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“HA RAGIONE SAVIANO: RENZI, PERCHE’ SU GOMORRA NON PARLI?”. NEL PD CAMPANO E’ RIVOLTA DEI SOTTO SCORTA

Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile

LE LISTE DE LUCA AL CENTRO DELLA POLEMICA

“È già  troppo tardi ma Renzi non può non parlare. Deve dire qualcosa. La forza del Male è ancora presente, come dice Saviano nelle liste a sostegno di De Luca c’è il sistema di Gomorra”.
Benedetto Zoccola è vicesindaco a Mondragone, del Pd. E vive sotto scorta.
Legge e rilegge le parole che Roberto Saviano ha consegnato all’HuffPost, con la sua intervista: “Ha ragione — ripete — certo che ha ragione Saviano. Ha centrato il punto dell’inquinamento delle liste. E qui non vale il discorso: gli impresentabili sono nelle liste alleate, quindi la responsabilità  non è nel Pd”.
A Benedetto Zoccola, due anni fa fu messa una bomba carta davanti alla sua abitazione, dopo essere stato più volte minacciato e pestato a sangue.
Da allora ha perso l’udito a un orecchio e vive sotto scorta.
Tutto è cominciato quando ha deciso di denunciare gli estorsori della sua famiglia. Due anni fa era un grande sostenitore di Matteo Renzi.
Ora all’HuffPost dice: “Vorrei approfittare del vostro giornale per rivolgere un appello al presidente del Consiglio: è già  troppo tardi, perchè le liste sono state fatte. Ma, presidente, parli, intervenga, non permetta che la Campania venga lasciata a se stessa. Noi, il Pd, non possiamo predicare bene e razzolare male. E dobbiamo impedire che il consiglio regionale sia invaso da Gomorra. Ora dobbiamo fare in modo che vengano elette le persone perbene”.
In queste ore, lo spin renziano consiste nel minimizzare: “Noi abbiamo pulito le nostre liste — dicono i fedelissimi del premier — mica potevamo intrometterci in quelle degli alleati”.
Il vicesindaco sotto scorta ha quasi un moto di indignazione su questa giustificazione: “Eh, no. Non dire nulla sulle liste inquinate è una precisa scelta politica. E la scelta è: per vincere si imbarca di tutto, a partire da chi porta pacchetti di voti, di qualunque natura essi siano. E addio cambiamento”.
Nella pancia del Pd impegnato nella lotta alla mafia è l’ora del disagio. E dell’indignazione.
Perchè il caso è senza precedenti. Il “sistema di Gomorra”, per dirla con Saviano, è entrato nelle liste che sostengono il candidato del centrosinistra e Renzi non parla.
Il leader decisionista, che cambia verso, che dice prendere o lasciare su tutto, ad alleati, sindacati, compagni di partito, che dice “l’Italia s’è desta”, “il futuro è iniziato”, di fronte al fatto che Gomorra è entrata in casa, tace.
E militanti del Pd in trincea ribollono perchè il Sud non s’è desto e il passato non muore mai. Rosaria Capacchione è giornalista del Mattino e senatrice del Pd.
Vive sotto scorta da quando iniziò a raccontare l’ascesa dei Casalesi e la loro penetrazione nel potere e nell’economia italiana.
