Destra di Popolo.net

IL LAVORO NON SI CREA CON I BONUS

Giugno 19th, 2014 Riccardo Fucile

OCCORRE RIDURRE IL LIVELLO DI TASSAZIONE E AGIRE SUGLI ONERI ACCESSORI, SUPERANDO   LA DIVISIONE TRA TASSAZIONE DELLA PRODUZIONE E QUELLA SUL REDDITO

Non è facile affrontare certi argomenti “stringatamente”: se volessi condensare i pensieri in un concetto di sintesi, magari elaborando un volantino o un manifesto, scriverei, «basta alla politica della sinistra, basta con le “ricette keynesiane”.
Basta con le solite, sterili e mendaci “ridistribuzioni del gettito fiscale” e basta con la “politica dell’emergenza”, quella dei transuenti bonus per le assunzioni.
Il lavoro non si crea coi bonus.
In effetti il lavoro, tra le tante soluzioni possibili, si crea rimettendo in moto l’economia e facendo ripartire le imprese, ponendo fine a quella “sistemica” e sistematica asfissia rappresentata dalla perdurante tassazione otre ogni limite di decenza   e dagli oneri “accessori”, oggettivamente eccessivi, soprattutto a fronte di un sistema pensionistico sempre più in sofferenza e che, grazie al sistematico innalzamento dell’età  pensionabile, rischia seriamente di non essere fruito dagli aventi diritto all’atto del raggiungimento dell’età  pensionabile.
E per ridurre le tasse, tra le tante cose da fare, bisognerà  agire soprattutto “sull’interregno degli intoccabili” eliminando gli “sprechi di Stato” (dagli assurdi, abnormi stipendi dei politici e dirigenti pubblici ai vari “premi” per le caste e le variegate lobby e clientele di potere e di “sistema”) – e superando, elidendola, anche quell’assurda suddivisione tra tassazione sulla produzione e tassazione sul reddito che, non solo mortifica e vanifica le intelligenze, ma stritola e distrugge le imprese, soprattutto quelle più piccole: perchè quello che crea precarietà  non sono le possibili forme “leggere” del contratto di lavoro ma gli assurdi e sproporzionati gravami di gestione non “compensabili”, in prospettiva, con bonus di breve durata e che rappresentano solo dei meri palliativi al problema.
Altrimenti detto, la tassazione sulla produzione va abolita e quella sul reddito, sia per le imprese che per i lavoratori, adeguatamente ridotta.
Anzi, simpaticamente variando sul tema — quasi a “mò” di ardente provocazione – questo sì che sarebbe proprio un bel “bonus” per il mercato ed un bel calcio di “rigore”, proprio “all’ultimo minuto”, contro ogni sorta di precarietà .

