Marzo 17th, 2011 Riccardo Fucile
TENSIONE A MILANO, IN PIAZZA DELLA SCALA, DECINE DI CONTESTATORI NON ORGANIZZATI SI INDIGNANO PER L’UFFICIO MOBILE DEL CIALTRONE PADANO CHE CONTESTA L’UNITA’ D’ITALIA… GRIDANO “FUORI LA LEGA DALLO STATO” E INTONANO L’INNO DI MAMELI…A PROTEZIONE DEL PADAGNO SI DEVONO SCHIERARE I CARABINIERI IN ASSETTO ANTISOMMOSSA, IL BANCHETTO VIENE RIMOSSO E SALVINI MESSO IN SALVO DAGLI “ITALIANI” CHE LUI DISPREZZA
Momenti di tensione in piazza della Scala a Milano, nel giorno dei festeggiamenti per
l’Unità d’Italia, dove il capogruppo della Lega al Comune, l’eurodeputato Matteo Salvini, ha organizzato “un ufficio mobile dove sta lavorando per raccogliere le segnalazioni dei cittadini”: di fatto, un modo per contestare la decisione di tenere chiusi gli uffici pubblici nel giorno della festa.
La solita provocazione del ciarpame leghista e secessionista che “con il tricolore si pulisce il culo”.
Ma stavolta è successo qualcosa di inedito: una trentina di cittadini hanno contestato animatamente il lavoro di una decina di esponenti e sostenitori del Carroccio al grido di “buffoni”, “fuori la Lega dallo Stato” e intonando l’Inno di Mameli.
Una protesta pacifica ma molto accesa, che ha costretto la polizia a schierare di fronte al banchetto un cordone di carabinieri in assetto antisommossa perchè la situazione stava per degenerare.
I contestatori erano semplici cittadini, giovani e anziani, che si sono via via ammassati all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele, dove si trova il banchetto, dopo le prime rimostranze verbali di alcuni milanesi che indossavano bandiere e coccarde tricolori.
Quindi non “centri sociali” o “comunisti” come delira solitamente Salvini, quando non è impegnato in rutti o in canzoni razziste contro i meridionali, ma cittadini di passaggio (come conferma anche la foto che pubblichiamo).
Gente che ha cominciato a capire come ci si deve regolare per liberarsi della fogna razzista che sta inquinando le coscienze del nostro Paese, al di là delle appartenenze di origine.
Dopo momenti di tensione le forze dell’ordine hanno proceduto con la rimozione del banchetto e Salvini e suoi scherani sono stati protetti dalle forze delll’ordine “italiane” durante la ritirata.
Ma il meglio Salvini doveva ancora darlo.
Ha infatti poi commentato che “questi contestatori si dovrebbero vergognare a usare il tricolore in quel modo”, definendoli squadristi.
Certo, lui il tricolore è notorio come ama usarlo, al posto della carta igienica.
Lui che gira con la maglietta “Padania non è Italia” è solo un clandestino in Italia, quindi non avrebbe diritto a percepire nessun stipendio da parlamentare italiano in Europa, nè gettoni comunali a Milano.
E la prossima volta, le forze dell’ordine “dei terroni italiani” non è giusto che proteggano un provocatore straniero.
Lo respingano o lo affoghino tramite Gheddafi, come Salvini ama fare con gli immigrati.
Il vero clandestino in Italia è solo lui e la sua accozzaglia padagna.
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Marzo 17th, 2011 Riccardo Fucile
IMPOSTA DA UNA RISTRETTA CERCHIA DI INTELLETTUALI DISTANTI DAL POPOLO, COMBATTUTA DA POTENZE STRANIERE, AI DANNI DEL SUD DEPREDATO… RIPERCORRENDO LA STORIA DI UN SUD EVOLUTO E DI UN NORD INDEBITATO
Nella prima metà dell’800, l’Italia centro settentrionale era divisa in una moltitudine di statarelli arretrati e in profondo ritardo sulla rivoluzione industriale che, partendo dall’Inghilterra, stava cambiano il volto dell’Europa.
Nel sud d’Italia la situazione era molto diversa.
Il meridione, dopo essere stato faro di civiltà con la Magna Grecia prima e la Roma Imperiale poi, attraversò un periodo di decadenza causato dalle continue dominazioni straniere e le successive vessazioni dei vicerè spagnoli.
La rinascita del sud avvenne nel 1816 con la costituzione del Regno delle Due Sicilie, uno Stato italiano del tutto indipendente retto da sovrani italiani che riprese il cammino di modernizzazione e di progresso culturale avviato da Federico II, il più grande imperatore che l’Italia abbia mai avuto dai tempi di Roma.
Sotto la dinastia dei Borboni (a tutti gli effetti napoletani), fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale con cui oggi si baloccano i leghisti), fu dato grande impulso all’industria sia metallurgica che cantieristica, all’agricoltura, alla pesca ed anche al turismo, segno di un diffuso benessere.
Le ferrovie, inventate nel 1820, ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839).
Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico.
La riforma agraria pose fine alle leggi feudali e permise di bonificare paludi e di incrementare l’agricoltura.
Grande impulso fu dato alla cultura, all’arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno.
In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia Militare la Nunziatella.
Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni citt�
L’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa.
Lo sviluppo industriale fu travolgente, con 1 milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d’Italia.
I primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria, furono realizzati in quegli anni.
Le navi Mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua modernissima flotta, costruita interamente nei cantieri navali meridionali, era seconda solo a quella Inglese.
Nel 1860 contava oltre 9.000 bastimenti e nel 1818 era stata varata la prima nave a vapore italiana.
