Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
PIZZAROTTI SI SFOGA: “INUTILE RESTARE DOVE TI CACCIANO”
Ora gli espulsi del Movimento reintegrati a Napoli e guidati da Luca Capriello chiedono
un’assemblea di tutti gli iscritti d’Italia.
Lo annunceranno giovedì in conferenza stampa. «Vogliamo un’assemblea nazionale di tutti gli iscritti da tenersi a Roma dopo l’estate», spiega Roberto Motta, storico militante romano, ex braccio destro di Roberta Lombardi, l’uomo che ha collaborato a lungo alla stesura dei suoi testi di legge.
Motta era uno di quelli che avevano preso alla lettera la storia del Movimento «assembleare e partecipativo», e per farla breve, dopo una serie infinita di scontri su tante vicende romane è stato infine espulso assieme a un’altra trentina di attivisti romani, prima delle ultime elezioni comunali (era uno che poteva entrare nella cinquina degli aspiranti sindaci).
Altri due avevano fatto con lui il primo ricorso a Roma, ottenendo il reintegro sul portale.
I romani sono difesi da Lorenzo Borrè, lo stesso avvocato dei napoletani: a Napoli il meet up era stato azzerato da Fico e Di Maio due giorni prima delle votazioni – trentasei espulsi, 23 dei quali hanno fatto ricorso.
Ora tutti sono stati reintegrati dall’ordinanza del Tribunale. Insomma, a Roma e a Napoli i dissidenti si sono collegati.
Hanno adesso vari strumenti per creare problemi giuridici, economici, politici al M5S centrale, la Casaleggio e il direttorio.
La risposta che preparano il direttorio (e Davide Casaleggio) è opposta: cogliere la palla per azzerare apertamente il Non-Statuto, dotandosi di uno statuto da “partito”, non da “movimento”, e sancendo anche de iure la metamorfosi (o tradimento di Gianroberto, dipende dai punti di vista) che raccontiamo da due anni.
Gli espulsi però attaccano.
Motta sostiene: «Fico e la Lombardi non possono dire “valuteremo quali modifiche fare”, “risolveremo il problema senza aspettare i giudici”, perchè il problema stabilito dal tribunale è proprio quel “noi”: chi è che risolverà , la Casaleggio? Il direttorio? Ma nessuno di questi soggetti, hanno detto i giudici, è titolato a prendere decisioni sulle espulsioni. Solo l’assemblea può decidere modifiche statutarie. E perciò noi ora vogliamo un’assemblea».
I ricorsi cominciano a moltiplicarsi: sono tutte micce che accenderanno precedenti giuridici, dopo quello di Napoli.
C’è un ricorso a Bruxelles, due a Messina, cinque in Abruzzo, mentre da Parma Marco Bosi, capogruppo di Pizzarotti nel Consiglio comunale, è in contatto con l’avvocato di questa rivolta romano-napoletana.
Pizzarotti è sul depresso, ai suoi ha detto «inutile restare in un Movimento che ti caccia», ma sa anche che le sentenze cominciano a favorirlo.
A Quarto una celebre espulsa, la sindaca ex M5S Rosa Capuozzo, si toglie vari sassolini dalla scarpa.
Il Movimento la cacciò dopo averla messa alla gogna a corrente alternata e tardivamente, ma lei non è neanche indagata nella vicenda del presunto voto di scambio che ha lambito un consigliere grillino, e ora ci dice: «Il direttorio dovrebbe andare a casa, dopo questa sentenza. È un organismo che non è mai stato eletto e dovrebbe, invece, essere scelto dalla base, dagli associati».
In realtà , spiega meglio l’avvocato Borrè, secondo il non-Statuto dell’associazione originaria (quella del 2009), all’articolo 4 si dice chiaramente che la democrazia «diretta e partecipativa» del Movimento non prevede «corpi intermedi», quale appunto il direttorio sarebbe.
Di qui la possibilità che qualcuno ricorra anche contro Fico-Di Maio-Di Battista-Ruocco-Sibilia, mettendo tecnicamente fuorilegge la costola centrale del M5S. Capuozzo dice: «Non chiederò di rientrare in questo momento, perchè il Movimento come è gestito ora è senza una democrazia veramente partecipata».
Quella, di certo, non possono assicurarla ordinanze e sentenze. Ma altri – magari qualcuno dei parlamentari espulsi – potrebbero farlo.
