Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SONDAGGIO ISPO: PER IL 55% DEGLI UNDER 35 LA RIFORMA PEGGIOREREBBE LE CONDIZIONI DI LAVORO… ANCHE TRA TUTTI GLI ITALIANI PREVALE IL NO ALL’ABOLIZIONE
Il dibattito sull’opportunità o meno di abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori o, quanto meno, di limitarne la portata divide da molti anni il Paese.
Tutti i tentativi avanzati sin qui di eliminarlo sono falliti. E anche adesso la questione è fonte di conflitti e fratture anche — specialmente — all’interno del Pd, il partito del presidente del Consiglio.
Si tratta, in realtà , di un dibattito non solo — e non tanto — ideologico, quanto di una questione che prende spunto da una corrispondente frattura nell’opinione pubblica.
La quale, rispetto alla possibile abolizione dell’articolo 18, si spacca a metà con una significativa accentuazione di opinione contraria.
Ad esempio, il 45% degli italiani ritiene che l’abolizione dell’articolo 18 comporterebbe un peggioramento delle condizioni di tutti i lavoratori italiani.
Questa opinione è particolarmente accentuata tra i più giovani, che si affacciano al mercato del lavoro: tra i 25-34enni supera il 55%.
Tra costoro, meno di un terzo è del parere opposto. Il disaccordo con questa affermazione raggiunge al massimo il 41% nel complesso della popolazione.
Ancora, è una minoranza, sia pure molto consistente, ad aderire ad alcuni degli argomenti espressi da quanti (politici, economisti, analisti) sono favorevoli all’abolizione.
Ad esempio, il 43% è d’accordo che l’eliminazione dell’articolo 18 renderebbe più dinamica l’economia del Paese, ma il 47%, ancora una volta, con una accentuazione significativa tra i più giovani, non è d’accordo.
E il 41% pensa che un provvedimento siffatto migliorerebbe le possibilità di lavoro per i giovani (ma questo parere è assai più diffuso tra gli anziani che tra i giovani stessi), a fronte di una percentuale maggiore — il 47% — che non è d’accordo.
È significativo il fatto che la contrarietà all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 possa favorire l’occupazione dei giovani è più diffusa al Sud, ove, come si sa, i tassi di disoccupazione di questi ultimi sono molto maggiori.
Ancora, la maggioranza relativa degli italiani (47%) non pensa che l’abolizione dell’articolo 18 porterebbe più uguaglianza tra lavoratori precari e lavoratori dipendenti, a fronte del 39% che è invece di questo parere.
Tale orientamento è confermato dalla numerosità delle adesioni all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 “indebolirebbe i lavoratori senza apportare vantaggi per l’occupazione”, opinione sostenuta da una parte del Pd e che trova il consenso del 46% degli italiani, a fronte del 40% che dissente da questa affermazione.
Insomma, la maggioranza relativa degli italiani non ritiene che l’abolizione dell’articolo 18 possa favorire l’economia.
È vero che il 39% afferma che questo provvedimento “permetterebbe di salvare alcune aziende in crisi”, ma è vero anche che una percentuale maggiore — il 48% — è di parere opposto.
Nè gli italiani paiono ritenere che l’abolizione dell’articolo 18 sia utile per l’occupazione. Solo poco più di un terzo (36%) ritiene che sia “un provvedimento doloroso che però va accettato per contribuire a sbloccare il mercato del lavoro”, mentre più di metà della popolazione è di parere opposto.
Solo a condizione che l’abolizione dell’articolo 18 sia accompagnata dall’introduzione di ammortizzatori sociali adeguati per i licenziati, la maggioranza relativa, il 46%, acconsente al provvedimento.
Ma anche introducendo questa cautela, il 40% è comunque contrario.
Insomma, gli italiani non sembrano favorevoli: più di metà — il 54% — ritiene che l’eventuale abolizione dell’articolo 18 finirebbe col rendere i lavoratori dipendenti più ricattabili dal datore di lavoro.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
SCHIERATI SOLO UNA PARTE DEI SINDACATI E I GRILLINI… RENZI STA LASCIANDO UN ENORME VUOTO A SINISTRA, TRA I NON GARANTITI E I CETI DEBOLI CHE LA “DESTRA CHE NON C’E'” POTREBBE RAPPRESENTARE… QUELLA CHE C’E’ SA SOLO TUTELARE DA 20 ANNI GLI INTERESSI DEL GRANDE CAPITALE E DELLA FINANZA SPECULATIVA
Secondo il sondaggio realizzato dall’Istituto demoscopico Ixè, ben due italiani su tre dicono “no”
all’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Le opinioni raccolte dall’Istituto diretto da Roberto Weber, non lasciano spazio a dubbi.
