Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
CROLLA IL FALSO MITO DELLA DIVERSITA’ DEI CINQUESTELLE, GIUSTIZIALISTI SOLO A PAROLE
Pensare di chiudere il pasticciaccio brutto delle firme false con la “sospensione cautelare” di tre
deputati e di un’attivista del Movimento 5 Stelle sarebbe come tentare di sigillare la crepa di una diga con il silicone.
Ed è una crepa che si allarga ogni giorno di più, man mano che cresce il divario tra il prima e il dopo, ovvero tra il giustizialismo fondamentalista nel quale Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno gettato le fondamenta di un movimento che ha come slogan “O-ne-stà , o-ne-stà “, e il garantismo alle vongole di questi giorni.
Una crepa dalla quale appaiono le scene grottesche di quei deputati paladini della legalità a tutti i costi che, arrivati davanti al magistrato, si rifiutano di fare il test della calligrafia e balbettano, come un qualsiasi ladruncolo preso con le mani nel sacco, la formula standard di chi sa che ogni sua parola potrà essere usata contro di lui: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
La differenza tra il prima e il dopo, tra i grillini che assaltavano il Palazzo e quelli che vi sono entrati, passa per due frasi- bandiera.
La prima è di Luigi Di Maio, che un anno fa – invocando le dimissioni della ministra Boschi – ammetteva a Libero di essere un giustizialista convinto: “Non sono a favore della presunzione d’innocenza: se uno è indagato deve lasciare, lo chiedono gli elettori”.
La seconda è di Virginia Raggi che, quando la sua assessora di fiducia Paola Muraro è stata indagata dalla Procura di Roma, ha sostenuto la tesi diametralmente opposta: “Gli avvisi di garanzia vanno valutati caso per caso”.
Purtroppo non bastano la faccia da bravo ragazzo di Di Maio o la vis oratoria da Bar Sport di Alessandro Di Battista (“Le firme false sono solo copiate”) a placare i dubbi che diventano rabbia dei militanti pentastellati che – almeno fino a ieri – credevano ciecamente nella promessa messianica di Grillo di una politica pulita dove tutti discutono amichevolmente, poi votano le leggi sulla Rete e mandano a governare i loro “portavoce” e i loro sindaci, che naturalmente sono onesti per definizione ed entrano nelle stanze dei bottoni per bonificarle con il ddt della Casaleggio Associati.
La realtà , purtroppo, si sta rivelando un po’ diversa, e sorvolando su quel capogruppo di Alessandria beccato mentre rubava negli armadietti della palestra, il numero degli amministratori pentastellati finiti sotto inchiesta o accusati di violare le regole del Movimento è cresciuto di mese in mese.
E ora, dopo le acrobazie dialettiche alle quali Grillo è stato costretto per difendere le imbarazzanti nomine della sindaca di Roma, la storiaccia di Palermo ha messo i Cinquestelle con le spalle al muro: può essere ancora difeso chi si rifiuta di dare una prova calligrafica, chi invoca davanti al magistrato – nella terra dell’omertà – il diritto a rimanere in silenzio?
Naturalmente no, perchè tutto questo sarà pure previsto dal codice di procedura penale, però fa crollare in un colpo solo il falso mito della “diversità ” dei Cinquestelle, giustizialisti a parole e azzeccagarbugli nella realtà .
E basta dare un’occhiata all’ironia che si scatena su Facebook, dove Nuti è diventato “Muti”, e soprattutto ai commenti sul blog di Grillo per accorgersi che i militanti sono furibondi, e non si accontentano affatto della “sospensione cautelare” inflitta ai quattro incriminati (declassati dai probiviri da “portavoce” a “signori”).
Ma come, scrivono in tanti, tutto qui? “Espulsione senza se e senza ma” detta, lapidario, Marzio. “Bisognava cacciarli e basta! Perchè non siamo stati interpellati?” domanda Daniele. Li avete sospesi per 12 mesi, scrive Ivan, ma “in questo periodo loro percepiranno gli stipendi e i rimborsi spese? E dovranno rendicontare?”.
Anche sul sito del Fatto, il giornale amico, tra i 1557 commenti alla notizia delle sospensioni affiora l’ira dei grillini: “Sospesi dal Movimento, però continuano a percepire gli stipendi e indennità , e non dovranno versare nulla, cioè si terranno tutto lo stipendio per intero” commenta “g.d.m.” che evidentemente conosce a memoria il decalogo del portavoce.
Molti, è naturale, trasformano la sanzione in prova della diversità , perchè il Movimento sospende gli inquisiti mentre gli altri no, ma l’analisi più dura è quella di un post anonimo: “Si comincia col copiare il compito e si arriva alle firme false, alle raccomandazioni e alle tangenti. Siamo un popolo di furbi, che vivono di raggiri e tante piccole bugie. Renzi è un bugiardo? È un gran bugiardo. Ma lo siamo anche tutti noi”.
