Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile
E’ QUANTO OGGI EMERGE DALL’INCHIESTA GENOVESE SULLO YACHT “FORCE BLUE”… LE TELEFONATE TRA BRIATORE, LA SANTANCHE’ ED EMILIO FEDE….NONOSTANTE LE INDAGINI IN CORSO, LELE MORA CONTINUAVA A ORGANIZZARE FESTE: NON PIU’ AD ARCORE MA ALL’UNIVERSITA’ DELLA LIBERTA’ A VILLA GERNETTO, A MONZA
I festini bunga bunga nella sede dell’Università delle Libertà . 
Gli inquirenti milanesi e genovesi saranno saltati sulla sedia leggendo le intercettazioni delle telefonate degli amici di Silvio Berlusconi: il Cavaliere da ottobre scorso è sulla graticola per il Ruby-gate, ma stando a quanto racconta chi lo conosce molto bene, le sue feste sarebbero continuate come se niente fosse (almeno fino ad aprile).
Con una precauzione: meglio evitare Arcore, assediata dai cronisti, meglio trasferirsi a Villa Gernetto, a Monza.
Una delle tante residenze di proprietà del premier disseminate per la Brianza e la Lombardia, quello splendido edificio dove Berlusconi intende collocare l’Università delle Libertà e dove ha ospitato il primo ministro croato Jadranka Kosor.
Gli inquirenti genovesi probabilmente non immaginavano di incrociare sul proprio cammino l’inchiesta più clamorosa dell’anno.
Avevano già tra le mani una questione delicata e spinosa: l’inchiesta sui presunti reati fiscali commessi attraverso finti contratti di affitto di yacht.
Tra questi c’è anche l’ormai famoso Force Blue, un colosso di sessanta metri ufficialmente intestato a una società che lo affitta a 34 mila euro al giorno. Secondo i pm, però, in realtà era utilizzato soltanto da Flavio Briatore.
Così nelle intercettazioni finiscono decine di vip.
Ma nelle conversazioni non si parla soltanto dello yacht, anzi, spesso e volentieri Briatore e i suoi amici discutono di lui, del presidente del Consiglio (del resto lo conoscono bene, sono stati anche suoi ospiti ad Arcore).
E in termini non sempre affettuosi. Qualcuno, a quanto si apprende, sosterrebbe che si tratti di una persona che ha dei problemi, proprio come aveva detto Veronica Lario nella sua lettera di due anni fa: “Ho cercato di aiutarlo come si farebbe con una persona che non sta bene”.
Gli inquirenti raccolgono centinaia di conversazioni, poi le girano ai loro colleghi milanesi.
Una cosa va detta subito: dalle conversazioni non emergerebbero nuovi reati, nè a carico di Berlusconi, nè dei suoi amici. Ci sono, però, elementi che potrebbero confermare il quadro accusatorio disegnato dai magistrati milanesi.
Elementi importanti perchè a parlare al telefono con Flavio Briatore non sono persone qualunque, ma alcune tra quelle più vicine al premier: da Daniela Santanchè a Emilio Fede.
Persone note e potenti, normale, quindi, che le loro conversazioni tocchino temi molto delicati per la vita del Paese.
Ma dai dialoghi emerge più di una sorpresa. Ecco allora che gli amici del Cavaliere discutono di Lele Mora che sarebbe in difficoltà perchè, nonostante lo scandalo e le indagini, gli continuerebbero ad arrivare richieste di organizzare serate divertenti nelle residenze del premier.
Chissà se la compagnia immagina di essere intercettata.
Comunque dalle conversazioni emergono le professioni di innocenza di persone come Emilio Fede.
Il direttore del Tg4 è accusato di aver portato ragazze ad Arcore, ma al telefono con gli amici nega ogni responsabilità . Lasciando intendere, pare, che a organizzare tutto fosse qualcun altro. Un atteggiamento che potrebbe creare qualche preoccupazione a Lele Mora.
Sono chiacchierate sul filo del pettegolezzo, ma qui a parlare sono persone che hanno conoscenza diretta dei protagonisti della scena politica e mondana italiana. Che li frequentano e sanno molto di loro.
Così non poco interesse — anche se finora non sarebbe emerso nulla di penalmente rilevante — hanno suscitato le conversazioni sull’avvicendamento ai vertici Rai. Briatore e i suoi amici parevano molto ben informati del siluramento di Mauro Masi. Così come sembravano soddisfatti dell’arrivo di Lorenza Lei che era ritenuta vicina a Daniela Santanchè.
Insomma, alla politica e alla mondanità delle terrazze romane si sostituisce quella dei ponti di comando degli yacht.
Si discute di tutto, dalla Rai alle Generali. E alla fine tante previsioni, tante chiacchiere si rivelano assolutamente vere.
Gianni Barbacetto e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
VIA PADOVA, DALLA RIVOLTA ALLE FESTE DI STRADA: DOVE IL BERLUSCONISMO PAGA DAZIO E LA LEGA PERDE IL 25% DI CONSENSI… MARONI E LA RUSSA HANNO MANDATO I MILITARI, MA LA SINISTRA CON L’ASCOLTO HA PRESO PIU’ VOTI…”PISAPIA OGNI SETTIMANA SI FACEVA VEDERE, LA MORATTI L’ABBIAMO SOLO VISTA IN TV A FARE PROMESSE”
I destini dell’Italia si decidono a Milano e il destino di Milano si è già deciso in periferia, per esempio a via Padova.
La casbah, il ghetto, il Bronx di Milano per le cronache.
Nella realtà , un mondo in miniatura.
Quattro chilometri, cinquecento negozi, cento più di corso Buenos Aires, 130 mila abitanti, ovvero un milanese su dieci, cinquanta comunità straniere da tutti i continenti.
Durante i mondiali di calcio dell’estate scorsa, con le bandiere di ogni colore, sembrava d’essere a New York.
Una media città italiana che per un anno e mezzo, dopo la rivolta del febbraio 2010 in seguito all’assassinio di un ragazzo egiziano alla fermata dell’autobus 56, è diventata la capitale della paura, il laboratorio del rancore politico contro gli immigrati.