Contrari all’abolizione il 64% degli intervistati.
Prevale altresì la percezione dell’ennesimo annuncio nella richiesta dei mille giorni avanzata da Renzi per rimettere a posto l’Italia.
Orientati sull’effetto annuncio il 61% degli intervistati.
Rispetto allo scorso anno si sente più povero il 68% degli intervistati.
Il 62% si sente pessimista sul futuro dell’Italia.
Il quadro che emerge è che ci troviamo di fronte a una potenziale bomba sociale e all’affermarsi di una maggioranza di “non rappresentati”.
In linea con la tendenza a disertare le urne o a votare per i partiti di opposizione, si può dire che quasi il 70% degli italiani non ha più un preciso riferimento politico e costituisce ormai una solida maggioranza di “incazzati e disillusi”.
Sulla vicenda dell’art 18, in particolare, emerge una forbice enorme tra l’opinione popolare e le posizioni dei partiti: Pd, centro e centrodestra sono schierati tutti per abolire l’art. 18.
Chi è contro (M5S) rappresenta in realtà solo un terzo del bacino di consensi che raccoglie chi è favorevole a mantenere questa forma di tutela dei lavoratori.
Con un Renzi che, nominato premier come esponente della sinistra, sta lasciando enormi praterie non solo tra i suoi elettori delusi (in costante aumento) ma soprattuto tra fasce ampie di non garantiti e non votanti, sempre più sotto o vicini alla soglia di povertà .
E cosa sa fare la pseudo destra senza radici che prolifera in Italia?
Cercare di occupare quegli spazi con una coerente politica popolare e sociale che spiazzi gli avversari?
No, solo proporsi come ruota di scorta degli interessi delle multinazionali, degli speculatori e della finanza internazionale.
Magari dando addosso a quei sindacati che negli altri Paesi europei a guida centrodestra (vedi Germania) siedono nei Cda delle grandi aziende.
In Italia la destra difende Riva e Cosentino, speculatori edilizi e corrotti, evasori fiscali e affogatori di profughi.
Una destra senza passato, senza cultura e giustamente senza voti.
Composta da parassiti che non sanno mettersi in gioco e rischiare di “guardare oltre”, attaccati ad una poltrona che poi finiscono per perdere lo stesso: doppiamente stolti.
Incapaci di smascherare il più grosso bluff che il Pd potesse esprimere per raccattare voti, abiurando la propria storia.
Una destra conservatrice, bolsa, corrotta e retriva al cui confronto persino certi regimi militari risultano “progressisti”.
Che non sa neanche leggere certi risultati elettorali locali: basterebbe analizzare il successo di certi “popolari” sindaci di destra che hanno saputo mietere consensi nei quartieri più poveri per capire quale deve essere la strada.
Una destra che rappresenta paure e fobie, intrallazzi ed egoismi non è solo perdente, è la negazione della destra popolare e sociale italiana, è rinnegarne la storia, la cultura, la tradizione e la vocazione.
Ma una “destra che ancora non c’e'” deve cominciare a rottamare, usando la sciabola e non il fioretto, a studiare seriamente flussi elettorali e strategia di comunicazione: non si vive di pesca delle occasioni, occorre rivendicare una visione del mondo alternativa, un nuovo modello di sviluppo, priorità e valori.
Con una idea forza: si governa per aiutare i più deboli a risalire la china sociale, non non per aumentare il divario tra chi è ricco e chi può dare da mangiare ai figli solo una volta al giorno.
Mai più file alla Caritas, mai più suicidi per disperazione, mai più sfruttamento del lavoro, mai più perdita della dignita’ individuale, mai più corruzione, mai più evasori che attentano alla sicurezza dello Stato, mai più tasse inique, mai più zone franche consegnate alla criminalità organizzata.
Altro che spacciare l’abolizione dell’art 18 come un modello per garantire chi non lo è e poi proporre salari minimi inferiori alla miseria che già percepivano da co.co.co. e non prevedere neanche l’assegno universale di sopravvivenza.
