Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL PM: CALUNNIATO DE VITO… FU ACCUSATO DAI SUOI COLLEGHI RAGGI, FRONGIA E STEFANO
Ha ora un’ipotesi di reato – la calunnia – e almeno due indagati, il fascicolo aperto a fine gennaio dalla Procura di Roma per il presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito. All’inizio del 2016 “fatto fuori” dalla corsa per le Comunarie indette dal M5S per individuare il candidato sindaco della capitale, sulla base di un’accusa – aver trafficato su una licenza edilizia – poi rivelatisi del tutto falsa.
Accelera dunque l’inchiesta sul “processo” interno, ordito con prove fasulle dagli ex colleghi di De Vito in consiglio comunale, avviato dopo l’esposto presentato l’estate scorsa dal senatore di centrodestra Andrea Augello. Furono infatti Virginia Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefà no – i primi due all’epoca in gara contro il candidato cinquestelle che, più di un anno fa, partiva favorito nella consultazione fra gli iscritti – a sollevare il sospetto che lo sfidante sostenuto dalla deputata Roberta Lombardi avesse commesso un abuso d’ufficio nel corso del suo mandato in Campidoglio.
A provarlo non solo la ricostruzione dei fatti dipanatisi tra fine 2015 e gennaio 2016, ma pure le chat dei consiglieri comunali e municipali in cui, alla vigilia del voto online, De Vito venne definito “inaffidabile come candidato sindaco”. La colpa? Essersi avvalso qualche mese prima, il 19 marzo, del potere concesso a tutti i consiglieri comunali (lo stesso esercitato per ottenere i famosi scontrini di Ignazio Marino) per avere dagli uffici capitolini “tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato”.
Nel caso di specie, aveva compiuto un accesso agli atti – su richiesta, si chiarirà in seguito, di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione – per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta. “Ragazzi scusate, ma per verificare il pagamento di una mazzetta fai un accesso agli atti? E perchè non vai dalla polizia?”, commentò sarcastica Raggi in chat. Un’accusa peraltro già sostenuta il 28 dicembre 2015 durante la riunione organizzata dai soliti tre con gli eletti municipali, all’insaputa di De Vito medesimo.
A suffragare l’ipotesi della Procura, tuttavia, c’è un elemento considerato decisivo. Il 7 gennaio 2016 l’ancora ignaro “imputato” viene convocato – insieme a Raggi, Frongia e Stefà no – alla Camera.
Alla presenza dei deputati Alessandro Di Battista e Carla Ruocco (allora membri del direttorio, poi sciolto), di Roberta Lombardi, Paola Taverna ed Enrico Baroni, con i capi della Comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi a far da supervisori, i tre colleghi accusano “Marcello” di abuso d’ufficio, esibendo il parere di un autorevole legale. Daniele Frongia, che però successivamente negherà questa circostanza, addirittura lo sventolerà , senza però dire – di fronte alle insistenze di un De Vito visibilmente scosso e incredulo – quale avvocato lo aveva redatto. Uscito da Montecitorio, lui torna a casa per cercare tutti i documenti che provino la sua estraneità .
Li trova e, quella stessa sera, scrive una mail in cui non solo spiega che “l’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale, che riporto di seguito (e che allego)”, ma chiede, visto che “la vicenda è molto grave”, di “valutare ciò che si è verificato oggi nei miei confronti, alla luce delle accuse che mi sono state mosse”. Ma ormai il danno è fatto.
Grazie all’operazione di discredito e, pure, alle defezioni strategiche (Frongia si ritirerà dalla corsa per far confluire i suoi voti su Raggi), l’avvocata grillina vincerà le Comunarie e diventerà poi il primo sindaco donna di Roma.
Nonostante le proteste di Lombardi e Taverna, la quale addirittura in una mail partita per sbaglio definirà quella riunione come “uno squallido tribunale speciale”.
“Tribunale speciale” che, però, proprio perchè allestito alla Camera e non in una sede di partito, con i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni e dunque in qualità di pubblici ufficiali (come più volte stabilito dalla Cassazione penale), invera l’ipotesi di calunnia ai danni di De Vito. Calunnia che ricorre quando viene incolpato di un reato una persona di cui si conosce l’innocenza, o quando si simuli a carico di quest’ultima le tracce di un reato. Esattamente ciò che è accaduto all’attuale presidente dell’Aula Giulio Cesare in quei torbidi mesi di veleni e guerre interne al M5S.
“Non ci sono indagati per calunnia nell’inchiesta sul presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito, fatto fuori sulla base di false accuse all’inizio del 2016 dalla corsa per le Comunarie indette dal Movimento Cinque Stelle per la scelta del candidato sindaco”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile
E CASSIMATIS PENSA A UNA LISTA AUTONOMA COME ESTREMA RATIO
Due udienze cruciali nello spazio di pochi giorni; il candidato fedelissimo di Beppe Grillo, Luca Pirondini, che presenta il programma e rivendica la titolarità esclusiva sul simbolo; la prof ribelle Marika Cassimatis, al momento riabilitata dai giudici, che pensa a una lista autonoma e valuta la possibilità d’una diffida per bloccare l’avversario.