Salvatore Castello
www.rightblu.it

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“I NUOVI PRECARI SONO GLI OVER 50”: SOLO 1 SU 4 E’ OCCUPATO

Giugno 19th, 2014 Riccardo Fucile

CENSIS: NEGLI ULTIMI SEI ANNI I DISOCCUPATI OVER 50 SONO AUMENTATI DEL 146%

Gli over 50 anni in Italia sono 24,5 milioni.
Tra loro gli occupati sono solo poco più di un quarto, quasi 6,7 milioni, di cui gli uomini superano di poco i 4 milioni e le donne raggiungono i 2,6 milioni.
Negli ultimi sei anni i disoccupati over 50 sono aumentati del 146%.
Lo rileva il Censis sottolineando che «con la crisi il segmento degli adulti di 50-70 anni sembra abbandonato al triste destino di esuberi, prepensionati, esodati, staffettati, senza alcun meccanismo utile per conservare almeno una porzione di quell’importante capitale umano».
Tra i bocconi avvelenati della crisi c’è il conflitto latente fra le generazioni sul mercato del lavoro, rileva il Censis: «se avere un impiego non è mai stato così difficile, soprattutto per i giovani – osserva l’istituto – Si è contestualmente ridotto l’orizzonte di opportunità  anche per chi ha oggi 50 anni. Insomma gli over cinquantenni, anche a causa del prolungamento dell’età  pensionabile, si trovano a competere con i ventenni per conquistare il lavoro che non c’è»
Fra gli over 50, tra il 2008 e il 2013 è aumentata l’incidenza dei lavoratori dipendenti e degli occupati a tempo pieno, come effetto dello slittamento in avanti dell’età  da pensione.
Ma nello stesso periodo c’è stato un aumento del 7,6% dei lavoratori autonomi e tende a raddoppiarsi la componente degli occupati a tempo parziale, che nel 2013 diventano circa un milione, con un incremento nei sei anni pari al 47,5%.
I disoccupati over 50 hanno raggiunto le 438mila unità , con un aumento rispetto al 2008 di 261mila persone in termini assoluti e del 146% in termini relativi (in soli dodici mesi l’area della disoccupazione ha visto un incremento di 64mila unità : +17,2% tra il 2012 e il 2013).
E i disoccupati di lunga durata ultracinquantenni sono quasi triplicati negli ultimi sei anni: sono passati da 93mila a 269mila (+189%).
Oggi l’insicurezza economica determinata dalla crisi, l’erosione oggettiva dei redditi, la necessaria compressione dei consumi spingono molti over 50 a cercare di entrare nel mercato del lavoro.
Se si somma il numero delle persone in cerca di occupazione e quello di chi, pur inattivo, si dichiara disponibile a lavorare, la pressione esercitata sul mercato del lavoro da parte degli over 50 supera il milione di individui.

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COSÌ EXPO CANCELLA IL DIRITTO DEL LAVORO

