Destra di Popolo.net

IL LICENZIAMENTO DI MARICA RICUTTI SI STA RITORCENDO CONTRO IKEA

Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

LA PAGINA FAN SI RIEMPIE DI CENTINAIA DI COMMENTI CHE URLANO VERGOGNA, L’AZIENDA IN IMBARAZZO

Ikea licenzia in tronco una lavoratrice, madre separata con due figli di cui uno disabile, perchè non può cominciare a lavorare alle 7 del mattino.
In solidarietà  con la donna, Marica Ricutti, 39 anni, i colleghi di Corsico hanno scioperato oggi per due ore e hanno deciso per il 5 dicembre un presidio davanti al luogo di lavoro.
La donna aveva accettato il cambiamento di reparto nel punto vendita alle porte di Milano, chiedendo che il gruppo svedese le andasse incontro per gli orari.
All’inizio Ikea avrebbe dato l’assenso ma poi l’atteggiamento sarebbe cambiato. A Marica è stato contestato l’orario che faceva prima (con inizio alle 9 di mattina) e che aveva adottato nel nuovo reparto.
La settimana scorsa è arrivato il licenziamento in tronco essendo venuto meno il rapporto di fiducia con la lavoratrice (che ha l’articolo 18) in due occasioni nelle quali la donna si è presentata al lavoro in orari diversi da quello previsto. “Ikea dà  un segnale a tutti: se non rispetti gli orari, te ne vai” sintetizza il segretario milanese della Filcams Cgil, Marco Beretta.
“In merito alla situazione di Marica Ricutti, Ikea Italia comunica che sta svolgendo tutti gli approfondimenti utili a chiarire compiutamente gli sviluppi della vicenda”, afferma l’azienda in una nota. Ikea “vuole valutare al meglio tutti i particolari e le dinamiche relative alla lavoratrice oggetto della vicenda. Solo dopo aver completato questa analisi” l’azienda “commenterà  le decisioni prese e le ragioni che ne sono alla base”, conclude il comunicato di Ikea Italia.
La vicenda ha portato all’unanime solidarietà  del mondo politico: a criticare la decisione di IKEA sono state la viceministra allo Sviluppo Economico Teresa Bellanova e la segretaria della CISL Anna Maria Furlan: “E’ una vicenda che mortifica tutte le donne madri. Ikea deve tornare sui propri passi e rispettare le norme che tutelano le lavoratrici madri. Con la contrattazione si possono affrontare le questioni che riguardano la tutela della maternità , ma occorre buon senso e corrette relazioni sindacali. Il rispetto per le donne passa anche attraverso il riconoscimento del lavoro di cura e di assistenza ai propri familiari, soprattutto quando si tratta di persone deboli e non autosufficienti”.
Ma sono le centinaia di commenti negativi nei post della pagina fan di IKEA che dovrebbero preoccupare di più l’azienda: “Se non riassumete la mamma che avete licenziato a Corsico IO NON COMPRERO’ PIÙ NULLA A IKEA !! fate tanti i moralisti e gli ” impegnati ” e poi licenziate una mamma di un disabile perchè non può venire al lavoro alle 7 ????”, scrive Alessandro; “possibile che in un’azienda del genere non si possa trovare un accordo con una madre che lavora per vivere e che sicuramente ha già  abbastanza problemi senza che glieli crei di nuovi il datore di lavoro?”, aggiunge Massimo; “Vergogna per la lavoratrice di Corsico che avete licenziato perchè doveva sottoporre suo figlio di 5 anni ad una terapia e non poteva rispettare i nuovi turni”, dice Enzo.
E intanto la moderazione della pagina risponde soltanto a chi chiede chiarimenti sui prodotti e sulle promozioni.
L’imbarazzo è palpabile.

