Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
PIENA LIBERTA’ DI ASSEGNARE I DIPENDENTI A MANSIONI DI INQUADRAMENTO INFERIORE E ANCHE DI RIDURRE GLI STIPENDI
L’imprenditore avrà piena libertà di demansionare i propri dipendenti e ridurre gli stipendi con accordi individuali.
E grazie a un decreto del 2011, il lavoratore, in deroga alla legge, potrà perdere anche più di un livello di inquadramento.
Questi sono gli effetti del terzo decreto attuativo del Jobs act esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri nell’analisi del professor Andrea Lassandari, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna, sede di Ravenna.
Innanzitutto, premette il giuslavorista, la norma è di portata generale, quindi si applicherà a tutti i lavoratori subordinati, con vecchi e nuovi contratti: si parla di milioni di persone.
E anche in questo caso, come nel decreto sul contratto a tutele crescenti, si pone il problema dell’eventuale estensione delle norme al settore pubblico.
“È una questione che andrà chiarita, ora è un punto di domanda — spiega il docente -. È vero che esiste una disciplina speciale per gli statali, ma per i rapporti contrattualizzati ciò che avviene nel privato può avere un impatto anche nel pubblico”.
Andando a esaminare il testo, il cuore della norma recita così: “In caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incidono sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore“.
“La modifica degli assetti organizzativi vuol dire tutto e niente — sottolinea il professore — È un presupposto che è tutto nelle mani dell’azienda. Il disegno complessivo del Jobs act è questo, al centro c’è il potere unilaterale dell’imprenditore“
E se il decreto facilita il declassamento del lavoratore, al tempo stesso ne rallenta invece il passaggio a un livello più alto.
“Prima l’assegnazione a una mansione superiore diventava definitiva dopo tre mesi di lavoro in quell’attività — spiega il giuslavorista -. Con il decreto, questo arco di tempo passerà da tre a sei mesi”
Un altro passaggio importante del testo prevede che “possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, del livello di inquadramento e della relativa retribuzione”.
Questo significa — spiega Lassandari — che il lavoratore può essere convinto o indotto ad accettare livelli inferiori di tutela, sul piano delle mansioni ma anche della retribuzione”.
È vero, precisa il professore, che un’operazione del genere deve avere il consenso del dipendente e che si svolge in sedi dove il lavoratore non è lasciato da solo di fronte all’imprenditore.
“Ma con il Jobs act — aggiunge — l’azienda può mettere il dipendente di fronte a un bivio, soprattutto nel caso dei neo assunti: o il lavoratore accetta le sue condizioni, che possono comprendere riduzione di mansione o di stipendio, o sarà licenziato con un indennizzo di poche mensilità ”.
La questione del demansionamento si inserisce, secondo Lassandari, nel contesto di una pratica già attuale.
Il riferimento è al decreto 138 del 2011, varato dal governo Berlusconi, secondo il quale i contratti aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” in materia di mansioni, orari di lavoro, assunzioni e licenziamenti, “ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro. In sede aziendale si può fare un diritto del lavoro à la carte, costruito a proprio piacimento — ragiona -. Il Jobs act può essere derogato in peggio. Se la legge parla di un solo livello di demansionamento possibile, il contratto aziendale può fissarli a due, per esempio. Un combinato catastrofico”.
Il decreto, secondo il professore, prevede inoltre un “duplice declassamento“, che potrà avvenire non solo in senso verticale, ma anche orizzontale.
Il professore si riferisce a un semplice cambio di espressioni nell’articolo del codice civile modificato dal Jobs act.
Il testo prevede che il lavoratore debba essere adibito a “mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”, mentre prima si parlava di “mansioni equivalenti“.
Cosa cambia tra mansioni “equivalenti” e “dello stesso livello”? In apparenza nulla, ma in sostanza la differenza c’è.
“Ora sarà possibile declassare un lavoratore mantenendolo all’interno dello stesso livello”, spiega il professore che, per chiarire la questione, ricorre a un esempio. Si pensi a un’impresa che produce biciclette e motociclette e a un operaio che per tanti anni si è occupato di bici. A un certo punto, l’azienda decide di dismettere il comparto moto e di spostare il dipendente proprio in quel settore, destinato al declino, pur tenendolo all’interno dello stesso livello. “Prima l’operaio aveva un futuro, la sua carriera era assicurata — spiega il docente — Con il passaggio alle moto, è collocato su un binario morto. Prima del Jobs act, questa operazione era un declassamento, ora non lo sarà più”.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
L’ADDIO AI “CO.CO.PRO” RISCHIA DI RIVELARSI SOLO UNA BUFALA: MOLTE DEROGHE, NESSUN OBBLIGO DI STABILIZZARE I CONTRATTI E UN BEL PROBLEMA DI COSTI
L’ottimismo di Matteo Renzi è quello di un illusionista.
Il “giorno atteso da un’intera generazione”, modo con cui il premier ha salutato il varo del Jobs Act, potrebbe essere solo un giorno come tanti vista la scarsa efficacia delle norme approvate venerdì scorso dal Consiglio dei ministri.
La “rottamazione” dei Cocopro, la sintesi mediatica del provvedimento, potrebbe essere una parola vuota con scarsi se non nulli effetti sulla precarietà del lavoro.
E anche la stima di “200 mila lavoratori che passeranno da contratti precari alla stabilità ” rischia di trasformarsi in un mito.
Se non in una bufala.
La generazione legata al tempo determinato
Appare anche molto forzata la pretesa del ministro Giuliano Poletti di aver introdotto l’assunzione a tempo indeterminato come la forma “normale” dei rapporti di lavoro. Questa idea aveva animato anche la ministra Elsa Fornero che per prima aveva cercato di rimettere mano alle decine di tipologie che regolano i contratti di lavoro.
La sua legge del 2012, infatti, stabilisce, come il Jobs Act varato l’altro ieri, che il rapporto subordinato a tempo indeterminato è la forma “comune”.
Ma scrivere questo auspicio sulla carta di un testo di legge non basta.