Con Maroni che schierava l’esercito per strada, il vicesindaco della Moratti, Riccardo De Corato che firma per il coprifuoco, l’assessore al decoro urbano, Maurizio Cadeo, che arriva a far oscurare le luminarie natalizie con gli auguri in inglese, cinese e arabo.
Non bastasse, in campagna elettorale, gli strateghi della destra aggiungono il carico da novanta della «grande moschea» («Pisapia la farà qui, dove sennò?») e della «zingaropoli» di via Idro.
Il risultato, la risposta dei cittadini spaventati?
In un anno, dalle regionali del 2010 al primo turno delle comunali, nei nove seggi di via Padova la Lega perde un elettore su quattro, il centrosinistra balza avanti di dieci punti, Berlusconi e lo sceriffo De Corato franano nelle preferenze.
Una piccola rivoluzione, come nel resto di Milano.
Ma qui, nel laboratorio della paura cittadino, ancora più inattesa.
Il giorno dopo è partito un ciclopico scaricabarile.
La Moratti se l’è presa con De Corato, impegnato a imprecare contro la Lega, che nel frattempo attribuiva tutte le colpe alla latitanza del sindaco e, massì, «all’estremismo del Pdl».
«Perchè di colpo – spiega il Davide Boni presidente del consiglio regionale – quelli di Berlusconi, alla disperata caccia di voti, si son messi a fare i leghisti più leghisti di noi, con quelle trovate del piffero di smontare gli auguri di Natale».
In mancanza di meglio, alla fine la destra milanese s’è inventata un altro, formidabile spauracchio da affiancare alla magistratura di sinistra.
Ed ecco, dopo le toghe rosse, le tonache rosse.
Pericolosa categoria di preti sovversivi che spazia dal cardinal Tettamanzi allo storico parroco di via Padova, il settantacinquenne popolarissimo don Piero Cecchi.
Passando s’intende per don Virginio Colmegna, il sindaco dei poveri che secondo i berluscones avrebbe trasformato la casa della carità in fondo a via Padova, mirabile esempio di solidarietà e accoglienza, in un «covo di propaganda elettorale per Pisapia».
Una verità un po’ più onesta la racconta uno dei tanti leghisti «smarronati», Alessandro Valsasina, presidente dell’associazione dei commercianti di «via Padova futura», fondata subito dopo la rivolta di febbraio, con la benedizione del Carroccio.
«Premesso che non sono diventato di sinistra, tocca ammettere che Pisapia è partito dalle periferie. Qui passava ogni settimana e ascoltava tutti, mentre la Moratti l’abbiamo vista soltanto in tv a fare promesse».
Cinque anni di promesse, il recupero del parco del Trotter, che era una promessa elettorale già ai tempi di Pillitteri, le piste ciclabili, i bellissimi progetti da archistar per il rilancio delle periferie, i poliziotti di quartiere, la lotta ai racket e così via, per cinque anni.
Ma nel terremoto elettorale delle periferie milanesi non ci sono soltanto gli errori degli strateghi della destra o l’abilità di un candidato della sinistra che finalmente mette il naso oltre la fatidica cerchia dei Navigli e per giunta è proprio di sinistra, non un prefetto, un industriale o un tardo imitatore dei leghisti con la fissa dei campi rom.
La ribellione di via Padova alla paura ha radici più profonde, che rivelano il limite ultimo del berlusconismo.
Quella presunzione di volere e potere cambiare la natura dei milanesi, degli italiani, oltre ogni limite, azzerando di colpo la storia.
Prima o poi la storia di questa città , perfino di questa via, si sarebbe ribellata alla falsa immagine nello specchio.
Negli anni ’50 e ’60 via Padova era il ponte d’integrazione degli immigrati del Sud, la prima tappa dalle coree verso la conquista del benessere cittadino. Un passaggio che in altre città , Torino per esempio, non c’era, un luogo d’incontro e di solidarietà , una rete di associazioni, un quartiere vero, un fiore all’occhiello per i sindaci riformisti milanesi.
Una periferia dove le scuole erano buone come quelle del centro, con le prime elementari montessoriane e il liceo di zona, il Carducci, che valeva come i più rinomati Berchet e Parini della borghesia; le librerie e i centri culturali e i circoli sportivi; perfino il cineforum dove vedevi Ferreri e Bunuel senza doverti travestire da intellettuale di sinistra come al mitico Obraz cinestudio; bei ristoranti e negozi, la gente in strada fino a notte.
Di tutto questo paesaggio della Milano più aperta e vitale, oggi è rimasto a via Padova soltanto il parco Trotter, una scuola modello per mille bambini, dei quali seicento di cognome straniero, la più multietnica d’Italia e uno dei luoghi d’infanzia più belli e verdi di Milano, l’unica a prevedere una fattoria didattica e una piscina fra gli alberi.
Una magnifica istituzione pubblica che tira avanti grazie al sacrificio degli insegnanti, al volontarismo degli «Amici del Trotter», alla passione dei genitori che ridipingono le classi e riparano i cessi nel fine settimana.
Qui gli impresari della paura hanno spedito le camionette dell’esercito a pattugliare le notti vuote.
Pisapia e i suoi sono venuti invece in bicicletta e sono tornati con le ventotto pagine di progetto del parco da affidare all’architetto ed ex rivale Stefano Boeri.
Fra una finzione di Bronx blindato e un progetto di parco giochi per bambini, forse non ci volevano tanti spin doctors per capire dove sarebbero andati i voti.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Maggio 28th, 2011 Riccardo Fucile
CASTELLI NON CI STA: “IL POSTO SPETTA A SALVINI, SPERO NON SIA UN MODO PER SBOLOGNARMI DAL GOVERNO”…IN OGNI CASO IL PROBLEMA NON SI PORRA’: LA MORATTI NON SARA’ PIU’ SINDACO DI MILANO
Roberto Castelli sarà vicesindaco di Milano nel caso in cui la coalizione di centrodestra dovesse vincere le elezioni.
Lo ha annunciato la stessa Letizia Moratti, inserendo il suo nome in una rosa di «big» – tra gli altri il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi; il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero; e il filosofo Paolo Del Debbio – che andrebbero a dare manforte all’amministrazione di Palazzo Marino in caso di successo elettorale.
Ma la notizia lascia alquanto perplesso il diretto interessato.
