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PARLAMENTO ZOMBIE: E’ LA LEGISLATURA PIU’ INOPEROSA DELLA STORIA

Novembre 14th, 2018 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA CI SONO RIMASTI I FANTASMI: NEI PRIMI 100 GIORNI DEL GOVERNO SOLO DUE PROVVEDIMENTI E DIECI SEDUTE AL MESE

Siamo arrivati, cent’anni dopo, al bivacco sui divanetti. Fuori dall’Aula – più o meno sorda e grigia – direttamente fuori.
Ma che ci fosse un difetto originario di prospettiva, un pervicace torcersi delle cose nel loro opposto, poteva essere chiaro fin dall’inizio.
Quando, inaugurando la nuova Aula della Camera, il 20 novembre 1918, Giuseppe Marcora, presidente della Camera dei deputati del Regno d’Italia, cominciò il suo discorso «Per la vittoria», conquistata due settimane prima nella Prima guerra mondiale, con queste parole: «Onorevoli colleghi, l’Italia è compiuta».
Complimenti per la previsione. Quel giorno, raccontano le cronache dell’epoca, anche le tribune in cima all’Aula erano piene fino all’orlo.
Rappresentanti dei mutilati di guerra, delle terre redente, gente comune in attesa per ore per assistere all’evento.
Cent’anni dopo, Montecitorio, pur avendo in teoria nell’era giallo-verde forse più senso che mai, si ritrova di fatto svuotato: di persone, di leggi, si direbbe di vita.
I deputati si aggirano come sperduti in corridoi rimbombanti.
Le statistiche hanno detto che i più assidui sono 90. Il simbolo di questa epoca può essere il velista Andrea Mura: eletto con i Cinque Stelle, in piena estate ha chiarito essere più utile fuori del Parlamento che dentro. Una Camera zombie.
Dove capitano settimane nelle quali non si sappia cosa scrivere sugli ordini del giorno (esempio: la terza di luglio. Altro esempio: la terza di settembre). Le statistiche dicono infatti che questo è il Parlamento più inoperoso della storia repubblicana: e lo è, per paradossale che possa sembrare, nel momento in cui a conquistare la maggioranza è proprio un movimento che predicava di aprire i Palazzi come «una scatoletta di tonno».
I numeri sono implacabili: due leggi votate nei primi cento giorni del governo, il decreto dignità  e il mille proroghe, sedute al ritmo di dieci al mese (67 tra metà  marzo a metà  ottobre, i dati più recenti), 15 leggi definitivamente approvate, di cui 9 conversioni di decreti legge.
Ma forse, anche viste e considerate le circostanze eccezionali di quest’avvio di legislatura (quasi novanta giorni senza governo) vi è anche da dire come quest’esiguità  sia forse solo la punta dell’iceberg – per un universo che più che mole di numeri sembra aver perso centralità  .
Nell’emiciclo costruito cent’anni fa sul progetto dell’architetto Ernesto Basile, quell’Aula che Benito Mussolini, appena nominato capo del governo, presentando la sua squadra il 16 novembre del 1922 chiamò «sorda e grigia» minacciando (come poi avrebbe fatto) di trasformarla in un «bivacco di manipoli», si aggirano infatti parlamentari che, dopo aver trionfato a cavallo del mito dell’anticasta, mangiano sì tutti insieme alla mensa dei dipendenti invece che al ristorante dei deputati per far vedere che non sono omologati (ma vi sono precedenti anche in questo senso: dai deputati di Rifondazione comunista agli ex missini), si stupiscono tuttavia che i funzionari del Palazzo – incarnazione del male assoluto da scardinare, secondo la logica grillina – oltre a dar loro tutti gli strumenti e il supporto necessari a lavorare, non gli scrivano anche materialmente i discorsi da pronunciare, in Aula e in Commissione: «Ma come, non ce li scrivete voi i discorsi?», è stata la domanda stupita e quasi delusa della scolaresca neodeputata a Cinque Stelle.
Voci che il Palazzo fa rimbombare come un tam tam, di quelli invisibili e spietati.
Ma, appunto, la torsione è come iscritta nella storia di un palazzo costruito là  dove una volta, in epoca romana, si cremavano gli imperatori (Ustrinum), e ampliato secondo la visione novecentesca e laica di un architetto che aveva immaginato con un uso tutto diverso, a partire dall’ingresso (vedi box).
Anche il film della fin qui breve legislatura lo racconta. Pochi i giorni lavorati, pochissime le leggi discusse: d’altra parte, i primi cento giorni della legislatura passano con i deputati privi pure di uffici assegnati, assisi perciò principalmente sui divanetti del Transatlantico e al massimo intenti a presentare proposte di legge (dopo tre mesi se ne contano 1.259). Ma soprattutto un approccio generale davvero inedito.
Lo si vede ad esempio nei question time (le interrogazioni a risposta immediata ai membri del governo): in questa legislatura sono i primi della storia con claque e applausi a scena aperta a sostegno della maggioranza.
È fine giugno, Matteo Salvini viene interrogato sui beni confiscati ai Casamonica dal leghista Gianluca Vinci che, al termine, dopo ripetuti applausi da parte dei deputati della maggioranza, si dichiara «sinceramente soddisfatto» della risposta: «Finalmente, signor Ministro, dopo tanti anni, nel suo scranno è tornato a sedersi un uomo che, come lei, tiene al proprio Paese e che rende onore al suo Ministero. I cittadini aspettavano veramente da tanto tempo questo momento, e la ringrazio ancora».
Più soddisfatto di così. È lo stesso Salvini a stupirsene: «È la prima volta che al question time c’è più maggioranza che opposizione».
Ed ecco, da strumento di controllo sul governo l’interrogazione diventa strumento di elogio del governo.
Lo stesso trattamento, manco a dirlo, tocca anche a Luigi Di Maio.