Le industrie tessili e metallurgiche si svilupparono in tutto il Regno (solo quella di Pietrarsa dava lavoro ad oltre mille operai a cui si aggiungevano i settemila dell’indotto).
Nel Regno delle Due Sicilie la disoccupazione era praticamente inesistente e così l’emigrazione (per tornare a questa situazione bisognerà attendere gli anni trenta del ‘900).
Gli sportelli bancari, altro segno di sviluppo economico, erano diffusi in ogni paese. E’ qui che videro la luce i primi assegni.
La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici etruschi, greci e romani che affiancati da musei e biblioteche diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori.
Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane.
Carlo III di Borbone fondò l’Accademia di Ercolano che diede l’avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano.
Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo.
La sanità non era da meno, con oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio.
Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia.
Le strade erano sicure e la mafia, che soprattutto oggi affligge il sud e non solo, non esisteva neppure come parola.
Dal punto di vista amministrativo, il Regno del Sud godeva ottima salute, non a caso la Borsa di Parigi, allora la più grande al mondo, quotava il Regno al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi.
Nella conferenza internazionale di Parigi nel 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale.
Come mai allora Garibaldi con soli mille uomini riuscì ad abbattere un Regno così ben organizzato e sostenuto dal suo popolo?
Per dare risposta a questa domanda dobbiamo prima capire chi fece realmente L’Unità d’Italia.
A partire dai fratelli Bandiera, che sbarcati a Cosenza il 16 giugno 1844 per organizzare la sollevazione popolare furono invece accolti dai forconi dei contadini, tutti i tentativi di insurrezione popolare, dalla Repubblica romana del 1849 di Mazzini ai moti carbonari, ebbero risultati effimeri perchè il popolo era del tutto assente e disinteressato (a parte qualche malessere che sfociava in deboli rivolte).
Al nord, dominato dagli austriaci, l’insofferenza era invece marcata, ma per motivi economici e non certo per idealismo patriottico.
Di Italia Unita si parlava solo nei ristretti circoli intellettuali liberali e nei palazzi della politica piemontese.
Il minuscolo regno dei Savoia era infatti smanioso di allargare i suoi confini e di contare sullo scacchiere europeo.
La prima e unica guerra risorgimentale condotta in prima persona dai piemontesi contro l’Austria – comunque affiancati da regolari e volontari di altri stati italiani, tra i quali ben 16 mila napoletani guidati da Guglielmo Pepe – si trasformò in un disastro per le truppe sabaude.
La seconda guerra d’indipendenza che portò all’annessione della Lombardia fu vinta grazie all’apporto della Francia di Napoleone III che a Magenta il 4 giugno 1859 sconfisse gli austriaci costringendoli alla resa.
Al generale francese Patrice De Mac Mahon, artefice della vittoria, a Magenta è stato – giustamente – dedicato un monumento.
La terza guerra per la conquista del Veneto fu vinta grazia agli accordi con la Prussia di Bismarck.
La condotta delle truppe sabaude fu deludente e ancor di più quella della marina sonoramente battuta dagli austriaci nella battaglia di Lissa.
Anche la tanto mitizzata presa di Roma avvenne grazie agli stranieri e non certo per il valore dei soldati piemontesi.
I bersaglieri del generale La Marmora poterono infatti attraversare trionfanti la Breccia di Porta Pia e sconfiggere i pochi soldati svizzeri posti a protezione del Papa solo perchè seppero approfittare dei rovesci militari della Francia contro la Germania che costrinsero Napoleone III nel 1870 ritirare le sue truppe a difesa dello Stato Pontificio.
Le Guerre d’Indipendenza furono pertanto vinte più dall’abile diplomazia di Cavour che dal sangue italiano e, cosa ancor più deprimente, senza alcun coinvolgimento popolare.
A Parte le gloriose cinque giornate di Milano, fatto rimasto sostanzialmente isolato.
Riunito sotto la corona Sabauda quasi tutto il nord, i Savoia volsero lo sguardo al ricco e prospero Regno del Sud contro il quale attivarono, ancor una volta, la loro spregiudicata diplomazia per ottenere il sostegno dell’Inghilterra.
L’Inghilterra, che vedeva del Regno delle Due Sicilie un pericolosissimo concorrente marittimo, fu ben felice di assecondare le mire espansionistiche piemontesi.
Si attivarono sopratutto i circoli massonici inglesi, a cui erano affiliati i padri del risorgimento da Mazzini a Garibaldi e lo stesso Cavour, per fornire quegli enormi finanziamenti necessari per corrompere generali e ammiragli borbonici e spingerli al tradimento.
Una cifra enorme fu stanziata a tal scopo da Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, e da Lord Palmerson Primo Ministro della Regina Vittoria.
Ma erano veramente mille i garibaldini? Certamente.
Ma ogni giorno sbarcavano sulle coste siciliane migliaia di soldati piemontesi congedati il giorno prima e protetti dalla flotta Inglese dell’ammiraglio Mundy, a questi si unirono i soldati borbonici passati al nemico per denaro insieme ai loro generali Landi e Anguissola.
Da mille che erano i garibaldini divennero in pochissimi giorni oltre 20.000, una vera e propria armata d’invasione sotto mentite spoglie.
Infatti non vi fu alcuna dichiarazione di guerra.
Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Per tre mesi, tanto durò l’assedio dell’isola, la città fu martoriata dai bombardamenti navali.
Eroico fu Francesco II, il giovane Re napoletano, ed eroica fu la sua consorte Regina Sofia e l’intera popolazione che si strinse attorno ai loro sovrani nella strenua difesa della loro libertà .
