Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LE 37 LAVORATRICI DELL’IGEA CONTINUANO LA LOTTA: LA REGIONE INVECE CHE RILANCIARE L’AZIENDA PUBBLICA PREFERIREBBE PRIVATIZZARE METTENDO A RISCHIO 240 POSTI DI LAVORO
«Siamo 37, tutte donne. Non ce ne andremo dalla miniera. Che non credano di illuderci ancora con
promesse… Abbiamo un nome solo: chiamateci tutte Maria».
Chi parla dall’imboccatura della galleria di Villamarina, casco calato sulla faccia coperta da una sciarpa, un nome ce l’ha.
Si chiama Valeria: «Ma abbiamo deciso che la nostra battaglia non ha volti nè cognomi».
Lavorano all’Igea, società della Regione Sardegna, 254 dipendenti, i «sopravvissuti» dei 40 mila che un tempo lavoravano nel polo minerario del Sulcis Iglesiente. Da mesi non ricevono lo stipendio.
«E dopo l’ennesima assemblea di tutto il personale, la scorsa settimana, noi donne – così dice Valeria, 47 anni – ci siamo riunite da sole. E subito ci siamo trovate d’accordo: mai una donna prima d’ora ha occupato una miniera? Lo facciamo noi: oltre ogni colore politico e ogni tessera sindacale. Siamo 37, unite e decise, come fossimo una sola persona».
La prima galleria della miniera di Villamarina è lunga più di 800 metri, venerdì si son chiuse alle spalle il cancello. Erano 35, le altre 2 sono andate a dar man forte ai loro compagni nella vicina miniera di Campo Pisano.
Da lì arriva l’acqua per Iglesias, i minatori hanno interrotto le forniture, ripristinate dopo qualche ora dalla polizia.
«Non vogliamo creare disagi, ma quando si sta per morire si è disposti a tutto».
A Iglesias hanno capito: «Sono venuti tanti a dirci: ”Siamo con voi” e ci hanno portato cibo e dolci». Le donne hanno scritto sui caschi bianchi: «Noi non abbiamo paura» e con lo stesso motto hanno aperto una pagina su Facebook.
Accanto a Valeria c’è Maria1, 62 anni, lavora da più di 40: «Vado in pensione fra due mesi, questa è la mia ultima lotta e spero che finisca bene. Sono stata assunta dopo uno sciopero e me ne vado dopo uno sciopero. Possibile che si debba ricorrere a questo per lavorare?».
Maria3 ha quasi dieci anni di meno, ma è già nonna, due nipoti. Maria4 ha un figlio di 8 mesi. «Me lo porta mio marito, ogni 6 ore. Lo allatto ancora al seno e non potrei rimanere senza averlo fra le braccia».
Arrivano anche i figli. Parla ancora Valeria: «Ho cominciato nel 1987, avevo 20 anni. Per fortuna lavora mio marito, anche lui nel settore minerario, e a casa a fine mese arriva almeno una busta paga. Mio figlio ha 18 anni e fa il liceo scientifico. Quando viene mi bacia e mi dice: “Mamma, tieni duro, sono orgoglioso di te”».
L’Igea ha 25 milioni di debiti, da pochi giorni la Regione ha nominato un commissario, ma con la Carbosulcis – società che ha in carico altri 700 «reduci» del comparto minerario – naviga a vista.
«Facciamo accordi ma dopo pochi giorni la Regione li disattende» lamenta Mario Cro segretario territoriale della Uiltec. Ieri messa con il vescovo davanti alla galleria.
Domani altro incontro a Cagliari, in Regione uno spiraglio: «Stiamo preparando un piano per il riequilibrio finanziario».
Ma le donne in miniera insistono: «Non ci muoviamo».
Alberto Pinna
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
STORIA DI UN IMPIEGATO NEL MONDO DEL JOBS ACT… DAL PC CONTROLLATO ALLE TELECAMERE, DAL DECLASSAMENTO AL LICENZIAMENTO (E RIASSUNZIONE A METà€ STIPENDIO)
“E io contavo i denti ai francobolli, dicevo grazie a dio, buon natale”. A differenza dell’impiegato di Fabrizio De Andrè, questa storia non inizia col maggio francese e non finisce con la bomba che debutta in società : questa è la storia di un impiegato nel mondo della Leopolda, quello in cui il Jobs Act è il nuovo Statuto dei lavoratori, una storia di quando il futuro sarà il presente.
Avvertimento preliminare: tutto quello che verrà raccontato è coerente con le disposizioni del ddl delega sul lavoro che diventerà legge la prossima settimana.
Sul luogo di lavoro Stalin non ti vede, l’imprenditore sì
Milano. Anno decimo dell’era renziana del mercato del lavoro. Interno giorno. Un classico ufficio, tre postazioni di lavoro, una grande finestra, è l’ora di pranzo e un uomo solo guarda verso l’esterno.
È Carlo G., laurea in Economia e Commercio, 45 anni, impiegato da sette alla XXX SPA, media società che fornisce servizi logistici, sposato , due figlie.
Carlo G. è un amministrativo e si occupa di preparare le buste paga: da contratto lavora sette ore e 12 minuti al giorno, che poi nella realtà sono spesso più di otto, guadagna 1.950 euro netti al mese, non è iscritto a nessun sindacato e non s’è mai lamentato, i suoi capi lo apprezzano.