Giugno 18th, 2014 Riccardo Fucile

SUPER-FLESSIBILI: SIGLATO ACCORDO CHE PREVEDE DEROGHE PER APPRENDISTI, PRECARI E DIRITTO DI SCIOPERO

L’evento internazionale su cui l’Italia e Matteo Renzi si stanno giocando la faccia, è ormai noto per lo scandalo-mazzette, per gli appalti truccati e tutto quello che ne consegue.
Meno note, invece, sono le ricadute sul lavoro dell’Expo 2015 a Milano.
Lo scorso 5 giugno è stato firmato “l’Avviso comune” tra le parti sociali e la Regione che definisce così tante deroghe ai contratti di lavoro da rendere i cantieri milanesi una vera terra di nessuno.
Un luogo dove l’unica legge sarà  la corsa contro il tempo senza offrire prospettive al di là  dell’Expo.
La filosofia del documento, infatti, punta tutto sui contratti “a tempo determinato o di somministrazione” (gli interinali) e su tutte le “soluzioni di flessibilità  mansionaria e organizzativa” in grado di rispondere “al meglio alle esigenze che si presenteranno”.
Lavorare a termine senza futuro
I contratti a tempo determinato, come indicato dal precedente documento preliminare il “Patto per il lavoro”, prevedono la completa deroga rispetto ai limiti di utilizzo in rapporto ai dipendenti complessivi e al numero di deroghe.
La legge Poletti, recentemente approvata dal Parlamento, prevede una percentuale del 20 per cento di lavoratori a tempo determinato e la possibilità  massima di cinque deroghe. Con questo accordo tali limiti saltano.
Un esempio di iper-flessibilità  è “l’apprendistato in somministrazione”. Il contratto in somministrazione è quello in cui un lavoratore viene assunto da un’agenzia interinale che, a sua volta, lo “affitta” a un terzo, “l’utilizzatore”.
Questa triangolazione, nei cantieri dell’Expo, potrà  avvenire anche in forma di apprendistato, “un’interessante opportunità ” che ha bisogno di “un’adeguata promozione”.
“Un’aberrazione” secondo il segretario della Fiom lombarda, Mirco Rota, anche perchè non si capisce chi dovrebbe formare il giovane apprendista — l’utilizzatore o il somministratore? — per cosa, per quanto tempo.
Corollario di tutto questo progetto è, infine, l’impegno a “procedure di raffreddamento” degli scioperi e delle controversie per garantire “che l’evento non diventi occasione per manifestazioni rivendicative che rischiano di pregiudicare l’immagine del Paese”.
Le previsioni non realizzate
Con questo accordo l’Expo ripone le speranze di riuscita nella quantità  di flessibilità  realizzabile.
Con rischi evidenti per la sicurezza e prospettive fumose per il futuro. L’intesa, infatti, non prevede nulla circa le stabilizzazioni e, anzi, fissa la scadenza al marzo 2016, cioè un anno dopo lo svolgimento dell’Expo. Con la possibilità  di ulteriori rinnovi.
L’aleatorietà  dell’occupazione è confermata dall’insistenza con cui si parla di volontariato. Il “Programma volontari” ufficiale ha predisposto un sito apposito, volun  teer.expo2015.org  , che vanta l’opportunità  di essere “parte di questo grande evento” nell’accoglienza “e supporto per i visitatori”.
In particolare, si spiega, i volontari possono conoscere “20 milioni di persone” nel corso dei sei mesi in cui conosceranno “davvero” il mondo.
Un’operazione di convincimento che è stata promossa anche tramite Twitter, lo scorso maggio, con l’operazione #askexpo, un hashtag che ha occupato per giorni il social network ricevendo così tante risposte, quasi tutte negative, da dare vita a un tweetbook, un “libro” di messaggi e commenti di ben 70 pagine.
Nel testo si possono leggere commenti ironici, furiosi, disincantati: “Avevate promesso un milione di posti di lavoro, ma parlate di volontari?”.
Oppure: “Certo che fare volontariato per una Spa che aveva a disposizione 10 miliardi di euro pare buffo, no?”.
Ci sono, però, anche coloro che hanno chiesto se dal volontariato si potrà  passare seriamente a un lavoro vero. Domande senza risposta.
Il problema è che il lavoro è stata davvero l’ultima preoccupazione di Expo 2015.
Anche un osservatore non ascrivibile alla contestazione, ma indipendente, come il professore della Bocconi, Roberto Perotti, ha argomentato su lavoce.info (vedi tabella accanto) come le “ottimistiche” previsioni sull’economia e sul lavoro si siano basate su “risultati attesi sovrastimati”.
Il saggio di Perotti si spinge fino a illustrare come i soldi stanziati per l’avvenimento avrebbero potuto essere impiegati diversamente e conclude con una constatazione sconfortante: “Quando si rinuncia a ogni considerazione razionale di costi e benefici per la collettività , il rischio è che i simboli divengano delle zavorre o addirittura degli incubi”.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UNA GIORNATA DA DISOCCUPATO: TANTE FILE PER FARE TOPOLINO

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

AI CENTRI PER L’IMPIEGO NESSUNO TI CHIAMA, COMPILI IL MODULO PER VEDERE LE OFFERTE IN BACHECA: 1.400 EURO LORDI PER VESTIRSI DA PUPAZZO A DISNEYLAND

