Marzo 25th, 2011 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE DEI PM I CONTATTI CON UN PRESTANOME DELLA FAMIGLIA DELL’EX SINDACO DC… ROMANO INDAGATO PER “CONCORSO IN CORRUZIONE, AGGRAVATA DALL’AVER FAVORITO L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA”….NEI PROSSIMI GIORNI VERRA’ CHIESTA ALLA CAMERA L’AUTORIZZAZIONE A UTILIZZARE LE INTERCETTAZIONI
È a un bivio la seconda inchiesta che vede indagato il neo ministro Saverio Romano, per “concorso in corruzione aggravata dall’aver favorito l’associazione mafiosa”.
L’atto d’accusa della Direzione distrettuale antimafia di Palermo si fonda su alcune intercettazioni, che nel 2004 captarono quasi per caso la voce dell’allora deputato dell’Udc Romano, mentre parlava al telefono e fissava appuntamenti (fra Palermo e Roma) con il principale prestanome della famiglia Ciancimino, l’avvocato tributarista Gianni Lapis.
Adesso che è Romano ad essere indagato, i pm dovranno ottenere l’autorizzazione della Camera dei deputati per utilizzare quelle intercettazioni.
La richiesta partirà nei prossimi giorni e sarà inviata al giudice delle indagini preliminari, che dopo averla vagliata la inoltrerà a Roma.
Se la Camera non dovesse dare il via libera, l’inchiesta potrebbe essere a rischio.
Ma c’è anche dell’altro nell’atto d’accusa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Nino Di Matteo, Paolo Guido e Sergio Demontis.
Romano lo sa, perchè il 17 giugno 2009 venne convocato come indagato per un interrogatorio e gli fu spiegato che contro di lui c’erano alcune “intercettazioni di conversazioni fra soggetti diversi”, ma anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di Gianni Lapis.
All’epoca, Romano si avvalse della facoltà di non rispondere e giustificò il suo silenzio con un mezzo rimprovero ai pm: “Non mi viene contestata in forma chiara e precisa alcuna condotta di reato”.
Questo era stato letto a Saverio Romano dai magistrati: ha ricevuto “in più soluzioni, ingenti quantitativi di denaro da Lapis Gianni, che li aveva prelevati, per il tramite di Ciancimino Massimo, dal conto bancario estero denominato “Mignon”, come corrispettivo per favorire le società del “Gruppo Gas” riconducibili a Lapis e Ciancimino, nonchè in precedenza riconducibili, anche nell’interesse dell’associazione mafiosa, a Ciancimino Vito”.
È in queste poche righe la seconda inchiesta che ancora pende sul neo ministro dell’Agricoltura.
Mentre si attende l’udienza del 6 aprile, in cui un gip dovrà valutare la richiesta di archiviazione della Procura per l’altra indagine su Romano, quella riguardante il concorso esterno in associazione mafiosa.
Massimo Ciancimino ha spiegato ai pm di Palermo che dopo la vendita del gioiello di famiglia agli spagnoli della Gas natural, nel 2004, c’erano degli “obblighi” che dovevano essere onorati con alcuni politici.
Oltre a Romano, il senatore Pdl Carlo Vizzini e l’ex governatore Totò Cuffaro, pure loro oggi indagati per corruzione: sul ruolo che avrebbero svolto non si sa ancora molto, anche perchè il verbale di Ciancimino e le intercettazioni fra Romano e Lapis restano secretate.
Top secret pure le parziali ammissioni dell’avvocato Lapis, che al processo per il tesoro di Ciancimino è stato condannato in appello a 5 anni, per intestazione fittizia di beni.
Sarebbe stato lui a gestire in prima persona le mazzette ai capi-partito e ai capi-corrente, probabilmente per agevolare l’aggiudicazione di alcuni lavori di metanizzazione in lungo e in largo per la Sicilia.
Oppure, per ringraziare di appalti già assegnati.
Nei dialoghi intercettati con Romano, l’avvocato parlerebbe anche di un “emendamento” da presentare alla Camera.
Di certo, un milione e mezzo di euro furono prelevati dal conto “Mignon” di Ciancimino, presso il Credit Lyonnais di Ginevra.
E ufficialmente, non si sa che fine abbiano fatto.
A chiamare in causa Romano ci sarebbero anche altre parole di Ciancimino e Lapis, pure queste intercettate nel 2004.
Da una microspia emergerebbero soprattutto le considerazioni del figlio dell’ex sindaco, che dopo aver esaminato un foglio con nomi e cifre sbotta: “Ma 300 mila euro per Romano non sono troppi?”.
Lapis risponde: “No, una parte sono per il presidente”.
Il presidente Cuffaro.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Marzo 25th, 2011 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI ORA IL MINISTRO SI TROVERA’ IN UNA SITUAZIONE INCREDIBILE: DOVRA’ VOTARE SUL COMUNE INFILTRATO DALLA MAFIA GUIDATO DA SUO ZIO….ROMANO E’ ANCHE ACCUSATO DI CONTIGUITA’ ALLA MAFIA E DI AVER INTASCATO UNA MAZZETTA DI 80.000 EURO
La richiesta di archiviazione della Procura per Saverio Romano ruota
attorno a una parola: «Contiguità », così ha scritto il pm Nino Di Matteo.