Un’assemblea – che naturalmente mai si farà – sarebbe epocale.
Sugli iscritti al Movimento non si hanno cifre certe; nel settembre del 2013 il blog parlò di 80mila iscritti certificati, e 400mila in tutto «in via di certificazione». Gianroberto Casaleggio confermò queste cifre a Imola nel 2015.
Negli anni fondativi, quando in pochi vedevano ciò che stava nascendo, Casaleggio ripeteva come un mantra «il Movimento è le sue regole»: ma senza, cos’è?
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
“REGOLAMENTO ILLEGITTIMO”, UN GUAIO GROSSO PER GRILLO E CASALEGGIO… ANCHE SE CI SONO VOLUTI ANNI PER CERTIFICARE QUELLO CHE ERA EVIDENTE A TUTTI
Il Tribunale di Napoli ha sospeso le espulsioni comminate dal M5S a danno di 23 attivisti napoletani del Movimento, ma quel che conta in questa storia è la motivazione dell’ordinanza, che potenzialmente azzera tutte le espulsioni: i giudici di Napoli rilevano che i provvedimenti di esclusione si fondano su un regolamento da considerarsi nullo in quanto non adottato con le modalità prescritte dal codice civile. Traduciamo: il regolamento adottato dal M5S centrale (la Casaleggio associati e Grillo) il 23 dicembre 2014 è da ritenersi nullo, giuridicamente inesistente.
La vicenda crea un precedente forte dal punto di vista della giurisprudenza, che i tanti espulsi del Movimento potranno ora impugnare.
Qualcosa di simile era accaduto anche a Roma, con il ricorso di alcuni espulsi, capitanati da Roberto Motta e difesi, anche in quel caso, dall’avvocato Lorenzo Borrè. E il punto, a Roma come a Napoli, è il medesimo: l’associazione giuridica che sta procedendo alle purghe nel Movimento non è la stessa a cui sono iscritti gli espulsi, e agisce in violazione del codice civile. Il Movimento – ricordiamolo ancora – nasce come “MoVimento cinque stelle” (l’associazione originaria, creata il 4 ottobre 2009, trentamila iscritti, è scritta con la V maiuscola), mentre l’entità che espelle da fine 2014 in poi è “Movimento cinque stelle” con la v minuscola, un’associazione nata il 14 dicembre 2012, con solo quattro iscritti fino al 2015: Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Casaleggio. Grillo disse che quella modifica e quel regolamento si rendevano necessari per non correre il rischio di non potersi presentare alle elezioni.
Ma sono stati lo strumento-mannaia per cacciar fuori ogni dissenso, e uccidere ogni dinamica assembleare e partecipativa
Ora il Tribunale sancisce che il regolamento varato il 23 dicembre 2014 è da considerarsi nullo perchè si configura come una modifica del non-statuto dell’associazione originaria; ma una modifica, in assenza di altre prescrizioni, richiede – secondo il codice civile – un voto dell’assemblea.
Voto che non c’è mai stato, e l’assemblea mai s’è riunita.
Morale: una parte significativa del meet up di Napoli, capitanata da Luca Capriello, che era stata spianata da Roberto Fico e Luigi Di Maio (su questo, singolarmente alleati), può essere reintegrata. Fico prova a mostrare un volto conciliante, sostiene che «la sentenza (in realtà un’ordinanza, nda.) fa riferimento esclusivamente alla procedura e non al merito, di fatto il processo sul merito inizierà a settembre.
Per ora coloro che hanno fatto ricorso – dice – sono stati riscritti sul portale del movimento.
Va da sè che non possono usare il simbolo del M5S perchè questo spetta soltanto ai portavoce».
Ma il tribunale in realtà si esprime anche sul merito, quando dice: «Nonostante il Movimento 5 stelle nel suo statuto («Non Statuto») non si definisca “partito politico”, e anzi escluda di esserlo, di fatto ogni associazione con articolazioni sul territorio che abbia come fine quello di concorrere alla determinazione della politica nazionale si può definire “partito” ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione». E deve dunque garantire il dissenso interno.
Sono, come si capisce, due passaggi cruciali.