La giornata del disoccupato inizia presto.
La sveglia è tra le 7 e le 8 di mattina: tempo da perdere non ce n’è. Almeno per chi non ha rinunciato definitivamente al miraggio del lavoro.
La colazione è necessariamente frugale. L’analisi del disoccupato è spietata: ogni gesto corrisponde a un costo.
I piccoli piaceri sono eliminati oppure vissuti con ansia.
Il nostro giovane disoccupato non compra i giornali, si affida alla lettura dei quotidiani online. Il titolo di questa mattina è uguale a quello di tre mesi prima, sei mesi prima e via dicendo. Ci sono le parole: “disoccupazione”, “Istat” e “record”.
Per capire quale sia la notizia si può saltare il testo, basta aggiornare i numeri.
Nei primi tre mesi del 2014 — apprende il ragazzo — il tasso di chi non riesce a trovare un lavoro è cresciuto per l’undicesimo trimestre consecutivo dal 2004.
La percentuale è salita quasi di un punto rispetto all’anno scorso: siamo al 13,6 (12,6% il tasso di aprile, i disoccupati sono 3,5 milioni) .
Tra i 15 e i 24 anni, resta a casa quasi una persona su due: il 46 per cento. Al sud il tasso generale vola al 21,7 per cento, tra i giovani al 60,9.
La cifra, peraltro, non tiene in considerazione la massa di chi il lavoro ha smesso di cercarlo.
Il nostro giovane disoccupato vive a Roma, è laureato da qualche mese in una disciplina umanistica, ha svolto una serie di piccole attività  in nero per pagarsi gli studi.
Non vive in centro, paga un affitto a prezzo di mercato (quindi clamorosamente alto) e resiste con i soldi dei genitori, sotto la minaccia che il rubinetto stia per essere chiuso.
Nemmeno lui rientra nelle statistiche dell’Istat: formalmente non è disoccupato ma “inoccupato”, poichè ancora alla ricerca del suo primo contratto d’impiego.
Dopo la colazione, si mette “al lavoro”. Il ferro del mestiere è il curriculum vitae, aggiornato freneticamente seguendo i consigli incrociati di decine di “esperti” dentro e fuori la rete. I
Il cv modello europeo è indispensabile, ma il nostro disoccupato ne tiene da parte anche un altro meno rigido: è convinto che metta in risalto le sue qualità  personali.
Le prime ore sono passate alla ricerca estenuante delle offerte di lavoro più adatte al proprio profilo.
Di nuovo, per risparmio, usa quasi esclusivamente internet. Di rado compra Porta Portese o altre riviste di annunci. Meglio i siti. Un’infinità : InfoJobs, Monster, Kijiji, Subito, JobSoul, CareerJet, JobAdvisor.
Il numero di portali specializzati è inversamente proporzionale alle possibilità  di farcela.
Il nostro disoccupato è laureato ma non è choosy: negli ultimi mesi viaggia a una media di 25-30 curricula spediti al giorno.
Confessa con imbarazzo di aver ottenuto appena un paio di colloqui di lavoro e di non aver mai superato lo scoglio del primo incontro. In alcuni casi i curricula li porta in sede, di persona, ma il suo telefono rimane in silenzio.
Dopo qualche ora di fronte al monitor, il nostro disoccupato studia il percorso del giorno tra le agenzie interinali della città .
Pensa ai brevi, gelidi colloqui che lo aspettano agli sportelli. Anche oggi gli verrà  detto che è troppo qualificato per metà  delle offerte di lavoro e troppo poco specializzato per l’altra metà .
Dopo un tramezzino, è pronto per l’ultima tappa, verso il “centro d’impiego” (l’ex ufficio di collocamento).
Quello del nostro disoccupato è a Cinecittà , estremo est all’interno del raccordo anulare di Roma.
Il viaggio in scooter è scandito dalla malinconica fermata al distributore di benzina: 5 euro per sollevare la lancetta dalla riserva. Il centro è al piano terra di un palazzone in via Rolando Vignali. Non c’è posto nemmeno in piedi, nonostante i sette sportelli aperti.
Meglio nel pomeriggio. In queste ore l’esercito dei senza lavoro si dirada.
Il nostro disoccupato ottiene un cedolino che certifica il suo status: per essere iscritto nelle liste di disoccupazione bisogna avere un reddito inferiore agli 8 mila euro lordi.
Ora nessuno ti chiamerà  mai, sei tu che può iniziare la ricerca sulle bacheche del centro e — tanto per cambiare — inviare le sue candidature.
Incontra Gianmaria, 27 anni, che osserva le vetrine semivuote e dice: “È sempre così: una valanga di persone per pochissime offerte. Riguardano quasi sempre collaboratori, apprendisti o tirocinanti”.
In bacheca un’offerta per andare a Disneyland — Parigi. Profili richiesti: “personaggio Disney e ballerino”. Per fare Topolino per qualche mese: 1.490 euro lordi. Gianmaria ha un diploma scientifico e lavora part-time per un call center di recupero crediti. “Mi pagano a rendimento. Più sono aggressivo, più soldi porto a casa”.
Ha fatto di tutto: barista, postino, fattorino. Spesso in nero. Oppure a tempo determinato: “Il trucco — sostiene — è iniziare a cercare il tuo prossimo lavoro quando quello che stai facendo non è ancora scaduto. Non sempre ci si riesce: io, a quasi 30 anni, sono dovuto tornare a vivere da mamma e papà ”.

Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA BOERI: “QUESTO DECRETO LAVORO AGGIUNGE ANCORA PIU’ PRECARIETA'”

Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DELLA BOCCONI: “IN LINEA CON LE POLITICHE DEL LAVORO DI SACCONI: SCARSA FORMAZIONE E MODESTI SALARI”

«È un decreto in continuità  con le politiche del lavoro degli ultimi anni che portano la firma dell’ex ministro Maurizio Sacconi: lavoro con scarsa formazione, produttività  e remunerazione piuttosto basse».
Tito Boeri, economista alla Bocconi, fondatore del sito lavoce.info, commenta il decreto Lavoro approvato con voto di fiducia a Montecitorio, che modifica l’attuale normativa sull’apprendistato e sui contratti a termine.
Decreto rispetto al quale non ha mai nascosto il suo dissenso, immutato anche dopo le modifiche parlamentari
Un decreto che risponde alle esigenze di chi, secondo lei?
«È chiaro che l’idea di base è condivisibile, ed è quella di stimolare la creazione di posti di lavoro, contando sul fatto che la ripresa sia alle porte. Il punto è che ci sarebbero state altre strade, a mio avviso più utili, per raggiungere l’obiettivo: un contratto a tutele progressive avrebbe avuto il senso, pur a fronte di una maggiore flessibilità  in ingresso, di puntare effettivamente alla stabilizzazione. I contratti a termine e di apprendistato così come ci vengono proposti, invece, finiranno per rafforzare il dualismo contrattuale già  in essere. Si sarebbe dovuto spingere le imprese a ridurre le distinzioni, invece che ad accentuarle».
Secondo lei, dunque, i passaggi parlamentari, con relative modifiche, non hanno cambiato granchè del decreto.
«Non è cambiato molto, in effetti. La riduzione del numero di proroghe (da 8 a 5, ndr) è positiva, ma la previsione di una sanzione pecuniaria al posto dell’obbligo di assunzione nel caso di sforamento del tetto del 20%nel ricorso a contratti a termine è una sostanziale ipocrisia. Ora si pagherà  di più, ma non è comunque molto e, peraltro, non si tratta nemmeno di soldi dovuti ai lavoratori. Aggiungo che questo tetto del 20% rischia anche di aprire controversie giuridiche, perchè già  oggi esistono settori, come ad esempio quello del legno, in cui la soglia è fissata al 35%. Credo che, abbastanza rapidamente, il peso dei contratti a termine nel panorama complessivo salirà  dal 12-13% attuale al 20%, e per quanto riguarda le nuove assunzioni arriverà  pressochè al 100%, eccezion fatta per qualche figura particolarmente specializzata. Il problema è anche che la trasformazione in contratti a tempo indeterminato sarà  più difficile, perchè è aumentata la distanza tra le due tipologie».
Il governo potrebbe replicare: meglio essere assunti a tempo determinato che non essere assunti affatto.
«Certamente. Ma ancora meglio sarebbe avere un contratto a tutele progressive, che vada nella direzione di ridurre l’attuale dicotomia del mercato del lavoro».
Questo dovrebbe essere solo un primo intervento in materia.
«Intervento che però si pone in aperto conflitto con una possibile seconda fase. Per la quale, comunque, non mi pare ci sia l’intenzione di procedere. Aver liberalizzato così tanto il contratto a termine con il decreto approvato, mi sembra ponga di fatto, al di là  delle formalità , la parola fine all’ipotesi di contratto a tutele progressive».
Lei prima ha accennato alla ripresa, ma sembra che il suo ritmo in Europa continui a divaricarsi: nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano ha ripreso a scendere.
«Non è un dato sorprendente, visto che già  quello sulla produzione industriale era stato negativo. È chiaro che la ripresa italiana si preannuncia asfittica. Puntare sulla crescita oggi significa anzitutto, oltre a ridurre le tasse sul lavoro come in effetti è stato fatto, anche se si sarebbe potuto operare sui contributi sociali, accelerare davvero i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione».