Contiguità di un politico con ambienti mafiosi, che non basta certo per chiedere un processo, ma è sufficiente per alimentare più di un dubbio.
Lo stesso dubbio che ha espresso il Quirinale.
Anche perchè, secondo la Procura, quella «contiguità » sarebbe provata dalle dichiarazioni di un pentito «attendibile» e «riscontrato»: è Francesco Campanella, l’insospettabile ex presidente del consiglio comunale di Villabate. Ma non è solo una richiesta di archiviazione a pendere su Romano.
La Procura lo tiene ancora sotto inchiesta per corruzione aggravata, dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino: il supertestimone dei pm ha raccontato che nel 2004 avrebbe recapitato a Romano una mazzetta da 80 mila euro, tramite un intermediario, per un’attività di lobbying attorno ai finanziamenti della metanizzazione.
È quella parola, «contiguità », a unire storie di frequentazioni equivoche e di incontri al confine fra il penalmente irrilevante e il moralmente discutibile.
Storie che stanno tutte dentro la sentenza della corte d’appello di Palermo che ha aperto le porte del carcere all’ex governatore Totò Cuffaro, il più vicino compagno di viaggio di Romano.
È proprio quella sentenza a ricordare che vent’anni fa dubbi e perplessità furono recapitati ai due giovani virgulti della Dc dall’allora ministro Mannino, il loro maestro.
Con tanto di sonoro rimprovero per un’iniziativa azzardata.
Romano e Cuffaro erano andati nel salotto dell’imprenditore Angelo Siino, un incensurato che era il ministro dei Lavori pubblici di Riina.
Era la vigilia delle regionali, che vedevano Cuffaro in corsa: «A Siino fu chiesto sostegno elettorale», dice la sentenza.
Siino ha raccontato che era stato l’allora ventisettenne consigliere provinciale Romano a organizzare l’incontro.
In quel 1991 la carriera del giovane avvocato di Belmonte Mezzagno era ancora agli inizi: alle spalle la scuola politica di Mannino e l’attività da segretario regionale dei giovani Dc, fra i quali militava anche il Guardasigilli Alfano.
La corsa di Romano sarebbe scattata dieci anni dopo, nel 2001 che passerà alla storia per il 61 a 0 del Polo in Sicilia.
L’avvocato diventa deputato, proprio quando Cuffaro viene eletto governatore. Di lì un cammino a braccetto, nell’Udc dai numeri bulgari di cui Romano sarà il segretario regionale.
Il 2001 segna anche l’inizio di un altro capitolo della sentenza Cuffaro.
È ancora Campanella, l’uomo che fornì la carta d’identità al boss Provenzano, a narrarlo.
Scrivono i giudici: «Campanella incontrò Romano per chiedergli l’inserimento di Giuseppe Acanto nella lista Biancofiore e ciò riferendogli espressamente che si trattava di un candidato sostenuto dal gruppo di Villabate e da Antonino Mandalà ».
Ovvero dall’insospettabile avvocato che era il mafioso più influente al soldo di Provenzano (è stato condannato a 8 anni).
Concludono i giudici: «Romano assicurò l’inserimento del candidato (…) mandando i saluti per Mandalà ».
Ecco i sospetti che hanno accompagnato l’ultimo tratto del viaggio di Romano: sempre indagato, mai imputato, negli anni dell’ascesa e della caduta del gemello Totò.
Fino al bivio: Cuffaro in carcere, Romano ministro.
E una delle questioni più imbarazzanti che potrebbe presto affrontare a Palazzo Chigi riguarda il suo paese, Belmonte, amministrato dallo zio Saverio Barrale.
Il Viminale ha inviato tre ispettori per verificare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune.
Come si comporterà Romano se Maroni ne dovesse proporre lo scioglimento?
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
TIPICO RAPPRESENTANTE DEL FOLKLORE AENNINO, IL 64ENNE BOSS ROMANO OGNI MERCOLEDI’ PRANZA AL SENATO CON UN’AVVENENTE RAGAZZA….”ME LA DEVI FAR SCRIVERE AL SECOLO” SI RACCOMANDA CON IL NUOVO AMMINISTRATORE…E A CONFERMA AVVENUTA BRINDA A CHAMPAGNE
Lei lo guarda sorridente, lui controlla che le servano sempre i piatti migliori e che le
altrui occhiate alle sue forme, spesso molto esposte, siano d’apprezzamento ma non eccessivamente impertinenti.
Lui è il senatore romano del Pdl Domenico Gramazio, 64 anni appena compiuti, ex duro del Msi e di An; lei una procace ragazza mora tra i 25 e i trent’anni, a cui nessuno riesce a dare un nome.
Una collaboratrice, un’amica, una dipendente del Senato?
