Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
“QUI UN GIOVANE NON SI CHIEDE COSA FARA’ DA GRANDE MA COSA FARE LA SERA”
“Per la prima volta, potrei essere d’accordo con Saviano: il problema di Napoli non è solo criminale,
è sociale, economico, politico”.
Daniele Sepe, musicista italiano apprezzatissimo, uno dei critici più feroci dell’autore di “Gomorra” (a cui ha dedicato anche una canzone nel suo album Fessbuk che s’intitola Cronache di Napoli), interviene nel dibattito apertosi dopo l’uccisione del diciassettenne Gennaro Cesarano, ricordato ieri da una manifestazione che si apriva con uno striscione eloquente e perentorio: “No camorra”.
“L’omicidio di Gennaro — racconta Sepe — è l’ultimo di una serie di delitti. A Napoli è scoppiata una guerra per il controllo delle piazze delle spaccio. Però anzichè guardare alla realtà si invoca l’intervento straordinario dello stato, che con la sola forza della repressione dovrebbe sconfiggere il crimine, come se fosse quello il problema”.
Allora qual è il problema?
“Che a Napoli lo spaccio di droga rende come renderebbe una piccola-media azienda. E siccome a Napoli non si capisce bene di cosa si campa, quando hai una piazza al centro storico con cui si fanno soldi, molti si mettono a fare soldi. Io non giudico. Mi chiedo una cosa: se questi si ammazzano per lo spaccio di droga, significa che sono moltissimi quelli che la usano. Infatti, si strafanno tutti: avvocati e mariuoli, borghesi e sottoproletari”.
Dunque?
“È paradossale che lo stato si ponga il problema di reprimere con la forza dei clan che prosperano su un mercato illegale. Io credo che la soluzione sia un’altra: legalizzare, almeno le droghe leggere. Si toglierebbe alle organizzazioni un’ampia fetta di mercato e molti, moltissimi soldi”.
Il suo è un programma di lungo periodo. Nell’immediato, ha colpito che a morire sia stato un ragazzo di 17 anni: la stessa età che hanno i protagonisti di questa guerra di camorra.
“Per chi non vive a Napoli, è difficile da capire. Meglio: è difficile da capire per chi non vive in certe zone di Napoli. Avere 17 anni al Rione Sanità non è come avere la stessa età a Posillipo o nel nord Italia. A 17 anni in certi posti di Napoli si rimane incinta, si è già stati in galera, si sono accumulate esperienze che ti fanno essere uomo. Il sottoproletario napoletano non fa l’Erasmus. Cresce in maniera molto più veloce di quanto non faccia un figlio della borghesia. Non ha tutta la vita davanti: anzi, ha un’aspettativa di vita molto più bassa, sa che può anche morire presto”.
Molti di questi ragazzi poi finiscono nei clan.
“È ovvio che la camorra nasce in un contesto dove c’è un problema sociale e di lavoro. A questi problemi “classici” si è aggiunta l’alienazione totale di un paio di generazioni. Ragazzi completamente inebetiti dall’alcol e dalla droga, che non pensano al futuro, ma pensano a sballarsi. Il precariato gli ha occupato completamente la testa. Il loro problema non è cosa fare da grandi, ma cosa fare la sera. Conviene a tutti avere ragazzi così. Conviene ai clan, e conviene allo stato: rincoglioniti come sono se ne stanno zitti e buoni”.
Un discorso simile l’ha fatto Alex Zanotelli. Ma lui è un prete, lei è un musicista.
“Sì, ma sono della scuola di Frank Zappa: niente droga, niente alcol, la testa deve essere lucida”.
Torniamo a quello che è successo a Napoli. L’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini ha commentato così: “Alimentiamo le menti degli adolescenti con l’epopea di Gomorra e poi ci sorprendiamo delle emulazioni”
“Non credo che quello che è successo sia spiegabile con Gomorra. Però credo che la serie Gomorra (non il libro, che non legge nessuno) abbia creato degli imitatori. È come quando uscì Pulp Fiction, la gente si mise a sparare con il braccio di traverso”.
Ma è la realtà che imita la serie, o è stata la serie a riprodurre fedelmente la realtà ?
“Il mio non è un commento da intellettuale del cazzo o da radical chic. A Napoli è un pensiero diffuso, lo dice pure il giornalaio sotto casa: trasformare Napoli in una città da telefilm, non è una cosa intelligente”.
È intelligente, invece, la “rivoluzione” che il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dice che sta facendo?
“La rivoluzione? Io ‘sta rivoluzione non l’ho vista. Napoli non è per niente migliorata rispetto all’amministrazione Iervolino. Forse De Magistris, l’ha fatta a Posillipo, nei quartieri bene ‘sta rivoluzione. Qui, sinceramente, non ce ne siamo accorti”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
UNA FAIDA GENERAZIONALE
Se vuoi terrorizzare un territorio senza iniziare una lunga guerra tra famiglie criminali, devi fare molte stese. “Fare le stese” significa correre sui motorini e sparare a tutto e tutti. Tutti si buttano a terra, stesi, perchè terrorizzati, pietrificati.
Poi se qualcuno lo stendi davvero, se lo ammazzi, è danno collaterale. Possibilmente da evitare perchè le stese riuscite meglio non dovrebbero provocare danni collaterali. Ma se accade, accade.
Ecco cosa sta succedendo a Napoli. Sparare su finestre, cancelli, vetri delle auto, con pistole semiautomatiche ma anche fucili d’assalto, l’Ak47, intramontabile e sempre amato dai clan napoletani.