(da “NextQuotidiano”)

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ALLA FACCIA DEL WELFARE SVEDESE: IKEA, MADRE SEPARATA CON FIGLI PICCOLI LICENZIATA PERCHE’ NON RISPETTA I TURNI

Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

CORSICO: LA DONNA HA DUE BAMBINI DI 10 E 5 ANNI, IL PICCOLO E’ DISABILE: “PER ME ARRIVARE ALLE 7 E’ IMPOSSIBILE”… I SINDACATI PRONTI   A DARE BATTAGLIA

Madre separata con due figli, di cui uno disabile, licenziata perchè non può entrare a lavorare alle 7 del mattino.
Succede all’Ikea di Corsico, dove i lavoratori da oggi stanno organizzando assemblee e scioperi (uno dalle 11 alle 12 e uno dalle 17 alle 18) per protestare contro la decisione del colosso svedese dell’arredamento.
Marica Ricutti 39 anni, laureata in scienze alimentari, lavorava da diciassette nello stabilimento di Corsico, prima al bistrot a piano terra e da qualche mese al ristorante del primo piano.
“Mi sono sempre adattata a tutte le richieste – racconta Marica – e ho detto di sì anche all’ultima, quella in cui mi hanno chiesto di cambiare reparto. Ho detto sì, ma ho chiesto che mi si venisse incontro per gli orari: io ho due bambini uno di dieci e uno di cinque anni, il più piccolo è disabile, motivo per cui ho la 104. All’inizio mi hanno detto di sì e che non ci sarebbero stati problemi. Poi le cose sono cambiate”.
Nel precedente posto, Marica lavorava con turni dalle nove del mattino fino a chiusura.
Nel nuovo capitava spesso che le venisse chiesto di lavorare dalle 7 del mattino. “Ho chiesto più volte maggiore flessibilità  perchè per me spesso era molto complicato rispettare quegli orari – aggiunge Marica – Mi hanno sempre rimpallato da una persona all’altra. Allora ho deciso di fare gli orari che facevo nel vecchio posto”.
La settimana scorsa, il licenziamento in tronco. Nella lettera, Ikea sottolinea che è venuto meno il rapporto di fiducia in due occasioni in cui la dipendente si sarebbe presentata al lavoro in orari diversi da quelli previsti, una volta due ore in anticipo, l’altra due ore in ritardo.
“Alla faccia del welfare svedese – dice Marco Beretta della Filcams Cgil di Milano -. In questi anni Ikea ha cambiato pelle e questo episodio è un chiaro messaggio rivolto ai lavoratori. Vogliono far capire a tutti che decidono loro e, a prescindere dai problemi che può avere ognuno, o accettano o sono fuori. In questi giorni organizzeremo raccolte firme, presidi e volantinaggi”.

(da agenzie)

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AMAZON, LA VERITA’ SUGLI STIPENDI DEI DIPENDENTI DEI CENTRI LOGISTICI

Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LO SCIOPERO ALLO STABILIMENTO DI PIACENZA, RESTA IL MISTERO DELL’ALTO TURN OVER E DELL’INCENTIVO AD ANDARSENE

