Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile
DA “VOCI GLOBALI” LE REAZIONI DEI LIBICI ALLE MINACCE DEL DITTATORE LIBICO…”E’ MATTO DA LEGARE”…”QUALCUNO PUO’ MICA LANCIARGLI UN MISSILE CONTRO E LIBERARCI DA QUESTA MISERIA?”… “ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO: FERMIAMO LO PSICOTICO”
Nella serata di martedì 22 febbraio, il dittatore libico Muhammed Al Gheddafi ha da
poco terminato il suo discorso alla Tv di Stato.
Un intervento furioso in cui ha rivolto avvertimenti e minacce a tutti coloro, sostenitori inclusi, che in questi giorni stanno portando avanti manifestazioni anti-governative.
La Libia rischia di finire come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia – questo l’avvertimento lanciato dal dittatore libico.
Gheddafi ha incoraggiato poi i cittadini ad uscire, domani, dalle proprie case per cacciar via i “terroristi” e consegnarli alle forze di sicurezza affinchè vengano “puniti con la morte”.
Ha aggiunto di essere pronto a lottare fino “all’ultima goccia di sangue” e ha continuato elencando con ampiezza di dettagli ogni singola cosa che avrebbe punito con la morte, incluso lavorare per un’Organizzazione internazionale, usare violenza contro le forze governative o minacciare l’unità del Paese.
Tale discorso delirante e, sembrerebbe improvvisato a braccio, è stato seguito da libici, arabi e in ogni parte del mondo.
In molti hanno colto e rilanciato immediatamente su Twitter il sarcasmo e il ridicolo derivante da certe espressioni del dittatore libico, pur non dimenticando le tragiche uccisioni e l’instabilità che vanno caratterizzando il Paese.
Gheddafi ha giustificato la brutale repressione contro le proteste degli ultimi giorni, elencando altri momenti nella storia, portando esempi di governi che hanno ucciso i manifestanti e affermando cose del tipo: “L’unità della Cina era più importante della gente a piazza Tienamen.”
Domani – ha poi detto – i giovani (non quelli “drogati”) dovrebbero costituire dei comitati per difendere la sua rivoluzione. “Voi siete più di loro”, ha aggiunto.
Mentre, in attesa dell’intervento, il popolo di Twitter aveva già caratterizzato in maniera umoristica il motivo per cui il leader libico ritardasse il tanto anticipato discorso, ecco di un’ampia raccolta di ‘tweet’ diffusi man mano durante il discorso stesso.
@acarvin: Gheddafi: i giovani sono stati presi di forza dalle famiglie e gli sono stati dati allucinogeni. La punizione colpirà chi glieli ha forniti.
@rania_hafez: Gheddafi: coloro che si oppongono alle autorità libiche, puntano le armi contro altri libici, saranno puniti con la morte secondo la legge libica.
@habibh: Gheddafi sta minacciando il suo popolo in tv con sentenze di morte.
@kimo79: Il più grande servizio che Gheddafi sta facendo con il suo discorso spazzatura è quello di unificare sempre di più la rivoluzione in Libia.
@blakehounshell: da dove sta leggendo?
@themoornextdoor: Sta leggendo da un libro con le pagine bianche: lo scrive man mano che parla.
@Edsetiadi:Questo pazzo sta cominciando a leggere dal suo libro verde: cavoli, si prospetta lunga…
@timrylands: Gheddafi sta recitando la parte del mio pazzo maestro d’arte mentre correggeva il mio quaderno di schizzi
@Ssirgany: Ha cambiato occhiali per leggere dal libro verde.
@iandstone: Gheddafi delirante. “Dove sono i topi e i roditori?” “Attaccare la stazione di polizia come i topi?” Questo ragazzo ha bisogno di Rentokill.
@tololy: Gheddafi: “Se le cose raggiungono un livello che richiede l’uso della forza, noi la useremo in conformità al diritto internazionale e alla Costituzione libica”.
@Raafatology: Gheddafi dice, “Gheddafi è la Gloria” Non sto scherzando, l’ha appena detto.
@rania_hafez: Gheddafi chiede a coloro che lo amano di uscire e proteggere il Paese da quelle bande di drogati per strada ora!!
@avinunu: Gheddafi: “Tutte i paesi e le città che amano Muammar Gheddafi devono scendere in strada”.
@acarvin: Gheddafi: Con la proprietà del petrolio tornata di nuovo al popolo, uscite dalle vostre case, mettete al sicuro le strade, liberatele dai grassi ratti.
@nour_odeh: Gheddafi: il mondo sta ridendo di voi [ribelli]. Le persone devono formare nuove municipalità , commissioni popolari come ha detto Saif.
@ChangeInLibya: Sta bestemmiando contro la gente, quelli che “lo sostengono”, “nella piazza verde” …
@acarvin: Gheddafi: c’è il consenso del popolo libico. Negli ospedali, uffici, aziende agricole, ovunque.
@Dima_Khatib: Gheddafi: c’è qualche ragazzo che prova ad imitare quanto è successo in Tunisia ed Egitto.
@avinunu: Gheddafi nega di avere in mano tutto il potere e dice di averlo consegnato al popolo libico nel 1977.
@draddee: Gheddafi: Noi siamo quelli che hanno combattuto gli Stati Uniti e il Regno Unito sul nostro suolo, e abbiamo detto che saremmo morti se non lo avessimo liberato. Dove eravate voi?