L’Europa ci chiede le riforme? Decidiamo noi quali fare, non gli speculatori internazionali o lo scout che si perde nel bosco.
Ma ci vuole anche una destra che dia l’esempio, che sudi, che soffra, che lotti, non composta da fighetti da salotti ottocenteschi portavoci delle lobby.
Una destra che non abbia paura di attaccare gli spazi anche fuori dalle mure amiche, capace di cambiare modulo in corsa e di ritornare ad entusiasmare il pubblico.
Invece che pretendere di sculettare a San Siro, si cominci a respirare la polvere dei campetti di periferia.
E’ lì che il popolo esprime i migliori talenti.
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
GLI STRILLONI ERANO STUDENTI: “CI PAGAVAMO LE SIGARETTE, CI SVEGLIAVAMO ALL’ALBA, AL MASSIMO SI GUADAGNAVA 400 EURO AL MESE”
Dieci società in trent’anni e appena un dipendente a tempo indeterminato: il figlio Matteo.
Della vita imprenditoriale di papà Tiziano Renzi, ora sotto la lente degli inquirenti di Genova che lo hanno indagato per la bancarotta della Chil Post, colpisce anche la gestione del personale.
Dal 1984 a oggi, le dieci società che impegnano Renzi senior fanno uso quasi esclusivo di lavoratori atipici.
Anche le sorelle di Matteo, del resto, sono tuttora inquadrate nell’azienda di famiglia, la Eventi 6, con contratti co.co.co.
E l’attuale premier è stato regolarizzato appena una settimana prima della candidatura alla poltrona sicura di presidente della Provincia di Firenze così da vedersi versare i contributi previdenziali prima da Palazzo Medici Riccardi e, una volta diventato sindaco, da Palazzo Vecchio.
Lui si è affidato alla politica, mica ai sindacati.
Nei capannoni renziani nessun problema di licenziamenti per l’articolo 18, picchetti per la tutela dei diritti, cause di lavoro e via dicendo.
Tutto dribblato alla radice.
E ora, da premier, Renzi junior vuole adottare il Jobs act, una riforma del lavoro che secondo Cgil, Cisl e Uil cancella un paio di secoli di lotte.
Lui difende la sua creatura. E attacca. “A quei sindacati che vogliono contestarci io chiedo: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario?”. Insomma è colpa dei sindacati se l’esercito più numeroso d’Italia, dopo i pensionati, è quello dei precari.
Una convinzione forse maturata vedendo le attività del padre. Proprio sui contratti atipici, infatti, sembra fondarsi il Tiziano Act.
E le società di Renzi senior, per quanto rimanessero in vita spesso meno di due anni, avevano comunque un’attività importante.
Alcune hanno registrato anche risultati economici di rilievo. Come la Chil Post che nel 2009 supera i 4 milioni di euro di fatturato o la Mail Service che nel 2006, prima di essere ceduta, chiude il bilancio indicando nello stato patrimoniale un attivo di 4 milioni.
La Uno Comunicazione e la Arturo, società attive tra il 2002 e il 2008, registrano rispettivamente ricavi di 458 mila e 954 mila euro.
Insomma le aziende di lavoro ne hanno. In settori per lo più legati all’editoria: distribuzione di giornali e volantini, attività di marketing e promozione di iniziative specifiche legate a determinati prodotti, solitamente allegati alle riviste.
Attività che richiedono dunque molta manodopera.
Lo stesso Matteo Renzi, prima di darsi alla politica, lavorava alla Chil Post e consegnava il materiale da distribuire in vari punti di Firenze agli strilloni. In gran parte studenti universitari. Giovani.
In città molti hanno collaborato con la Chil, alcuni sono poi diventati giornalisti di testate locali. Quelli che abbiamo rintracciato ci hanno concesso il ricordo di quell’esperienza in cambio dell’anonimato.
“Era faticoso perchè ci svegliavamo all’alba, ma per il resto era il classico lavoro da studenti e ci ripagavamo sigarette e qualche uscita di sera”. Il contratto era atipico.
Lo stipendio più alto ricevuto? “400 euro, mi sembra di ricordare, su un annetto buono di lavoro”.
Quantificare i contratti atipici firmati da Tiziano Renzi è impossibile.
Ma dai bilanci e dalle visure risulta che ha firmato un solo tempo indeterminato, al figlio Matteo.