Oggi, però, l’impiegato Carlo G. è preoccupato. Gli è arrivata una email dalla direzione: “Stante che un Dpcm del 2015 (governo Renzi) ci autorizza a utilizzare forme di controllo a distanza sui dispositivi aziendali, questa direzione è qui a chiederle informazioni sul suo comportamento del 15 novembre u.s. Dai dati raccolti sul suo Pc risulta infatti che le operazioni di compilazione delle buste paga siano state interrotte senza apparente motivo tra le ore 15:12 e le ore 16:03. Come risulta inoltre dalla telecamera puntata sulla sua postazione — e non su di lei, ovviamente, come prescrive il Dpcm citato — lei si è assentato dalla postazione non solo in quel lasso di tempo, ma anche per mezz’ora nel pomeriggio di due giorni dopo”.
Carlo G. suda freddo e ricorda.
Nel primo caso era dovuto correre a prendere la bambina a scuola senza aver tempo di avvisare nessuno; la seconda era stato colto da una fastidiosa indigestione: “Mandare quelle spiegazioni al direttore sarà un po’ imbarazzante, persino un po’ indecoroso, ma mica posso perdere il lavoro per vergogna…”.
Cosa non capivo quando si parlava di demansionamento
Interno giorno. Mattina. Sono passati quasi due mesi. È gennaio e l’incidente delle assenze ingiustificate è passato senza lasciare traccia. O almeno così pare.
Il capo del settore amministrativo è nell’ufficio e sta spiegando le novità a un attonito Carlo G.: “L’azienda ha deciso di riorganizzare i propri assetti interni e così l’amministrativo verrà fuso col commerciale per realizzare economie di scala ed evitare lungaggini e inutili duplicazioni di funzioni. Purtroppo, caro G., la sua posizione non è più disponibile e dunque lei in futuro si occuperà di alcune esigenze operative dell’ufficio”.
“Cioè?”. “Qualunque cosa serva: dal fare le fotocopie al distribuire la posta fino a occuparsi di qualche pratica all’esterno”. “Ma io sono laureato, sono inquadrato in una categoria più alta e ci sono almeno tre postazioni libere del mio livello… Voi non potete…”. “In realtà possiamo eccome: se lo ricorda il Jobs Act? Ovviamente, se lei volesse privarci del suo contributo ne saremmo addolorati, ma è un suo diritto e sui diritti non si scherza, per carità …”.
Addio ai privilegi: il niente che resta dell’articolo 18
Alla fine Carlo G. non si è dimesso, ma ad aprile è depresso, svogliato, tormentato da piccoli malanni. Ormai la riorganizzazione è completata e lui, dal colletto bianco con buone speranze di carriera che era, si ritrova galoppino dei suoi ex colleghi.
L’unica cosa buona è che almeno ha mantenuto lo stipendio: cioè quasi, qualche indennità di responsabilità in meno gli ha tolto quasi 80 euro netti al mese.
Oggi l’ha chiamato il capo del personale: “Vede G., noi siamo come una famiglia, ma la crisi economica e la competizione internazionale ci costringono a essere molto attenti ai costi, anche a quello del lavoro. E qui veniamo a lei, caro G.: lei ultimamente è svogliato, dal dispositivo Gps del suo telefonino aziendale risulta che quando esce per servizi esterni si attarda senza motivo al bar dall’altra parte della strada. E poi, vede, un dipendente che svolge il suo lavoro guadagna netti 1.300 euro, lei sfiora i 1.900. Capisce che per noi non è razionale, quindi avremmo deciso di fare a meno dei suoi servigi…”. “Ma come? Mi licenziate su due piedi per una pausa di dieci minuti al bar? Ma voi non potete…”. “In realtà possiamo. Anzi no: per caso lei è gay?”. “No”. “Allora non può neanche accusarci di discriminazione, possiamo: si ricorda il Jobs Act? Per legge le dobbiamo solo un indennizzo”.
Com’è di sinistra il salario minimo. Oppure no?
Milano. Esterno giorno. Agosto. Carlo G. s’avvia al lavoro: è presto ma vuole arrivare mezz’ora prima dell’inizio. Da un paio di settimane l’hanno assunto in una ditta che lavora nell’indotto della XXX Spa, sempre settore della logistica: fa di nuovo il galoppino, solo che invece dei 1.900 euro che erano il suo stipendio prima e dei 1.300 che il Contratto nazionale prevede per quella posizione, ne guadagna 900.
Quando ha provato a farlo notare al capo del personale, però, quello ha ritirato fuori il Jobs Act: “Se lo ricorda? La nostra associazione datoriale non ha firmato il rinnovo del Ccnl e quindi il Jobs Act ci consente di applicare il salario minimo stabilito per legge, che fa appunto 900 euro. Fortunato lei, anzi, l’hanno appena alzato di 50 centesimi l’ora…”.
E così Carlo G. si ritrova a guadagnare 900 euro, come quando faceva il cameriere per mantenersi all’università , ha paura di tutto, soprattutto delle telecamere che lo riprendono tutto il giorno, ma sta zitto perchè almeno non è disoccupato.
Il suo unico problema è quella strana parentela che sente tra le frasi “se lo ricorda il Jobs Act?” e “qui chi non terrorizza, si ammala di terrore” (De Andrè).
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
303 ABBANDONANO L’AULA CONTRO IL JOBS ACT, 6 NO E 5 ASTENUTI: TOTALE 314… LA PATACCA DI RENZI RACCOGLIE APPENA 316 SI’
L’aula della Camera ha approvato il ddl di delega al governo sul Jobs act.