Nonostante la scelta sia stata avallata da Umberto Bossi in persona («E’ stato lui a dirmelo al telefono»), la decisione comunicata nell’ultimo giorno di campagna elettorale dalla portacolori del centrodestra lascia più che tiepido il viceministro ai Trasporti.
Che, anzi, in un’intervista al Messaggero mette le mani avanti: «Vicesindaco non può che essere Salvini, per quanto mi riguarda. Dopo tutto il lavoro che Matteo ha fatto, quel posto tocca a lui. Io mi sono messo, come al solito, a disposizione della Lega e basta».
Parole, quelle di Castelli, che rendono onore all’uomo simbolo del Carroccio a Milano, ma che forse non sono sufficienti a minimizzare lo scavalcamento deciso dalla Moratti, forse da intendere come il segnale dei difficili rapporti che ultimamente intercorrono tra il sindaco uscente e il partito alleato.
Dal canto suo, Salvini sembra non scomporsi troppo: «Da martedì io comunque tornerò nel mio ufficio a lavorare, con quale ruolo lo decideranno i milanesi domenica e lunedì. Noi siamo contenti della nostra campagna elettorale e ringraziano i 57mila milanesi che ci hanno votato due settimane fa».
Da mesi Salvini, che è anche eurodeputato, era stato accreditato come possibile vicesindaco in caso di vittoria del centrodestra.
E la contesa sembrava essere soprattutto con l’attuale numero due della giunta milanese, Riccardo De Corato, ex An e ora Pdl.
Proprio la corsa tra loro due era stato uno dei leit motiv delle analisi scaturite dai risultati del secondo turno, con De Corato che si era molto prodigato nel far rilevare come il maggior numero di preferenze raccolte dal leghista fosse legato al fatto di essere stato capolista del suo partito mentre il Pdl aveva messo davanti a tutti Berlusconi, che pur raccogliendo meno di cinque anni fa ha fatto incetta di voti polisti.
E Salvini aveva più volte evidenziato che se il sindaco è in quota al Pdl alla Lega, principale alleato, la poltrona di vice sarebbe spettata in automatico. Così è stato, ma a sorpresa,è uscito il nome di Castelli, che a Milano non era neppure in lizza e che non è neppure milanese (la Moratti ha subito precisato di averlo scelto perchè «ha competenze») .
E che, sempre nell’intervista al quotidiano romano, si augura che la sua designazione sia il segno di un impegno reale della Lega a favore della Moratti e non piuttosto «un espediente per sbolognarmi dal governo», perchè «anche se non c’è un’incompatibilità per legge, di certo c’è un incompatibilità reale assoluta» visto l’impegno richiesto da un ruolo nella giunta di una città come Milano.
Sul clima freddo tra gli alleati del centrodestra interviene anche Libero, quotidiano da sempre vicino alle posizioni del Pdl: «Umberto Bossi non si è fatto neanche vedere. Il Senatur doveva visitare due mercati ieri a Milano, ma a causa di un temporale ha dato buca alla Moratti per la seconda volta in pochi giorni.
Anche Roberto Castelli ha dato forfait.
Il viceministro sarà il nominato vicesindaco in caso di vittoria del centro destra. Eppure non è passato neanche per ringraziare.
Matteo Salvini, invece, sta facendo di tutto per far capire che, tutto sommato, una sconfitta non sarebbe poi un cataclisma, che all’opposizione non si muore».
Per Libero, tuttavia, Salvini non è stato scavalcato: «Pare – scrive il quotidiano di Belpietro e Feltri – che vista la situazione abbia preferito evitare di bruciarsi. La Lega sembra aver già abbandonato Milano. Nessuno dei big del Carroccio ha scelto la più importante delle città del Nord per chiudere la campagna elettorale, con l’eccezione di Roberto Calderoli».
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Maggio 27th, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO TEME I RIFLESSI NEGATIVI CHE POTREBBE AVERE ALL’ESTERO UNA SCONFITTA ELETTORALE… E IN ITALIA SI APRIREBBE LA CORSA ALLA SUA SUCCESSIONE
Fino a pochi giorni fa Palazzo Chigi ha tentato in tutti i modi di ottenere il bilaterale col presidente degli Stati Uniti.
La mediazione dell’ambasciata italiana a Washington per ottenere quel faccia a faccia con Obama a margine del G8 che sarebbe stato trasformato dal Cavaliere in un mega spot a ridosso dei ballottaggi.
Ma la Casa Bianca quel bilaterale non lo aveva in programma e non lo ha concesso. Nasce anche dalla stizza di quel rifiuto – raccontano – il blitz con il quale il presidente del Consiglio Berlusconi ha giocato la carta della disperazione.
L’abbordaggio di Barack Obama in pieno vertice, mossa pianificata e ben congegnata, tutt’altro che estemporanea come le immagini tv d’altronde hanno dimostrato.
Il tentativo ultimo di salvaguardare quel che resta dell’immagine internazionale di un premier.
Silvio Berlusconi teme che la marea elettorale in arrivo travolga anche la sua credibilità all’estero.
«Ho una nuova maggioranza» annunzia allora al presidente Usa quasi per disinnescare le notizie che fra tre giorni varcheranno i confini.
Il premier avverte il rischio che tra poche ore, da lunedì, possa essere considerato una volta per tutte un’anatra zoppa dalle cancellerie.
Per lui sarebbe l’inizio della fine.
D’altronde, il giudizio maturato in seno alla diplomazia Usa sul presidente del Consiglio italiano è noto, già filtrato attraverso i cables di WikiLeaks pubblicati a febbraio.
Un premier che «con le sue frequenti gaffes e la scelta sbagliata delle parole» ha offeso «quasi ogni categoria di cittadino italiano e ogni leader politico europeo» si leggeva nelle 30 mila pagine di documenti top secret.
E ancora, «la sua volontà di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione del Paese in Europa e ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio dell’Italia».
Questo e altro nei cables carpiti da Assange.
Berlusconi si sente dunque sotto scacco al cospetto dei grandi, prova a suo modo a risalire la china, davanti alle telecamere.
Tanto più adesso che la piena elettorale è in arrivo e qualcuno in Italia già lavora a un governo tecnico, facendo leva anche sull’indebolimento internazionale.