Chi dice la verità  nello scontro fra Amazon e i sindacati di categoria sui livelli salariali dei dipendenti del centro di distribuzione di Amazon a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, che lo scorso 24 novembre (il venerdì di shopping compulsivo del black friday mutuato dalla tradizione Usa) hanno deciso di scioperare?
A cercare di fare chiarezza è stata un’inchiesta dell’Agi, che ha studiato contratti e accordo sindacali di secondo livello, restituendo un quadro decisamente più delineato di cosa significhi essere un dipendente del più famoso e-commerce al mondo.
La questione, innanzitutto, è di natura formale.
Scrive infatti l’agenzia di stampa che «l’azienda, in risposta ai sindacati che nel loro comunicato chiedevano un incremento retributivo oltre i minimi de contratto collettivo nazionale di lavoro, ha dichiarato che i salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica».
Chi ha ragione? Entrambi, prosegue l’Agi, poichè «lo scontro si basa su un equivoco». Infatti il contratto di cui sopra non è quello della logistica ma quello del commercio, il quale ha minimi contrattuali più alti: «È vero – sintetizza l’Agi – che i dipendenti Amazon guadagnano il minimo tabellare, come dicono i sindacati. Ma è anche vero, come sostiene l’azienda, che avendo una tipologia di contratto diversa di fatto abbiano uno stipendio più elevato rispetto ai dipendenti di altre società  del settore logistica».
Polemica chiusa? Tutt’altro.
L’inchiesta dell’agenzia diretta da Riccardo Luna va a fondo anche dei rapporti di lavoro – e delle sottese dinamiche di carriera – all’interno di Amazon Italia. Innanzitutto ci si chiede quanto guadagni realmente un dipendente del colosso fondato da Jeff Bezos.
Scrive l’Agi: «Non abbiamo visionato il contratto sottoposto ai dipendenti a tempo indeterminato, ma Amazon ci ha riferito che un lavoratore all’inizio della carriera è inquadrato come un quinto livello, che in termini retributivi corrisponde a 1.489,33 euro lordi al mese. Esistono inoltre altri due livelli di grado inferiore con una paga più bassa».
Gli extra
«Il contratto della logistica – prosegue l’articolo – prevede effettivamente, a parità  di livello, retribuzioni leggermente inferiori (1460,06 euro lordi/mese, a pari livello). L’ufficio relazioni esterne di Amazon ha tenuto però a specificare che sono previste integrazioni contrattuali.
Per politica aziendale, i dipendenti a tempo determinato di Amazon ottengono un aumento di 700 euro lordi annui dopo 12 mesi dall’assunzione.
Inoltre, ai 18 mesi dall’assunzione avviene il primo scatto di livello, dal quinto al quarto, che prevede uno stipendio mensile di 1.578,75 euro lordi.
Anche in questo caso, ci riferisce l’azienda, si applica un aumento di 700 euro lordi annui. Secondo i sindacati, ma su questo punto l’azienda non concorda, l’aumento è stato frutto di una trattativa sindacale».
Attaccati all’azienda… o no?
Altra questione, poi, è quella del turn over, cioè del più o meno alto grado di attaccamento all’azienda da parte dei dipendenti.
E qui il modello Silicon Valley sembra dominante: dipendenti giovani, che lavorano tanto e che se ne vanno in fretta. Anzi, che vengono in un certo senso, incentivati ad andarsene dopo un determinato periodo.
Partiamo da un dato: nel complesso l’età  media dei lavoratori di Amazon (inclusi quelli con contratto di somministrazione) è di 33 anni, con circa il 36% di donne e circa il 40% di stranieri.
Esistono in Amazon due pratiche piuttosto insolite per il mercato del lavoro italiano e che sono legate alla matrice americana dell’azienda: The Offer e Career Choice.
Secondo i sindacati proprio queste due pratiche dimostrerebbero lo scarso interesse di Amazon a mantenere a lungo in azienda i propri dipendenti. Ecco di cosa si tratta.
La prima proposta
The Offer è un’offerta che Amazon fa ai propri dipendenti che abbiano un’anzianità  contrattuale compresa tra i due e i cinque anni: a gennaio, viene data una finestra di tempo a ognuno di questi lavoratori per scegliere di rescindere il contratto e riceve un bonus di uscita proporzionale al numero di anni lavorati in azienda.
«Secondo i sindacati – prosegue l’Agi – questa sarebbe appunto la dimostrazione dello scarso attaccamento dell’azienda al proprio personale».
La seconda possibilità  d’uscita
Career Choice è invece un’altra forma di benefit, anch’essa contestata dal sindacato: Amazon paga il 95% del percorso di studi di chi decide di fare qualcosa di diverso oltre al proprio lavoro in azienda.
Non si tratta di corsi di aggiornamento professionale, già  previsti dal contratto nazionale di lavoro, ma di corsi che il dipendente può fare fuori dal proprio orario di lavoro.
Si può trattare di corsi di yoga come di graphic design. Non è possibile però accedere con il programma a corsi universitari.
Entrambe le pratiche, dicono dall’azienda, sarebbero motivate da un dettaglio biografico del fondatore, appunto Jeff Bezos: cioè il fatto che lui stesso, quando lavorava in finanza, non era soddisfatto del proprio lavoro.
Sarà ….