Le stese sono un modo per seminare terrore con un metodo da guerriglia psicologica, mettere paura e far abbassare la testa. Usano questa espressione, “fare la stesa” come stendere o far stendere una persona.
“Stesa” come estendere il proprio dominio o come stendere un lenzuolo, una cappa, su un quartiere, vicolo per vicolo.
Senza stese un gruppo dovrebbe intraprendere una faida in modo classico e faida significa investimenti, alti, in manovalanza: pali, pedinatori, sicari. Così viene gestito il centro storico di Napoli dai gruppi criminali: con il terrore.
Che nessuno alzi la testa all’arrivo dei nuovi, che siate affiliati o piccoli pregiudicati per reati minori che con l’associazionismo criminale non hanno nulla a che fare.
Eppure dopo la morte di Gennaro Cesarano, che sia lui o meno l’obiettivo del commando di fuoco, l’unico discorso che ha trovato spazio è stato se a morire sia stato un colpevole o un innocente. Attributi che in quel territorio hanno perso senso, se mai ne hanno avuto uno.
Come può un ragazzo di 17 anni se ritenuto colpevole generare quel senso di distanza e repellenza che si ha come quando si accumulano i cadaveri criminali di una nuova guerra di camorra.
Se a quell’età muori in strada ucciso perchè bersaglio di una paranza di fuoco vuol dire che il fallimento è andato ben oltre i proclami e le possibilità di riscatto di un territorio.
È inutile presentare Napoli come un progetto lungimirante, è senza risorse e finanche senza idee: la speranza alimentata dal governo della città e dal governo di Roma in questo caso si chiama inganno.
In un contesto del genere non resta che parlare di colpevolezza e innocenza, perchè colpevole il morto, assolti noi che ne leggiamo, ne parliamo, ne scriviamo.
Colpevole il morto vale la regola più abusata e falsa del “si uccidono tra loro”.
Sul morto per caso, sul morto innocente ancora esistono residuali moti di empatia ci si sente costretti a prendere parte, a decidere.
Ecco perchè ogni volta è la stessa attesa: ma stava in mezzo o non c’entrava? La mia risposta ora è: 17. 17 anni! E invece è per ogni colpevole che cade e si affilia si perde ogni possibilità di percorso altro e se il presunto colpevole è un diciassettenne, allora forse ci si soffermerà qualche attimo in più a considerare ciò che sta accadendo: il mezzogiorno italiano è nel pantano e solo una rivoluzione meridionale può sperare di modificare le cose.
Uso l’espressione rivouzione meridionale di Guido Dorso le cui pagine oggi sono persino più attuali di quando le scrisse su invito di Piero Gobetti nel 1925: “No, il Mezzogiorno non ha bisogno di carità , ma di giustizia; non chiede aiuto, ma libertà . Se il mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, con la sua libera iniziativa e seguendo l’esempio dei suoi figli migliori, tutto sarà inutile…”.
Ma quale libertà oggi viene data?
Luigi Galletta, 21 anni, meccanico di Forcella, questa estate è stato ucciso per essersi rifiutato di truccare dei motorini sapendo che avrebbero fatto parte delle paranze che giravano per uccidere.
Non voleva stare in mezzo ai guai, un’etica scelta per istinto; la mattina lo hanno massacrato di botte e il pomeriggio lo hanno ucciso.
Anche in quel caso tutti i discorsi furono sul suo essere innocente o colpevole: davvero si era rifiutato o lavorava invece per i nemici di chi l’ha ucciso?
Nel dubbio se piangere un morto o sputarci sopra ci si è dimenticati della sua storia. Innocente o colpevole? Sputtani Napoli o ne canti lodi?
Si esaurisce il discorso su Napoli e su intere aree in cui ormai c’è guerra.
Mi ha colpito il commento di Francesco Ebbasta, regista e anima dei Jackal, ragazzi che hanno fatto di Napoli, con la loro capacità di fare video online, un nuovo polo creativo.
Loro che non si sono mai occupati di questi temi, hanno scritto che “bisogna accettare la realtà dei fatti per quella che è: siamo dei poveretti”. Poveretti perchè a Napoli si preferisce ignorare la realtà , perchè due ragazzi armati che ne mettono in fuga duecento in piazza Bellini, la piazza più frequentata della città , sono il peggior ufficio stampa possibile.
Il sindaco De Magistris invoca il governo che promette di inviare rinforzi armati, senza capire che militarizzare significa creare ulteriori tensioni.
Alfano manderà 50 poliziotti. Ma davvero credete sia sufficiente?
Ora l’unico lavoro di polizia che davvero avrebbe un senso sarebbe quello di intelligence per provare a capire che direzione sta prendendo questa guerra e poi mandare 50 progetti sociali veri, 50 idee nuove per sollevare da pressione fiscale e burocrazia le aziende del sud.
Con 50 poliziotti sapete cosa succederà ? Che Napoli si riempirà di posti di blocco che verranno accusati di fermare chi non porta il casco mentre gli affiliati – si dirà – hanno sentinelle e sanno dove non passare e anzi riceveranno ancora una più allargata simpatia della gente.
Mentre va in scena l’ennesima pantomima tra politica cittadina e nazionale, ciò che resta è un dato di fatto sconcertante: questa nuova ondata di violenza ci dice che le organizzazioni criminali rimangono tra i pochi ambiti di crescita economica che la città offre.
