Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
GLI SCONFITTI NON POSSONO DIVENTARE AFONI, SVANIRE NEL NULLA E CONDANNARSI AL’IRRILEVANZA… IN POLITICA SI PUO’ PERDERE, MA NON SPARIRE DOPO AVER PERDUTO
Dopo la sconfitta elettorale, il centro moderato, quello che voleva e doveva diventare il terzo polo
riequilibratore della politica italiana, è scomparso. Silente. Stordito. Incapace di indicare un sia pur minimo segnale di riscossa a beneficio almeno di quel 10 per cento di italiani che lo aveva scelto.
L’ago della bilancia si è spezzato.
Il terzo polo è emerso fragorosamente, ma sventola come icona quella di Beppe Grillo: altro che riequilibrio.
I postumi di una sconfitta sono dolorosi.
Ma il senso di lutto, se si è responsabili verso quella parte anche se minoritaria di elettorato che ha optato per i perdenti, non può essere l’unica risposta.
Se le idee «riformiste» erano buone, è giusto non dismetterle anche nel caos post-elettorale che rischia di precipitare l’Italia nell’ingovernabilità .
Si cerca una via d’uscita al marasma scaturito dalle urne.
L’attenzione pubblica è concentrata sull’oggetto misterioso che il movimento di Grillo ha portato in Parlamento.
Ma il Pd e il Pdl sembrano inghiottiti dagli identici schemi del passato.
Il bipolarismo che l’area capeggiata da Mario Monti bollava come primitivo e in balia delle rispettive spinte estremiste o massimaliste, è stato travolto da un pareggio che non prevede soluzioni di governo che non passino attraverso il bagno in una qualche trasversalità .
Le forze che si sono combattute in campagna elettorale devono trovare una qualche intesa se non si vuole il ritorno il più celere possibile alle urne.
Manca però la voce di quel «centro» che fino a pochi giorni fa sembrava il pilastro essenziale della governabilità futura.
Il Fli di Fini è stato annichilito, l’Udc di Casini è ridotto al minimo, la «Scelta civica» di Monti vive un risultato deludente, asfittico, di gran lunga inferiore anche alle meno rosee previsioni.
Ma gli sconfitti non possono diventare improvvisamente afoni.
Se ritenevano la loro «agenda» essenziale per salvare l’Italia dal baratro della crisi, a maggior ragione oggi, anche se i numeri parlamentari non consentono di svolgere un ruolo determinante, quella certezza non può essere abbandonata, annientata dal dibattito politico.
Le forze che si sono coalizzate per un progetto evidentemente non gradito all’elettorato devono seriamente ragionare sui motivi di una sconfitta tanto cocente, ma non possono consentirsi di svanire nel nulla, di condannarsi all’irrilevanza, di mettere il silenziatore su tutte le proposte sostenute con tanta veemenza in campagna elettorale.
Se la linea di Pietro Ichino sul mercato del lavoro era considerata indispensabile alla vigilia delle elezioni, non può essere sradicata dall’ordine delle cose possibili dopo una disfatta elettorale.
Se una parte della «società civile» ha ritenuto utile e urgente «salire» in politica, non è possibile che la salita venga seguita da una repentina e amara ridiscesa, a seguito di un verdetto elettorale molto negativo.
Se continuerà la linea depressiva del silenzio e dello sbigottimento post-traumatico, si regaleranno argomenti a chi considerava la coalizione centrista un mero espediente elettorale.
In politica si può perdere, ma non si può sparire dopo aver perduto.
Non ci si scioglie, non si lascia senza guida un 10 per cento di elettori, senza una prospettiva, senza l’idea di qualcosa per cui valga la pena combattere anche se le cose vanno in senso contrario.
Qualcosa che vada oltre gli incontri istituzionali di routine.
E che abbia l’ambizione di restare nel tempo.
Pierluigi Battista
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE E’ CONVINTO CHE BERSANI FALLIRA’… LO SCENARIO DI UN PATTO CON RENZI, MA NON ORA
Mario Monti ritiene che il tentativo di Bersani di formare un governo sia destinato a fallire e che le
ipotesi di tornare a votare siano al momento molto alte.
È un convincimento rafforzatosi nelle ore successive al colloquio di due giorni fa avuto con il capo dello Stato e di cui ieri il Professore ha discusso con Matteo Renzi, in vista a Palazzo Chigi.