I sì sono stati 316, i no 6 e gli astenuti 5. Sono 303 i deputati che sono usciti dall’Aula per protesta.
A favore hanno votato Pd, Ncd, Per l’Italia e Scelta Civica.
Hanno annunciato in aula il loro voto contrario M5S, Forza Italia, Sel e Lega che poi, però, hanno abbandonato l’aula. No anche da Fdi-An.
Il provvedimento, dopo le modifiche di Montecitorio, torna al Senato per il via libera definitivo.
La decisione, per la minoranza Pd, è stata un parto. Ma alla fine, dopo un lungo travaglio, è stato deciso di dare un segnale di dissenso.
La notizia è che la decisione viene presa collettivamente. Anche se si materializza con modalità diverse.
Per intendersi: Pippo Civati e altri deputati della sua cerchia decidono di votare no alla legge delega sul lavoro che oggi sarà licenziata dall’aula della Camera; altri 30 deputati della minoranza Pd invece lasciano l’aula al momento del voto.
Tra loro ci sono Stefano Fassina, Davide Zoggia, Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo il quale si occupa anche di stilare un documento comune di tutti, anche per Civati, da presentare al premier.
Nel testo si difende il lavoro della Commissione presieduta da Cesare Damiano, che la scorsa settimana ha siglato un accordo con il segretario Pd proprio sul Jobs Act, “ma in sostanza diciamo anche che quella mediazione è arrivata su una base di riforma troppo regressiva”, spiega il bersaniano Zoggia.
La mediazione di Damiano permette ai due ex segretari Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani di votare a favore del Jobs Act.
Ma i 30 più Civati e i suoi alla fine decidono di staccarsi: non dal partito, ovvio, ma semplicemente dall’indicazione di voto del capogruppo Roberto Speranza.
Fin qui i tecnicismi. Ma questa storia è fatta di travaglio, di ansie, di risvolti psicologici che hanno tenuto banco per una giornata intera nei colloqui interni della minoranza, tra i banchi in aula, nelle telefonate con i referenti nelle regioni.
A pranzo una riunione comune di tutte le aeree ha sfiorato la rottura: tra chi insisteva sulla necessità del voto contrario come Civati e chi spingeva per una modalità più soft come l’abbandono dell’aula al momento del voto.
Qui alla Camera nessuno nasconde che la nuova agitazione della minoranza Dem si è scatenata maggiormente per il risultato delle regionali, per quel crollo dell’affluenza alle urne che ha cambiato i connotati politici di una regione come l’Emilia Romagna, da sempre fortino di voti Pci e Pd.
E dunque, mentre a metà della settimana scorsa la mediazione di Damiano era stata accolta come una strada possibile (tranne che per Civati o per singoli come Cuperlo e Fassina), adesso più di 30 Dem non vi si riconoscono. Dunque, la sommossa.
Tutto inizia già in mattinata, quando Fassina, Cuperlo e Civati partecipano ad una riunione con una cinquantina di delegati della Fiom Lombardia ospitati da Sinistra e Libertà alla Camera.
Ed è stato subito ‘dramma’. Perchè, raccontano a Montecitorio, da una parte c’erano gli operai convinti di trovarsi di fronte a deputati decisi a votare no al Jobs Act. Dall’altra, c’era il travaglio e il ventaglio delle scelte.
Gli operai ora sono in tribuna, in aula, per assistere al voto sulla riforma che li ha già portati in piazza per lo sciopero di categoria e che li riporterà a manifestare il 12 dicembre per lo sciopero generale indetto dalla Cgil e dalla Uil.
In Transatlantico Civati è furente con gli altri della minoranza: “Io non posso non votare no e gliel’ho detto…”.
Ma poi arriva Zoggia a dargli la notizia: “Abbiamo deciso, tutti e trenta si esce dall’aula…”. Sollievo.
Cuperlo stende il documento per tutti, per i contrari e per chi esce dall’aula.
Il pericolo più grosso è stato scampato: cioè quello di dividersi in tante forme di protesta, tra voto contrario, astensione, non partecipazione al voto.
Un rischio grande che li avrebbe esposti a sicura derisione da parte dei renziani.
I quali per ora assistono senza battere ciglio. “Se vogliono, possono uscire dal partito”, ti dicono in Transatlantico escludendo ipotesi di provvedimenti disciplinari da parte di Renzi, “significherebbe costruire martiri e non è il caso…”.
Se ne discuterà alla direzione del Pd il primo dicembre. Ma “certo — aggiungono i parlamentari renziani riferendosi alla minoranza — stanno agendo come se fossero un altro partito, ormai fanno iniziative con Sel e ora anche la protesta al momento del voto…”. Se ne parlerà , di certo.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
PREVALE L’IDEA CHE FAVORISCA LE IMPRESE E NON AIUTI LA RIPRESA DELL’OCCUPAZIONE
A pochi giorni dal voto finale sul Jobs act meno di un italiano su due dichiara di conoscere i contenuti della
riforma del lavoro, in particolare il 9% la conosce in dettaglio e 36% nei suoi aspetti principali.
L’attenzione è stata in larga misura monopolizzata dalle modifiche all’articolo 18 e le opinioni sulla riforma sembrano influenzate dal clima surriscaldato che ha accompagnato il dibattito e dalla forte contrapposizione tra il presidente del Consiglio Renzi e i sindacati, gli avversari politici e la minoranza del suo partito.
Un intervistato su due non crede che il Jobs act favorirà l’aumento dell’occupazione e la ripresa economica, mentre il 18% si dichiara fiducioso.