La nebbia che da settimane avvolge il percorso del Movimento cinque stelle verso le elezioni comunali di Genova, si diraderà nello spazio di due settimane massimo, registrando un paio di passaggi clou a palazzo di giustizia fra domani e mercoledì.
Ma intanto Pirondini lancia il sito della sua campagna e il simbolo pentastellato è in bella vista: «Gli altri candidati nascondono i segni dei partiti, noi lo mettiamo in primo piano».
L’orchestrale sa quanto il suo percorso sia stato accidentato finora; ma dopo il silenzio gioca allo scoperto: «I magistrati non si sono espressi su chi debba essere il candidato sindaco. Siccome Cassimatis e due esponenti della sua lista sono stati sospesi (da Grillo, ndr) solo io ho i requisiti».
Poi giustifica l’ingerenza del capo sul voto locale: «Il M5S si è preso la responsabilità di dire che l’11 giugno, a Genova, ci saranno soltanto persone che condividono pienamente il suo progetto». E annuncia d’essere pronto a firmare un contratto (stile Virginia Raggi a Roma) con tanto di penale se dovesse “tradire” la linea.
Cassimatis, al momento rimessa in sella dalle toghe ma non da Beppe, non ci sta e annuncia una reazione che svelerà oggi. Gli attivisti a lei più vicini parlano della possibilità d’una candidatura con una lista indipendente.
Lo sviluppo degli scenari politici è tuttavia vincolato ai passaggi giudiziari.
Fra ventiquattr’ore sarà discusso un ricorso urgente presentato da cinque potenziali consiglieri della lista Pirondini, che chiedono alla magistratura civile di annullare tout-court le “comunarie” del 14 marzo scorso: quelle, per intenderci, vinte dalla movimentista Cassimatis, stoppate unilateralmente da Grillo insieme alla candidatura dell’insegnante, e seguite dalla ratifica della corsa di Pirondini in precedenza secondo classificato.
Le consultazioni, dicono adesso gli ultrà dello stesso Pirondini, vanno cestinate a prescindere da vincitori e i vinti, poichè convocate con insufficiente preavviso.
La rivendicazione giudiziaria ha un fine (molto) politico.
Perchè nel momento in cui il giudice l’accogliesse, imploderebbe di riflesso la prima vittoria in tribunale di Cassimatis e il candidato non risulterebbe più individuato con le primarie, ma semplicemente “nominato” da Grillo.
Pirondini, in pubblico, dice di non essere coinvolto in quest’iniziativa, sorta di opzione zero per radere al suolo le chance della professoressa.
«È un’idea di cinque candidati della mia lista, ma io ho già i requisiti».
Non mancano i paradossi: per rappresentare il Movimento, i cinque hanno dovuto preparare formalmente un ricorso «contro» il Movimento stesso, avendo questo convocato le tribolate comunarie.
Non solo: Cassimatis ha comunque titolo a partecipare e domani potrebbe a sua volta comparire in aula.
A distanza di pochi giorni (mercoledì 3 maggio), nuovo round. Stavolta si discute il «reclamo» di Beppe Grillo contro la precedente riabilitazione della prof, la cui vittoria alle primarie online – senza che il magistrato si fosse pronunciato sulla validità “generale” della consultazione – era stata ritenuta regolare con un verdetto del 10 aprile.
Dopo le due udienze, nello spazio di pochi giorni arriveranno le sentenze. Se le comunarie sono irregolari in toto, Cassimatis è fuori dal Movimento, può creare una sua lista ma non ha carte da giocare sul simbolo.
Se le comunarie sono valide, allora diventa cruciale il secondo troncone, in cui viene stabilito chi ne è il legittimo vincitore. Fino ad allora, sul campo politico, si può solo giocare a rimpiattino fra accelerazioni e frenate.
(da “il Secolo XIX”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO ESSERSI BASATO SU QUELLA CLASSIFICA PER ATTACCARE GLI ALTRI, ORA CHE TOCCA A LUI FA LA VITTIMA
Beppe Grillo oggi ha scoperto di essere la causa del problema di libertà di stampa in Italia. Per la
verità non è vero che è “il problema” ma uno dei problemi.
E ad essere precisi non è da quest’anno che Reporter sans frontieres ha attribuito al partito di Beppe Grillo la corresponsabilità dello stato della libertà di stampa nel nostro Paese.
Ma dopo aver passato anni ad accusare i giornalisti di essere servi del regime e aver creato liste di proscrizione Grillo ha deciso che è più conveniente fare la parte della vittima.