All’HuffPost dice: “Renzi deve parlare. Se è vero che il Pd è rimasto vittima, e che gli alleati hanno inserito gli impresentabili, l’appello forte che Renzi e il Pd dovrebbero fare è questo: noi prendiamo le distanze da queste liste, voi camorristi volete venire con me, ma io non vi voglio, voi mafie vi volete attaccare al carro del vincitore, io non vi faccio attaccare. Come? Dicendo, ora, subito: io non vi do niente, non un posto al sole, non un assessorato, non vi sponsorizzo nessun disegno di legge. Insomma, chi va a votare deve sapere che la camorra non sta votando il Pd”.
Già , chi va a votare.
Perchè la mutazione genetica della sinistra in Campania sta già  producendo i suoi effetti nefasti: “È chiaro — prosegue Benedetto Zoccola – che un pezzo di sinistra non andrà  a votare”.
Semplicemente perchè ha letto le liste. E, come se non bastasse, ha ascoltato le parole di De Luca, che non solo non ha preso le distanze dalle liste, ma ha coperto politicamente la scelta degli “impresentabili” e ha attaccato Roberto Saviano.
E perchè Renzi non parla. Nè di fronte a Gomorra. Nè di fronte agli altri impresentabili.
Fabrizio D’Esposito, sul Fatto ne ha cacciato un altro, che completa il quadro zeppo di cosentiniani, ex “responsabili” di Berlusconi, e fascisti come Aveta: tal Attilio Malafronte da Pompei, arrestato a gennaio per induzione indebita a dare o promettere utilità  (la vecchia concussione per induzione) e tutt’ora indagato per quel reato con l’accusa di aver lucrato sulle sepolture dei defunti al cimitero.
Perquisendo casa sua la polizia sequestrò un fucile calibro 12, una canna per fucile e 30 cartucce. Ora è candidato a Napoli con la lista “Campania in Rete” a sostegno di De Luca.
Roberto Saviano ha invitato a votare le persone perbene, di qualunque partito esse siano: “Ognuno scelga nel migliore dei modi tra Cinque Stelle, Sel, Pd, Caldoro”.
E già  questo appello che supera la logica dello schieramento destra-sinistra è indicativo della gravità  della situazione. Perchè Saviano coglie il punto.
Nelle liste entra Gomorra. E un pezzo di sinistra si rifiuta di votare per logiche di schieramento. Tra questi Renato Natale, sindaco di sinistra di Casal di Principe. All’HuffPost dice: “Resto fuori da questa competizione elettorale. Se nelle liste di appoggio a De Luca, De Luca sceglie i nostri avversari e allarga, allarga al centrodestra, significa che De Luca sceglie di essere avversario. O no? Ma forse sono io che non capisco più queste logiche. Una volta la politica era ideale, c’erano dei punti di riferimento. Ora… In cabina voterò solo secondo coscienza e incompetenza, perchè io queste logiche non le capisco”. Due anni fa il sindaco di sinistra di Casal di Principe sconfisse Enricomaria Natale, il candidato del centrodestra. Ora il suo avversario di allora è candidato a sostegno di De Luca. E non è uno qualunque.
Queste le parole di Saviano: “La sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità  con la famiglia Schiavone. Negli anni Novanta hanno avuto un ruolo nel mondo dell’imprenditoria grigia. Questa candidatura a dimostrazione che De Luca non sta affatto cambiando il modo di fare politica in Campania”.
E Renzi tace.