Da oggi qualunque espulso cinque stelle – o sospeso: secondo il regolamento, oggi dichiarato nullo, il procedimento di espulsione prevede due mail, la prima di sospensione, la seconda di espulsione – potrà fare ricorso, allegando l’atto del tribunale di Napoli. Roberto Motta, uno dei reintegrati romani, la settimana prossima chiederà un’assemblea generale costituente di tutti gli iscritti.
Il nome illustre che è in contatto con Motta, Borrè e i napoletani è dirompente: Federico Pizzarotti il leader degli emarginati (anche se per ora è solo sospeso, tecnicamente); è lui che potrebbe far saltare il banco, vicinissimo ormai a un ricorso molto pericoloso, a questo punto, per il direttorio e il tandem Davide Casaleggio-Di Maio.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile
ANCHE LA TAVERNA NON AVREBBE PIU’ INTENZIONE DI FARNE PARTE, VISTO CHE LA SINDACO E’ IMPOSSIBILE DIALOGARE
Libertà . È la nuova parola d’ordine di Virginia Raggi. Chiesta e rivendicata durante l’incontro con Beppe Grillo in Campidoglio.
Nei fatti ciò significa lo scioglimento, da parte del sindaco di Roma, del vincolo di obbedienza-cooperazione con il mini direttorio.
La convivenza era diventata impossibile. Qualcuno, tra i 5Stelle, vuol far credere che si è davanti a una separazione consensuale, ma è difficile da credere.
Le dimissioni irrevocabili di Roberta Lombardi dallo staff capitolino, formato anche dalla senatrice Paola Taverna, dall’europarlamentare Massimo Castaldo e dal consigliere Gianluca Perilli, hanno provocato un terremoto.
L’esito di questo sommovimento tellurico ancora in corso è la separazione dei destini della Raggi da quella rete che doveva aiutarla o imbrigliarla, a seconda dei punti di vista, nella difficile gestione della Capitale.
Le rovine pentastellate a Roma presentano da una parte il sindaco, a cui è sempre andata stretta la presenza del mini-direttorio che dal primo momento ha provato a commissariarla, e dall’altra appunto lo staff che troppe volte in così poco tempo si è scontrato con il primo cittadino.
In particolare tante sono state le occasioni di liti al femminile, con Perilli e Castaldo più defilati
La prima defezione che si è registrata è quella di Roberta Lombardi che ha deciso, senza possibilità di ripensamenti, che su Virginia Raggi non ha più intenzione di metterci la faccia. Anche Paola Taverna, secondo quanto si apprende, non avrebbe più intenzione di proseguire, anche perchè è la stessa Raggi che non ha intenzione di confrontarsi con loro.
Quindi non ci sarebbero più le condizioni per un lavoro comune e sereno.
La senatrice 5Stelle era stata descritta furiosa dopo la nomina dell’ex alemanniano Raffaele Marra, vicecapo di gabinetto. Nomina che il sindaco ha messo nero su bianco senza consultare nessuno.
Per quanto riguarda Lombardi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo anche in questo caso dopo la nomina di Marra, è il comportamento tenuto dal sindaco nei confronti di Daniela Morgante.
L’ex assessore della Giunta Marino, portata da Roberta Lombardi, sarebbe dovuta diventare prima titolare del Bilancio e poi capo di gabinetto.
Viene raccontato che Raggi aveva dato la sua parola a Morgante garantendone la nomina, come chiesto dallo staff.
Poi, da notizie di stampa, è emerso che il magistrato della Corte dei Conti non sarebbe più diventato il capo di gabinetto. È quest’ultimo inciampo che ha fatto saltare gli equilibri generali e ha portato Beppe Grillo a Roma per una full immersion di due giorni.
Due giorni in cui ha incontrato Virginia Raggi in Campidoglio. Da sola, senza mini-direttorio. Segnale che la convivenza è diventata impossibile.
E il giorno seguente ha visto il Direttorio. Ma dello staff romano neanche l’ombra.
Al sindaco il leader 5Stelle ha chiesto di restare uniti e di evitare correnti perchè questo è il momento di lavorare.
La sovrastruttura del mini direttorio, e questo lo ha capito anche Grillo, era diventata più un impedimento che un aiuto per un sindaco che preferisce confrontarsi — viene spiegato — solo con Luigi Di Maio.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL GIOCATTOLO SI E’ GIA’ ROTTO: ALL’ORIGINE LA NOMINA DI FRONGIA A CAPO DI GABINETTO BLOCCATA DALLO STAFF… GRILLO APPOGGIA LA RAGGI E NON APPLICA LE REGOLE PREVISTE, ORA SI TEME UNA REAZIONE A CATENA
Roberta Lombardi lascia lo staff del Movimento 5 Stelle a Roma. 
