Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI INSUPERABILE: NEL REGNO DELLA CAMORRA RIESCE A CANDIDARE UN CONDANNATO CONTRO UN BERLUSCONIANO INCENSURATO
Alzi la mano chi, quando Renzi lanciò il guanto di sfida alla vecchia ditta del Pd, immaginava di
vederlo un giorno avvinto come l’edera a Vincenzo De Luca: un vecchio arnese dipartito che sta in politica da quasi mezzo secolo e da 10 anni si divide fra le aule di Comune, Parlamento e governo (spesso contemporaneamente) e quelle di tribunale, per giunta ineleggibile.
Uno che quattro anni fa fu trombato alle elezioni regionali e, anzichè ritirarsi a vita privata come avviene in tutte le democrazie, si ricandida come se niente fosse e, come le cozze, succhia tutta la schiuma della politica campana pur di agguantare un incarico che la legge gli vieta di assumere, in quanto è decaduto due volte (per l’incompatibilità fra i ruoli di viceministro di Letta e di sindaco di Salerno e per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio) e decadrà di nuovo non appena poggerà le terga sulla poltrona di presidente della Regione.
La domanda “che cosa direbbe Renzi se lo facesse Berlusconi?” vale quasi per ogni mossa del premier: l’Italicum e la controriforma costituzionale approvati a colpi di maggioranza (anzi, di minoranza), la porcata della scuola, il Jobs Act, il condono fiscale, la responsabilità civile dei giudici, gli attacchi forsennati alla Corte costituzionale che si permette di dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale, l’occupazione del suolo pubblico televisivo la domenica pomeriggio a tre settimane dal voto senza contraddittorio e senzapar condicio per gli altri partiti (con prevedibile sanzione a cose fatte dell’Agcom e ridicole indignazioni pidine perchè B. stasera farà altrettanto da Fazio, peraltro dopo mesi di astinenza da video).
Quei pochi che paventavano, dopo il tramonto del Caimano, un “berlusconismo senza Berlusconi”, avevano visto giusto: ma neppure loro potevano prevedere che a incarnarlo sarebbestato il leader del Pd.
Perfino le denunce, precise e circostanziate, non del “solito” Fatto Quotidiano, ma anche di Roberto Saviano su “Gomorra nel Pd” sono state prima ignorate e poi addirittura vilipese con le lezioncine renziane (“la lotta alla camorra non si fa con gli articoli di giornale”) accanto a quel De Luca che ospita nelle sue liste d’appoggio i più bei nomi della malapolitica collusa (opportunamente lasciati a casa l’altroieri, per evitare a Matteo qualche selfie imbarazzante).
Siccome poi il berlusconismo è anche conflitto d’interessi, eccone uno fresco fresco e pronto per l’uso: se la decadenza dei sindaci condannati la decreta il prefetto, quella dei governatori regionali condannati spetta al capo del governo.
Cioè: toccherà a Renzi far sloggiare il suo protetto De Luca non appena fosse eletto presidente della Campania.
E già si prevede che gli lascerà qualche giorno di tempo per formare la giunta presentare ricorso al Tar per ottenere la sospensiva ella decadenza almeno fino al 21 ottobre, quando la Consulta si pronuncerà sulla legittimità della legge.
A quel punto lorsignori sperano che la Corte, ammaestrata dalle bastonate degli ultimi giorni, non si metterà un’altra volta di traverso sulla strada del nuovo padrone del vapore.
Un altro ingrediente del berlusconismo, con o senza B., è il grottesco.
Infatti Renzi elogia in De Luca il “grande sindaco di Salerno” (con tanti saluti al Tribunale che l’ha condannato proprio in qualità di sindaco per la sua attività di amministratore fuorilegge, cioè per aver inventato un incarico inesistente per sistemare un amico a spese dei contribuenti).
E aggiunge che don Vincenzo sarà un “ottimo sindaco della Campania”: come Corrado Guzzanti che, nei panni di Gianfranco Funari, definiva Helmut Kohl “er sindaco d’a Germagna”.
Poi inaugura con lui, per l’ennesima volta, la nuova cittadella giudiziaria di Salerno, peraltro mai finita, come la Salerno-Reggio Calabria e quasi tutte le opere pubbliche del Grande Sindaco (la Lungoirno, il Solarium, il Palasport, la Piazza della Libertà , la Stazione marittima e naturalmente il famigerato “Crescent”, monumento alla bruttezza, all’ inutilità e allo sperpero di denaro pubblico, anch’esso oggetto di un processo a carico di De Luca e di quasi tutta la sua giunta).
Una scena impagabile di puro umorismo involontario: un sindaco condannato e imputato per altri gravissimi reati contro la Pubblica Amministrazione costruisce un tribunale più grande e confortevole per ospitare al meglio i suoi stessi processi (dal produttore al consumatore: a quando il monumento equestre all’Imputato Modello?).
E lo inaugura un’altra volta col presidente del Consiglio che si sciacqua la bocca con la “legalità ” un giorno sì e l’altro pure e si appropria financo della memoria di Falcone con un tweet giusto in tempo per il 23 maggio.