Sa che la freddezza di Washington può diventare il vero detonatore della crisi. Soprattutto se la situazione economica dovesse evolvere negativamente e le richieste dell’Unione europea dovessero diventare più pressanti.
In Italia, in sua assenza, la missione di costruire argini è assegnata ai luogotenenti pidiellini.
«Comunque vadano i ballottaggi il governo andrà avanti–mette le mani avanti Gaetano Quagliariello – perchè avremo la maggioranza in Parlamento che ci consentirà di andare avanti».
Eccola la strategia, un governo che si prepara a blindarsi alla Camera e al Senato, forte dei numeri, per resistere al crollo di consensi fuori dal bunker.
Va da sè che in questa chiave il presidente del Consiglio non si sente affatto rassicurato dal Carroccio tornato minaccioso.
«Sono stanco dei personalismi dei nostri e dei distinguo dei leghisti» si lamentava anche ieri a margine del G8 di Deauville, la testa assai lontana dalla crisi economica internazionale, dalla primavera araba, dalla guerra in Libia e di tutti i dossier sul tavolo del vertice.
C’è altro a cui pensare, c’è Calderoli che suona la campana dell’ultimo avvertimento, c’è Bossi che prende di nuovo le distanze da una campagna «troppo nervosa».
Tutto questo per Berlusconi ha lo stesso effetto dei lampi che precedono il temporale. Preludio, intanto, di una sconfitta che lo stesso premier ritiene ormai pressochè inevitabile nella sua Milano.
Sta di fatto che Berlusconi ha deciso nelle ultime ore di campagna di tentare di salvare il salvabile. E puntare tutto su Napoli, puntare al «pareggio».
Di questa campagna elettorale comunque il Cavaliere si è già stancato. E non ne fa mistero.
Guarda oltre e non vede rosa: c’è tutto un mondo fino a ieri vicino che adesso marca platealmente le distanze.
La Marcegaglia denuncia i dieci anni sprecati, in cui il «Palazzo ha pensato ad altro» e per otto su dieci anni il governo lo ha avuto in mano proprio Berlusconi.
E poi c’è il fronte Pdl, sempre più instabile anche quello.
Per un Formigoni che già invoca le primarie e preannuncia la sua candidatura, c’è un fedelissimo, Cicchitto, che lo bacchetta ed esclude «qualsiasi passo indietro» del premier.
Ma sono tutte avvisaglie della slavina che da martedì minaccia di trasformarsi in valanga.
Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)
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Maggio 27th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE PROMESSE AI TAXISTI E I FINTI ROM ANTI-PISAPIA, ORA PURE IL CANTANTE SE NE VA….LEI DENUNCIA: “ABBANDONATA DAL PDL”
Le sta provando proprio tutte, Letizia Moratti. 
Per recuperare i sette punti che al primo turno l’hanno distanziata da Giuliano Pisapia, in questi ultimi giorni che precedono il ballottaggio sta snocciolando promesse mirabolanti.
Sanatoria delle multe. Parcheggi gratuiti. Accesso gratis al centro per i residenti. E ora anche il blocco delle licenze di taxi fino al 2015, anno dell’Expo.
Proposte che minano pezzi del suo programma e smentiscono cinque anni d’amministrazione (smantellando di fatto l’Ecopass, per esempio).
Ma promesse insidiose, perchè puntano direttamente al portafoglio dei milanesi. Quella sui taxi, poi, cerca di recuperare una categoria che tradizionalmente vota per il centrodestra (soprattutto Lega) ma che non ama il sindaco uscente.
A Milano ci sono 5 mila tassisti, che con amici e famigliari formano un bacino di circa 15 mila voti.
Crederanno alle lusinghe fuori tempo massimo di Letizia?
“Sono boutade pirotecniche”, secondo Maurizio Pessato di Swg, “che difficilmente riusciranno a spostare l’elettorato milanese. Promesse troppo tardive perchè i cittadini di Milano ci possano credere”.
Se fra i sostenitori di Pisapia prevale comunque la cautela, i segnali che provengono dalle file del centrodestra sembrerebbero indicare invece l’accettazione di una possibile, eventuale sconfitta.
Umberto Bossi non si è fatto vedere al comizio di Letizia Moratti. E perfino Silvio Berlusconi abbandona Milano e punta su Napoli, dove andrà a chiudere la campagna di Gianni Lettieri contro Luigi De Magistris.
Il cerchio sembrerebbe chiuso se si considerano le dichiarazioni dei giorni scorsi di Roberto Formigoni (“Come presidente di Regione ho lavorato con sindaci e presidenti di Provincia di ogni colore”) e del capogruppo della Lega nord Matteo Salvini (“Se vince Pisapia non sarà uno tsunami, sarà il mio sindaco”).
Area ciellina del Pdl e leghisti: sono le due ali “deboli” dello schieramento Moratti: riusciranno a mobilitare il loro elettorato per il ballottaggio?
Pessato ricorda comunque che al secondo turno cambia la “platea elettorale”, la base di chi va a votare può essere anche molto diversa dal primo turno, dunque tutto può succedere.
Ancora non si può descrivere Lady Letizia come una desperate housewife, tradita ieri sera anche da Gigi D’Alessio, che in polemica con la Lega ha disertato il concerto in suo sostegno in piazza Duomo.
Affluenza scarsa, malgrado i “figuranti” chiamati da fuori, con viaggio aereo pagato e hotel a quattro stelle garantito.
Altri “figuranti” su cui la città (e la Procura) s’interroga sono quelli che girano i quartieri e i mercati — secondo alcune denunce — recitando la parte dei rom pro-Pisapia o degli operai che si preparano a costruire moschee.
Nel pomeriggio, a Sky, Moratti ha fatto un confronto televisivo con una sedia vuota, per rimarcare la mancata partecipazione di Pisapia (che ha spiegato: “Non mi ha ancora chiesto scusa per le accuse false che mi ha rivolto alla fine del primo confronto”).
Il sindaco uscente ha puntato, più che sulle sue proposte, sulla critica, spesso caricaturale, al programma dell’avversario. Ecopass, moschee, “zingaropoli”, Pgt (Piano di governo del territorio), “scarsa credibilità ” della sua coalizione.