Ignobile fu invece il comportamento del generale piemontese Cialdini che non esitò un istante a scagliare oltre 160 mila bombe per massacrare l’intera popolazione su ordine di Cavour.
Con la capitolazione di Gaeta finì il glorioso Regno delle Due Sicilie che aveva fatto dell’Italia meridionale uno Stato autonomo ed indipendente, prospero e moderno.
E da qual giorno iniziò l’inesorabile declino del sud reso possibile dalla incapacità e disinteresse dello Stato unitario prima e post fascista poi.
Nel 1860 — e qui arriviamo al vero motivo che spinse lo statarello piemontese a inventarsi l’Unità d’Italia — il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora, una voragine spaventosa che il piccolo Stato Sabaudo con i suoi 4 milioni di abitanti mai e poi mai sarebbe riuscito a colmare per l’arretratezza della sua economia montana.
Nel 1861, quando avvenne l’unificazione del Nord con il sud, il Patrimonio aureo dell’Italia Unita era di 668 milioni di lire oro.
Ebbene di questi ben 443 proveniva da Regno delle Due Sicilie e solo 8 alla Lombardia (il resto dagli altri stati annessi).
Questa enorme massa di denaro proveniente dal sud permise di rimpinguare le disastrate casse del Regno di Savoia e a dare vigore alla sua asfittica economia.
Appena sbarcato in Sicilia il primo obiettivo di Garibaldi fu…la zecca di Palermo per impossessarsi dei 5 milioni di ducati in oro depositati.
Nei dieci anni successivi i piemontese effettuarono un vera e propria opera di spogliazione.
Svuotarono le casse comunali, quelle delle banche, saccheggiarono le Chiese e smontarono i macchinari delle fabbriche per rimontarli al nord. Agevolati in questo dai molti notabili meridionali subito accasati, per denaro e potere, alla corte del nuovo sovrano.
Nelle casse piemontesi finirono inoltre gli enormi proventi dalla vendita dei beni ecclesiastici confiscati e del demanio borbonico.
Lasciando per sempre il suo Regno Francesco II disse profeticamente: “il nord non lascerà ai meridionali nemmeno gli occhi per piangere”.
Quello che il giovane Re napoletano non poteva prevedere era l’ondata repressiva, i massacri di contadini, la fucilazione dei renitenti alla leva, i villaggi bruciati, le brutali violenze con tanto di esposizione di teste mozzate ad opera della soldataglia piemontese che per dieci anni avrebbero martoriato il suo ex-Regno.
Spiace evidenziarlo, ma a macchiarsi le mani di sangue innocente furono in gran parte i bersaglieri.
Alcuni giornali stranieri (la censura del governo al riguardo era rigorosa) pubblicarono delle cifre terrificanti nonostante fossero sottostimate: nel solo primo anno di occupazione vi furono 8.968 fucilati, 13.529 arrestati in gran parte deportati nei campi di concentramento e “rieducazione” al nord, 6 paesi dati alle fiamme, 12 chiese saccheggiate.
Complessivamente si parla di un milione di contadini uccisi e decine di villaggi rasi al suolo.
La chiusura per decreto di un numero imprecisato di scuole e di Chiese. (Vittorio Gleijeses: La Storia di Napoli, Napoli 1981 – Isala Sales: Leghisti e sudisti, Laterza Editore 1993 — Antonio Ciano: I Savoia ed il massacro del sud, ed. Granmelo, Roma 1996).
Antonio Gramsci, nato in Sardegna ma originario di Gaeta, parlando della questione meridionale ebbe a dire”…lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori compiacenti tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
I briganti per l’appunto…tutti i figli maschi erano obbligati, pena la fucilazione, a prestare il servizio militare per sparare ai loro fratelli del sud.
Per chi si rifiutava non restava altra via che quella dei monti, braccati con l’infamante etichetta di “briganti”.
Tanta ignominia ai danni del sud ha provocato delle profonde ferite che ancora oggi stentato a rimarginarsi, alimentate in questo dalle posizioni di supponenza etnica e di antimeridionalismo del partito di Bossi.
Per tentare di unire veramente l’Italia, per superare i contrasti con la Chiesa e per sradicare il fenomeno mafioso bisognerà attendere l’avvento del Fascismo: il Concordato del ’29 pose fine al contenzioso con la Chiesa di Roma, il grande programma di opere pubbliche e di bonifica diede lavoro ai giovani meridionali e la politica repressiva del Regime, con il Prefetto Mori, costrinse la mafia ad emigrare in America (per poi tornare al seguito delle truppe di liberazione).
Oggi festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia (e non dell’unità d’Italia, come viene erroneamente detto, che avverrà solo dopo la Prima Guerra mondiale e con l’annessione di Fiume del ’24).
Brindiamo pure, caro Presidente della Repubblica, ma non dimentichiamoci della Storia, se volgiamo guardare al futuro.
Nonostante tutto: Viva L’Italia, la nostra Patria!
Gianfredo Ruggiero
presidente del Circolo Culturale Excalibur
Varese
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
SONO BEN 69 VOLTE CHE LA MAGGIORANZA VA SOTTO ALLA CAMERA….IL CASO SCAJOLA NON SI RISOLVE: E’ SCONTRO TRA L’EX MINISTRO E IL DUO LA RUSSA-SANTANCHE’…E TRA I RESPONSABILI CRESCE IL NERVOSISMO DI SCILIPOTI, MOFFA E PIONATI: QUALCUNO POTREBBE LASCIARE
Il governo è uscito battuto sia ieri pomeriggio che stamane dall’aula della Camera per la
69a volta dall’inizio della legislatura.