Dalla prima società , la Speedy, creata nel luglio 1984 e poi liquidata nel 2005, alla Chil Post, ultima azienda di cui il padre del premier è stato titolare.
Nel 2007 figurano tre “addetti” alla Arturo, indicati dalla Camera di Commercio come dato “ufficioso”.
La società gestiva un forno e la compravendita di beni alimentari, attività che possono essere svolte solo con l’impiego di alcune specifiche figure professionali.
Lo dice la legge, in effetti, mica i sindacati.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACALISTA PORTO’ IN PIAZZA DUE MILIONI DI LAVORATORI IN DIFESA DELL’ART 18
Il governo, con il suo emendamento al Jobs Act, ha messo nero su bianco l’eliminazione dell’articolo 18.
Ed è riuscito a farlo senza doverlo nemmeno nominare: «Il reintegro sul luogo di lavoro non c’è più, non è previsto in nessun caso» commenta Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd che dodici anni fa, da leader della Cgil, per difendere quel principio portò in piazza due milioni di persone. «E’ il guaio è che di questa sparizione non tutti sembrano essersene accorti».
Fatto fuori nel silenzio, dice lei. Ci spiega meglio questo passaggio
«Basta leggere con attenzione il punto dove l’emendamento introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio. Non si prevede esplicitamente il mantenimento del reintegro sul posto di lavoro, anzi si usa la stessa formula che compare in alcune delle proposte che intendono sostituire il reintegro con il risarcimento monetario. Di fatto si elimina quella parte riguardante l’articolo 18 che era sopravvissuto alla riforma Fornero».
Il ministro Poletti dice che sulla questione si deciderà al momento dei decreti attuativi.
«La formula usata è esplicita, il reintegro è escluso. Tanto più che si tratta di un diritto indipendente dall’anzianità lavorativa: il reintegro c’è o non c’è. Qui non c’è, nemmeno nei casi di licenziamento discriminatorio».
Questo spiegherebbe la piena soddisfazione del senatore Sacconi, che da sempre chiede l’eliminazione totale dell’articolo 18?
«Diciamo che Sacconi ha letto il testo meglio di Poletti».
Ma se è vero che ormai il reintegro riguarda pochissimi casi e la stragrande maggioranza dei lavoratori ne è esclusa, perchè accanirsi nella sua difesa
«Perchè la discriminazione non si misura con il metro della quantità , e perchè ci deve essere una norma che garantisce dignità alla persona che lavora. Una legge che non tutela il lavoratore allontanato per motivi discriminatori è un inaccettabile passo indietro. Pensare di compensare una ingiustizia dichiarata e riconosciuta con dei soldi è indice di un impressionante arretramento culturale».
Dodici anni fa lei con questo ragionamento portò in piazza due milioni di persone, perchè oggi questo tema non scalda più gli animi?
«Perchè i valori sono più laschi».
La sinistra ne è responsabile?
«Sul lavoro si tende ormai a ragionare solo in termini di giusta mercede, di compenso adatto a garantire un certo livello di vita. E anche la sinistra ha perso di vista il ruolo sociale del lavoro, il suo peso nella realizzazione dell’individuo e nella consapevolezza della sua dignità ».
Dodici anni fa avrebbe mai pensato che quello che non è riuscito a fare un governo di destra lo sta facendo un governo di sinistra?
«C’è una pressione durissima da parte della Ue sul governo italiano affinchè faccia azioni che non sono di riforma, ma diventano simboliche — in negativo — rispetto al mondo del lavoro».
La Camusso parla dell’articolo 18 come dello scalpo preteso dai falchi della Ue, anche lei la pensa così?
«C’è molta ideologia in quelle pressioni. Cedere che eliminare quella norma possa sbloccare la creazione di posti di lavoro è irreale: lo dimostrano i numeri. Quando fermammo il governo Berlusconi, nonostante l’articolo 18, l’economia, fino al 2008 continuò a crescere. Quando, anni dopo, la Fornero intervenne su quelle norme snaturandole la corsa della disoccupazione non si placò».
Tutta colpa dei «cattivi» di Bruxelles quindi?
«A Bruxelles si può resistere. Anni fa la Ue chiese al piccolo Belgio di eliminare una legge che prevedeva un meccanismo automatico di potenziamento dei redditi più bassi. Una sorta di piccola scala mobile per intenderci, e lo dico senza rimpianti. Bene il piccolo Belgio disse di no. D’altra parte il nostro premier non ha detto, poco tempo fa, «basta diktat, sulle riforme decidiamo noi»? Ecco questa potrebbe essere una buona occasione per dimostrarlo».