@acarvin: Gheddafi: in ospedale, nessuno ha osato cambiarsi nome. Dove eravate voi mercenari? Chi ha avuto il coraggio di fare queste cose?
@avinunu: Gheddafi ha anche affermato che tutti coloro che erano stati uccisi erano dei poliziotti.
@TravellerW: Ma i dittatori non si stancano mai di “incolpare gli stranieri”?
@JNovak_Yemen: il pazzo esorta la gente a scendere in strada per combattere i manifestanti, prendendo una pagina da AliSaleh.
@Ssirgany: Ha chiaramente esortato alla guerra civile, dicendo ai suoi sostenitori a scendere in piazza
@evanchill: La TV di Stato libica cerca qualche folla “pro-Gheddafi”, ma devono andare su uno schermo senza data e senza luogo per trovarla.
@sate3: Chiaramente questo è un discorso delirante di sfida e di rabbia da parte di un dittatore frustrato e impotente.
@Arabista: È davvero matto da legare!!!
@artate: nel riflesso delle lenti di Gheddafi si può vedere che non c’è nessuno davanti a lui, giusto? …
@ChangeInLibya: Sono io che non capisco o cosa? Se sta insultando i nostri nonni per non aver combattuto gli americani .. ciò non vuol dire essere egiziani e tunisini?
@blakehounshell: Incredibile come sia profonda la retorica che riguarda l’anti-americanismo ora.
@sate3: Ecco cosa si vede dall’edificio dove Gheddafi sta tenendo il suo discorso
@alexlobov: Qualcuno può mica lanciargli un missile contro e tirarci tutti fuori da questa miseria?
@ceoDanya: Gheddafi è uno psicolabile.
@Cyrenaican: Non abbiamo paura di te, non siamo mai stato il tuo popolo.
@ceoDanya: Abbiamo bisogno di aiuto! Gente, fermiamo lo psicotico!!!
@lisang: Penso che questi dittatori seguano un copione comune. Media stranieri cattivi, negativi influssi stranieri, ho versato il mio sangue per questo paese, è l’ora delle riforme.
@tomgara: Guardate, americani, quest’edificio è già stato ammorbidito da Reagan. Non dovrebbe essere troppo difficile finire il lavoro. I migliori programmi TV in diretta non finiscono mai
@algergawi: I discorsi di Gheddafi in arabo andrebbero anche trascritti in arabo.
@Mustafa_Qadri: “Non è vero, è stato Michael Jackson a copiarmi la divisa da colonnello”, ha detto Gheddafi. “Il guanto bianco era una mia idea!”
@TravellerW: Un tema frequente nei discorsi dei dittatori è che i manifestanti sono “bambini/ragazzi/malconsigliati / etc”, allo scopo di screditare gli avversari.
@AfriNomad: Questo vale come discorso n.2 or n.3? E come mai Gheddafi ha un fascino per ratti e allucinogeni?
@lioncub4justice: Notizia dell’ultim’ora: Gheddafi è pazzo.
@warrenellis: Il discorso di Gheddafi sembra ridusi a “Tutti fanno uso di droga tranne me. E io sono anche Batman.”
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IN COSTANTE AUMENTO DAL 2008 IL VALORE DELLE ESPORTAZIONI VERSO L’ESERCITO DI TRIPOLI…NEL 2009 L’INCREMENTO E’ STATO DEL 20%, SEI LE MOTOVEDETTE FORNITE: UNA E’ SERVITA AI LIBICI PER MITRAGLIARE IL NOSTRO PESCHERECCIO “ARIETE”….VENDUTI ANCHE 30 ELICOTTERI, SISTEMI AVANZATI DI PROTEZIONE E AEREI DA COMBATTIMENTO…. CURIAMO ANCHE L’ADDESTRAMENTO DELL’ESERCITO E LA MANUTENZIONE DEI MEZZI MISSILISTICI
Petrolio, gas e appalti in cambio di armi. 
Li abbiamo forniti anche noi a Muammar Gheddafi gli elicotteri, i missili, gli aerei, le bombe, con cui il raìs massacra il suo popolo.
Noi italiani che in fatto di produzione bellica ci piazziamo bene, nel gruppo di testa delle classifiche mondiali e quando si tratta di esportare, non andiamo troppo per il sottile nella scelta dei partner, senza badare se si tratta di dittatori o capi di regimi dove le libertà sono sistematicamente represse.
La Libia è un ottimo cliente, l’undicesimo maggior importatore di armi italiane e assorbe circa il 2 per cento delle esportazioni tricolori.
In cambio abbiamo ottenuto materie prime, appunto e un occhio di riguardo per le grandi imprese pubbliche e private, dall’Eni alla Finmeccanica, dall’Impregilo all’Anas.
Commenta Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali sull’industria bellica: “Solo ora si scopre che il governo libico è illiberale, come del resto quelli di altri paesi nordafricani.
Ma per anni l’Italia ha appoggiato questi regimi e in particolare la Libia, fornendo armi, opportunamente distraendosi sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili”.
Dopo una leggera flessione tra il 2005 e il 2007, nel 2008 le spese libiche per gli armamenti hanno ripreso a crescere, fino a toccare la ragguardevole cifra di 1,1 miliardi di dollari mentre le industrie italiane approfittavano abbondantemente dell’infatuazione bellica del rais riempiendolo di armi. Secondo i Rapporti della Presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito di armamenti, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante aumento.
Le autorizzazioni per il 2009 sono state di 111,8 milioni di euro, con un incremento di circa il 20 per cento rispetto al 2008.