A mandare sotto la maggioranza, ieri un emendamento del Pd sulla tacita remissione delle querele, oggi su due emendamenti del Pd alla legge che istituisce il Garante per l’Infanzia su cui l’esecutivo aveva espresso parere contrario.
In entrambi i casi stamane sono state decisive le assenze nei banchi della maggioranza.
Il primo emendamento è passato con 262 no e 271 sì e un astenuto.
Il secondo con 268 sì, 262 no e due astenuti.
Poco importante dal punto di vista pratico, la sconfitta acquista significato dal punto di vista simbolico, soprattutto ora che il governo deve affrontare una possibile ipotesi di rimpasto che genera turbolenze soprattutto nel cosiddetto gruppo dei Responsabili.
Proprio oggi Berlusconi potrebbe salire al Colle per discutere le nuove nomine.
Fumata nera, invece, da un altro incontro, quello tra il premier e l’ex ministro Claudio Scajola. Scajola è uscito da Palazzo Grazioli senza aver ottenuto quanto richiesto.
Così si fa sempre più concreta l’ipotesi di dare vita al gruppo parlamentare Azzurri, avanzata nei giorni scorsi dall’ex ministro dello Sviluppo economico critico rispetto al Pdl che “non è mai diventato il partito della gente”, aveva detto. Il faccia a faccia di oggi è durato poco meno di un’ora.
Al termine Scajola ha assicurato che si è trattato di un “incontro come sempre franco e cordiale”, aggiungendo: “A me piace sempre unire e non dividere”.
Scajola potrebbe ritrovarsi a ricoprire l’incarico di responsabile degli enti locali del Pdl, nomina che però non rientra nelle sue aspirazioni.
E, a quanto si è appresso da fonti interne al partito, Silvio Berlusconi ha lasciato intendere un suo possibile inserimento nel Risiko del prossimo rimpasto governativo ma il tema non sarebbe stato affrontato.
L’unica certezza è che i due si incontreranno di nuovo nei prossimi giorni. L’ex ministro ha ribadito la volontà di ricoprire un ruolo nel coordinamento del partito così da poter tornare allo spirito iniziale di Forza Italia.
E buona parte del colloquio è stata dedicata proprio al progetto politico di rilancio del Pdl. “Si è parlato di quale contributo Scajola possa dare al partito”, ha riferito un parlamentare che sostiene di aver parlato con Scajola. Berlusconi avrebbe tenuto al centro del colloquio le problematiche legate al Pdl e in particolare la necessità di un maggior radicamento del partito nel territorio. Un modo, secondo qualcuno, di sondare Scajola sulla possibilità di conferirgli un incarico legato ad una riorganizzazione a livello locale. Ipotesi che tuttavia l’ex ministro non sarebbe intenzionato a prendere in considerazione.
Le voci su cosa sia avvenuto dentro il salottino di palazzo Grazioli sono svariate.
Tutti però concordano nel dire che non si è parlato di incarichi nel governo. Dettaglio che lo stesso ex ministro avrebbe confidato ad alcuni parlamentari. L’interpretazione che viene data in ambienti del Pdl non legati a Scajola è che Berlusconi abbia volutamente evitato il tema, sospettando che proprio il ritorno nell’esecutivo sia il vero obiettivo del politico ligure, che magari potrebbe “accontentarsi” del posto che era di Andrea Ronchi alle Politiche comunitarie. Insomma: nel migliore dei casi Berlusconi ha preso tempo e Scajola fa buon viso a cattivo gioco.
Di fatto, un impasse.
Non l’unica nella maggioranza.
Anche i responsabili, infatti, mostrano nervosismo.
Dal gruppo che ha garantito la tenuta al governo il 14 dicembre arrivano malumori. Proprio Scilipoti ha scritto una lettera al capogruppo dei responsabili, Luciano Sardelli, per chiedere subito l’intervento del Cavaliere. “Gentile Luciano, ritengo assolutamente necessaria la convocazione del gruppo di Iniziativa responsabile per fare il punto sui rapporti con il governo e il presidente del Consiglio”, si legge nella missiva. “Le notizie frammentarie di questi giorni non aiutano a favorire quel clima sereno e quella legittimazione politica complessiva che sono la ragion d’essere del nostro gruppo. Spero in un’analisi complessiva e nei dettagli che ci permetta di meglio definire il comune programma e la nostra strategia nell’interesse del Paese”.
Ma si è fatto sentire anche Silvano Moffa, l’ex finiano che il 14 dicembre ha voltato le spalle a Fli per dare vita alla nuova formazione che, abbandonata la sua consueta diplomazia, dice senza mezzi termini: “Mi sembra abbastanza logico e in qualche modo giusto che anche i Responsabili abbiano la loro rappresentanza”.
E sul Pdl: “Prima o poi dovrà interrogarsi sulla sua natura e sulla sua organizzazione interna e sul superamento di una fase commissariale. Non è ancora un partito popolare europeo. Se non si riorganizza rischia l’implosione”.
Anche Francesco Pionati, leader di Adc e nelle truppe di Iniziativa Responsabile, ritiene sia “venuto il momento di motivare quei parlamentari che hanno scelto con lealtà di sostenere il governo. Noi lo abbiamo appoggiato il 14 dicembre, ricordiamolo, quando non era in vista alcuna trattativa”.