Lei dice che l’abolizione dell’articolo 18 non porterebbe nessun nuovo posto di lavoro
«Al contrario, l’eliminazione del reintegro causerebbe un aumento dei licenziamenti, visto che verrebbe a cadere l’effetto deterrente che produce».
Qual è allora, secondo lei, la formula per incentivare l’occupazione?
«Per me è sempre valida la vecchia ricetta keynesiana: investimenti pubblici in grado di smuovere investimenti privati»
Con quali soldi?
«Cerchiamoli: ricorriamo agli Eurobond, applichiamo la tassazione sulle rendite finanziarie e utilizziamo quei capitali per investire in infrastrutture, che creano occupazione immediata, e innovazione. Ritorniamo a parlare seriamente di lotta all’evasione fiscale, come il governo di Prodi e di Visco fece. E ridistribuiamo ricchezza: è l’unico modo per far ripartire la domanda».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
IN GERMANIA C’E’ UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE DI 12 MESI E UN REDDITO DI CITTADINANZA DI 380 EURO… IL LICENZIAMENTO DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AL VAGLIO DEL CONSIGLIO DI FABBRICA E IL GIUDICE PUO’ ORDINARE IL REINTEGRO… I MINI JOBS SONO LIMITATI A 15 ORE SETTIMANALI
Se ne parla da molte settimane: la riforma del mercato del lavoro, ora al vaglio del parlamento con la
discussione del Jobs Act, dovrà ispirarsi al modello tedesco.
Ma di cosa si parla, concretamente, quando si prende Berlino come punto di riferimento? Di tipologie di contratti? Sistema di ammortizzatori sociali? Di vincoli in capo a chi licenzia?
I Minijob.
A suscitare l’interesse dei maggiori paesi europei, compreso il nostro, è innanzitutto la sperimentazione dei cosiddetti minijob, tipologia contrattuale introdotta nel 2003 che ha sostanzialmente permesso alla Germania di far emergere dal nero una fetta consistente di lavori fino a quel momento rimasti sommersi.
Si tratta di impieghi limitati a un massimo di 15 ore settimanali e con uno stipendio che può raggiungere al massimo i 450 euro mensili, diffusi prevalentemente nel settore dei servizi.
Un modello che ha trovato immediatamente rapida diffusione e che oggi interessa oltre sette milioni di lavoratori.
I contratti tradizionali.
Ai mini Jobs si affiancano i tradizionali contratti a tempo determinato e indeterminato dove fin da subito, superato il periodo di prova normalmente non superiore ai sei mesi, si applica per tutti la disciplina sui licenziamenti.
Vale a dire che, esclusi quelli in cui l’allontanamento dal lavoro sia giudicato legittimo, il giudice può prescrivere tanto un indennizzo quanto il reintegro nell’azienda.
Fattispecie che ha molte differenze rispetto al nuovo regime introdotto in Italia dalla riforma Fornero.
Riforma che per prima ha previsto, per i licenziamenti illegittimi, l’obbligo per il datore di lavoro di un risarcimento pari alla retribuzione da 15 a 24 mensilità . Mantenendo comunque, in alcuni casi specifici, l’onere del reintegro.
Gli ammortizzatori sociali.
Alla Germania si guarda con molta attenzione soprattutto per quanto riguarda il sistema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive.
Vale a dire cosa accade ai lavoratori che perdono il lavoro e come lo Stato si fa carico del loro reinserimento.
Qui, rispetto a quanto accade in Italia, il modello tedesco si trova molto distante.
A partire dall’esistenza di un sussidio universale di disoccupazione, della durata massima di 12 mesi e di una sorta di reddito di cittadinanza, di importo variabile ma non superiore ai 380 euro circa.
Una rete di protezione che può funzionare solo però in stretto contatto con l’altro cardine della cosiddetta flexsecurity, e a cui punta anche il governo italiano: un efficiente sistema di politiche attive del lavoro, con una rete più efficiente di centri per l’impiego, attraverso i quali chi è senza lavoro riceve una nuova offerta di impiego che, se rifiutato, comporta un taglio sensibile dell’indennità .
I licenziamenti.