Interrogazione a risposta immediata sulle pensioni, di Sebastiano Cubeddu e Davide Tripiedi dei Cinque Stelle. Alla fine Tripiedi dichiara solenne al microfono: «Siamo veramente soddisfatti della risposta e me lo faccia dire, Ministro, siamo veramente orgogliosi di lei. Perchè glielo dico proprio da giovane, figlio di una gioventù distrutta da una politica che ha pensato solo ai propri tornaconti. Finalmente il Parlamento e il Ministro si occupano delle ingiustizie: stiamo ripristinando un po’ di giustizia sociale, Ministro». Applausi: ed è fine giugno.
Non si è ancora cominciato a lavorare, i presidenti di commissione sono stati appena nominati: ma la «giustizia sociale» è già  un pezzo avanti.
Altro caso che spiega bene come lavorino oggi alla Camera è nella discussione del decreto sul Tribunale di Bari.
Siamo a metà  luglio: è il primo provvedimento che ha forza di legge, è la prima rissa della legislatura, con schiaffoni tra Fratelli d’Italia e leghisti. Ma se il parapiglia è un grande classico delle Aule parlamentari di prima, seconda e terza Repubblica, a essere nuove sono certe modalità  di presenza.
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ripetutamente chiamato in causa durante la seduta per dare spiegazioni sulla scelta del nuovo palazzo in cui collocare il Tribunale, invece che presentarsi tra i deputati scrive un post su Facebook.
Comodo, no? A leggerlo in Aula è, integralmente, il deputato di Leu Federico Fornario, dal telefonino. Mentre, dai banchi del governo, il sottosegretario Vittorio Ferraresi, forse dimentico dell’esistenza dell’articolo 68, cioè dell’insindacabilità  delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle funzioni, dice di aver sentito «inesattezze gravi» di cui ciascuno «si prende la responsabilità ».
Come se dall’Aula di Montecitorio si dovesse finire in tribunale. «È un simulacro di ministro della giustizia», attacca l’azzurro Francesco Paolo Sisto, avvocato barese. «Un avatar», dicono da Fratelli d’Italia. Copie digitali.
Del resto anche l’opposizione non è, di media, così vivace: sembra, anche lei, una copia sbiadita di se stessa. Una morta vivente.
Obiezioni sbilenche, approssimazioni, pasticci. Dell’Aula di Montecitorio si fa volentieri a meno.
E del resto, come si diceva, la direzione sta nell’incipit. Inaugurata con la prospettiva di celebrare il trionfo degli ideali risorgimentali, già  un anno dopo nel 1919 l’Aula avrebbe visto approvare la riforma elettorale proporzionale, poi i nuovi regolamenti parlamentari con l’introduzione del sistema dei gruppi politici: insomma il rapido superamento di se stessa, fino allo schianto della marcia su Roma.
Adesso, nel 2018, in piena estate, c’è chi – a proposito di utilizzo degli spazi – è arrivato a chiedere un’area di meditazione per fare yoga direttamente a Montecitorio e «consentire di superare il pensiero superficiale e inutilmente violento del dibattito politico».
Mentre, sempre nell’estate 2018, uno dei provvedimenti più significativi per segnare la linea è quello portato avanti con strenua determinazione dallo stesso presidente della Camera, Roberto Fico: il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari.
Che si sostanzia però, ancora una volta, non in un provvedimento d’Aula: avviene tutto attraverso una delibera dell’Ufficio di Presidenza. E viene poi celebrato direttamente in piazza. In piazza Montecitorio, un po’ come la cremazione degli imperatori in epoca romana. Senza passare dall’Aula, appunto.
Non è questa, in fondo, l’essenza del Casaleggio-pensiero?
Recita parlando con un quotidiano l’imperatore del Movimento Cinque Stelle, il presidente dell’Associazione Rousseau, Davide Casaleggio: «Oggi grazie alla rete e alle tecnologie esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività  popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». E prevede, nella stessa intervista, che «al Parlamento resta il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sia più necessario nemmeno in questa forma». Quali anticorpi l’istituzione propone?
Ancora una volta, è il presidente della Camera Roberto Fico a rispondere: «Credo fortemente nella centralità  del Parlamento e ritengo che il suo operato vada valorizzato nell’interesse collettivo», ribadisce di fronte alle parole di Casaleggio.
E in pratica che fa? Riunisce i presidenti delle commissioni parlamentari, e fa sapere che intende proporre alla giunta del regolamento una rivoluzionaria novità . Questa: presentare gli emendamenti solo in formato digitale, con gran risparmio sulla spesa per la carta. Orgoglio Camera.
Per chi resta, almeno. Secondo i dati di Openpolis, gli eroi quasi sempre presenti nei lavori d’Aula sono in Novanta. Tipo Termopili.
Una istituzione semideserta, nella quale il deputato velista Andrea Mura, 96 per cento di assenze, ha buon gioco a rivendicare: «Sono più utile alla patria e ai destini degli oceani andando in barca a vela. E poi noi Cinque Stelle a Montecitorio siamo più di 200. Io a che cosa servo, visto che la maggioranza ce l’abbiamo già  ampiamente?». Espulso dal M5S e dimesso da deputato con una rapidità  degna di miglior causa – in una Camera dove il decreto per Genova arriva 40 giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri.
È vero che, nella seconda Repubblica, la consuetudine di bocciare le dimissioni dei parlamentari faceva sì che anche gli incompatibili conservassero la carica. Ma, come si vede, quanto ai drammi e ai dilemmi dello stare o non stare in Aula, da qualsiasi Aventino si è lontanissimi.