(da “il Corriere della Sera”)

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PER GLI STATALI IN ARRIVO SULLO STIPENDIO DI GENNAIO 580 EURO UNA TANTUM

Novembre 26th, 2017 Riccardo Fucile

COMPENSA GLI ARRETRATI DEL RINNOVO CONTRATTUALE FERMO DAL 2010

Una tantum sul primo stipendio utile dopo la firma dei contratti. E non da poco: circa 580 euro.
È quanto riporta il Sole 24 Ore a proposito degli arretrati per i contratti dei dipendenti del pubblico impiego che, com’è noto, vedono il loro stipendio bloccato dal 2010. Scrive il Sole che “l’arretrato non compensa i lunghi anni di stop alla contrattazione, perchè la sentenza della Corte costituzionale che a luglio 2015 ha imposto di riattivare i rinnovi ha considerato legittimo il blocco imposto fin lì ai dipendenti pubblici”.
Nel frattempo, però, a partire dal 2016 si sono accumulati i fondi per le nuove intese in attesa della riforma dei comparti e del pubblico impiego.
La prima manovra varata dal governo Renzi dopo la sentenza costituzionale ha voluto dare poco più che un segnale, mettendo sul piatto 300 milioni di euro che nella pubblica amministrazione centrale si traducono in circa 9 euro lordi al mese.
Per calcolare l’una tantum i 9 euro vanno moltiplicati per le 13 mensilità  del 2016 e per le altrettante di quest’anno, quando però si sono aggiunti i 900 milioni di euro messi a disposizione della scorsa legge di bilancio.
Per ogni mensilità  di quest’anno, quindi gli 8,9 euro targati 2016 si accompagnano ai 26,8 finanziati con i nuovi fondi per un totale che si ferma poco sotto i 36 euro.
Il riassunto porta quindi aun arretrato medio da 581 euro e qualche centesimo.

(da agenzie)