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL CONSAP PROTESTA DAVANTI AL VIMINALE CONTRO CHI PENALIZZA LE FORZE DI POLIZIA MA REGALA SCORTE AI POLITICI…SCILIPOTI SOSTIENE CHE VIVE TRA LE MINACCE, MENTRE RAZZI COMINCIA A PENSARE DI USCIRE DAI “RESPONSABILI”: MI SONO QUASI PENTITO DI AVER DATO LA FIDUCIA A QUESTO GOVERNO”
Il Viminale ha assegnato la scorta ai deputati Responsabili Antonio Razzi e Domenico Scilipoti.
E la decisione ha spinto il Consap, il sindacato di Polizia, a protestare davanti al ministero.
“Stiamo manifestando in tutta Italia contro i tagli della finanziaria che decurta i fondi destinati alle forze dell’ordine”, dice Giorgio Innocenti, segretario del Consap, e il governo “ha preso l’impegno di reintregrare i fondi ma per il momento non è stato fatto nulla” se non dare la scorta a Razzi e Scilipoti.
Per il senatore dell’Italia dei Valori, Stefano Pedica, “c’è una doppia indignazione, perchè scegliendo di non accorpare i referendum con amministrative si perdono 300 milioni che potevano essere destinati alle forze dell’ordine e per la scelta di dare la scorta, come premio, a persone come Razzi e Scilipoti che hanno tradito l’Idv per appoggiare la maggioranza. Maroni dovrebbe dimettersi, nei prossimi giorni darò vita ad azioni di protesta eclatanti contro questa decisione che è una vera vergogna”, concludono Innocenti e Pedica.
“Con 350 milioni di euro, infatti si potevano tutelare le forze di polizia ed i vigili del fuoco, vi sono, dei concorsi già espletati con vincitori idonei, che non riescono a prestare servizio proprio per la mancanza di fondi. Oltretutto, la polizia di stato più volte ha denunciato la mancanza di un ‘adeguato trattamento a livello economico nei pagamenti degli straordinari e strategico, per insufficienza di mezzi”.
Sia Razzi sia Scilipoti sostengono di non aver mai chiesto la scorta, nonostante le minacce ricevute.
Scilipoti, dalle pagine del Corriere della Sera, risponde all’ex compagno di partito Donadi. “Ma vi sembra un premio questo? È una condanna. Non l’ho chiesta io la scorta. Mia figlia di nove anni, l’altro giorno voleva uscire per andare a vedere i carri di Carnevale, ma io non potevo, e si è messa a piangere. Vi sembra un premio?”.
E le minacce, assicura Scilipoti, continuano ad arrivare. “Le dico le ultime mail di ieri: ‘Ti aspetta il plotone di esecuzione’.
E poi: ‘Farai la fine dei samurai, ti taglieremo la testa’.
L’altro giorno sono entrato in un bar e il cameriere si è messo a dire ‘ndranghetisti, mafiosi’.
Si rivolgeva verso di me (e verso chi, se no? n.d.r.). Questo è il risultato di tutto il fango che mi è stato buttato addosso”.
Razzi, dal canto suo, annuncia di poter uscire dal gruppo dei Responsabili, nato per sostenere la maggioranza, dicendosi quasi pentito di aver dato la fiducia il 14 dicembre scorso per tenere in piedi il governo.
Non parla della scorta.
Ma attacca i compagni di gruppo.
I Responsabili, dice, si comportano come fossero “all’asilo” e sostiene di essersi aspettato un altro trattamento dal premier, magari la nomina di un posto da segretario di presidenza a Montecitorio.
Intanto ha due uomini di scorta.
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO DENUNCIA: “ALTRO CHE TAGLI LINEARI, HANNO RIDOTTO IL FONDO PER LE FAMIGLIE DEL 90% IN TRE ANNI, NON SONO PIU’ IN GRADO DI ESERCITARE LA MIA DELEGA”…”NON SI PUO’ NEANCHE FARE PIU’ FRONTE ALLE SPESE OBBLIGATORIE PER LE ADOZIONI FAMILIARI”
I tagli firmati Tremonti continuano a scuotere il governo. 
La rigida politica economica imposta dal ministro dell’Economia, provoca nuove tensioni all’interno dell’esecutivo.
Oggi la volta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi: “A fronte della decurtazione del fondo per la famiglia di più del 90% in tre anni, non sono in grado di esercitare la mia delega”.
Giovanardi precisa che “i 20 milioni che rimangono” al dipartimento della Famiglia “dovrebbero essere concordati con le Regioni. Non si può quindi far fronte alle spese obbligatorie, ad esempio per le adozioni familiari e per la legge sulla conciliazione casa-lavoro. E’ una situazione francamente insostenibile. Potrei dire polemicamente che non è vero che vengono fatti solo tagli lineari perchè sul fondo della famiglia siamo andati ben al di là “. Con questo taglio “che non posso accettare”, spiega Giovanardi “il dipartimento non sarà in grado di fare le azioni di coordinamento e promozione”.
È chiaro che in queste condizioni non sono in grado di esercitare la mia delega per la famiglia», ha concluso Giovanardi precisando che «non c’è il problema di dimissioni, perchè non c’è più nulla da cui dimettersi».
Lo strappo di Giovanardi si inserisce in un filone già tracciato.
Ovvero il malumore per “lo strapotere” di Tremonti.
Lo stesso Berlusconi, solo ieri, davanti alle proteste dei poliziotti per i tagli, si è difeso cercando di scaricare la responsabilità sul ministro.
Per non parlare della cultura e della protesta che sale ormai da tempo.
Ieri si è dimesso anche il presidente del consiglio superiore dei beni culturali, Andrea Carandini . La stessa scelta fatta dal suo predecessore Salvatore Settis.
C’è stato anche un incontro interlocutorio tra il premier e Scajola.