Ora la faida è tra le nuove generazioni: l’alleanza tra clan di Forcella e dei Quartieri Spagnoli è voluta da una parte della Sanità e osteggiata da un’altra e il campo si apre a tutti quei ragazzi che si sono addestrati sparando sui tetti contro le antenne paraboliche, quei minorenni che da un’inchiesta della Dda di Napoli vengono definiti “la paranza dei bambini”.
Le loro famiglie spesso non sono neanche di camorra, non appartengono al Sistema, sono lavoratori talvolta con precedenti penali senza l’aggravante dell’associazionismo mafioso.
A questo proposito è interessante, per descrivere il contesto, ascoltare cosa dicono i familiari del ragazzo ucciso: aveva un precedente ma qui tutti chi per un motivo, chi per un altro, hanno avuto a che fare con la giustizia.
Come se alla Sanità sia più normale che altrove commettere reati.
E se non fossero gli abitanti stessi a dirlo potremmo essere accusati di voler diffamare il quartiere, eppure risulta evidente che dove non ci sono prospettive non c’è scelta. Del resto, la giovanissima età della nuova paranza ci dice chiaramente che c’è voglia e quindi necessità di fondare da zero una nuova generazione mafiosa.
Una generazione che è figlia del suo tempo, che porta barbe lunghe da hipster e che comunica su Facebook, che si fa assolvere su Facebook da una platea di “amici” che è lontana dallo stigmatizzare finanche gli omicidi.
Sulla bacheca di Gianluca Ianuale, uno degli assassini dell’uomo ucraino, Anatolij Karol, ucciso a Castello di Cisterna per aver tentato di sventare una rapina in un supermercato, ci sono frasi di vicinanza, di comprensione, talvolta ramanzine come si farebbero a un amico che si è ubriacato la sera prima.
Ma nessuno che abbia preso le distanze. Ebbene lui ha ammazzato una persona e gli si dà solidarietà .
La vicinanza che si dà a una persona che ha compiuto un crimine efferato come un omicidio arriva da un territorio che mette in conto che possa accadere.
Ecco perchè quel territorio ha gli strumenti per riuscire a metabolizzare un omicidio e riesce a trovare le parole “giuste”, parole di circostanza.
I più qualunquisti definiscono “sputtanapoli” chiunque osi raccontare ciò che accade in città , mentre loro, comodamente seduti nelle varie esaltazioni identitarie, lo sport, il mare, la pizza, la simpatia – galli sulla monnezza mi verrebbe da dire utilizzando un’espressione napoletana – ignorano ciò che accade a due passi.
Tutto questo succede mentre le organizzazioni puntano ormai sui giovani.
Le famiglie del passato hanno optato per una strategia doppia, da un lato il pentimento dall’altro lasciar dominare le nuove leve.
Quando prenderanno il potere si siederanno sulle spalle di questi nuovi principi. I nuovi combattenti di camorra ricevono dalle vecchie famiglie armi e una volta mostrato di saper sparare e di saper gestire avranno l’incoronazione ad essere i vicari dei soliti re.
I clan storici investono fuori e risolvono i guai giudiziari collaborando con la giustizia e spesso in cambio riescono a salvaguardare il proprio patrimonio come è accaduto alla villa di Pasquale Galasso definito il castello della camorra a Miasino, vicino a Novara, confiscato ma ancora gestito dai parenti del boss.
Eppure è tutto ancora all’inizio; la morte di Ciro Esposito, figlio di Pierino il boss della Sanità , non è stata ancora vendicata, quindi la risposta della Sanità deve ancora venire (avevano provato ma la paranza partita per vendicarsi è stata arrestata).
Napoli somiglia sempre di più a quella che era la città degli anni ’80 e questi ragazzini ne mostrano il fallimento. Di questo sud non si parlerà ancora per molto: non porta voti, non genera consenso internazionale.
Ma qui lo Stato, che dovrebbe amministrare, dare giustizia, organizzare l’educazione non è la politica o le forze dell’ordine.
Lo Stato in questi posti è la Fondazione di Comunità San Gennaro voluta da don Antonio Loffredo il cui obiettivo è creare un’opportunità di lavoro attraverso la promozione della cultura, in alternativa alla strada.
Lo stato è la Rete voluta da Alex Zanotelli, lo Stato è l’Orchestra Santainsamble dei bambini del Rione Sanità voluta dall’associazione l’Altra Napoli di Ernesto Albanese (suo padre fu ucciso mentre lo stavano derubando della pensione).
Lo Stato è la Fondazione Pavesi che organizza corsi gratuiti di teatro per bambini.
Lo Stato è il Nuovo Teatro Sanità di Mario Gelardi che offre uno spazio dove poter tentare di trascendere la propria quotidianità .
Non pensare solo a soldi, sopravvivenza, e buffonerie. Ma provare a imparare, divertirsi, misurarsi.
Tutto questo sta facendo lo Stato senza armi e senza codice penale contro la paranza dei bambini, il peggior prodotto di una terra dimenticata contesa tra disperati e indifferenti.
E le lacrime di dolore che tracimano da queste storie nascono dalla difficoltà di resistere e non dalla celebrazione del lamento.
È questa la differenza tra il pianto e il piagnisteo che in molti dovrebbero imparare a capire per capire questo sud.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
CENTRO STORICO, ZONA EST E OVEST: LA POSTA IN GIOCO E I CLAN CHE SI SCONTRANO SENZA ESCLUSIONE DI COLPI
La guerra nel cuore di Napoli. Almeno tre faide attraversano la città : in pieno centro, come nella
periferia occidentale e in quella orientale del capoluogo.