E anche nel 2010 ci sono state vendite massicce.
Una delle ultime forniture, per esempio, ha riguardato 3 motovedette della classe “Bigliani”, inviate in aggiunta ad altre 3 già fornite nel maggio 2009 in base al Trattato di Bengasi, firmato nell’agosto dell’anno precedente tra Silvio Berlusconi e Gheddafi, uno dei primi atti di politica estera della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle elezioni della primavera precedente.
Con una di quelle imbarcazioni, 7 mesi fa fu mitragliato nel golfo della Sirte il peschereccio italiano Ariete.
Tra i principali fornitori di armi alla Libia c’è Finmeccanica, il grande gruppo italiano guidato da Piefrancesco Guarguaglini, partecipato al 2 per cento dalla Libia e specializzato in armamenti.
Ma ci sono anche industrie piccole e semisconosciute, come la Itas di La Spezia che secondo una nota del Servizio studi del dipartimento Affari esteri della Camera cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, venduti dall’Italia al governo di Tripoli fin dagli anni Settanta del secolo passato.
Due anni fa Finmeccanica ha firmato con la Lia (Lybian Investment Authority) e con la Lap (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of understanding per la promozione di “attività di cooperazione strategica”.
Nello stesso periodo, un’altra società del gruppo Finmeccannica, la Selex guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini — al centro di indagini della magistratura italiana nei mesi passati — ha siglato con il colonnello di Tripoli un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza.
Tra il 2006 e il 2009 la Agusta-Westland, sempre della Fin-meccanica, ha venduta 10 elicotteri AW109E Power a Gheddafi (valore 80 milioni di euro), più altri 20 velivoli tra cui alcuni AW119K.
Finmeccanica fornisce anche l’addestramento degli equipaggi e la manutenzione dei mezzi tramite una joint venture con la Lybian company for aviation industry.
La Alenia Aeronautica, sempre Finmeccanica, fornisce aerei Atr-42 Surveyor per il pattugliamento.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
UN PRIMO RISULTATO DELLA “POLITICA DEL BACIAMANO” E DA SERVI DEL MACELLAIO DI TRIPOLI, IL GOVERNO BERLUSCONI L’HA OTTENUTO…I CITTADINI DI NALUT, DOVE PASSA IL GASDOTTO, FERMERANNO L’AFFLUSSO DEL GAS VERSO L’ITALIA….FRATTINI NEGA CHE CI SIANO PROBLEMI, MA LA UE AMMETTE: “C’E’ STATA UNA DIMINUZIONE”
Frattini nega che ci siano problemi, ma l’Unione europea accerta: “C’è stata una diminuzione”.
Al Arabiya: “Fermi i terminali petroliferi sul Mediterraneo”
La rivolta libica potrebbe avere conseguenze sul nostro Paese: le forniture di gas dalla Libia all’Italia si starebbero avviando verso una progressiva interruzione.
I manifestanti della città libica di Nalut hanno infatti minacciato di fermare l’afflusso di gas verso l’Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia.
I cittadini di Nalut, nella zona dei monti occidentali della Libia, a pochi chilometri dalla Tunisia, in un messaggio pubblicato sul sito Internet del gruppo di opposizione “17 febbraio”, si rivolgono “all’Unione Europea, e in particolare all’Italia”.
“La gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi, ha deciso che interromperà dalla fonte l’afflusso di gas libico verso i vostri Paesi, chiudendo il giacimento di al-Wafa che attraverso la nostra zona porta il gas verso l’Italia e il nord Europa, passando per il Mediterraneo”.
I manifestanti di Nalut sostengono di aver preso questa decisione “perchè voi non avete fermato lo spargimento di sangue della nostra gente e del nostro caro paese avvenuto in tutte le città libiche. Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas”.
Il messaggio è firmato “la gente delle zone occidentali dalla regione di Nalut”.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
BENGASI, QUI NELLA CITTA’ LIBERATA IL POPOLO E’ IN FESTA…E’ UNA RIVOLTA CONTRO IL DITTATORE CHE RISPONDE MASSACRANDO DONNE E BAMBINI NEL SUO DELIRIO… DIVERSI MILITARI CHE SI SONO SCHIERATI CON IL POPOLO SONO STATO MUTILATI
La Libia della rivolta contro Gheddafi è come una cassaforte che soltanto nelle ultime
ore i media cominciano a scassinare.
Come ha insegnato l’Iran dal 2009 in poi, meglio non avere reporter e telecamere in mezzo ai piedi se si vuole stroncare il dissenso come si deve. Così abbiamo dovuto accontentarci di vedere le immagini della nascente rivoluzione attraverso sequenze rubate dai telefonini o immortalate per un attimo dalla mano tremolante di qualche volenteroso dilettante.
Sembra che il primo giornalista a entrare in Libia dopo i massacri sia stato, ieri mattina presumibilmente, Ben Wedeman della Cnn.
Wedeman è passato dal confine egiziano, dove ieri sera torme di giornalisti occidentali erano ancora arenati nella zona dove l’esercito egiziano ha costruito un ospedale da campo per accogliere le migliaia di connazionali che stavano fuggendo in patria.
Poco più là di Marsa Matrouk: luoghi che ricordano l’epica di El Alamein e, più di recente, spiagge estive con acque cristalline.
A giudicare dai suoi reportage che raccontano il clima da Repubblica degli Insorti della Libia orientale, Wedeman non è ancora riuscito ad arrivare a Bengasi, che pure sulla carta non è distante.