Il pessimismo prevale tra gli elettori di tutti i partiti e soprattutto tra i laureati e i ceti dirigenti che più di altri sono consapevoli del fatto che in assenza di crescita economica la riforma del lavoro rappresenti una condizione necessaria ma non sufficiente a migliorare significativamente la situazione occupazionale.
I pareri sui possibili effetti della riforma del lavoro sono abbastanza variegati.
Spicca l’idea che saranno avvantaggiate le imprese ma non i lavoratori: è di questo avviso il 28% degli italiani, con punte decisamente più elevate tra i lavoratori (impiegati, insegnanti, operai e lavoratori esecutivi), in particolare quelli del settore privato, e tra i disoccupati; il 20% è fortemente critico e ritiene che saranno svantaggiati tutti, imprese e lavoratori.
A costoro si contrappone il 16% di ottimisti (prevalentemente anziani e pensionati) che prefigurano vantaggi sia per le imprese sia per i lavoratori.
Infine, solo il 3% prevede vantaggi per i lavoratori ma non per le imprese.
La bilancia sembra quindi pendere più a favore degli imprenditori che dei loro dipendenti.
Non stupisce dunque che prevalgano gli atteggiamenti difensivi, anche nel caso di licenziamento per motivi disciplinari: il 63 per cento si dichiara favorevole al mantenimento dell’obbligo di reintegro in assenza di giusta causa (in particolare gli operai, i dipendenti del settore pubblico, gli elettori del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico) mentre il 26% concorda con l’indennizzo economico.
In definitiva, sebbene prevalga il pessimismo sui suoi effetti, il 57% degli italiani prevede che la riforma del lavoro andrà in porto nei prossimi giorni, mentre il 27% pensa che si arenerà .
Le reazioni dell’opinione pubblica al Jobs act suggeriscono alcune considerazioni.
La prima riguarda la comunicazione, che risulta cruciale soprattutto in presenza di un modesto livello di informazione dei cittadini.
Nonostante le sue indiscusse capacità comunicative, Renzi con il Jobs act non sembra aver centrato l’obiettivo: infatti, il messaggio prevalente percepito dai cittadini nell’acceso dibattito di queste settimane è quello della perdita della sicurezza del posto di lavoro, complice un contesto economico estremamente critico.
Inoltre non si è colto il nesso tra la riduzione delle tutele, che pure riguardano una parte limitata dei lavoratori interessati dall’articolo 18, e la maggiore facilità di ingresso nel mondo del lavoro. Infine è mancata la rassicurazione di una rete di protezione compensativa, in termini di sussidi e di possibilità di un rapido reinserimento, nel caso di perdita del posto di lavoro.
Insomma, l’incertezza e la paura sembrano prevalere sulla fiducia che le opportunità occupazionali aumentino e il mercato del lavoro possa diventare più dinamico.
La seconda riguarda il calo di consenso nei confronti del governo e del premier registrato nelle ultime settimane, probabilmente da attribuire anche ai giudizi critici sulla riforma del lavoro.
Oggi assistiamo a una minore popolarità del governo che si aggiunge alla crescente perdita di fiducia nei sindacati, screditati sia dal basso (per la crisi di rappresentanza) che dall’alto (per il conflitto con Renzi).
La svalutazione dei corpi intermedi pone un problema di mediazione sociale perchè si stanno riducendo le possibilità di rappresentare il dissenso e di negoziare soluzioni e si apre la strada a forme di protesta «fai da te».
Da ultimo il rapporto tra i cittadini e le riforme del lavoro.
Quelle adottate negli ultimi anni (legge Biagi, riforma Fornero) sono risultate molto impopolari, peraltro non diversamente dalla maggior parte delle riforme attuate nel nostro Paese.
È noto che la stragrande maggioranza degli italiani rivendica riforme, ma si tratta sempre delle riforme che non li riguardano in prima persona, sono quelle degli altri.
Non a caso anche il Jobs act viene maggiormente apprezzato da anziani e pensionati, cioè dai cittadini che non sono toccati direttamente dalla questione occupazionale.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
SUL LAVORO IL GOVERNO RISCHIA IL FLOP
E se avesse ragione la Camusso? Nel sollevare il dubbio, lo dico subito, non mi riferisco alle proposte
economiche della Cgil, e tantomeno alla baruffa sull’articolo 18.
No, il sospetto che abbia ragione la Camusso, e torto il governo, mi è venuto su un’unica questione, che però ai miei occhi è anche la più importante: la situazione del mercato del lavoro e i mezzi per creare nuova occupazione.
Cominciamo dal mercato del lavoro.
Secondo Renzi negli ultimi sei mesi sono stati creati 153 mila posti di lavoro, che certo non bastano ma segnalano finalmente un’inversione di tendenza.
Secondo i sindacati, invece, bisogna guardare anche alla qualità dei posti di lavoro, all’andamento della disoccupazione, alle ore di cassa integrazione.
Chi ha ragione? Difficile dirlo con sicurezza, ma il pessimismo sindacale appare più fondato dell’ottimismo governativo.
Secondo l’Istat negli ultimi sei mesi l’occupazione è aumentata, ma di sole 70mila unità .
L’aumento di 153 mila posti di lavoro proclamato da Renzi è solo frutto di un ingenuo trucco statistico, che gli anglosassoni chiamano cherry picking (scegliersi le ciliegie), ovvero presentare solo i dati che ci danno ragione: in questo caso confrontare i dati di settembre non con quelli di 6 mesi prima (marzo), ma con quelli del mese più basso dell’anno (aprile, in questo caso).