È vero poi che l’Italia è il Paese che protegge più di tutti i lavoratori grazie allo scudo “spaziale” dell’articolo 18?
A studiare la disciplina dei licenziamenti in Germania non pare esattamente così.
“In entrambi i casi è previsto il reintegro, con la differenza che viene disposta con presupposti diversi”, spiega Giovanni Orlandini, docente del diritto del Lavoro all’Università di Siena.
Insomma, anche in Germania, il giudice può ordinare all’azienda, a fronte di un licenziamento illegittimo, la possibilità di reintegrarlo in azienda.
“La differenza sostanziale con il nostro Paese riguarda il ruolo del giudice, che nel caso tedesco compie un’analisi molto attenta sulla concreta praticabilità del reintegro. In Italia, invece, si fa una valutazione unicamente sul comportamento del datore di lavoro”.
C’è, però, una differenza sostanziale.
La disciplina sui licenziamenti si applica solo per la aziende con almeno 10 dipendenti (15 in Italia), nelle aziende più grandi è fondamentale il ruolo di mediazione svolto dal Consiglio di fabbrica, che deve essere obbligatoriamente informato in caso di richiesta di licenziamento da parte dell’azienda e valuta in prima istanza la fondatezza dell’iniziativa dell’impresa.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
NON SOLO NEI PRIMI TRE ANNI MA ANCHE IN SEGUITO UN NEOASSUNTO POTRA’ ESSERE INGIUSTAMENTE LICENZIATO SENZA AVER DIRITTO AL REINTEGRO, SOLO UNA LIQUIDAZIONE IN DENARO
La bomba la lancia Maurizio Sacconi: “L’applicazione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti
avverrà per le nuove assunzioni. Con un indennizzo proporzionato all’anzianità e dunque senza il reintegro dell’articolo 18.A regime sarà per tutti quello”.
Dopo l’entrata in vigore delle nuove norme sul lavoro, tutti i neo assunti non avranno dunque più diritto a riavere il proprio posto di lavoro in caso di licenziamento ingiusto, ma si dovranno accontentare di un indennizzo economico.
Questa volta non si tratta della posizione del Nuovo centrodestra, che da settimane ha innalzato il vessillo della revisione dello Statuto dei lavoratori.
È quanto è emerso dall’ultima riunione di maggioranza prima del passaggio decisivo – tra oggi e domani – della legge delega in Commissione.
Il testo indica letteralmente la “previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”.
Che non ci si limiti ad applicarla ai primi tre anni per le nuove assunzioni, com’era apparso in un primo momento, ma la si estenda all’intera vita lavorativa di chi firmerà il contratto dal giorno dopo dell’entrata in vigore della norma, non è una libera interpretazione di Sacconi.
Il renziano Stefano Lepri, vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, è ancora più esplicito:.
L’emendamento del Governo depositato stamattina in commissione Lavoro è chiaro: le nuove assunzioni a tempo indeterminato, per giovani e non, saranno a tutele crescenti. L’articolo 18 continuerà dunque ad applicarsi per chi già ne beneficia; per i nuovi contratti, in caso di licenziamento, ci sarà un indennizzo commisurato all’anzianità di servizio”.
Un doppio regime, dunque, uno spartiacque fra padri e figli.
I primi certi della tutela del posto di lavoro in caso di allontanamento ingiustificato da parte del datore di lavoro, i secondi coperti solamente da un indennizzo economico.
Annamaria Parente, una delle due senatrici Democratiche che gestisce la complicata battaglia parlamentare, tenta di ammorbidire il colpo parlando di una “seconda gamba del provvedimento” costituita “dalla riforma degli ammortizzatori sociali e dell’Agenzia nazionale per l’impiego” senza la quale la riforma del lavoro è destinata a fallire.
Angelino Alfano esulta, Stefano Fassina promette battaglia: “La soluzione trovata da Renzi è la soluzione della destra. Ci opporremo a tutto questo, chiedendo che il segretario del nostro partito torni alla proposta che ci aveva fatto originariamente, che prevedeva la non applicazione per i soli tre anni di apprendistato e l’abolizione di tutte le forme contrattuali che danno vita al precariato”.
Ma, nel giro di un batter d’occhi, è dai sindacati che arriva la risposta più dura.
La Uil annuncia una propria mobilitazione nazionale, accodandosi alla Cgil, alla Fiom e alla Cisl che avevano già programmato una scelta analoga.