Scaricata da Berlusconi, secondo cui i cattivi risultati del primo turno sono da addebitare ai “candidati deboli”, Moratti replica facendo capire di essere stata danneggiata invece proprio dai comizi del presidente del Consiglio davanti al tribunale di Milano: “Si sono sovrapposte immagini che dovevano essere date e che però hanno attratto l’attenzione su problematiche diverse rispetto alla città di Milano. È stata danneggiata la possibilità di parlare dei programmi e delle cose concrete”.
La polemica ha investito anche un candidato della lista del Pdl a Milano, Carmine Abagnale, carabiniere e delegato del Cocer dell’Arma (l’organismo di rappresentanza sindacale dei carabinieri).
Non solo ha fatto campagna elettorale esibendo la sua divisa, ma il 10 maggio scorso ha anche inviato un messaggio e-mail propagandistico usando la posta elettronica e gli indirizzi istituzionali di tutti i militari dell’Arma in forza a Milano.
È quanto denuncia Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm).
Stasera grande concerto in piazza Duomo per Pisapia.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2011 Riccardo Fucile
ARRUOLATI NEI CIRCOLI DEL CENTRO SUD DIVERSE CENTINAIA DI PIEDIELLINI: ARRIVANO DA TRAPANI, BARI, COSENZA, CATANIA, PALERMO, ROMA…DEVONO FARE PRESENZA AL CONCERTO DI GIGI D’ALESSIO E PROPAGANDA NELLE PIAZZE….ALLOGGIATI AL RAMADA HOTEL E IN ALTRI ALBERGHI DEL CENTRO
Arrivano da Trapani e Bari, da Catania e da Cosenza, da Palermo e da Roma. 
Difficile che abbiano approfondito temi come l’efficacia di Ecopass, le prospettive di Expo 2015, la riqualificazione dei Navigli o le due nuove linee del metrò, difficilissimo che ne siano fascinati ma non si sa mai.
Certo è che la prospettiva di una gita milanese, tre giorni pagati in hotel a quattro stelle, non se la potevano far sfuggire.
Eccoli scendere dai pullman che li hanno accolti al parcheggio degli arrivi di Linate. Eccoli entrare alla reception del Ramada Plaza Hotel, moderna struttura in via Stamira d’Ancona, a settecento metri dalla sede di viale Monza del coordinamento provinciale del Popolo delle Libertà , il grande finanziatore della trasferta.
Paga Silvio, à§a va sans dire.
L’obiettivo, del partito, è di riempire le piazze oggi, quando sotto il Duomo risuoneranno le milanesissime note di Gigi D’Alessio a chiudere il concerto per Letizia Moratti, e domani sera nei quattro appuntamenti della sindaca uscente in giro per la città .
L’obiettivo, loro, è godersi gratis la città , fare numero e volume, mettersi in mostra.
Sono i giovani dei circoli Pdl del sud, arruolati all’ultimo momento dai vertici berlusconiani per l’ultimo sprint di una campagna elettorale in cui tutto sembra permesso, presenze eterogenee e presunti impostori, calunnie e manifesti urticanti, etichette di “test nazionale” e quelle opposte di “semplice consultazione amministrativa” sui temi cari ai milanesi.
Chissà se lo sanno i dodici ragazzi e ragazze di Bitonto che alle cinque del pomeriggio si ritrovano a vagare tra l’edicola e il bar dello scalo, in attesa di andare ad occupare una delle settanta stanze che il partito ha riservato ai suoi giovani rinforzi, prenotate per gruppi di città , nemmeno per nome: chi si fosse aggregato all’ultimo momento sarebbe stato comunque il benvenuto.
Sono 140 e sono solo una parte dei giovani supporter della Moratti per tre giorni, scortati da grosse auto scure che fanno la staffetta tra il Ramada e Linate, e solo in un albergo.
File ordinate, trolley identici, identica la fede.
I venti arrivati nel primo pomeriggio da Trapani e Palermo si imbarcano su un enorme torpedone color crema e la scritta ben evidente accanto al conduttore: “Riservato Berlusconi”.
Altri gruppi erano attesi tra ieri sera e stamattina, coi treni dal Lazio, con gli aerei da Catania.
Claque eterogenee per dimostrare che «siamo tantissimi» come da jingle, per riempire i vuoti degli astenuti al primo turno.
Del resto, sulla presenza capillare di giovani morattiani si era basata una bella fetta della campagna della signora Brichetto Arnaboldi, che aveva disseminato la città di tendoni con universitari e liceali a distribuire volantini e a giocare a biliardino.
Per tacere delle note, e vituperate, pagine di Facebook e Twitter, travolte da uno sghignazzo.
Le grandi manovre erano ben visibili all’ora di pranzo in viale Monza, sotto i bandieroni tricolori e azzurri che ornano la sede del Popolo della Libertà .
Qui, da uno dei pullman che sarebbe poi andato, di lì a qualche ora, a prelevare i ragazzi e a depositarli all’hotel, si scaricavano scatoloni di magliette bianche e la scritta “Letizia sindaco” in blu sul cuore, ancora nel cellophane e pronte da scartare stamattina.
Ultime elargizioni di una campagna elettorale da 12 milioni di euro dichiarati dalla candidata del centrodestra, i gadget inclusi nel tutto compreso dell’ultima volata elettorale.
Li vedremo a cantare Miele e L’amore che non c’è con Gigi, a ballare il liscio con Letizia e gli anziani della pista di bocce in zona stazione Centrale, a intonare L’isola di Wight con i Dik Dik, Cuore matto con Little Tony e A chi con Fausto Leali l’ultima sera prima del silenzio elettorale.
Sono i giovani (non) milanesi del Pdl.
L’ultimo miracolo italiano.
Tiziana de Giorgio- Massimo Pisa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2011 Riccardo Fucile
LUFTHANSA LASCIA L’AEROPORTO LOMBARDO, A CAUSA DEI FAVORI GARANTITI AD ALITALIA SULLA TRATTA ROMA-MILANO….ADESSO SEA RISCHIA DI PAGARE IL CONDONO DELLE MULTE PROPOSTO DALLA MORATTI
Il fuoco amico (o presunto tale) del centro-destra lombardo e nazionale affonda un’altra volta Malpensa.
“Grazie al nostro lavoro abbiamo superato l’addio di Alitalia” aveva annunciato urbi et orbi un paio di mesi fa Letizia Moratti.