Due ore di incontro con il sindaco di Firenze, a tu per tu, con la moglie Elsa che entrava di tanto in tanto nello studio, hanno avuto ieri come giustificazione formale un visita di carattere istituzionale: «Non ci poteva essere scusa migliore per provocare Bersani», dicono nello staff di Scelta civica, ironizzando su quella che chiamano divertiti la «scusa» di Renzi.
Oggi Monti terrà una conferenza stampa e finalmente dirà cosa pensa del momento politico. Con i suoi ha giudicato «un atto di egoismo», innanzitutto verso il Paese, l’arroccamento di Bersani sull’ipotesi di un governo con Grillo.
La ritiene un’opzione destinata al fallimento e si prepara a rimarcarlo in sede di elezione del presidente del Repubblica, scelta su cui è certo di poter giocare un ruolo non indifferente.
Forse sono solo suggestioni, scenari corroborati da auspici di parte, ma quello che apertamente i collaboratori del Professore immaginano in questo momento è un’alleanza politica fra Renzi e il Professore, dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo e lo scioglimento anticipato della legislatura.
Dunque l’intesa non sarebbe per domani, ma in prospettiva magari di un ritorno alle urne.
Ovviamente si può solo chiamare scommessa politica, non è affatto detto che il presidente della Repubblica la pensi allo stesso modo, ma la prospettiva di votare di nuovo prima dell’estate è giudicata a Palazzo Chigi molto verosimile: e con un Pd in cui Renzi vincesse la sua partita per la leadership allora si schiuderebbe un altro scenario, che in qualche modo depotenzierebbe anche il Cavaliere.
Insomma sembra che per Monti tutte le ipotesi sin qui fatte confliggano con i numeri parlamentari, con le esigenze di governabilità del Paese, che ha un bisogno di stabilità ancora drammaticamente alta rispetto ad altri Paesi europei.
Anche se lo stesso premier uscente riconosce che tutte le opzioni restano formalmente ancora aperte.
Ma tornare a votare dovrebbe consentire di ritrovare un livello più accettabile di stabilità politica, per dare al Paese un governo più forte di quelli che in queste ore si stanno immaginando in ogni sede istituzionale.
Sono argomenti che domani potranno essere affrontati da Monti direttamente con Bersani: l’incontro per preparare una convergenza istituzionale ampia sul prossimo Consiglio europeo è destinato a coinvolgere anche questi temi. E lo stesso avverrà il giorno dopo con Berlusconi.
Ieri sera erano ancora in corso contatti fra Grillo e Palazzo Chigi per verificare le intenzioni del leader del Movimento 5 Stelle: anche lui è stato invitato ad incontrare il presidente del Consiglio prima del vertice Ue, ma non ha ancora dato una risposta.
«La posta in gioco è alta, quali nuovi governi?». Pausa. Sorriso.
«Parlo per quella parte del mondo (arabo, ndr). E quali nuovi equilibri tra Islam e democrazia?».
Con queste parole, scherzando, ieri Monti è parso per un attimo sfiorare in pubblico lo scenario politico attuale, durante un convegno alla comunità di Sant’Egidio.
Per un attimo, appunto, poi ha proseguito parlando di Paesi islamici e di primavere politiche di quelle regioni.
Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 28th, 2013 Riccardo Fucile
E TEME L’ASSE GRILLO-PD: “MI FAREBBERO FUORI”
Pronto al patto col diavolo, pur di essere in partita. 
Pochi giorni a disposizione per disinnescare la bomba della stretta democratici-Grillo che rischierebbe di spazzarlo fuori, ma anche quella dei processi con le sentenze in arrivo.
Ecco la strategia che spinge Silvio Berlusconi a lanciare una sorta di video-ultimatum al leader Pd, dal fortino di Arcore. «Io sono disposto a votare la fiducia a Bersani premier, sia chiaro, se questo ci permetterà di dar vita a un governo politico, un governo di responsabilità , senza più tecnici» è l’uscita a sorpresa del capo al cospetto di Angelino Alfano, Denis Verdini, Paolo Bonaiuti.
I tre raggiungono in giornata ad Arcore il Cavaliere che non ha alcuna intenzione di rientrare a Roma, per ora, «non ne ho voglia».
Con Nicolò Ghedini, da giorni al suo fianco, è barricato a Villa San Martino per preparare le dichiarazioni spontanee che intende rendere domani al tribunale di Milano per il processo Mediaset.
La prima di una serie di tappe decisive per i tre processi che volgono minacciosamente a sentenza.