Non si sa, ma insieme danno vita a quella che a Palazzo Madama, nei corridoi defilati del piano terra o o alla buvette, tutti definiscono ormai lo «spettacolo del mercoledì», perchè la scena si consuma ormai da qualche settimana al ristorante del Senato e quasi sempre di mercoledì.
Il primo avvistamento della coppia risale a febbraio: i due erano seduti al tavolo sotto la finestra che affaccia sul cortile, uno dei due di solito riservati alla stampa parlamentare, in compagnia del senatore Ciarrapico e di altri esponenti più o meno di spicco del Pdl.
Stessa scena i mercoledì successivi, fino al 23 marzo: quando il pranzo diventa l’occasione per introdurre la ragazza nel mondo dell’informazione.
Al tavolo, stavolta ci sono lei, Gramazio e altre tre persone.
A un certo punto il senatore, dopo essersi alzato velocemente, si allontana e poi torna al tavolo tirando per un braccio un commensale che presenta come «l’amministratore delegato del “Secolo d’Italia”».
Poi la presentazione dell’ad alla ragazza e la richiesta: «Me la devi far scrivere sul “Secolo”».
Quindi una frase incomprensibile, infine un: «magari di moda».
Affermativa la risposta del presunto ‘amministratore delegato’: «Si può fare, certo… fatto».
Soddisfazione di lei, gioia di Gramazio che, esultante, annuncia di volere brindare con «una bottiglia di champagne».
Magari anche al nuovo corso del “Secolo d’Italia”, strappato proprio dagli ex An come Gramazio a Fini e all’ex direttore Flavia Perina, che consente finalmente di disporre di preziose collaborazioni anche per i propri amici.
Roberto Franchini
(da “L’Espresso“)
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO SULLA PRESCRIZIONE BREVE E’ UNO SCHIAFFO ALLO STATO DI DIRITTO…BERLUSCONI PAGA A CARO PREZZO LA CAMPAGNA ACQUISTI CHE GLI HA CONSENTITO DI EVITARE IL TRACOLLO: ORA I TRADITORI GLI HANNO PRESENTATO IL CONTO
Un presidente del Consiglio sotto ricatto. 
Un governo a responsabilità e a sovranità limitata.
Da qualunque parte la si osservi, l’Italia offre di sè un’immagine da fine Impero.
Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana.
Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un’opinione pubblica confusa e disinformata, vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della “democratura” berlusconiana.
La “promozione” di Saverio Romano a ministro è l’ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale.
L’emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l’ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.
Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio.
Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa “campagna acquisti” che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini.
La sparuta pattuglia dei cosiddetti “responsabili”, assoldati tra le anime perse dei “disponibili” di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno.
Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro.
A costo di imbarcare, al dicastero dell’Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario.
Volendo, si potrebbe partire da lui stesso.
Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l’attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso “legittimo impedimento” pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c’è di più e di peggio.
Da un lato, appunto, c’è la sottomissione a un truce ricatto, che la dice lunga sulla condizione di “minorità ” di questa maggioranza: si è dotata di un fragile argine numerico, ma non dispone più di un solido margine politico.
Dall’altro lato, c’è la sfida alle istituzioni.
La scorsa settimana, nel primo incontro al Quirinale sul rimpasto, il presidente della Repubblica aveva già segnalato al Cavaliere che l’eventuale proposta di Romano ministro sarebbe stato un problema serio, viste le pesantissime ipotesi di reato che tuttora pendono sul personaggio in questione, per il quale esiste una richiesta di archiviazione ma sul quale il gip non si è ancora pronunciato.
Ancora l’altro ieri sera, Napolitano aveva ripetuto a Gianni Letta che se il premier non avesse desistito dal suo intendimento, il Capo dello Stato avrebbe accettato la sua proposta perchè non esistono “impedimenti giuridico-formali” tali da giustificare un diniego, ma non avrebbe rinunciato a rendere pubbliche le sue “perplessità politico-istituzionali” sulla nomina.
Nonostante questi avvertimenti, il presidente del Consiglio è andato fino in fondo.
E ha costretto il Colle a un atto clamoroso e irrituale: un comunicato ufficiale in cui si auspica un rapido chiarimento sulla posizione processuale del neo-ministro, in relazione alle “gravi imputazioni” che lo riguardano.
Un episodio che non ha precedenti.
La presunzione di innocenza è una garanzia costitutiva di ogni Stato liberale. Ma che credibilità può avere un governo in cui, dal presidente del Consiglio in giù, è un contino viavai di indagati, inquisiti, processati?
E fino a che punto può spingersi il cinismo politico di un premier, che pur di galleggiare fino alla fine della legislatura, è pronto a sottoscrivere qualunque “patto”, anche il più scellerato, solo per salvare se stesso e il suo governo?
In questa logica, perversa e irresponsabile, rientra anche la questione della giustizia.
Quanto è accaduto tre giorni fa in commissione, alla Camera, è l’ennesimo scandalo della democrazia.