(da “Huffingtonpost”)

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PIPPO DICE ADDIO AL PD: ORA PENSA A UN PARTITO TUTTO SUO

Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile

CIVATI NON SI COLLOCHERA’ CON LA SINISTRA RADICALE, MA VUOLE COSTRUIRE UN “PD COME AVREBBE DOVUTO ESSERE”

Un “partito di Civati”. E’ questo l’obiettivo dello sfidante di Renzi alle ultime primarie, che ha deciso dopo lunga meditazione di lasciare il Pd.
Nessun nuovo gruppo parlamentare alle viste, e neppure un matrimonio con Sel, che subito gli ha spalancato le porte per “costruire insieme qualcosa di nuovo”.
Per non smentire la sua fama di solista, anche nel prossimo futuro Civati intende ballare da solo.
E mettere le fondamenta di un nuovo partito, che non intende assolutamente collocare nella sinistra radicale, o farne uno dei perni di un nuovo rassemblement gauchista tipo “Sinistra arcobaleno”.
No, Civati, spiega chi gli ha parlato negli ultimi giorni, intende costruire una forza che ha come ispirazione l’Ulivo di Prodi, una forza “di centrosinistra, che parla con tutta la sinistra ma non è nè identitaria nè radicale”.
Di estrema sinistra, in effetti, Civati non lo è stato mai.
Prova ne sia che le idee liberal del suo ex responsabile economico sono state rapidamente scippate da Renzi.
Un partito, dunque, con la grandissima ambizione di costruire un Pd alternativo, un Pd “come avrebbe dovuto essere”.
Non a caso, nel giorno dello strappo, Civati posta sul suo blog un lungo post in cui parla di Nikola Tesla, pioniere dell’elettricità .
Un post in cui parla di tradizione e cambiamento, delle “persone con cui pensavamo di aver condiviso una visione e che all’improvviso hanno cambiato idea”.
Questi ex compagni del Pd, spiega, “hanno promosso e approvato cementificazioni e trivellazioni, e ce li siamo trovati in tivù a deridere le ragioni di chi difende l’ambiente o crede che il futuro passi attraverso soluzioni differenti”.
Civati intende procedere su questa strada, “con tutti quelli che lo vorranno, che sono tantissimi”.
Per ora raggiungerà  il suo braccio destro Luca Pastorino nel gruppo Misto della Camera. E darà  una mano proprio a Pastorino, candidato in Liguria contro la renziana Raffaella Paita, in una delle sfide simbolo della guerra tra i due Pd, quello di Renzi, che i civatiani considerano “geneticamente modificato” e irrecuperabile, e quello di Civati, sostenuto in Liguria anche da un vecchio leone come Sergio Cofferati, che ha lasciato il Pd più di tre mesi fa, bruciando i tempi.
Di nuovi gruppi parlamentari, per ora, non se ne vedono.
Alla Camera Civati non ha i numeri, nè intende raccogliere l’invito dei cugini di Sel per “costruire insieme una nuova casa comune”.
In Senato, per ora sembra congelata l’ipotesi di un nuovo gruppo con i 3-4 civatiani, Sel e alcuni ex grillini guidati da Francesco Campanella.