Conclusione amara di una bella favola: c’era una volta la diversità dei grillini.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
LA NOTTE TRA IL 3 E 4 APRILE DEL 2012 QUANDO UN GRUPPO DI ATTIVISTI M5S FALSIFICO’ CENTINAIA DI FIRME
L’ansia, le liti, poi il brindisi: «Andiamo a ubriacarci», disse alla fine Giulia Di Vita, oggi parlamentare (sospesa) di 5 stelle.
Ecco cosa accadde fra il 3 e il 4 aprile del 2012, quando un manipolo di attivisti di M5S riuscì a racimolare in extremis le firme necessarie per presentare la lista per le Comunali.
Commettendo la sciagurata leggerezza di ricopiare centinaia di sottoscrizioni, ovvero di falsificarle: è il reato sul quale indaga la procura di Palermo.
Il frenetico scambio di mail fra esponenti del movimento e candidati (molte delle quali acquisite dalla magistratura) e la testimonianza resa da alcuni “pentiti” (su tutti i deputati regionali Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio) aiutano la ricostruzione.
L’allarme scatta alle 2,25 del 3 aprile.
Scrive Samanta Busalacchi, indagata e sospesa da M5S: «Vi sto inoltrando il modello del foglio raccolta firme. Raccogliete quante più firme potete., domani sera sarò in sede per il ritiro dei moduli. Rischiamo di non potercela fare, non è uno scherzo quindi datevi una mossa!»
La Rocca mezz’ora dopo ribadisce: «È davvero importante come scrive Sam! È un’urgenza!!!»
Marco Negri, altro candidato, si lamenta: «Ma qualche spiegazione? Com’è che era tutto a posto e adesso c’è quest’urgenza? »,
Prova a chiarire Pietro Salvino, marito della deputata Claudia Mannino (entrambi sono indagati): «Ti rispondo io… durante la riunione Claudia con Alice (Pantaleone, altra indagata, ndr) hanno controllato le firme facendo una stima di quelle che sono assolutamente perfette… e sono circa 850… ma consideriamo che alcune di queste potrebbero non essere valide perchè magari avevano giù firmato… »
Salvino parla di «12 persone presenti», delle quali tre erano a conoscenza di tre firme non valide «tanto per fare un esempio».
“Comunque altre firme mancavano di data di scadenza o di emissione, ora si è deciso di mettere entramble le date per sicurezza così siamo strasicuri. Dobbiamo raccoglierne 400… in teoria poco meno di quaranta a testa – scrive Salvino – ma in un giorno mi pare molto difficile così la cosa giusta è allargare la cerchia di persone che conoscono più persone… Buon lavoro e buon giorno, vista l’ora».
È l’alba del tre aprile quando anche Ciaccio si sente di dare una spiegazione: «Le firme valide sono 850, le altre sono incomplete. Vi chiedo di non creare polemica sul come ci siamo ridotti così ma solo di prendere più firme che potet. Risolviamo questo problema urgente e poi discutiamo. Domani sera riunione urgente in sede…»
Il clima è quello del caos, all’interno di un gruppo che è alla prima esperienza elettorale.
Giorgio Stassi sbotta: «Mi spiegate quale esperto vi ha detto che la patente plastificata non è valida come documento di riconoscimento?» Ermanno Romano critica: «Non è scritto da nessuna parte che bisogna indicare luogo e data di rilascio e scadenza del documento di identità . È forse la vostra una precauzione per evitare eventuali problemi o siete certi di quello che dite?»
Lo stesso Romano dice che «le 850 firme sicure sono più che sufficienti». E Azzurra Cancelleri, oggi deputata, gli dà ragione: «Ho letto il vademecum inviato dallo staff di Grillo e per i Comuni con abitanti inferiori al milione (e da Internet risulta essere il caso di Palermo) le firme devono essere minimo 500 e massimo 1000».
Inizia un infuocato valzer di messaggi: appunti, critiche, osservazioni sulla procedura da seguire rivolti soprattutto a Busalacchi.
Che alle 14,05 del 3 aprile perde la pazienza: «Ragazzi mi sono ufficialmente rotta le scatole. Scusate lo sfogo. Va bene in taluni casi ho peccato di superficialità ma i vostri continui dubbi non mi hanno aiutato per nulla e nemmeno l’ignorare ciò che vi ho detto per mail.. per sms o a voce! Mi esprimo male? Mangio le parole? Non avete fiducia in me? Ditemelo perchè almeno evito di impiegare le mie forze così…»
A quel punto Azzurra Cancelleri si ritira di buon ordine: «Se si cercano informazioni e si scrivono qui non è per sminuire qualcuno o mettere in dubbio il suo operato… Nessuno di noi ha esperienza, era giiusto per dare una mano… Smettiamola di pensare che ci facciamo guerra interna. Io non fiaterò più, cià ».
Si avvicina la sera decisiva. Marco Negri dice di poter fare poco «ma di aver coinvolto la figlia», “Angelocustode970” promette di portare in sede dieci firme («meglio di niente»), Toni Ferrara dice: «Avvicinerò anch’io in seconda serata per portare delle firme».
C’è gran confusione, nella sede di via Sampolo dove si mettono insieme le sottoscrizioni, dove – magicamente – viene fuori l’elenco con quasi duemila firme. È in quella sede che l’attivista Vincenzo Pintagro, il primo grande accusatore, dice di aver visto Mannino e Busalacchi ricopiare le firme.