Beppe Grillo ovviamente non ha capito — o finge di non capire — perchè Reporter sans frontieres parla di lui.
Il motivo è semplice: “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
Questo però Grillo stranamente non lo scrive nel suo post. In fondo è molto meglio recriminare la “lunga” lista di torti subiti che raccontare del modo con cui il MoVimento 5 Stelle gestisce i rapporti con la stampa e i media che sono il vero problema. Non è quello che scrive grillo sul Blog (a proposito, ci scrive?) ma le modalità con cui il M5S si rapporta ai media a creare difficoltà .
Ma c’è dell’altro: Grillo crede che la classifica sia stata cambiata dopo pressioni di “direttori dei giornali italiani”:
Grillo dimostra di non capire come funziona il meccanismo d’indagine di Reporter sans frontieres che prevede che la classifica venga stilata in base al punteggio conseguito dal singolo paese.
Il punteggio viene calcolato sulle risposte fornite ad un questionario che Rfs fornisce ad alcuni giornalisti locali di cui — per ovvie ragioni — non è nota l’identità .
Ma per Grillo la classifica “è stata cambiata” perchè Rfs ha ceduto alle pressione di fantomatici direttori di giornale.
È il metodo a 5 Stelle: se qualcosa non ti piace gettaci del fango sopra. Lo si è visto con le ONG che aiutano i migranti e lo si vede ora con Reporter sans frontieres.
Ma Grillo non l’ha sempre pensata così, ad esempio l’anno scorso in occasione del rapporto che ci ha messi al 77° posto della libertà di stampa il Capo Politico del MoVimento ne dava l’annuncio con preoccupazione.
In un post sul blog Grillo spiegava che «in Italia c’è una delle informazioni peggiori del mondo occidentale e non solo.
Quest’anno per Reporter senza frontiere la stampa italiana è scesa al 77esimo posto, 4 posizioni in meno rispetto all’anno scorso, superata dal Burkina Faso».
Grillo accusava la “propaganda del regime renzinverdiniano” di nascondere le notizie ed invitava i suoi ad informarsi in Rete dove non ci sono censure.
Il problema è che anche lo scorso anno Rfs non si riferiva alla qualità dell’informazione ma alla possibilità dei giornalisti di fare liberamente il proprio lavoro.
Inoltre va fatto notare che a contribuire a farci ottenere un piazzamento così poco onorevole lo scorso anno c’è stato il fatto che per Reporter sans frontieres il caso Vatileaks e il processo in Vaticano a due giornalisti italiani è stato visto come una faccenda italiana.
In realtà quel processo riguardava le istituzioni dello Stato Vaticano (e quest’anno il processo si è concluso con l’assoluzione di Nuzzi e Fittipaldi).
È anche per quel motivo che nel 2016 l’Italia ha “scalato la classifica”. Per Grillo però è più importante sventolare l’attestato rilasciato da Julian Assange che ha detto che i 5 Stelle hanno squarciato il velo “della vecchia stampa mainstream corrotta“.
Assange però non ha detto in che modo i 5 Stelle, che sono sempre in televisione, lo avrebbero fatto.
Ad aumentare il livello di confusione c’è un tweet della deputata Carla Ruocco che nell’ansia di fare bella figura ha scoperto chi si cela dietro Rsf in italia: Eugenio Scalfari e Roberto Saviano che sono due membri italiani del consiglio emerito (e non i giornalisti che compilano i questionari).
La situazione per la Ruocco è chiara perchè i due non sono certo amici del 5 Stelle e quindi faceva tutto parte di un piano per affossare il M5S.
La cosa però rende ancora più evidente la confusione mentale dei 5 Stelle e il loro problema con il giornalismo: per un anno sono andati avanti a spiegarci che aveva ragione Rfs a dire che in Italia non c’era libertà di stampa e ora scoprono che a dircelo erano quei due “amici” del MoVimento.
Ma questa è la fine che fanno (e faranno) tutti quelli che il 5 Stelle usa per fare propaganda: non appena dicono qualcosa non va allora devono essere distrutti.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
MA QUANDO REPORT SANS FRONTIERES AVEVA CRITICATO IL PD, GRILLO CI FECE UN POST PER SFRUTTARE LA NOTIZIA… ORA CHE TOCCA A LUI SONO OVVIAMENTE DEI VENDUTI
Se speravate che dopo aver appreso che l’Italia non è più al 77° posto della libertà di stampa finalmente ci saremmo liberati del ritornello di chi critica articoli di giornale citando la nota classifica vi siete sbagliati.
Perchè l’elettore pentastellato è come un bambino a cui è appena stato rotto il giocattolo preferito e non accetta che ora il nostro Paese sia ora al 52° posto.
Per un anno infatti sotto quasi ogni articolo di giornale abbiamo letto critiche alla qualità dell’informazione italiana che utilizzavano come argomento la posizione di una classifica che non valuta la qualità .