Il sogno dell’hub? No problem – aveva vaticinato con rara preveggenza il 16 aprile scorso – “potrebbe farlo Lufthansa, il primo operatore del nostro aeroporto”.
Detto fatto: due giorni fa la compagnia tedesca ha annunciato la fine dei suoi sogni di gloria su Milano.
Niente hub, spostati altrove i nove aerei della base meneghina, cancellati più di un centinaio di voli alla settimana.
L’ultimo “regalo” ai cieli del Nord del tris di dottori – Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni e Letizia Moratti – che dal 2008 si è seduto senza troppa fortuna al capezzale della Malpensa per salvarla, così garantivano, dalla cessione di Alitalia ad Air France.
Di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata molta: il Cavaliere – sulle ali della campagna per salvare lo scalo bustocco – ha riconquistato Palazzo Chigi.
L’ex compagnia di bandiera (in effetti) non è finita direttamente a Parigi ma è stata parcheggiata pro-tempore nelle mani della cordata dei patrioti tricolori, con Air France in agguato come socio di minoranza.
L’unico obiettivo fallito è quello cui Milano teneva di più: il rilancio della Malpensa.
“Non ne permetteremo la desertificazione”, tuonava allora Formigoni. “La Lombardia è il motore dell’Italia, da qui si deve poter partire per ogni angolo del mondo”, garantiva Berlusconi.
Peccato che tre anni dopo i numeri raccontino tutt’altra storia: lo scalo lombardo è un deserto dove nel 2010 sono passati 18,9 milioni di passeggeri, due in meno di quelli che transitavano dai suoi check-in dieci anni prima e il 25% in meno del 2007.
Di più: a Linate, dove Alitalia non ha cancellato un volo, hanno viaggiato l’anno scorso 8,2 milioni di persone, il 18 per cento in meno del 2007.
Con buona pace della Lega che – malgrado gli interessi politici in zona – ha assistito senza batter ciglio all’eutanasia degli scali meneghini.
Sacrificati, dicono le malelingue, sull’altare del federalismo fiscale.
Ognuno dei tre cavalieri arrivati in soccorso di Malpensa ha dato il suo valido contributo al flop.
La prima coltellata alle spalle l’ha tirata lo stesso premier vendendo Alitalia a Roberto Colaninno & C.
La cordata italiana, appena messa la mano sulla cloche, si è comportata esattamente come lo spauracchio Air France: scegliendo Fiumicino come hub e tagliando anche l’ultimo cordone ombelicale con Malpensa.
Non solo: il presidente del Consiglio, per convincere gli imprenditori tricolori ad aprire i cordoni della borsa, ha sospeso per tre anni i poteri antitrust su Alitalia. Risultato: a Linate – in particolare sul Milano-Roma – l’ex compagnia di bandiera opera in sostanziale monopolio, malgrado sul tavolo della Sea ci siano richieste per operare 54mila slot da parte di tutti i colossi mondiali.
La stessa Lufthansa aveva fatto domanda (respinta, va da sè) per volare tra il Duomo e la capitale, minacciando azioni legali.
E secondo fonti vicine al vettore tedesco, gli investimenti su Milano, hub compreso, non sarebbero saltati se fosse stato aperto al vettore di Francoforte il city-airport milanese, il cui guai sono legati a filo doppio all’ombrello salva-Alitalia.
Non è comunque l’unica occasione persa.
L’esecutivo, negli ultimi tre anni, ha messo in più occasioni i bastoni tra le ruote a Malpensa.
Certo, il ministero degli esteri ha rinegoziato alcuni accordi bilaterali.
Ma è l’unico squarcio di sereno.
Sul tavolo di Giulio Tremonti (che ne pensa la Lega?) è fermo da tempo il decreto per l’aumento delle tasse aeroportuali necessario a finanziare gli investimenti per rilanciare lo scalo.
Singapore Airlines ha chiesto da mesi al dicastero dei trasporti l’autorizzazione a collegare direttamente Milano con New York.
Ma la domanda sonnecchia sotto un dito di polvere perchè nessuno se la sente di aggiungere un altro concorrente sulle rotte transatlantiche a un’Alitalia che fatica a decollare. E Malpensa paga.
Qualche peccatuccio (non da poco) l’hanno pure Formigoni e Moratti.
La Regione ha latitato per anni – salvo un timido colpo di reni di recente – sul fronte dei collegamenti tra Milano e il suo maggior aeroporto.
Tanto che la stessa Lufthansa, un po’ esasperata, ha sottoscritto un accordo con un operatore di pullman privati per trasportare i passeggeri allo scalo prima di gettare la spugna. I
l sindaco invece – impegnato a svendere i gioielli di famiglia di Palazzo Marino per tappare i buchi del bilancio cittadino e pagare le sue promesse elettorali – sembra aver scambiato Malpensa per un bancomat.
I conti della società di gestione, grazie al gran lavoro di taglio dei costi del management guidato da Giuseppe Bonomi, sono in utile.
E così, approfittando della quotazione della Sea prevista il prossimo autunno,
Moratti ha deciso di spremerne un altro po’ le casse, staccandosi un dividendo straordinario di 110 milioni di euro.
Soldi che con questi chiari di luna (e con sul tavolo della Sea un piano di investimenti da 1,4 miliardi) avrebbero fatto molto comodo alla società di gestione degli aeroporti meneghini.
Lo schiaffo di Lufthansa, ma c’era da immaginarselo, non ha cambiato i progetti del Comune.
Pecunia non olet: “L’operazione resta in piedi allo stesso prezzo”, garantisce l’assessore al Bilnacio, Giacomo Beretta.
Malpensa può attendere.
Le elezioni incombono e con lo spettro di Giuliano Pisapia sulla soglia di Palazzo Marino bisogna trovare i soldi per condonare le multe ai milanesi.
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Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile
GRAZIE ALLE NORME VARATE PER AIUTARE LE PICCOLE IMPRESE, IL SINDACO E IL MARITO PETROLIERE ISCRIVONO A BILANCIO PER DECINE DI MILIONI LA LORO ABITAZIONE E COPRONO I BUCHI DELLA HOLDING DI FAMIGLIA
Una casa da sogno in pieno centro di Milano. 