Così, ad Arcore si tiene il primo caminetto post guerra (elettorale). «Non abbiamo molti giorni a disposizione» dice ai suoi giustificando quell’appello a fare in fretta («Troppi quindici giorni») lanciato nel video con consueta libreria sullo sfondo.
Entro un mese, è il suo chiodo fisso, almeno Mediaset e Ruby rischiano di arrivare a sentenza.
E a quel punto le porte per un’intesa di governo si chiuderebbero per sempre.
Svanirebbero anche le sponde interne al Pd sulle quali a fatica stanno già lavorando Gianni Letta, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto, tra gli altri.
Il loro leader ha fretta.
Da un lato, invita ancora i suoi dirigenti saliti ad Arcore a «mantenere la calma, non fare mosse azzardate, lasciare loro il pallino».
Dall’altro, non nasconde tutti i suoi timori: «Non ce la faranno mai a chiudere con Grillo, vedrete che torneranno da noi, ma ci riuscissero, la prima cosa che farebbero sarebbe una legge sul conflitto di interesse per farmi fuori».
È lo spettro che lo assilla, ne va non tanto del suo futuro politico, quando della tenuta dell’impero mediatico.
Ecco perchè Berlusconi si prepara alla svolta, la lotta ai «comunisti » di pochi giorni fa è già un ricordo lontano: «Sono pronto a votare la fiducia a Pier Luigi, a me non interessa, basta che non si parli di tecnici, nè di Amato», figurarsi Monti, ormai ritenuto un comprimario.
Una via tuttavia impervia, il Cavaliere non nasconde i rischi e li mette sul tavolo al cospetto di Verdini, Alfano, Bonaiuti. «L’unico rischio è che, con Grillo unica forza di opposizione, quando si rivota avrà il doppio dei consensi».
Ma al voto il Cavaliere spera di poter andare tra un paio d’anni.
E nel frattempo tanta acqua passerà sotto i ponti. In ogni caso, quando sarà , il candidato premier del centrodestra sarà di nuovo io, lo ripete già da ora: «Io non vado in pensione, non posso permettermelo».
Intanto, deve evitare il conflitto d’interesse e chiudere l’accordo col Pd, prima delle sentenza. Non solo. «Dobbiamo essere in partita per l’elezione del presidente della Repubblica, non possiamo restarne fuori» è l’altra priorità rivelata ai suoi.
E l’unico modo per esserlo è far parte della maggioranza.
Ma per spendere quale carta? «Mi sarebbe piaciuto salire al Colle» ha ammesso in queste ore Berlusconi alla luce dell’ultimo successo, ma tornando subito alla realtà : «Ma non sono amato da tutti, purtroppo, in Italia».
E allora? «Dobbiamo spendere al meglio le chances di Gianni Letta, l’unico apprezzato anche dalla sinistra».
Intanto bisogna disinnescare le micce accese delle sentenze in arrivo.
Il Cavaliere andrà a deporre in tutti i processi, farà anche lì la sua «campagna» davanti alle telecamere per spiegare la sua «innocenza ». Già da domani.
A tutti, invece, confessa il suo rammarico per non aver fatto di testa sua alla vigilia del voto.
«Se mi aveste consentito di fare i manifesti 6à—3, se mi aveste consentito di spedire 15 milioni di lettere sull’Imu anzichè 9, avrei recuperato quei 120 mila voti e vinto» ha rinfacciato ad Alfano e Verdini.
Ma non si sogna nemmeno di mettere in discussione la regolarità dei voti.
Molto meglio, in questo giro, che la patata bollente resti nelle mani di Bersani.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 27th, 2013 Riccardo Fucile
NON HANNO BISOGNO DELL’APPORTO DI PDL E M5S
Probabilmente si pentiranno a lungo di non aver dato vita a un fronte antiberlusconiano, ripetendo
l’errore di Mario Segni e Achille Occhetto nel ’94.
Rimpiangeranno di non avere difeso insieme il senso e l’operato del governo dei tecnici e di aver ceduto a una comprensibile ambizione personale.
Ma Pier Luigi Bersani e Mario Monti hanno almeno una certezza matematica con cui consolarsi: possono decidere da soli (insieme) chi sarà il prossimo presidente della Repubblica anche in caso di muro contro muro con Grillo e il Cavaliere.
LE REGOLE
Riepilogo delle regole: il capo dello Stato viene eletto dal Parlamento riunito in seduta comune insieme a tre delegati per ogni Regione (uno per la Valle d’Aosta).