Con i giornalisti l’esponente Pdl so è limitato a commentare: “Riflettiamo”. L’ex ministro ha infine glissato sull’ipotesi di dar vita a gruppi parlamentari autonomi e non ha risposto alla domanda.
L’incontro è durato meno di un’ora.
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
LAVORI A RILENTO E CALENDARIO BLOCCATO DAI DECRETI E DALLE LEGGI DELEGA VARATE DAL GOVERNO…AL SENATO ANCHE PEGGIO: SI LAVORA IN AULA UN’ORA E MEZZA AL GIORNO…LA FIDUCIA CHIESTA GIA’ 18 VOLTE IN SOLI DUE ANNI E MEZZO, LO STESSO NUMERO DI QUELLE RICHIESTE NEI 5 ANNI DEL PRECEDENTE GOVERNO DI CENTRODESTRA
I lavori dell’aula procedono a rilento e il calendario è bloccato dai decreti e le leggi delega varate dal governo (sui quali mette la fiducia).
Ogni tanto, qualche ratifica di norme europee o accordi di cooperazione con voti all’unanimità .
Silvio Berlusconi non ha infatti i numeri per affrontare la battaglia in Parlamento: “Ci sono soltanto 50-60 persone che lavorano – ha detto il premier – tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzi. Non si può stare dietro a 200 emendamenti al giorno è uno spreco di energia e professionalità incredibile”.
Quindi le leggi del governo dovrebbero essere approvate così come sono, senza discussione.
In effetti, in questo caso, deputati e senatori non servirebbero, ma non saremmo in presenza di una democrazia.
A Montecitorio l’aula è stata riunita per 123 ore e 40 minuti dal 1° gennaio al 28 febbraio.
Ciò significa che dividendo le ore per i giorni lavorativi (dal lunedì al venerdì) dei primi due mesi dell’anno si ottiene una media di circa 3 ore lavorate al giorno.
A Palazzo Madama le cose vanno anche peggio. Il totale delle ore di seduta è di 69 e 57 minuti. Con una media di 1,7 ore al giorno.
Certo, nel frattempo lavorano le Commissioni.
Ma se le loro valutazioni non si riversano in aula c’è un problema istituzionale. Riscontrabile anche nell’uso dei decreti e nel ricordo alla fiducia.
In meno di 3 anni Berlusconi ha chiesto il voto di fiducia sui decreti già 18 volte, una in più di quelle in cui l’ha usato nei 5 anni in cui ha governato il paese tra il 2001 e il 2006.
E proprio il numero dei decreti utilizzati in questa legislatura sta per doppiare quelli della scorsa: 62 contro 31.
I disegni di legge approvati sono 208 contro i 686 del precedente governo Berlusconi e i 905 del primo esecutivo Prodi.
I voti di fiducia richiesti sui ddl d’iniziativa governativa sono 31 dal 2008 ad oggi, contro i 10 usati nel precedenti governo Berlusconi.
Ma per capire come lavora questa maggioranza c’è un altro dato chiarificatore.
I giorni necessari per approvare una legge d’iniziativa governativa sono in media 76, per quelle d’iniziativa parlamentare sono 259.
Nella scorsa legislatura i giorni necessari erano 120 nel primo caso e 183 nel secondo.
Sono stati presentati anche 2 provvedimenti al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, 15 dai cittadini e 34 dalle regioni, ma nessuno di questi è stato convertito in legge.
E allora di che cosa si è occupato il Parlamento negli ultimi mesi?
Per lo più diritto penale.
Secondo lo studio fatto da Openpolis le leggi sulla giustizia hanno occupato lo spazio di discussione per un tempo sei volte maggiore di quelle sulla disoccupazione, cinque volte maggiore di quelle sulla ricerca scientifica, più del doppio di quelle sull’evasione fiscale.
I disegni di legge presentati sull’argomento giustizia sono stati 323 alla Camera e 238 al Senato, quelli sui lavoratori precari 7 alla Camera e 7 al Senato.
I voti più importanti degli ultimi due mesi sono stati infatti quello sulla relazione sullo stato della giustizia in Italia (19 gennaio), la mozione di sfiducia al Ministro Bondi (26 gennaio), la negazione della competenza della Procura di Milano sul caso Ruby (3 febbraio) e l’approvazione del milleproroghe (16 febbraio Camera, 26 al Senato).
Negli ultimi due mesi il Governo è stato battuto una sola volta al Senato, su un emendamento presentato da Achille Serra sulla disciplina del condominio negli edifici. In tutta la legislatura la maggioranza è stata battuta 73 volte.
Nella relazione di Openpolis anche uno studio sulla produttività dei parlamentari: quelli che votano sempre alla Camera sono Remigio Ceroni (pdl) col 99,84% delle presenze in aula e Rosy Bindi (pd) col 99,79%. Mentre al Senato svettano Cristiano De Eccher (pdl) col 99,94% e Mandell Valli (lega nord) col 99,94%.
Bandiera nera per Niccolò Ghedini (pdl) con l’11,33% e Antonio Angelucci (pdl) col 15,78% alla Camera e per Burgaretta (espulso dal Mpa) col 7,23% e Alberto Tedesco (pd) con l’8,5% al Senato.
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Marzo 15th, 2011 Riccardo Fucile
FAVOREVOLE SOLO IL 20,3%, NON HANNO ANCORA UN’IDEA PRECISA L’11,3% …TRA TRE MESI, IL 12 GIUGNO, GLI ITALIANI SARANNO CHIAMATI A VOTARE AL REFERENDUM ABROGATIVO DEL PIANO DEL GOVERNO PER IL RITORNO AL NUCLEARE….DOPO LA TRAGEDIA IN GIAPPONE IL QUORUM POTREBBE ANCHE ESSERE RAGGIUNTO
Sette italiani su dieci sono contrari alla costruzione di centrali nucleari.