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ACCIAIERIE DI PIOMBINO, TRE ANNI DOPO IL GOVERNO SCOPRE IL BLUFF

Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

“BASTA PRESE IN GIRO, ORA AZIONI LEGALI”: IL MISE AVVIA LA RISOLUZIONE DEL CONTRATTO CON IL MAGNATE ALGERINO

Tre anni dopo i tweet di giubilo di Matteo Renzi, la situazione delle acciaierie di Piombino precipita definitivamente.
Il rilancio dell’ex Lucchini non avverrà  per mano dell’algerino Issad Rebrab. È stata un presa in giro, come la definisce il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.
Tanto che il sindaco della città  in provincia di Livorno, Massimo Giuliani, uno che in questi anni di passione ha sostenuto i circa 2mila operai dormendoci anche insieme durante l’occupazione del Comune, lo dice senza giri parole: “Constato che evidentemente il ministro Calenda ha preso atto che non ci sono ulteriori fatti o documenti che facciano ritenere il piano industriale di Aferpi, attendibile, verosimile e fattibile”.
Lo scenario era chiaro da più di un anno, ma solo ora il governo ha deciso di agire dopo diversi temporeggiamenti e un addendum scaduto il 31 ottobre per provare a smuovere, senza risultati, il magnate algerino che tre anni fa si era assicurato le acciaierie.
Lettere, appelli, incontri che il ministro ha scritto e organizzato per oltre un anno, come prima aveva fatto Federica Guidi.
“Abbiamo dato mandato di partire con l’azione legale — dice ora il titolare del Mise — Siamo sempre alla solita storia, sono stanco di essere preso in giro”. L’annuncio, secco, sulla vertenza Aferpi è arrivato lunedì sera al termine dell’incontro, durato meno di un’ora, con i vertici di Cevital, la controllante di Aferpi, che questa volta non sono riusciti a convincere il governo.
“Avendo verificato che nessun progresso era stato fattivamente compiuto su tutti i fronti individuati dall’addendum, il ministro ha invitato l’amministrazione straordinaria a dare avvio alle procedure legali per la risoluzione del contratto con Aferpi-Cevital“, ha poi spiegato il Mise in una nota.
Finisce qui, quindi, una vicenda che a Piombino, tre anni fa, qualcuno aveva definito come una possibile soluzione, una ripartenza per l’ex stabilimento della Lucchini. L’allora premier Renzi in primis aveva salutato con tweet entusiasti l’accordo, definito “strategico” e collegato ad altri “grandi successi” di quelle settimane. Nella sua narrazione, Piombino diventava “un pezzo di futuro dell’Italia”.
Il 9 dicembre 2014 gli algerini si erano presentati alla firma dell’accordo con Renzi a Palazzo Chigi dicendo che non intendevano solo mantenere il personale della Lucchini ma anche “aumentare l’occupazione nei prossimi quattro anni”.
“Abbiamo — disse Rebrab in occasione della sigla dell’intesa — un grande progetto per Piombino”. Non solo la produzione di 2 milioni di tonnellate di acciaio, ma anche sviluppare due altri business: “una piattaforma logistica per tutto il Mediterraneo” e “lo sviluppo di un complesso agroalimentare”. Poi la perla: “Piombino sarà  il centro mondiale dell’acciaio di qualità ”. Il gigante però aveva i piedi d’argilla: secondo Rebrab, i suoi investimenti sono stati stoppati da un cambio di politica interna in Algeria. Adesso, è tutto da rifare.
Restano solo due strade percorribili, oltretutto dai tempi incerti.
“A questo punto è importantissimo — ha aggiunto il sindaco Giuliani — che in questa ulteriore fase che si apre lo Stato sia presente su Piombino con strumenti ordinari, ma anche con strumenti straordinari utili per riaprirci verso altri investitori e altri progetti”.
Come anticipato da ilfattoquotidiano.it a settembre, sul tavolo c’era — e c’è ancora, secondo fonti sindacali — la volontà  degli indiani di Jindal di subentrare a Rebrab.
Il colosso dell’acciaio cerca da tempo un cavallo di Troia per entrare nel mercato europeo.
Ci aveva provato proprio nel 2014 con le ex Lucchini, ma il governo preferì l’offerta di Cevital che prometteva 400 milioni di investimenti pronti a lievitare fino a un miliardo; poi ha tentato di prendersi l’Ilva ma ha perso la battaglia contro ArcelorMittal e Gruppo Marcegaglia, nonostante i suoi piani industriale e ambientale fossero stati giudicati migliori dai tecnici.
Adesso Jindal sarebbe accolta a braccia aperte a Piombino, ma Rebrab vuole cedere a un prezzo che gli indiani giudicano alto e la trattativa non decolla.
In questa situazione di stallo, il governo è pronto ad aprire la partita legale per togliere le acciaierie al magnate algerino.
Se nel frattempo Aferpi dovesse dichiarare default, scatterebbe invece un nuovo commissariamento. Oppure il governo potrebbe agire per decreto e rimettere tutto in discussione con una nuova gara. In ogni caso, senza un accordo tra Aferpi e Jindal, i tempi saranno lunghi e il rilancio dell’ex Lucchini si allontanerebbe ulteriormente dopo una presa gira, Calenda dixit, durata tre anni.
Nel frattempo le acciaierie sono praticamente ferme.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ALMAVIVA, IL GIUDICE DEL LAVORO REINTEGRA 153 DIPENDENTI LICENZIATI ILLEGITTIMAMENTE

Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

“DISCRIMINATO CHI NON ACCETTA IL TAGLIO DEL SALARIO”

Illegittimi i licenziamenti di Almaviva. Lo ha stabilito l’ordinanza del giudice del Lavoro di Roma, che “condanna la società  a reintegrare gli stessi lavoratori e a corrispondere loro, a titolo di risarcimento danni” un’indennità , comprensiva degli interessi, pari agli stipendi maturati dal giorno del licenziamento fino alla reintegra. La decisione riguarda 153 lavoratori che avevano fatto ricorso, mentre per il 15 dicembre è attesa un’altra decisione che riguarda una novantina di persone.
La scelta di Almaviva, che ha complessivamente licenziato 1.666 persone nello stabilimento di Roma, “si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità  di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio” alle norme del codice civile e costituzionali “ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato”. Lo scrive il giudice del lavoro di Roma Umberto Buonassisi, nell’ordinanza su Almaviva.
AlmavivaContact, “mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà  ovviamente attuazione all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso – ma la impugnerà  immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi”.
Lo afferma l’azienda dopo la sentenza del giudice del lavoro che ha dichiarato illegittimi i licenziamenti per 153 lavoratori. Nella nota, Almaviva ricorda che 9 giudici su 10 hanno dichiarato “pienamente legittima la condotta aziendale”.