È da quelle stanze che, ha fatto mettere a verbale Claudia La Rocca, entravano e uscivano tante persone, fra cui Riccardo Nuti, il leader dei 5 stelle palermitani, adesso indagato e sospeso.
Di certo La Rocca, alle 12,45 del 4 aprile, esulta: «Alcuni di noi sono stati in sede fino alle 4 di mattina, io e Clod (Claudia Mannino) in particolare abbiamo battuto il record delle 12 ore di fila.. ma forse ce l’abbiamo fatta! A questo punto che Dio ce la mandi buona ».
Di lì a poco, un altro attivista le omaggerà tutte, le protagoniste dell’impresa: «Un sincero grazie alle due Claudie e a Samantha Busalacchi per essere rimaste in sede fino alle 4 per finire l’estenuante lavoro ».
«Festeggiamo tutti insieme?», chiede Mannino sempre via e-mail. «Propongo ubriacatura», replica Giulia Di Vita.
Un cin-cin simbolico per una vittoria che, quattro anni dopo, sarebbe costata cara – molto cara – alle due future onorevoli.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELLA MACCHINA DI AFFARI E DI PROPAGANDA IDEATA DA CASALEGGIO DA PARTE DI UN SITO CONSIDERATO UN’ISTITUZIONE DELL’INFORMAZIONE DIGITALE
Il titolo dell’articolo di BuzzFeed è un’accusa pesante ai Cinque Stelle: “Il più popolare partito
politico italiano è leader nel diffondere false notizie e fare propaganda per il Cremlino”.
Il pezzo firmato da Alberto Nardelli e Craig Silverman in realtà racconta ciò che da anni è stato ampiamente rilevato da giornali e libri, e cioè che la macchina di informazione e propaganda ideata da Gianroberto Casaleggio “include non solo i blog del partito e i profili social ufficiali che hanno milioni di seguaci, ma anche una serie di siti redditizi che si descrivono come fonti di ‘notizie indipendenti’, ma in realtà sono controllate dalla direzione del partito”.
A fare notizia è più che altro l’attenzione rivolta dal popolare sito americano, un’istituzione dell’informazione digitale; e l’attenzione riposta sulla “svolta putiniana” che avrebbe avuto il M5S.
Infatti BuzzFeed racconta di come l’atteggiamento del Movimento nei confronti della Russia sia cambiato nel corso del tempo.
Dalla critica alla Ue per non aver reagito all’invasione russa in Crimea al viaggio di Manlio Di Stefano a Mosca, ospite di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin.
Il sito americano ricorda anche i portali legati al M5S: La Fucina (definito “un sito di salute che riporta post su cure miracolose alimentando anche cospirazioni anti vaccini”), La Cosa, TzeTze e così via.
Un sistema capace di raggiungere milioni di utenti in rete: “Questi siti inesorabilmente rilanciano la campagna M5S, disinformazione e gli attacchi ai rivali politici – in particolare, il premier di centrosinistra Matteo Renzi. Uno di questi, Tzetze, ha 1,2 milioni di seguaci su Facebook”.
Alle domande specifiche sul tema inviate da BuzzFeed, la Casaleggio Associati non ha voluto rispondere. Ma anche a questo, in Italia, siamo abituati da tempo.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
TIZIANA PASSEROTTO DOPO CASTELLI, COTA E MARONI ORA POTRA’ DIRE LE STESSE COSE CON LA RAGGI, TANTO IL SISTEMA DI POTERE E’ LO STESSO
Entrerà nell’«Ufficio di diretta collaborazione della Sindaca», come si legge nella delibera dello scorso 18 novembre, con il compito di «coordinare i molteplici flussi comunicativi tra l’Organo di vertice e le strutture capitoline», tenendo conto della «complessità delle problematiche e della molteplicità delle informazioni da sistematizzare all’interno del predetto Ufficio».
L’ex spin doctor leghista è stata scelta dalla sindaca grillina dopo un’attenta «valutazione del suo percorso professionale e dell’esperienza maturata», viene precisato nel provvedimento.
I trascorsi- anche recentissimi — nelle fila della Lega, insomma, non hanno infastidito la prima cittadina del M5S,anzi.
Nella delibera viene sottolineata proprio la carriera della Passerotto sotto l’egida di Alberto da Giussano,quando si ricorda «l’attività presso la presidenza della Regione Piemonte», guidata da Roberto Cota, e poi «negli uffici dell’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia», a trazione leghista con il governatore Roberto Maroni.
E poi ancora il periodo alla guida della comunicazione nel gruppo parlamentare della Lega «presso la Camera dei Deputati», sempre con Cota presidente,e andando a ritroso la parentesi al «Ministero della Giustizia», dal 2004 al 2006, quando il responsabile del dicastero era il lumbard Roberto Castelli.
Le carte si stanno scoprendo poco a poco, noi l’avevamo capito da tempo.