Un attimo prima il premier aveva vaticinato che, con De Luca e i gomorroidi al governo della Regione, “il Pil della Campania crescerà dallo 0,5 all’1 per cento”.
Ci voleva giusto Renzi per propiziare questo unicum assoluto della storia repubblicana: il centrosinistra che, nel regno della camorra, candida un condannato contro un berlusconiano incensurato.
Il Caimano schiatterà d’ invidia.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
SE IL SINDACO DI SALERNO VINCERA’ AVRA’ VINTO RENZI, SE SARA’ SCONFITTO AVRA’ PERSO DE LUCA
Alla fine, bon grè mal grè, l’abbraccio per i flash: “Oggi – scherza il premier – ci facciamo l’album insieme”.
Anche se si capisce che la scintilla con Vincenzo De Luca non è scattata. Anzi, più volte il premier ripete: “Si può stare in un partito, pensarla in maniera diversa ed essere comunque amici”.
Alla fine, bon grè mal grè, Matteo Renzi mette la sua faccia, e quella del Pd, sulle elezioni da cui finora si era tenuto alla larga: “I prossimi dieci giorni saranno di impegno totale da parte del Pd perchè vinca De Luca”.
Visita lampo, nella Svizzera di “Enzo”, Salerno.
Atterraggio attorno alle 13, ripartenza poco dopo le 16, tappe veloci – porto cittadella giudiziaria, incontro con i lavoratori della Whirlpool — gran finale all’Hotel Mediterranea con i candidati del Pd.
Non proprio un bagno di folla, quanto basta per incassare i titoli su Renzi che sostiene De Luca, dopo la freddezza delle scorse settimane.
Secondo la più classica operazione di storytelling renziana, il premier punta tutto sull’immagine del bravo sindaco e dell’efficiente amministratore, glissando la questione degli impresentabili: “Al di là delle valutazioni, se la Campania sarà amministrata nei prossimi anni come è stata amministrata Salerno, il Pil del paese crescerà tra lo zero e cinque e l’un per cento. Con la Campania crescerà il paese”.
È tutto qui il senso dell’operazione, che non cancella la lontananza tra il fantastico mondo renziano e il crudo mondo di De Luca: “Io facevo il sindaco e Enzo era sempre il sindaco più amato”.
Enzo, giacca e cravatta come i politici di una volta, picchia come un fabbro su Caldoro, dossier dopo dossier: sanità , trasporti, servizi, burocrazia.
Pare Crozza che lo imita quando scandisce roboante: “Gli impresentabili sono quelli che tolgono la speranza di futuro a una generazione”.
Scamiciato, sbottonatissimo, Matteo evita, come ha fatto finora, frontali col governatore uscente che nei giorni scorsi ha lodato perchè non ha aumentato le tasse, limitandosi a qualche spot su De Luca: “Quando facevo il sindaco a Firenze avevo il problema delle scritte sui muri. E guardai il video di De Luca che parlava di ‘frullino amoroso’ (il firmatario di una scritta sui muri dedicata alla fidanzata preso in giro da De Luca in tv, ndr). Chissà se la fidanzata di ‘frullino amoroso’ ha lasciato il suo fidanzato per colpa di De Luca. Se così fosse voterà per Caldoro”.
E soprattutto, il premier evita gli argomenti che hanno segnato la campagna elettorale in Campania.
Evita di parlare della decadenza del candidato governatore, per effetto della Severino: “L’attenzione sul Pd è straordinaria, forse perchè il Pd è un punto di riferimento ma io non vedo l’ora di assistere alle primarie dall’altra parte per verificare come il grado di democrazia interna diventerà maggiorenne in Italia”.
Ed evita soprattutto la questione degli impresentabili in lista: “La camorra — dice – non si combatte con un articolo di giornale ma portando lavoro e sviluppo. La camorra si compatte corpo a corpo, portando occupazione sui territori”.
Difficile non vedere un riferimento, sia pur non diretto alle critiche della stampa e di Roberto Saviano, che denunciò: “Nelle liste di De Luca c’è Gomorra”.
E difficile è non vedere un altro riferimento, sia pur indiretto, quando il premier scandisce: “Non solo falso in bilancio, ma pure pene più dure sulla corruzione. questo governo non prende lezioni da nessuno sulla legalità ”
Si capisce che, nella filosofia renziana, che l’importante è vincere, è il numero di bandierine che, a urne chiuse, saranno piantate su ogni regione.
E al sei a uno adesso il premier ci crede davvero. Non è un caso, sussurrano i colonnelli di De Luca, che Renzi “ci ha messo il cappello ora che è chiaro che Vincenzo vince”, mentre prima si era tenuto equidistante: “Il suo approccio resta che se vince De Luca ha vinto lui, se invece perde ha perso De Luca.
Infatti con Caldoro è rimasto corretto, non attaccandolo mai, perchè, nel caso, è perfetto per il partito della Nazione”.
E per il gran finale, nell’agenda del premier, non c’è ancora traccia di una sua calata su Napoli. E di un bagno vero di folla.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile
E UN BERLUSCONI INGOMBRANTE PER UN CALDORO CHE NE AVREBBE FATTO A MENO
Parte dalla Campania l’ultimo miglio della campagna elettorale meno sentita (almeno per ora)
degli ultimi anni.