(da “L’Espresso”)

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FIDUCIA SUL DECRETO SICUREZZA PER EVITARE IL VOTO A FAVORE DI TUTTO IL CENTRODESTRA

Novembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

IL M5S SCEGLIE DI CONTENERE IL DANNO E DIVENTA COMPLICE DI UNA LEGGE INFAME … VIETATO DISCUTERE IN PARLAMENTO, ORMAI SVUOTATO DI CONFRONTO DIALETTICO

Anticipiamo la fine della storia: il governo, dopo lungo travaglio, metterà  la fiducia sul decreto sicurezza. Almeno così assicurano fonti degne di questo nome.
Una forzatura che riduce, e non poco, la libera dialettica del Parlamento, in una delle rare volte in cui è chiamato ad operare, nella legislatura in cui, come qualcuno ha teorizzato, “il Parlamento non serve più a nulla”.
E infatti, dati alla mano, fa poco o niente, con settimane intere in cui si fa fatica anche a scrivere gli ordini del giorno.
Dicevamo della fiducia sul decreto sicurezza, uno dei pochi provvedimenti che rompe l’inoperosità  dell’Aula nell’era sovranista, segnata dal progressivo svuotamento della democrazia che c’è, sempre in “nome del popolo”.
Per capire i termini della contesa odierna, immaginate questa scena: il provvedimento cruciale, simbolo della svolta securitaria targata Salvini, passa a voto segreto, anche con i voti di Forza Italia, Fratelli d’Italia, praticamente il 70 per cento del Parlamento. Magari con qualche defezione che sarebbe attribuita alla “fronda dei Cinque Stelle”. Praticamente un trionfo per Matteo Salvini e la consacrazione del suo protagonismo politico e del ruolo da gregari dei Cinque Stelle.
È più annacquato rispetto ai desiderata originari, ma di questi tempi conta il titolo.
Adesso immaginate quest’altra scena.
Il decreto sicurezza passa col voto di fiducia, con i soli voti della maggioranza, perchè a quel punto – visto che con la fiducia si vota sul governo più che sul provvedimento – le opposizioni sono “costrette” a votare contro.
Ed evidentemente, proprio perchè si vota sul governo, si riduce – o quantomeno non si allarga – la fronda dei Cinque stelle.
Che riguarda il decreto sicurezza, ma non solo. Perchè il provvedimento è diventato il detonatore di un malcontento più vasto, sedimentato in questi mesi di subalternità  a Salvini.
Ecco i termini del più classico dei tira e molla che dura tutto il giorno. Fiducia sì, fiducia no, Di Maio la vuole, Salvini non la vuole, Conte aggiorna tutto a domani, in attesa che gli comunichino la decisione i due dominus della maggioranza che sono all’estero.
È una questione tutta politica, non un dettaglio tecnico. Che rivela anche una certa tensione all’interno della maggioranza. Lo ammette, sia pur indirettamente proprio Luigi Di Maio: “Se ci sono opinioni contrastanti nella maggioranza è giusto che il governo faccia una ricognizione della fiducia”.
Alle cinque di pomeriggio, a Palazzo Madama, la scena è surreale. Il governo chiede una “sospensione” dei lavori, per “approfondimenti”.
Dopo che, nei giorni scorsi, in nome dell’urgenza (e dell’importanza) del decreto erano state ipotizzate anche sedute notturne, senza soste. Aula aggiornata a martedì mattina. Nel frattempo gli uffici del Senato sono stati allertati sulla fiducia perchè è lì che si andrà  a parare.
Altrimenti, spiegano nel Movimento, “i Cinque stelle non la reggono”. Già  c’è una fronda all’interno, votare lo stesso provvedimento con Berlusconi sarebbe un terremoto.
In una nota, Forza Italia fa sapere che “noi voteremmo sì, ma il governo non ponga la questione di fiducia”. Stessa posizione espressa da Fratelli d’Italia.
Non ci vuole Cassandra per prevedere ciò che accadrebbe il minuto dopo il voto. Il centrodestra rivendicherebbe che è passato un punto qualificante del suo programma, l’immagine complessiva sarebbe quasi di un cambio di maggioranza con i Cinque Stelle che appoggiano un provvedimento di Salvini, Berlusconi e Meloni.
Con Salvini, dominus assoluto, che ha una maggioranza ufficiale e una di riserva: “È chiaro – spiegano nel Movimento – che tutte le defezioni rispetto ai numeri sulla carta verrebbero conteggiare come nostri dissidenti, amplificando l’immagine delle nostre divisioni”.
Alla fine, anticipavamo, Di Maio riuscirà  a ridurre i danni, perchè si voterà  la fiducia. In ogni caso, passerà  il provvedimento bandiera di Salvini, senza avere un accordo in tasca sulla prescrizione (provvedimento simbolo per i Cinque Stelle), con un pattuglia di dissidenti nel Movimento.
Che non saranno nemmeno espulsi perchè i numeri al Senato non consentono neanche il lusso delle epurazioni di un tempo. Più che una manovra politica è un contenimento del danno.