L’emendamento al disegno di legge sul processo breve, presentato dal carneade pidiellino Maurizio Paniz (il patetico Cirami di questa sedicesima legislatura) abbatte i tempi della prescrizione per gli incensurati.
Più ancora di quelle che l’hanno preceduta, è una norma tagliata a misura per i bisogni processuali del Cavaliere.
Grazie a questo trucco legislativo, il processo Mills decadrà prima dell’estate, e il premier sfuggirà ad una probabile condanna.
La vergogna non è tanto la “cosa in sè”: di misure ad personam il Cavaliere se n’è fatte approvare ben 38, in diciassette anni di avventura politica.
Il vero scandalo è nella menzogna eletta a metodo di governo.
Solo tre settimane fa, nel quadro della controffensiva politico-mediatica orchestrata da Berlusconi e dalla Struttura Delta, il governo aveva spacciato al Paese la sua “storica riforma della giustizia”.
Vendendola agli italiani, al capo dello Stato e all’opposizione come una “svolta di sistema”, che per la prima volta non avrebbe contenuto norme atte ad incidere “sui processi in corso”.
Quindi mai più giustizia ad uso personale, mai più leggi ad personam.
Un mossa astuta, propagandata e camuffata con tutti i mezzi del network informativo e televisivo di cui il premier può disporre.
Una mossa che aveva accecato i soliti “addetti al dialogo” del Pd.
Avevamo scritto che quella non era affatto una “riforma storica”, ma una “controriforma incostituzionale”.
Avevamo scritto che prima di andare a vedere cosa c’era nella mano visibile del Cavaliere, bisognava capire cosa c’era in quella nascosta dietro alla sua schiena. Ora lo sappiamo.
È l’ultima conferma che in Italia, finchè c’è Berlusconi, la legge non sarà mai uguale per tutti. Noi l’abbiamo capito da un pezzo.
Ora speriamo che l’abbiano capito anche le anime belle del centrosinistra.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO AVER PERSO LA FACCIA REGALANDO 5 MILIARDI AL BOIA DI TRIPOLI E PROSTRANDOSI AI SUOI PIEDI, PDL E LEGA PRESENTANO UNA MOZIONE IN PARTE SCONTATA, IN PARTE VILE E AFFARISTICA.. L’UNICA LORO PREOCCUPAZIONE PARE ESSERE IL BUSINESS E AVERE QUATTRINI EUROPEI PER GESTIRE I PROFUGHI
Rigoroso rispetto della risoluzione Onu anche attraverso opportune iniziative politico diplomatiche e intimazione del cessate il fuoco per tornare il prima possibile ad uno stato di non conflittualità ; assegnazione alla Nato del comando e del controllo delle operazioni militari; ma anche embargo sulle armi nei confronti della Libia e un’azione di pattugliamento del Mediterraneo per contrastare le organizzazioni criminali con il rischio di infiltrazioni terroristiche.
E ancora: riattivazione, quando le circostanze lo renderanno possibile, degli accordi bilaterali in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall’Italia con la Libia; iniziative per tutelare le imprese europee impossibilitate ad onorare i contratti per le sanzioni.
E infine: impegno dei partner europei e della Commissione a dare mezzi anche finanziari per condividere l’onere della gestione degli sbarchi di immigrati e attivazione affinchè l’Europa si doti al più presto di un ‘sistema unico di asilo’ che fin da subito preveda un sistema di ‘burden sharing’ teso a ridistruibuire la presenza degli immigrati tra i paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.
Sono questi i punti chiave della risoluzione sulla Libia, firmata dai capigruppo di Pdl, Lega e Coesione Nazionale, su cui la maggioranza ha raggiunto l’intesa e con cui si impegna il governo.
Si legge nel documento che “vi sono comunque delle condizioni che occorre siano garantite affinchè il paese possa tener fede ai suoi impegni senza che siano messi in pericolo i suoi interessi nazionali”.
La risoluzione di maggioranza rileva quindi che “l’Italia riceve il 14% del petrolio e il 26% del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia” e che il nostro è il paese “più esposto ad eventuali ritorsioni militari o terroristiche da parte libica e ha quindi un interesse primario nel non valicare i confini dettati dalla risoluzione Onu che giustificano l’intervento con il solo criterio della protezione delle popolazioni civili. Ogni altra azione che possa essere intesa come ostile dalla popolazione della Libia – viene sottolineato nel documento – e dalle opinioni pubbliche dei paesi arabi, metterebbe a serio repentaglio la nostra sicurezza nazionale”.
In pratica emergono alcuni dati di fatto:
1) Dopo aver regalato a Gheddafi 5 miliardi di dollari, essersi prostrati ai suoi piedi, aver permesso per settimane che il boia di Tripoli trucidasse il suo popolo senza “disturbarlo” con una telefonata, aver atteso l’intervento di altri Paesi europei e non, di fronte alla possibilità di rimanere gli unici schierati con Gheddafi, obtorto collo, ci siamo alfine schierati con Usa, Francia e Gran Bretagna.