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
“FATTA FUORI DAL CERCHIO MAGICO CHE CIRCONDA LA RAGGI PERCHE’ DICEVO LA VERITA’ SU PERSONAGGI EQUIVOCI COME MARRA E ROMEO”
C’è uno strapotere che orbita attorno a Virginia Raggi e la indirizza. 
Carla Raineri racconta la sua breve esperienza in Campidoglio come capo di Gabinetto della Giunta Raggi in un memoriale depositato alla Procura di Roma, registrato con un protocollo riservato, di cui dà notizia la Repubblica.
Quarantacinque giorni in cui la giudice ha vissuto manovre, minacce, sotterfugi messi in atto dal cosiddetto “Raggio Magico”, che affianca e indirizza la sindaca M5S.
Un gruppo assai ristretto – il vice Daniele Frongia, il braccio destro Raffaele Marra e il capo segreteria Salvatore Romeo – che domina il Campidoglio.
“Avrò visto Raggi complessivamente un paio d’ore in un mese e solo in occasione delle riunioni di Giunta. Per contro lei era sempre chiusa nella sua stanza con Romeo e Marra, sempre informati in tempo reale”.
“Appena insediata in Campidoglio, il 29 luglio 2016, ho subito avvertito intorno a me una crescente ostilità . Ostilità sia perchè occupavo una casella cui palesemente ambivano altri soggetti molto cari alla Raggi (Frongia, Romeo, Marra) sia perchè, da subito, mi sono scontrata con la sindaco sulla procedura di nomina di Romeo, da me ritenuta assolutamente illegittima, e sulla indisponibilità di trattenere Marra nel Gabinetto. Mi sono quindi progressivamente trovata collocata (direi letteralmente schiacciata) tra Romeo e Marra. La sindaco, per limitare le mie prerogative, ha immediatamente concepito una Segreteria particolare, che era in realtà il “vero Gabinetto”, a capo del quale ha posto Romeo”.
Presenze costanti in Campidoglio, sempre al fianco della sindaca.
“Romeo era onnipresente, terribilmente invasivo e prevaricante. Dai diktat in merito alla organizzazione delle riunioni alla precettazione delle stanze. Addirittura villano e offensivo con la mia segreteria. Sempre protetto dalla sindaca che rimarcava, di fronte a tutti, la centralità del suo ruolo. Marra, dal canto suo, aveva la qualifica di vicecapo di Gabinetto. Con lui non ho mai avuto il piacere di condividere alcuna decisione. Riferiva direttamente alla sindaco. Il paradosso era che io non venivo convocata alla riunioni (per esempio sul terremoto) e nessuno mi avvertiva neppure delle urgenze. In compenso, il giorno del terremoto, mentre la protezione civile conferiva con Romeo (non con me) e con Frongia, io venivo richiesta ripetutamente e insistentemente di attivarmi per autorizzare l’assessore Bergamo a recarsi a spese del Campidoglio al Festival del cinema di Venezia”.
Raineri racconta come i suoi dubbi sulla nomina di Salvatore Romeo furono respinti dalla sindaca.
“La delibera è approdata direttamente in giunta il 9 agosto, senza passare al vaglio del Gabinetto, dove di norma vengono trasmesse alcuni giorni prima per un esame di legittimità “. La posizione di Romeo “era stata inserita all’interno di una più vasta delibera contenente altre due posizioni di collaboratori e l’emolumento non era esplicitato nel quantum, ma determinato con un rinvio a categorie contrattuali di non immediata percezione”. Quando Raineri se ne accorge, avverte Raggi che poteva configurarsi l’abuso d’ufficio se il fine fosse stato quello “di attribuire a un dipendente un vantaggio economico altrimenti non conseguibile (Romeo aveva più che triplicato il suo stipendio)”. Ma “trovai la sindaca totalmente impermeabile”.
Altro capitolo, Raffaele Marra.
“Nei primi giorni del mio insediamento Marra mi disse di aver dovuto trasferire la moglie e i suoi 4 figli a Malta, perchè minacciati dalla criminalità organizzata, e di avere rinunciato alla scorta personale nonostante anch’egli a rischio di incolumità “. Ancora: “Ufficiali della Gdf mi segnalarono l’inopportunità di trattenerlo nel Gabinetto. Minenna mi riferì di aver appreso dai vertici Gdf che fra le situazioni sospette che avevano determinato il suo demansionamento fino alla fuoriscita dal Corpo vi era un corso privato di pilota civile per il quale aveva sostenuto un costo di 90 milioni di cui non aveva documentato la provenienza”.
Terribile la reazione “quando apprese che non intendevo confermargli il ruolo di vice: si adirò alzando la voce e minacciando ritorsioni”.
Raineri racconta il suo scontro con Virginia Raggi.
Pose tre condizioni per la permanenza nel suo incarico di capo di Gabinetto: allontanare Marra dal Gabinetto e nominare al suo posto un colonnello dei Carabinieri; rivedere la nomina di Romeo; restituire dignità all’ufficio di Gabinetto, limitando le interferenze.
“Chiesi un appuntamento a Raggi al ritorno dalle sue vacanze. Il 25 agosto, in occasione di un duro confronto, le riferii che me ne sarei andata se le cose non fossero cambiate. Raggi rimase più che contrariata. Ricordo ancora il suo sguardo pieno d’odio”.