(da “Huffingtonpost”)

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SONO INSICURI SUL DECRETO SICUREZZA: AVANTI CON IL VOTO DI FIDUCIA, SI EVITANO SETTANTA VOTI SEGRETI

Novembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

NUGNES, FATTORI E MANTERO SI ASTERRANNO… CONTRO DI FALCO: “SUPERFICIALITA’ CRIMINALE”… LA MELONI HA OFFERTO I VOTI PER NULLA

È mattina in un Palazzo Madama che fatica a carburare quando arriva la notizia: il governo con tutta probabilità  metterà  la fiducia sul decreto sicurezza.
Una mossa che ha tre ricadute immediate: annulla con un colpo di spugna il rischio dei numeri negli oltre settanta voti segreti; sterilizza il soccorso nero da parte di Fratelli d’Italia; mette in un angolo i senatori pentastellati con i mal di pancia, impedendo che il dissenso si allarghi.
E infatti un’insofferentissima Paola Nugnes dice subito che non parteciperà  al voto, ma non si esprimerà  contro l’esecutivo scandendo il suo no sotto i banchi della presidenza.
Stessa linea seguita da Elena Fattori. La senatrice solca la galleria antistante l’aula del Senato e spiega: “Se non ci saranno le modifiche minime richieste non voterò il provvedimento. Ma non posso votare contro la fiducia”.
Si avvia verso una soluzione simile anche Matteo Mantero, che al momento si trincera ancora dietro un “sto valutando”.
Sulla ridotta rimane solamente Gregorio De Falco. Anche se molti suoi colleghi dicono che difficilmente rimarrà  l’unico a impugnare la bandiera dell’intransigenza. L’ex comandante si è reso protagonista di un violentissimo scontro a distanza con Stefano Buffagni.
Il sottosegretario si è detto certo che il collega si sarebbe dimesso in caso di non voto alla fiducia. “Parla con superficialità  criminale”, la replica dai toni ipersaturi.
Il voto di fiducia, che viene espresso pubblicamente pronunciando un sì o un no davanti l’emiciclo intero, riduce la possibilità  che la fronda si allarghi.
Perchè gli stessi vertici del M5s, parlando con Huffpost, illustravano la convinzione che “non sarebbero stati più di dieci”. Confermando implicitamente di non avere il pieno controllo del gruppo parlamentare.
Ma soprattutto gli eterodossi sanno quello che una fonte vicinissima a Luigi Di Maio spiega anche a noi: “Non ci saranno espulsioni, non conviene a nessuno. Se qualcuno vota contro è un tipo di storia. Se invece gli viene un improvviso mal di testa e non può essere in aula…”.
La convinzione è che privarsi di truppe con una maggioranza così risicata avrebbe sicuramente una sua valenza tattica, ma strategicamente sarebbe come infilarsi un chiodo in un piede.
E che, visto il warning ricevuto, i riottosi possano in futuro ricompattarsi in funzione dello scampato pericolo.
Ma questo è un altro film, un’altra bolla pronta a gonfiarsi nel gazometro del dissenso grillesco che sembrava essere ormai fuori uso. E che invece si è rivelato ancora essere pienamente in funzione.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DENUNCIA DELLA FATTORI (M5S): “SALVINI PRONTO A SOSTITUIRCI CON LA MELONI”

Novembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile

“CARO DI MAIO, SEI DIVENTATO LA STAMPELLA DEI SOVRANISTI”

“Salvini punta a sostituirci con Meloni”, “caro Di Maio, così diventi la stampella della destra”.
Lo sostiene, in un’intervista a La Stampa, la senatrice dissidente del M5s Elena Fattori.
“Credo che tutte le provocazioni di Salvini, prima con le navi poi con decreti inaccettabili – spiega – abbiano l’obiettivo di spaccare il Movimento per fare entrare Fratelli d’Italia in maggioranza. Ci aveva provato a inizio legislatura proponendo Crosetto sottosegretario, ma la cosa naufragò. Ci ha lavorato in questi mesi e adesso riprova”.
Fattori è una dei quattro parlamentari Cinque Stelle scesi in campo contro alcune misure sull’immigrazione contenute nel decreto sicurezza, giudicate indigeribili ma non ci sta a passare per eretica: “continuo a lavorare nell’ambito del programma del Movimento cercando di inserire l’animo Cinque Stelle nei provvedimenti, soprattutto in quelli con targa leghista”.
Un vostro voto contrario potrebbe mettere a rischio la tenuta del governo?
“No. E’ una scusa di Salvini per cambiare il quadro della maggioranza e avere più potere, ma non sarà  una eventuale nostra assenza a far cadere il governo. I governi cadono quando conviene a tutti e ora non conviene a nessuno”.
“Luigi – aggiunge a proposito di Di Maio – è molto intelligente. Se effettivamente il piano di Salvini è eliminare una parte del M5S e dunque gli elettori che si riconoscono in quella parte per fare entrare Fdi allora diventerebbe la stampella di un governo di centrodestra”.
E quella sul Dl sicurezza, “è una trattativa difficile, ma sono fiduciosa. Ho in mente tre emendamenti che potrebbero assolvere ai nostri obiettivi senza intaccare troppo la struttura del decreto. Se si potrà  discutere e migliorare lo voterò. Se resterà  così com’è non lo voterò. E se ci sarà  la fiducia ci dovrò ragionarci”.
“Se mi espellessero perchè porto avanti le idee del Movimento sarebbe un ossimoro. Qualunque cosa accada resterò del M5S”.
Per quanto riguarda il movimento, “da inizio legislatura – dice Fattori – non c’è stata alcuna votazione sui contenuti: bisogna ristabilire la modalità  assembleare e democratica prevista dal nostro regolamento. Così si evitano casi come questo”.

(da “Huffingtonpost“)

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FINALMENTE DUE GRILLINI COERENTI, NUGNES E MANTERO: “VOTIAMO CONTRO IL DECRETO SICUREZZA”

Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile

NON TUTTI IN ITALIA SI SONO VENDUTI AI RAZZISTI PER UNA CIOTOLA DI MINESTRA… LA SENATRICE DISERTERA’ IL VERTICE CHIESTO DA DI MAIO: “FUORI TEMPO MASSIMO”