Per molti elettori a 5 Stelle che nel corso del 2016 hanno ricordato lo stato pietoso del giornalismo italiano facendo ricorso alla classifica di Reporter sans frontieres il fatto che nell’analisi sullo stato della libertà di stampa in Italia sia stato fatto un esplicito riferimento al contribuito delle minacce e di alcune dichiarazioni di Grillo nei confronti dei giornalisti è il chiaro segnale che anche Rfs è ormai parte del sistema dei media.
Quello stesso sistema corrotto che Grillo cerca da anni di scardinare.
Ecco quindi che c’è l’attento commentatore di articoli di giornale che coglie il “retroscena”: dietro l’attacco a Grillo c’è la vendetta delle lobbies ONG. Se qualche giorno fa Di Maio ha detto che le ONG che oprano nel Mediterrano sono conniventi con gli scafisti ecco che altre ONG accorrono in difesa dei “colleghi”.
Certo, l’anno scorso nessuno si era preoccupato del fatto che Reporter sans frontieres facesse parte di qualche lobby. In effetti a quanto pare nessuno aveva capito cosa misurasse la classifica di Rfs.
C’è però da dire che non è la prima volta che Rfs si occupa del “problema” rappresentato da Grillo. Nel 2015 Reporter sans frontieres citava la “pressione populista” sui media e parlava apertamente del ruolo del Capo Politico del M5S.
Ecco cosa scriveva:
In Italia il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo non ha eguali quando si tratta di controllo dell’informazione. Il partito esercita un ferreo controllo sulla possibilità dei parlamentari di dare interviste e sembra voler controllare anche i giornalisti, denigrandoli quando cercano di mantenere la loro indipendenza. Grillo ha accusato i giornalisti di prostituirsi e impedito ai nazionali di partecipare ai suoi meeting.
Il metodo è chiaro: se Reporter sans frontieres dice una cosa che “piace” agli elettori grillini e che può essere usata come arma contro i media allora nessuno va a criticarne l’operato.
Appena però accade che Rfs smentisca certe teorie allora ecco che entrano in gioco le lobby di potere.
Per un anno i simpatizzanti del 5 Stelle hanno fatto finta di non capire cosa misurasse quella classifica sulla libertà di stampa. Una classifica che non misura la qualità dell’informazione ma la possibilità per i giornalisti di fare il proprio mestiere senza rischi.
Come abbiamo spiegato si tratta di una classifica che ha anche delle criticità , come tutte le classifiche che vengono compilate sulla base della percezione individuale di alcuni professionisti del settore.
Ma la lettura che ne danno alcuni utenti è curiosa: se l’Italia è risalita nella classifica è merito di Grillo che denuncia i giornalisti. E i giornalisti non fanno bene il loro lavoro non perchè sono minacciati ma perchè sono venduti al potere.
C’è addirittura chi, con evidenti difficoltà di comprensione del testo, dà a Repubblica che ha dato la notizia la colpa di aver occultato la verità definendoli: luridi lecchini e servi del potere.
Come sempre accade in questi casi il benaltrismo la fa da padrone. Sarebbe bastato leggere le domande del questionario di Reporter sans frontieres per capire che a concorrere al punteggio finale c’è una molteplicità di fattori e che la “colpa” non è solo di Grillo.
I continui attacchi di Grillo alla stampa però costituiscono un problema, è inutile negarlo.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
NELLA MEMORIA IL ROGO DI PRIMAVALLE, IL BARBARO OMICIDIO DEI SUOI DUE FRATELLI… E UN ASSASSINO PROTETTO DALLA POLITICA
“Sono deluso e arrabbiato. A 44 anni dalla strage che ha provocato la morte dei miei fratelli (nel rogo di Primavalle morirono i fratelli Stefano e Virgilio Mattei, figli dell’allora segretario della locale sezione dell’ Msi, ndr), ci sono ancora procedimenti aperti. Non c’è una sentenza definitiva che individui i mandanti. Non c’è mai stata la giusta condanna degli assassini di Virgilio e Stefano. E sono offeso dalla politica che ha assunto e pagato Achille Lollo”.
Lo dice Giampaolo Mattei al settimanale OGGI dopo la scoperta che Lollo (“Fu lui a versare benzina sotto la nostra porta”) firma articoli per un sito registrato a nome di Alessandro Bianchi, stretto collaboratore di Alessandro Di Battista.
“Alessandro Di Battista mi ha telefonato — sostiene -, scusandosi. Mi ha detto che Bianchi ‘è un ragazzo’. Che non sapeva del passato di Achille Lollo. Che lui non sapeva del sito di Bianchi”.