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA REALFONZO: “LA PRECARIETA’ NON CREA LAVORO”

Maggio 15th, 2014 Riccardo Fucile

“I DATI DICONO CHE LA FLESSIBILITA’ FA AUMENTARE LA DISOCCUPAZIONE”

La flessibilità  produce occupazione?
“È la grande bugia dei nostri tempi. Basterebbe esaminare i dati ufficiali per scoprire gli insuccessi di queste politiche”.
Dati che Riccardo Realfonzo, economista, docente di economia politica all’Università  del Sannio ed editorialista del Sole 24ore ha pubblicato sulla rivista economiaepolitica.it .
“Vi è evidenza empirica che gli interventi di liberalizzazione del mercato del lavoro, anche con specifico riferimento al lavoro a termine, hanno fallito nel determinare la crescita occupazionale – si legge nel documento – Non si comprende, quindi perchè l’Italia e l’Europa dovrebbero continuare lungo una strada che ha ampi costi sociali”.
Lo studio si fonda sui dati Ocse, “cioè quell’istituzione di cui il ministro Padoan è stato capo economista”.
Tutto rientra negli indicatori dell’organizzazione parigina. “Basta incrociarli con la media delle variazioni del tasso di disoccupazione”.
E cosa si scopre?
Che non c’è alcuna correlazione. Prendiamo l’indice che misura il grado di protezione del lavoro in un Paese (Epl). A eccezione di Francia, Austria e Irlanda, tutti i Paesi dell’Eurozona hanno ridotto le tutele dei lavoratori. Per l’Italia, l’indice è calato di oltre il 40 per cento dal 1990 a oggi.
Con quali risultati?
Nessuno, se non pesantissimi costi sociali. All’aumentare della flessibilità  la disoccupazione nell’Eurozona tende semmai ad aumentare. Paesi come Spagna e Grecia hanno deregolamentato molto il mercato del lavoro, senza alcun effetto.
Però nel frattempo è intervenuta la crisi.
Per questo abbiamo effettuato anche una analisi relativa al solo periodo pre-crisi, fino al 2007, e il risultato non cambia. Ma questo studio non può destare sorpresa. Già  l’Employment Outlook pubblicato nel 2004 dall’Ocse spiegava che la maggiore flessibilità  non determina più occupazione. Ma Padoan non è stato capo economista dell’Ocse? Non li ha letti quei numeri? Come fa a difendere la liberalizzazione del lavoro a termine? Nel passato l’Ocse non è stata nemmeno una voce isolata.
Chi altro?
Anche l’attuale capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, nel 2006 ha spiegato che la flessibilità  non favorisce l’occupazione.
Perchè intervenire sulla flessibilità  non è servito?
Perchè frena i salari, rallentando la domanda interna.
Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha detto che il decreto produrrà  occupazione.
Poletti crede nella precarietà  espansiva, l’idea che la flessibilità  possa aumentare l’occupazione. Una idea totalmente smentita dall’analisi scientifica. È preoccupante, gli spunti più interessanti del Jobs Act, e cioè gli interventi di politica industriale, sembrano accantonati per la mancanza di risorse. Ci sono i vincoli europei da rispettare. L’unica cosa che viene fuori è la precarietà  espansiva di Poletti. Che non ci porterà  da nessuna parte.

Carlo Di Foggia

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SI E’ SVEGLIATO IL SINDACATO: “IL GOVERNO SE NE FREGA DEI LAVORATORI”

Maggio 4th, 2014 Riccardo Fucile

“IN SENATO HANNO PEGGIORATO UN TESTO NATO GIA’ MALE”