Atteggiamento tipico dell’Italietta che si pone a seconda di chi pare uscire vincitore.
Gli altri applicano la risoluzione Onu, noi precisiamo che i nostri non sganciano bombe, fanno solo un giro turistico.
Per impedire il massacro di Bengasi i francesi giustamente bombardano, noi ci raccomandiano che non esagerino troppo.
Magari bastavano due fialette puzzolenti e le truppe libiche sarebbero arretrate.
Nella mozione si dice ok all’Onu, ma sarebbe meglio il cessate il fuoco: perchè non lo dite a Gheddafi che continua a sparare sui civili?
2) L’interventismo di Sarkozy ci aveva messo nell’angolo che peraltro meritavamo: piagnucolando ci hanno dato il controllo marittimo dell’embargo di armi alla Libia: il nulla fatto passare per grande successo.
La preoccupazione maggiore è che la Francia un domani ci estrometta dagli affari in caso di vittoria degli insorti.
Sarebbe anche giusto: se non ci fossero stati gli aerei francesi oggi Bengasi sarebbe rasa al suolo.
Se aspettavano gli italiani…
In ogni caso che senso ha chiedere il rispetto degli accordi economici sottoscritti in questa fase?
A chi lo chiedete?
A Gheddafi che dovrebbe essere un nemico?
O agli insorti di cui per viltà non avete neanche riconosciuto lo status di governo provvisorio a differenza della Francia?
Siamo nel ridicolo a parlare di business mentre la gente spara.
3) La solita fissa dei profughi: peccato che siano arrivati finora non più di 10 libici, gli altri sono tutti tunisini e non c’entrano una mazza.
E in ogni caso sono appena 15.000, la metà di quelli arrivati a Lampedusa nel 2008 e per i quali non è stato fatto tutto questo casino.
Erano stati accolti, identificati e poi in buona parte rimpatriati, senza tenerli a dormire sul molo di Lampedusa.
La ripartizione dei profughi tra i vari Paesi europei?
Concetto teorico giusto, ma se la Germania ci chiedesse di prenderci 20.000 dei 90.000 profughi accolti qualche tempo fa interamente da loro?
Che facciamo? Uno scambio?
Ha senso fare una mozione “egoista” in questo momento o non sarebbe meglio lavorare per una prospettiva futura senza Gheddafi?
E se per garantire l’incolumità delle forze di opposizione libiche occorresse scaricare 10 bombe sul bunker di Gheddafi, noi saremmo per farlo o no?
O ci dispiacerebbe, pover’uomo?
In fondo all’estero ha solo 120 miliardi di dollari.
Rubati al popolo libico.
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Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
VIA LIBERA ALLA NOMINA DELL’ESPONENTE DEI RESPONSABILI, CON PASSAGGIO DI GALAN AI BENI CULTURALI…SENZA LA GARANZIA DI UN MINISTERO, NON AVREBBERO VOTATO A FAVORE DELLE LEGGI AD PERSONAM…”CHIARIRE PRESTO LE PESANTI IMPUTAZIONI”: ROMANO E’ SOTTO INCHIESTA PER MAFIA E CORRUZIONE… BOCCHINO: “UN PREMIER SOTTO RICATTO”
Va in porto il rimpasto di governo a lungo inseguito da Silvio Berlusconi, ma non senza intoppi.
Saverio Romano ha giurato oggi al Quirinale in veste di nuovo ministro dell’Agricoltura, ma il presidente della Repubblica non ha mancato di fare pesare le sue perplessità per le pesanti ombre giudiziarie che gravano sull’esponente dei Reponsabili.
“Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – si legge in una nota del Colle – dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell’onorevole Romano a ministro dell’Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”.
“A seguito della odierna formalizzazione della proposta da parte del presidente del consiglio, il presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego – prosegue il comunicato – Egli ha in pari tempo auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”.
Romano prende il posto di Galan, spostato ai Beni culturali, poltrona lasciata vuota dall’ufficializzazione delle annunciate dimissioni di Sandro Bondi.
Proprio ieri il Giornale di Sicilia aveva rivelato l’intenzione del gip palermitano Giuliano Castiglia di non voler archiviare l’inchiesta che vede il neoministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Contro Romano resta in piedi inoltre anche un procedimento per corruzione aggravata dal fatto che sarebbe stata finalizzata a favorire Cosa Nostra nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.
“La posizione di Napolitano dimostra in maniera incontrovertibile che Silvio Berlusconi non è più in grado di agire liberamente nella sua attività di governo. Ha, infatti, dovuto sottostare al diktat dei Responsabili e nominare ministro Saverio Romano nonostante le note e annunciate perplessità del Quirinale – afferma il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino – E’ ormai evidente che siamo in una situazione senza precedenti che mette a repentaglio la libertà di azione del presidente del Consiglio”.