Si potrebbe obiettare che, se consideriamo solo le ultime due rilevazioni, ossia agosto e settembre, l’aumento è di 83mila posti di lavoro, un risultato decisamente positivo.
Ma qui intervengono ben tre contro-obiezioni dei sindacati.
Primo, in attesa dei dati Istat più analitici, nulla sappiamo della qualità dei nuovi posti di lavoro, e tutto lascia pensare che l’aumento possa essere dovuto soprattutto alla sostituzione di posti di lavoro full-time con posti di lavoro part-time, una tendenza che non si è mai interrotta negli ultimi 10 anni.
Secondo, fra agosto e settembre la disoccupazione non è affatto diminuita, bensì è aumentata di 48 mila unità .
Terzo: sempre fra agosto e settembre sono esplose le ore di cassa integrazione, e questa tendenza è proseguita fra settembre e ottobre.
Se si convertono le ore di cassa integrazione in posti di lavoro, e si correggono i posti di lavoro nominali con i posti di lavoro congelati dalla cassa integrazione, si scopre che l’occupazione reale (fatta di posti di lavoro in cui si lavora) non è aumentata di 83 mila unità ma è diminuita di 145 mila.
Il che, forse, spiega l’aumento dei disoccupati registrato dall’Istat, un dato che ad alcuni è parso in contrasto con l’aumento dell’occupazione.
Primo round: Camusso 1, Renzi 0.
Ma passiamo al secondo round.
Dice Renzi che «i sindacati passano il tempo a inventarsi ragioni per fare scioperi, mentre io mi preoccupo di creare posti di lavoro».
Susanna Camusso gli risponde che «se fosse vero che il governo ha intenzione di creare posti di lavoro, le norme che ci sono nella legge di stabilità rispetto ai precari sarebbero tutte diverse».
Sono convinto anch’io che talora i sindacati scioperino per scioperare, e naturalmente non nutro alcun dubbio sul fatto che Renzi desideri creare posti di lavoro.
Però il punto sollevato dalla Camusso è di sostanza, non di buona o cattiva volontà . La domanda cruciale non è che cosa sogna Renzi, ma è se le norme varate dal governo, in particolare la riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro prevista dalla Legge di stabilità , siano idonee a creare nuovi posti di lavoro, dove per «nuovi» si deve intendere posti che senza quelle norme non sarebbero mai nati.
Secondo la Cgil no: se Renzi puntasse davvero a massimizzare i nuovi posti di lavoro, «non distribuirebbe fondi a pioggia alle imprese, ma li vincolerebbe alle assunzioni». Qui le obiezioni della Cgil collimano perfettamente con le perplessità degli studiosi, che si possono riassumere in almeno cinque osservazioni.
Primo: la decontribuzione riguarda solo gli assunti nel 2015, quindi non potrà fornire una spinta permanente all’economia.
Secondo: la decontribuzione non richiede all’impresa beneficiaria di aumentare l’occupazione e quindi, nella maggior parte dei casi, si risolverà in un regalo alle imprese.
Terzo: è molto improbabile che i pochi fondi stanziati per il 2015 (1,9 miliardi) bastino a coprire le richieste, che saranno tantissime proprio perchè nulla si pretende dalle imprese.
Quarto: la previsione governativa che i lavoratori assunti con la nuova formula siano 1 milione implica che i relativi posti di lavoro siano quasi tutti part time, un po’ come i mini-job alla tedesca (lo sgravio medio preventivato dal governo è di soli 5000 euro per addetto, più o meno quel che paga un datore di lavoro per un assunto part-time). Quinto: proprio perchè non può creare un numero apprezzabile di posti di lavoro addizionali, la decontribuzione governativa non si finanzia da sè (attraverso l’aumento del Pil generato dai nuovi posti di lavoro), ma richiede ogni anno di essere rifinanziata, cosa per cui il governo non ha le risorse.
Fine del secondo round: Camusso 2, Renzi 0.
Arrivati a questo punto, qualche lettore potrebbe obiettare che è tutto da dimostrare che la decontribuzione prevista dal governo non produrrà molti posti di lavoro.
E allora lasciamo parlare il governo.
Nella Legge di stabilità (che è scritta dal governo, non da me) si prevede che l’impatto complessivo delle decine e decine di misure della legge stessa sia di appena 40 mila nuovi posti di lavoro.
Anche assumendo che tutte le altre misure non creino un solo posto di lavoro, e che l’intero merito vada alla sola decontribuzione, si tratta di un risultato davvero modesto.
Un risultato che è reso ancora più deludente dalla lettura di quel che la Legge di stabilità prevede per il lontano 2018: un tasso di occupazione e un tasso di disoccupazione quasi identici a quelli attuali, con circa 3milioni di disoccupati.
Se queste sono le prospettive, forse non sarebbe male che il governo, fra un tweet e l’altro, trovasse cinque-minuti-cinque per ascoltare non solo la Cgil ma le tante voci che, in queste settimane, hanno posto il medesimo problema: la norma prevista dal governo non pare lo strumento più incisivo per creare veri nuovi posti di lavoro.
Ne ha scritto Tito Boeri sul sito lavoce.info, ne abbiamo parlato noi, come Fondazione Hume e come Stampa, con la proposta del job-Italia, ne ha discusso Confartigianato pochi giorni fa a Torino, ne ha parlato più volte in pubblico Giorgia Meloni, che sul nodo fondamentale della «addizionalità » dei posti di lavoro ha anche depositato un emendamento al Jobs Act.