Dunque: 630 deputati più 315 senatori più 58 delegati regionali più 4 senatori a vita, fanno un totale di 1.007 grandi elettori.
Nelle prime due votazioni servono i due terzi dei voti, dalla terza basta la maggioranza assoluta.
I NUMERI
In attesa di attribuire i 18 seggi destinati ai parlamentari eletti all’estero e di definire i 58 delegati regionali (eletti dai Consigli regionali assicurando la rappresentanza delle minoranze), ci sono già dati sicuri.
Il centrosinistra (compresa la Svp) ha per ora 459 grandi elettori (340 deputati e 119 senatori). La coalizione di Monti ne ha 63 (45 deputati e 18 senatori).
Sono in tutto 522 grandi elettori, e dalla terza votazione ne basteranno 504.
Ora, è chiaro che in caso di intese di governo con il centrodestra e perfino con i grillini, la scelta del prossimo presidente della Repubblica andrebbe concordata con loro.
Ma se invece tutto dovesse precipitare, Monti e Bersani possono almeno accordarsi su chi mandare sul Colle.
Gianluca Mercuri
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
PREMIER USCENTE CHIUDE LA CAMPAGNA A FIRENZE CON IL TIMORE DEL FLOP, UDC E FLI QUASI SCOMPARSI
Una mattinata a Firenze con la signora Elsa, un comizietto al Teatro della Pergola, un pranzo in un’osteria tipica.
Così, nel primo pomeriggio di ieri, s’è conclusa la campagna elettorale di Mario Monti, un tour che rischia di diventare uno dei più grossi fallimenti di sempre nella storia delle competizioni politiche italiane (e del difficile rapporto che, nel nostro paese, lega le èlite politico-economiche alla pancia del popolo).
Nonostante il sostegno di quasi tutte le cancellerie europee, l’endorsement dei principali giornali stranieri (buon ultimo, ieri, il Times di Londra) e l’occhio benevolente con cui lo trattano quelli italiani, il premier nei sondaggi riservati sfiora la figuraccia: “Noi stiamo andando bene, ma ha ragione Berlusconi: Scelta Civica, Udc e Fini rischiano di non superare la soglia di sbarramento alla Camera”, dice assai preoccupata una fonte della segreteria democratica.
Tracce di questa situazione si trovano, comunque, nelle parole pronunciate ieri da Pier Luigi Bersani durante un forum all’Ansa: “Ho sempre pensato che il centro non potesse incrociare i sommovimenti profondi nel paese e che una formazione centrista non avrebbe fatto faville”.
La preoccupazione c’è, insomma, ma senza esagerare visto che, nella peggiore delle ipotesi, i voti montiani che servono al Pd sono quelli del Senato, dove rischi non dovrebbero essercene.
La soglia di sbarramento per le coalizioni a Montecitorio è il 10 per cento, mentre i montiani al Senato dovranno superare solo l’8 per cento visto che si presentano con una lista unica: il basso risultato attribuitogli negli ultimi sondaggi, comunque, non è frutto di un calo della lista Monti, ma della riduzione ai minimi termini dell’Udc e alla scomparsa dai radar di Fini e soci.
Tornando a Monti, il professore nel suo ultimo giorno di propaganda elettorale ha spiegato qual è la sua reale aspettativa per lunedì sera: “La sfida a queste elezioni è populisti contro riformisti. Nel futuro dell’Italia non può esserci nè chi l’aveva ridotta come 14 mesi fa, nè i populisti distruttivi che vogliono approfittare della rabbia della gente per distruggere tutto. Il cinismo, la rassegnazione, il populismo e la demagogia sono i veri nemici del nostro paese”.
L’ex preside della Bocconi chiude la sua campagna dicendo che i suoi nemici sono Silvio Berlusconi e Beppe Grillo: “Non può essere utile il voto a una destra che torna a promettere una società dove tutto è consentito, un Paese all’in — segna del liberi tutti e del liberale nessuno, delle tante libertà che mortificano gli italiani”, delle “battute volgari e inaccettabili contro le donne da parte di chi si proclamava e ancora si proclama difensore dei valori della famiglia”.
Quanto al Movimento 5 Stelle, il premier arriva all’anatema: “Un rischio Grillo? Il rischio Grecia ce lo avevamo nel novembre 2011 e siamo riusciti a sventarlo con tutta la comprensione e i sacrifici degli italiani. Sarebbe terribile ricascarci. Spero di no”. Per il resto, l’intervento del professore serve a tracciare un confine di “riformismo” attor — no a Bersani per separarlo da Vendola e — semmai abbia avuto questa tentazione — da Rivoluzione civile.