In questi giorni, i senatori civatiani Mineo, Tocci e Ricchiuti si stanno riunendo in Senato con gli altri della minoranza (in totale sono 22), per dare battaglia insieme su temi chiave come la scuola, la Rai e la riforma costituzionale, che saranno votate dall’Aula prima dell’estate.
“Senza questi senatori il governo Renzi non ha la maggioranza, la nostra sarà  una battaglia politica vera, non solo di emendamenti”, spiega ad Huffpost Corradino Mineo.
”Uscire dal Pd? Non lo farò, non combattere questa battaglia significherebbe disertare”.
L’agenda di questi gruppo dei 22, a sentire Mineo, è molto hard. “Su scuola, Rai e Costituzione vogliamo che i testi cambino radicalmente, non bastano delle correzioni”.
Sullo sfondo, se Renzi non scenderà  a più miti consigli, o se dovesse allargare la sua maggioranza a destra, c’è l’ipotesi di un nuovo gruppo parlamentare.
“Se il premier non ci ascolterà , valuteremo”, dice Mineo.
“Le assicuro che io e Tocci non siamo certo trai più radicali del gruppo. La vicenda dell’Italicum ha cambiato i rapporti dentro il Pd, che ormai è geneticamente modificato”. Il bersaniano Federico Fornaro è più prudente: “Da noi non ci saranno mai minacce, solo contributi per incidere sui grandi temi in agenda. A partire dalla scuola e dalla riforma costituzionale”.
In Senato dunque la minoranza, dai bersaniani fino ai civatiani, sembra pronta a fare squadra.
La “brigata Gotor”, l’ha già  ribattezzata qualcuno, citando il nome del senatore più vicino a Pier Luigi Bersani.
E se arrivasse il soccorso di Verdini? “A quel punto cambierebbero pelle la maggioranza e anche il Pd, e ognuno di noi si assumerebbe le proprie responsabilità ”, spiega Fornaro. “Dopo essersi guardato allo specchio”.
La galassia della sinistra “No Renzi” per ora non sembra trovare un proprio punto di stabilità . Nè un agenda comune.
“Ma il futuro è la costruzione di una forza di sinistra larga, popolare e di governo”, assicura Arturo Scotto, capogruppo di Sel, con un lungo passato nei Ds, proprio come Civati.
La collaborazione tra i vendoliani e Pippo, alla Camera, ormai è un’abitudine: emendamenti comuni sulle riforme, sul Jobs Act. “Proseguiremo in questa direzione”, assicura Scotto.
Civati, per ora, si muove da solo. E sul suo sito interviene ancora una volta a metà  pomeriggio per spiegare che “non ho più fiducia in questo governo, nelle sue scelte, nei modi che ha scelto, negli obiettivi che si è dato”.
“Ormai il Pd è un partito nuovo e diverso, fondato sull’Italicum e sulla figura del suo segretario. Chi non è d’accordo, viene solo vissuto con fastidio”.
“Non lascio il Pd per aderire a un progetto politico esistente, ma per avviare un percorso nella società  italiana, alla ricerca di quel progetto di cui parlai un anno fa, che ho sempre avuto nel cuore. Nessuna polemica con chi nel Pd rimane, solo l’auspicio di ritrovarsi un giorno, a fare cose diverse da quelle che si stanno facendo ora”.
“Per prima cosa mi dedicherò al partito degli astensionisti, il partito più grande, che vincerebbe le elezioni direttamente al primo turno”, chiude Civati.
“Perchè questa non è solo una fine, è anche un inizio”.