A Forcella, le “paranze dei bimbi” che si contendono il quartiere stanno scrivendo nuovi capitoli di un romanzo di sangue che ha forse aggiunto un’ultima pagina in piazza Sanità , domenica mattina all’alba, con l’omicidio dei diciassettenne Gennaro Cesarano, ucciso davanti alla chiesa di San Vincenzo.
Ma sale pericolosamente la tensione tra Rione Traiano e Soccavo dove in via Epomeo è stata rinvenuta addirittura una bomba a mano, che è stata fatta brillare dai carabinieri.
E si spara anche a est, dove sabato sera, all’uscita di un negozio di via Camillo De Meis, è stato ucciso il trentenne Antonio Simonetti.
Segnali preoccupanti, che hanno spinto il ministro dell’Interno Angelino Alfano ad inviare in fretta e furia altri 50 uomini di polizia e carabinieri per controllare il territorio, prendendo così atto che, in questo momento, esiste un’emergenza che va ben al di là della semplice “percezione” di cui spesso si fanno scudo gli addetti ai lavori.
Anche la Procura è al lavoro con grande impegno. Ieri, al quinto piano del grattacielo del Centro direzionale, poliziotti e carabinieri hanno incontrato il procuratore aggiunto Filippo Beatrice, che coordina il pool anticamorra.
Magistrati e investigatori hanno tracciato un punto della situazione alla luce degli ultimi eventi sui quali mantiene alta l’attenzione anche il procuratore della Repubblica Giovanni Colangelo, che meno di un mese fa aveva lanciato l’allarme sull’impennata del crimine organizzato davanti alla commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Nei prossimi giorni i commissari di Palazzo San Macuto saranno a Napoli per una missione.
Intanto nelle strade si continua a morire. A Forcella è guerra senza quartiere tra il gruppo Sibillo-Giuliano-Brunetti-Amirante, contrapposto agli eredi della storica famiglia Mazzarella e indebolito prima dall’inchiesta coordinata dai pm Henry John Woodcock e Francesco De Falco, poi dall’omicidio del diciannovenne Emanuele Sibillo, che era riuscito a sfuggire alla cattura.
È ancora latitante invece il fratello di Sibillo, Pasquale detto “Lino”, sulle cui tracce c’è la squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli.
Lo scontro ha già provocato una vittima innocente, il meccanico Luigi Galletta, di 21 anni, incensurato e risultato estraneo alle dinamiche malavitose.
Gli inquirenti non escludono che le fibrillazioni in atto a Forcella possano essersi estese anche nella zona della Sanità , dove sono presenti i gruppi Sequino e Lo Russo. Nel quartiere di Totò stati consumati due omicidi in pochi giorni, quello del 67 enne Pasquale Ceraso e quello di Gennaro Cesarano, di 17 anni, che secondo familiari e amici è stato colpito per errore durante la sparatoria.
Su questi due omicidi indaga il pm Enrica Parascandolo, è ancora presto per capire se stia per scoppiare una faida autonoma, rispetto a quella di Forcella, o se si tratti di episodi riconducibili a matrici diverse.
C’è certamente la droga al centro della violenta contrapposizione in atto nell’area del Rione Traiano, dove secondo quanto emerso dalle più recenti indagini dei carabinieri del Nucleo operativo diretto dal maggiore Di Costanzo si contrappongono le nuove leve del gruppo Puccinelli e i Vigilia di Soccavo.
Spaventano, in particolare, gli eventi che si sono susseguiti negli ultimi giorni: sabato scorso sono stati esplosi in strada, in via Tertulliano, 60 proiettili colpi di mitra e pistole, altri 21 bossoli sono stati ritrovati ieri in via Catone e infine labomba a mano, che è stata fatta brillare dai carabinieri.
E si fa allarmante il quadro nella zona orientale, dove i contrasti mai sopiti tra i gruppi D’Amico e De Micco potrebbero essere alla base dell’ultimo agguato.
Tre faide, forse quattro, che fanno battere di paura il cuore di Napoli.
Dario Del Porto
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
DALL’EX CONSIGLIERA NON RICONFERMATA ALL’EX SINDACO CHE GESTI’ LA PARTECIPATA FALLITA
In materia di nomine e rottamazione della malapolitica, c’è qualcosa che non combacia tra i buoni propositi del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e i fatti concreti.
Ecco i dati. E le date.
Il 2 marzo De Luca, fresco vincitore delle primarie Pd in Campania, si presenta come il “nuovo”: “La Regione non sarà un mercato, non ci sarà distribuzione di incarichi; nessun mercato politico”.
La musica cambia qualche mese dopo quando De Luca il 31 maggio vince pure le elezioni “vere” e diventa governatore. La promessa di non promuovere trombati viene infatti mantenuta durante la formazione della giunta. Ma viene violata invece quando si passa alle nomine del sottobosco.
C’è da rifare il vertice di Soresa, la partecipata della sanità campana.
De Luca propone come presidente Giovanni Porcelli e come consigliera Giulia Abbate.
Il primo — Porcelli — è un candidato non eletto di Campania Libera per De Luca, la lista messa su dall’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato, ex braccio destro di Clemente Mastella e decisivo per la caduta del governo Prodi nel 2008, nel voto decisivo per la fiducia a Palazzo Madama: in quell’occasione, racconta la sua storia personale, sputò al collega di partito Nuccio Cusumano, colpevole di non aver seguito le indicazioni di Mastella.