Conclude Mattei: “Le telefonate di scuse non mi servono… Achille Lollo è un uomo libero, può fare il giornalista, l’opinionista… D’altronde tutti gli assassini degli Anni di Piombo oggi sono professori e intellettuali. Sono stati accolti da varie associazioni e lavorano e vivono bene nonostante gli ergastoli mai scontati. Non sono loro a infastidirmi ma i politici che hanno permesso questo, che hanno dimenticato le vittime premiando i carnefici. Oggi — conclude — c’è il ‘non so’ del Movimento 5 stelle, ieri c’era l’associazione Soccorso Militante Rosso di Dario Fo e Franca Rame”.
Ma chi è Achille Lollo? La sua storia si intreccia con il rogo di Primavalle, che si consumò il 16 aprile 1973. Quel giorno in via Bernardo da Bibbiena andò a fuoco l’appartamento di Mario Mattei, spazzino e segretario della sezione MSI di zona.
Due dei figli, Virgilio di 22 anni, militante missino, e il fratellino Stefano di 10 anni morirono carbonizzati, non riuscendo a gettarsi dalla finestra.
Il dramma avvenne davanti ad una folla che si era accumulata nei pressi dell’abitazione, e assistette alla progressiva morte di Virgilio, rimasto appoggiato al davanzale, e di Stefano, scivolato all’indietro dopo che il fratello maggiore che lo teneva con sè perse le forze.
Gli attentatori lasciarono sul selciato una rivendicazione della loro azione: “Brigata Tanas — guerra di classe — Morte ai fascisti — la sede del MSI — Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”.
PotOp depistò le indagini per salvare i suoi tre militanti Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo dopo averne ottenuto la confessione.
Molti intellettuali si schierarono a favore dei tre e di una teoria del complotto approntata ad arte per accusare altri e favorire gli indagati. Franca Rame inserì il nominativo di Lollo in Soccorso Rosso Militante, assicurandogli denaro e amici a cui scrivere.
Il primo processo si concluse con un’assoluzione per insufficienza di prove. Il secondo con la condanna per incendio doloso ed omicidio colposo, essendo maturata nella corte la convinzione che i tre non volessero uccidere i Mattei ma che la situazione gli era sfuggita di mano quella notte.
In Cassazione le accuse vennero confermate. La pena si estinse per prescrizione, trattandosi di delitti colposi.
E a quel punto Lollo ammise in un’intervista al Corriere della Sera nel febbraio 2005 che le cose erano andate come la giustizia aveva già appurato.
Lollo aggiunse che a partecipare all’attentato furono in sei, i tre condannati più altri tre di cui fece i nomi.
Inoltre ammise di aver ricevuto aiuti dall’organizzazione per fuggire. Ma le successive inchieste nei confronti dei presunti mandanti con l’accusa di strage furono chiusi.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI REPORTER SANS FRONTIERES NEL RAPPORTO ANNUALE: “CON I SUOI ATTACCHI CONTINUI AI GIORNALISTI HA AVUTO UN RUOLO IMPORTANTE NEL LIMITARE LA LIBERTA’ DI STAMPA”… ITALIA RECUPERA 25 POSIZIONI E SALE AL 52° POSTO
Reporter sans frontieres ha pubblicato la classifica 2017 sulla libertà di stampa nel mondo per l’anno 2016.
La prima sorpresa è che il nostro Paese ha guadagnato venticinque posizioni: dal 77° posto dello scorso anno siamo risaliti fino alla cinquantaduesima posizione.
Quindi tutti i geni che nel corso del 2016 hanno rinfacciato a giornali e giornalisti di essere al servizio del regime spiegando (e sbagliando) che è per colpa degli articoli contro una certa parte politica che siamo “al 77° posto della libertà di stampa” ora si trovano in una posizione complicata.
Vale la pena di ricordare ai lettori che il rapporto annuale di Rsf non misura la qualità dell’informazione ma fotografa invece il livello di libertà dei giornalisti di poter fare il proprio lavoro in maniera indipendente senza subire intimidazioni e minacce e la qualità delle leggi a tutela della libertà di stampa.
Inoltre bisogna considerare anche la modalità con cui con cui vengono assegnati i punteggi: i criteri di valutazione sono squisitamente soggettivi perchè RSF si affida al giudizio di alcuni selezionati contatti locali che hanno il compito di giudicare il grado di libertà nei seguenti ambiti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi.
Questo significa che a parità di punteggio su un dato argomento lo stesso voto non abbia lo stesso valore in Argentina e in Romania.
Dal punto di vista assoluto un 3 dato in Argentina equivale ad un 3 dato in Italia, ma al punto di vista oggettivo dal momento che chi giudica potrebbe non usare lo stesso metro di giudizio ed essere influenzato da fattori locali differenti i due voti non hanno lo stesso valore.
C’è inoltre da considerare che a giudicare il livello della libertà sono i giornalisti stessi (non è noto quali siano), quindi quando ci si lamenta della poca libertà di stampa o del fatto che siamo “in fondo alla classifica” bisognerebbe chiedere conto a chi collabora con RFS di rendere noti i suoi ragionamenti.