Piscina in terrazzo e giardino pensile con tanto di orto botanico a pochi metri in linea d’aria dalle guglie del Duomo.
E poi arredi opulenti, Tintoretto alle pareti e mobili di gran pregio.
Il tutto per centinaia di metri quadrati disposti su più piani.
Ecco la casa di Letizia Moratti, descritta da chi la frequenta. Lusso fine a se stesso, direte voi. Roba da super ricchi.
Non solo. Perchè questa dimora sfarzosa è diventata anche una macchina da soldi. Decine di milioni di euro che sono serviti a coprire i buchi in bilancio della Securfin, la holding controllata dal sindaco di Milano e dal marito, il petroliere Gianmarco Moratti.
Possibile? Eccome: i Moratti, una delle famiglie più ricche d’Italia, una fortuna miliardaria costruita sul marchio delle raffinerie Saras, hanno cavalcato alla grande una norma contenuta nel decreto anti-crisi varato nell’autunno di tre anni fa da Silvio Berlusconi.
Una norma studiata per dare una mano ai piccoli e medi imprenditori messi alle strette dalla crisi. E invece è andata diversamente.
Letizia e Gianmarco Moratti hanno rivalutato in un colpo solo di ben 55 milioni gli immobili che fanno capo alla Securfin.
Tra questi anche la casa dove abitano insieme alla figlia, alla nipotina e svariati gatti e cani.
L’altro figlio Gabriele si è nel frattempo dedicato a costruirsi una dimora su misura, l’ormai celebre “casa di Batman”, finendo sotto inchiesta penale per abusi edilizi.
Tutto secondo legge, invece, per Moratti mamma e papà .
Con il piccolo particolare che gli aiuti pensati per dare ossigeno al sistema produttivo in crisi sono andati anche al petroliere e alla consorte.
I quali, a occhio e croce, non sembrano esattamente sull’orlo del fallimento.
Giusto per dare un’idea della situazione, va segnalato che Gianmarco Moratti e il fratello Massimo (il presidente dell’Inter) nel 2006 si sono spartiti quasi 2 miliardi di euro frutto del collocamento in Borsa delle azioni Saras.
L’operazione si è risolta in un disastro per gli investitori, tra cui migliaia di piccoli risparmiatori che hanno visto colare a picco nel giro di poche settimane le quotazioni dei titoli. In compenso i Moratti hanno fatto il pieno di milioni.
E già che c’erano, Lady Letizia e il marito hanno pensato bene di attingere agli aiuti di Stato
È andata così. Nell’autunno del 2008 il crac della finanza mondiale colpisce pesantemente l’economia reale. I governi corrono ai ripari. E anche Roma si muove. Soldi pubblici per aiutare le aziende in crisi. Sgravi fiscali per dare una mano agli imprenditori.
La retorica di governo, copyright Giulio Tremonti, descrive così l’intervento dell’esecutivo per rilanciare il sistema produttivo.
C’è il bonus per invalidi e pensionati, il tetto ai mutui, nuovi fondi per scuole.
Di più: a quei tempi il ministro Tremonti si dilettava con la cosiddetta Robin Hood tax, che, diceva lui, doveva servire a tagliare gli scandalosi profitti dei petrolieri. Compresi, ovviamente, anche i Moratti.
La tassa inventata dal ministro di Sherwood non ha dato i frutti sperati.
In compenso i padroni della Saras sono riusciti a rimettere in sesto i conti di famiglia con i soldi garantiti dal decreto anticrisi.
La notizia si nasconde tra le pieghe del bilancio della Securfin, la società di Letizia Moratti e del marito Gianmarco.
Nella relazione che accompagna i conti del 2008 si legge che “è stata operata la rivalutazione sugli immobili patrimoniali posseduti dalla società ” così come previsto dal decreto legge 185/2008, meglio conosciuto come decreto anti-crisi.
Significa che palazzi e terreni di proprietà di Securfin alla fine del 2007 erano iscritti a bilancio a costi storici, meno di 10 milioni di euro.
La norma sponsorizzata da Tremonti consente di rivalutare i beni immobili delle aziende adeguandoli ai prezzi di mercato. Il gioco è fatto, allora.
Ai Moratti è bastato sfoderare la perizia ad hoc di un esperto che fissasse i valore dei loro palazzi.
Ed ecco che la voce immobili si è rivalutata di ben 55 milioni.
Colpo grosso, insomma. E senza pagare neppure un euro di tasse sulla rivalutazione, perchè così stabilisce il decreto.
Come si spiega la manovra?
Perchè mai i Moratti hanno scelto di sfruttare gli aiuti anticrisi? Semplice.
La Securfin holding ha perso centinaia di milioni a causa del disastroso andamento della controllata Syntek, la società tedesca fondata nel 2000 da Letizia Moratti in persona.
Nel 2008 Securfin ha chiuso il bilancio in rosso per 44 milioni, dopo aver perso 112 milioni l’anno precedente.
Ecco allora a che cosa serviva la rivalutazione degli immobili.
Quei 55 milioni, dedotti gli ammortamenti, sono finiti in un’apposita riserva di bilancio per 40 milioni.
Una riserva prosciugata per far fronte alle perdite del 2008.
Missione compiuta.