Porcelli in questa lista è risultato secondo dei non eletti, raccogliendo 5300 preferenze. Ex sindaco di Mugnano, 43 anni, ha anche ricoperto diversi incarichi politici, tra cui quello di presidente della Munianum spa, la società che gestiva il mercato ittico di Mugnano. La società è poi fallita sotto il peso di un paio di milioni di debiti.
La seconda — Abbate — è una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd.
Nel 2013 era entrata in consiglio come prima dei non eletti, dopo che Umberto Del Basso De Caro fu nominato sottosegretario nel governo Letta.
Nonostante fosse capolista in un collegio di Benevento e nonostante abbia raccolto oltre 6mila preferenze, la Abbate (che di lavoro fa l’avvocato) non è stata eletta. Polemiche ad alzo zero in Forza Italia e nel centrodestra: da quale pulpito, loro nel 2010 fecero esattamente lo stesso quando Caldoro nominò a capo di Soresa il consigliere non rieletto Francesco D’Ercole.
Ma il vero capolavoro di De Luca arriva con la nomina per Bruno Cesario, l’ex Responsabile che, insieme a Domenico Scilipoti e Massimo Calearo nel dicembre 2010, uscì dal centrosinistra per regalare un altro anno di vita al crepuscolare governo Berlusconi (e ne ottenne in extremis uno strapuntino da sottosegretario).
Ex Ppi, Margherita, Pd, primo dei non eletti in Forza Italia in un collegio lontano dalla Campania, il trasformista Cesario è tornato al suo primo amore per Ciriaco De Mita e poche ore prima della chiusura delle liste ha accettato l’invito del leader di Nusco a candidarsi nell’Udc alleata in extremis con il Pd e De Luca.
Non ce l’ha fatta, ma De Luca lo ha recuperato con un incarico di dirigente regionale di staff.
Cesario avrà il compito di guidare la sede della Regione Campania a Roma, dove curerà i rapporti con il Parlamento, il Cipe e il sistema delle conferenze.
Più o meno negli stessi giorni, De Luca ha nominato una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd, Angela Cortese, consulente politico per il settore scuola. La delega che Cortese assunse in due vecchie giunte provinciali napoletane. A Palazzo Santa Lucia il De Luca-dottor Jekyll, rottamatore renziano, ha lasciato il posto al De Luca-mister Hyde, cinico riciclatore.
Persino degli amici dell’ex nemico De Mita.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
SANGUE NELLE STRADE, ESECUZIONI, ARMI IN MANO A GIOVANI CAMORRISTI: L’ASSENZA DELLO STATO NELLA BAGHDAD D’ITALIA
A Napoli la paura cresce a colpi di kalashnikov. Armi spesso in mano ai giovanissimi. L’eco delle
pallottole è forte, oggi arriva quello della politica: le settimane di sangue si susseguono e il terrore per un escalation di violenza, targata camorra, va fermata sul nascere.
“Non serve l’esercito, ma più uomini in divisa sì” dice il sindaco De Magistris uscendo dal Comitato di Sicurezza.
Alfano lo accontenta: a Napoli arriveranno 50 uomini, “siamo al fianco dei tanti cittadini onesti che possono e devono contare sullo Stato a difesa della legalità e nella lotta alla criminalità . Intendiamo rafforzare ulteriormente la presenza delle Istituzioni sul territorio napoletano” chiosa il ministro.
L’“ordinarietà ” napoletana sta diventando preoccupante e l’appello del primo cittadino al governo arriva dopo una lunga scia di criminalità e di sangue.
Si va dallo stadio, dove Cantone avverte che “l’organizzazione delle curve è in mano ai clan”, alla strada, dove nelle ultime 12 ore si registrano tre sparatorie.
Per De Magistris preoccupa soprattutto “l’aggressività e la violenza di queste bande di minorenni. In molte zone è venuto meno il potere da parte delle famiglie camorristiche: ma a questo corrisponde anche il dilagare di una violenza spietata tra clan e bande formate da giovani per il controllo del territorio” dice l’ex magistrato ricordando però che “Napoli non è la prima per reati”.
Rione Sanità , Rione Traiano, Soccavo: si spara ovunque.
Due giorni fa in una sola notte due omicidi: quello di un ragazzo di 17 anni, Gennaro Cesarano, detto Genny – ucciso davanti a una chiesa e che sarebbe stato proprio l’obiettivo dei sicari (questa la pista della Questura); e poi quello di Pasquale Ceraso ammazzato a furia di pallottole nel rione Sanità , zona che il presidente di zona Giuliana Di Sarno è arrivata perfino a definire come “Baghdad. È ora che tutti ne prendano coscienza”.
Altre chiamate, altri bossoli. Questa mattina gli agenti della polizia nel Rione Traiano hanno trovato a terra 21 bossoli di kalashnikov, un proiettile inesploso e “vari frammenti di ogiva” scrive il Mattino.
Stesse scene si erano verificate nei giorni scorsi.
Una granata inesplosa l’hanno invece recuperata in un garage di via dell’Epomeo e poi è stata fatta brillare.
Un’emergenza criminale che segue di pochi giorni l’omicidio di Castello di Cisterna, dove l'”eroe” ucraino Anatolij Korol è stato trivellato per aver tentato di sventare una rapina in un supermarket.
Morto ammazzato da due ragazzi, Marco Di Lorenzo, 32 anni, e Gianluca Ianuale, 20, detto Gemellino, eredi del boss di rione Cisternina.