Oltre ai fattori qualitativi ci sono anche quelli quantitativi, che sono decisamente più interessanti, si tratta dei casi di omicidio, arresto e intimidazioni ai danni dei giornalisti, ivi comprese le aggressioni e le querele per diffamazione.
Quest’anno il nostro Paese ha totalizzato 26,26 punti (una differenza 2,67 punti rispetto allo scorso anno quando l’Italia aveva totalizzato uno score pari a 28,93) che ci posizionano nei primi posti della “fascia arancione” ovvero in quella che Reporter sans frontieres definisce “problematica”.
Per chi ama le classifiche siamo sotto Argentina e Papua Nuova Guinea e sopra Haiti e Polonia, ma come abbiamo detto poco sopra questi confronti non hanno valore assoluto. Lo si comprende se si prende la classifica 2015 che ci vedeva al 73° posto con un global score pari a 27,94 (più alto è il punteggio peggiore è la situazione).
Perchè siamo così in basso rispetto ai nostri vicini europei?
Perchè — come denuncia Rsf — in Italia ci sono “ancora” sei giornalisti sotto scorta della polizia, ventiquattr’ore su ventiquattro, “perche’ minacciati di morte, dalla mafia o da gruppi fondamentalisti”.
Per Reporter sans frontieres “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
Grillo è in buona compagnia assieme all’amico Nigel Farage (il Regno Unito è sceso di due posizioni) e a Donald Trump (gli USA passano dal 41° al 43° posto), due leader politici occidentali che come i portavoce del 5 Stelle non esitano a gettare discredito sui media per accreditarsi dinnanzi ai propri elettori come “anti-sistema”. Per Rfs Grillo è un politico che preferisce dedicarsi alla sua attività di blogger che rispondere alle noiose e fastidiose domande dei giornalisti che spesso e volentieri fanno parte della tanto odiata “casta”.
La metodologia di Grillo comprende anche le famose liste di proscrizione dei giornalisti considerati nemici e la proposta di dare vita ad una “giuria popolare per le balle dei media“:
Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.
Stranamente però a Grillo, che continua a fraintendere il senso della classifica della libertà di stampa, non danno fastidio le interviste apparecchiate senza contraddittorio o il fatto che i gestori della comunicazione dei parlamentari pentastellati concordino con i giornalisti le domande che possono essere poste ai portavoce. E come non ricordare l’eroico consigliere regionale M5S Davide Barillari che qualche mese fa minacciava di farla pagare ai giornalisti.
Il motivo per cui eravamo al 77° posto della classifica della libertà di stampa non è il modo con cui i giornalisti fanno il loro mestiere ma il fatto che ci siano alcuni soggetti, tra i quali anche il partito politico di Beppe Grillo, che vorrebbero impedire ai giornalisti di farlo.
Ora tutti quelli che per un anno intero hanno commentato gli articoli di giornale “sgraditi” dicendo che era quello il motivo per cui eravamo così in basso nella classifica e spiegandoci che nei loro confronti era in atto una vera e propria “persecuzione giornalistica” dovrebbero quantomeno chiedere scusa.
Perchè la “persecuzione” era semmai quella che loro facevano nei confronti dei giornali sgraditi.
Nonostante i loro piagnistei sulla qualità del giornalismo in Italia il nostro Paese ha risalito la classifica.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL CINQUESTELLE GALLO CHIEDE AL MINISTERO DI FAR USARE UN MANUALE DI FORMULE PER NON ESSERE COSTRETTI A STUDIARLE… A QUANDO IL 6 POLITICO?
La proposta è nata come petizione su Change.org: lasciare utilizzare un formulario scientifico nella
prova di maturità . A lanciarla uno studente pistoiese Francesco Erpichini, aiutato dal suo prof di matematica Paolo Palumbo dell’Enrico Fermi di San Marcello. Ma adesso è arrivata persino in Parlamento.
Racconta oggi il Corriere della Sera:
La petizione ha avuto poco meno di mille firme, che era l’obiettivo fissato dallo studente e dal suo prof. Ma la questione è approdata comunque in commissione cultura alla Camera portata dal deputato M5S Luigi Gallo, che ne ha fatto oggetto di una interrogazione alla ministra.
La tesi dei Cinque Stelle riprende quella della petizione: negli altri licei si usano vocabolari e manuali tecnici, allo scientifico solo la calcolatrice scientifica mentre sono vietati altri strumenti che si possano collegare in rete.
Ma la risposta del sottosegretario Vito De Filippo alla possibilità di alleggerire un po’ il peso della maturità scientifica è no. Niente bigino.
«Le conoscenze memorizzate diventano vive — scrive De Filippo — e, quindi, si trasformano in competenze solo attraverso l’attivazione del senso, della logica e del ragionamento, che sono il cuore dell’apprendimento.