(da “Huffingtonpost”)

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“IL SENATO SARA’ UN VIETNAM”: LA MINORANZA PD PREPARA IL CONTRATTACCO

Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile

ESCLUSA LA SCISSIONE, IDEA DI APPOGGIARE IL REFERENDUM

A un deputato renziano che scherzando gli fa: «Pierluigi, ti tocca andare nel gruppo Misto», Bersani risponde con una punta di amarezza: «Tanto nel gruppo Misto ci sono già . Ormai questo è diventato il Pd».
Non c’è molto da festeggiare nella minoranza. La legge elettorale è passata, Renzi ha vinto la sua battaglia. «Ma non capisco cosa abbia da festeggiare Matteo – ribatte Roberto Speranza – . La maggioranza ha perso circa 70 voti. I numeri sono semplici. E noi in larghissima parte abbiamo votato contro».
Il “dopo”, nel braccio di ferro contro Renzi, però è un mistero.
Bersani fa un passo indietro per lasciare la scena ai più giovani. «Cosa fatta, capo ha… », dice.
Qualche idea invece Speranza ce l’ha. «Un governo che ha pochi voti di margine al Senato come pensa di far passare provvedimenti importanti spaccando il Pd?»
La risposta a questa domanda viene resa esplicita dai più battaglieri tra gli oppositori.
«A Palazzo Madama l’esecutivo rischia il Vietnam», dice uno di loro.
Non solo sulla riforma della Costituzione.
I pericoli, con la maggioranza che l’ultima volta ha vinto per un voto su un emendamento alle legge per la pubblica amministrazione, arriveranno molto prima.
La riforma della Rai, la buona scuola, gli interventi economici: è l’elenco dei possibili bersagli di agguati e guerriglia interna.
Pippo Civati sogna il gruppo autonomo in cui ai suoi tre senatori si aggiungono altri irriducibili Pd e un pezzettino degli ex grillini.
Bastano 10 senatori e il governo ballerebbe ancora di più. La scissione non sarebbe indolore dunque.
A Palazzo Madama sono 24 i senatori che non votarono l’Italicum.
«Intanto mi occupo della scuola partecipando alle manifestazioni di oggi. Poi, mercoledì – annuncia l’ex sfidante delle primarie – presentiamo i quesiti del referendum contro la legge elettorale. Li hanno preparati dei giuristi, li mettiamo a disposizione per formare un comitato».
Civati si è stancato di guardare i contorcimenti della minoranza interna.
«Bisogna fare. Non rimandare », dice. È evidente che Civati da solo può fare poco. Oggi in piazza con lui scenderanno anche Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina.
Ma il corpaccione della Ditta è chiamato a dare prova di esistenza in vita molto più corposa ed efficace.
Il Senato può diventare il terreno di battaglia. Prima c’è anche la scelta del nuovo capogruppo alla Camera. Ettore Rosato è in pole position : renziano, vicino a Luca Lotti e Lorenzo Guerini, cerimoniere dell’approvazione dell’Italicum mettendolo al riparo da sorprese.
Però i 50 “responsabili”, i dirigenti di Area riformista che hanno rotto con Speranza e votato a favore della norma, rivendicano un ruolo, ovvero un riconoscimento formale. «Abbiamo firmato un documento tutti insieme – spiega Matteo Mauri – proprio per dare un senso politico alla nostra scelta. E abbiamo dimostrato che senza quei 50 voti erano guai». Se la maggioranza interna si divide, i dissidenti possono pesare.
I ribelli sono sicuri che la vicenda dell’Italicum lascerà  un segno.
D’Attorre assicura: «C’è un prima e un dopo questo voto. Vedrete che gli effetti non mancheranno».
Gianni Cuperlo dice di non sapere ancora quale sarà  il “dopo”. «Ma sono arciconvinto che Renzi abbia fatto male i conti. Oggi vince, nel tempo subirà  il contraccolpo. La fotografia di un voto fatto in aula semivuota, con le opposizioni fuori, con il dissenso di una parte del partito, con numeri inferiori alla stessa maggioranza rimarrà  impressa e non si cancella. Vedrete come la useranno contro il Pd in un qualsiasi talk show e che effetto avrà  sugli spettatori».
Ok, e dopo? Cuperlo, che non ama i luoghi comuni, ironizza sulla definizione da dare alla protesta dei ribelli: «Come si dice oggi, ci abbiamo messo la faccia». Basterà ?
Oggi i dissidenti escono dal ring in ordine sparso.
Indecisi sul futuro, alla disperata ricerca di un leader condiviso in attesa del congresso che sarà .
«Nel 2017, è molto lontano», osserva Nico Stumpo. In realtà , dentro le aule parlamentari l’intenzione è costruire un “congresso” permanente, un confronto continuo su ogni passaggio della vita del partito e del governo.
Renzi che scende a patti: questo è il sogno degli sfidanti.
Ma è un percorso che va costruito. Speranza è candidato al ruolo di guida, già  sabato organizza una manifestazione a Cosenza sul reddito di cittadinanza.
Gli altri lo riconoscono? Da vedere.
Adesso Pierluigi Bersani vuole lasciargli la scena. Finito il conteggio dei voti dice: «Sessantuno voti contrari mi sembrano un dissenso abbastanza ampio. C’è un dato politico di cui bisognerà  tenere conto».
Si parte da questo dato numerico. Ininfluente ieri, ma che può avere riflessi a Palazzo Madama.
Magari costringendo Renzi a fare campagna acquisti tra verdiniani e altri pezzi di destra.
In fondo, questo è uno degli obiettivi della minoranza: dimostrare al popolo di sinistra la mutazione genetica del Pd.
Trasformato in un gruppo Misto, con relazione “pericolose”.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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CON I 50 NO ORA INIZIA IL CONGRESSO PERMANENTE DEL PD

Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile

MATTARELLA FIRMERA’… E SPERANZA   PREPARA UN’USCITA NAZIONALE

Esce dall’Aula, Roberto Speranza, tre minuti dopo il voto finale.
Siepe di giornalisti che già  lo identificano come il designato a sfidare Renzi, al prossimo congresso.
Piglio deciso: “La foto di oggi non è una bella foto per il paese. Il problema non è il Pd, ma che stiamo riformando le istituzioni a molto meno della maggioranza, con le opposizioni tutte fuori e un pezzo significativo della maggioranza che ti dice ‘dove vai’”.
La voce della Boldrini, inconfondibile, ha appena scandito, nell’emiciclo semivuoto: “Favorevoli 334, contrari 61, astenuti 4”. Sono i numeri della spaccatura profonda. Perchè sulla carta, la maggioranza – tutta – ha circa 405 voti, e quindi c’è sulla carta un dissenso, espresso in varie forme, di una settantina di parlamentari: “Nel segreto dell’urna poi — dicono i ben informati – in soccorso al governo, quindi da conteggiare nei 334, hanno votato pure un pezzo di grillini dissidenti, rimasti in Aula”.
Appare soddisfatto Bersani. Parla di “dissenso ampio” visto che rispetto al voto di fiducia (352 favorevoli) Renzi ne ha persi una quindicina.
Ed è aumentata l’opposizione interna. Dei 61 contrari, almeno 50 sono della sinistra del Pd, a cui aggiungere qualcuno di Ncd, più Corsaro rimasto in Aula, Saverio Romano, qualcuno del misto.
È certo che l’operazione “responsabili” non ha portato molti frutti.
O con o contro Renzi. Nel Pd, non c’è terra di mezzo.
È un corpo a corpo che va in scena alla Camera.
Lotti che rassicura quelli di Scelta Civica, Lotti che si vede attaccato al telefono dietro le colonne su e giù. È lui il terminale anche delle trame dei grillini dissidenti, che partito non sono e se si vota sono senza seggio. In cortile, pezzato di sudore sotto lo giacca estiva, Nico Stumpo il “ministro dell’Interno” della Ditta — così lo chiamano — tiene la conta delle minoranze: “Zoggia? Non viene perchè il figlio si è rotto il braccio. Giustificato. La Cimbro? In missione. Zappalla? Sta arrivando, è in aereo”.
È “Nico” il grande regista del voto segreto: Fedriga, capogruppo della Lega, capisce al volo che alle opposizioni conviene l’Aventino. Ed è lui ha ripetere a Brunetta: “Se non lo fate è un disastro perchè i verdiniani vanno in soccorso al governo”.
È un clima che già  lascia presagire cosa accadrà .
Perchè oggi, dice un bersaniano di rango con una metafora calcistica, “Renzi ha vinto l’andata e neanche benissimo, ma ora c’è il ritorno e lì perde”.
Già , il “ritorno”. Il ritorno Renzi lo gioca fuori casa, al Senato, dove davvero i numeri ballano.
Federico Fornaro, uno degli attaccanti della minoranza a palazzo Madama, è già  pronto: “È chiaro che, con questa legge elettorale, occorre per un corretto equilibrio costituzionale, un Senato delle garanzie. Garanzie significa legittimazione dei componenti. Ovvero un Senato elettivo”.
Posizione minacciosa, alla luce della battaglia sull’Italicum: “Fino al jobs act — spiegano in parecchi — lo schema era correggere la rotta. Ora dopo che un pezzo di partito non ha votato la fiducia e ha votato contro la legge la minoranza ha cambiato schema. O di qua o di là ”.
Si chiami Senato, si chiami riforma della Rai o scuola o precari i freni inibitori sono caduti.
È già  iniziato il congresso del Pd, permanente. Che si combatte più sul governo, provvedimento dopo provvedimento, che nelle sezioni.
E sabato Speranza farà  la prima uscita nella sua Cosenza sul reddito di cittadinanza.
E sarà  un’uscita dal respiro nazionale.

(da “Huffingtonpost”)

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ALLA FESTA DEL RICICLATO, RENZI PRENDE DI TUTTO

Maggio 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DALLA PUGLIA ALLA LIGURIA, GLI ASPIRANTI GOVERNATORI DEL PD PRESENTANO LISTE ZEPPE DI EX FORZISTI E TRANSFUGHI VARI…   E TRA INDAGATI E STRANI MEDIATORI, È GIà€ PARTITO DELLA NAZIONE