Le condizioni di sicurezza devono essere minime.
Con il web messo fuori gioco (altro passaparola molto ascoltato dai dittatori di tutto il mondo), l’unico modo dall’esterno per raggiungere Bengasi è il telefono, che funziona male ma funziona ancora.
Dopo un po’ di chiamate a vuoto, Islam, ingegnere edile, risponde con voce squillante: «No, oggi Bengasi è tranquilla. La gente è nelle strade, non c’è traccia dei miliziani di Gheddafi. Qui sono tutti felici per come stanno andando le cose».
E adesso che cosa succederà ?
«Non lo so proprio, signore, so soltanto che non ci fermeremo. Non torneremo mai più sotto la dittatura di Gheddafi e della sua famiglia».
Si dice che in tutta la zona «liberata» stiano spuntando le bandiere rosso-nero-verdi con la stella e la mezzaluna del Regno di Libia, vietate dal regime. Probabilmente più uno sfregio a Tripoli che nostalgia di re Idris.
Rima, impiegata, abita vicino alla raffineria di Ras Lanuf, più o meno a metà strada tra Bengasi e Tripoli.
All’inizio esita: «Chi le ha dato il mio numero?».
Rassicurata, si scioglie. «A Bengasi la situazione è tranquilla», conferma.
Ma è Tripoli che la preoccupa: «Laggiù è stato un massacro. Ci sono migliaia di mercenari africani che uccidono la gente nelle strade. Non hanno pietà neppure delle donne e dei bambini. La popolazione è terrorizzata, nessuno esce più di casa, neppure per comprare il pane».
Gheddafi dice che a Bengasi la rivolta è guidata dagli islamisti, è vero? «No, è falso. Per favore raccontate al mondo la verità . Non credete alle parole di chi fa sparare addosso al suo popolo. Lo sa che a Tripoli hanno bombardato i dimostranti con gli aerei?».
Colpisce che in questa incipiente rivoluzione (qui, a differenza dell’Egitto, l’assalto al Palazzo c’è stato davvero, con la sua triste e inevitabile contabilità di sangue) non spuntano i nomi dei leader.
Per adesso è difficile farsi un’idea precisa di quale sia il volto dell’opposizione al Colonnello.
A rendere incerto l’esito della lotta è la posizione dell’esercito che in alcuni casi si è schierato con gli insorti.
Raccontano a Bengasi che ieri hanno portato all’ospedale diciassette soldati che erano stati torturati per aver appoggiato i ribelli.
Avevano nasi e orecchie tagliati. Sembra che nessuno sia riuscito a sopravvivere.
Claudio Gallo
(da “La Stampa“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA ZONA “LIBERATA” DELLA LIBIA TRA I GIOVANI PROTAGONISTI DELLA RIVOLTA CONTRO IL MACELLAIO, MENTRE IN TELEVISIONE ESPLODE LA RABBIA DI GHEDDAFI
Per convincere soldati e poliziotti a fraternizzare con la piazza, i manifestanti hanno cominciato col dare alle fiamme il commissariato.
Quel gesto ha reso Tobruk la prima città caduta nelle mani degli insorti.
Ora è proprio davanti alle rovine di quell’edificio che da una settimana i manifestanti continuano a raccogliersi, mentre pennacchi di fumo si stagliano sull’orizzonte cristallino del Mediterraneo, innalzati da un deposito di munizioni bombardato dalle truppe guidate da un figlio di Muhammar Gheddafi.
È accaduto anche ieri pomeriggio, mentre il leader concionava in tv agghindato nella tunica marrone del beduino, nel patetico proposito di restituire spessore alla leggenda da lui confezionata riguardo alla sua nascita, per richiamare alla fedeltà i leader tribali che lo abbandonano: lui che si dice figlio di pastori della tribù dei Qadhdhafiya, nato nel 1942 sotto una tenda beduina nei deserti della Sirte.
Quando il suo ghigno sulfureo riempie lo schermo della tv, pochi si raccolgono a guardarlo, se non i più anziani nei caffè attorno alla piazza dove adesso sventola alto il tricolore con la mezzaluna “dell’indipendenza” al posto del vessillo verde introdotto da Gheddafi nel ’52 come simbolo della “rivoluzione popolare”.
Verde come il Libro pubblicato dal tiranno nel 1975 per regolare la Jamahiriyyia, l’immaginario Stato delle masse.
È lo stesso che, scolpito in copie di dimensioni monumentali, punteggia il Paese e infatti là fuori i giovani ora stanno demolendone uno a colpi di piccone.
“Ecco la giusta fine di quel libro assurdo”, si sgolano i ragazzi.
I tonfi del cemento che rotola a terra fanno da sordo controcanto alle raffiche di mitra che riempiono il cielo di Tobruk, sparate per festeggiare “la liberazione”.
Sono loro, i giovani, gli eroi della Nuova Rivoluzione, i grandi protagonisti dei moti libici.
Per questo, quando la voce di Gheddafi arriva dai televisori, e lui ringhia “Muhammar Gheddafi è il capo della rivoluzione, sinonimo di sacrifici fino alla fine dei giorni” esplodono le invettive degli shebab, i ragazzi: “Per ironia, il “capo della rivoluzione popolare” sta per essere rovesciato dalla vera Rivoluzione popolare della Libia”, fanno in coro.
“L’uomo è disperato”, ironizzano con un misto di rabbia e disgusto per la “stolta furbizia” del leader, che mette le mani avanti: “Se potessi dimettermi lo farei, ma non sono presidente. Però ho il mio fucile e mi batterò fino all’ultima goccia di sangue”.