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Marzo 21st, 2011 Riccardo Fucile
SBLOCCATE LE ADDIZIONALI REGIONALI, NUOVE TASSE SUL RUMORE E SUI SUV…PIU’ TASSE IN MEDIA DI 230 EURO A TESTA….CHI HA UN REDDITO SUPERIORE A 28.000 EURO NEL 2015 PAGHERA’ 862 EURO IN PIU’…GRAZIE LEGA!
Si appesantisce la stangata che il federalismo porterà nelle tasche degli italiani.
Il nuovo testo sul fisco regionale e provinciale, contenuto nel parere del relatore di maggioranza al provvedimento, Massimo Corsaro (Pdl), scongela anche l’ultimo ostacolo rimasto sulla strada dell’aumento delle addizionali regionali: i governatori avranno mani libere fin da quest’anno.
In sostanza quelle Regioni che non hanno sfruttato la possibilità di portare l’aliquota al tetto massimo dell’1,4 per cento adesso potranno farlo liberamente avendo a disposizione un anticipo di un anno rispetto alla precedente stesura del provvedimento che apriva le porte agli aumenti solo dal 2012.
Come è noto la corsa dei rincari non si fermerà qui: il decreto conferma la scalettatura delle possibilità di aumento delle aliquote che stabilisce il tetto del 2 per cento nel 2014 e del 3 per cento nel 2015.
Secondo uno studio della Uil, se tutte le Regioni si avvalessero della possibilità di portare l’aliquota al 3 per cento nel 2015, l’aggravio sarebbe di 226 euro pro-capite (82,8 per cento) con punte che possono arrivare, per le fasce sopra i 28 mila euro, a 862 euro.
Lo scongelamento delle aliquote regionali fa il paio con quello delle addizionali comunali, contenuto nel contrastato decreto sul federalismo municipale: in base a questo testo già da quest’anno sono possibili gli aumenti delle addizionali comunali in quei municipi sotto lo 0,4 per cento (0,2 nel 2011 e 0,2 nel 2012).
In totale, se tutti i Comuni facessero scattare i rincari, per il contribuente medio ci sarebbe un esborso di 94 euro (+63,9 per cento).
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha tenuto a sottolineare il senso dell’intera operazione.
“Non è un esercizio finanziario ma politico e di democrazia”, ha detto il ministro a Cernobbio ed ha aggiunto che il federalismo “non si fa solo sulle entrate ma anche sulle uscite” e ci “mette in linea con la morale pubblica”.
Beati lui che pensa sia morale pagare sempre più imposte.
La partita delle tasse tuttavia non è finita.
Il nuovo testo del decreto prevede che le Regioni potranno disporre anche delle imposte sulle “emissioni sonore degli aeromobili”, la cosidetta “tassa sul rumore”. A
rriva anche la possibilità per le Province (così come previsto per i Comuni) di introdurre una tassa di scopo per la costruzione di opere pubbliche.
Tra i tributi propri delle Regioni rispunta anche la maxi tassa sui Suv che potrebbe essere applicata riscuotendo 8 euro su ogni kw eccedente i 130: sarà destinata a finanziare il trasporto pubblico locale.
La misura potrebbe essere presentata lunedì nel nuovo testo che il ministro Roberto Calderoli si appresta a portare in Commissione e potrebbe essere già oggetto di valutazione nella Conferenza delle Regioni e delle Province autonome che si riunirà il giorno successivo.
Il via libera al federalismo rimane infatti, per le Regioni, condzionato ai finanziamenti per il trasporto pubblico locale: se non verranno ripristinati i 420 milioni tagliati alle Regioni per il 2011, è possibile che queste trasformino il parere sul federalismo in “contrario”.
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Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile
UN’INDAGINE PER MAFIA “QUASI” ARCHIVIATA E UN’ALTRA IN CORSO PER CORRUZIONE AGGRAVATA DAL FAVOREGGIAMENTO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA… IL “RESPONSABILE” CHIACCHIERATO CHE PRETENDE UN MINISTERO IN CAMBIO DEL SUO APPOGGIO AL GOVERNO
Un’indagine per mafia “quasi” archiviata e un’altra, in corso, per corruzione
aggravata dall’art. 7, che prevede il favoreggiamento ad un’associazione mafiosa: sono queste le inchieste condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo nei confronti di Saverio Romano, ministro in pectore del governo Berlusconi per la formazione dei Responsabili, sulla cui nomina in queste ore, secondo alcuni quotidiani, si sono registrate perplessità da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proprio in relazione ai problemi giudiziari del deputato.
E, come scrive Il Messaggero, anche “ai presunti legami dei suoi familiari con la mafia”, forse riferendosi alla decisione del ministero dell’Interno, adottata un mese fa, di iniziare le procedure di scioglimento per mafia del comune di Belmonte Mezzagno, feudo elettorale del ministro in pectore guidato dal sindaco Saverio Barrale, zio di Saverio Romano.
Perplessità ed esitazioni manifestate nell’incontro di mercoledì tra il premier ed il capo dello Stato che avrebbero indotto Romano e la sua pattuglia di parlamentari (cinque in tutto) a disertare il voto d’aula sull’election day, nel quale la maggioranza, com’è noto, si è salvata per un solo voto, quello del radicale Beltrandi.
Per fugare i dubbi sulla sua lealtà nei confronti del governo (e ridefinire i rapporti con la maggioranza) Romano ha convocato una conferenza stampa in cui ha esordito: “Imboscate da noi non ne verranno mai”.
“Sono ministro dell’Agricoltura da 15 giorni” ha ricordato ironicamente Romano, a proposito delle voci sul suo ingresso nell’esecutivo, “ma una mia nomina al governo potrebbe essere addirittura dannosa se non è preceduta da una premessa”.
Che secondo Romano deve essere politica: il leader del Pid si è detto “lusingato” per la possibilità di entrare al governo espressagli “dal presidente Berlusconi”, ma ha sottolineato che occorre prima che Iniziativa Responsabile “entri organicamente nella maggioranza”, il che significa che d’ora in poi “i provvedimenti dovranno essere concordati non solo tra la Lega e il Pdl, ma anche con il concorso di Iniziativa responsabile”.
D’ora in poi, dunque, i Responsabili vogliono entrare a pieno titolo in tutte le decisioni della maggioranza e non, ha detto Romano, come è capitato in passato con la norma sull’anatocismo bancario presente nel Mille-proroghe, o i tagli al Ministero per i Beni Culturali, o quelli agli incentivi per le fonti rinnovabili.
Per il deputato ex Udc, insomma, in sede parlamentare i capigruppo di Pdl e Lega dovranno concordare con quello di Romano i provvedimenti al vaglio di Camera e Senato, mentre quando “il confronto riguarda la sede politica”, Berlusconi dovrà convocare i Responsabili nel vertice di maggioranza.
“Vogliamo da questo governo – ha spiegato – un progetto chiaro che indichi anche i tempi. Iniziativa Responsabile pone questioni politiche e non di poltrone”, perchè “serve un progetto che guardi alla futura legislatura”.
Premesse politiche e tatticismi, da una parte e dall’altra, nelle quali finisce per giocare un ruolo anche la questione morale: se è vero che l’inchiesta principale, per concorso esterno in associazione mafiosa, (nata dalle dichiarazioni del pentito di Villabate Francesco Campanella) si è chiusa in procura quattro mesi fa con una richiesta di archiviazione che attesta la mancanza di elementi concreti per sostenere l’accusa in giudizio, nella stessa richiesta il pm Nino Di Matteo scrive che dalle indagini è emerso un quadro di “contiguità ”, penalmente non rilevante, con ambienti mafiosi villabatesi.
Resta aperta, invece, l’indagine per corruzione aggravata dal favoreggiamento alla mafia aperta dopo che in un’intercettazione ambientale del gennaio 2004 Massimo Ciancimino disse al professor Gianni Lapis, che per suo conto aveva curato la vendita della società del Gas agli spagnoli della Gas Natural, che aveva dovuto versare somme di denaro ad alcuni esponenti politici.
Tra questi, Saverio Romano.
Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, governo, la casta, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL PIANO DEL GOVERNO PREVEDE 52 AREE PER OSPITARE LE SCORIE, IN GRAN PARTE NEL CENTROSUD…COSTI DI COSTRUZIONE, MANTENIMENTO, GESTIONE E DISMISSIONE PER UNA CENTRALE CHE DURA AL MASSIMO 40 ANNI….L’ITALIA IMPORTA L’8% DELL’ENERGIA CHE CONSUMA E SI VORREBBE SOSTITUIRE QUESTA PARTE CON UN 50% DI ENERGIA PROVENIENTE DAL NUCLEARE E UN ALTRO 50% DALLE RINNOVABILI…ALLA FINE SI SPENDERA’ DI PIU’ CHE A IMPORTARE ENERGIA DALL’ESTERO
A pochi giorni dal disastro ambientale seguito alla tragedia che ha colpito il
Giappone, il mondo s’interroga sulla validità della tesi nucleare.
In Italia il Governo si dice fermamente convinto nell’andare avanti, rifiutando di sospendere i l programma di riarmo delle centrali nucleari.
La Sogin, società controllata dal Tesoro, attraverso organi di informazione ufficiali, ha prospettato la soluzione al problema scorie: 52 aree, site per lo più nel Centro Sud, in grado di ospitare le scorie radioattive.
Malgrado non sia stata fornita alcuna specifica in merito alla classe, la notizia è stata accolta con favore dal Presidente del Consiglio, nonchè dal Ministro dell’Ambiente.
Dal Corriere della Sera: “la scelta del deposito nazionale per le scorie non sarà imposta e avverrà d’accordo con le Regioni, con una sorta di asta: la comunità che accetterà i depositi radioattivi sarà infatti compensata con forti incentivi economici”.
Per l’avvio del provvedimento mancano le VIA e il parere dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare a cui manca ancora un presidente.
Il Ministro dell’Ambiente dichiara che “le centrali pensate per l’Italia sono modernissime e prevedono sistemi di sicurezza molto superiori a quelli giapponesi”.