“Non è Baghdad ma dobbiamo agire – continua De Magistris – siamo preoccupati ma con la giusta concentrazione che la Napoli migliore, che si sta riscattando, vincerà “. “Ci vuole lo Stato – echeggia Michela Rostan, deputata Pd – che al premier Renzi chiede di considerare Napoli “la terza città d’Italia, una priorità nazionale e assoluta”.
Richiesta a cui risponde, come Stato, il prefetto Gerarda Maria Pantalone: “Sicuramente avremo dei rinforzi che ci saranno inviati (50 uomini dice Alfano, ndr). Il territorio del rione Traiano e Soccavo saranno presidiati h24 e lo stesso discorso vale anche per la Sanità “.
Il prefetto ha specificato che “per rinforzi intendiamo polizia e carabinieri”. Sperando che nel frattempo non si contino altri bossoli e altri morti.
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Agosto 11th, 2015 Riccardo Fucile
UNA TERRA CHE AMA I RIBELLI: NAPOLI ASPETTA LA RIVOLTA DEGLI SCUGNIZZI
Ho sempre adorato gli scugnizzi, perchè sono ribelli, liberi, al di sopra delle “righe”. 
Non si fermano innanzi a tutto.
Quando serve, quando è necessario, non hanno vergogna: vanno e agiscono.
Napoli non è terra per i “poltroni” ed i privi di sogni o di ambizioni.
La vera essenza di questa città è in quella voglia sfrenata di vivere.
In quel sorriso sempre solare della gente. Gente capace di lamentarsi anche per ore, per giorni, per anni interi. Eppure, quando vede il sole, “nà vicchiarella” in difficoltà , o “nu bambeniello c’ave bisogno”, si industria: “piglia e’ fa”!
Questa terra li ama i ribelli. Ama gli scugnizzi sinceri. I capi-popolo.
Quelli “ca sagliene ‘ngoppa a nu’ bidone (che diventa improvvisamente un palchetto, capace di farti “sovrastare” la folla) e ch’aizane ‘a voce” (alzano la voce. Fanno un comizio. Ma dire, un ragionamento ad alta voce, sarebbe molto meglio).
La produzione cinematografica è ricca di episodi del genere, anche “quanne ‘o scannetiello nun nce stà , e ‘o parulaio (l’oratore, insomma), parla direttamente tra la gente.
Un episodio sintomatico lo si può vedere in un film di De Crescenzo (“Così parlo Bellavista”), con un grandissimo Pazzaglia a narrare le vicissitudini connesse all’acquisto di un cavalluccio rosso per il nipote della “povera sorella sfortunata”.
A volte, quando leggo le dichiarazioni del Sindaco de Magistris – stavo per scrivere il de con la D in maiuscolo: avevo dimenticato i “natali nobili” (?) – mi vengono in mente quelle scene, anche se sono lontane anni luce dal cuore pulsante della città
Il Napoletano autentico agisce di cuore.
Il Napoletano verace, ad uno che mente, ad “uno ca fa finta”, lo “sgama subito”!
Insomma, l’altro giorno, Luigi de Magistris, sulla sua pagina facebook, ha scritto che la sera precedente è andato a mangiare una pizza, una sfogliatella ed a bere una granita a Porta Capuana.
“Detta così” lo dovrebbe dipingere come “uno del popolo”. Come uno “scugnizzo di mezza età ”!
Solo apparenza, però, perchè un “verace Sindaco scugnizzo”, sul luogo dove, pochi giorni prima, la camorra ha assassinato un onesto giovane commerciante che si è voluto piegare alla “violenza del pizzo”, non ci andrebbe.
Un “Sindaco veracemente scugnizzo”, uno che la città davvero la ama, non avrebbe dimeticato che, proprio quella “zona”, è ricca di potenziali virtù.
Anzi, se ne sarebbe ricordato veramente ed avrebbe provato a porre rimedio ad oltre 20 anni di “politica dell’abbandono”, e invece…
E invece è successo che solo perchè questa terra è ribelle di suo, ha imposto le effigi della sua gloriosa storia agli stessi Operatori che stanno lavorando alle nuove stazioni della Metropolitana.
Ma l’ha fatto Neapolis che, dal suo ventre ricco di storia, ha “partorito ed imposto” i segni di una storia che certi personaggi sembrare avere soltanto vergogna a ricordare e che meriterebbe ben altro rispetto.
Il perimetro compreso tra Porta Capuana, Castel Capuano, San Giovanni a Carbonara, Piazza Carlo III e via Foria, ha un patrimonio culturale inestimabile.
Dalle Chiese di Santa Caterina a Formiello a quella di San Giovanni a Carbonara; da quella di Sant’Anna a Capuana al Borgo di Sant’Antonio Abate; da Palazzo Fuga-Real Albergo dei Poveri all’Orto Botanico.
Un patrimonio abbandonato a sè stesso, però.
Forse, i Napoletani distratti, può darsi pure che lo rieleggeranno. Sarà un vero peccato pero’, perchè “Giggino”, in quattro anni, che era il Sindaco di Napoli e che poteva provare a “fare la rivoluzione democratica del diritto”, proprio non l’ha capito…
Chissà , forse la destra si desterà dal suo letargo.
Forse l’itera area riuscirà a darsi una bella dieta vegana così evitando di offrire il solito menù “chino ‘e Pulpettelle e Capitoni”, sempre conditi da “manovalanza varia” (pardon, “volevo dire”, con molto olio pesante ed indigesto).