Il coro quasi si smorza, incredulo, nell’ascoltare Gheddafi che nega le stragi di questi giorni: “Noi non abbiamo ancora fatto ricorso alla forza. Non ho ordinato di sparare un singolo proiettile”, ripete.
Lo fa sullo sfondo della mattanza dei mille morti denunciati questo pomeriggio dalle ong, a fronte dei 400 calcolati dalla Federazione internazionale della Lega dei diritti umani.
Un gruppo di medici mostra alcuni proiettili raccolti sul bitume.
Uno di loro ha in pugno un proiettile calibro 50, lo stesso calibro usato dalla Nato per trapassare i muri.
“Questo spiega l’osceno stato di certi cadaveri, maciullati”, dice.
Ma quando la voce di Gheddafi rimomba, indirizzandosi ai giovani con l’epiteto di “topi di fogna”; quando li minaccia: “Restituite immediatamente le armi, se no ci saranno mattanze”; e poi evoca i massacri di Tienanmen, nell’89 a Pechino, e la fine di Fallujah, il bastione sunnita iracheno distrutto dagli americani nel 2004, anche gli anziani gli lanciano epiteti di “Kalb, kalb”, cane, cane, “rognoso e rabbioso”.
Seguiti da “Abbasso il macellaio”.
Il frastuono copre il discorso del “re dei re d’Africa” (il titolo di cui s’è fregiato nel 2009 a capo dell’Unione africana) quando lui promette ai “rivoltosi la pena di morte”, legge i codicilli del Libro verde, e si appella ai libici: “Voi che mi amate, voi libici tutti, uomini e donne uscite dalle case, attaccate i topi di fogna nei loro rifugi, purgate la Libia centimetro per centimetro, casa per casa, strada per strada. Prendeteli, arrestateli, consegnateli alla polizia. Milioni mi difenderanno, fatevi sentire e gridate “Sacrificheremo l’anima e il sangue per il nostro leader”.
“Muhammar Gheddafi non è una persona normale, che si possa avvelenare o abbattere con una rivoluzione”, urla ancora e poi resta senza fiato il rais. Scrosci di risate in piazza e nei caffè.
“Il muro della paura è caduto”, commentano di rimando.
Finchè al tentativo di sminuirli: “Stanno soltanto copiando l’Egitto e la Tunisia”, gli shebab rispondono con lo slogan universale delle rivoluzioni arabe: “Erhal, erhal”, vattene, vattene.
Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto, e che si preparano a prendere in mano le redini del Paese.
Loro, che vedi pattugliare i posti di blocco che puntellano la Libia liberata, ossia tutta la fascia orientale del Paese.
Indossano gli abiti più strampalati.
Felpe, maglioni a righe, giacconi da cacciatore.
Hanno tutti un cappello in testa, e ce ne sono dalle fogge più strane.
Molti, forse per ridicolizzare quelle di Gheddafi e del suo “amico” Berlusconi, si fasciano la testa di coloratissime bandane. S
cherzano, ridono, ballano, pur essendo tutti armati, chi di Kalashnikov, chi di rivoltelle, chi di mazze ferrate.
Dopo aver controllato il portapacchi delle auto, di solito benedicono il conducente con una frase del Corano.
E sono ancora una volta loro che accolgono i giornalisti con entusiasmo: “Perchè avete tardato?”.
“Finalmente”, dicono, possono consegnare i video dei massacri: immagini a volte troppo raccapriccianti, di corpi esplosi in pezzi. A
ltri filmati confermano le sparatorie sui dimostranti.
Alcuni gruppi sono già partiti verso Tripoli, mentre il movimento si sposta verso occidente a dare man forte alla protesta.
In senso inverso, cioè in direzione del confine egiziano, incrociamo pulmini carichi fino all’inverosimile.
Sono gli immigrati che tornano a casa.
Riportano notizie di Tripoli, di elicotteri che continuano a sparare sui manifestanti, di “orrende sevizie da parte delle milizie di Gheddafi, di notti di terrore coi mercenari che sparano su tutto e tutti, mentre i feriti restano a dissanguarsi sull’asfalto, perchè è impossibile soccorrerli sotto i tiri dei proiettili”.
I lavoratori stranieri vanno a imbottigliarsi alla frontiera di Musaid: aspettano in fila almeno seimila persone.
Altri due milioni pensano di espatriare.
Pietro Del Re
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UN TECNICO PETROLIFERO: “ANDRO’ PER CONTO MIO ALL’AEROPORTO, SFIDANDO CECCHINI E MERCENARI”…”DEVO TORNARE IN PATRIA, MI HANNO DETTO DI ARRANGIARMI”
«L’unità di crisi della Farnesina è impossibile da contattare, l’ambasciata italiana a
Tripoli non sa cosa fare, lamenta mancanza di personale e sostanzialmente ci dice di arrangiarci».
Giuseppe Ascani è direttore di un’azienda italiana che lavora in ambito petrolifero, da due anni vive a Tripoli e vorrebbe provare a rientrare in Italia. Ha un volo prenotato per mercoledì mattina, ma il suo problema è capire se all’aeroporto riuscirà ad arrivare indenne.