Poi il 31 agosto, a seguito del parere dell’Anac, fu convocata in Campidoglio e costretta a lasciare da Raggi, il cui comportamento, scrive Raineri, fu “improntato dal preordinato intento di danneggiare la mia immagine e determinare le mie dimissioni”.
“Un’iniziativa ritorsiva – scrive Raineri – concepita subito dopo il colloquio del 25 agosto, allorchè la sindaco apprese la mia indisponibilità ad avallare la delibera di Romeo e trattenere Marra nel Gabinetto, e consumata in riunioni segrete con Marra e Romeo”.
Il Messaggero scrive oggi che dentro M5S si sta aprendo uno scontro proprio attorno al Campidoglio di Virginia Raggi.
Uno scontro che riguarda proprio le nomine della sindaca, una vicenda che potrebbe presto finire sul tavolo dei probiviri, chiamati in questi giorni a risolvere le grane legate alle firme false a Palermo e Bologna.
Raggi ha però ricevuto il sostegno di Luigi Di Maio, che ieri si è recato in Campidoglio per incontrarla, un segnale di distensione in un periodo convulso.
Per Il Foglio, invece, Beppe Grillo vuole addirittura porre termine all’esperienza della sindaca: “il destino di Virginia Raggi si consuma in una clessidra che sarà girata da Beppe Grillo un minuto dopo il referendum del 4 dicembre, specialmente se dovesse vincere il No, e se insomma la legislatura dovesse avvitarsi precipitando verso le elezioni anticipate”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
NON SI ACCONTENTA DELLA SOSPENSIONE TARDIVA DEI PROBIVIRI
La base del MoVimento 5 Stelle a Palermo non si accontenta della sospensione comminata dal collegio dei probiviri ai tre deputati (Riccardo Nuti, Claudia Mannino, Giulia Di Vita) e all’impiegata dell’ARS nel gruppo grillino Samantha Busalacchi. Anzi, c’è chi chiede una sfiducia ai vertici:
Una frangia, guidata dal cinquestelle Daniele Romano e dal meet-up “Attivisti liberi”, ha lanciato una sorta di “sfiducia ai vertici” attraverso una pagina Facebook e in 31 vi hanno aderito.
Il gruppo sta pensando di convocare una riunione formale per sfiduciare non solo gli indagati ma anche deputati nazionali e regionali palermitani Loredana Lupo, Chiara Di Benedetto e Gianpiero Trizzino.
Insomma, il caso firme false rischia di provocare un terremoto nel movimento proprio alla vigilia di impegni elettorali delicati, a partire dalle amministrative a Palermo: non a caso rimane sospesa la procedura delle “comunarie” che aveva visto l’adesione di oltre 120 aspiranti candidati consiglieri comunali e sindaco.
Procedure che stavano gestendo proprio i due parlamentari sospesi d’imperio, Nuti e Mannino, che si sono chiusi nel silenzio più assoluto. Chi invece ha parlato ieri, anche se solo su Facebook, è stata la Di Vita: «Tengo solo a precisare che io non ho fatto un bel niente, per il resto si vedrà ».
Ma chi può guidare adesso il Movimento a Palermo?
Chi potrebbe prenderne le redini è Trizzino, considerando che si sono autosospesi anche Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca, entrambi indagati ma gli unici che collaborano con i magistrati.
Trizzino gode della fiducia e del sostegno del leader regionale Giancarlo Cancelleri e dell’astro nascente, l’eurodeputato Ignazio Corrao.
Fuori i “monaci” nutiani, adesso è questo il fronte che ha preso le redini del Movimento, anche se tra i volti nuovi a Palermo crescono le quotazioni di Ugo Forello, l’avvocato fondatore di Addiopizzo che punta a essere candidato a sindaco di Palermo.
Sebastiano Messina su Repubblica dettaglia il fatto che la storiaccia di Palermo ha messo i Cinquestelle con le spalle al muro: può essere ancora difeso chi si rifiuta di dare una prova calligrafica, chi invoca davanti al magistrato – nella terra dell’omertà – il diritto a rimanere in silenzio?
E basta dare un’occhiata all’ironia che si scatena su Facebook, dove Nuti è diventato «Muti», e soprattutto ai commenti sul blog di Grillo per accorgersi che i militanti sono furibondi, e non si accontentano affatto della «sospensione cautelare» inflitta ai quattro incriminati (declassati dai probiviri da «portavoce» a «signori»).
Ma come, scrivono in tanti, tutto qui? «Espulsione senza se e senza ma» detta, lapidario, Marzio. «Bisognava cacciarli e basta! Perchè non siamo stati interpellati?» domanda Daniele. Li avete sospesi per 12 mesi, scrive Ivan, ma «in questo periodo loro percepiranno gli stipendi e i rimborsi spese? E dovranno rendicontare?».