Si conclude così il braccio di ferro tra la sindaca Virginia Raggi e il mini direttorio capitolino, in teoria chiamato a supportarla.
Così dopo l’impasse sul capo di gabinetto -con Raggi decisa a sostenere la nomina di Daniele Frongia e Raffaele Marra suo vice ma poi costretta a desistere- i rapporti tra il mini direttorio romano e la sindaca sono ormai ridotti al lumicino.
Ieri Raggi ha incontrato Beppe Grillo, che invece non ha visto di persona, al contrario di quanto previsto, Lombardi.
E nel faccia a faccia con la sindaca l’ex comico aveva dato il via libera al siluramento del direttorio.
Così poco dopo Roberta Lombardi – esponente di spicco dello staff romano composto anche da Paola Taverna, Massimo Castaldo e Gianluca Perilli – ha firmato le sue dimissioni irrevocabili.
A scatenare il malcontento proprio la scelta di Raggi, poi naufragata, di nominare Frongia a capo di gabinetto e Marra come suo vice.
Una decisione, la sua, che avrebbe violato il codice etico sottoscritto a Roma e che prevede in un passaggio di concordare con il mini direttorio tutte le nomine del caso.
Ma per Lombardi, che con Perilli avrebbe mosso accuse alla Raggi durante una riunione di fuoco, la sindaca avrebbe commesso anche un errore di coerenza, scegliendo una persona, in questo caso Frongia, che aveva corso alle elezioni per fare il consigliere e non il capo di gabinetto: non si lascia una poltrona per un’altra, questa la stilettata piovuta dallo staff per bocca di Lombardi.
Da quel dì la distanza tra le due esponenti grilline è divenuta incolmabile, ma anche sul mini direttorio romano è calato un cono d’ombra, con rapporti sempre più sporadici e freddi con il Campidoglio.
Grillo, nel suo blitz di ieri, avrebbe tentato di rasserenare gli animi ma la distanza tra i due fronti alla fine è apparsa incolmabile.
Da qui la scelta di appoggiare la sindaca, in questa fase la vera scommessa “di governo” del Movimento.
E a questo punto non è escluso che all’addio di Lombardi possano seguirne altri a stretto giro. Un nuovo terremoto interno per i Cinquestelle.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile
VIRGINIA UN MESE FA: “SE UN SINDACO RICEVE UN AVVISO DI GARANZIA DEVE SENTIRE I CITTADINI CHE SI POTRANNO ESPRIMERE SUL BLOG”…ORA INVECE SULLE CONSULENZE ASL IL M5S FA MURO
Il Movimento 5 Stelle si prepara a fare scudo attorno a Virginia Raggi.
Se il neo sindaco di Roma dovesse essere iscritto nel registro degli indagati a causa delle consulenze alla Asl di Civitavecchia non dichiarate, i grillini sono pronti ad alzare le barricate in difesa del primo cittadino.
È una questione non degna di molta attenzione, spiegano dallo staff del sindaco. La difesa quindi è totale. Lo stesso Beppe Grillo è arrivato a Roma e per due ore si è intrattenuto in Campidoglio per far vedere che da parte sua c’è il “massimo sostegno” senza se e senza ma. “Virginia adesso deve solo pensare a lavorare”, dicono le persone a lei più vicine.
Quindi per il sindaco di Roma, da cui passa il futuro del Movimento sul piano nazionale in vista delle elezioni politiche, si farebbe un’eccezione anche alla regola del sondaggio online.
Un mese fa, in piena campagna elettorale, era stata la stessa Raggi a dire che “se un sindaco riceve un avviso di garanzia deve sentire i cittadini che si potranno esprimere creando un accesso al sito del Comune o sul blog di Grillo”.
In realtà nulla di tutto questo è in programma.
In caso di iscrizione nel registro degli indagati, che la Procura di Roma secondo il quotidiano La Stampa sarebbe a un passo dal mettere nero su bianco, alcun sondaggio verrà fatto. Neanche in caso di avviso di garanzia.