Selezionare «cosa» ricordare è ciò che tutte le persone competenti fanno nel loro campo di interesse tramite una «mappa concettuale» e la costruzione di una gerarchia di contenuti; si tratta di un’operazione sofisticata e di grande valore culturale ed educativo, che necessita come nessun’altra del supporto e della guida del docente».
Chissà perchè, la questione posta dai 5 Stelle ha suscitato ironie come quella di Massimo Gramellini, sempre sul Corriere:
Quel briciolo di memoria che mi rimane basta a ricordarmi che la guerra al nozionismo e la sfiducia nelle autorità («Uno vale uno») non le ha inventate Grillo, ma il Sessantotto, che tra i suoi numerosi meriti ebbe però il demerito gigantesco di umiliare il talento e lo sforzo in nome di una falsissima idea di uguaglianza. Se la memoria non mi inganna, il prossimo passaggio sarà il 6 politico. Potrebbero chiamarlo voto di cittadinanza.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL RUOLO DI DUE AVVOCATI CHE ORA LAVORANO ALL’UFFICIO LEGISLATIVO DEL M5S IN REGIONE
Ieri è andato in scena l’ennesimo capitolo della guerra tra le Iene e il MoVimento 5 Stelle sulle firme
per la candidatura di Virginia Raggi.
Oggi si comincia ad adombrare l’ennesimo approdo in procura. Carmelo Miceli, l’avvocato e segretario provinciale del Pd palermitano già al lavoro sulle elezioni delle firme false a Palermo, sta lavorando all’esposto. Anche se i tempi per un ricorso amministrativo contro la legittimità dell’elezione sono scaduti.
Ecco perchè, spiega oggi Repubblica Roma, si va verso l’esposto: ci sono due punti poco chiari nella vicenda e balla una possibile accusa di falso.
Prima di tutto lo scarto tra date: nell’atto principale, ossia il modulo con cui si presentano le firme dei cittadini, è segnata la data del 20 aprile 2016 e sono indicate 1.352 sigle raccolte attraverso 90 atti separati, i moduli di raccolta delle firme stesse. Ma il “Firma day” pentastellato, ovvero il giorno della raccolta firme, è stato il 23 aprile. Tre giorni dopo rispetto alla data sul documento.
Ora, poi, spunta un’altra possibile incongruenza negli atti che il comitato elettorale ha vidimato (per poi spiegare davanti a Onorato, a telecamere nascoste, che le firme non avrebbero dovuto essere accettate). I sottoscrittori della lista, gli avvocati M5S Alessandro Canali e Paolo Morricone, sono anche i delegati. «Ma non si può delegare se stessi», spiega, intervistato dalla trasmissione Mediaset, il professore di diritto amministrativo della Sapienza Vincenzo Cerulli Irelli.
Vincenzo Cerulli Irelli, un’autorità nel diritto amministrativo in Italia, ieri è stato deciso: «Si dichiara una cosa che nè i firmatari nè il pubblico ufficiale potevano sapere. Se è un atto pubblico siamo di fronte a un falso, altrimenti l’atto è di carattere inesistente».
E sulle deleghe: «E’ una cosa che non sta nè in cielo nè in terra. Tutti gli studenti, anche del primo anno, sanno che delegatus non potest delegare, quindi che il delegato non può delegare se stesso».
Sulla graticola ci sono Alessandro Canali e Paolo Morricone, due vecchi attivisti grillini ora in forze all’ufficio legislativo del gruppo regionale del M5S Lazio che ieri hanno persino mandato una diffida alla trasmissione (curioso, per chi milita in un partito che si lamenta per le diffide di Report).
E proprio loro due sarebbero visti come i capri espiatori della vicenda. Spiega Ilario Lombardo sulla Stampa:
E’ un particolare non irrilevante perchè nel’infinita faida romana, Canali e Morricone sono legati a Lombardi e De Vito, avversari interni di Raggi. Da fonti del M5S risulta che i due avvocati sarebbero già stati scaricati e il Movimento vorrebbe liquidarli al più presto. Ma già nel servizio delle Iene sembra che la stessa Raggi voglia addossare su di loro l’intera responsabilità di quanto accaduto: «Andate a parlare con i miei delegati, così vi chiarite una volta per tutte».
L’ipotesi di reato sarebbe falso in atto pubblico.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Aprile 24th, 2017 Riccardo Fucile
LE OMBRE DELLA CAMORRA SULLE AMMINISTRATIVE A MONDRAGONE
La lezione di Quarto, con il suo retaggio di regolamenti interni e ferite politiche al di là dell’inchiesta
anticamorra, non sembra essere servita a molto.
E un durissimo botta e risposta – ieri – tra l’eurodeputata Pd Pina Picierno e il vicepresidente della Camera del M5S Luigi Di Maio mostra come sia ancora alto e irrisolto il rischio di attrazione tra alcuni giovani di famiglie a rischio per il Movimento, in particolare.