“Voglio votare contro questo provvedimento, partito male, ma nel caso di un’eventuale fiducia mi riservo di valutare il da farsi”.
Così la senatrice ribelle dei 5S, Paola Nugnes, a margine dei lavori della Commissione affari costituzionali del Senato sul dl sicurezza. “Io – aggiunge – sono portatrice della visione originaria, iniziale, del movimento e non condivido questa sua trasformazione alla quale sto assistendo”.
Il capo politico e vicepremier Luigi Di Maio ha convocato, per le 21.30 di stasera, un’assemblea congiunta per sciogliere i nodi relativi ai dossier più spinosi: dal Tap al decreto sicurezza, passando per la manovra finanziaria. Ma la riunione sarà  disertata dalla senatrice Nugnes.   “Siamo fuori tempo massimo – spiega all’Adnkronos – per parlare del decreto sicurezza e per cercare un modo di partecipare e collaborare”.
Neanche Elena Fattori e Matteo Mantero (altri due senatori contrari al decreto sicurezza) saranno della partita.
La prima “per ragioni personali”. Il secondo per motivi di tempo: “Purtroppo hanno spostato l’assemblea a questa sera e non potrò esserci”, spiega Mantero.
“Il decreto sicurezza? Io non lo voterò, se votare contro o non votarlo lo deciderò la notte prima, al momento sono più per non votarlo. Anche se ci fosse la fiducia”, ha aggiunto Mantero   a Un Giorno da Pecora.
“Me ne assumo la responsabilità , come farà  chi voterà  a favore. Siamo tutti compatti come una testuggine, bisogna vedere però in che direzione va: in questo momento ha scarrocciato verso destra, bisognerebbe riportarla più al centro della strada” aggiunge
La fronda interna M5s cresce, con i dissidenti sempre più insofferenti verso una linea che ritengono del tutto subalterna a quella di Salvini, o incorente, come nel caso Tap, con i comitati contrari al gasdotto in Puglia che hanno deciso divorziare dal Movimento, bruciando le bandiere.
Ha fatto scalpore il post della senatrice Elena Fattori, laddove scriveva: “Alleanza con la Lega, Tap, Ilva, migranti, condoni. Se mesi fa avessi raccontato questo mi avrebbero rincorso con i forconi”.
Sul decreto sicurezza la questione dei numeri potrebbe rappresentare un pericolo durante l’esame in aula al Senato, dove il provvedimento approderà  lunedì.
Tutto, quindi, si gioca su una manciata di voti in quanto i numeri della maggioranza a palazzo Madama non garantiscono ampi margini di sicurezza.
M5s e Lega possono contare sulla carta su 6 voti in più rispetto alla maggioranza assoluta: con i 58 senatori leghisti e i 109 pentastellati, il governo ha una maggioranza di 167 voti, la maggioranza assoluta è fissata a quota 161.
Tutte le altre forze di opposizione, invece, hanno sempre sulla carta 151 voti: quindi una differenza di 16 voti. Al momento i dissidenti M5s usciti allo scoperto sono 4: Matteo Mantero, Paola Nugnes, Elena Fattori e Gregorio De Falco.
Se tutti e quattro   confermeranno di non votare a favore del decreto, la maggioranza scenderebbe a 163, due voti in più rispetto alla maggioranza assoluta. Ne consegue che, anche se tutte le opposizioni dovessero votare compatte contro, il governo non avrebbe problemi.

(da agenzie)

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DE FALCO NON MOLLA: “NON RITIRO GLI EMENDAMENTI”

Ottobre 24th, 2018 Riccardo Fucile

UNA PARTE DEI PARLAMENTARI NON INTENDE ACCETTARE GLI ORDINI DI DI MAIO CHE HA CEDUTO AL RICATTO DI SALVINI (COME SEMPRE)

Resistono (alcuni e per il momento) sul fronte del decreto Sicurezza, cedono su quello del ddl Legittima difesa.
Il Movimento 5 stelle, dopo aver incassato il mezzo passo indietro sul maxicondono presente in manovra da parte del Carroccio, deve dare segnali di cooperazione sui provvedimenti a cui più tengono i leghisti ritirando gli emendamenti.
Un accordo di maggioranza che però si scontra con le resistenze dentro il gruppo 5 stelle. Se infatti i grillini hanno ritirato i sette emendamenti presentanti da Gregorio De Falco, Paola Nugnes ed Elena Fattori al ddl Legittima difesa (che dovrebbe essere approvato entro giovedì), faticano ad accettare la mediazione sul fronte del decreto Sicurezza (che sarà  in Aula il 5 novembre).
A esporsi oggi è stato lo stesso De Falco: “Non ritiro i miei emendamenti al decreto Sicurezza, tengo in particolare a quelli sull’articolo 10” sul diritto d’asilo.
“La questione è molto semplice: sostanzialmente sto seguendo le indicazioni del presidente della Repubblica. L’accordo con la Lega? Ci sono alcuni principi sui quali non posso deflettere, avendo giurato sulla Costituzione, da militare, e mantengo questo giuramento”.
Malumori simili a quelli di Nicola Morra, Elena Fattori e Paola Nugnes.
Anche se per il momento solo De Falco ha detto di essere pronto alla rottura: “Alcuni miei emendamenti sono essenziali: senza la loro approvazione avrei difficoltà  a votare il decreto”.
In totale sono stati presentati dai 5 stelle 81 emendamenti al decreto Sicurezza: la maggioranza ha stabilito che si voti solo su 19, ma per il momento sono stati tolti solo i 6 a firma di Bianca Laura Granato.
Il collega Valerio Romano ha ritirato la firma ma non essendo primo firmatario le proposte non decadranno automaticamente.
Il decreto Sicurezza, fortemente voluto dal Carroccio, non piace a una parte del Movimento 5 stelle che infatti ha deciso di presentare emendamenti in commissione per riuscire a modificarlo.
Lo stesso De Falco era stato uno dei primi a esporsi sull’argomento: “Sono molto perplesso”, aveva detto a il Corriere della sera, “sull’ipotesi di togliere la protezione umanitaria”.
Proprio il numero di richieste di modifica aveva provocato le polemiche da parte di Matteo Salvini che, in un video su Facebook, aveva attaccato i colleghi della maggioranza: “Ragazzi non è così che si lavora”.
Da quel momento però le carte in gioco sono cambiate: scampata la crisi sul maxicondono in manovra, la Lega ha accettato di annacquare la misura a patto che sia lasciata mano libera sul fronte sicurezza.
Ma non tutti i 5 stelle sono disposti a lasciar correre. “Deciderà  il Parlamento”, ha detto domenica scorsa Nicola Morra intervistato da ilfattoquotidiano.it.
I malumori 5 stelle per ora sono limitati a pochi esponenti, tanto che il sottosegretario all’Interno del Carroccio Nicola Molteni si è detto sicuro che non ci saranno intoppi: “Il decreto sicurezza è fondamentale per il bene del Paese. Siamo disponibili a migliorarlo, ma i capisaldi rappresentati dagli articoli 1, 10 e 12 restano tali. Il decreto è perfettamente costituzionale”.
Quanto al rischio che venga meno l’intesa Lega-M5S, Molteni ha ricordato che “questo decreto, che è sulla sicurezza, l’immigrazione è contro la criminalità  organizzata, rispetta il contratto di governo. Sono certo della correttezza e della lealtà  di Di Maio…”, ha concluso.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DECRETO SICUREZZA, MALUMORE TRA I SENATORI M5S: “UNA BOMBA SOCIALE, CONTRADDICE IL NOSTRO PROGRAMMA”

Ottobre 6th, 2018 Riccardo Fucile

“FARA’ SOLO AUMENTARE GLI IRREGOLARI E OSTACOLARE L’INTEGRAZIONE, I DIRITTI UMANI VANNO GARANTITI, PROPORREMO MODIFICHE”

“Una bomba sociale”. “Non è sicuramente anima 5 stelle ed è indigesto per molti”. “E’ in contrapposizione con il nostro programma”. Il decreto su sicurezza e immigrazione, dopo la firma del Colle, inizia l’iter parlamentare con l’obbligo di conversione in legge entro sessanta giorni.
Per il provvedimento fortemente voluto dal vicepremier della Lega Matteo Salvini non sarà  però un passaggio semplice.
Il motivo? Al di là  delle “rifiniture” e delle modifiche suggerite dal Quirinale, Luigi Di Maio ha già  detto che il Movimento 5 stelle intende cambiare il provvedimento in Aula e a chiedere modifiche consistenti sono proprio una parte degli eletti grillini. “Andrebbe assolutamente aggiustato”, ha detto la senatrice Paola Nugnes, parlamentare che più volte si è esposta in dissenso con la linea ufficiale del gruppo. “Io reputo che questo decreto non sia giusto per gli italiani, per parlare la lingua di Salvini. Avremo 100mila nuovi irregolari, che andranno a sommarsi ai 500mila attualmente irregolari. L’irregolarità  porta a dare un lavoro nero a queste persone. E ad ingrossare le file della malavita, della mafia e della camorra. Visto che non ci sono gli accordi per il rimpatrio, voglio sapere da lui quali sono le soluzioni che propone”. E ha concluso: “Io temo una bomba sociale”.
Giudizio condiviso anche dalla collega Elena Fattori, la parlamentare che si era candidata alle primarie M5s per sfidare Luigi Di Maio e che più volte dall’inizio della legislatura ha espresso le sue perplessità  su alcune scelte del governo Lega-M5s: “Io non ho il testo, ma da quello che trapela non è sicuramente anima 5 stelle. Cercheremo di modificarlo, per quello che si riesce. Ma per molti è molto indigesto”. E ha commentato: “L’umanità  è importante per noi, i diritti umani sono un punto cardine. Ed è discutibile anche la sicurezza”.
A chiedere modifiche è stato anche il senatore Gregorio De Falco, il primo che in un’intervista al Corriere della Sera aveva criticato apertamente il decreto: “So che è stato limato. Che sia migliorabile non c’è dubbio. E il presidente della Repubblica ha stigmatizzato alcuni aspetti che presentano criticità ”.
Per il collega Matteo Mantero è addirittura contro le linea di intervento dei 5 stelle: “Le proposte di questo decreto sono in contrapposizione con le proposte del nostro programma. Noi proponevamo di migliorare il sistema degli Sprar. E non è togliendoli che si toglie l’immigrazione clandestina. Ma si riduce l’integrazione”.
La discussione in Parlamento si preannuncia tutt’altro che semplice e non è un caso che aleggi già  il fantasma di una possibile fiducia, magari solo in un ramo del Parlamento.
Un’ipotesi che sarebbe considerata “uno schiaffo allo spirito del M5s”, secondo Fattori. “Non voglio nemmeno pensarci, mi troverei di fronte a un muro di gomma”, ha continuato Nugnes. E ha chiuso De Falco: “Se ci saranno aspetti non digeribili, trarremo le nostre conseguenze”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CARFAGNA ZITTISCE SALVINI: “LE REGOLE VALGONO ANCHE PER LEI”