E parte, nella patria della commedia napoletana, con un singolare gioco delle parti. Perchè c’è un motivo se Renzi, alla fine, ha deciso di andare venerdì (22 maggio) a Salerno, patria di De Luca.
E c’entra poco con la voglia di mettere la faccia accanto al candidato delle liste zeppe di “impresentabili”. Voglia che non c’è affatto.
C’entra piuttosto il tour campano di Silvio Berlusconi, che sarà nello stesso giorno alla Mostra d’Oltremare e il giorno dopo incontrerà gli amministratori di Salerno e Caserta.
A quel punto il premier non poteva più sottrarsi: “Finchè Caldoro — dice un parlamentare – Caldoro ha tenuto distante Berlusconi, Renzi è stato alla larga. Ma ora si sarebbe creato un caso. Non poteva dire di no di fronte all’insistenza di De Luca”.
Da fonti vicine a Caldoro trapela che la presenza dell’ex premier, in questa fase in cui non aggiunge nulla in termini di consenso, è stata subita.
Imposta più dalla Pascale che da Caldoro.
Perchè, per il governatore uscente, la non belligeranza con Renzi conta più del sostegno di Berlusconi.
A ben vedere, proprio dal premier sono arrivati importanti assist a Caldoro negli ultimi giorni.
Mentre l’immagine di De Luca incrinata dalla questione degli impresentabili, che denotano una scarsa serietà nella gestione delle liste, Renzi dichiarò: “Caldoro è una persona seria e collaborativa, non parlerei mai male di lui”.
Successivamente, dopo giorni in cui De Luca ha accusato il suo competitor di aver portato la Campania sull’orlo del baratro, da palazzo Chigi è arrivato un altro endorsement: “La Campania è tra le cinque regioni italiane che non hanno aumentate le tasse”.
Una fonte molto informata del Renzi-pensiero dice: “Matteo si è tenuto equidistante, ma in fondo un 5 a 2 con la vittoria di Caldoro non gli dispiace affatto. De Luca è incontrollabile, porta si porta dietro la grana della Severino e liste discutibili. Stefano in prospettiva è perfetto nel Partito della Nazione”.
Già , in prospettiva. E forse non è un caso che uno degli amici più stretti di Caldoro, il socialista Lucio Barani è all’opera — insieme a Denis Verdini — per mettere su, il minuto dopo le regionali, un gruppo di sostengo a Renzi, al Senato.
Nell’ottica appunto del Partito della Nazione.
E a ben vedere lo schema del gioco di sponda tra Renzi e Caldoro non è saltato neanche dopo che Berlusconi ha deciso di calare su Napoli e Renzi si è trovato costretto ad andare a Salerno.
Basta vedere il tenore della visita del premier, all’insegna del minimo sindacale.
La visita salernitana del premier appare come un omaggio al buon amministratore, ma manca del tutto il pathos politico: una visita all’impianto di compostaggio, l’asilo di via Monti Ungheresi nel quartiere di Pastena, poi incontro politico, quello saltato sabato scorso alla Stazione Marittina a Napoli, poi l’incontro nel nuovo porto turistico di Marina di Arechi con i candidati del Pd.
Insomma, non proprio un comizio in piazza Plebiscito con a fianco il proprio candidato. E non è un caso che, al netto dell’insistenza di De Luca, dalle parti di palazzo Chigi al momento si esclude un ritorno a Napoli per il gran finale.
E non è un caso nemmeno che, all’inaugurazione sabato della metro di Napoli, andrà il ministro Delrio e non il premier.
La filosofia di Renzi sulla Campania è “più del necessario, niente”.
Non poteva sottrarsi, dopo la visita di Berlusconi, ma da qui a crederci davvero ce ne passa: “Matteo — prosegue la fonte — si è messo in una posizione win win. Se vince De Luca, ha vinto anche lui e il Pd. Se perde ha perso de Luca ed è pronto a flirtare con Caldoro nell’ambito del partito della Nazione”.
È più di una suggestione perchè anche il governatore uscente si sente molto lontano dal suo mondo, nel senso che è più in sintonia con Alfano, il suo vero interlocutore a Roma, che con le ultime raffiche della Salò berlusconiana come Alessandra Mussolini.
E in fondo anche con Berlusconi, la cui visita magari darà un po’ di motivazione ai vecchi militanti e alla base. Ma, anche in questo caso, per Caldoro vale la filosofia renziana: “Più del necessario, niente”.
Perchè, più del necessario, rischia di compromettere la commedia delle parti col premier. E magari, come sussurrano i maligni, anche il gioco del voto disgiunto.
Di chi voterà Pd come lista e Caldoro come governatore.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile
ANTONIO SCALZONE DEI POPOLARI PER L’ITALIA E’ ACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO AL CLAN DEI CASALESI PER GLI APPALTI DI CASTEL VOLTURNO, COMUNE DI CUI ERA SINDACO E SCIOLTO DUE VOLTE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE
Tra i nomi appuntati sui taccuini della commissione parlamentare Antimafia che nei prossimi giorni farà i raggi x ai curriculum dei candidati in Campania, ce n’è uno segnato con l’evidenziatore.