Chissà ! Forse riuscirà anche ad ipotizzarlo realmente di provare a battersi per la legalità e per politiche di sviluppo di un territorio che di risorse ne avrebbe fin troppe, tante da riuscire a “sfamare l’intera sete di futuro di tutto il meridione”.
Chissà ! Forse davvero ce la potrebbe fare a prunciare – forte e chiaro — quel grido di “battaglia” che alberga nel cuore di tutti i napoletani onesti, soprattutto delle persone semplici: quelle che hanno sogni sopratutto per i loro figli… “Arrevutammoce guagliù: facimme ‘a storia”!
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Agosto 11th, 2015 Riccardo Fucile
“NAPOLI E’ UNA CITTA’ DERENZIZZATA”
Manca poco meno di un anno alle elezioni amministrative che vedranno andare alle urne i cittadini di alcuni dei comuni più importanti d’Italia.
Due di questi rischiano di creare più di un problema al presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Si tratta di Milano e Napoli dove governano due giunte di centrosinistra.
Nel 2011, infatti, i capoluoghi di Lombardia e Campania furono protagonisti a livello amministrativo di quella rivoluzione arancione che vide trionfare rispettivamente Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris.
Il primo ha deciso di non ricandidarsi per un nuovo mandato, mentre il secondo non perde occasione di attaccare il primo ministro e le sue politiche.
La scelta di Pisapia di non ripresentarsi ha messo in grande difficoltà il centrosinistra e il Partito democratico, tanto che Renzi pare sia in forte pressing sul primo cittadino affinchè ci ripensi. Ma il sindaco sembra irremovibile.
Proprio lunedì, a margine della commemorazione per l’eccidio di piazzale Loreto, Pisapia ha risposto a una domanda sulla possibilità che Milano possa essere ‘persa’ senza una sua ricandidatura.
“No – ha detto -, non credo proprio”. Il sindaco di Milano ha continuato: “Io credo che il futuro di Milano proseguirà dentro un progetto che ha le basi solide nella nostra Costituzione, nella solidarietà , nella capacità di guardare avanti e di impegnarsi ognuno all’interno della propria comunità per un futuro migliore per tutti”.
A Napoli le cose non vanno meglio.
Nel suo profilo Facebook, il sindaco de Magistris ha attaccato il premier definendo Napoli una città “derenzizzata”. “Napoli si proclama città “derenzizzata” – ha scritto l’ex magistrato – perchè siamo per la democrazia, per la diffusione del potere, per la distribuzione del denaro, per la lotta alle disuguaglianze, per la giustizia, per il popolo”.
Il primo cittadino partenopeo ha sottolineato di avere “rispetto” per il presidente del Consiglio Renzi, per il Governo e le istituzioni, ma poi ha evidenziato che “assistiamo a una consolidata e preoccupante involuzione antidemocratica, un’accelerazione fortemente autoritaria dell’assetto istituzionale tutta di stampo liberista”.
Si assiste, insomma, a giudizio del sindaco di Napoli, ad un’accelerazione “contro le autonomie e a favore di un centralismo anti libertariò”.
De Magistris, ricordando che Renzi è un premier “non eletto, ma nominato dalla casta”, ha criticato “l’uso bulimico e abnorme, in violazione della Costituzione, dei decreti legge e del ricorso alla fiducia” compiendo “un ribaltamento eversivo della Costituzione con l’utilizzo della legislazione ordinaria, a colpi di maggioranza”.
Quella di de Magistris è una “riflessione politica” rispetto a quanto compiuto fino a oggi dal Governo Renzi che – secondo l’ex pm – ha “ridotto con il Jobs Act i diritti dei lavoratori, ha smantellato la scuola pubblica, ha lottizzato i servizi pubblici e di interesse pubblico”.
Nel lungo post, il sindaco non ha risparmiato un passaggio relativo allo Sblocca Italia con cui “si da il via libera al massacro del Paese attraverso – ha spiegato – faraoniche opere pubbliche, trivellazioni, inceneritori, commissariamenti di interi pezzi di territorio.
La bellezza del nostro Paese – ha proseguito il sindaco – è svenduta al mercato di lobby, cricche e mafie”. Atti e leggi con cui – ha scritto de Magistris – Renzi “non ha rottamato il sistema politico, ma sta rottamando la Costituzione, i diritti e l’Italia. Mi sembra un saldatore più che un rottamatore”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile
HA VINTO GRAZIE AI 34.337 VOTI DI CAMPANIA IN RETE, ISPIRATO DA D’ANNA E IANNACCONE…SE FOSSERO RIMASTI CON CALDORO, QUESTI AVREBBE VINTO CON 2.228 DI SCARTO
Duemila e duecento voti in più. Sono quelli che alle regionali in Campania avrebbero permesso a Stefano Caldoro di restare presidente della Regione se i cosentiniani non fossero passati con Vincenzo de Luca, portandogli in dote 34.337 preferenze.
E’ il concetto matematico che il direttore de IlFattoQuotidiano.it Peter Gomez ha spiegato qualche sera fa in tv a In Onda su La7, provocando la reazione scomposta di De Luca che venerdì durante la direzione del Pd è arrivato a minacciare il giornalista definendolo “consumatore abusivo d’ossigeno” e “somaro”.
Per rendersi conto di chi abbia ragione, basta saper far di conto o al massimo avere sottomano una calcolatrice.