In montiano: “Non può essere utile il voto a una sinistra ancora prigioniera di gabbie ideologiche e di un’idea antica del paese”.
Ora non resta che contare i voti e capire se Monti è o non è stato una breve parentesi nella vita della Repubblica.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ALLA FINE LA COALIZIONE RAGGIUNGERA’ LA STESSA PERCENTUALE INTORNO AL 14% CHE AVEVANO RAGGIUNTO INSIEME FLI-UDC-RUTELLI UN PAIO D’ANNI FA NEL PERIODO MIGLIORE
Partiamo dal “dito alzato” di Fini di ormai un paio di anni or sono.
Se un paziente lettore andasse a rileggersi i sondaggi di quel periodo e sommasse le percentuali accreditate allora a quello che pareva delinearsi come “Terzo polo” (alternativo a centrodestra e centrosinistra, ma non per definizione “di centro”) constaterebbe che la somma di Futuro e Libertà , Udc e Api sfiorava il 14%.
Quel patrimonio è stato dissipato in soli due anni per una serie di ragioni: Fli ha perso la propria identità originaria per strada e ha pagato a caro prezzo l’aver affidato l’organizzazione del partito a persone non all’altezza, l’Udc si è sacrificata sull’altare dell’appoggio a Monti “senza se e senza ma”, Rutelli ha tolto addirittura il disturbo.
L’irrompere sullo scenario politico di Scelta civica di Monti, invece di costituire un valore aggiunto di almeno il 5%, come previsto da molti politologi, si è rivelato un fallimento.
Perchè ha solo eroso consensi ai partiti alleati, cannibalizzando i voti di quella area, ma senza aggiungerne uno.
Quali gli errori?
La coalizione avrebbe dovuto avere almeno altre due gambe per essere credibile: ovvero “Fermare il declino” e un movimento di ex Pdl che potesse fare da richiamo a quell’area in fase di disfacimento.
Questi due partiti avrebbero realisticamente apportato insieme un altro 5%, invece non sono stati voluti da qualcuno nel timore di perdere la scialuppa di salvataggio del miglior resto, diciamolo chiaramente.
Poi un grosso errore strategico: Fini e Casini sostengono, con minore credibilità , il 100% delle tesi di Monti e l’elettore a quel punto vota l’originale e non la copia, per dirla alla Ganfranco.
I tre partiti avrebbero invece dovuto coprire tre spazi distinti: Monti l’anima liberal riformista, Casini la componente cattolica (magari aprendo al gruppo di Fioroni e alla Cisl), Fini la destra sociale attenta ai bisogni dei ceti più deboli.
Operando ogni tanto gli opportuni distinguo e smarcamenti tattici da Monti.
In tal modo avrebbero conservato buona parte del proprio elettorato.
Altro errore, definirsi “di centro”: bastava dirsi “alternativi al bipolarismo di Bersani e Berlusconi”, vedi Grillo che prenderà i voti di tanti moderati sì, ma anche incazzati, sia di destra che di sinistra.
L’appiattimento sulla politica dei tecnici ha ridotti ai minimi termini sia Udc che Fli, più intenti a calcoli elettoralistici per salvare poltrone che a prendere iniziative politiche autonome.
Se a ciò si unisce la capacità del Pd, mettendo in campo Renzi, di risultare credibile all’elettorato liberal in libera uscita dal Pdl e l’estremo tentativo del Cavaliere di recuperare qualche briciola con le sue promesse per i gonzi, si capisce perchè il Centro andrà a sbattere.
Anche per aver venduto il prodotto nel peggiore dei modi: come un “Centro” appunto verso il quale l’elettorale non sente attrazione e tanto meno bisogno e non come un cantiere di di idee riformiste coraggiose e trasversali.
Un partito liberale in Italia, tanto per capirci, non ha mai raggiunto percentuali a due cifre e mai le otterrà .
Con il risultato che la coalizione potrà anche risultare determinante al Senato (e non è detto) ma solo con la prospettiva di conservare qualche poltrona di governo, non certo di incidere sul futuro del Paese.
Se dopo due anni, con l’apporto ulteriore di Monti e la regia di Montezemolo, questo rassemblemant non raggiungesse neanche la somma dei voti accreditati a suo tempo al Terzo polo di Fini, Casini e Rutelli, qualcuno dovrebbe trarne le logiche conseguenza.