Lo rivela un sondaggio realizzato da Fullresearch nei giorni dell’emergenza degli impianti in Giappone dove c’è il rischio di una nuova Chernobyl a seguito dei danni provocati dal terremoto.
Il 68,4% dei mille intervistati si è detto contrario alla costruzione in Italia di centrali nucleari, mentre il 20,3% è favorevole.
Il restante 11,3% non ha ancora sviluppato un’opinione al riguardo o preferisce non rispondere.
Il dato è indicativo se si considera che tra tre mesi, il 12 giugno, gli italiani saranno chiamati a votare il referendum abrogativo sul piano del governo per il ritorno al nucleare.
Il quesito era stato presentato dall’Idv per abrogare la norma per la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Si tratta di una parte del decreto legge recante “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività , la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” firmato il 25 giugno 2008 e convertito in legge “con modificazioni” il 6 agosto dello stesso anno.
Nel quesito referendario ai cittadini è chiesto: “Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività , la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Lo scorso dicembre la Corte di Cassazione aveva accolto l’iniziativa, dopo che la Corte Costituzionale a giugno aveva respinto i ricorsi presentati da 10 regioni (Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Lazio, Liguria, Marche, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria) contro la legge delega del 2009 che disciplina la localizzazione e l’autorizzazione agli impianti nucleari nel nostro paese.
L’ondata emotiva della tragedia giapponese potrebbe non solo far crescere i no al nucleare, ma anche far raggiungere il quorum ai referendum, trascinando anche quelli sull’acqua pubblica e sul legittimo impedimento.
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Marzo 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL COMICO ACCUSA IL NEO CANDIDATO SINDACO DI NAPOLI DI AVER TRADITO IL MANDATO ELETTORALE….LA RISPOSTA: “È GUIDATO DA INTERESSI”…E VOLANO GLI STRACCI ANCHE A SINISTRA
Lo strappo tra i due ex sodali si è allargato, e ora pare irricucibile. 
Perchè ieri tra Beppe Grillo e Luigi de Magistris sono volati stracci, di quelli che lasciano segni duraturi.
Proprio tra loro, che nella primavera del 2009 sembravano voler costruire assieme qualcosa di nuovo a sinistra.
Un connubio per cui Grillo ha fatto mea culpa sul suo blog: “Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri. Uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris, eurodeputato grazie (anche) ai voti del blog, eletto come indipendente, che subito dopo per coerenza si è iscritto a un partito (l’Italia dei Valori, ndr)”.
L’attacco iniziale di un lungo post intitolato: “Comprereste un voto usato da quest’uomo?”.
Sotto, un’immagine in funereo bianco e nero di de Magistris.
Nel testo, amarezza e sarcasmo: “Sulla sua attività europarlamentare tantissimi contavano, io per primo, per contrastare i fondi europei destinati alle mafie. In questi mesi è stato forse più presente sui giornali e in televisione che nei banchi di Bruxelles. Ah, la visibilità . Ah, la coerenza”.
Coerenza smarrita per strada, secondo Grillo, perchè de Magistris corre come candidato sindaco a Napoli, e quindi è pronto a lasciare il parlamento europeo. Contraddizione imperdonabile secondo l’artista genovese, che cita un’intervista dell’anno scorso di de Magistris al Fatto, in cui l’ex magistrato spiegava: “In politica c’è un valore che pochi ricordano, la coerenza. Ho fatto campagna elettorale in tutta Italia per dedicarmi ai temi dell’Europa. Lasciare il lavoro incompiuto non sarebbe un bel segnale”.
Grillo insomma semina critiche, peraltro non nuove.
Lo dimostra un post dell’aprile 2010, sempre su de Magistris: “L’obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione. Fare luce sui capitali mafiosi in Europa e sui finanziamenti europei in Italia. Un lavoro che fatto a tempo pieno non consentirebbe neppure di vedere la famiglia”.
Una censura dietro a cui c’era anche il timore di una possibile opa dell’ex magistrato sui grillini.
Ieri il comico ha rimproverato a de Magistris anche di non essersi autosospeso dall’Idv, dopo il rinvio a giudizio da parte del tribunale di Salerno per omissione di atti d’ufficio.
Autosospensione prevista dal codice etico del partito (come sottolineò un deputato dell’Idv, Antonio Borghesi) ma che de Magistris rifiutò, sostenendo: “E che facciamo, lasciamo che ogni denuncia blocchi l’attività di un politico? È un clamoroso errore giudiziario, i magistrati possono commettere errori”.
Una risposta “all’altezza di Berlusconi, ma anche di Mastella da Ceppaloni” sibila Grillo, che chiosa: “de Magistris ha richiesto alla presidenza dell’assemblea Ue di far valere l’immunità parlamentare contro la citazione per diffamazione di Mastella”.
Attaccato frontalmente, l’eurodeputato ha risposto su Affari italiani.it  : “Grillo usa lo stesso linguaggio del Giornale e di Libero, non ha interesse che la politica cambi. È evidente a tutti che la sua attività è in qualche modo guidata da ben noti gruppi imprenditoriali e della comunicazione che lavorano con lui. Vuole mantenere il suo marchio, ma non gli importa nulla che la politica funzioni”.
Una replica che evoca l’immagine di un Grillo etero-diretto, spesso adoperata dai detrattori dell’artista.