«La situazione va sempre più peggiorando – racconta al Corriere.it via Skype -, molte zone della città sono in mano ai mercenari assoldati dal regime e non sono affatto sicure. Abbiamo visto immagini di persone con i corpi dilaniati, senza gambe e senza braccia. Tripoli è letteralmente in fiamme. Non c’è modo di sapere se il tragitto verso l’aeroporto possa essere percorso con tranquillità . Sentendo certe dichiarazioni secondo cui tutto è a posto e tutto organizzato mi sono sentito ribollire il sangue».
Il volo di Ascani partirà all’alba. «Ma all’aeroporto – spiega il tecnico – ci dovrò però andare nel pomeriggio di oggi e vi trascorrerò in qualche modo la notte. Il personale della mia azienda, che mi sta supportando in tutto, si è offerto di accompagnarmi, mettendo a rischio anche la propria vita. Viaggiare nelle ore di luce sarà comunque pericoloso visto che le strade sono insicure e la situazione cambia di ora in ora, tra l’altro ho avuto notizia di altri raid aerei a Tripoli e Bengasi, ma non lo sarà mai come mettersi in strada di notte a bordo di un automezzo privato».
Ascani ha saputo che altre ambasciate hanno invece organizzato diversi punti di raccolta nella città per poi promuovere dei convogli fino all’aeroporto.
«A me invece è stato detto che avrei dovuto cavarmela da solo».
Il tecnico non è riuscito a mettersi in contatto con altri italiani di che vivono nella capitale: «I telefoni cellulari non funzionano, è possibile utilizzare solo Skype, ma in situazioni normali non è una piattaforma che viene molto utilizzata e non ho dunque indirizzi di contatto. Non so se ci sono altri connazionali nella mia stessa situazione e non ho idea di come si siano eventualmente organizzati».
Ora Ascani spera che la sua testimonianza possa servire come stimolo affinchè l’ambasciata non lasci da soli altri italiani.
«E voglio che sia anche una denuncia: se mi sarà successo qualcosa durante il trasferimento dalla mia abitazione all’aeroporto, sarà ben chiaro di chi sarà stata la responsabilità ».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
GOVERNO ITALIANO VILE, L’UMANITA’ DI BOSSI: “I PROFUGHI? LI MANDIAMO IN EUROPA”… LE PROTESTE CONTRO GHEDDAFI DILAGANO NEL MONDO ARABO E A MALTA LA RESISTENZA LIBICA BRUCIA LA BANDIERA ITALIANA: “SIETE COMPLICI DI GHEDDAFI”
Piovono bombe dal cielo di Tripoli.
Si fa sempre più cruenta con il passare delle ore la repressione del regime contro i manifestanti che da giorni protestano chiedendo le dimissioni di Gheddafi.
Alcune fonti parlano di nuovi raid di aerei sulla folla e mercenari che sparano sui civili.
Il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia, parla di oltre mille i morti solo nella città di Tripoli.
«Manca l’energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l’invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore».
Per discutere della crisi in Libia oggi si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Il segretario Ban Ki-moon ha spiegato di aver parlato con Gheddafi e di averlo esortato alla moderazione. «L’ho invitato a rispettare pienamente i diritti dell’uomo, la libertà di assemblea e di parola», ha spiegato Ban, specificando di aver discusso con il Colonnello per 40 minuti.
Anche la Lega Araba, a livello di ambasciatori, ha convocato per oggi pomeriggio una riunione straordinaria per discutere della situazione in Libia. Due giorni fa il rappresentante di Tripoli presso l’organismo panarabo ha rassegnato le dimissioni per protestare contro la violenta repressione dei manifestanti.
Con le frontiere chiuse ai giornalisti, la situazione interna alla Libia resta un rebus.
Secondo l’International Federation for Human Rights (IFHR), una ong con sede a Parigi, sono circa una decina le città in mano agli insorti.
Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno preso il controllo di Sirte e Torbruk oltre che di Misrata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara.
A causa degli scontri di questi giorni è andata distrutta la pista dell’aeroporto di Bengasi, seconda città della Libia, e gli aerei passeggeri non sono dunque in grado di atterrare nello scalo.
Gheddafi nella notte è ricomparso a Tripoli: ha parlato e si fatto riprendere dalla tv per smentire le voci di una sua fuga in Venezuela.
Appena 22 secondi di apparizione, la prima da quando è scoppiata la rivolta.
La repressione è dura e sanguinaria, con Tripoli bombardata e centinaia di morti.
Ma ad una settimana esatta dall’inizio delle manifestazioni di protesta ci sono anche i segni dello sgretolarsi del regime sotto il peso dell’insurrezione popolare, con voci di militari che passano dalla parte dei rivoltosi e le defezioni dei diplomatici a macchia d’olio.
Il giornale Libia al-Youm parla del capo di stato maggiore dell’esercito, Abu-Bakr Yunis Jabir, agli arresti domiciliari dopo essere passato dalla parte dei rivoltosi, sembra però confermare lo scollamento all’interno delle forze armate.
Fino alla notizia della diserzioni di due cacciabombardieri Mirage libici atterrati a Malta: i piloti libici a bordo hanno raggiunto l’isola senza il permesso delle autorità maltesi dopo essersi rifiutati di eseguire l’ordine di sparare sulla folla. Defezioni a macchia d’olio invece per i diplomatici libici nel mondo: dopo le dimissioni ieri dell’ambasciatore di Tripoli presso la Lega Araba, ha lasciato la delegazione libica all’Onu e il numero due della missione Ibrahim Dabbashi ha invocato un intervento internazionale contro quello che ha definito «un genocidio».