Su una questione come questa, il presidente del Consiglio non può cavarsela con una battuta.
Perchè, è vero, la Cgil troppo spesso ha lo sguardo rivolto al passato, ma in questo caso è vero precisamente il contrario: la battaglia per creare nuovi posti di lavoro è la battaglia cruciale del nostro futuro.
Luca Ricolfi
(da “La Stampa”)
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Novembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
A ROMA LA PROTESTA, IGNORATA DAI POLITICI, PER CHIEDERE TUTELE CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI
Determinati, generosi, combattivi. Ma soli.
Questa l’immagine della “Notte bianca dei call center” che si è svolta ieri sera a Roma.
Alcune migliaia in corteo, tra le strade buie della capitale, fino a una piazza del Popolo allestita con un grande palco, con ospiti musicali, attori, cantanti, a supportare una vicenda che dura ormai da tempo.
Ma nessun politico, nessun parlamentare a sostenere la vertenza.
Meno che mai il governo.
Solo Susanna Camusso trova il tempo di portare un saluto e il messaggio di sostegno della sua Cgil.
Il bersaglio privilegiato è Matteo Renzi, le sue politiche, i suoi sberleffi. I suoi attacchi al lavoro e al diritto di sciopero.
Sarebbe interessante osservare un confronto tra una piazza anomala come questo e il giovane leader del Pd.
I lavoratori dei call center in Italia sono diventati ormai 80mila di cui la metà con contratti a tempo indeterminato e il resto precari.
Non hanno più il profilo di qualche tempo fa, non sono studenti in cerca di un lavoro provvisorio.
Come dicono i lavoratori dell’Accenture di Palermo che rischiano di finire in mobilità , “262 (i possibili licenziati, ndr.) non è un numero ma famiglie”.
“E oggi ci vuole un bel coraggio a metter su famiglia” dice il loro rappresentante mentre interviene dal palco prima che la “notte bianca” cominci sul serio.
In prevalenza vengono dal sud. Dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Sardegna, dalla Campania.
Ma ci sono delegazioni anche dal nord, l’Almaviva contact, il gigante del settore, la E-Care di Cesano Boscone dove sono in 489 ad aver perso, di fatto, il posto di lavoro. Nel corteo, che si snoda nella fredda serata romana, tra le vetrine e il traffico del centro già affollato, lo slogan ripetuto fino alla noia è uno solo: “Vogliamo il lavoro”. Lo chiedono a gran voce da Taranto dove Teleperformance, con i suoi 2000 dipendenti, età media 35 anni, è la seconda realtà imprenditoriale dopo l’Ilva.
Le aziende, man mano che perdono le commesse, lasciano a casa i lavoratori.
Ed è qui che si sostanzia la principale richiesta, l’applicazione della direttiva Ue secondo la quale, quando un’azienda (le Poste, l’Enel, etc.) decide di cambiare l’operatore di call center in un determinato sito deve mantenere i lavoratori.
Oggi, invece, le aziende si susseguono una dopo l’altra perchè gli appalti al massimo ribasso spazzano via la concorrenza e questi sono possibili tramite due strade: le delocalizzazioni (Albania in primis) e le nuove aziende che riaprono al sud grazie agli incentivi pubblici.
I nemici principali sono questi. “La flessibilità non è spostare l’azienda dove gli pare”. Ma si chiede anche “dignità ”.
“Spesso viviamo con 700 euro al mese e vediamo ragazze licenziate perchè sono state troppo tempo in bagno” dice Girolamo di Milano.
Per il governo, il sottosegretario Teresa Bellanova assicura che il settore sarà seguito “con attenzione”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SEI DENUNCIATI: I RAGAZZI LAVORAVANO A BASSO COSTO E IN NERO DIETRO LO SCHERMO DELL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO
In teoria rientrava tutto nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. In pratica erano impiegati in maniera abusiva da decine di ristoratori e albergatori, soprattutto nei periodi con il più alto numero di cerimonie (matrimoni, comunioni, cresime).
E grazie — secondo l’accusa dei finanzieri — a due società con residenza fittizia all’estero, San Marino e Svizzera.
È la sorte di 2.700 studenti, di cui alcuni anche minorenni: tutti lavoratori «in nero» che dovevano essere in cucine e hotel a svolgere attività di praticantato e invece, in molte occasioni, si trovavano a fare anche altro.
Manodopera a costo basso, bassissimo e per la quale — certificano le Fiamme gialle — «i mediatori si facevano pagare 60 euro alla settimana per ogni studente impiegato in cucine, bar e alberghi».
La scoperta è stata fatta dalla Guardia di finanza di Bassano del Grappa con la Direzione territoriale del lavoro di Vicenza: l’operazione, coordinata dal capitano Pietro De Angelis, è stata condotta in tutta Italia e ha fatto venire alla luce anche il suo funzionamento.
Dopo l’accordo tra istituti scolastici e aziende — nell’ambito del percorso formativo che prevede «sul campo» diverse ore di praticantato — «si inseriva in modo del tutto illecito» un intermediario che provvedeva, dietro pagamento, a fornire gli studenti a ristoratori e albergatori.
«A quel punto non si poteva più parlare di rapporto scuola-lavoro, ma di rapporto di lavoro vero e proprio», spiega De Angelis.