Tanto rumore per nulla, verrebbe da commentare.
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Febbraio 21st, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI, PRESO IN CONTROPIEDE, SI ADEGUA: “SILVIO SI RASSEGNI, FAREMO RISPETTARE LE REGOLE”
Mario Monti si lancia contro il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. 
L’ex rettore della Bocconi afferma che se tornerà al governo farà «con urgenza» una nuova legge che impedirebbe al Cavaliere di candidarsi e a maggior ragione di andare al governo.
Un tema che anche il candidato del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, dice di voler toccare.
E intanto Monti attacca il Pdl, si dice certo che dopo le elezioni riprenderà la diaspora dei suoi parlamentari verso altri schieramenti: «Credo che Berlusconi non vincerà e non resterà a lungo leader della sua coalizione. Dopodichè riprenderà quel flusso verso altre parti politiche che vecchi e nuovi eletti del Pdl avevano già iniziato».
Una frase che ancora una volta rivela la strategia del premier uscente, intenzionato a cucirsi intorno una coalizione formata anche dai transfughi berlusconiani.
Monti non si ferma qui, carica a testa bassa dicendo che «se votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani».
Eppure il tema che scalda la giornata — a sole 72 ore dal voto — è quello del conflitto di interessi del Cavaliere.
Intervistato da Repubblica Tv, Monti risponde che «sì, il conflitto di interessi andrà regolato con urgenza e posso dire che Berlusconi non potrebbe candidarsi alla Camera o al Senato con Scelta Civica», la lista del premier uscente.
I cui candidati hanno sottoscritto un documento contro il conflitto di interessi che sarebbe alla base della legge immaginata da Monti nel caso di permanenza a Palazzo Chigi.
E lo stesso premier spiega: «Tra le condizioni che ogni nostro candidato ha firmato c’è l’istituzione di un blind trust o, in rarissimi casi, l’impossibilità di fare il ministro o il sottosegretario in materie colpite da un conflitto di interessi». Monti fa proprio l’esempio del mondo televisivo parlando di un aspirante parlamentare ligure editore di una tv locale che «ha firmato l’impegno» a non andare al governo.
D’altra parte nel documento sottoscritto dai “civici” che ispirerebbe l’eventuale legge montiana per poter essere candidati si deve assicurare di non avere condanne, patteggiamenti o processi penali in corso, così come ci si impegna ad alienare o mettere in un blind trust le partecipazioni, dirette o indirette, in società concessionarie di pubblico servizio, di licenze televisive o di testate editoriali.
E lo staff elettorale dell’ex rettore della Bocconi ricorda che Berlusconi al momento va proprio dicendo di voler fare il superministro dell’Economia e dello Sviluppo, dal quale gestirebbe direttamente la Rai.
Un conflitto di interessi ancora più macroscopico di quello che per 20 anni ha dato vita all’anomalia italiana.
La linea Monti piace a Bersani, che d’altre in passato aveva già annunciato di voler mettere mano alle norme sul conflitto di interessi.
«Quando parlo di regole Berlusconi prende subito la pistola e mi dà del mafioso, non se ne può più. Le regole le stabiliremo a partire dal conflitto di interessi e dal falso in bilancio passando per la cancellazione delle leggi ad personam: Berlusconi si rassegni, leggi contro nessuno ma uguali per tutti».
Nel Pd intanto si riflette sul come riscrivere, una volta eventualmente al governo, la legge Frattini.
L’idea è quella che i detentori di grandi patrimoni non possano andare al governo e chi agisce in settori particolarmente sensibili, come appunto la televisione, non si possa proprio candidare.
A meno di non disfarsi definitivamente di quote, partecipazioni e asset sensibili.
E sul settore televisivo il Pd studia anche una riforma della legge Gasparri con regole antitrust contro le posizioni dominanti imponendo un tetto del 45% alla raccolta pubblicitaria o dando alle authority il compito a di indagare e sanzionare eventuali abusi di posizione dominante. Anche se gli specialisti del Nazareno ammettono che «sarà un processo abbastanza lungo perchè si tratta di norme complicate contro le quali Berlusconi scatenerà tutti i suoi poteri di interdizione».
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
“LE TANGENTI ESISTONO, MA CHE SIANO INEVITABILI LO RIFIUTO”…”DOPO ANNI CHE HA GOVERNATO IN ITALIA NON C’E’ UNA LEGGE ANTICORRUZIONE”
Cialtrone, provinciale e con il suo governo l’Italia è caduta nel ridicolo. 