(da “Huffingtonpost”)

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SUD, IN 15 ANNI COSTRETTI AD EMIGRARE 250.000 LAUREATI,”BRUCIATI” 30 MILIARDI DI EURO, TRASFERITI AL NORD

Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

RAPPORTO SVIMEZ: TASSO DI OCCUPAZIONE PIU’ BASSO D’EUROPA, UN ABITANTE SU DIECI IN POVERTA’ ASSOLUTA, DUE MILIONI DI GIOVANI OCCUPATI IN MENO RISPETTO AL 2008

Anche se l’economia meridionale è in ripresa, e l’occupazione torna a salire, continua la fuga dei cervelli dal Sud.
Alla fine del 2016, secondo l’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, le nostre regioni meridionali infatti hanno perso altri 62mila abitanti.
In particolare l’anno passato la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900.
Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154mila sono andate al Centro-Nord o all’estero.
Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità  nel 2016.
Secondo la Svimez, che ha elaborato una stima inedita del depauperamento di capitale umano meridionale, considerando il saldo migratorio dell’ultimo quindicennio, una perdita di circa 200mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero.
Quasi 2 punti di Pil Nazionale. E si tratta, sottolinea lo studio, di una cifra al ribasso, che non considera altri effetti economici negativi indotti.
Luci e ombre
Il rapporto 2017 certifica che il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese.
L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà  delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.
Le previsioni per il 2017 e il 2018 (Pil in aumento rispettivamente dell’1,3% e dell’1,2%) confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord.
Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali.
Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”.
Il prodotto per abitante è pari a poco più della metà  (56,1%) di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale), tant’è che il Pil per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che si ferma a 16.848 euro.
La ripresa, segnala ancora la Svimez, non migliora il contesto sociale.
Nel 2016 infatti 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà  assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord.
L’incidenza della povertà  assoluta nel Mezzogiorno è aumentata soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà  è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. Per questo, segnala il rapporto 2017, l’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali.
Più lavoro, meno salario
Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità , ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità .
Nel 2016 l’occupazione giovanile meridionale è aumentata marginalmente, di sole 18 mila unità  (+1,3%), la crescita maggiore continua a riguardare gli ultra cinquantenni, con oltre 109 mila unità , pari a +5,6%. Sulla crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno incide l’ulteriore aumento del part time involontario (+1,9%), di poco inferiore all’80% del lavoro a tempo parziale.
L’unica regione del Sud dove gli occupati calano è la Sardegna e, in misura più contenuta, la Sicilia. I livelli restano comunque generalmente distanti da prima della crisi: -10,5% di occupati in Calabria, – 8,6% in Sicilia, -6,6% in Sardegna e Puglia, -6,3% in Molise, -5% in Abruzzo. Solo in Campania (-2,1%) e Basilicata (-0,8%) siamo su valori vicini a quelli del 2008. L’aumento dei posti di lavoro al Sud riguarda in particolare l’agricoltura (+5,5%), l’industria (+2,4%) e il terziario (+1,8%).
Secondo la Svimez, la crescita dei posti di lavoro nell’ultimo biennio riguarda innanzitutto gli occupati anziani, nella media del 2016 si registrano ancora oltre 1 milione e 900mila giovani occupati in meno rispetto al 2008.
E soprattutto sale il lavoro a tempo parziale, che però non deriva dalla libera scelta individuale ma è involontario.
Amara conclusione della Svimez: si sta consolidando un drammatico dualismo generazionale, al quale si affianca un deciso incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, conseguenza dell’occupazione di minore qualità  e della riduzione d’orario, che deprime i redditi complessivi.