Grazie a Tremonti, il ministro Robin Hood.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile
IL CATALOGO DEGLI INSULTI PIOVUTI SU PISAPIA DA PARTE DELL’ELEGANTE MONDO MODERATO DI PDL E LEGA… COL RISULTATO DI 54% A 46% A FAVORE DEL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA
Pisapia è culo e camicia con i terroristi, è un ex di Prima Linea, è amico di chi spacca le
vetrine, è complice di Al Qaeda e degli spacciatori di droga. Inoltre fa gli interessi della camorra e vuole trasformare la città in una zingaropoli. Alcuni stralci, tutti veri, della sobria campagna elettorale di Pdl e Lega
(23 maggio 2011)
Giuliano di Troia
«Pisapia è un cavallo di Troia, utilizzato dall’estrema sinistra e dai centri sociali per entrare nella macchina comunale, salvo poi utilizzare Palazzo Marino non certo per risolvere i problemi dei milanesi». (Davide Boni, presidente del Consiglio della Regione Lombardia, Lega Nord)
Giuliano l’Estremista
«E’ evidente la vicinanza di Giuliano Pisapia ad un estremismo di sinistra che lo rende inidoneo ad assumere la guida di una grande città come Milano ed a rappresentare dunque la maggioranza dei cittadini milanesi che è moderata e lontana da estremismi». (Mariastella Gelmini, Ministro dell’Istruzione, PdL)
Giuliano il Casseur
«La contiguità con alcuni gruppi extra parlamentari violenti è evidente e non può non inquietare tutti noi che abbiamo un altro modo di concepire e vivere la militanza politica. Pisapia è sostenuto dagli stessi che distruggono le vetrine dei negozi durante le manifestazioni, gli stessi che imbrattano con scritte volgari i muri delle case dei milanesi». (Mario Mantovani, coordinatore lombardo del PdL)
Giuliano il Rattrapito
«Ci sono queste candidature dell’estrema sinistra che ha attitudine ad alzare pressione fiscale e la quantità di vincoli, a mortificare la vitalità della città in nome dell’antropologia negativa, che sono portatrici di rattrappimento e di declino economico e sociale, di impoverimento». (Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare, PdL)
Giuliano in Prima Linea
«La prima verità è che negli anni di piombo Giuliano Pisapia viveva nel brodo di cultura del terrorismo rosso, era vicino a quel gruppo armato denominato ‘Prima Linea’ che uccise barbaramente un magistrato: quell’Emilio Alessandrini la cui gigantografia da qualche giorno campeggia sulla facciata del tribunale di Milano. La seconda verità è che Giuliano Pisapia ha cercato di nascondere il suo passato alla città . Non si può chiedere di essere eletti Sindaco della propria città negando la propria storia, nascondendo le proprie responsabilità politiche, le proprie strette frequentazioni di terroristi assassini». (Giorgio Clelio Stracquadanio, deputato PdL)
Giuliano il Conservatore
«Quella che esprime Pisapia è una sinistra incapace di fare lavoro e sviluppo: quindi è ragionevole temere una deriva conservatrice di una sinistra che avrebbe relazioni sindacali a senso unico con la Cgil, così come avrebbe un’impostazione tutta rivolta al pubblico e incapace di riconoscere la vitalità sociale del volontariato, del terzo settore». (Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare, PdL)
Giuliano di Al Qaeda
«Pisapia è stato oggettivamente contiguo a gruppi dell’estrema sinistra che hanno praticato il metodo della violenza. Ciò prescinde da responsabilità personali ed individuali. In più, in tema di tolleranza dell’immigrazione, di aperture al fondamentalismo islamico, di politiche tese a snaturare la famiglia, di iniziative di apertura ai centri sociali fautori della legalizzazione delle droghe e di ogni genere di prevaricazione, Pisapia rappresenterebbe un oggettivo pericolo per Milano». (Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato)
Giuliano l’Erede
«Ci auguriamo che anche gli elettori milanesi, chiamati alla duplice responsabilità di eleggere un sindaco idoneo per il bene di Milano e dell’immagine dell’Italia, se ne rendano presto conto, prima che l’amministrazione della città venga conferita nelle mani di un erede del più pericoloso ed estremo radicalismo politico». (Alessandro Pagano, componente della commissione Finanze della Camera e capogruppo per il Pdl della commissione bicamerale per l’Infanzia e l’adolescenza)
Giuliano il Matto
«I milanesi non daranno la città in mano agli estremisti di sinistra. La Lega si impegnerà . Non la lasciamo in mano ad un matto, Pisapia, che vuole riempirla di clandestini, moschee e vuole trasformarla in una zingaropoli». (Umberto Bossi, Ministro delle Riforme per il Federalismo, Lega Nord).
Giuliano il Terrorista
«Pisapia era culo e camicia con i terroristi». (Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord)
Giuliano il Pusher
«Il pericolo è che Pisapia, per accontentare i sostenitori della sinistra radicale e gli amici dei centri sociali che lo supportano, trasformi la nostra città in una sorta di porto franco per il consumo di droga». (Massimo Corsaro, vicecapogruppo vicario del Pdl a Montecitorio)
Giuliano lo Zingaro
«Posizioni legittime ma di estrema, molto estrema sinistra. Moschee in ogni quartiere, insediamenti abusivi dei nomadi, abolizione dei pattugliamenti misti a piedi di polizia e militari, licenza per i centri sociali di occupare stabili, proposta di ‘stanza del buco libero’ per i tossicodipendenti, adozione di bambini da parte di coppie omosessuali e molto altro». (Ignazio La Russa, Ministro della Difesa, PdL)
Giuliano la Bestia
«La vittoria di Pisapia sarebbe come portare il Leoncavallo a Palazzo Marino, sarebbe una cosa bestiale. Sarebbe come portare la droga senza se e senza ma». (Daniela Santanchè, Sottosegretario di Stato con delega al Programma di Governo, PdL)
Giuliano il Camaleonte
«Un esponente dell’estrema sinistra, un camaleonte che si mimetizza e cambia versione a seconda delle persone e dei luoghi in cui parla». (Letizia Moratti, candidata sindaco di Milano, PdL)
Giuliano e il suo assessore Curcio
«Sia chiaro: non credo affatto che diventerà primo cittadino di Milano, ma se ciò dovesse accadere non escludo affatto che Pisapia possa nominare come assessori persone provenienti da ambienti estremisti e vicini ai centri sociali o ex appartenenti al terrorismo». (Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato)
Giuliano il Casalese
«Pisapia vuole liberalizzare cannabis e marijuana, ma così finirebbe con l’aumentare il giro d’affari della criminalità organizzata». (Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato con delega alla Famiglia, alla Droga e al Servizio Civile, PdL)
Giuliano il Baraccato
«A sinistra predominano gli estremisti che vogliono fare di Milano una città islamica e dare la libertà di costruzione di baraccopoli agli zingari». (Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, PdL).
Giuliano il Baffone
«Se Pisapia vince, Milano sarà come Stalingrado» (Silvio Berlusconi, PdL)
Risultato di questa propaganda? Secondo un quotidiano nazionale, Pisapia oggi sarebbe nei sondaggi davanti alla Moratti di ben 8 punti.
Complimenti al cuoco.
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, elezioni, LegaNord, Milano, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »