Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
LE TAPPE PER L’ELEZIONE DEL NUOVO PRESIDENTE
Giorgio Napolitano si è dimesso. E ora cosa succede? 
Secondo l’articolo 86 della Costituzione il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, ” salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione”.
Laura Boldrini convocherà il Parlamento in seduta comune a Montecitorio il 29 gennaio alle ore 15, come ha detto il presidente del gruppo M5S a Montecitorio Alessio Villarosa.
Da allora inizieranno le votazioni.
Quindici giorni, quindi, per completare la platea per grandi elettori per eleggere il successore di Giorgio Napolitano e per trovare quella convergenza politica e partitica il più ampia possibile, come più volte auspicato dallo stesso capo dello Stato.
Con le dimissioni, formalizzate oggi dal capo dello Stato ai due presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, si apre ufficialmente la corsa al Colle.
Una procedura studiata dal presidente dimissionario nei minimi particolari e costituzionalmente consentita, come ha precisato lo stesso Napolitano nel corso del suo discorso di fine anno.
Lo stesso capo dello Stato infatti anticipò le sue dimissioni anche nel 2013, una sorta di cortesia istituzionale per accelerare l’elezione del successore al Quirinale.
A partire da oggi quindi si dovrà procedere all’individuazione dei delegati regionali per raggiungere il numero di 1008 grandi elettori, che molto probabilmente già a partire dal 29 gennaio si riuniranno in seduta comune del Parlamento per eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. In questi quindici giorni sarà il presidente del Senato, Pietro Grasso, che oggi lascerà l’assemblea nelle mani di Valeria Fedeli (vicaria per il maggior numero di voti ottenuti il giorno del la sua elezione a vicepresidente di palazzo Madama) a fare da supplente in mancanza del presidente della Repubblica, trasferendosi nell’ufficio al secondo piano di palazzo Giustiniani.
In totale, i cosiddetti “grandi elettori” del presidente della Repubblica sono 1009: 630 deputati, 321 senatori e 58 designati dai consigli regionali.
I Grandi elettori così ripartiti in Parlamento: Partito democratico 415, Movimento 5 Stelle 137, Forza Italia 130, Nuovo centrodestra-Unione di centro 70, Misto 52, Lega Nord e autonomie 35, Scelta Civica per l’Italia 32, Sinistra ecologia libertà 26, Per le autonomie 16, Autonomie e libertà 15, Per l’Italia 13, Fratelli d’Italia 9.
A cui si aggiungono i 58 dei designati dai Consigli regionali e il voto del neo senatore a vita Giorgio Napolitano.
Per un totale, appunto, di 1009 voti.
Al quarto piano invece è stato allestita la stanza che utilizzerà Napolitano come presidente emerito, la stessa che fu di Oscar Luigi Scalfaro, a pochi metri da quella di Carlo Azeglio Ciampi.
Per le prime tre votazioni del Parlamento in seduta comune è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi dell’Assemblea (pari a 672 voti) mentre dal quarto si scende a 505, ovvero la maggioranza assoluta.
L’articolo 84 della Costituzione stabilisce che può essere eletto presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.
L’ufficio di presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L’assegno e la dotazione del presidente sono determinati per legge.
Eletto il nuovo presidente della Repubblica, Napolitano salirà nuovamente al Quirinale per l’ultima volta e per il passaggio di consegne con il suo successore, che avrà già giurato davanti alla nazione.
Il nuovo capo dello Stato quindi riceverà le dimissioni del presidente del Consiglio che, secondo quanto recita la Costituzione, deve essere nominato dal presidente della Repubblica.
Anche qui si tratta di ‘dimissioni di cortesia’, regolarmente respinte dal capo dello Stato.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
GRASSO SUPPLENTE CON PIENI POTERI… IL 29 GENNAIO INIZIANO LE VOTAZIONI
Giorgio Napolitano si è dimesso. Come annunciato nell’ultimo discorso di fine anno e negli ultimi
appuntamenti istituzionali, il presidente ha deciso di attendere la conclusione del semestre europeo di presidenza italiana per lasciare il Quirinale. L’addio è stato formalizzato in una lettera al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e ai due presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Quest’ultimo assumerà la supplenza con pieni poteri fino alla nomina del nuovo capo dello Stato.
IL COMUNICATO DEL QUIRINALE
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato questa mattina, alle ore 10.35, l’atto di dimissioni dalla carica. Il segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, sta provvedendo a darne ufficiale comunicazione ai presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati e al presidente del Consiglio dei Ministri
Si apre quindi ufficialmente la corsa al Colle.
Laura Boldrini dovrà convocare la capigruppo durante la quale darà comunicazione delle dimissioni di Napolitano e, sentito il presidente del Senato, comunicherà la data di convocazione del Parlamento in seduta comune.
In seguito Boldrini andrà in Aula alla Camera per comunicare le dimissioni di Napolitano.
La data prevista per l’inizio delle votazioni è il 29 gennaio.
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
DA EMERITO INTERVERRA’, VOTERA’ PER IL SUCCESSORE E SARA’ PRESENTE IN AULA
Dal suo appartamento, al primo piano del monastero Mater Ecclesiae, dietro la basilica di San Pietro, il papa emerito Benedetto XVI guarda le meraviglie del Vaticano.
E ogni giorno, accompagnato da monsignor Georg Gà¤nswein, suo segretario e prefetto della Casa Pontificia, fa una passeggiata tra gli alberi e le fontane dell’orto, prima di dedicarsi alla meditazione e alla lettura.
Dai suoi studi di palazzo Giustiniani Giorgio Napolitano osserverà e seguirà i lavori del Senato.
E poi dal suo scranno di senatore a vita, a palazzo Madama, potrà intervenire, se lo riterrà opportuno, sui temi delle riforme e, soprattutto, voterà , e non solo per il successore. Meditazione ma anche voto.
Nelle parole che Matteo Renzi affida ai cronisti, a margine del suo discorso di chiusura del semestre europeo a Bruxelles, c’è tutta la consapevolezza del peso che continuerà ad avere l’attuale capo dello Stato nel dibattito politico italiano e tutta l’influenza che continueranno ad avere le sue parole, anche quando ci sarà il nuovo presidente.
È la consapevolezza che i due Presidenti, il successore di Napolitano e Napolitano, non saranno come i due Papi, Bergoglio e Ratzinger.
Certo, anche Napolitano sgravato dalla fatica degli impegni di un compito gravoso e faticoso, troverà il tempo di recuperare quella normalità di vita limitata dal ruolo e dai protocolli.
Non è un caso, che proprio a questo recupero della libertà e della normalità sono dedicate le poche frasi che il presidente ha consegnato a un bambino che lo ha interrogato in piazza del Quirinale durante la manifestazione della Polizia di Stato Una vita da social: “Qui si sta bene, è tutto molto bello – ha aggiunto Napolitano – ma è un po’ una prigione. A casa starò bene e passeggerò”.
Ecco, in quella parola prigione c’è tutto il sollievo per il volgere a termine di un secondo mandato, nel corso del quale la fatica fisica e il “peso dell’età ” non hanno trovato corrispondenza nel raggiungimento di quegli obiettivi in nome dei quali il sacrificio era stato accettato.
Ma Napolitano non occuperà le giornate alla Ratzinger. Chi ha raccolto le confidenze del capo dello Stato assicura che avrà un ruolo molto attivo, tenendo fede a quel proposito annunciato nel discorso di fine anno.
Quando scandì: “Resterò vicino – assicura Napolitano – al cimento e agli sforzi dell’Italia e degli italiani”.
Il cimento e gli sforzi degli italiani incrociano la figura del nuovo dello capo dello Stato che prenderà il posto di colui che, nei nove anni che abbiamo alle spalle, ha rappresentato il fulcro della politica italiana.
E incrociano anche quel tema delle riforme, strettamente connesso alla definizione del nuovo inquilino del Colle. Stefano Ceccanti, costituzionalista molto stimato sia al Quirinale sia a palazzo Chigi, spiega: “Il ruolo di Napolitano rientra in quella che è la sua natura. Sia pur nella discontinuità delle funzioni ci sarà una continuità nel ruolo, in chiave di sollecitazione delle riforme”.
Una sollecitazione che va oltre le riforme. In parecchi, nel Palazzo, ragionano su come un eventuale “Avatar” del premier al Quirinale, scelto per non fare ombra a palazzo Chigi, non la farebbe nemmeno al suo ingombrante predecessore.
Anzi un nuovo presidente Avatar sarebbe inevitabilmente oscurato dal suo predecessore. Come la pensi Napolitano sull’identikit del nuovo capo dello Stato non è un mistero: una figura autorevole, competente, credibile dal punto di vista internazionale.
E in parecchi, in questi giorni, dentro il Pd si interrogano su quanta possa essere la capacità di suggestione, di influenza e di indirizzo di Napolitano senatore a vita, visto che – quando si apriranno le urne presidenziali — sarà lì a votare.
Già , con un dettaglio di un certo valore simbolico, scritto oggi da Fabrizio D’Esposito sul Fatto: “Napolitano sarà l’unico leader parlamentare durante gli scrutini per l’elezione del dodicesimo capo dello Stato. Sia Renzi sia Berlusconi non saranno presenti (uno perchè non è parlamentare, uno perchè decaduto, ndr). Così come non voteranno per il Quirinale Bebbe Grillo e Matteo Salvini”.
Il presidente emerito quel giorno sarà a palazzo Madama, probabilmente tra i banchi del gruppo misto — così trapela al momento — così come fece il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi.
Ciampi però non è mai stato parlamentare dal 1953 di un solo partito, come Napolitano. Per questo in parecchi, tra i parlamentari dem, immaginano l’ex presidente tra i loro banchi.
E già circola la battuta: “Così oltre a due Presidenti avremmo due Segretari…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE HA CONSIGLIATO UNA FIGURA “COMPETENTE E AUTOREVOLE”… MA RENZI NON VUOLE NESSUNO CHE GLI FACCIA OMBRA
C’è anche uno scatolone colmo di preoccupazione, nel trasloco di Giorgio Napolitano dal Quirinale alla sua stanza da senatore a vita palazzo Giustiniani, dove libri e documenti sono stati già messi in ordine con grande precisione.
La preoccupazione che il vuoto che si lascerà alle spalle non sarà riempito secondo quella logica politica che ha ispirato i suoi ultimi consigli e le sue ultime riflessioni pubbliche, come il messaggio agli italiani dell’ultimo dell’anno, nel quali in molti hanno letto il profilo del successore auspicato.
La logica di Napolitano porta a una figura con un rilevante grado di preparazione, competenza, credibilità internazionale. In una parola, di autorevolezza.
E chissà se il colloquio con Matteo Renzi, salito al Colle per un confronto sul discorso di bilancio del semestre europeo è stato l’occasione, l’ennesima, per ricordare al premier quanto questa logica politica possa essere preziosa in un momento particolarmente complicato, segnato da vecchi problemi legati alla crisi economica e da nuove paure dopo i fatti di Parigi.
Ed è particolarmente significativo l’esito di un sondaggio odierno che, al tempo stesso, mentre certifica un calo di fiducia del governo continua ad attestare che proprio l’attuale capo dello Stato continua ad essere in vetta alla classifica della fiducia degli italiani.
C’è in questo dato a giudizio di molti, nel Palazzo, una conferma di quella logica.
Il bisogno di autorevolezza al Quirinale che verrà , pari a quella del Quirinale che c’è. È come dire che anche il paese chiede un’attenzione ai “fondamentali”, si sarebbe detto nel vecchio Pci, più che a quei dettagli — estetici ed emotivi – attorno a cui si sta polarizzando il dibattito sul capo dello Stato che verrà .
È certo che, dopo il colloquio, lo scatolone della preoccupazione non è apparso più leggero.
E il suo “peso” si spiega con le informazioni che trapelano da palazzo Chigi, dove raccontano che Renzi è rimasto particolarmente colpito, quasi toccato, dalla manifestazione di Parigi.
Certamente dall’orgoglio democratico dei francesi, e certamente dalla solidarietà delle classi dirigenti europee.
Ma, in certa misura, è come se avesse acquistato maggiore consapevolezza del suo ruolo. Nel senso che il premier si sente — almeno così raccontano i suoi — politicamente “maturo” — si potrebbe dire anche credibile e autorevole — anche sullo scenario internazionale.
Dunque non bisognoso di una figura al Quirinale che, sui dossier economici e internazionali, possa rappresentare un interlocutore affidabile per cancellerie e mondi che contano, come accadde con Napolitano nel terribile autunno del 2011.
È questo un punto cruciale della riflessione che Renzi ha condiviso con i suoi collaboratori, e che evidentemente segna la distanza con gli auspici dell’attuale inquilino del Colle.
Il mandato di Napolitano, comunque lo si giudichi e il premier ne dà un giudizio positivo, fa “precedente”.
È cioè difficile che chi verrà dopo resetti il ruolo riportandolo a una funzione prettamente notarile e di garanzia.
Ecco perchè una figura forte, dopo poco tempo, potrebbe diventare un nuovo “re”.
E c’entra fino a un certo punto la preoccupazione di Renzi per uno che, per dirla con i maligni, “possa fargli ombra”.
Nella ricerca del profilo c’è un ragionamento tutto politico e molto poco mediatico e che consiste nel riportare il baricentro decisionale della politica dal Quirinale a palazzo Chigi.
Anche lo spin filtrato da palazzo Chigi ai giornali che, se non si elegge un capo dello Stato entro il Quarto scrutinio a quel punto si va a votare, è stato da molti interpretato non solo come una minaccia per tenere compatte le truppe del Pd con la paura, ma anche come un segnale proprio in vista del Colle.
Detto in modo grezzo suona così: i governi si fanno a palazzo Chigi e il Quirinale ratifica.
Ecco, e nomina sunt consequentia rerum: il nuovo capo dello Stato è figlio dei questa “logica”, non di quella dell’attuale inquilino del Colle.
Ed è per questo che è cruciale arrivare all’appuntamento delle elezioni presidenziali con la legge elettorale incassata.
Il premier, proprio per favorire l’approvazione, avrebbe preferito che Napolitano non si dimettesse nel pieno della discussione al Senato. Fonti autorevoli del Pd che hanno un’interlocuzione costante col Colle raccontano che proprio nel colloquio odierno c’è stato l’ultimo, discreto tentativo di chiedere al capo dello Stato una settimana al massimo, per favorire l’approvazione al Senato della legge elettorale secondo quei tempi che ha illustrato, nel suo colloquio al Colle, il ministro Boschi.
Tentativo che palazzo Chigi smentisce e che avrebbe avuto lo stesso esito dei tentativi precedenti.
Perchè, sono queste le parole che più volte ha usato Napolitano nelle ultime settimane, “per il capo dello Stato le dimissioni sono un atto personale che non ha nesso con null’altro”.
La data resta quella di mercoledì 14 gennaio.
E sono stati riempiti gli scatoloni, con libri, documenti e anche preoccupazioni.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL VANTAGGIO DI UN PRESIDENTE TECNICO
Un tecnico al Quirinale: è la soluzione più accreditata.
Presenta il grande vantaggio di eleggere alla guida della Repubblica un uomo sicuramente al di sopra delle parti.
Lo svantaggio, evidente, è che nel discorso di Capodanno un presidente tecnico rischia di dilungarsi su dettagli di scarso interesse popolare, tipo l’andamento della Borsa di Giakarta, la partita doppia, le onde hertziane, la temperatura di fusione delle leghe metalliche, con svolgimento molto autorevole ma di poca presa emotiva sui cittadini.
Ma vediamo i nomi più accreditati.
PIER CARLO PADOAN
Ha dedicato la sua vita al corretto posizionamento dell’accento nel suo cognome, con risultati incoraggianti ma ancora non definitivi.
Attuale ministro dell’Economia, è molto rispettato per la determinazione e la chiarezza con le quali spiega che non c’è più niente da fare.
È docente in una decina di Università sparse in tutto il mondo, da Sydney a Buenos Aires a Tokyo, ricopre incarichi di prestigio in decine di istituzioni economiche internazionali, presiede diversi Consigli di amministrazione.
La sua giornata comincia estraendo a sorte la sede lavorativa da raggiungere e finisce in aeroporto con una telefonata di scuse perchè ha perso la coincidenza.
Accetterebbe il Quirinale a patto di dotarlo di una sala d’attesa Vip e di un tabellone luminoso con i voli in partenza.
LORENZO BINI SMAGHI
La sua carriera, tranne pochi dettagli, è quasi identica a quella di Padoan.
I due si incontrano spesso in aeroporto e cercano di capire, unendo gli sforzi, quale volo prendere per atterrare in tempo in almeno una delle decine di capitali mondiali nelle quali sono attesi.
Spesso si dividono fraternamente i compiti: per esempio Bini Smaghi va a Chicago a tenere il corso di Padoan che appassiona migliaia di studenti (“Opportunità e rischi della cartolarizzazione”), mentre Padoan va a Praga a presiedere la sessione di esami di diritto monetario di Bini Smaghi.
GIULIO GIULI GIANNI
Giuli Gianni non è un economista e deve la sua fama accademica ai suoi studi sui gas nobili, grazie ai quali ha vinto diversi premi internazionali.
Secondo una teoria che ottiene sempre maggior credito, anche gli economisti non sarebbero abbastanza neutrali rispetto alla contesa politica; e dunque, perchè non puntare su uno scienziato puro, che ha trascorso la vita intera nei laboratori del Gas Institute di Philadelphia verificando gli effetti del transito dei gas attraverso le microfibre?
Giuli Gianni ha lo svantaggio di essere del tutto sconosciuto, tranne che nell’ambiente dello studio dei gas nobili. Ma chi l’ha incontrato assicura che è di bella presenza, molto cortese, e sarebbe disposto a rinunciare ai suoi studi pur di poter finalmente spiegare agli italiani, nel discorso di Capodanno, l’importanza dei gas nobili nelle nostre vite.
AMELIA FASOLAZZI
È meno nota di Fabiola Gianotti, ma lavora anche lei al Cern di Ginevra in un esperimento minore. In un modesto scantinato è addetta allo studio del neutrino di Smith, che a differenza del bosone di Higgs ha un ruolo del tutto trascurabile e soprattutto è già stato scoperto ottant’anni fa dagli studenti di un istituto tecnico di Brindisi.
Perchè dunque preferire lei alla Gianotti? Perchè lei, a differenza della Gianotti, accetterebbe con entusiasmo di lasciare il suo scantinato e il suo piccolo acceleratore di particelle, ricavato da un vecchio trenino elettrico, sul quale ha speso inutilmente una vita intera.
CARMINE CASTRIOTO
È un elettricista e ha più di cinquant’anni, dunque dispone dei requisiti richiesti dalla campagna “un tecnico al Quirinale”.
Non ha alcuna competenza politica, non ha mai messo la cravatta in tutta la vita, parla un italiano molto approssimativo, ma si è autocandidato sostenendo che l’impianto del Quirinale è obsoleto.
Se ne è accorto seguendo casualmente il discorso di Capodanno di Napolitano e notando frequenti cali di tensione nelle luci.
Michele Serra
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
“NON POSSO SOTTOVALUTARE ETA’ E AFFATICAMENTO”
Un discorso “speciale e un po’ eccezionale”. Tra i cui destinatari c’è anche “chi presto sarà al mio posto”.
E’ l’introduzione del discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il nono da quando fu eletto nel 2006, l’ultimo prima delle sue annunciate dimissioni che dovrebbero essere formalizzate a metà gennaio, in concomitanza con la fine del semestre della guida italiana dell’Unione Europea.
“Questa sera — ha detto il capo dello Stato — ci sarà un discorso un po’ diverso dal passato”. Il presidente ha ufficializzato l’addio senza giri di parole: “Sto per lasciare le mie funzioni rassegnando le dimissioni”.
Dimissioni che sono quindi “una scelta personale” e che riguardano una procedura, ha aggiunto Napolitano, “che la Costituzione prevede espressamente. E desidero dirvi subito che a ciò mi spinge l’avere negli ultimi tempi toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sè crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali, complessi e altamente impegnativi, nonchè del ruolo di rappresentanza internazionale, affidati dai Padri Costituenti al capo dello Stato”.
Il presidente della Repubblica parla anche a chi gli chiede ancora oggi di aspettare.
“A quanti auspicano — anche per fiducia e affetto nei miei confronti — che continui nel mio impegno, come largamente richiestomi nell’aprile 2013, dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze. Ritengo di non poter oltre ricoprire la carica cui fui chiamato, per la prima volta nel maggio del 2006, dal Parlamento in seduta comune. Secondo l’opinione largamente prevalente tra gli studiosi, si tratta di una valutazione e di una decisione per loro natura personali, costituzionalmente rimesse al solo presidente, e tali da non condizionare in alcun modo governo e Parlamento nelle scelte che hanno dinanzi nè subendone alcun condizionamento”.
Napolitano auspica che “Parlamento e forze politiche si preparino serenamente alla prova dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Sarà quella una prova di maturità e responsabilità nell’interesse del paese, anche in quanto è destinata a chiudere la parentesi di un’eccezionalità costituzionale“.
“L’aver tenuto in piedi la legislatura apertasi con le elezioni di quasi due anni fa, è stato di per sè un risultato importante: si sono superati momenti di acuta tensione, imprevisti, alti e bassi nelle vicende di maggioranza e di governo; si è in sostanza evitato di confermare quell’immagine di un’Italia instabile che tanto ci penalizza e si è messo in moto, nonostante la rottura del febbraio scorso, l’annunciato, indispensabile processo di cambiamento. Un anno fa, nel messaggio del 31 dicembre, avevo detto: ‘Spero di poter vedere nel 2014 almeno iniziata un’incisiva riforma delle istituzioni repubblicane’.
Ebbene, è innegabile che quell’auspicio si sia realizzato”
Un passaggio del messaggio agli italiani è stato dedicato anche alla lotta alla corruzione contro la quale il Paese deve combattere unito. E’ una delle “patologie” del Paese.
“A cominciare da quella della criminalità organizzata e dell’economia criminale; e da quella di una corruzione capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto: gli inquirenti romani stanno appunto svelando una rete di rapporti tra ‘mondo di sotto’ e “mondo di sopra”.
Sì, dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società . E bisogna farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna. Solo riacquisendo intangibili valori morali la politica potrà riguadagnare e vedere riconosciuta la sua funzione decisiva.
Napolitano ha, subito dopo, per contrasto elencato gli esempi nobili di italiani che danno lustro al Paese (e su questo la voce del presidente si è rotta).
In contrasto con “gli italiani indegni” ci sono dunque “figure esemplari”.
Come Fabiola Gianotti, diventata direttore generale del Cern, l’astronauta Samantha Cristoforetti, Serena Petriucciuolo, ufficiale della guardia costiera che sulla nave Etna, la notte di Natale, ha aiutato una profuga nigeriana a partorire.
E ancora Fabrizio (citato solo per nome verosimilmente per motivi di privacy), il medico di Emergency che si è ammalato di ebola durante il suo servizio in Sierra Leone. E infine un accenno ai soccorritori italiani che hanno portato in salvo centinaia di passeggeri del traghetto Norman Atlantic, nel mare Adriatico, tra la Puglia e l’Albania.
Lungo il passaggio sulla funzione dell’Unione Europea e degli sforzi, anche del presidente del Consiglio Matteo Renzi, di migliorare “da dentro” le politiche comunitarie. Con un messaggio indiretto a forze politiche euroscettiche, come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord. “Sono pericolosi gli appelli al ritorno a monete nazionali” ha detto Napolitano.
Napolitano ha chiamato dunque a raccolta tutta quella che ha chiamato “comunità nazionale”. “Mettiamocela dunque tutta, con passione, combattività e spirito di sacrificio — ha affermato il capo dello Stato — Ciascuno faccia la sua parte al meglio. Io stesso ci proverò, nei limiti delle mie forze e dei miei nuovi doveri, una volta concluso il mio servizio alla presidenza della Repubblica, dopo essermi impegnato per contribuire al massimo di continuità e operosità costituzionale durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea. Resterò vicino al cimento e agli sforzi dell’Italia e degli italiani, con infinita gratitudine per quel che ho ricevuto in questi quasi nove anni non soltanto di riconoscimenti legati al mio ruolo, non soltanto di straordinarie occasioni di allargamento delle mie esperienze, anche internazionali, ma per quel che ho ricevuto soprattutto di espressioni di generosa fiducia e costante sostegno, di personale affetto, direi, da parte di tantissimi italiani che ho incontrato o comunque sentito vicini. Non lo dimenticherò”.
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
SARA’ IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA DEI GRANDI ELETTORI DEM CHE SI CAPIRA’ SE ESISTE UN NOME IN GRADO DI REGGERE IL VOTO SEGRETO
Inutile girarci intorno. 
Se il capo dello Stato deve uscire da una rosa approvata dall’assemblea dei Grandi elettori del Pd è dentro quel partito, o intorno a esso, che vanno accesi i riflettori.
Per evitare agguati o crisi di rigetto, Renzi infatti sa bene che un nome dem ha più probabilità di passare attraverso l’ordalia del voto segreto.
In questi giorni, prima della chiusura delle Camere, nei capannelli dei parlamentari Pd la discussione si è già accesa. Non su vaghi identikit, come impone la liturgia mediatica. Ma su nomi e cognomi.
E benchè nel partito abbia molti, moltissimi avversari, in fondo il primo personaggio a dominare le conversazioni, per status internazionale, per il prestigio interno di cui ancora gode, è sempre Romano Prodi.
Se una rosa deve essere offerta a Grillo e Berlusconi uno dei petali non può che essere lui, due volte premier e poi presidente della Commissione europea.
Personalità troppo ingombrante per Renzi?
Michele Anzaldi, renziano della prima ora, non lo crede affatto: «Nel 2013 Renzi ci disse di votare Prodi, è una leggenda che tra i 101 traditori ci fossimo noi».
Certo, c’è il problema di Berlusconi. Ma la “teoria Minzolini”, quella che vede in Prodi l’unico presidente che potrebbe opporsi davvero se il premier volesse andare al voto anticipato, sta facendo proseliti in Forza Italia.
«Non c’è un veto pregiudiziale su nessuno», si ripete dal cerchio magico di Arcore, nonostante Giovanni Toti di recente abbia sconsigliato la candidatura “troppo divisiva” del Professore.
Sta di fatto che i prodiani doc sono sempre più orbitanti intorno al capo del governo.
Dal sottosegretario Sandro Gozi, ormai fisso in televisione a difendere il governo, fino ad Arturo Parisi, che ha interpretato l’idea renziana di “partito della nazione” come realizzazione del sogno maggioritario dell’Ulivo.
Per non parlare del sottosegretario Graziano Delrio, non a caso presente quando Prodi varcò tre settimane fa il portone di Palazzo Chigi per un colloquio inevitabilmente interpretato anche come atto d’ingresso tra i “papabili”
Ma a dominare le chiacchiere da Transatlantico, lasciando da parte i nomi più o meno esotici, ci sono anche esponenti della vecchia guardia.
Come Walter Veltroni, di nuovo in auge dopo un offuscamento dovuto allo schizzo di fango di Mafia Capitale, che ha visto coinvolto un suo ex collaboratore (Luca Odevaine). Veltroni risulta del tutto estraneo alla vicenda e le sue quotazioni sono di nuovo in crescita.
Se non altro perchè è stato il pioniere della vocazione maggioritaria e fondatore del partito. Oltretutto, a differenza di Prodi, Veltroni può vantare una benevola neutralità da parte di Berlusconi.
Tanto che in Parlamento c’era in questi giorni chi ricordava non solo la campagna elettorale del 2008, all’insegna del fair play (addio al Caimano, l’ex Cavaliere era semplicemente «il leader dello schieramento a noi avverso»), ma anche quell’antico sdoganamento che l’allora capo della propaganda del Pci fece a Berlusconi nel 1986, invitandolo a un dibattito alla festa dell’Unità .
Certo, come Prodi anche Veltroni è ugualmente detestato da una parte ormai minoritaria del partito.
Potrebbero riaccendersi nei suoi confronti gli odi tribali che portarono al pugnalamento di Prodi? Secondo Walter Verini, ex braccio destro di Veltroni oggi deputato dem, lo spettro del 2013 ormai è dissolto: «Da quei giorni tutto è cambiato. Allora nei gruppi del Pd, figli delle parlamentarie, c’era grandissima inesperienza, c’era gente spaventata e pronta a cambiare idea al primo stormir di fronda sui social network. Oggi siamo tutti più maturi».
Seguendo la pista interna si incontrano però altri due nomi nella top list dei candidabili.
Il primo è stato segretario dei Ds e vanta ancora molte simpatie tra i bersaniani, dopotutto ha fatto la gavetta nella “Ditta”: Piero Fassino, sindaco di Torino, presidente Anci e, soprattutto, una lunga preparazione in campo internazionale.
Su di lui potrebbero convergere sia i renziani che Areadem.
Poi c’è Dario Franceschini, che nei gruppi conta meno sostenitori ma resta una figura di riferimento. Soprattutto, pur essendo stato segretario del Pd, nelle sue vene scorre l’antico sangue democristiano. Il vento potrebbe volgersi a suo favore se per il Quirinale tornasse a valere il principio dell’alternanza laico-cattolico.
Se questi sono gli umori che si raccolgono nei gruppi dem, le voci del mondo renziano puntano anche su un’altra figura, del tutto estranea alla politica: Raffaele Cantone. Invocato da Renzi come santino ovunque si sia verificato uno scandalo, dall’Expo al Mose a Roma Capitale, sarebbe difficile per chiunque opporsi alla sua candidatura. Marco Follini, nel 2006 tra i king maker di Napolitano, oggi punterebbe su di lui: «Sarebbe un segnale fortissimo che l’Italia dà all’estero».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
TRA LA GRAVITAS DEL PRESENTE E LA FIDUCIA NEL FUTURO
Dal discorso alle alte cariche dello Stato, per gli auguri natalizi, è venuta fuori una data: il 13
gennaio, giorno in cui Matteo Renzi chiuderà la presidenza italiana dell’Ue davanti all’Europarlamento.
Dal secondo discorso, quello al corpo diplomatico, è venuto fuori l’aggettivo: “imminenti”, riferito alle dimissioni dal secondo mandato al Colle.
Stasera Giorgio Napolitano compirà il terzo atto del suo particolare addio al Quirinale, fatto a tappe più o meno annunciate.
Ore 20.30, in diretta tv, a reti unificate sulla Rai.
Il momento del congedo dal Colle, dopo nove anni di permanenza sullo scranno più alto delle istituzioni, sarà consumato così. Nessuna platea di rappresentanti istituzionali, nessun ambasciatore.
Solo, davanti ad una telecamera nel suo studio al Quirinale. Ammessi solo i più stretti consiglieri, quelli con i quali oggi Napolitano si è consultato sul suo ultimo discorso per gli italiani. Il messaggio è tutto per loro, per il paese che lo guarderà dall’altra parte dello schermo.
Nessuna data precisa sull’addio. Così trapela dal Quirinale.
Nella sua mezz’ora di intervento in diretta tv, Napolitano darà per scontate le sue dimissioni a breve. Cadranno all’incirca nella settimana che seguirà il discorso di Renzi a Strasburgo, a metà gennaio dunque.
Ma il capo dello Stato intende sviluppare il tema del suo congedo con un approccio del tutto nuovo, un metodo innovativo, dicono i suoi.
Una formula segreta di cui sono a conoscenza solo i più stretti collaboratori del presidente.
L’intento è lasciare il segno anche nell’ultima comunicazione diretta alla nazione. Anche perchè si annunciano polemiche e chissà se anche un po’ di concorrenza.
La sfida c’è tutta: in contemporanea al discorso del presidente, Beppe Grillo ha annunciato un suo “contro-discorso” sul blog del Movimento Cinque Stelle, mentre Matteo Salvini ha annunciato che Radio Padania trasmetterà il discorso che Sandro Pertini pronunciò dal Colle a fine anno 1983.
Napolitano punterà sulla fiducia nelle possibilità del paese di superare la crisi economica e sociale. Ma non c’è da aspettarsi un messaggio tutto di segno ottimistico, quella di domani non dovrebbe essere una riflessione tutta incentrata sulla certezza che ormai cambiamento e riforme sono avviati sui binari giusti.
Naturalmente, Napolitano non sconfesserà i primi due atti del suo congedo a tappe, non rinnegherà l’appoggio incondizionato che ha tributato al governo Renzi soprattutto nel discorso alle alte cariche dello Stato.
Ma quello di domani per l’ultimo dell’anno sarà un discorso “serio”, si sussurra al Colle, con luci e ombre, spie di ottimismo ma anche allerta sui segnali di sfiducia verso i partiti e verso le istituzioni tutte che arrivano dal paese.
La scenografia dovrebbe restare la stessa dell’anno scorso.
Sullo sfondo, il tricolore e la bandiera europea, una copia originale della Costituzione, l’arazzo di Lille che ha accompagnato quasi tutti i discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica (nel 2009 fu proprio Napolitano a fare un’eccezione scegliendo come sfondo la finestra che dà sui giardini del Quirinale). Tutto uguale, tutto cambiato. Tutto pronto per l’ultimo atto.
Gli ultimi ritocchi, le consuete prove davanti alla telecamera, le ultimissime revisioni del discorso. Per Napolitano il futuro è fatto di un ufficio da senatore a vita a Palazzo Giustiniani, per la precisione nello studio che fu di Scalfaro.
Per il Colle il futuro è fatto di incognite, almeno fino a fine mese quando in Parlamento inizierà la grande danza dell’elezione del successore con scenografia ancora tutta da inventare.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
NESSUN CANDIDATO IN VISTA PER SOSTITUIRE NAPOLITANO… INTANTO SI BRUCIANO NOMI SUI MEDIA
Il Caos allo stato puro. A partire da oggi manca un mese e un giorno al probabile primo
scrutinio per il futuro capo dello Stato e il totonomi dell’Era renziana e nazarena assomiglia a un gigantesco gioco dove si fa a gara per bruciare quanti più candidati possibili, sul modello della casa del Grande Fratello.
L’ultima nomination per andare al rogo riguarda l’ex dalemiano Pier Carlo Padoan, oggi ministro dell’Economia.
È dal 16 dicembre, da quando cioè Giorgio Napolitano lo elogiò nel discorso di auguri alle alte cariche, che il suo nome è cresciuto nel chiacchiericcio politico-parlamentare. Poi i titoli letali per vedere l’effetto che facevano, tipo “La carta di Renzi è Padoan”.
Ma la candidatura del ministro perlopiù tecnico dell’esecutivo di Matteo Renzi non ha smosso passioni ed entusiasmi in direzione di un metodo Ciampi (o Cossiga) sin dal primo scrutinio.
Risultato: un altro candidato bruciato.
In tutto sono almeno trenta le personalità indicate sinora per la successione a Giorgio il Breve, riconfermato al Colle nell’aprile del 2013.
Tra questi, archiviati come Padoan ci sono: Walter Veltroni, Paola Severino, Riccardo Muti, Sabino Cassese, Gianni Letta, Renzo Piano, Anna Finocchiaro, Roberta Pinotti, Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini, Dario Franceschini.