E’ quello di Antonio Scalzone, candidato nei Popolari per l’Italia, lista collegata a Stefano Caldoro, il berlusconiano governatore uscente.
Scalzone è un ex sindaco di Castel Volturno, comune sciolto due volte per infiltrazioni mafiose, nel 1998 e nel 2012.
In entrambi i casi le relazioni delle commissioni d’accesso hanno puntato il dito sulla sua giunta. Scalzone è tuttora imputato per concorso esterno in associazione camorristica.
E’ il processo nato da un’inchiesta della Dda di Napoli, pm Ardituro, Conso, Milita e Falcone, sui legami tra il clan dei Casalesi e la politica locale su questa lingua di costa domiziana dove un abitante su due è straniero e dove, secondo alcuni calcoli basati sulla produzione di rifiuti urbani, gli immigrati clandestini sono almeno 20mila.
Castel Volturno è la terra della strage del 19 settembre 2008, quando Setola e i suoi uomini fecero irruzione in una sartoria e uccisero sei immigrati di colore.
Due anni dopo Scalzone, sindaco Pdl in carica, ricevette con tutti gli onori Roberto Fiore, capo di Forza Nuova, che voleva organizzare una fiaccolata e protestava per il diniego della Prefettura. Scalzone e Fiore tennero conferenza stampa insieme e da quel palcoscenico il leader dell’ultradestra espresse il suo pensiero: “
Il problema di Castelvolturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra”. Scalzone gli era affianco, non fece una piega.
La ricostruzione dell’Antimafia ipotizza che Scalzone e altri amministratori e politici locali, tra cui l’ex sindaco Francesco Nuzzo, un magistrato, nel corso del loro mandato “si accordavano con i vertici del gruppo Bidognetti ed in particolare anche con Luigi Guida, fornendogli la piena disponibilità , in caso di elezione, a consentire a ditte nella disponibilità del clan dei casalesi e anche indicate da Luigi Guida quale referente del clan, l’aggiudicazione di appalti pubblici, o di subappalti per opere di ingente valore economico in corso di esecuzione nel Comune di Castelvolturno, ricevendone quale corrispettivo l’appoggio elettorale e di voti dagli esponenti del gruppo Bidognetti operanti sul territorio di Castelvolturno”.
In un verbale del 6 ottobre 2009, il pentito Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti, dice: “Alfonso e Antonio Scalzone erano persone a disposizione del gruppo Bidognetti; io mi incontravo con Alfonso e gli riferivo quelle che erano le mie volontà , che poi lui trasmetteva al fratello sindaco”.
Guida ha fatto l’elenco degli affari sui quali il clan avrebbe allungato le mani anche grazie all’intercessione del candidato di Caldoro: “Con Alfonso e poi con il sindaco Antonio avevo discusso dei seguenti argomenti: l’aumento dell’appalto della nettezza urbana; l’apertura del parco in costruzione da parte di Giuliani.
L’apertura della discarica Bortolotto, per la quale avevo parlato con …omissis…. e con Alfonso Scalzone: entrambi mi assicurarono che sarebbero intervenuti sulla discarica che poi fu effettivamente aperta dalla famiglia Orsi che mi mandavano circa 10 mila euro sui guadagni; il rilascio delle concessioni del centro commerciale al Tammaro Diana proprietario del Top Market per il quale parlai con Alfonso Scalzone, il quale si impegnò di fare intervenire il fratello sindaco per il rilascio di tutte le licenze senza incontrare inconvenienti: mi fu detto proprio da Alfonso Scalzone e Tammaro Diana che i permessi furono concessi e quindi si poteva cominciare a realizzare il centro commerciale, senza inconvenienti”.
Accuse gravi, da vagliare corso nel processo. In attesa della sentenza, per Scalzone vale la presunzione di innocenza. Nuzzo, che ha chiesto di farsi giudicare col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a un anno per falso e abuso ma i giudici hanno escluso l’aggravante camorristica.
Le vicende della giunta Scalzone sono entrate anche nel processo all’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, in carcere con accuse di camorra.
In un’udienza dell’ottobre 2013 Guida ha rivelato: “Sono intervenuto più volte, su richiesta del sindaco di Castelvolturno Antonio Scalzone, presso consiglieri e assessori della sua amministrazione per evitare che lo sfiduciassero. Bastava che mi presentassi a loro per ottenere quello che volevo. Ed imposi al sindaco la nomina dell’assessore all’ambiente”. Scalzone ha terminato regolarmente il suo mandato nel marzo 2005.
Secondo il senatore Gal Vincenzo D’Anna, Scalzone non è stato più ricandidato alle amministrative perchè ruppe con Cosentino “per via delle pendenze giudiziarie”.
Ora ha trovato spazio nelle liste di Caldoro.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 17th, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPRESENTABILE BARBATO, CANDIDATO IN CAMPANIA, E I CONTATTI COL REGGENTE DEI CASALESI FRANCESCO ZAGARIA
Sugli impresentabili, piazzati in una lista a sostegno della sua corsa a governatore, Vincenzo De
Luca è stato chiaro: “Quei nomi messi di notte, io non ne sapevo niente”.
Uno, invece, lo conosce benissimo perchè è stato al suo fianco fin dalle primarie.
Si tratta di Tommaso Barbato, candidato al consiglio regionale nella lista Campania Libera, civica, espressione proprio del presidente De Luca.
Barbato è stato anche senatore dell’Udeur, il suo voto fu decisivo per la caduta del governo di Romano Prodi, nel 2008.
L’ex senatore, tra l’altro, è indagato per voto di scambio in una inchiesta della Procura di Napoli.
Barbato si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, ma non è finita. C’è un particolare sfuggito alle cronache sugli impresentabili di questi giorni.
A fine aprile con decreto del presidente della Repubblica è stata sciolta per infiltrazioni camorristiche l’azienda ospedaliera S. Anna e S. Sebastiano a Caserta. Una struttura sanitaria gestita dagli emissari di Gomorra e dai politici locali all’insegna di clientele e favori.
Tutto scaturisce da un’inchiesta della magistratura dello scorso gennaio dove compare anche il nome di Tommaso Barbato, il quale non è indagato.
In particolare emergono i contatti, risalenti al 2007-2008, tra l’ex senatore e Francesco Zagaria, morto nel 2011, ritenuto il dominus della gestione criminale dell’azienda. Francesco ha sposato Elvira, sorella di Michele Zagaria, capo dei Casalesi, oggi in carcere al 41-bis.
La Procura così definisce Francesco Zagaria: “Uno dei capi del clan dei Casalesi quando il cognato Michele Zagaria era latitante”.
Secondo i magistrati il sodalizio criminale che ha tenuto in scacco l’azienda sanitaria “nasce nel 2006 quando Francesco Zagaria, grazie al supporto politico di Nicola Ferraro, allora segretario dell’Udeur regionale, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, fa nominare un suo uomo di fiducia dirigente generale del S. Anna e S. Sebastiano”.
Nell’ordinanza di arresto, eseguita lo scorso gennaio, c’è un paragrafo dedicato ai rapporti tra Francesco Zagaria e i politici. “A Francesco Zagaria si rivolgevano anche senatori della Repubblica come il senatore Tommaso Barbato”.
E più avanti: “Il 23 novembre 2007, il senatore Barbato contattava Zagaria Francesco e lo invitava presso la propria abitazione sita nel comune di Marigliano. Il senatore sollecitava l’incontro per la necessità di affrontare alcuni argomenti. Dalle successive conversazioni emergeva che, effettivamente, Zagaria Francesco si era recato a Marigliano”.
E al telefono Barbato a Zagaria “Oh (…) Allora , senti ti devo parlare un momento, tu dove stai?”. E alla fine i due si incontrano.
“Dopo il predetto incontro — si legge — dalle intercettazioni emerge, che lo Zagaria avrebbe dovuto fare ritorno presso l’abitazione del senatore Barbato”.
Contatti e incontri tra Tommaso Barbato e l’uomo di Gomorra Francesco Zagaria, scomparso nel 2011, e ritenuto dalla Procura uno dei capi dei Casalesi durante la latitanza del cognato Michele.
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI SALERNO QUATTRO PUNTI DAVANTI A CALDORO
I sondaggi indicano tendenze, non sono oracoli.
La recente dèbà¢cle in Inghilterra, dove pure la storia dei sondaggi elettorali è molto più lunga e solida della nostra e dove il comportamento elettorale è almeno in parte meno complesso, devono suggerirci una decisa cautela.
Oggi molti elementi rendono difficili le stime, in particolare per le Regionali alle porte.
La partecipazione, che in questi casi è più contenuta.
L’incertezza, che è diffusa e porta non pochi elettori a decidere il proprio voto a ridosso della domenica elettorale quando non nello stesso giorno.
L’elevata mobilità elettorale che ha contraddistinto e continua a contraddistinguere i nostri connazionali a partire dalle Politiche 2013.
Cercheremo allora di cogliere le tendenze principali che i numeri ci indicano .
In Campania la partita è aperta, ma Vincenzo De Luca si posiziona in testa, pur se con un margine che non dà ancora sicurezza del risultato.
Sembra quindi che le pur pesanti critiche che hanno investito il candidato del Pd, per la tagliola della legge Severino e per la composizione delle liste (che ha portato Saviano a dire che «Gomorra è nelle liste di De Luca»), non abbiano avuto un forte impatto tra gli elettori.
Anche se un certo disagio sembra esprimersi a favore del candidato del M5S Valeria Ciarambino, che ottiene un discreto risultato e almeno in parte recupera voti anche da ex elettori pd che non ritengono di votare per De Luca.
Il sindaco decaduto di Salerno per effetto della norma Severino si colloca tra il 37 e il 40 per cento delle preferenze, secondo il sondaggio.
Tiene a distanza (ma non di sicurezza) il suo principale sfidante di Forza Italia Stefano Caldoro, governatore uscente.
Caldoro oscilla tra il 33 e il 36 per cento delle preferenze.
Buona percentuale anche per il Movimento 5 Stelle, con la candidata Valeria Ciarambino (14-17%).
Resta alto il numero degli indecisi – non votanti: è il 51,4%.
Il governatore uscente si colloca a ridosso del candidato pd, ma il suo risultato non è tranquillizzante.
Da un lato perchè la valutazione del suo quinquennio di governo non è confortante (oltre il 60% dà un giudizio negativo del presidente della Regione, percentuale che supera il 70% quando si tratta di valutare l’amministrazione).
Dall’altro la presenza di esponenti dell’area di centrodestra nelle liste di De Luca ha probabilmente contribuito a spostare voti da quell’area.
In Campania è assai elevato il fenomeno del voto di preferenza: nel 2010, secondo uno studio di Roberto D’Alimonte per il Cise, il tasso di preferenze in Campania fu del 90,6% contro il 26,6% della Lombardia.
Questo significa che conteranno molto le ultime settimane di campagna elettorale che vedranno muoversi massicciamente i candidati, ciò che potrebbe modificare anche in maniera sostanziale gli orientamenti di voto.
Nel caso della Campania poi l’area «grigia» (elettori indecisi o astensionisti) è estremamente elevata
Per quel che riguarda le liste il Pd ha un risultato inferiore alle Europee ma superiore a Politiche e Regionali, mentre un buon consenso ottengono le liste collegate a De Luca e in particolare quelle che usano il suo nome.
In netta difficoltà invece Forza Italia, che fa registrare un calo di circa 10 punti rispetto al voto europeo che era già il punto più basso recentemente raggiunto.
Anche se le liste collegate a Stefano Caldoro ottengono risultati intorno al 10%, non riescono a colmare il gap rispetto alle liste che sostengono l’avversario.
Il M5S infine, pur in contrazione, sembra ottenere risultati tutto sommato non disprezzabili.
Una situazione quindi decisamente fluida che può veder anche cambiamenti importanti negli ultimi giorni di campagna elettorale.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile
“CARO RENZI, LE PAROLE NON BASTANO”
L’imbarazzo sugli “impresentabili” è palpabile anche nei volti. 
Davide Mattiello, prima di essere un parlamentare del Pd molto attivo in commissione Antimafia, era con don Ciotti a Libera.
Solca preoccupato il corridoio dei passi perduti: “Innanzitutto, io mi fido e credo all’analisi che fanno del fenomeno Roberto Saviano e Rosaria Capacchione, e credo che dovrebbero farlo tutti, perchè siamo di fronte a persone che hanno una conoscenza profonda del territorio. E questo è il primo punto che va ribadito. Il secondo è che la forza delle organizzazioni mafiose sta nella relazione con la politica. Lo dico in modo ancora più chiaro: la mafia è forte perchè ha intrecci con la politica. Alcune volte queste relazioni hanno caratteristiche penalmente rilevanti, altre volte no. Ma è certo che la politica ha delle responsabilità prima della magistratura. Non possiamo trincerarci dietro il ‘penalmente rilevante’ per fuggire alle nostre responsabilità ”.
È un insofferenza profonda quella che avvolge la pancia del Pd.
Anche dopo l’uscita di Renzi sulle canidature “imbarazzanti”.
Perchè, appunto, sono solo parole.
Insofferenza che va oltre le correnti, gli equilibri interni, i tatticismi. Indignano le parole di Vincenzo De Luca, che dopo aver imbarcato cosentiniani, ex fascisti, e riciclati, non perde occasione per attaccare Saviano: “Ha detto sciocchezze — dice De Luca – credo che si stia avvitando sulla sua immagine”.
Parole all’ombra delle quali ognuno si sente libero di dire la sua.
Ecco che Aveta, quello del braccio alzato e delle gite a Predappio, in un’intervista a Concita Sannino su Repubblica, dice: “Dopo 24 anni di militanza nella Destra ora il faro è Renzi”.
Ecco che Enricomaria Natale, a proposito delle parole di Renzi sulle candidature impresentabili, dice al Fatto: “Il premier non parla di me”.
Su Natale Saviano aveva detto, nella sua intervista all’HuffPost: “È certamente quello di Natale il nome più eclatante perchè la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità con la famiglia Schiavone”.
E poi c’è la fabbrica dei riciclati di Michele Emiliano. Con Eupreprio Curto che a Repubblica di Bari spiega come mai provenendo dal Movimento sociale, ora sta con Emiliano.
Certo, un conto sono i riciclati altro le zone grigie di contiguità con la criminalità .
Ma le parole di Renzi sono insufficienti per molti.
Prosegue Mattiello, che nel cuore ha ancora Libera di Don Ciotti: “Il Pd deve mettere dei filtri. Non basta constatare che è stato imbarcato di tutto, come dice Renzi. La semplice constatazione viene letta dalle associazioni mafiose come tolleranza, il messaggio arriva agli ambienti mafiosi come connivenza”.
Brucia la questione degli impresentabili. Anche tra quelli che non si possono considerare oppositori di Renzi.
Walter Verini, già braccio destro (e sinistro) di Veltroni dice: “Ha ragione Renzi quando dice che certe candidati sono invotabili. Ma oltre a questo è che noi dobbiamo che certa gente e certi ambienti guardino al Pd. Deve essere chiaro che non hanno a che vedere con un partito che si batte per la legalità . E in questo senso Roberto Saviano va ascoltato”.
E qui Verini probabilmente ha in mente il grido che Walter Veltroni lanciò nel 2008 da tutte le piazze del Sud, dopo aver varato l’operazione “liste pulite” pretendendo che il suo partito non candidasse gli indagati: “Non vogliamo i voti dei mafiosi — diceva Veltroni – perchè vogliamo distruggere la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta. Non votateci, perchè sappiate che il Pd vuole distruggervi”.
Parole che Renzi non ha mai pronunciato, alimentando così l’imbarazzo di molti.
Ermete Realacci non ci gira attorno: “Io, per la cultura politica che ho, sono imbarazzato dal profilo delle liste. E sono imbarazzato perchè a questo punto il problema è irrisolvibile. Dobbiamo sperare che i cittadini nell’urna siano saggi e scelgano il male minore, e che le presenze inopportune non siano condizionanti nei futuri consigli regionali. Credo che questa situazione sia stata prodotta da disattenzione e sciatteria: pur di vincere si è preso di tutto. Ora però, dopo le elezioni occorrerà fare una riflessione e prevenire che possa ripetersi in futuro”.
All’Antimafia le parole di Saviano, ma non solo, hanno già fatto scattare l’allarme.
La presidente Rosy Bindi ha avviato una ricognizione delle liste per una verifica.
In Antimafia, tra i parlamentari più impegnati, c’è Laura Garavini: “Su questioni di questo tipo — dice — io credo che non possiamo mettere in dubbio ciò che dicono persone che stanno in loco, di specchiata moralità e indubbia competenza come la Capacchione. E se sul Pd non ho preoccupazioni, per quel che riguarda le liste collegate, faccio l’appello: non votate le persone dove c’è timore, preoccupazione, fondato sospetto. E credo che sarebbe opportuno che De Luca, e con lui ogni candidato, dicesse chiaramente: non voglio i voti delle mafie”.
Ecco, l’ammissione di Renzi che gli impresentabili ci sono e che non li voterebbe non ha avuto l’effetto di rasserenare il Pd. Anzi. Proprio Rosaria Capacchione, invita a passare dalle parole ai segnali concreti: “Bene che Renzi l’abbia detto. Ma ora deve essere conseguente. Perchè così vinci le elezioni, ma vince un’altra cosa. Incontro quotidianamente ragazzi, che non c’erano ai tempi di Berlinguer e che hanno creduto nel messaggio di rinnovamento e di rottamazione di Renzi, e ora sono spaesati. Dicono: stavamo con Renzi per toglierci di torno questa gente che ha rovinato il nostro paese ora ce la ritroviamo tra di noi. Dicono a Renzi: se non cambi nemmeno tu, perdiamo la speranza. Servono segnali concreti, per questo rivolgo anche a De Luca un appello: ci dica subito quale sarà la sua giunta. Oggi, non dopo il voto”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA FARSA: UN CONDANNATO CHE CHIEDE DI NON VOTARE GLI INDAGATI
Che spettacolo, signori. Da pagare il biglietto, all’occorrenza.
Il candidato governatore della Campania, Vincenzo De Luca, assicura che nella lista del Pd e in quelle che lo appoggiano “non c’è nessun condannato tranne me”: garantisce lui.
Però ammette che “alcune candidature ce le saremmo potute risparmiare” e invita gli elettori a non votare gli eventuali impresentabili, nessuno dei quali è condannato: purchè tutti votino per lui, che è condannato.
Chissà che faccia avranno fatto i non condannati nel sentirsi dare degli impresentabili da un condannato.
Ma non è finita, perchè il vicesegretario nazionale del Pd Lorenzo Guerini si e ci illumina di immenso: “Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito alla qualità delle liste, con un’applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico”.
Talmente rigorose da lasciar passare tutto intero De Luca, due volte decaduto da sindaco di Salerno, per la sua incompatibilità col ruolo di viceministro del governo Letta e per la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio.
E chi le ha scritte queste regole ancor più rigorose del codice etico: Pasquale Barra ‘o Animale? Genny ‘a Carogna?
Purtroppo — aggiunge Guerini — “nonostante questo impegno molto forte messo in campo, alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale”.
Quindi sia De Luca sia Guerini si appellano agli elettori affinchè non votino le liste d’appoggio senza condannati, ma solo quella del Pd con il condannato.
Perchè — spiega ancora Guerini — il condannato De Luca ha una “figura nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache”.
Infatti non presenta alcuna ambiguità od opacità : è condannato e basta, punto.
Viva la chiarezza. Dopo giorni di silenzio, si fa vivo persino Renzi su Repubblica Tv: premesso che “le liste del Pd sono pulite” (quelle che sostengono il condannato De Luca in Campania, l’indagata Paita in Liguria, l’indagato Rossi in Toscana, l’indagato Spagnolli a Bolzano, l’indagato Crisafulli a Enna e così via), è vero che “su alcune liste collegate si può discutere: ci sono candidati che non voterei neanche se costretto”.
Quelli non condannati e non indagati. Invece il condannato, cioè De Luca, è “un buon amministratore, come ha dimostrato per la città di Salerno”.
Infatti è stato condannato in tribunale a un anno di carcere per aver inventato l’inutile ruolo di “project manager” dell’inceneritore di Salerno per regalare un po’ di soldi pubblici all’amico e capostaff Alberto Di Lorenzo, coprendo poi l’abuso di potere con “false giustificazioni postume” e con “il successivo occultamento sul sito web, della presenza di persone astrattamente più qualificate”.
Insomma è provato che “la nomina, lungi dall’essere finalizzata a perseguire esclusivamente una finalità pubblica, aveva l’unico scopo di svincolare Di Lorenzo dal gruppo di lavoro e attribuirgli un’inventata posizione apicale, con conseguente riconoscimento di una più sostanziosa retribuzione”.
A questo punto qualcuno — eventualmente, ma non è il caso di Repubblica Tv — potrebbe domandargli: scusa, Matteo, ma chi ha deciso di candidare nel Pd tanti indagati e un condannato?
Chi ha autorizzato De Luca a correre alle primarie per una carica — la presidenza della Regione Campania — che non potrà ricoprire per via della legge Severino?
E chi ha autorizzato il Pd campano a collegarsi a liste con candidati che tu non voteresti neppure se costretto?
A noi risulta che il via libera l’abbia dato il fido sottosegretario Luca Lotti: qualcuno gliene ha chiesto conto e l’ha sanzionato per la — per così dire — avventatezza?
La risposta è un doppio no.
Altra domanda: ora che avete scoperto — a vostra scajoliana insaputa, ci mancherebbe — fascisti, consentiniani, berlusconiani, amici dei camorristi e nemici dei vostri stessi sindaci
anticamorra nelle liste collegate a De Luca, perchè non togliete loro l’apparentamento, anzichè chiedere agli elettori di ripulirvi la coscienza?
Scrive Massimo Gramellini su La Stampa: “È come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi ti autorizzo a cacciarli di casa”.
La verità vera è che hanno fatto accordi con i peggiori lestofanti, ben sapendo che portano con sè i voti di scambio di gente ancora peggiore di loro: gente che non si lascerà certo impressionare dall’invito a non votarli.
L’alleanza con quelle liste non è avvenuta nonostante gli impresentabili, ma in virtù degli impresentabili.
Senza i quali quelle liste non avrebbero alcuna utilità .
Gli impresentabili non sono un incidente di percorso, ma la scelta cinica e consapevole di un partito che ha perso per strada tutti i principi e persino la virtù (sì, la virtù) dell’ipocrisia, avendo ormai un solo imperativo categorico: vincere a qualsiasi costo e non buttare via niente.
Dire “non votateli” facendo l’occhiolino e incrociando le dita dietro la schiena è una penosa presa in giro.
Che fa giustamente infuriare gli alleati prima usati e poi scaricati (per finta).
Tipo l’ex forzista irpino Arturo Iannaccone (Campania in Rete), che dice al nostro Vincenzo Iurillo: “Noi non siamo saliti sul carro del vincitore: abbiamo spinto De Luca fin dalle primarie”. Altro che alleati last minute, impresentabili ma incontrollabili per mancanza di tempo. Tutti sapevano tutto, tutto è stato fatto apposta.
Almeno, però, nessuno potrà accusare Renzi di non mantenere le promesse.
L’altroieri aveva annunciato“la banda larga”.
Almeno in Campania, l’ha già fatta.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
E’ ORMAI UNA CORSA DA PARTE DEL PD A INVITARE A NON VOTARE CANDIDATI PD
“Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito a qualità delle liste, con un’applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico”.
Ma “nonostante questo impegno molto forte messo in campo alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale”.
A dirlo è il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini che in un’intervista al Mattino torna così sul nodo dei candidati ‘impresentabili’.
Guerini riflette poi sulle liste civiche: “Mi interrogherei su come nascono e prosperano queste esperienze. Sono nate per coinvolgere la società politica nell’impegno politico ma oggi, in alcuni casi, corrono il rischio di diventare altro. O tornano allo spirito iniziale o queste formazioni possono dare la sensazione di esser solo contenitori di pacchetti di voti”.
Torna poi sulla candidatura di De Luca e sulla possibilità di una sua sospensione per la legge Severino: “La sua figura è nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache”.
Riflette anche sull’accordo tra De Luca e De Mita: “L’Udc condivide l’esperienza nazionale e abbiamo fatto accordi anche in altre realtà regionali. In Campania è un accordo maturato in extremis e quindi sconta un pò il pieno coinvolgimento degli organismi dirigenti. Ma non è sicuramente un accordo innaturale”.
In pratica i vertici locali e nazionali del Pd hanno prima avallato queste candidature “discutibili” e ora, di fronte alle critiche della propria base, non trovano di meglio che invitare gli elettori a non votare i propri candidati.
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