Ma anche diplomatici in Cina, Regno Unito Polonia, India, Indonesia, Svezia e Malta, hanno abbandonato la nave di Gheddafi: il chiaro segnale che se questa non sta affondando è quantomeno alla deriva.
Per quanto riguarda l’Italia, continua la posizione ambigua del nostro governo che pare interessato più a tutelare i traffici economici che la vita dei libici.
Frattini pensa solo all’incubo profughi, se li fa fuori Gheddafi insomma è meglio.
Non a caso un parola chiara in senso umanitario è stata detta oggi dal capo della feccia leghista: “Profughi? Se arrivano li mandiamo in Francia e in Germania”.
Gran senso umanitario come sempre, mentre Gheddafi ogni tanto appare e rilascia brevi dichiarazioni collegandosi al sito libico dei promotori della Libertà o ai convegni di Pionati, in puro stile berlusconiano.
Finirà che chiederà asilo politico ad Arcore: almeno il Bunga bunga è assicurato.
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FRATTINI: “NON DOBBIAMO DARE L’IMPRESSIONE SBAGLIATA DI VOLER INTERFERIRE”… CRITICHE LONDRA E PARIGI…NEW YORK TIMES: “BERLUSCONI SCIMMIOTTA I MODI DEI DESPOTI ARABI”
In Europa l’hanno ribattezzata “la schizofrenia di Rue Froissart”.
È l’ultimo ritrovato della diplomazia berlusconiana: all’ingresso nelle riunioni comunitarie (le auto delle delegazioni entrano appunto da Rue Froissart, sul lato del palazzo del Consiglio) il politico italiano di turno fa dichiarazioni benevolenti verso il dittatore sotto accusa.
Poi, in riunione, vota con gli altri un comunicato di condanna.
È già successo all’ultimo vertice europeo, quando Berlusconi, arrivando alla riunione, ha cantato le lodi di Mubarak, per poi approvare una risoluzione di condanna delle repressioni ordite dal raìs egiziano.
Era successo in precedenza, quando avevamo difeso il dittatore bielorusso Lukashenko, salvo poi appoggiare le sanzioni Ue alla Bielorussia.
È successo puntualmente anche ieri, con la Libia.
Il ministro degli Esteri Frattini, subito dopo l’ingresso da Rue Froissart, ha difeso le ragioni della “riconciliazione” in un Paese dilaniato dalla guerra civile.
“Spero che in Libia si avvii una riconciliazione nazionale che porti ad una Costituzione libica, come proposto da Seif al-Islam (il figlio di Gheddafi a capo della repressione, ndr)”.
Sempre prima di entrare nella sala del Consiglio, il ministro degli Esteri italiano ha messo in guardia l’Europa contro ogni tentativo di interferire negli affari libici: “Non dobbiamo dare l’impressione sbagliata di volere interferire, di volere esportare la nostra democrazia. Dobbiamo aiutare, dobbiamo sostenere la riconciliazione pacifica: questa è la strada”, ha spiegato ai giornalisti mentre l’aviazione del Colonnello bombardava i manifestanti.
Ma poi, uscito dalla riunione, ha spiegato di condividere pienamente il comunicato finale che “condanna la repressione in corso contro i manifestanti”, chiede “l’immediata fine dell’uso della forza” e difende “le legittime aspirazioni e le richieste di riforme del popolo libico”, che devono essere soddisfatte “attraverso un dialogo aperto e inclusivo che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo”.
Insomma, se non si chiede esplicitamente l’allontanamento di Gheddafi, poco ci manca.
Quali siano le ragioni che spingono il governo berlusconiano a questo tipo di sdoppiamento, è cosa che a Bruxelles stentano a capire.
Forse perchè non hanno potuto apprezzare fino in fondo quanto sia consustanziale al berlusconismo la “politica dell’annuncio”, che consacra la dicotomia tra fatti e parole.
Forse perchè non hanno (ancora) letto l’editoriale di Roger Cohen sul New York Times, che racconta come “Berlusconi scimmiotta i modi dei despoti arabi confondendo se stesso con la Nazione”.
Ma ormai la “schizofrenia di Rue Froissart” è diventata uno dei divertissements dei diplomatici europei, sempre pronti a sorridere dell’Italia.
Per essere onesti, questa volta Frattini qualche debole tentativo di difendere “l’amico Gheddafi” lo ha fatto anche nel corso della riunione, spalleggiato solo dal collega maltese.
Del resto anche Berlusconi all’ultimo vertice, durante la colazione di lavoro, si era speso in una imbarazzante quanto inutile eulogia di Mubarak.
Questa volta, il nostro ministro degli Esteri ha dovuto battersi contro britannici e tedeschi, che volevano rendere ancora più duro ed esplicito il comunicato finale.
Il ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, si era spinto fino a chiedere il varo di sanzioni immediate contro il governo libico.
Ma alla fine i “falchi” non l’hanno spuntata.
“Oggi dobbiamo parlare di dialogo nazionale di riconciliazione – ha spiegato soddisfatto il ministro italiano – non creare le condizioni per un nuovo scontro con decine di migliaia di cittadini europei che vivono in Libia”.
Ma anche la delegazione italiana ha dovuto inghiottire qualche rospo.
Una proposta, avanzata dal ministro maltese e sostenuta dall’Italia, voleva inserire nel comunicato finale una frase in cui l’Unione europea “riconosce pienamente i diritti sovrani della Libia e la sua integrità territoriale”.
L’idea, nonostante le premesse di Frattini sulla non interferenza, era forse quella di sottolineare il pericolo di una spaccatura del Paese tra la parte orientale e quella occidentale.
