fico è, al solito, indeciso.
Fa una dichiarazione critica su Trump, ma non ha pronta una vera azione parlamentare coordinata di attacco.
Paola Taverna è assai determinata (forse la più determinata), ma anche lei deve calibrare perchè a Milano hanno perso la pazienza.
Il terzo problema è nei fatti: Grillo si è rotto di chi fa come gli pare, e impone di star zitti, e loro se lo fanno imporre e stanno zitti. Fotografia implacabile dei rapporti di forza.
Luigi Di Maio ha però, anche lui, un problema: ormai il suo giro è davvero sempre più un gruppetto, chiuso, fatto di poche persone, inviso alla maggioranza dei parlamentari. Ha un patto con Davide Casaleggio basato sulla garanzia che il gruppo parlamentare glielo tiene lui, ma come può garantirlo se Casaleggio jr e Grillo terremotano e bastonano di continuo le truppe, facendo vacillare persino uomini come Danilo Toninelli, che si sfoga in giro (per dire, ha criticato il violentissimo post contro Repubblica)?
Al tempo stesso, nessuno sa meglio di Di Maio che la questione che si sta ponendo la Casaleggio in queste ore è brutale: che cosa deve salvare Davide del gruppo parlamentare? Chi dannare, e chi traghettare alla prossima legislatura?
E qui si apre un fronte interessante di battaglia, oltre la Raggi (data ormai da tutti per persa, nell’ottica del Movimento).
Nel gruppo parlamentare non sopportano più (quasi all’unisono) i comunicatori (a cui dovrebbero ora chiedere il permesso persino per fare un tweet).
Se Di Maio proponesse a Casaleggio di candidare Rocco Casalino al Parlamento alla prossima legislatura, togliendolo dalla comunicazione (quel cruciale trait d’union tra Parlamento e Casaleggio associati), riavvicinerebbe assai a sè i parlamentari.
Non è una mossa impensabile, ci dicono. Per raccontare il clima, in una chat interna che ci è stata riferita un assistente parlamentare ha scritto (parlando dei capi della comunicazione): “voi non avete idea di che razza di odio c’è verso questi… Seguiva epiteto non lusinghiero.
E qui siamo al punto, come ci rivela un parlamentare: «L’assemblea potrebbe chiedere, a breve, di tornare a votare sui membri della comunicazione».
Parentesi: all’europarlamento i parlamentari hanno già chiesto di far fuori – pronti via – la neo nominata Cristina Belotti.
Casaleggio jr li ha mandati a stendere, e loro ovviamente hanno abbozzato.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IN CASO DI CONDANNA PER ABUSO D’UFFICIO SAREBBE SOSPESA…LE RIVELAZIONI DELL’ASSESSORE MELONI INCASTRANO LA SINDACA: “COSI’ MARRA NOMINO’ IL FRATELLO, ME LO SUGGERI’ LUI”
L’ultima spinta che avvicina di un’altra spanna Virginia Raggi al suo abisso insieme giudiziario e politico
è arrivata martedì sera, dalla testimonianza resa in Procura dall’assessore allo sviluppo economico Adriano Meloni.
“Fu Raffaele Marra – ha detto a verbale Meloni – a suggerirmi la nomina del fratello Renato quale direttore del dipartimento per il turismo”.
Un fatto talmente vero perchè confermato dai ringraziamenti che lo stesso Meloni fece avere a Raffaele Marra e alla Raggi dopo il colloquio con Renato che gli apriva definitivamente le porte alla nomina.
Le parole di Meloni documentano ulteriormente le accuse di falso ideologico e abuso che ora stringono in un solo destino il politicamente ancora vivo (la Raggi) e il morto (Raffaele Marra).
Che tornano a mettere a nudo la menzogna con cui la sindaca, per settimane, ha rivendicato a se stessa e solo a se stessa, anche di fronte all’Autorità anticorruzione del Comune, la responsabilità di quella nomina dalle stimmate familiste decisa altrove che non nell’ufficio della sindaca. In casa dei fratelli Marra, appunto.
Ma sono anche parole, quelle messe a verbale dall’assessore Meloni, che definiscono nitidamente l’alternativa del diavolo con cui Virginia Raggi si misurerà nell’interrogatorio fissato per la prossima settimana di fronte ai pm che procedono nei suoi confronti.