Ottobre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL NOTO ASSENTEISTA FA UNA BATTUTA SUI BANCHI VUOTI DELL’OPPOSIZIONE DURANTE IL QUESTION TIME, SENZA SAPERE CHE SONO IN CORSO I LAVORI DELLE COMMISSIONI, LA VICEPRESIDENTE RISPONDE A MUSO DURO: “RISPETTI L’AULA”

Duello verbale Carfagna-Salvini in question time alla Camera.
Prendendo la parola in aula per rispondere a un’interrogazione della Lega, il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha commentato dicendo: “Curiosa seduta con più banchi vuoti delle opposizioni che non della maggioranza”.
Questa uscita ha scatenato le reazioni del Pd, ma soprattutto della vicepresidente di Montecitorio, Mara Carfagna, che presiedeva la seduta: “Signor ministro, le ricordo che sono in corso le commissioni in contemporanea con l’aula”.
Salvini allora, rivolgendosi ai suoi, a microfono acceso si è lasciato scappare la frase: “No, ma sto guardando a sinistra…”.
L’esponente di Forza Italia, però, avendo sentito tutto ha replicato: “Ministro, può anche guardare di fronte a sè, perchè ci sono banchi vuoti anche nella maggioranza, per lo stesso motivo: sono in corso le commissioni parlamentari. E risponda nel merito”, invitandolo a “non alimentare polemiche”.
Subito la replica del vicepremier: “E io la prego di lasciarmi parlare”.
Quindi la controreplica della parlamentare forzista che con piglio presidenziale ha sottolineato: “Lei è libero di parlare ma non di attaccare il Parlamento. Le sembrerà  strano ma le regole valgono anche per lei”.
A reagire è anche il Pd, per bocca del deputato Andrea Romano che scrive su Twitter:
“Salvini, già  europarlamentare assenteista, si presenta in aula alla Camera per offendere l’opposizione mentre le commissioni sono al lavoro. Questo il senso della democrazia del Ministrodellapaura”

(da agenzie)

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TAJANI E CHIAMPARINO INSIEME AL CANTIERE TAV: SFIDA BIPARTISAN AL GOVERNO

Agosto 8th, 2018 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DEL PIEMONTE PUNTA SULL’EUROPA PER EVITARE LO STOP AI CANTIERI

Il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani ha visitato oggi i cantieri della Tav. Lo fa come esponente dell’istituzione che finanzia il 40 per cento dell’opera e come vicepresidente del partito di Silvio Berlusconi: lo dimostra il fatto che ad accompagnarlo ci sia il forzista Alberto Cirio, anche egli nel doppio ruolo di deputato a Bruxelles e rampante esponente di Forza Italia, a detta ancora di molti in corsa per le regionali del prossimo anno.
Con lui, prima alla galleria di Chiomonte poi a quella di Saint Martin la Porte, c’e’ anche il presidente della Regione Sergio Chiamparino, che da settimane ribatte numero su numero alle dichiarazione del ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli e   ha annunciato una contro analisi costi e benefici (“perchè quella del governo sarà  di parte” è la convinzione di Piazza Castello).
Analisi che Chiamparino intende presentare agli Stati generale delle infrastrutture piemontesi già  convocati per il 28 settembre.
In questo momento sembrano davvero l’Europa (e la Francia) gli alleati più solidi di chi vuole la Tav. E sul fronte politico quell’alleanza si fonda al momento solo tra gli ex alleati del patto del Nazareno.
Sono proprio Forza Italia e il Pd – forse Chiamparino ancora più del Pd- ad aver fatto della difesa della Tav – messa in dubbio dal governo giallo-verde – una bandiera dentro e fuori dai   parlamenti.
Petizioni degli azzurri a Bruxelles, mozioni dei dem a Roma, convegni e sciopero annunciati per mobilitare la società  civile. Perchè, almeno nel nord Italia, la difesa della Torino-Lione raccoglie il consenso del mondo produttivo e dei sindacati (con l’eccezione della Cgil di Torino) che si sono riuniti la settimana scorsa a Torino per dire che senza la Torino-Lione il Piemonte e l’Itaia muoiono.
E c’è chi legge in questo dinamismo bi-partisan uno sforzo per far nascere una sorta di partito di Tav, anche se sia da Forza Italia che tra i democratici si escludono accordi elettorali in questa direzione per le Regionali.
Ma il voto è tra un anno e le carte possono ancora cambiare molte volte. Soprattutto se il governo dovesse decidere alla fine di stoppare i cantieri mettendo in seria difficoltà  l’alleanza tra i berluscones e il Carroccio, almeno in questo parte d’Italia

(da agenzie)

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