La capacità  di reazione non è quella dei tempi migliori.
Il sindacato italiano — in ordine sparso — ci mette 24 ore giuste a rendersi conto che il decreto Lavoro è stato abbastanza peggiorato, se si guarda agli interessi che loro dovrebbero tutelare, dagli interventi concordati in Senato tra il ministro Giuliano Poletti e la maggioranza.
Ha iniziato la Cgil: “Abbiamo visto delle indiscrezioni, non abbiamo testi finali e ci riserviamo di vederli — sostiene il segretario Susanna Camusso —. Se però gli annunci corrispondono alla realtà , mi pare che si sia ulteriormente peggiorato un decreto che già  non andava bene e soprattutto si continuano a costruire modalità  per cui l’unica strada è la precarizzazione”
La cosa che più ha attratto la fantasia del sindacato di Corso d’Italia c’è l’emendamento per cui le aziende che sforano il tetto del 20 per cento di contratti a termine non saranno più obbligate ad assumere a tempo indeterminato: se la caveranno con una multa.
“Se si toglie l’obbligo di assunzione — spiega Camusso — ci sarà  un uso illimitato e anche illegittimo di forme di lavoro a termine: è il via libera all’illegittimità  dei rapporti di lavoro”.
Sulla stessa linea ci sono l’Ugl e, soprattutto, la Cisl: “Non ci sono dubbi. Le modifiche introdotte ai contratti a termine sono una cosa incomprensibile — dice il segretario Raffaele Bonanni — oltre a essere più a favore delle aziende che dei lavoratori. È proprio palese il menefreghismo che c’è nei confronti del mondo del lavoro e in particolare dei lavoratori”.
Poi, su Twitter, la versione breve: “Chi non rispetta le regole del tempo determinato deve assumere a tempo indeterminato. Altro è ingiusto”
Di diverso parere, invece, il leader della Uil Luigi Angeletti, che si schiera decisamente col governo: “Sono perchè approvino subito il decreto. La multa al posto dell’assunzione se si sfora il tetto del 20 per cento non è un problema, perchè tanto le aziende non sono disposte a pagare. Hanno già  cominciato a dire che la multa è troppo elevata. La multa elevata è un sufficiente deterrente”.
Esattamente la posizione dell’esecutivo: “Quella della Camusso è una valutazione personale, che non trova giustificazione negli atti del governo che vanno in una direzione del tutto contraria”, dice il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba.
Il testo, a questo punto, pare chiuso e non ci sarà  spazio per ulteriori modifiche, magari nel terzo passaggio alla Camera: gli emendamenti, infatti, sono stati chiesti a gran voce dal Nuovo Centrodestra, che ne ha fatto una sua bandierina elettorale contro Forza Italia (la quale, contro ogni evidenza, continua a sostenere che gli emendamenti sono stati dettati al governo dalla Cgil).
Non a caso ieri Angelino Alfano si vantava con zoppicante ricostruzione storico-culturale: “Abbiamo dovuto vincere alcune resistenze della sinistra post comunista, e devo dire che la collaborazione con la sinistra che non è comunista guidata da Matteo Renzi sta dando davvero ottimi frutti”.
A poco serve la resipiscenza tardiva di pezzi della sinistra del Pd: “Rimettere in discussione l’equilibrio del testo sancito con il voto di fiducia alla Camera implica riaprire di nuovo la discussione a Montecitorio prima del varo definitivo del decreto”, ha sostenuto ad esempio Stefano Fassina.
L’uomo che – anche per conto dell’ex viceministro – ha gestito la trattativa sul decreto, vale a dire il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, la pensa però assai diversamente: “Le correzioni fondamentali al decreto Lavoro votate da Montecitorio restano tutte confermate. Per noi e per il nostro lavoro è un motivo di grande soddisfazione. I cambiamenti introdotti dal Senato, anche se presentano alcune criticità , non stravolgono i miglioramenti voluti dal Pd e in alcune parti migliorano il testo, come nel caso della formazione per gli apprendisti”.
Al di là  delle scaramucce – ormai destinate a spegnersi – su un decreto che non serve quasi a niente (di sicuro non a creare nuova occupazione, forse a precarizzare ulteriormente quella che sarebbe esistita lo stesso), resta lo stato comatoso se non peggio dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le organizzazioni sindacali.
La cosa, peraltro, non mancherà  di avere ripercussioni su provvedimenti più seri di questo, dalla legge delega sul lavoro (il cosiddetto Jobs Act col suo contratto unico a tutele crescenti) e, soprattutto, sulla riforma della Pubblica amministrazione, di gran lunga il dossier più scottante su cui dovra lavorare a breve il governo.