Ciò dimostra come la figura della Raggi, al momento, non deve essere scalfita in alcun modo: uno stop a Roma sarebbe un pessimo biglietto da visita per le prossime elezione in cui Luigi Di Maio si gioca la premiership contro Matteo Renzi.
I vertici del Movimento 5 Stelle considerano quella della Raggi una semplice “dimenticanza”.
Alcuni nel mondo pentastellato romano avevano storto il naso poichè per legge chi riveste incarichi politici e amministrativi, come la Raggi che nel 2013 era consigliere comunale, ha l’obbligo di dichiarare tutti i dati relativi all’assunzione di altre cariche presso enti pubblici e privati, e relativi compensi.
Se sia o meno tutto regolare saranno, a questo punto, i magistrati a deciderlo.
I 5Stelle però hanno già emesso sentenza. E la sentenza è che non sarà ascoltata la Rete e che la Raggi andrà avanti.
(da “La Stampa”)
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Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile
INCARICHI DI SOTTOGOVERNO DISTRIBUITI “IN FAMIGLIA” E TRUCCHI PER AGGIRARE IL VINCOLO DEI DUE MANDATI
Il Movimento di lotta si fa di governo e i vizi della vecchia politica, che a parole si dice di voler combattere, tornano puntuali come un orologio svizzero.
Basta guardare cosa sta accadendo a Roma: non solo la rissa fra correnti, ma pure incarichi di sottogoverno distribuiti a go-go a mogli, fidanzate, portaborse.
Il peggio del familismo amorale sempre denunciato dai grillini, ora applicato in Campidoglio con metodo scientifico.
Antipasto del banchetto che verrà , visto che le nomine più pesanti, circa 300, a cominciare dallo staff della neosindaca, devono ancora venire.
L’inizio non fa ben sperare.
I primi passi dei pentastellati seguono liturgie da prima Repubblica: legami di sangue, d’amore o d’amicizia trasformati in poltrone, dunque in stipendi.
Specie alla periferia dell’impero, dove è più facile sfuggire ai controlli.
Accade allora nel popoloso III municipio che Giovanna Teodonio, moglie di Marcello De Vito, protegè della deputata Roberta Lombardi, il più votato in assemblea capitolina di cui è diventato presidente, venga reclutata come assessore alla Sicurezza del personale e Polizia locale.
Una parentela da lei stessa rivendicata su Fb.
Mentre per favorire la fidanzata del bis-consigliere comunale Enrico Stefà no si è dovuto ricorrere a un escamotage: la 27enne Veronica Mammì, uscente in VI municipio, è stata traslocata in VII, dove ha ricevuto la delega al Sociale.
Uno spostamento tattico, raccontano fonti interne al Movimento, necessario per aggirare il tetto dei due mandati consecutivi.
Così si salta un giro, ma si riscuote comunque un incarico, in attesa delle prossime consultazioni. Che, per la Mammì, già portaborse della deputata Daga, potrebbero essere le Politiche o le Regionali, fra un anno o due.
Una strategia molto in voga fra i grillini. Alla faccia della sbandierata diversità a 5 stelle. I quali, per selezionare la classe dirigente, usano ormai lo stesso criterio degli altri partiti: la fedeltà .
Alle persone che contano, prima che ai principi.
Capita perciò che l’assistente alla comunicazione del deputato Enrico Baroni, Mario Podeschi, venga nominato assessore al Sociale in V municipio.
Mentre l’architetto Giacomo Giujusa – consulente per le tematiche ambientali dell’onorevole Vignaroli, compagno della senatrice Taverna – conquisti la delega all’Ambiente e Lavori pubblici in XI.
Con il dipendente Atac Alfredo Compagna, appena eletto presidente in XIV, a suo tempo candidato per aver condiviso i banchi di scuola con Andrea Severini, marito separato di Virginia Raggi, che proprio in quel territorio risiede.
Dove è risultato eletto pure il suo avvocato, che però poi ha rinunciato.
È infatti la famiglia il canale privilegiato dei 5 stelle per entrare nelle istituzioni.
La prova è l’VIII municipio: in consiglio siedono Teresa Leonardi (40 preferenze) ed Eleonora Chisena (91), madre e figlia; Giuseppe Morazzano (41 voti) e Luca Morazzano (34), padre e figlio.
Basta una vasta parentela, un po’ di organizzazione e il seggio è assicurato.