La precarietà del lavoro, infatti, non è questione legata principalmente ai contratti a progetto o ai famigerati co.co.co.
Gli iscritti alla Gestione separata dell’Inps, ad esempio, superano il milione; ci sono le partite Iva e Poletti si è ben guardato dal cancellare altre forme di lavoro come quello intermittente, quello accessorio, l’apprendistato, etc.
A essere fondamentali, però, sono i contratti a tempo determinato: 2,3 milioni contro le 500 mila collaborazioni circa.
Se si prende il numero dei contratti attivati nel terzo trimestre del 2014, a fronte di 1.728.662 contratti a tempo determinato, il 69,8% del totale, sono state attivate 155 mila collaborazioni, il 6,2%.
I dati, inoltre, indicano che la durata media dei contratti a tempo si è accorciata, specialmente nel periodo di crisi.
Il numero delle esenzioni e i vincoli inesistenti
Renzi promette ora che i co.co.pro. si tradurranno in rapporti di lavoro stabili grazie al nuovo contratto a tutele crescenti.
Leggendo il testo, però, si capisce quanto la cosa sia difficile. L’articolo 47, con il quale si stabilisce la “riconduzione al lavoro subordinato” stabilisce che “a far data dal 1 gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.
Il primo ostacolo è dato dalle deroghe previste dal comma 2: non rientreranno in quella ipotesi, infatti, le collaborazioni disciplinate dai contratti collettivi nazionali come ad esempio il settore dei call center (circa 80 mila addetti per lo più a progetto). Restano fuori dal lavoro subordinato anche le collaborazioni relative all’obbligo di iscrizione ad appositi albi: ad esempio i giornalisti, dove ci sono circa 20 mila situazioni di questo tipo.
Fuori anche gli amministratori di società e i sindaci di controllo che, complessivamente, ammontano a oltre 500 mila unità (per lo più partite Iva o altre figure).
Infine, oltre alle prestazioni di lavoro in favore di associazioni sportive dilettantistiche, sono fuori anche i circa 50 mila collaboratori della Pubblica amministrazione.
Una fetta cospicua dei collaboratori, dunque, non rientra nella nuova disciplina e si vedrà applicato ancora il contratto di collaborazione.
In secondo luogo, la legge non prevede alcun vincolo al passaggio limitandosi ad affermare che a gennaio 2016 “si applica” la disciplina.
La sanatoria per le imprese, e il basso reddito dei cocopro
Nulla si dice sui contratti che saranno cessati nel corso del 2015 tranne prevedere una bella sanatoria per quelle aziende che attiveranno un rapporto subordinato e potranno, così, cancellare tutte le “possibili pretese” dei lavoratori.
Che il passaggio da contratto a progetto a lavoro subordinato non sia così automatico è dimostrabile anche con altri due dati.
Il primo: anche la legge Fornero, irrigidendo la normativa, si proponeva di farne emergere la natura di rapporto subordinato.
Il risultato è stato che nel 2013 il numero dei contratti a progetto si è ridotto di 150 mila unità senza nessun beneficio per i rapporti a tempo indeterminato.
Il secondo dato è più sottile ma molto rilevante: secondo l’Osservatorio dei lavori, infatti, il reddito medio dei co.co.pro. è di 10 mila euro l’anno.
Una cifra che corrisponde, quando va bene, a un normale contratto di lavoro a tempo parziale.
Come è possibile pensare che questi importi possano dare vita a lavori stabili? Abolendo il contratto a progetto, in realtà , a crescere, come già avvenuto negli ultimi anni, sarà il contratto a tempo determinato.
Non è un caso che tra il 2011 e il 2014, confrontando le attivazioni trimestre su trimestre, la crescita sia stata del 15%.
Ma potranno crescere anche le partite Iva, false o vere che siano, e per le quali il decreto appena inviato alle Camera non prevede alcuna definizione.
Quello che sposta il ragionamento a favore di Renzi è che il contratto a tempo indeterminato, per i prossimi tre anni, godrà di una decontribuzione che può arrivare fino a 8.600 euro per ogni lavoratore.
Una bella occasione per le imprese che, dove possibile, ne approfitteranno senz’altro. Ma quando i soldi pubblici saranno finiti, i nodi verranno al pettine.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA MINORANZA DEM BOCCIA SENZA APPELLO IL DECRETO SULLO JOBS ACT: “RENZI AL SERVIZIO DEI POTERI FORTI”
«Con questo decreto il Pd di Renzi diventa il partito degli interessi forti. Dopo essere arrivato sulle
posizioni di Ichino ora ha raggiunto Sacconi che, a questo punto, può entrare nel Pd di Renzi».
Stefano Fassina, deputato della minoranza del Pd, non votò il Jobs Act, e oggi boccia senza appello il decreto delegato varato dal governo.
Eppure, Renzi annunciò che il secondo decreto sul lavoro sarebbe stato più di sinistra rispetto al precedente. C’è stata la cancellazione dei finti collaboratori, l’estensione di alcune tutele. Non le pare un tentativo di fare un po’ di pulizia nella giungla dei contratti precari?
«È una straordinaria operazione propagandistica. Restano tutte le forme di contratti precari. Con questo decreto il diritto del lavoro italiano torna agli anni Cinquanta. Renzi attua l’agenda della Troika economica con una fedeltà che – sono certo – il professor Monti invidierà ».
Il presidente Renzi ha detto di aver rottamato i collaboratori. D’ora in poi ci sarà o il lavoro autonomo o quello subordinato. Non le pare un miglioramento?
«Propaganda. La rottamazione dei co. co. co c’è già stata, rimangono solo nella pubblica amministrazione dove, per il blocco delle assunzioni, non ci sarà alcuna trasformazione».
Sì, ma i collaboratori a progetto ci sono nel settore privato.