Anche sul sito del Fatto, il giornale amico, tra i 1557 commenti alla notizia delle sospensioni affiora l’ira dei grillini: «Sospesi dal Movimento, però continuano a percepire gli stipendi e indennità , e non dovranno versare nulla, cioè si terranno tutto lo stipendio per intero» commenta “g.d.m.” che evidentemente conosce a memoria il decalogo del portavoce.
Molti, è naturale, trasformano la sanzione in prova della diversità , perchè il Movimento sospende gli inquisiti mentre gli altri no, ma l’analisi più dura è quella di un post anonimo: «Si comincia col copiare il compito e si arriva alle firme false, alle raccomandazioni e alle tangenti. Siamo un popolo di furbi, che vivono di raggiri e tante piccole bugie. Renzi è un bugiardo? È un gran bugiardo. Ma lo siamo anche tutti noi».
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
LA FIRMA DI UNA ITALO-BRITANNICA CHE ERA ALL’ESTERO… FINORA CONTROLLATE SOLO 190 FIRME SU 1.200
Ci sarebbero delle firme false, o di sicuro ci sono delle persone che davanti ai Carabinieri non
http://s15.postimg.org/bzlv5pf9n/bologna.jpgriconoscono la propria firma.
Nell’inchiesta che vede indagato anche il vice-presidente del consiglio comunale di Bologna, Marco Piazza del Movimento 5 stelle, ci sarebbe qualcosa in più rispetto alle sole irregolarità nella autenticazione di firme vere.
Sulle 200 persone sentite dai militari dell’Arma, infatti, ci sarebbe chi non ha riconosciuto la propria grafia tra quei moduli necessari alla presentazione delle liste per le Regionali del 2014.
L’indagine va avanti nel più stretto riserbo. Ma qualcosa trapela.
L’edizione bolognese del quotidiano La Repubblica racconta di una donna italo-britannica che, al momento della sottoscrizione, si sarebbe trovata all’estero e di altri tre uomini che non avrebbero riconosciuto la propria firma.
Tra loro quella della donna italo-britannica e quella di un altro signore: a quest’ultimo, abituato a firmare anteponendo il cognome, sarebbe stata mostrata dai militari una firma che inizia con il nome.
Ci sarebbero inoltre delle altre firme (non più di due) riconosciute come proprie dagli elettori, i quali però erano convinti di avere sottoscritto altre iniziative, non le liste per le Regionali.
Ma gli investigatori potrebbero anche decidere di andare più a fondo.
L’indagine infatti è stata condotta dai Carabinieri di Vergato solo su 190 firme sulle 1.200 depositate dal Movimento 5 stelle.
Le altre mille devono essere ancora analizzate.
Intanto delle 190 firme sono meno di trenta quelle sospette: il caso più ricorrente riguarda firme che sarebbero state raccolte fuori regione (l’esposto che ha fatto partire l’inchiesta parlava del raduno romano al Circo Massimo); oppure a Bologna, ma, secondo l’accusa, in assenza dei certificatori (Marco Piazza era uno di questi).
Presto intanto potrebbero partire i primi inviti a comparire per gli indagati: oltre a Piazza gli altri nomi sono quelli di Stefano Negroni, Tania Fiorini e Giuseppina Maracino.
Per tutti il reato contestato dalla pm Michela Guidi, è quello previsto dal Dpr 570 del 1960, il testo speciale sulla disciplina elettorale che punisce all’articolo 90 (comma due) chi commette irregolarità nella formazione delle liste
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
ERA IL PIU’ INFLESSIBILE CONTRO I DISSIDENTI… L’EX CAPOGRUPPO AVEVA MENTITO A GRILLO: “NOI NON C’ENTRIAMO CON LE FIRME FALSE”
Lo chiamavano il “superortodosso”, Riccardo Nuti. Il deputato più inflessibile ai tempi dei “dissidenti”, prima che 17 deputati fossero cacciati o spinti ad andar via dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle alla Camera.
Colui che – da capogruppo, il secondo in carica dopo Roberta Lombardi – diceva cose come: “Con queste persone parli una, due, tre volte, se poi non capiscono, ciao e grazie”
Nuti il duro, il Torquemada a 5 stelle che aveva garantito a Beppe Grillo: “Noi non c’entriamo con le firme false, siamo parte lesa”, spingendo il capo politico a scrivere questo, sul blog, dopo la prima puntata delle Iene sul caso delle firme ricopiate alle elezioni comunali di Palermo nel 2012.
La sua bacheca Facebook è presa d’assalto da settimane, al suono di “Vergogna”, “sospenditi”, “stai mettendo in pericolo tutto il Movimento”.
Lui, finchè ha potuto, ha continuato come se niente fosse il tour in treno per il No alla riforma costituzionale.
Fino a quando, una settimana fa, un collega, al momento di salire sul palco, gli ha detto: “Forse è meglio che tu non parli oggi, Beppe ha chiesto chiaramente che i coinvolti si autosospendano”.
Non ha voluto farlo, il deputato palermitano. E con lui non hanno voluto cedere neanche Claudia Mannino e Giulia Di Vita.