“Grillo ha deciso unilateralmente di rompere il rapporto di amicizia” continua de Magistris, che ribadisce di considerarlo “un grande comico e un italiano di valore, andato però fuori del seminato”.
Quindi, la difesa nel merito: “Mi accusa di tradimento, ma l’attività politica è fatta di emergenze. Mi sono candidato a sindaco di Napoli perchè la città sta sprofondando nel baratro. Ho avuto enormi sollecitazioni a candidarmi, anche da ambienti vicinissimi a Grillo”.
Nessun tradimento insomma, “perchè se volessi guadagnare di più starei in Europa. Invito Grillo a scendere dalle vacanze a cinque stelle e dalle sue abitazioni di lusso e a venire in piazza con noi”.
E il ricorso all’immunità ? de Magistris afferma: “Non me ne sono mai avvalso in nessun processo penale, e continuo a difendermi nei processi civili, amministrativi e penali. Mi difendo come Berlusconi? E’ Grillo che usa il linguaggio del Giornale”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2011 Riccardo Fucile
ULTIMATUM A BERLUSCONI: SE COSTRETTI, FAREMO GRUPPI PARLAMENTARI AUTONOMI…NELLA GUERRA APERTA CON VERDINI, SONO 35 I PARLAMENTARI DISPOSTI A SEGUIRE L’EX MINISTRO
È quasi un ultimatum quello che Claudio Scajola, all’indomani dell’incontro ad Arcore con il premier, affida a un post sul sito della sua fondazione Cristoforo Colombo.
E, proprio come il navigatore genovese, anche l’ex ministro minaccia di lasciare i lidi del Pdl per creare un gruppo autonomo.
Con lui si sono schierati 35 parlamentari, con nomi anche di peso: Antonio Martino, Mario Baccini, Massimo Maria Berruti, Ignazio Abrignani.
Oltre a decine di peones che ormai – con l’arrivo dei Responsabili e il rientro di molti ex finiani – hanno capito che non saranno ricandidati in posizioni sicure e non hanno più niente da perdere.
«Se abbiamo pensato ai gruppi parlamentari “Azzurri per la Libertà ” – spiega Scajola – è stato solo per manifestare un sentimento troppo spesso inascoltato. Giungeremo a questo solo se, con la condivisione di Berlusconi, non ci sarà altro modo per riuscirci. Se esistono altre strade, naturalmente, siamo ben lieti di seguirle».
Evidente lo scetticismo sull’esistenza di «altre strade» per evitare la scissione.
In ogni caso Berlusconi – in un faccia a faccia definito dallo stesso Scajola «franco» – ha chiesto tempo per risolvere la grana e ci sarà un nuovo incontro tra i due domani pomeriggio.
L’atto d’accusa di Scajola investe Denis Verdini, uno dei tre coordinatori, a cui Berlusconi s’è affidato per la sopravvivenza della sua maggioranza. Senza mai nominarlo direttamente, Scajola critica la gestione verdiniana di via dell’Umiltà e pretende un posto (quello di Bondi) nella plancia di comando del Pdl.
Un partito, attacca, che «non è diventato uno strumento organizzato funzionante. Doveva essere il partito della gente, della nostra gente. Troppo spesso non lo è».
Gli ex Forza Italia sarebbero schiacciati rispetto agli ex An, tutelati invece da La Russa e Gasparri: «La componente che viene da Alleanza Nazionale è rimasta una realtà quasi distinta rispetto a Forza Italia. Sempre leale a Berlusconi, ha saputo mantenere intatta e forte la sua originaria identità . Diverso è stato per noi: il glorioso passato di un partito forte come Forza Italia sembra andare perdendosi».
Critiche a cui Verdini non replica, ma che suscitano piccate precisazioni da parte dei suoi uomini.
Perchè i candidati alle prossime amministrative darebbero una netta prevalenza a Forza Italia su An, ben oltre le quote 70-30 stabilite alla fondazione del Pdl, smentendo quindi le critiche del politico di Imperia.
Inoltre su Scajola, fanno notare con perfidia, pesa ancora la vicenda mai chiarita della casa al Colosseo: «I giudici potranno pure archiviare la sua posizione, ma i nostri elettori non se la dimenticano».
L’ex ministro non compare nella lista dei 22 personaggi su cui i pm di Perugia chiedono il rinvio a giudizio.
E la decisione in merito del Gip è attesa tra una decina di giorni, dopo di che Scajola sarebbe ufficialmente fuori dall’inchiesta.
Sicuro di esserne uscito «pulito», l’ex ministro pretende che gli venga restituito il titolo e l’onore perduto.
In realtà dall’entourage del Cavaliere filtra una grande irritazione per questa ennesima querelle scoppiata nel Pdl.
Berlusconi sarebbe infuriato, ma anche indeciso sul da farsi.
Stava pensando di affidare a Scajola il coordinamento delle candidature alle amministrative, ma questa minaccia di scissione rende tutto più difficile. Oltretutto, fino al voto della Camera sul conflitto d’attribuzione sul caso Ruby, il premier deve tenere tutto fermo per evitare trabocchetti: niente rimpasto e niente ritocchi al partito, quindi.
E non c’è solo il caso Scajola a terremotare la maggioranza.
Anche gli “hare krishna” (così nel Pdl chiamano i seguaci arancioni di Gianfranco Miccichè) ora minacciano la crisi di governo. ««Se il ministro Romani – ha avvertito Miccichè – non modificherà il provvedimento sulle energie rinnovabili, cambiandolo radicalmente, Forza del Sud ritirerà la fiducia al governo».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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