Al punto che Susanna Camusso ha lanciato l’idea di una manifestazione unitaria, uno sciopero generale che paralizzi il paese e porti in piazza le folle oceaniche dei tempi che furono.
“L’articolo 18 è solo lo scalpo che Renzi deve portare in Europa”, ha picchiato duro la segretaria della Cgil davanti alla Direzione nazionale.
Per farlo, dovrà però passare sul cadavere delle organizzazioni sindacali.
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
DIECI ORE DI LAVORO AL GIORNO, SOTTOPAGATI 5 EURO L’ORA
Vivono in tende improvvisate, senza acqua calda e con due bagni chimici per circa 150 persone. 
Il lavoro è regolato da alcune cooperative.
Tutti hanno dei contratti, ma nessuno li rispetta: 10 ore di lavoro al giorno per 10 giorni, mentre sulla carta dovrebbero lavorare solo 2.
La nuova frontiera del made in Italy assomiglia pericolosamente a Rosarno o alle campagne in provincia di Foggia.
Siamo a Canelli, fra le colline dell’Astigiano, patria dello Spumante e del Moscato d’Asti: 120 milioni di bottiglie all’anno.
La vendemmia dei bianchi dura solo due settimane durante le quali serve molta manodopera, così la cittadina piemontese viene invasa da centinaia di braccianti dell’Est Europa, principalmente bulgari, che per 5 euro l’ora lavorano nelle vigne.
Ma le condizioni di vita, oltre che quelle di lavoro, sono al di sotto degli standard minimi di vivibilità
Cosimo Caridi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
STUDIO FISAC: NEGLI ANNI ’70 I GIOVANI GUADAGNAVANO IL 10% IN PIU’ DELLA MEDIA NAZIONALE, ORA IL 12% IN MENO
Il salario netto mensile medio di un lavoratore italiano nel 2013 è pari a 1.327 euro. Coloro che guadagnano,
pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone.
E’ quanto emerge dal rapporto sui salari dell’Isrf Lab – curato dal segretario generale della Fisac Cgil, Agostino Megale, con la collaborazione di Nicola Cicala – dal titolo Poveri salari.
Un giovane neolaureato “peraltro mediamente precario se va bene oscilla tra gli 800 e i 1.000 euro mensili fino a trentacinque anni. Mentre oltre sette milioni di pensionati percepiscono meno di 1.000 euro mensili”.
E se il salario netto si è attestato su poco più di 1.300 euro al mese, il raffronto con quello di un lavoratore tedesco è impietoso: quest’ultimo, come si sottolinea nello studio, “guadagna in media 6 mila euro in più l’anno”.
Tra i più colpiti dalla ‘questione salariale’ ci sono i giovani. Megale nel rapporto denuncia, infatti, “come un giovane degli anni ’70 guadagnasse mediamente il 10% in più della media nazionale, negli anni della crisi invece ne porta a casa il 12% in meno.
La diseguaglianza, come emerge dal rapporto, è il frutto di una “progressiva sperequazione” di lungo periodo: “Nel 1970 un manager guadagnava venti volte di
più di un operaio mentre oggi arriviamo a picchi che superano le duecentocinquanta volte. Diseguaglianze che si sostanziano anche dall’analisi che si fa nel testo delle dichiarazioni fiscali da dove si rileva che “oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano poco più di 1.300 euro netti al mese in media. Di questi circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000”.
Ancora secondo la ricerca, i contratti nazionali dal Duemila ai giorni nostri sono stati un argine contro l’inflazione ma non abbastanza forte per reggere il combinato disposto, peso del fisco e bassa produttività .
Il reddito disponibile familiare, tra il 2000 e il 2013, infatti, registra una perdita di circa -8.312 euro per le famiglie di lavoratori, a fronte di un guadagno di 3.142 euro per quelle di professionisti e imprenditori.
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Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
FIRENZE, A CASA 60 DIPENDENTI NEGLI ULTIMI SEI MESI.. OGGI LO SCIOPERO DEI DIPENDENTI: “FARINETTI SANTONE? NO, SQUALO CAPITALISTA”
Da 120 dipendenti a meno della metà in appena otto mesi. No, non è un piano messo in atto da Sergio Marchionne per rilanciare la Fca che inchioderà al tavolo per mesi i sindacati a discutere. No. È quanto già accaduto a Eataly Firenze, senza neanche disturbare Cgil, Cisl e Uil perchè i contratti in questione erano di quelli atipici, senza garanzie, e la rappresentanza sindacale lì dentro non c’è.