Sul sito del Viminale si legge che De Luca è stato eletto presidente con 987.927 voti, mentre l’ex governatore si è fermato a 921.481.
Se al nuovo presidente della Regione togliessimo le 34.337 preferenze spostate in suo favore da Campania in Rete — listone civico-politico ispirato dal senatore Vincenzo D’Anna, dall’ex parlamentare dei Responsabili Arturo Iannaccone e da altri pezzi di centrodestra vicini a Nicola Cosentino — De Luca scenderebbe a 953.590 voti.
Se poi i voti di Campania in Rete li aggiungessimo a quelli della coalizione caldoriana cui i cosentiniani appartengono naturalmente, Caldoro salirebbe a quota 955.818, 2.228 voti in più dell’avversario.
E sarebbe ancora oggi presidente della Regione.
Con buona pace di De Luca, eletto proprio grazie ai voti di ex fascisti, ex segretari del Fronte Nazionale ed ex amici di Cosentino: in pratica lo zoccolo duro degli “impresentabili” che hanno messo in imbarazzo il Pd.
E’ vero, i voti di una lista o di un partito non si spostano automaticamente sul candidato presidente, ma la matematica non è un’opinione.
C’è un altro particolare: “Campania in Rete” non si è alleata con il Pd, ma con De Luca.
Lo disse chiaramente al Fatto Quotidiano il portavoce della lista, Alfonso Ascione: “Lo abbiamo scelto in tempi non sospetti, perchè non è condizionabile”.
Sin da prima delle primarie del Pd, quindi, e forse De Luca ha vinto anche quelle grazie a loro, altrimenti il candidato sarebbe stato l’ex bassoliniano Andrea Cozzolino.
Iannaccone confermò con una frase lapidaria: “Noi non siamo saliti sul carro del vincitore, siamo tra quelli che lo hanno spinto”.
Tra i primi a salire su quel carro ci fu l’ex mastelliano Tommaso Barbato, ex senatore, ex dirigente degli acquedotti campani, sponsor di De Luca sin dai mesi precedenti alle primarie perchè “entusiasta del modello Salerno”.
Barbato si è candidato alle regionali in “Campania Libera”, la civica storica di De Luca, e ha fatto in tempo a portargli 4238 preferenze.
Un mese dopo Barbato è stato arrestato per concorso esterno in associazione camorristica nell’ambito dell’inchiesta sulla spartizione degli appalti della rete idrica campana a ditte di riferimento del clan dei Casalesi.
In caso di arrivo al fotofinish, a De Luca avrebbero fatto molto comodo anche i suoi voti.
“Le liste di De Luca non sono affatto liste con nomi nuovi e in nessun caso trasformano il modo di fare politica in Campania — attaccava ai primi di maggio Roberto Saviano in un’intervista all’Huffington Post — direi che ricalcano le solite vecchie logiche di clientele. E non c’è niente da fare. E’ sempre stato questo e questo sarà : le liste si fanno su chi è in grado di portare pacchetti di voti”. E cosentiniani a De Luca ne hanno portati parecchi.
Il neogovernatore ha vinto con il 41,15%, un punto in più della coalizione.
Caldoro si è fermato al 38,38%, un punto e mezzo in meno delle liste di centrodestra. Decisivo, oltre al passaggio in extremis da una parte all’altra dell’Udc di Ciriaco De Mita, proprio l’1,5% di “Campania in Rete”.
L’ex sindaco sa bene che i loro voti sono stati più importanti di quelli degli alleati ‘naturali’.
E infatti ha premiato l’unico consigliere eletto in “Campania in Rete”, Alfonso Piscitelli, con la presidenza della commissione consiliare Affari Costituzionali. Mentre Idv, Verdi e le altre forze minori del centrosinistra sono rimaste a bocca asciutta.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2015 Riccardo Fucile
DA “TERRA DI CONQUISTA” PER POLITICI COLLUSI E FACCENDIERI A NUOVA FRONTIERA VALORIALE
Il razzismo è una tipica connotazione, negletta e vergognosa del popolo italico.
Talvolta, puntare il dito contro “lo straniero” – come fanno Salvini, la Meloni & Company – serve soltanto a distrarre l’attenzione ed a trasmettere “la finta idea” del popolo unito e coeso da un unico destino.
La verità è che l’‎Italia‬ è sempre stata sostanzialemente divisa in due.
Anzi, c’è stato un tempo in cui il ‪‎meridione‬ – grazie all’avveduto regno dei Borbone – è stato davvero grande, sia economicamente che “politicamente parlando”.
Ma quella è storia vecchia, ormai.
“L’attualità post-unitaria e repubblicana” ci ha sempre “regalato” un meridione arrendevolmente cedevole.
Sistematica “terra di conquista”, per i politici collusi, per i mafiosi, per i camorristi e per i faccendieri d’ogni sorta.
Il meridione quale panacea dello sfuttamento ed incarnazione – sistemico e sistematico – della peggiore politica di tutti i tempi: quell’assistenzialismo che i meridionali non vogliono, ma a cui la maggior parte della popolazione è stata “vergognosamente istruita”.
Il meridione – proprio come il suo popolo – ha risorse immense. potenzialità enormi ed una ricchezza morale, valoriale ed economico-produttiva unica al mondo.
Se solo la si smettesse con le politiche dell’emergenza e si puntasse dritti su quelle dell’emancipazione vera e sincera, sarebbe, da subito, tutta un’altra storia.
Una storia che non smetterò mai di sognare e di rincorrere, anche ad occhi aperti…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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