Lavoro «in nero», visto che non venivano versati i contributi. Su richiesta le persone coinvolte nell’attività illecita «facevano sottoscrivere a ristoratori e albergatori una “lettera d’incarico” con la quale veniva definito l’impiego, per un periodo determinato, di un numero di studenti occorrenti alle strutture», dietro i già citati 60 euro a settimana per studente.
«L’importo veniva poi riportato nelle fatture emesse dalle due società , falsamente residenti all’estero, evadendo però le imposte dirette e l’Iva».
Ragazzi del Sud sfruttati da aziende del Centro-Nord
Le scuole superiori coinvolte (36 in tutto) si trovano in Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
Mentre le aziende che richiedevano i ragazzi — un’ottantina circa — sono in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna.
Insomma: gli allievi del Meridione andavano soprattutto al Centro e al Nord.
I finanzieri hanno denunciato quattro persone (due sono marito e moglie) per somministrazione fraudolenta di manodopera e hanno anche calcolato l’importo dell’Iva evasa (circa 200 mila euro su un milione di importo): per quest’ultimo elemento due delle persone sono state denunciate anche per frode fiscale.
In caso di «somministrazione fraudolenta di manodopera — ricorda il capitano De Angelis — è prevista la sanzione pari a 70 euro per giorno d’impiego per studente e considerato che ognuno di loro è stato impiegato in media per quindici giorni, la sanzione potrà arrivare fino a 2,6 milioni di euro».
Leonard Berberi
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Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
UNA GENERAZIONE ILLUSA DAL TAROCCO “MENO DIRITTI, PIU’ LAVORO”
È un’immagine che ritorna: la figura mitica dell’eroe vicino al “popolo” — di un Risorgimento tanto ideale
quanto fallimentare — che dal popolo stesso anzichè accolto viene aggredito e insultato.
Già evocata e sublimata fantasiosamente nel 1974 in Allonsanfan dei fratelli Taviani, si ripropone nell’attualità politica e mediatica, i cui termini sono sempre più stretti e interconnessi.
Nel 1857 la spedizione di Carlo Pisacane — cui i Taviani parzialmente si ispirarono per il loro film — si concluse in un eccidio, perchè i contadini che i mazziniani e i rivoluzionari volevano liberare dall’oppressione borbonica, anzichè attendere a braccia spalancate il manipolo di liberatori, li infilzarono con falci e forconi.
Non c’è nulla di più labile e fluttuante della categoria “popolo”. Oggi come ieri.
Ne fa le spese talvolta chi a esso si sente contiguo, chi ne prende le parti e ne brandisce idealmente le ragioni, chi vorrebbe lottare per la sua causa, ma viene proditoriamente ricacciato indietro dal popolo stesso.
È il caso di Maurizio Landini, (Anno Uno, La7, giovedì, 21.15) — che ha le stimmate dell’eroe ottocentesco — indotto a dialogare con una realtà , scivolata via via su una china incerta — al centro di un parterre di giovani, che lo incalzano quasi con astio pretestuoso, come fosse un qualsiasi Tony Blair, costretto a giustificarsi di aver sostenuto la guerra in Iraq.
Le accuse sono quelle generiche e rivendicative, di chi ritiene che i “sindacati” non abbiano fatto gli interessi dei “non garantiti”.
Il leader della Fiom sembra colpito da tanta vis polemica, anche se cerca di parare i colpi e ribattere.
Ma ciò che emerge nella dialettica del talk è la solitudine del “liberatore”, quasi il suo sgomento, non perchè non abbia argomenti, anzi, ma perchè gli appare curioso e doloroso che debba utilizzarli — da sindacalista “politico”, che non si occupa solo di contratti, ma a cui sta a cuore che non vengano lesi i diritti dei lavoratori — contro coloro cui la sua battaglia si rivolge.
Come un insegnante, che avesse dedicato la vita intera alla causa dei giovani, votato alle sue finalità educative e professionali, che dagli alunni infine, anzichè un grazie, ricevesse indifferenza, incomprensione e ostilità .
O come chi si trovasse in Pakistan, in una di quelle regioni in cui i piccoli già a quattro anni tessono tappeti per poche rupie, e pensasse di lottare per liberarli dalla schiavitù, scoprendosi solo nella sua battaglia, perchè sono gli stessi genitori che li vendono o affittano, quei bambini, e l’intero sistema economico del Paese che ci prospera.
La solitudine del liberatore è un paradosso straniante.
Il diritto allo studio, la politica industriale, l’articolo 18, la tutela dei principi costituzionali: gli argomenti di Landini, che rappresentano la sua piattaforma di richieste al governo, si infrangono contro la diffidenza di coloro che non vogliono ascoltare ragioni, che percepiscono superate dalla realtà , ma che fino a poco tempo fa a tutti sembravano incontestabili.
Nulla sembra smuovere quei giovani animosi, che navigano nel mare dell’oggettività , senza orizzonti nè orientamento, incantati dall’unico refrain: meno diritti, più lavoro.
Come se l’equazione e l’approdo, peraltro, fossero scontati e non tutti ancora da dimostrare.
Luigi Galella
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SVILUPPO, RICERCA, INVESTIMENTI E INNOVAZIONE: LE IMPRESE ITALIANE SONO TRA LE ULTIME IN EUROPA
Uno dei principali esiti del Jobs Act, a danno dei lavoratori, sarà la liquidazione di fatto del contratto nazionale di lavoro (cnl), in attesa di una legge – di cui il governo parlerà , sembra, a gennaio – che ne sancisca anche sul piano formale la definitiva insignificanza rispetto alla contrattazione aziendale e territoriale.