Ad attaccare Silvio Berlusconi all’indomani delle dichiarazioni sulla “inevitabilità delle tangenti” non è un pasdaran della sinistra oltranzista, ma il presidente del Consiglio uscente che guida l’area dei “moderati riformisti”, Mario Monti.
“Dopo tanti anni di governo Berlusconi non c’è una legge anti-corruzione — ha spiegato il leader di Scelta Civica, intervenendo ad Agorà su Raitre — L’Italia è un paese importante, è un paese del G8, e certo può anche cadere nel ridicolo come è accaduto per l’atteggiamento ridicolo tenuto da qualcuno in passato”.
A Monti è stato chiesto se è possibile un paragone tra quanto succede in questi mesi con Tangentopoli: “Purtroppo sì — ha replicato — ma con una speranza minore. Nel 1993 ci fu un’azione liberatoria della magistratura e si pensava che l’azione della magistratura e la coscienza dei cittadini avrebbero posto fine a quel fenomeno. L’azione dei magistrati è andata avanti ma la coscienza degli italiani che guidano gli altri italiani si è seduta”.
Che le tangenti esistano in molti paesi, insomma, “è la realtà — aggiunge il candidato a Palazzo Chigi — ma che sia inevitabile lo rifiuto. Un Paese deve agire sul piano internazionale, mentre vedo nel dibattito in corso un certo provincialismo: uno che ha governato l’Italia come Berlusconi deve rendersi conto che un paese come l’Italia, che è nel G8, ha il dovere di combattere la corruzione anche a livello internazionale”.
Infine si lancia in un parallelo tra le critiche di Berlusconi e gli auspici di Obama: ””Sono molto più ferito quando dei cialtroni dicono di aver lasciato l’Italia in buone condizioni nel 2011 e che io l’avrei portata sul baratro, che non inorgoglito quando ricevo i complimenti di Obama“.
Monti ha ricordato come il suo governo “ha fatto fatica, a causa della resistenza del Pdl, a far approvare un’adeguata legge anti-corruzione”.
Questa norma è arrivata dopo che, “dopo tanti anni di governo Berlusconi”, non ne era stata approvata ancora una. Queste normative sul piano interno, ha spiegato ancora Monti, vanno accompagnate con azioni a livello internazionale: “Uno che ha governato tanti anni come Berlusconi doveva fare qualcosa a livello internazionale. L’Italia è un Paese importante, è nel G8, e certo può anche cadere nel ridicolo come è accaduto per l’atteggiamento ridicolo tenuto da qualcuno in passato”.
E’ stato quindi chiesto a Monti a chi si riferisse: “Non ho bisogno di ricordare — ha replicato — le pressioni ricevute in questi giorni”.
Sul piano politico, poi, Monti sembra solleticare Berlusconi proprio su uno dei punti chiave storici delle sue campagne elettorali: “So benissimo — chiarisce — che il Pd è nato nell’ottobre, forse il 14 ottobre 2007. Da quella indignazione seguita alla pronuncia della data del 1921, deduco che è nato da zero. E’ ridicolo Berlusconi quando si presenta come la diga al comunismo ci sono elementi culturali importanti nel centrosinistra che derivano da una azione molto illustre di politica antecedente al 2007″.
In definitiva: “Se vincesse il centrodestra l’Italia tornerebbe a rischio come nel novembre 2011 e si fermerebbero le riforme in grado di far crescere il Paese. Se vincesse il Pd con Vendola, invece, i conti sarebbero più al sicuro, ma non si proseguirebbe sulla strada delle riforme strutturali”.
Monti rivela che gli è stato “offerto il Quirinale o anche posizioni di quasi vertice o di vertice al governo in cambio alla mia non candidatura”.
A chi gli chiedeva se fosse stato Pierluigi Bersani a fare l’offerta, tuttavia, Monti ha risposto: “Esiste anche uno spazio privato nelle conversazioni politiche”.
Monti ha affermato di sperare in un successo elettorale di Scelta civica: “Molti elettori del centrodestra — ha spiegato — desiderano la realizzazione di riforme e liberalizzazioni, ma non le troveranno in quello schieramento, per cui spero che continui quella frana che c’è stata prima del brillante e imperioso ritorno di Berlusconi”.