Quest’ultima è l’unica che con i pm ha parlato, come ha spiegato ieri a chi gliene chiedeva conto sulla sua pagina Facebook. “Si chiarirà tutto”, ha detto fingendo una serenità fin qui non dimostrata. Perchè anche Giulia Di Vita, fustigatrice indefessa su Twitter di avversari politici e giornalisti, ha scelto di non parlare e non spiegare quel che è accaduto in una notte di aprile di quattro anni fa. Non ai suoi colleghi, non ai suoi elettori, tanto meno alla stampa.
Non sono solo gli attivisti, a chiedere loro conto dei troppi silenzi e di quella che non esitano a definire “omertà “.
Sono anche gli eletti M5S di tutt’Italia. “Se ne devono anna’”, diceva ieri un deputato un tempo amico di Nuti. “Hanno sbagliato tutto”, spiegava un senatore, “perfino gli indagati del Pd si autosospendono subito. E noi che facciamo? Quando succede a noi ci comportiamo peggio del Pd?”.
Il clima era diventato così ostile da spingere a intervenire Roberto Fico, che nel weekend aveva chiarito via Twitter: “Nel Movimento le espulsioni possono deciderle solo il capo politico e i probiviri appena eletti”, prontamente “rituittato” da Luigi Di Maio, con cui – negli ultimi mesi – aveva condiviso ben poche posizioni.
E’ per questo – per il clima interno oltre che per le accuse ormai insostenibili del Pd – che Beppe Grillo ha dovuto indire in tutta fretta, venerdì scorso, l’elezione dei tre probiviri chiamati col nuovo regolamento a comminare le sanzioni per chi viola i principi del Movimento o ne mette in pericolo la reputazione.
E loro, prontamente, nel primo giorno utile, hanno subito sospeso gli indagati in via cautelativa.
In attesa di ricevere spiegazioni e “controdeduzioni”, ma lasciando loro poca speranza ormai di rientrare, comunque vadano le cose con la giustizia di Palermo.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
TANTA OMERTA’: ACCUSATORI DI COMPLOTTI ORA SONO FINITI AL CENTRO DELL’INDAGINE… RESA DEI CONTI A PALERMO DOVE ALL’INTERNO DEL M5S C’E’ UNA TALPA NON ANCORA INDIVIDUATA
La regola è quella del silenzio. Davanti ai magistrati e ai poliziotti che interrogano e davanti agli attivisti che chiedono spiegazioni.
Il Grillo di Palermo, ovvero il meetup da cui provengono Riccardo Nuti, Claudia Mannino, Giulia Di Vita e gli altri implicati nella vicenda di Palermo, finisce smembrato dalle decisioni del collegio dei probiviri: quattro sospensioni, oltre ai due autosospesi, e nonostante l’ultima manifestazione organizzata sabato per dire al referendum del 4 dicembre, quando erano scesi in piazza attivisti ancora vicini a Nuti & Co. e i “nuovi”, che vogliono la testa dei tutti e che si proceda nella candidatura per il comune di Palermo.
L’indagine su Giulia Di Vita, l’ultima tegola di ieri, spinge il collegio dei probiviri formato da Riccardo Fraccaro, Nunzia Catalfo e Paola Carinelli, a sospendere i primi quattro.
Nella decisione giocano fattori importanti a carico degli “imputati”, ovvero essersi rifiutati di autosospendersi quando gli è stato chiesto dalla Comunicazione in Parlamento (come invece hanno fatto Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio) ma anche la scelta di fare scena muta davanti ai magistrati che chiedevano di fornire la propria versione dei fatti agli indagati.
I deputati 5 stelle indagati nell’inchiesta sulle firme false per le Comunali 2012 si rifiutano anche di rilasciare un “saggio grafico”.
Il procuratore aggiunto Dino Petralia e la pm Claudia Ferrari avrebbero voluto confrontare la loro scrittura con alcune delle firme al centro dell’indagine. Non sarà possibile.
Tace pure il marito di Mannino, Pietro Salvino: c’era anche lui quella notte del 3 aprile di quattro anni fa, la notte del grande pasticcio.
Una sua email lo chiama in causa e diventa uno dei riscontri più importanti alle dichiarazioni della prima persona che ha rotto il muro del silenzio sulla notte del giallo al meetup di via Sampolo.
«Su 12 persone presenti – scriveva alle 3,35 – in tre eravamo a conoscenza di tre firme non valide, tanto per fare un esempio…».
E adesso salgono proprio a 12 i grillini indagati dalla procura di Palermo: un avviso di garanzia è stato notificato dalla Digos alla parlamentare Giulia Di Vita e a Riccardo Ricciardi, marito della deputata Loredana Lupo, che presentò le liste al Comune. Saranno interrogati nei prossimi giorni.
Dodici indagati più il cancelliere Giovanni Scarpello, che attestò la regolarità delle firme: anche lui si è avvalso della facoltà di non rispondere. La stessa scelta di Francesco Menallo.
Il marito della Mannino Pietro Salvino, che nei servizi delle Iene pretendeva di non essere inquadrato dalle telecamere perchè stava portando a passeggio il figlio e sul suo profilo facebook riempie di insulti i giornalisti e presenta strane teorie complottiste per giustificare l’indagine dei magistrati, ieri ha scelto il silenzio.
Salvo Palazzolo su Repubblica invece racconta la testimonianza della La Rocca:
Dice Claudia La Rocca, nel verbale di venti giorni fa, che c’era una stata un’animata discussione il pomeriggio del 3 aprile.
«Nuti era molto nervoso», aveva litigato con Samanta Busalacchi, per un errore nella compilazione della lista, il luogo di nascita di uno dei candidati (Giuseppe Ippolito, oggi indagato): Palermo invece di Corleone.
Ma quel pomeriggio Claudia La Rocca non sa ancora il motivo di tanta agitazione. «All’improvviso – dice – partono le telefonate per una convocazione urgente in via Sampolo». È l’inizio del grande pasticcio.
Quando La Rocca arriva, c’è fermento attorno al tavolo, e qualcuno già ricopia le firme. Ci sono Claudia Mannino, Samanta Busalacchi, Alice Pantaleone. «Nuti entrava e usciva», mette a verbale La Rocca.
In una stanza attigua c’erano altri incontri politici.
Mentre alcuni ricopiano le firme, parte un tamtam via email per raccogliere altre adesioni. Sono le 2,25. Uno chiede: «Com’è che era tutto a posto e adesso c’è questa urgenza?». Risponde Salvino: «Durante la riunione Claudia con Alice hanno controllato le firme facendo una stima di quelle che sono assolutamente perfette, e sono circa 850, ma consideriamo che di queste alcune potrebbero non essere valide perchè già magari avevano firmato».
E qui il passaggio sui «12 presenti». Scrive: «Io e Claudia abbiamo dato quasi il massimo, considera siamo come se fossimo una sola persona, siamo riusciti a raccogliere poco meno di 80 firme».
Racconta il fatto che Salvino, la sera del 13 ottobre, due giorni dopo l’apertura dell’inchiesta in Procura, scriveva su Facebook: “Anche se non posso dire a cosa e chi mi riferisco in questo momento, come sfogo mi sento attorniato da tantissimi moderni Dorian Gray, che nascondono in soffitta il quadro orrendo e terribile che descrive la loro anima putrefatta. Ora devo pensare ai miei cari, non posso dire altro ma verrà il momento in cui si potrà dire pane al pane e vino al vino”.
Purtroppo Salvini ha scelto invece di stare in silenzio davanti ai giudici, senza spiegare chi ci sia dietro il complottone che immaginava.
Rimane che il tutto diventa oggi il prologo di una resa dei conti ormai non più rimandabile all’interno del Grillo di Palermo.
Un gruppo in cui erano tutti amici, di più: erano tutti parenti. E questo non può non aver contato:
Quel familismo che – denunciano da anni gli avversari interni – ha contraddistinto il gruppo di Riccardo Nuti. Familismo che ispirava le scelte a Palermo, che si insinuava nelle liste: Salvini e Mannino, Ricciardi e Loredana Lupo erano candidati tutti insieme alle “parlamentarie” del 2013. Con loro c’erano pure Francesco Lupo (fratello di Loredana e dunque cognato di Ricciardi), l’eletta Azzurra Cancelleri (sorella del candidato governatore Giancarlo), Chiara Di Benedetto (anche lei oggi alla Camera) con il compagno Mauro Giulivi, l’uomo che teneva le preziose chiavi del blog del “Grillo di Palermo” dove finivano i comunicati che piacevano a Nuti e venivano censurati quelli di dissenso. Come quello di una cinquantina di attivisti che, nella primavera del 2013, contestavano l’espulsione dei senatori Campanella e Bocchino. Ora quel sito è stato oscurato. Chi ne digita l’indirizzo viene rimandato al blog di Grillo.
Parlano, invece, gli attivisti “nuovi”: quelli che con il gruppo storico non hanno nulla a che fare.
L’avvocato Ugo Forello, fondatore di Addiopizzo, è in Procura, racconta Repubblica, quando arrivano Mannino e Nuti.
Resta alla larga e fa fatica a nascondere la sua scarsa inclinazione a partecipare alle attività del Movimento finchè queste saranno animate dagli indagati per le firme false. Su Facebook il poliziotto Igor Gelarda cita Cromwell: «In nome di Dio, andatevene! Il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie e siete voi ora l’ingiustizia! Basta!». In più i grillini, prima di affrontare le comunarie, dovranno risolvere un altro problema: chi è la talpa del MoVimento 5 Stelle?
La storia è venuta fuori grazie all’elenco con le firme false inviato alla trasmissione tv di Mediaset, a Luigi Di Maio via mail e alla procura.
Ma niente è accaduto per caso: chi si è mosso lo ha fatto con il chiaro intento di danneggiare i parlamentari “romani” e la loro “corrente” in occasione delle comunarie di Palermo.
Per questo in tutto questo bailamme rimane ancora aperta la domanda: chi ha materialmente inviato i fogli che stanno mandando a puttane le Comunarie e il M5S? E visto che un documento del genere non può non essere posseduto da un “interno” al gruppo che forse già era interno nel 2012, quale convenienza ne ha avuto o ne avrà ?
(da “Nextquotidiano”)
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