Romano Prodi e Giuliano Amato meritano invece un paragrafo a parte.
Le dimissioni e il primo scrutinio del 29 gennaio
Le uniche certezze riguardano allora solo il percorso tracciato da Napolitano. Prossimo ai 90 anni, la sera del 31 dicembre, nel tradizionale discorso di fine anno dalla durata di venti minuti, dirà agli italiani che si dimetterà per l’età e per la salute.
E troverà una sintesi diversa da quella affidata recentemente nel dialetto natìo, il napoletano, al vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri: “Nun c’a faccio cchiù”. “Non ce la faccio più”.
A quel punto il 14 gennaio, il giorno successivo alla fine del semestre europeo a guida italiana, invierà le sue dimissioni a Pietro Grasso, Laura Boldrini e Renzi. Al primo, presidente del Senato, sarà affidata la delicata supplenza del vertice della Repubblica. Alla seconda, alla guida della Camera, spetterà la convocazione a Montecitorio dei grandi elettori (il numero è 1.009) entro le due settimane previste dalla Costituzione.
Si comincerà verosimilmente il 29 gennaio, di giovedì.
Lo sfogo di Re Giorgio a Natale: “Renzi non mi ascolta”
Il primo a essere drammaticamente consapevole del Caos che si impadronirà del Parlamento in seduta comune è proprio Napolitano.
Non a caso il pessimismo è il sentimento prevalente tra i suoi antichi amici. Tipo Emanuele Macaluso che in un’intervista ha detto esplicitamente che “sarà l’elezione più caotica di sempre”.
E tipo Ugo Sposetti , ex tesoriere ds e senatore, che al Foglio ha pronosticato con minaccioso sarcasmo almeno 202 franchi tiratori, il doppio dei 101 antiprodiani del 2013. Di qui la controffensiva renziana per spargere ottimismo e serenità , diffondendo numeri altisonanti e rassicuranti.
Ma la realtà non è così, se lo stesso capo dello Stato, in occasione degli ultimi incontri al Colle per le feste natalizie, ha avuto un lungo sfogo sulle maldestre e spregiudicate manovre del premier.
Ecco Napolitano, nella versione riferita dai suoi interlocutori: “A Renzi ho tentato di dare alcuni consigli ma lui non mi ha mai ascoltato. Adesso però non ce la faccio più fisicamente e devo andarmene. L’unica cosa che ho potuto fare è quella di blindarlo in nome della stabilità ma molto dipenderà da chi verrà qui dopo di me. Ci vuole una figura autorevole e autonoma, non un personaggio scelto in base ai sondaggi del momento oppure per assecondare senza se e senza ma il patto del Nazareno”.
I rischi di quest’ultimo punto, l’accordo tra B. e Renzi, sono evidenti a Napolitano.
Ed è per questo che volutamente, secondo quanto riportato dall’Huffington Post, il presidente della Repubblica ha ricordato in questi colloqui i momenti di “opposizione e contrasto” all’ex Cavaliere.
Il motivo è semplice: il futuro capo dello Stato, per Napolitano, deve essere autonomo da Renzi ma anche da Berlusconi, il quale al contrario va dicendo ai suoi che gli andrebbe bene persino Romano Prodi se questi gli garantisse una grazia piena, in grado di estinguere gli effetti della Severino (interdizione per 6 anni) e consentirgli così la sesta candidatura a premier quando sarà .
La solita solfa della pacificazione ad personam.
Esiste il Mister X del premier? I capitoli Amato e Prodi
Tra l’ennesimo ricatto di B. (che può garantire solo 100 grandi elettori, tolti i ribelli di Raffaele Fitto) e il modello democristiano che ha in testa Renzi (un presidente al servizio di Palazzo Chigi e non viceversa, stile Prima Repubblica), si inseriscono le perfidie tattiche del troncone centrista diviso in tre: alfaniani di Ncd, casiniani dell’Udc, ex montiani di Scelta Civica.
In questo quadro, è impensabile un metodo Ciampi. Anche perchè in giro non c’è nessuno che corrisponda al profilo unificante del misterioso Mister X, il famigerato asso che Renzi dice di avere nella manica della sua camicia bianca.
A meno di un mese i candidati veri sono pochissimi. Se tutti si adeguassero all’ultima, estrema moral suasion di Napolitano il nome è quello di Giuliano Amato, su cui oltre a Berlusconi potrebbero convergere alcuni volti della minoranza dem, da Bersani a Fassina. Ma i bersaniani, in prima battuta, useranno Romano Prodi come manganello antirenziano con l’obiettivo di dire sì a un ex ds (Piero Fassino?).
C’è quindi la carta Grasso: il presidente del Senato è attento a non farsi bruciare ed è in prima fila. Alla fine verrà fuori il metodo Napolitano, quello della prima elezione. L’attuale capo dello Stato fu una seconda scelta dei Ds (la prima era D’Alema) e venne eletto al quarto scrutinio con 543 voti, con la maggioranza assoluta.
Nel frattempo si continuano a bruciare nomi. Stavolta dovrebbe toccare all’ineffabile Luigi Zanda, capogruppo del Pd a Palazzo Madama.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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