Personalmente nutro perplessità in merito alla tecnologia italiana riferita alle Centrali Nucleari, visto che i primi passi dovrebbero muoversi solo nel prossimo futuro.
Se importassimo la tecnologia dai Paesi in cui il nucleare è attivo, mi chiedo quanto denaro dovrebbe essere investito…considerando che già la costruzione di per sè richiede un costo molto elevato e sicuramente eccessivo per il Paese.
E i costi di mantenimento e gestione?
E i costi di bonifica delle centrali?
Purtroppo molti ignorano che la vita media di un impianto nucleare è stimata in 30-40 anni.
Dopo tale periodo dovrebbe essere sostenuto un costo per la sua dismissione, elevatissimo.
Dunque contestualmente dovrebbe essere sostenuta una spesa per dismettere un impianto e una per costruirne uno nuovo…
Per quanto concerne la sicurezza, sicure che possano essere, non lo saranno mai totalmente.
Le caratteristiche geomorfologiche dell’Italia contemplano una possibile sismicità . E Fukushima ci ha insegnato che basta un incidente per cagionare un disastro ambientale.
L’Italia attualmente importa circa l’8% dell’energia che consuma, mentre produce l’83% da idrocarburi e il restante da rinnovabili.
L’obiettivo del Governo è di ridurre del 33% la produzione da idrocarburi, conseguendo il restante 50% dal nucleare e dalle fonti rinnovabili in egual misura.
La produzione di energia dalla fissione nucleare non libererà l’Italia dai costi d’acquisto di quell’8%, bensì rappresenterà di per sè un costo di gran lunga superiore.
I rifiuti nucleari hanno la caratteristica di essere sempre altamente tossici.
Gli effetti da irradiazione sono ormai noti a tutti e vanno dalla comparsa di tumori alle malformazioni neonatali.
Le patologie possono manifestarsi anche dopo molti anni.
Il costo per la conservazione delle scorie è ingente, considerando che si tratta di materiale che rimarrà attivo e pericoloso per migliaia di anni.
La messa in sicurezza deve contemplare un involucro in grado di restare tal quale e garantire l’impermeabilità per tutto il tempo necessario.
Mycle Schneider, uno dei massimi esperti in materia, scrive: “il fattore tempo introduce una differenza fondamentale tra le scorie radioattive e gli altri rifiuti. Si parla, per i diversi radioisotopi, di “mezza vita”, il tempo necessario perchè la radioattività in essi contenuta diminuisca fino a dimezzarsi in modo naturale. La mezza vita di molti isotopi emittenti contenuti nelle scorie nucleari supera spesso l’immaginazione: più di 24.000 anni per il plutonio 239, circa 214.000 anni per il tecnezio 99, quasi 16 milioni di anni per lo iodio 129 e addirittura 4,5 miliardi di anni per l’uranio 238.
La durata della vita, quindi, non dice nulla sul livello di radiotossicità . Alcuni isotopi sono molto pericolosi nel breve periodo, ma diventano innocui nel giro di qualche ora o di qualche giorno, mentre altri isotopi uniscono un alto grado di radiotossicità ad una lunga durata di vita. Ad esempio, il plutonio non ha soltanto una vita estremamente lunga, ma è anche altamente radiotossico: basta l’inalazione di poche decine di millesimi di grammo per provocare un cancro letale ai polmoni.”
I rifiuti nucleari si distinguono in relazione alla loro attività in tre categorie
1° grado. Bassa attività : materiali contaminati provenienti dallo smantellamento dei siti nucleari (macerie, calcestruzzo, infissi, ecc.). Poco attivi ma spesso di lunga durata, questi rifiuti hanno dimensioni gigantesche.
2° grado. Media attività : principalmente rifiuti tecnologici rimasti contaminati durante il loro utilizzo (guanti, vestiario, utensili, ecc.). Radioattività media di circa 300 anni. Le agenzia atomiche ritengono che potrebbe essere sufficiente stoccarli in depositi in “superficie”.
3° grado. Alta attività : principalmente rifiuti provenienti dal cuore del reattore ov’è concentrata una quantità enorme di radioattività . Rimangono pericolosi per milioni di anni.
Esistono poi altri rifiuti nucleari, non classificati dalle varie legislazioni nazionali come pericolosi, che vengono riutilizzati per la fabbricazione di beni di largo consumo come la lana di vetro, l’acciaio o la ceramica.
Il costo dello smantellamento degli impianti britannici e della gestione delle relative scorie è stimato a più di 100 miliardi di euro — con la tendenza ad aumentare.
Le stime per il solo stoccaggio geologico delle scorie a media ed alta radioattività in Francia variano da 13,5 a 58 miliardi di euro.
Analogamente, il costo di smantellamento di un piccolo reattore in Francia (Brennilis, 70 MW) è stimato a 480 milioni di euro circa.
Silvia Girotti
argomento: Berlusconi, denuncia, economia, Energia, Europa, Parlamento, PdL, Politica, Rifiuti, Sicurezza | Commenta »