Le circostanze di fatto su cui il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha costruito infatti le ipotesi di reato a carico della sindaca, e che hanno appunto il loro perno nel documentato falso ideologico con cui ha tentato di accreditarsi come la sola artefice della nomina di Renato Marra, le lasciano infatti due sole vie di uscita.
Entrambe dal prezzo politico elevato.
La prima: chiedere alla Procura di patteggiare una pena per il solo reato di falso che sarebbe ragionevolmente contenuta entro un anno o al massimo 14 mesi, che scaricherebbe l’accusa di abuso di ufficio sul solo Raffaele Marra (oggi in carcere) e con cui riconoscerebbe di aver mentito.
O, al contrario, affrontare insieme a Marra un giudizio – che la Procura sarebbe orientata a chiedere in via immediata (e dunque da celebrarsi entro l’estate) – per entrambi i capi di imputazione, assumendosi il rischio di una condanna che, nella migliore delle ipotesi, supererebbe i tre anni.
La scelta è cruciale. Perchè, a ben vedere, non è questione di contabilità penale. Ma di sopravvivenza politica.
La legge Severino sui sindaci impone la sospensione dalle funzioni di fronte a una condanna, anche in primo grado, che superi la pena di 2 anni.
Per tutti i reati, tranne uno: l’abuso di ufficio, per il quale la sospensione è automatica quale che sia l’entità della pena.
Patteggiare per il solo reato di falso salverebbe dunque la Raggi da un immediato e automatico provvedimento di sospensione da parte del Prefetto allungando la sua sopravvivenza politica.
Viceversa, scommettere su un giudizio ordinario per abuso e falso e una potenziale condanna che comunque sarebbe superiore ai tre anni, significherebbe andare incontro alla certezza della sospensione.
Un quadro in cui diventano decisivi i tempi e lo scenario di possibili elezioni politiche anticipate.
Un patteggiamento della Raggi di qui alle prossime settimane per il solo reato di falso consentirebbe ai 5Stelle di togliersi il dente prima di una eventuale campagna elettorale in estate, evitando le forche caudine dell’immediata sospensione.
Al contrario, lasciare che la Raggi si difenda in dibattimento significherebbe affrontare il rischio di una condanna per due reati (abuso e falso) e una sospensione in piena campagna elettorale.
Entrambe le strade comportano evidentemente un prezzo politico.
In un caso, avere una sindaca che ammette di essere una bugiarda e ne paga penalmente il conto.
Nell’altro, lasciare che si difenda sapendo perfettamente che la fine è nota (condanna e sospensione), ma scommettendo che i tempi della giustizia consentiranno di scavallare l’eventuale appuntamento elettorale anticipato.
La scelta tra l’una e l’altra strada dovrà misurarsi con il grado di autonomia (al momento ignota) della Raggi rispetto alle decisioni e agli umori del vertice del Movimento.
Ma dovrà anche misurarsi su quella bomba ad orologeria che è oggi Raffaele Marra, detenuto per corruzione nel carcere di Regina Coeli. E sulla sua capacità di ricatto.
Con un calcio dell’asino, la Raggi si è pubblicamente e sprezzantemente liberata politicamente di Marra il pomeriggio stesso del suo arresto.
Anche in quel caso, con una menzogna fragorosa. “È uno dei migliaia di impiegati del Comune”.
Una menzogna oggi messa a nudo dalle motivazioni del tribunale del Riesame di Roma che, nelle scorse settimane, ha rigettato la sua richiesta di scarcerazione.
Si legge: “Significativo del potere che Raffaele Marra era in grado di esercitare a prescindere dalla funzione apicale di volta in volta svolta nell’amministrazione pubblica, è l’esito della perquisizione della sua abitazione al momento dell’arresto”. Già , “il funzionario come tanti” – elenca il Tribunale – conservava una “scheda progetto” per la costruzione di un centro terapeutico in via della Vignaccia, un atto dell’Ufficio politiche abitative riguardante un progetto di edilizia residenziale, un piano di zona per la cessione di aree nel quartiere Infernetto.
L’ennesima conferma del suo ruolo di Rasputin della Raggi e della sua Giunta Cinque Stelle.
(da “La Repubblica”)
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