«Già , ma con le eccezioni che sono state previste non cambierà nulla. Per esempio resterà tutto come adesso per i professionisti senza partita Iva. Rimangono anche i contratti a tempo determinato senza causalità ; restano il lavoro intermittente, il lavoro accessorio e pure l’apprendistato senza requisiti di stabilizzazione. Il carnet di contratti precari non cambia. È una foglia di fico per coprire l’unico vero obiettivo di questo governo sul lavoro: cancellare la possibilità del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato, cioè cancellare l’articolo 18».
Sempre il premier, però, sostiene che per un’intera generazione di giovani lavoratori ci saranno diritti e tutele.
«Altra operazione di propaganda. Non c’è nulla di più di quanto era già previsto dalla legge Fornero».
C’è la maternità per le partite Iva.
«C’è già . L’ha introdotta Livia Turco per tutte le donne lavoratrici».
Il governo punta sull’estensione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Non è meglio di un contratto di collaborazione o a tempo determinato?
«Il previsto aumento dei contratti a tempo indeterminato ci sarà non grazie alla cancellazione dell’articolo 18 bensì per effetto del taglio dei contributi per tre anni per i neoassunti nel 2015. Una misura che costa tantissimo e che, date le condizioni della nostra finanza pubblica, non sarà ripetibile».
Il governo non ha tenuto conto dei pareri, non vincolanti, delle Commissioni parlamentari. Cosa pensa?
«Che è un fatto molto grave. Il governo non solo ha ignorato il parere del Parlamento ma anche l’ordine del giorno della Direzione del Pd che chiedeva il reintegro per i licenziamenti disciplinari e per quelli collettivi. Si dimostra che chi, come me, scelse di non partecipare al voto sul Jobs Act aveva ragione mentre si illudeva chi pensava che il Parlamento avrebbe potuto modificare i decreti. Ma penso anche che il nostro capogruppo debba fare una valutazione su quel che è accaduto».
Roberto Mania
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Febbraio 21st, 2015 Riccardo Fucile
PIOGGIA DI CRITICHE SULLA PATACCA RENZIANA DEL JOBS ACT: MONETIZZAZIONE CRESCENTE PER DIRITTI DECRESCENTI
Si registrano le prime reazioni a caldo alla riforma del lavoro targata Renzi. 
Poche finora quelle favorevoli, molte critiche all’indirizzo del Governo.
Resta fermamente contraria al provvedimento la Cgil che aveva manifestato la sua opposizione convocando uno sciopero generale a dicembre insieme alla Uil.
“L’unico risultato sarà quello di aver liberalizzato i licenziamenti, di aver deciso che il rapporto di lavoro invece di essere stabilizzato sia frutto di una monetizzazione crescente”, afferma oggi la leader Cgil Susanna Camusso che aggiunge: “Il governo va nella direzione sbagliata”.
Sulla stessa linea il segretario Fiom Maurizio Landini: “Siamo in presenza di una riforma che non migliora le condizioni di chi ha bisogno di lavorare”, afferma a margine dell’assemblea regionale dei metalmeccanici che si sta tenendo a Padova.
Anche la Cisl parla di “grave errore del governo” sul mantenimento delle norme sui licenziamenti collettivi, che ormai viene data per certa.
Per il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni, si tratta di “un segno di arroganza e di scarsa attenzione nei confronti di coloro che conoscono e rappresentano il mondo del lavoro”
Subito la politica reagisce.
Caustico il commento del responsabile del Lavoro di Sel, Giorgio Airaudo: “Il governo promuove i licenziamenti, individuali e collettivi, e trasforma i contratti a monetizzazione crescente e diritti decrescenti. Un provvedimento che piace ai custodi dell’austerità e dell’abbattimento dei diritti nel lavoro, come l’Ocse, ma non piace ai lavoratori e alle lavoratrici del nostro Paese, su cui viene scaricata tutta l’insicurezza e la svalutazione del loro lavoro”.
Critica sul Jobs Act anche Forza Italia. Il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, che si conferma tra gli azzurri più critici verso l’esecutivo di Matteo Renzi, contesta “l’architettura complessiva degli interventi” e considera negativamente la scelta di abrogare alcune forme contrattuali, una decisione che contrasta, a suo giudizio, con l’impianto della legge Biagi.
Anche i deputati M5S stroncano il provvedimento: “Di crescente è rimasta ormai solo la precarietà e il taglio, tanto strombazzato, delle forme contrattuali è una montagna che ha partorito il topolino”.
Durissima la presa di posizione di Stefano Fassina che boccia senza appello il Jobs Act: “Straordinaria operazione propagandistica del governo sul lavoro. I contratti precari rimangono sostanzialmente tutti”. Secondo Fassina “il diritto del lavoro torna agli anni ’50. Oggi è il giorno atteso da anni…dalla Troika”.
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
POCHI CREDONO CHE L’IMPIANTO ABBIA UN FUTURO E I SOLDI DEI CONTRIBUENTI FINIRANNO ALLA BANCHE
Basta andare a Taranto e farsi una passeggiata lungo la ventina di chilometri degli invalicabili recinti dell’Ilva, con i suoi 1500 ettari — le dimensioni di una media città italiana — l’acciaieria più grande d’Europa.
Chiunque capirebbe che i politici, burocrati e manager impegnati ogni giorno nelle concitate riunioni romane sul destino dell’azienda sono tessitori di un grande inganno. Basta guardare la gigantesca rete che Emilio Riva, il tycoon siderurgico morto l’anno scorso, fece issare attorno al parco minerali per proteggere il quartiere Tamburi dalle polveri cancerogene alzate dal vento.
Può una rete fermare la polvere?
“Sì, se il calibro della rete è inferiore a quello delle polveri”, spiega un autorevole ingegnere cercando di non ridere. Il calibro delle particelle pm10 è inferiore a dieci millesimi di millimetri: l’unico modo di proteggere il Tamburi sarebbe stato fare al parco minerali un cappottino di Goretex su misura. La taglia è 75 ettari.
A Taranto la rete per fermare la polvere è la misura di tutto.
Può una popolazione sentirsi dire che la rete fermerà la polvere senza perdere il controllo dei nervi? Sì.
La maggioranza dei tarantini da decenni tace e subisce la logica folle della storia.
L’Ilva sta morendo e il governo, fingendo di curarla, ne accompagna distrattamente l’agonia.
“Torno a Natale”, aveva detto Matteo Renzi a settembre, nel suo unico frettoloso passaggio, poi è andato a sciare a Courmayeur.
La messa in scena ha un solo risultato possibile, un ingente passaggio di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle dei creditori dell’Ilva in dissesto finanziario, in primo luogo naturalmente le banche.
L’agonia clandestina, come in un racconto di Buzzati
Viene in mente Sette piani, il racconto di Dino Buzzati da cui Ugo Tognazzi trasse un celebre film, Il fischio al naso.
Ricoverato per un banale controllo, l’industriale lombardo, accompagnato da sorrisi e frasi rassicuranti, parte dal piano terra e viene spostato gradualmente fino al settimo, dove morirà .
Così l’Ilva da tre anni attraversa un incubo di piani di risanamento, decreti legge, commissariamenti e subcommissariamenti, e ogni volta qualcuno annuncia che è la volta buona.
Intanto la fabbrica, formalmente sotto sequestro, cade letteralmente a pezzi.
Al suo capezzale un plotone di medici pietosi: tre commissari governativi, tre custodi giudiziari, un custode amministrativo, un commissario per le bonifiche, e con loro Andrea Guerra, consigliere per l’industria di Renzi.
Dovrebbero risolvere un’equazione impossibile: tenere in vita un’azienda che inquina, perde 30 milioni al mese, viene abbandonata dai clienti e ha 3 miliardi di debiti.
Il 26 luglio 2012 intervenne la magistratura arrestando lo stato maggiore dell’Ilva, a cominciare dai Riva. La fabbrica fu messa sotto sequestro come si toglie la pistola dalle mani del serial killer, per impedire la prosecuzione del reato.
Non fu uno sconsiderato blitz ecologista. Le indagini andavano avanti da anni. Da mesi il Noe di Lecce (Nucleo Operativo Ecologico), cioè i Carabinieri e non Greenpeace, rilevava quantità sconcertanti di veleni che l’acciaieria produceva con arrogante noncuranza.
Era il Noe a chiedere al procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, urgenti “misure cautelari”. Sebastio aveva già ottenuto due volte dai giudici la condanna di Riva per inquinamento, nel 2002 e nel 2007.
L’Ilva non è un paradiso. In vent’anni ha avuto 50 incidenti mortali in azienda. Tuttora premia con un buono acquisto da 100 euro all’Auchan gli operai dei reparti con un basso numero di “infortuni indennizzati”.
E siccome è difficile credere che un operaio abbia bisogno dell’incentivo per stare attento a non rompersi un braccio, è possibile che quel premio incoraggi le mancate denunce. Non lavorava in paradiso neppure Francesco Zaccaria, gruista volato in mare da 60 metri con la sua cabina nell’area Impianti Marittimi il 28 novembre 2012.
Le Tv dettero la colpa alla tromba d’aria “assassina” che quel giorno travolse Taranto, ma al processone “Ambiente svenduto” sono imputati anche alcuni dirigenti accusati di omicidio colposo per la morte di Zaccaria.
Nell’estate 2012, furono però messe in scena la commedia della sorpresa e quindi la farsa dell’emergenza, condizione necessaria per il passo logicamente successivo: non fare niente. L’emergenza era costituita dai magistrati che “all’improvviso” dicevano basta al reato di inquinamento, flagrante e sfrontato.
“Non si può uccidere così un’azienda decisiva per il Paese”, tuonavano gli industrialisti. “Bisogna salvare 17 mila posti di lavoro”, urlavano sindacalisti di ogni colore.
I magistrati che avevano deciso il sequestro degli impianti inutilmente provarono a difendersi dall’accusa di seminare miseria: come arrendersi a quel malinteso senso di responsabilità secondo il quale, a fronte di una soddisfacente dose di prosperità economica, si può fissare una quantità accettabile di malattia e morte?
Il partito industrialista allora guidato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini (in seguito arrestato per altro tipo di inquinamento, quello dei suoi conti in banca) sancì l’ovvio: lavoro e salute possono convivere.
La traduzione pratica del sacrosanto principio è stata che si possono fare gli interventi di risanamento degli impianti compatibili con il conto economico.
Cioè il poco o niente fatto da Riva dal 1995 al 2012. L’importante è sfornare a getto continuo piani, progetti, protocolli d’intesa, lettere d’intenti, appendici, atti aggiuntivi, note a margine. Se potessimo monetizzare ogni nuovo nome per pezzi di carta inutili, l’Italia non avrebbe debito pubblico.
Giovedì 12 febbraio, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, imputato assieme ai Riva e ai loro presunti complici nel processo “Ambiente svenduto”, ha offerto alla città un saggio mirabile dell’arte dell’inerzia.
Con il commissario alle bonifiche Vera Corbelli ha solennemente firmato un nuovo protocollo d’intesa che finalmente darà il via alle bonifiche. Non che mancasse un accordo tra commissario e Comune, ma Corbelli ha detto che quello firmato dal suo predecessore non funzionava.
“Mi sono insediata lo scorso agosto e ho cominciato a comprendere la situazione di Taranto”, ha detto Corbelli che è forestiera. Molto determinata: “Il governo vuole investire, il premier Renzi l’ha detto: partiamo da Taranto”.
Il sindaco, parimenti focalizzato sull’operatività , ha detto: “Basta con gli impegni, adesso passiamo ai fatti concreti”. Dopo tre anni, era ora. Partono le bonifiche, in dosi omeopatiche
Ed ecco i fatti concreti. Dei 110 milioni stanziati tre anni fa dal governo per le bonifiche fuori del perimetro aziendale finalmente si spenderanno i primi due: bonifica delle aiuole del quartiere Tamburi, quelle da anni vietate al gioco dei bimbi.
Su un totale di 3,6 ettari (lo 0,1 per cento della superficie da bonificare), verranno sostituiti con terra pulita i primi 30 centimetri di terreno.