D’altra parte la strada verso tale esito nefasto era già stata tracciata dagli accordi interconfederali del giugno 2011 e del novembre 2012 (non firmato dalla Cgil).
In essi venivano assegnate al cnl dei compiti del tutto marginali rispetto alla sua funzione storica: che sta nel difendere la quota salari sul Pil, cioè la parte di reddito che va ai lavoratori rispetto a quella che va ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari.
Grazie al progressivo indebolimento del cnl, dal 1990 al 2013 tale quota è diminuita in Italia di circa 7 punti, dal 62 per cento al 55.
Si tratta di oltre 100 miliardi che invece di andare ai lavoratori vanno ora ogni anno ai possessori di patrimoni, dando un contributo di peso all’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza.
Questo spostamento di reddito ai profitti e alle rendite ha pure contribuito alla contrazione della domanda interna.
Un top manager può pure guadagnare duecento volte quel che guadagna un suo dipendente, ma quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, non potrà mai rappresentare una domanda pari a quella di duecento dipendenti.
Oltre che tra i lavoratori e le classi possidenti, le disuguaglianze aumenteranno tra gli stessi lavoratori.
La facoltà conferita alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare mediante accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altre condizioni cruciali del rapporto di lavoro, avrà come generale conseguenza una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil.
In fondo, è uno degli scopi del Jobs Act, anche se non si legge in chiaro nel testo.
Ma ciò avverrà , quasi certamente, con differenze rilevanti attorno alla media tra le imprese che vanno bene e le tante altre che arrancano.
Queste si gioveranno della suddetta facoltà per pagare salari che in molti casi collocheranno i percipienti al disotto della soglia della povertà relativa, che nel 2013 era fissata in circa 1.300 euro per una famiglia di tre persone.
Si può quindi stimare che il numero di “lalavoro voratori poveri” aumenterà in Italia in notevole misura.
Alle disuguaglianze di reddito tra un’azienda e l’altra, a parità di lavoro, si aggiungeranno quelle territoriali, quelle che un tempo il cnl doveva servire a superare, stabilendo quanto meno una base salariale per tutti.
Va però notato che il regime di bassi salari, introdotto di fatto dal decreto sul lavoro, ostacola fortemente anche la modernizzazione delle imprese e danneggia l’intera economia.
Le imprese italiane – con rade eccezioni – si collocano da anni tra le ultime della Ue quanto a spesa in ricerca e sviluppo; tasso di investimenti fissi; età degli impianti; innovazione di prodotto e di processo.
Nonchè, guarda caso, per la produttività del lavoro.
Dagli anni 90 in poi le spese in ricerca, sviluppo e investimenti fanno registrare entrambe un patetico zero virgola qualcosa.
L’età media degli impianti è il doppio di quella europea, più o meno 25-28 anni contro 12-15.
Inoltre le imprese italiane sono, in media, troppo piccole.
Risultato: l’aumento della produttività del lavoro segna anch’esso uno zero virgola sin dagli anni 90.
Varando delle leggi sul lavoro che consentono un uso sfrenato del precariato, evitando di impegnarsi in qualsiasi azione che assomigli a una politica industriale, i governi italiani hanno efficacemente contribuito a mantenere le imprese italiane nella condizione di ultime della classe.
Il Jobs Act offre ad esse un aiuto per mantenersi in tale posizione.
Si può infatti essere certi che ove la legge permetta loro di pagare salari da poveri quattro imprese su cinque utilizzeranno tale facilitazione e non spenderanno un euro in più in ricerca, sviluppo e investimenti, rinnovo degli impianti, innovazioni.
E l’aumento annuo della produttività del lavoro, che è strettamente collegato a tali voci, resterà nei pressi dello zero.
C’è in ultimo da chiedersi se gli estensori del Jobs Act abbiano un’idea di quanto siano oggi numerosi e complessi i fattori della produttività del lavoro: essa è seriamente misurabile solo a livello nazionale, mentre a livello di impresa, in specie se medio-piccola, misurare stabilmente e per lunghi periodi la produttività del lavoro, è come cercare di catturare un ologramma con una canna da pesca.
Qualsiasi bene o servizio un’impresa produca, è ormai raro che se lo produca per intero da sola.
La maggior parte dei componenti arriva da altre imprese.
Innumeri prodotti, dai gamberetti alle camicie, percorrono migliaia di chilometri in aereo o per nave prima di arrivare nei nostri negozi.
Un piccolo elettrodomestico da cinquanta euro, assemblato da ultimo da una casa italiana per essere venduto nei supermercati, capita sia costituito di un centinaio di pezzi provenienti da dieci paesi diversi. In tali complicatissime “catene di produzione del valore” come sono chiamate, interamente fondate sull’informatica, può avvenire di tutto.
Che un componente ritardi; che non sia quello giusto; sia guasto; abbia cambiato di prezzo rispetto al contratto; richieda macchinari non previsti per essere rifinito o assemblato; ecc.
Tutti questi inconvenienti incidono ovviamente sulla produttività dell’impresa finale. E non sono l’ultimo motivo per cui la produttività del lavoro aumenta annualmente dello zero virgola nelle imprese italiane.
Le quali, temo, cercheranno invano nel Jobs Act, come si fa a misurarla davvero, e magari come si fa ad aumentarla.
Senza di che i nuovi “lavoratori poveri”, in tema di frutti della produttività , avranno ben poco da spartirsi.
Luciano Gallino
(da “La Repubblica“)
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