Ma molti ministri hanno fatto osservare che, come ha spiegato il belga Steven Vanackere, “riconoscere la piena sovranità dei libici in questo momento equivale a legittimare il massacro dei dimostranti come un affare di politica interna su cui non si può interferire”.
Di fronte a questa obiezione, Italia e Malta hanno dovuto rinunciare alla loro richiesta. Ma non importa.
“Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto. Anche il comunicato finale parla della necessità di una riconciliazione nazionale”.
Nel comunicato finale, però, la parola “riconciliazione”, tanto cara all’Italia, proprio non compare.
Si deve essere persa in Rue Froissart.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
LE NOTIZIE CHE RIESCONO A USCIRE, VIOLANDO LA CORTINA DEL SILENZIO DEL REGIME LIBICO…L’OSCURAMENTO PARZIALE DELLA RETE NON IMPEDISCE AI MANIFESTANTI DI RENDERE NOTI I MASSACRI, IL NUMERO DEI MARTIRI, LE RIVOLTE IN ATTO, IL GENOCIDIO ORDINATO DAL COMPAGNO DI MERENDE DI BERLUSCONI E MARONI
“Tutto questo non fa che rendere i libici più uniti. Ogni città ora ha i suoi martiri —
scrive un’attivista che si fa chiamare Lybian Dude su Twitter, e aggiunge — soltanto il tempo potrà chiarire la reale portata del massacro. Prego soltanto che l’esercito e i commando facciano la scelta giusta”. Changeinlybia è uno degli account più attivi sul sito di microblogging, uno dei pochi, assieme a @ShababLibya che riescono a superare la cortina di silenzio stesa dal regime del colonnello Gheddafi sulle rivolte interne.
Le notizie che arrivano attraverso i social media sono poche e intermittenti. Internet è a singhiozzo: il governo, per nascondere le notizie dei massacri e impedire ai manifestanti di comunicare fra loro, sembra aver dato il via a una specie di coprifuoco digitale.
Non un totale spegnimento della Rete, come avvenuto in Egitto, ma un oscuramento parziale che, secondo quanto riportato dall’edizione per il Medio Oriente del sito The Next Web, viene attivato ogni notte a partire dalle 22 locali, per poi cessare, col ripristino della connettività alle 5.30 della mattina del giorno dopo.
Alcuni siti rimangono inaccessibili anche dopo tale ora, Facebook, You Tube, Twitter e Al Jazeera su tutti.
Qualcosa però filtra: ShababLybia, voce del Movimento dei giovani per la Libia, un gruppo che si ispira a quanto successo in Egitto per migliorare la situazione del proprio paese, possiede anche un profilo Facebook, dove vengono postati video e aggiornamenti sui tumulti in corso.
L’ultima testimonianza visiva è della notte scorsa e mostra un gruppo di persone che girano in tondo urlando slogan contro il regime.
In precedenza, grazie al network del gruppo di attivisti Telecomix, erano stati diffusi sul Web alcuni brevi clip riprese col telefonino, immagini impressionanti di giovani feriti in barella e degli scontri di Bengasi, la seconda città del Paese, che sembra essere stata conquistata dai manifestanti.
Telecomix ha anche messo a disposizione dei rivoltosi alcuni numeri da chiamare per poter accedere a Internet malgrado il blocco governativo, e un wiki, una specie di blocco appunti editabile da chiunque in cui sono raccolte le istruzioni per bypassare la censura.
Anche gli Anonymous, gli hacker celebri per il loro supporto a Wikileaks e, da ultimo, noti anche in Italia per alcuni attacchi informatici ai siti delle istituzioni, si sono schierati dalla parte dei libici, dando il via alla “Operation Lybia”, i cui contorni rimangono però ancora da definire.
Su YouTube aggiornamenti e immagini delle proteste arrivano attraverso il canale di SaveLibia.
“Questo canale è stato creato per mostrare al mondo quello che sta succedendo in Libia. È una delle poche vie di comunicazione che la Libia ha col mondo esterno e intendiamo mantenerlo attivo”.
Come nel caso della crisi egiziana, la creatività dei manifestanti riesce a sfruttare al meglio anche gli altri strumenti messi a disposizione da Google. Un cittadino il cui pseudonimo su Twitter è “@arasmus” sfrutta Google Maps per georefenziare tutti i focolai di protesta e le notizie sulle vittime dei massacri.
L’ultima segnalazione è delle 5.30 di questa mattina e racconta di rivoltosi uccisi e feriti nella Piazza Verde di Tripoli.
L’autenticità delle news è da confermare, anche se l’autore afferma di servirsi di fonti attendibili.
Il sistema Speak2Tweet, ovvero la conversione dei messaggi vocali in tweet fornita da Google e Twitter in occasione della rivolta egiziana, non sembra molto sfruttato dai libici, che preferiscono lasciare i loro messaggi nell’account Feb17voices di AudioBoo.
Stando all’ultimo file audio inviato, tre o quattromila persone avrebbero occupato la centralissima Piazza Verde, dove Gheddafi soleva tenere i comizi.
Infine “Killed in Lybia” è un foglio di calcolo di Google Docs il cui scopo è quello di raccogliere i nomi di tutti i caduti per la rivoluzione.
Finora sono state inseriti 54 nominativi e anche qui è evidente il richiamo alla protesta egiziana, in cui era stata sperimentata una soluzione simile per censire i morti.
Federico Guerrini
(da “La Stampa“)
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