Se invece Scelta civica non otterrà la maggioranza, è stato chiesto a Monti, si deve considerare “scontata” l’alleanza con il centrosinistra?
Il leader di Scelta civica ha risposto negativamente, dicendo che “le chance di un’alleanza con il centrosinistra sono identiche a quella di un’alleanza con il centrodestra”, anche se quest’ultimo dovrebbe rinunciare alla presenza di Berlusconi che ha attaccato anche in queste ore lo stesso Monti.
E’ stato quindi mostrato un video in cui Berlusconi sosteneva che Monti “non capisce niente di economia”: “Sono opinioni interessanti — ha replicato il premier — io rispetto le opinioni altrui comprese quelle di Berlusconi. Ci sono molte forze nel centrodestra — ha concluso — con cui si possono fare insieme riforme, un pò meno con Berlusconi, anche perchè con lui ho difficoltà a vedere la coerenza del pensiero nel tempo”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER EVITA DI METTERE LA FACCIA ACCANTO A QUELLA DEI DUE “DINOSAURI”…INTANTO FINI RISCHIA DI NON GARANTIRE NEPPURE SE STESSO
Sempre più freddi i rapporti tra Fini, Casini e Monti.
Il Professore sembra aver “scaricato” i sostenitori più fedeli del governo tecnico.
Nessuna iniziativa elettorale pubblica con gli alleati di Fli e Udc.
Il presidente del Consiglio uscente — fanno notare alcuni esponenti della lista civica — preferisce evitare di mettere la faccia accanto a quella dei due “dinosauri” del Parlamento. “La verità è che Monti pensa a tirare la volata a se stesso — osserva un deputato di Futuro e Libertà — prendendo le distanze proprio da chi lo ha convinto a salire in politica”. Onorevole, sta dicendo che il Prof è un ingrato? “Lo sta dicendo lei”.
E’ soprattutto nel partito del presidente della Camera che tira una brutta aria.
Ad inizio legislatura, Fini contava in Parlamento 90 deputati ex An.
Certo altri tempi, era il cofondatore del Pdl.
Oggi rischia di non garantire neppure se stesso.
Berlusconi torna a dargli del “traditore” della peggiore specie, “condannato all’inesistenza politica”. Malignità a parte, sta di fatto che se l’Udc di Casini non superasse lo sbarramento del 2 per cento, a Montecitorio, Fini sarebbe fuori.
Per lui neanche lo scranno della Fondazione della Camera -destinato agli ex inquilini del Palazzo- perchè sacrificata in nome dei tagli ai costi della politica.
Gli ultimi sondaggi non consolano e dentro Fli ci si affida alla matematica, in attesa del “bagno di sangue’”elettorale.
Tanta la preoccupazione ma anche i rancori covati, soprattutto nei confronti di Italo Bocchino (deputato e vicepresidente di Fli): “Troppo credito per uno che nel gruppo — sussurrano — è odiatissimo”.
E c’è pure chi sbotta, sicuro dell’anonimato: “Fini non si è scelto male solo il cognato…”.
A spargere veleno ci sono poi gli ex “compagni di militanza”.
Per Edmondo Cirielli, passato con Fratelli d’Italia di La Russa, Crosetto e Meloni, ha ragione il Cavaliere: “Fini ha tradito i valori del centrodestra per ragioni personali e non politiche, personalizzando lo scontro con Berlusconi”.
Il più grande errore di Gianfranco? “Lasciare il Pdl e allearsi infine con il Pd di Bersani” spiega ancora Cirielli, pesante nei giudizi: “Oggi tra Vendola e Fini — è l’affondo — il popolo del centrodestra sceglierebbe senza dubbio il leader di Sel”.
Sul futuro politico del presidente della Camera infine picchia duro: “Credo che alla fine lui e Bocchino la spunteranno ma se così non fosse — afferma Cirielli — Fini potrà godersi la pensione, magari a Montecarlo”.
Tutt’altra musica tra chi il Popolo della Libertà lo ha lasciato allora con convinzione, seguendo Fini.
“Paghiamo due anni di logoramento — spiega Antonino Lo Presti – e di mancanza di risorse. Sempre meglio però che fare i camerieri di un pagliaccio”.
Nessun pentimento, giura il deputato (uscente) di Fli.
Ma una constatazione amara: “Gli italiani hanno la memoria corta- argomenta — hanno scordato non solo tutto quello che Fini ha fatto con generosità ma anche quello che ha combinato Berlusconi”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Casini, Fini, Monti | Commenta »