Un milione di metri cubi di terra inquinata, a 2 euro al metro cubo. Si può stimare che a Taranto uguale trattamento lo meritino un paio di miliardi di metri cubi di terra inquinata: fanno 4 miliardi di euro.
A chi ha chiesto che senso abbia bonificare mentre l’Ilva continua a spargere i suoi veleni, i tecnici del Comune hanno risposto che tanto, per tornare all’inquinamento di oggi, ci vorrebbero 150 anni alle emissioni attuali: centocinquanta anni.
Taranto è dunque davvero avvelenata. Non dipende dai magistrati talebani il divieto di allevare le mitiche cozze del Mar Piccolo, che da secoli venivano squisite grazie a sorgenti sommerse di acque dolci.
Adesso arrivano diossina, benzo(a)pirene e tutti gli altri veleni che hanno inquinato la falda acquifera.
Neanche il divieto di pascolo per un raggio di 20 chilometri intorno all’Ilva è un’invenzione giustizialista.
Due settimane fa, la Asl di Taranto ha trovato pieni di diossina i 64 bovini dell’allevatore Giuseppe Chiarelli, di Massafra, dieci chilometri dall’Ilva. Subito è partito l’ordine di abbattimento dei capi di bestiame, mentre il Pd di Massafra, ostentando sorpresa, ha chiesto l’immediata, drammatica convocazione del consiglio comunale.
Comunque si giri, il discorso non sta in piedi.
Un mese fa il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi, in corsa per acquisire l’Ilva, in audizione al Senato, ha detto: “Taranto deve risolvere per primo il problema ambientale, bisogna coprire il parco minerali (un miliardo di euro, ndr) e installare l’aspirazione totale delle cokerie, che producono benzo(a)pirene e pm10.
Bisogna rendere l’Ilva pulita e farla andare al massimo”.
Il conto dei siderurgici esperti è presto fatto. Per rimettere in carreggiata l’Ilva occorrono da subito: 300 milioni per coprire le perdite dei prossimi 12 mesi, 500 per ricostituire le scorte, il cosiddetto capitale circolante, 300 per dare una sistemata a impianti abbandonati a se stessi che ormai producono acciaio scadente, e poi 200 milioni per rifare l’altoforno 5, un paio di miliardi per adeguare gli impianti alle prescrizioni dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale).
I contribuenti pagheranno, le banche incasseranno
Siamo a 3,3 miliardi che servono alla Newco, cioè la nuova società statale che prenderà in affitto l’azienda. In più dovrà pagare l’affitto al commissario Piero Gnudi, che non avrà altri proventi per pagare i creditori dell’insolvenza da 3 miliardi.
E quanto sarà il canone? Nessuno ne parla, perchè è il tema più imbarazzante.
Alcuni esperti sostengono che per un impianto che macina perdite al ritmo di 30 milioni al mese, l’affitto non può che essere simbolico.
Però si tratta di una fabbrica che, costruita nuova, costerebbe 20 miliardi: il governo può sempre trovare una perizia che stimi l’equo affitto anche in 4-500 milioni.
Denaro dei contribuenti che, senza ragione, verrebbe iniettato direttamente nelle casse dei creditori, in particolare le banche.
Dei 3 miliardi di debiti dell’Ilva, infatti, 1,45 miliardi sono riferibili alle banche, di cui 900 milioni fanno capo a Intesa Sanpaolo.
Se Guerra ripetesse il miracolo dell’acciaio di Stato riuscito nel Dopoguerra a Oscar Sinigaglia, tra tre o quattro anni potrebbe privatizzare l’Ilva risanata, ricavandone alcuni miliardi che andrebbero a Gnudi, cioè, di nuovo, ai creditori. I contribuenti non rivedrebbero più i soldi pubblici spesi per l’Ilva, ma l’azienda e i posti di lavoro sarebbero salvi. Purtroppo lo scenario più realistico è un altro.
L’Ilva non si risolleverà perchè non ha più manager capaci: per guidare la città dell’acciaio, con i suoi 11 mila dipendenti diretti e i 5 mila indiretti, ce ne vogliono tanti. Poi non c’è investimento pubblico in grado di ricomprare i clienti perduti.
Lo stesso Arvedi rivela di non comprare più dall’Ilva le abituali 500 mila tonnellate all’anno (sarebbero state il 10 per cento della produzione 2014) perchè la qualità non è più all’altezza.
Sarà difficile trovare acquirenti per una fabbrica sotto sequestro che continua a inquinare e per la quale non sono esclusi nuovi capitoli giudiziari, visto che i Carabinieri non smettono di rilevare superamenti dei limiti. I concorrenti non si strapperanno i capelli se chiuderà un produttore da 9 milioni di tonnellate, visto che l’Europa ha una sovracapacità produttiva di 30 milioni.
Gli ambientalisti non si dispiaceranno se con l’Ilva chiuderà anche la fabbrica del veleno. Il governo potrà dire di aver fatto di tutto per salvare ambiente e posti di lavoro, e darà la colpa, nell’ordine: ai magistrati, agli ambientalisti, ai politici locali e ai sindacalisti.
E tutti insieme, quelli che oggi fanno finta di non sentire, non capire e non vedere, ci spiegheranno, attorno al 2020, quali sono gli errori da non ripetere.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONTRATTO A PROGETTO SARà€ RIVISTO MA LA SOSTANZA RESTA… SINDACATI DELUSI
Il governo punta al superamento dei Contratti a progetto, i famigerati co.co.pro. 
Ma non del tutto. Anzi, per niente.
L’esito dell’incontro avuto ieri al ministero del Lavoro tra Giuliano Poletti e i rappresentanti di sindacati e imprese ha confermato gli schieramenti di partenza.
“La montagna ha partorito il topolino” ha chiosato, ricorrendo al tradizionale proverbio, il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo.
“Delusa” la Cgil, contente le imprese anche se qualche distinguo lo hanno voluto rimarcare anch’esse.
L’incontro serviva a illustrare alle parti sociali il terzo decreto attuativo del Jobs Act, dopo i due già approvati dal governo e passati al vaglio delle Commissioni parlamentari (quello sul contratto a tutele crescenti e quello sull’Aspi).
In questo caso si tratta del riordino delle varie tipologie contrattuali, l’occasione, secondo molti, di “disboscare” la precarietà introdotta dalle norme degli ultimi venti anni, dal “pacchetto Treu” alla “legge Biagi”.
Precarietà che il ministro ha puntato a circoscrivere già nella sua introduzione all’incontro.
Non ci sono 45 forme di contratti precari, ha contestato alla Cgil, ma non più di 10-15 secondo la ricognizione del suo ministero.
Di questi, il governo punta ad abolirne solo due: l’associazione in partecipazione e il job sharing.
Un contratto, quest’ultimo, quasi per nulla utilizzato mentre l’associazione è ampiamente usata nel commercio per mascherare il lavoro dipendente con l’associazione all’impresa esercente.
È stata la Cisl a richiedere nei mesi scorsi la soppressione di questa tipologia e non a caso, ieri, il sindacato di Annamaria Furlan si è detto soddisfatto della decisione di Poletti.
Il ministro, però, ha confermato la durata del contratto a tempo determinato in 36 mesi, misura in contraddizione con l’esistenza del contratto a tutele crescenti.
Su questo punto, però, qualsiasi rimodulazione – si era pensato a ridurre la durata a 24 mesi — ha visto la netta contrarietà delle imprese.
Per quanto riguarda l’aspetto simbolicamente più rilevante dell’incontro, i co.co.pro., si è scelto di rinviare il problema puntando a una ridefinizione delle norme.
“Il governo — ha spiegato Poletti — intende bloccare l’utilizzo dei contratti di collaborazione aprogetto”. Ma non li ha aboliti.
Quelli nuovi saranno sospesi “per chiarire meglio i confini tra lavoro subordinato e lavoro autonomo”.
Intenzione questa, vista con sospetto dalle imprese che infatti l’hanno criticata: “Si rischia di reintrodurre forme di lavoro dipendente” ha puntualizzato Rete Imprese.
In ogni caso si tratterà di una riforma della tipologia esistente: “Una manutenzione e non un disboscamento” ha commentato la segretaria Cgil Serena Sorrentino presente all’incontro.
Per i rapporti in essere, invece, ha spiegato ancora Poletti, “occorrerà trovare una modalità di gestione transitoria”.
Sui co.co.co., invece, l’esecutivo procederà valutando “ogni specificità , sia per quelli pubblici che per quelli privati”.
Anche qui, quindi, nessuna abolizione o superamento. Sarà ritoccato anche l’apprendistato, in particolare con la riduzione della quota di formazione a carico delle imprese.
Poletti l’aveva già ridotta al 30% ma si potrebbe scendere ancora al 10. Infine, il ministro ha ventilato una sorta di appendice al decreto in relazione all’ipotesi di demansionamento unilaterale da parte delle aziende.
Una misura vista con molto allarme dai sindacati ma non del tutto chiarita.
I testi si vedranno domani, dopo il Consiglio dei ministri che varerà formalmente i decreti e che approverà definitivamente quelli già emanati.
Se il governo accoglierà o meno le riformulazioni sul licenziamento collettivo stabilite dalle commissioni parlamentari non è ancora chiaro: “Non posso anticipare nulla” ha detto Poletti, “deciderà il Consiglio dei ministri”. Cioè, Matteo Renzi.
Sul fronte sindacale la Cgil ha riunito ieri il suo comitato direttivo per decidere come proseguire la mobilitazione contro il Jobs Act.
L’obiettivo di Susanna Camusso, definito da un documento approvato a larghissima maggioranza, è quello di definire un “nuovo Statuto dei lavoratori” da trasformare poi in una legge di iniziativa popolare su cui avviare la raccolta delle firme a partire dal 19 marzo.
La Cgil, però, “non esclude” il ricorso a un referendum abrogativo.
E per dimostrare che potrebbe fare sul serio prenderà questa decisione dopo una “inedita” consultazione dei suoi iscritti chiamando il corpo della Cgil alla più ampia partecipazione.
Avvertendo, tuttavia, che questa ipotesi non potrà essere utilizzata per ambizioni politiche di vecchi e nuovi partiti.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
SU 2 MILIONI DI INTERESSATI, SI SONO REGISTRATI SOLO 412.000 E APPENA 12.000 HANNO RICEVUTO UN’OFFERTA DI LAVORO O DI FORMAZIONE
“Una novità straordinaria” con “un bacino potenziale di 900mila giovani che nell’arco dei 24 mesi
riceveranno un’opportunità di inserimento” nel mondo del lavoro.
Il 5 aprile 2014 il ministro del Welfare Giuliano Poletti annunciava così il lancio di “Garanzia Giovani” (Youth Guarantee), partita in Italia il 1° maggio dello scorso anno.
Un progetto di respiro europeo, rivolto a quei Paesi con una percentuale di giovani senza lavoro superiore al 25% (in Italia è al 42%), su cui Bruxelles ha investito 6 miliardi di euro: 1,5 solo per il nostro Paese.
I fondi in Italia sono stati distribuiti in base al tasso di disoccupazione delle diverse aree geografiche, affidando alle Regioni, che controllano il sistema dei servizi per il lavoro, la definizione e la realizzazione delle misure da adottare.
Sono stati coinvolti i giovani che non studiano nè lavorano, i cosiddetti Neet, di età compresa fra 15 e 29 anni (nello schema comunitario il meccanismo è previsto per gli under 25).
Per sensibilizzare gli Stati coinvolti nel piano, il 22 aprile 2013 il Consiglio della Ue ha inviato loro una “Raccomandazione” che prevede, ad esempio, l’identificazione di un’autorità pubblica incaricata di istituire e gestire il sistema di garanzia, lo sviluppo di partnership tra servizi per l’impiego pubblici e privati e il potenziamento dell’apprendistato come forma contrattuale.
Peccato che in Italia il meccanismo non ha funzionato.
Complici i ritardi nell’attuazione del piano da parte degli enti locali e l’assenza di un’efficace struttura di coordinamento, fino a questo momento la “Garanzia Giovani” si è rivelata un vero e proprio flop.
Solo una minima parte dei giovani iscritti al piano (tramite un portale dedicato), che entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dal termine degli studi avrebbero dovuto iniziare un’esperienza lavorativa, un tirocinio o uno stage, ha tratto reale beneficio dalla Youth Guarantee.
Fallimento all’italiana
A sancire l’insuccesso della “Garanzia Giovani” in Italia ci ha pensato Adapt (il centro studi sul lavoro fondato nel 2000 da Marco Biagi) con un rapporto inviato al vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen.
Un’analisi che il commissario finlandese, considerato un “falco” e desideroso di capire cosa non ha funzionato finora in casa nostra, ha richiesto al direttore di Adapt Michele Tiraboschi. Non al governo.
“I risultati — esordisce il report — non sono allo stato lusinghieri e anzi è percezione diffusa, tra i giovani prima ancora che tra gli esperti e l’opinione pubblica, che si tratti dell’ennesimo fallimento delle politiche del lavoro in Italia”.
Una doccia gelata accompagnata dalle cifre.
Come ad esempio la percentuale dei giovani che, una volta presi in carico dai servizi competenti, ha ricevuto una qualche forma di risposta in termini di lavoro o di stage: un misero 3%.
“Su un bacino stimato dal governo di 2.254.000 giovani italiani che non studiano e che non lavorano, 1.565.000 se consideriamo il target scelto per il piano, solo 412.015 hanno infatti aderito al piano ‘Garanzia Giovani’”, è scritto nel documento.
Di questi “solo 160.178 risultano essere stati effettivamente contattati per un primo colloquio.
Mancano dunque all’appello ancora 251.837 giovani, la stragrande maggioranza dei quali iscritti da oltre 4 mesi al programma”.
Quindi dei 160.178 giovani contattati dopo la registrazione al progetto “solo 12.273 hanno poi effettivamente ricevuto un’offerta di lavoro, di stage o di formazione”.
Il 3%, appunto.
Guida pericolosa
Insomma un disastro su tutta la linea, che affonda le proprie radici nel fatto che l’Italia non ha rispettato le linee guida della “Raccomandazione” dell’Unione europea.
A partire dalla mancata creazione dell’autorità pubblica di coordinamento.
“In attesa di una annunciata riforma dei servizi pubblici per il lavoro”, spiega Adapt, l’Italia “ha affidato il compito di coordinamento delle azioni di “Garanzia Giovani” ad una tecnostruttura pubblicistica denominata “struttura di missione” che “ha cessato le sue funzioni il 31 dicembre 2014 senza che l’annunciata riforma dei servizi per il lavoro abbia preso effettivamente avvio e senza che siano stati nominati ad interim altri soggetti”.
Di conseguenza, rivela l’associazione, allo stato attuale nel nostro Paese “il ruolo di coordinamento del programma è scoperto”. Non è finita.
L’altro problema, come detto, è rappresentato dalle Regioni. In molte di queste, soprattutto “in quelle con i più alti tassi di disoccupazione e dispersione giovanile”, la “Garanzia Giovani” “non è ancora neppure partita rivelandosi al più occasione per convegni e per l’apertura di nuovi siti internet pubblici che non funzionano e non mettono in contatto domanda e offerta di lavoro”.
Regioni al bando
In Sicilia, addirittura, il bando è stato aperto e poi subito ritirato sollevando dubbi sulla trasparenza delle procedure adottate nell’erogazione dei finanziamenti.
E anche nei casi “virtuosi” non mancano le criticità .
“In Veneto, la Regione che si distingue per la migliore performance sulla “Garanzia Giovani”, si registrano importanti ritardi. Penso solo ai tirocini: i ragazzi che hanno iniziato a settembre attendono ancora la liquidazione della prima indennità mensile”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giulia Rosolen, ricercatrice Adapt e responsabile del gruppo di ricerca sul piano.
Per Rosolen, in sostanza, “stiamo sprecando il miliardo e mezzo stanziato dall’Europa”.
Anche perchè “sull’apprendistato, individuato come principale leva di placement dalla Raccomandazione europea, viene investita solo una percentuale residuale delle risorse a disposizione e le procedure previste per il finanziamento di questa tipologia contrattuale sono spesso molto lunghe e burocratiche“.
Numeri alla mano, il contratto a tempo determinato è la tipologia maggiormente ricorrente tra le offerte caricate nel portale (74%) — la stragrande maggioranza delle quali non incide sui settori indicati come prioritari dall’Europa — mentre tirocinio e apprendistato occupano le ultime due posizioni (8% e 2%).
Garanzia fuori posto
Inoltre il 40% dei giovani intervistati per un sondaggio riguardante il piano, effettuato da Adapt e dalla testata online la “Repubblica degli stagisti”, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna proposta dopo il colloquio.
Non è un caso, dunque, se il voto medio dato dai ragazzi è stato 4. Una sonora insufficienza.
Ora, per cercare di raddrizzare la situazione, il governo ha deciso di intervenire con due decreti.
Il primo per correggere l’attuale sistema di “profilazione” dei giovani, il secondo per allargare il bonus anche ai contratti a termine (di durata inferiore a 6 mesi) e a quelli di apprendistato.
“Il ministero del Lavoro ha dunque preso atto del fallimento del piano”, dice Rosolen, peccato che “i correttivi, così come previsti, non porteranno alcun beneficio”.
Nei giorni scorsi, in un’intervista al Quotidiano Nazionale, Poletti ha spiegato che “il primo equivoco” della Youth Guarantee “riguarda il nome. Dall’inglese andava tradotto correttamente in patto, e non garanzia, perchè così si è indotto a pensare che garantisse posti di lavoro”.