Da declinare nella “variante Mastella”, ovvero le coppie che fanno carriera insieme. Daniele Diaco e Silvia Crescimanno erano fidanzati quando, nel 2013, approfittando della doppia preferenza di genere, divennero entrambi consiglieri in XII.
Nel frattempo si sono sposati: oggi lei è presidente del municipio, lui ha preso uno scranno in Campidoglio.
Dove, nello staff della neosindaca, sta per entrare Francesco Silvestri, ex collaboratore del senatore Endrizzi, già fidanzato di Ilaria Loquenzi, capo comunicazione alla Camera.
In ossequi alla teoria Nugnes, verace senatrice partenopea: “Quando scegliamo il nostro esercito, i soldati devono essere fedeli”.
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
DA DI STEFANO A SIBILIA, DA BERNINI A VIGNAROLI, PARTENDO DAL DIBBA
Nel luglio del 2013, all’epoca della prima visita in Israele di una delegazione M5S, il neoeletto
deputato del Movimento Manlio Di Stefano postò su facebook una suggestiva foto e, sotto, il commento: «Buongiorno Palestina». La foto però era Gerusalemme, non Ramallah.
Naturalmente quella missione fu assai diversa da quella di oggi; era una delegazione di neodeputati senza pressioni, quasi increduli di esser lì, anche allora c’era Manlio Di Stefano, e poi Stefano Vignaroli, Paola Carinelli e Maria Edera Spadoni.
Quel viaggio segna un punto di partenza di una storia che in questi tre anni ha avuto diversi apici, la storia dei terzomondismi e della geopolitica mediorientale più spensierata che l’Italia recente ricordi.
Nel Movimento cinque stelle, da molto prima dell’ascesa di Luigi Di Maio a candidato premier in pectore – con le conseguenti svolte sull’euro, sull’uso dei soldi, sulla tv, forse sul doppio mandato -, la politica estera è stata da sempre appaltata al gemello-rivale di Di Maio, Alessandro Di Battista, insediato nella commissione esteri, e a una cordata di parlamentari che non si sono fatti mancare ogni genere di spericolatezza verbale delle posizioni. Israele è spesso stato un loro bersaglio, ma si sono udite uscite scivolosissime sull’Isis, virtuosismi linguistici sull’Iraq, frasi non adeguatamente pesate su Hamas.
Ogni viaggio è stato sempre al limite dell’incidente diplomatico, o ha tessuto relazioni che andranno indagate meglio (come la partecipazione recentissima, sempre di Di Stefano, al congresso di Putin a Mosca).
Occasioni esterne, come una visita del Dalai Lama alla Camera, si sono tramutate in spunti teatrali per mostrarsi rivoluzionari: come quando, intrufolatosi con Alessio Villarosa al cospetto del leader tibetano, che smozzicò una frase sulla corruzione in Cina, Di Battista gli fece: «È lo stesso in Italia. Stiamo combattendo la stessa battaglia che fate voi». In favor di telecamera.
Di Battista, che in un ipotetico governo cinque stelle sarà il candidato alla Farnesina, conquistò i riflettori per un ragionamento di questo tenore sull’Isis: «Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana».
Il terrorismo, scrisse sul blog di Grillo, resta «la sola arma violenta rimasta a chi si ribella».
Paolo Bernini, deputato noto per le prese di posizione contro le scie chimiche, disse al Corriere: «Io sono antisionista. Per me il sionismo è una piaga».
Vignaroli comunicò: «Eccomi a Gerusalemme, città della pace dove l’uomo occupa, separa, violenta».
La critica ai governi israeliani è scivolata, insomma, molto spesso in zone sdrucciolevoli.
Nel luglio 2014 sempre Di Stefano e Sibilia presentarono un’interrogazione per chiedere l’interruzione delle commesse militari con Israele.
Il primo dei due scrisse, sul blog di Grillo, un passaparola che spiega il conflitto israelo-palestinese attribuendolo tout court al sionismo: «Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo».
E sul sionismo Bernini assurse a vette complottiste: «L’11 settembre? Pianificato dalla Cia americana e dal Mossad aiutati dal mondo sionista», disse alla Camera.
A chi di recente gli chiedeva se Hamas per lui è terrorista o no, Di Stefano ha risposto: «È una questione secondaria, in questo contesto. I militanti di Hamas dicono: preferiamo morire lottando che continuare a vivere in una gabbia. Per definirli come terroristi o meno dovremmo vederli in una situazione di libertà . Cosa che in questo momento non hanno».
Già nel 2014 i cinque stelle formularono varie proposte di interruzione dei rapporti commerciali fra Italia e Israele. Ieri si sono limitati a dire che «non facciamo accordi sui prodotti che vengono dalle colonie israeliane dei Territori».
Luigi Di Maio pare assai distante da tutto questo, ma allora la visita è stata organizzata un po’ alla svelta, e qualcuno nel Movimento, con quei compagni di viaggio, gli ha teso uno sgambetto, lungo la via dell’accreditamento in Israele.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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Luglio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“CATTIVO SEGNALE PER LA PACE”… REPLICA L’AMBASCIATORE ISRAELIANO: “L’INGRESSO DA ISRAELE RICHIEDE PERMESSI SPECIALI”
“Abbiamo appreso dalla nostra ambasciata che il governo israeliano impedisce alla nostra delegazione di andare nella Striscia di Gaza. Questo è un cattivo segnale per la pace”. Lo sostengono Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta del M5S, che si trovano in visita nella Regione.
Secondo loro il segnale è cattivo “non tanto” per loro, ma “soprattutto per quello che è l’approccio dell’esecutivo israeliano rispetto alla situazione nella Striscia di Gaza e della pace nella Regione”.
“La Striscia di Gaza è controllata dall’organizzazione terroristica di Hamas che è un’entità ostile ad Israele”. Lo ha detto il portavoce dell’ambasciata israeliana a Roma, Amit Zarouk, a commento delle affermazioni fatte oggi dal Movimento 5 stelle. “L’ingresso da Israele a Gaza e viceversa deve coinvolgere permessi specifici e speciali che sono – ha aggiunto – soggetti a considerazioni di sicurezza”.
Evidentemente Di Maio pensava di dare un colpo al cerchio e una botta, al fine di accreditarsi sia con Israele che con l’autorità palestinese, in modo da non scontentaare nessuno.
Forse questo gli è consentito in Italia, ma all’estero sarebbe meglio si informasse meglio sui rapporti tra Paesi non propriamente “amici”.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
NON SI PUO’ SOSTITUIRE UNA CLASSE DIRIGENTE CORROTTA CON FIDANZATE, FIGLI E CONGIUNTI, OCCORRE COMPETENZA E QUALITA’
Nelle ricostruzioni delle mappe del potere grillino successive alle amministrative prevale l’elemento familiare.
Lunghissimo e sorprendente risulta l’elenco di consiglieri, assessori, presidenti di circoscrizione e presunti loro collaboratori che hanno fra di loro vincoli di parentela, senza dire dei rapporti coniugali o equipollenti.
Succede nelle migliori famiglie politiche, si sa.
E spesso sono gli stessi esponenti del Movimento 5 Stelle a stigmatizzare (giustamente, aggiungiamo) la commistione fra relazioni parentali e amministrative, come nel recente caso del figlio del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, quando si è profilato il suo approdo alla giunta comunale salernitana con un importante incarico.
A maggior ragione, quindi, la straordinaria rete di relazioni familiari in quella che ormai è una vera e propria nomenclatura grillina non può non suscitare qualche riflessione.
La prima è la già mancanza di una classe dirigente, conseguenza in parte della rapidità con cui il Movimento si è affermato, ma anche della inesistenza di palestre dove formarla (la rete a questo serve a poco).
Carenza che costringe a curiosi ripescaggi di figure anche piuttosto usurate nei ruoli tecnici, e in mancanza di alternative può innescare la suggestione di ricorrere alle uniche persone di cui ci si può fidare, in un clima di generale diffidenza verso tutto ciò che non è il Movimento.
E chi se non i familiari, che magari condividono pure la medesima fede politica.
Ma indipendentemente, temiamo, da capacità e competenze.
Chi fa l’esame al marito per stabilire se è adatto a fare il capo di gabinetto della moglie? Eliminare una classe dirigente considerata in larga misura corrotta, collusa e inadeguata è il primo passo se davvero si vogliono cambiare le cose.
Ma sostituirla con le fidanzate, i figli o i congiunti dei colleghi di partito non ci sembra il modo migliore.
Anche con le migliori intenzioni si chiama sempre allo stesso modo: nepotismo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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