(da agenzie)

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OCCUPATO LO STABILIMENTO ILVA DI GENOVA

Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile

INIZIA LA PROTESTA PER I 600 ESUBERI ANNUNCIATI

L’assemblea dei lavoratori dell’Ilva di Genova – convocata questa mattina dall’Rsu – ha deciso l’occupazione della fabbrica in attesa che il Governo convochi i sindacati sull’accordo di programma rispetto al quale al momento sono state solo convocate le istituzioni genovesi per mercoledì 8 novembre, nel pomeriggio. I lavoratori usciranno in corteo per le vie del ponente.
Davanti allo stabilimento Ilva di Cornigliano verrà  montata una tenda rossa: “invitiamo tutti, cittadini e istituzioni a venirci a trovare per difendere Genova e l’accordo di programma” ha detto il segretario della Fiom Bruno Manganaro.
La protesta andrà  avanti almeno fino a mercoledì in attesa dell’esito dell’incontro tra istituzioni e ministro Calenda al Mise.
Secondo la Fiom la trattativa non tiene conto, già  in partenza, dell’accordo di programma del 2005 nel quale venivano esclusi gli esuberi. Nel piano della nuova proprietà , invece, sono previsti 600 esuberi. Una cifra importante, se si considera che i lavoratori attuali sono 1500.
Gli altri sindacati avevano preso le distanze dalla Cgil genovese, in attesa degli sviluppi della trattativa nazionale. La rappresentanza sindacale della fabbrica, però, ha scelto la linea dura.
“È l’inizio di una lunga settimana. Rivendichiamo l’accordo di programma, chiediamo un tavolo per Genova – ha detto Manganaro all’AdnKronos – Ci devono convocare, noi l’accordo di programma ce l’abbiamo, è giuridicamente valido e non ce lo possono scippare”

(da agenzie)

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IN ITALIA CI SONO 117.000 POSTI DI LAVORO VACANTI

Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile

MANCANO PIZZAIOLI, BAGNINI, SARTE E PERSINO MEDICI… IL 10% DELLE RICHIESTE DI LAVORO RIMANE INEVASO… NELLL’INFORMATICA MANCANO 4.400 LAUREATI

In Italia non c’è gente disposta a fare il panettiere per 1.400 euro al mese?
Ed è realtà  o fantasia che la disoccupazione è figlia anche della poca propensione al lavoro o del fatto che i giovani sono troppo «choosy» (copyright dell’ex ministra Elsa Fornero)?
Volendo andare oltre le discussioni social, va registrato un dato oggettivo: in Italia i posti di lavoro effettivamente vacanti sono 117.000.
Non abbastanza, insomma, per cancellare l’emergenza disoccupazione ma che qualcosa comunque dicono a proposito dell’incomunicabilità  tra chi cerca e chi propone un impiego.
Mancano sarte, bagnini e persino medici
Quello dei posti di lavoro rifiutati è tema che periodicamente torna a galla; a volte dando vita a leggende metropolitane, altre volte trovando riscontro nella realtà .
E’ accertato ad esempio che nel corso della stagione appena conclusasi gli esercenti romagnoli hanno fatto fatica a trovare personale per i loro stabilimenti balneari e che solo sull’Adriatico ben 1.000 posti hanno rischiato di rimanere scoperti.
E’ altrettanto vero che l’Azienda ospedaliera di Matera non riesce a trovare medici per alcune specialità , benchè offra una busta paga di 3.000 euro netti.
Anche alcuni settori del made in Italy però, faticano a trovare personale; ad esempio, le aziende del settore moda del Veneto sono alla disperata ricerca di sarte e ricamatrici: un’indagine a campione, su una piccola porzione di aziende ha rivelato un vuoto di 122 posizioni.
E molti ristoranti e pizzerie della penisola dovrebbero chiudere i battenti per mancanza di cuochi e pizzaioli che dobbiamo far arrivare dal Nord Africa.
Cercansi 4.400 laureati. In informatica
A sorpresa si scopre che persino un settore proiettato nel futuro come il mondo dei computer non riesce in Italia a tenere il passo con la ricerca di personale.
Una recente ricerca delle associazioni di categoria di Confindustria sostiene che nel settore ITC c’è un deficit di 4.400 laureati, deficit che si traduce in una difficoltà  di crescita per le aziende italiane del settore.
Che potrebbe tradursi entro il 2018 in 85mila nuovi posti di lavoro.
La sentenza definitiva però la scrive il rapporto Excelsior-UnionCamere che registra una difficoltà  nel reperire di circa il 10% di personale per nuove assunzioni pari a 117mila opportunità  di lavoro non coperte .
Secondo l’istituto McKinsey 65mila di queste potrebbero riguardare under 35 in cerca di lavoro.

(da “il Corriere della Sera“)

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