Benchè – bene ribadirlo – i sospetti di collusioni non abbiano mai risparmiato in questi anni, nè i democrat, nè la destra, più o meno cosentiniana.
Al centro dello scontro, stavolta , tra Pd e pentastellati ci sono le presunte ombre di camorra che potrebbero allungarsi sul voto amministrativo di Mondragone, nel casertano, terreno esposto da sempre ai tentacoli di Gomorra.
E ancora una volta c’è una foto, postata via Fb, che rischia di mettere in imbarazzo il vicepresidente della Camera: sostenuto (almeno via Facebook) dal figlio di uno spietato padrino di camorra, Augusto La Torre.
Non è la prima volta.
Nel novembre scorso, Di Maio si era dovuto giustificare per una foto casualmente scattata con Salvatore Vassallo, il fratello dello stake holder dei rifiuti della camorra, Gaetano, praticamente il “ministro” del business immondizia del cartello dei casalesi, l’uomo che portava a casa 2 miliardi di vecchie lire l’anno per sotterrare tonnellate di liquidi e scarti pericolosi di natura industriale.
Nel marzo 2014, altra zona dell’hinterland, Giugliano, Di Maio aveva invece spiegato la vicinanza con il figlio del boss cutoliano Corrado Iacolare: ma quel giovane, Franco, incensurato, era già attivista dei M5S a Giugliano da anni e aveva scelto un’altra strada rispetto a quell’ingombrante genitore.
Già¡, perchè l’anziano Iacolare – di cui il figlio dice “Non lo posso rinnegare, ma ho scelto un’altra vita, mi occupo di tre gelaterie”- vive da anni in Uruguay ed è sfuggito alla giustizia italiana perchè considerato “inestradabile”: nonostante le accuse per vari omicidi e la condanna, passata in giudicato, per associazione mafiosa.
Il nipote e il figlio di La Torre
Ad accendere stavolta lo scontro, ecco un’immagine di gruppo e messaggi di sostegno comparsi su Fb a sostegno di Di Maio, firmati, tra gli altri, dal figlio di uno spietato padrino di camorra, Augusto La Torre: prima “collaboratore di giustizia”, poi espulso dal programma di protezione, oggi detenuto.
La Picierno apre il fuoco, riportando quella foto di gruppo in cui compare Di Maio in compagnia di alcuni giovani, attivisti del M5S di Mondragone, tra i quali c’è un nipote (incensurato) del boss.
Tra i commenti, poco più in basso, ecco arrivare anche il sostegno firmato da Francesco Tiberio La Torre, figlio del superboss: “Aria nuova – scrive lui – la speranza per i giovani si intravede, forza ragazzi”.
La Picierno attacca: “A Mondragone ci saranno tra poco le elezioni amministrative, e Di Maio oggi è venuto a supportare la lista M5S. Il figlio del boss La Torre commenta entusiasta. Ma Di Maio che messaggio invia a chi a Mondragone si batte ogni giorno contro la camorra? Di Maio sa che il figlio di La Torre non ha mai preso le distanze dalla terribile storia criminale del padre? Spero voglia chiarire immediatamente da che parte sta. Sulla camorra non si scherza”.
Di Maio replica. “Il M5s è contro la camorra con tutte le sue forze e quindi contro quella famiglia. Non rispondo di commenti o foto rubate”.
E di nuovo la Picierno: “Mi fa piacere, comunicalo anche ai parenti dei boss che ti acclamano”.
Il vicesindaco : “Fatto di inaudita gravità ”
Sulla vicenda fa rumore “l’indignazione” del vicesindaco di Mondragone, Benedetto Zoccola, che in passato ha denunciato la camorra e vive sotto scorta.
“Che un vicepresidente della Camera, appartenente a un Movimento che ha fatto della lotta alla corruzione il proprio mantra, si faccia sostenere sui social dal figlio del boss Augusto La Torre, pluriomicida, appoggiandolo perfino in campagna elettorale, è inaccettabile. Un fatto di inaudita gravità “, sottolinea Zoccola, il numero due del comune di Mondragone.
Intanto due anni fa, proprio da Quarto, zona flegrea – dove intorno alla presunta estorsione esercitata sulla sindaca Rosa Capuozzo dall’allora consigliere Giovanni De Robbio esplose il bubbone dell’attrazione pericolosa – arrivà³ quell’intercettazione che avrebbe dovuto far riflettere.
“Facciamo un passo indietro tutti i vecchi… mettiamo i ragazzi avanti… i nuovi… e noi ci stiamo dietro”, teorizzava uno degli ex politici locali parlando con un amico ex Pd, Mario Ferro, poi indagato. Ed è quest’ultimo ad annuire: “L’abbiamo fatto proprio a Quarto… con questi dei Cinque Stelle”. Una spia che, ben oltre le eventuali conseguenze giudiziarie, avrebbe dovuto – politicamente – parlare a tutti. Soprattutto ai “nuovi”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Grillo | Commenta »