Il problema, insomma, è tutto lì. In una parola.
Peccato non esserci arrivati prima.
Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA MULTINAZIONALE AMERICANA DELLA CHIMICA LYONDELL BASELL COSTRETTA ALLA MARCIA INDIETRO… “RIASSETTO ECONOMICO” LA SCUSA ADOTTATA DALL’AZIENDA
Patrizia ha vinto la sua battaglia: la dipendente di Brindisi, cacciata dalla sua azienda dopo essersi ammalata di cancro, la settimana prossima tornerà a lavoro.
La Lyondell Basell, società chimica americana che produce polipropilene e opera all’interno del petrolchimico dell’area industriale pugliese, ha deciso di rinunciare alla procedura di licenziamento avviata lo scorso autunno.
E di assegnare un nuovo incarico all’impiegate 52enne.
Merito delle azioni legali intraprese dalla donna, della difesa dei sindacati e della Regione.
E delle tante iniziative nate spontaneamente a suo sostegno.
In primis, la petizione lanciata su Change.org che in poco tempo ha raccolto 80mila firme e attirato l’attenzione dei media sulla vicenda.
«Dopo tre mesi di buio è arrivato finalmente il ritorno alla vita. Sono felicissima di riavere il mio lavoro, ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutata», ha dichiarato la diretta interessata dopo la firma dell’accordo.
Dopo 25 anni di carriera Patrizia si era vista recapitare negli scorsi mesi la notifica di avvio della procedura di esubero.
Ufficialmente per ragioni legate al riassetto economico dell’azienda, a detta della donna «perchè affetta da cancro».
Subito è cominciata una vertenza, ma i primi incontri e un tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro si erano risolti in un nulla di fatto.
L’impiegata, che nell’azienda aveva un incarico di addetta alla contabilità , aveva anche rifiutato un indennizzo economico importante (pari a 27 mensilità , più di quanto previsto dalla legge), pur di riavere il suo lavoro.
Alla fine ha avuto ragione: la Lyondell ha fatto marcia indietro, la procedura di licenziamento è stata sospesa e l’esonero dal servizio revocato.
L’accordo firmato dalle parti prevede il distaccamento in un’azienda del gruppo che si trova nello stesso stabilimento per 6 mesi, e poi l’assunzione a tempo indeterminato al termine di questo periodo.
Senza trasferimenti e disagi, mantenendo l’anzianità di servizio e il livello di retribuzione. «Abbiamo difeso con coraggio e con tenacia la sua dignità di donna e di lavoratrice, questa è una grande vittoria», spiega soddisfatto l’avvocato Giuseppe Giordano, che l’ha assistita nella vicenda.
«Certo — conclude il legale — forse questa soluzione poteva essere trovata prima, senza arrivare allo scontro. Ma tutto è bene quel che finisce bene».
Da lunedì comincia una nuova avventura, al suo vecchio lavoro.
In fondo Patrizia chiedeva solo di riavere la sua vita.
Lorenzo Vendemiale
(da “La Stampa”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL DECRETO FERMO ALLA CAMERA, LA RAGIONERIA VUOLE BLINDARE IL TESTO CON UNA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA
In teoria, il tempo è strettissimo.
Entro il 12 febbraio il Parlamento deve dare il via libera, non vincolante, ai primi due decreti attuativi del Jobs Act, approvati dal governo prima di Natale.
E mentre sul nuovo contratto a tutele crescenti il parere della Commissione Lavoro arriverà domani, sul decreto sugli ammortizzatori sociali è stallo.
Manca il via libera della Commissione Bilancio, che a sua a volta attende il semaforo verde della conferenza Stato-Regioni ma soprattutto la garanzia della Ragioneria Generale dello Stato su uno dei nodi più controversi, quello della clausola di salvaguardia sugli ammortizzatori sociali.
Nel proprio dossier, l’Ufficio Bilancio della Camera ha sollevato esplicitamente la questione. Tema che, coincidenza quasi beffarda, riguarda l’articolo 18 del decreto, che si occupa delle coperture finanziarie del provvedimento.
Per finanziare il nuovo sussidio di disoccupazione Naspi, As.Di (assegno di disoccupazione) e Dis.Coll (l’indennità per gli ex co.co,co), il governo ha previsto nella legge di stabilità risorse per 2,2 miliardi nel 2015 e 2016 e 2 miliardi per il 2017.
In sostanza, ha rilevato il dossier della Camera, perchè è stato posto un limite di capienza a un diritto che in teoria potrebbe essere esercitato da una platea superiore da quella stimata inizialmente dal governo?
La questione pare tecnica ma rischia di nascondere una brutta sorpresa.
Per assicurare che tutti possano beneficiare dei nuovi ammortizzatori sarebbe necessaria una clausola di salvaguardia che garantisca che anche in caso di utilizzo di tutte le risorse accantonate, il riconoscimento del sussidio sia garantito comunque.
Che siano nuove imposte, o tagli di spesa, o altro, è presto per dirlo.
Ma fonti parlamentari spiegano che la Ragioneria per dare il suo via libera definitivo chiederà la previsione della salvaguardia.
Il 3 febbraio scorso la Ragioneria di fronte a questi rilievi non ha risposto direttamente, lasciando aperta la questione, ma prima del via libera del provvedimento alla fine la clausola dovrebbe essere inserita.
Anche perchè soltanto per la cassa integrazione in deroga, i cui criteri di accesso sono diventati di fatto molto più restrittivi, lo scorso anno il governo ha speso circa 2,5 miliardi.
E se la nuova Naspi è destinata ad assorbire il vecchio strumento, estendendo comunque il numero di possibili beneficiari, le risorse messe da parte dal governo potrebbero non bastare.
Qualcosa quindi, il governo dovrà inventarsi.
Difficile, però, che possa agire sul fronte delle imposte dirette visto che sui prossimi tre anni gravano già delle pesantissime ipoteche, con aumenti programmati delle aliquote che potrebbero valere oltre 20 miliardi alla fine del triennio.
(da “Huffingtonpost”)
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