Solo nell’ultimo mese, 13 lavoratori del supermercato di lusso sono stati lasciati a casa. E così gli “schiavi”, come si definiscono, hanno deciso di rispolverare i vecchi metodi di lotta: sciopero e picchetti. Per 48 ore.
Da questa mattina e per tutta la domenica. Certo a incrociare le braccia saranno in pochi, per timore delle possibili ritorsioni, ma quelli che sono stati già lasciati a casa (e sono ormai quasi la maggioranza) si presenteranno fuori dal negozio a protestare e illustrare a chi si avvicina quali sono le condizioni di lavoro nel meraviglioso mondo Eataly.
Il negozio ha aperto nel dicembre 2013. Dei 120 dipendenti iniziali, una dozzina avevano contratti a tempo indeterminato, gli altri sono stati reclutati attraverso due società interinali, Openjob e Adecco.
Al rinnovo dopo il primo mese ai “dipendenti” viene proposto un part time da 20, 24 o 30 ore, che però in realtà è un full time: la fascia oraria prevista è dalle ore zero alle 24, da lunedì alla domenica.
Le paghe? Dai 6 agli 8 euro lordi orari. Gli stipendi variano in media tra 600 e i 1.000 euro.
Dopo quattro o sei mesi il contratto scade di nuovo. E a giugno iniziano i problemi. Molti non vengono rinnovati. L’azienda inizia a tagliare.
Sulla bacheca appare un avviso con cui Eataly riduce l’acqua ai dipendenti e comunica loro che hanno a disposizione una bottiglietta da mezzo litro al giorno.
Sull’avviso qualcuno scrive: “Siete degli schiavisti”. Q
uel ‘siete’ è Eataly ed Eataly è Natale Farinetti detto Oscar, grande sostenitore e amico del premier Matteo Renzi, che aveva intenzione di nominarlo ministro del suo esecutivo.
Farinetti è “uno di quelli che ci indica la strada”, per usare le parole precise pronunciate da Renzi per presentare Farinetti alla Leopolda 2013.
Ma aveva già partecipato a quella del 2012. E distribuito ricette. Non di cibo ma di riforma del lavoro.
“Governo e parti sociali devono trovare un accordo più profondo per il futuro del Paese: mettere in condizione chi fa impresa di poter arricchire l’azienda e i collaboratori e di potersi liberare di chi non ha voglia di lavorare”, dice al Corriere della Sera nell’ottobre 2012.
Al Fatto Quotidiano che aveva sollevato il problema delle forme contrattuali adottate nei suoi supermercati, garantì: “Entro due anni assumiamo tutti, abbiamo dato lavoro a tremila persone”. Era il dicembre 2013.
A Firenze ne sono rimaste una sessantina. All’ingresso, però, come in tutti i santuari del buon cibo sparsi in Italia, è appeso il “Manifesto dell’armonia di Eataly”, redatto di suo pugno da Farinetti. Una sorta di decalogo motivazionale.
“Il primo modo per stare in armonia con le persone è saper ascoltare cercando spunti per cambiare o migliorare le proprie idee”, recita il punto due.
“Il denaro può allontanare dall’armonia. Bisogna avere sempre ben presente che il denaro è un mezzo e non un fine. Deve essere meritato”, si legge al punto tre.
Ma allora, si chiedono i lavoratori di Eataly, perchè l’azienda non ha mai accettato di incontrare i dipendenti?
E perchè se il denaro non è così importante le paghe sono minime?
Risposte che cercano di avere con lo sciopero di oggi e domani. Intanto hanno ricevuto il sostegno dei Cobas e la solidarietà dell’unica opposizione presente a Palazzo Vecchio: i consiglieri Tommaso Grassi, Giacomo Trombi e Donella Verdi.
“È il nuovo modello renziano di azienda: costruire un impero, aprire negozi a ripetizione, tutto a spese della collettività e dei dipendenti che hanno contratti da fame”, ha detto Grassi ieri annunciando che sarà presente al presidio davanti Eataly. Infine è arrivata la Cgil cittadina che ha bollato come “inaccettabile che si viva solo di interinale” e ha proposto a Farinetti di avviare un tavolo.
Ma intanto i contratti scadono. Non è mica Marchionne.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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