Marco Palombi

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DECRETO LAVORO, IL GOVERNO DEL FARE (FAVORI AGLI SPECULATORI): SAREMO TUTTI KOREANI

Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile

MULTA E NON PIU’ OBBLIGO DI ASSUNZIONE PER L’IMPRESA CHE SUPERA IL 20% DEI CONTRATTI A TERMINE E RIDIMENSIONAMENTO DEI PRECARI DA STABILIZZARE

Sono otto gli emendamenti che il governo ha presentato al senato al testo del decreto lavoro, frutto della mediazione all’interno della maggioranza rispetto al testo licenziato dalla Camera.
“Lo spirito che ci ha animato – spiega la capogruppo Pd in commissione lavoro, Annamaria Parente – è stato quello di migliorare il testo normativo senza stravolgerlo. Questo per noi è il testo finale, più che definitivo. I gruppi della maggioranza non porranno altri emendamenti”.
Tra le principali novità  rispetto al testo della Camera spunta la sanzione amministrativa a carico delle imprese che non rispettano il tetto del 20% dei contratti a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato, norme sull’apprendistato e novità  per i progetti di ricerca sia pubblici che privati.
Sono stati inoltre presentati 4 ordini del giorno, due a firma Sacconi (ncd) e due a firma Ichino (sc) di orientamento per le circolari che il governo dovrà  emanare, relativi a rinnovi contrattuali, somministrazione, rapporto tra legge e contratti collettivi.
Altre misure riguardano l’apprendistato – il tetto relativo alla stabilizzazione di una quota di apprendisti vale per le aziende con oltre i 50 dipendenti (nel testo passato alla Camera la quota era 30) – e lo stop del limite per i contratti a termine negli enti di ricerca.
Inoltre, la formazione per l’apprendistato sarà  mista, pubblica e privata.
Il testo uscito dalla Camera stabilisce che le regioni devono offrire la formazione pubblica (entro un tempo di 45 giorni), ma con la proposta di modifica presentata dal governo, spiega il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, viene “meglio precisato come deve essere configurata l’offerta della regione: si fa riferimento anche a sedi e al calendario e al fatto che ci si possa valere anche delle imprese (purchè si rispettino linee guida gia stabilite da conferenza stato regioni)”

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GRILLO ATTACCA ANCHE SANTORO, REO DI AVER DATO VOCE AGLI OPERAI DELLA LUCCHINI DI PIOMBINO

Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile

I LAVORATORI INTERVISTATI AVEVANO CRITICATO LA COMPARSATA ELETTORALE DI GRILLO DAVANTI ALLO STABILIMENTO

Un operaio della Lucchini che si scaglia contro Grillo, accusandolo di essere andato a Piombino soltanto per fare campagna elettorale sulla pelle dei lavoratori.
Per questo motivo Michele Santoro diventa “il giornalista del giorno” nel blog del comico genovese, preso di mira perchè nel programma “Servizio pubblico” ha osato ospitare una voce così ostile al Movimento 5 Stelle.
“Perchè tutto quell’accanimento contro Grillo? Perchè tacciare Grillo di essere lì per fare campagna elettorale?” scrive la militante autrice della rubrica “Il giornalista del giorno”.
Mirko Lami da Santoro aveva detto: “Grillo deve venire a Piombino in punta di piedi. Deve conoscere bene la situazione”.
Non certo una voce isolata visto che durante la puntata è stato mandato in onda un servizio dove altri operai dell’acciaieria Lucchini, sul punto della chiusura definitiva, criticano le ricette di Grillo proposte per il salvataggio del luogo produttivo: “Caro Grillo non siamo la peste”.
Anche perchè se criticare è facile, proporre è più impegnativo, salvo sparare cazzate stratosferiche, smentite dai fatti, come quella del “vado io in Europa a farmi dare due miliardi per la fabbrica” senza neanche conoscere che i due miliardi di cui ha parlato orecchiando sono vincolati ad altri fini (quelli della ricerca).
Che una trasmissione giornalistica non possa dare voce ai lavoratori di una azienda prossima alla chiusura dimostra solo il tasso di arroganza di chi una fabbrica forse l’avrà  vista dall’esterno sfrecciando a suo tempo in Ferrari.
Che l’Italia sia finita in mano a tre attori comici la dice lunga sulla classe dirigente di questo Paese.

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