Si scrive Regionali, si legge fiera del riciclato. Se ci scappa, pure indagato.
Le amministrative del prossimo 31 maggio saranno anche e soprattutto prove tecniche di partito della Nazione.
L’oasi (o miraggio) che ha attirato centinaia di ex forzisti e transfughi vari sulle zattere degli aspiranti governatori renziani. Perchè l’importante è seguire il vento: di Matteo.
Puglia, tutti con il turbo-renziano
Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, è un renziano della prima ora. Non può che vincere, grazie anche al disastro nel centrodestra, spaccatosi in due candidati (il fittiano Francesco Schittulli con i dissidenti di Fi, Ap e Fratelli d’Italia; Adriana Poli Bortone sostenuta da Forza Italia, Lega Nord e Pli).
Ma in politica è sempre meglio non rischiare, devono aver pensato nel Pd.
Così nella Puglia delle 19 liste e dei quasi mille candidati per 50 posti da consigliere, il carro del favoritissimo Emiliano è stipato di transfughi dal centrodestra.
Si parte con Euprepio Curto, originario di Francavilla Fontana (Brindisi): in gioventù nel Msi, poi transitato in An (per cui fu anche senatore), quindi approdato all’Udc, che in Puglia sostiene Emiliano.
Alleanza naturale, secondo Curto: “Nessuno scandalo, non si può non tenere conto delle specificità  regionali” spiegava qualche settimana fa.
Nel 2003, quando Repubblica lo intervistò per fargli notare che aveva fatto assumere due suoi nipoti nel municipio di Francavilla Fontana, rispose serafico: “Sono gli unici due miei parenti assunti, due su 27, meno del dieci per cento”.
Abbonda di senso pratico anche Saverio Tammacco, già  capogruppo di Fi a Molfetta, ora “tra i 50 campioni dei Popolari”, il raggruppamento simil-democristiano formato da Udc, Centro democratico e Realtà  Italia per sostenere Emiliano.
Tammacco ha lasciato Forza Italia, spiegando: “Sto con Emiliano perchè ho aderito alla sua linea di rinnovamento”. Fi l’ha presa malissimo.
Ma si sono arrabbiati in parecchi anche a sinistra: dal sindaco di Molfetta Paola Natalicchio (Sel) ai Giovani Democratici, fino all’assessore regionale Guglielmo Minervini (Pd), che l’ha scritto chiaro: “Con Tammacco siamo in un’inquietante zona grigia”. Indignazione inutile.
A bordo è salito anche Francesco Spina, presidente della Provincia Bat (Barletta, Andria e Trani) per il centrodestra.
A metà  aprile ha annunciato il sostegno ad Emiliano, minacciando le dimissioni. È rimasto al suo posto , e ora coordina le liste civiche locali in appoggio all’ex pm. Operazione benedetta da Luca Lotti, stando all’Huffington Post. Si era mosso molto prima invece Paolo Mongiello, ex capogruppo del Pdl nella Provincia di Foggia. A novembre aveva fondato Casa Emiliano, per sostenere l’ex pm nelle primarie del centrosinistra.
E anche per sfuggire alle epurazioni del centrodestra locale.
Liguria, soccorso azzurro alla pupilla di Burlando
Nella Liguria dove le primarie hanno spaccato il Pd come una mela, la renziana Raffaella Paita ha coagulato su di sè una pletora di ex forzisti.
Come in Puglia, molto ha giocato lo sfarinamento nel centrodestra, freddo verso il candidato berlusconiano Giovanni Toti. Il resto lo ha fatto Claudio Burlando, mentore e primo sponsor della Paita: in ottimi rapporti con i sodali di Cladio Scajola, l’ex uomo fortissimo di Forza Italia, “signore” di Imperia.
E allora, ecco il soccorso (ex) azzurro per l’assessore regionale, indagata per omissione di atti d’ufficio, concorso in disastro colposo e omicidio colposo per l’alluvione del 2014 a Genova.
Per trovarne prova basta leggere i candidati della lista “Liguria Cambia”, movimento fondato dal sindaco di Imperia Carlo Capacci che dopo una dura trattativa ha scelto di appoggiare la Paita.
Spicca subito il nome di Luca Lanteri, ex vicesindaco di Imperia per il Pdl, a suo tempo vicinissimo a Scajola. Nel 2013 Lanteri è diventato uno dei referenti di “Big bang Liguria riformista”, associazione dichiaratamente renziana, dimostrando gran fiuto.
È un ottimo navigatore anche il capolista a Genova di “Liguria cambia”, Armando Ezio Capurro: consigliere regionale uscente, indagato per le spese pazze in Regione. L’avviso di garanzia ne aveva messo in bilico la candidatura: ma alla fine è rimasto dentro.
Proprio come un altro indagato per le spese fuori controllo, l’ex Udc Massimo Donzella: vicepresidente del Consiglio regionale, candidato dal Pd a Imperia.
E sempre nel Ponente per la Paita correrà  anche Giuseppe Argirò, ex amministratore delegato della Porto di Imperia Spa (di cui nel gennaio scorso la Corte di Appello di Genova ha revocato il fallimento). Scajola-no doc, Argirò spiega: “La mia è una scelta civica come candidato indipendente, legata ad un progetto amministrativo e territoriale”.
Veneto, camicie verdi per Lady Like
Regione che vai, transfuga che trovi. In Veneto, la renziana Alessandra Moretti ha incassato l’appoggio della lista “Uniti per il Progetto Veneto Autonomo”, organizzata dall’ex leghista Santino Bozza.
Consigliere regionale, Bozza venne espulso dal Carroccio nel 2013, per aver contestato la linea dell’allora segretario regionale Flavio Tosi e aver presentato un esposto che dette il via all’inchiesta sui rimborsi. “Non sono un traditore, è la Lega che ha tradito il suo mandato” sostiene ora.
Alcuni lo ricordano per un’intervista a La Zanzara nel 2012, in cui dichiarò: “I gay? Purtroppo esistono: sono malati, diversi, sbullonati. Se li vedo baciarsi, sputo a terra per lo schifo”.
Nella civica per la Moretti c’è anche Gianluca Panto, ex candidato presidente per il Partito Nasional Veneto nel 2010.
Che ora celebra: “Questo progetto ha avuto un approdo nel centrosinista”.
Appunto.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA MINORANZA PD PREPARA LA VENDETTA: “L’INCIDENTE” AVVERRA’ AL SENATO

Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile

“RENZI E’ UN ARROGANTE E UN PREPOTENTE, MA NON E’ UN GENIO”

Per capire la vendetta che c’è, occorre capire l’agguato che non c’è stato.
Perchè ora ruota attorno all’incidente, anzi “all’Incidente” la strategia della minoranza sconfitta sulla legge elettorale.
E ciò che non è accaduto riporta l’orologio ai tempi della del jobs act.
È stato nel momento più aspro dello scontro sui licenziamenti collettivi che Massimo D’Alema, sempre molto attivo anche fuori dal Palazzo, suggerì: “Sul lavoro dobbiamo rompere e aprire la crisi di governo, è un tema che il nostro popolo capisce”.
Fu un’ipotesi su cui, ai tempi, sia Bersani sia Speranza si dissero contrari.
Sembrava uno scenario da brivido: aprire la crisi di governo, rompere il Pd e andare alle urne col Consultellum.
Ora, sulla vicenda della legge elettorale, è stato Speranza a spostarsi sulla linea dura. È il segnale. Ed è il segnale quella frase buttata lì non a caso da Pier Luigi Bersani: “Matteo non ha una bella natura”.
Frase che ha colpito molto anche palazzo Chigi, a sentire coloro che lo frequentano abitualmente: “Siamo passati dallo scontro politico all’odio antropologico. Bersani e D’Alema vogliono far saltare il tavolo”.
E c’è un motivo se la prossima settimana, a palazzo Madama, sono previste una serie di riunioni di tutta la minoranza, che conta un nucleo duro di trenta senatori.
Ed è che è in atto un salto di qualità . Dalla battaglia nella Ditta a quella sul governo. Perchè ormai il giudizio di Massimo D’Alema su Renzi è condiviso da tutti, dalle parti della sinistra: “È un arrogante e un prepotente ma non è un genio”.
Parole che in fondo non sembrano molto dissimili da quelle pronunciate dal direttore uscente del Corriere, Ferruccio de Bortoli: “un maleducato di successo”.
Uno così, è il secondo passaggio logico, capisce solo il linguaggio della forza.
E al Senato i numeri ci sono, per mettere in difficoltà  il governo se, per dirne una, il Def passò con soli 165 voti, compresi quelli di Bondi e della Repetti. e, per dirne un’altra, stamattina la riforma della PA è passata per un pelo, anzi per un solo voto: 144 voti e un astenuto, con le opposizioni fuori.
La minoranza si è comportata bene, tutti presenti e disciplinati, ma uno di loro dice: “Non c’erano i renziani, la maggioranza, perchè sono distratti e non sanno stare in Aula. Ma è chiaro che da adesso a Renzi non faremo regali. Se un provvedimento non ci convince votiamo contro”.
Ecco, l’Incidente non è una casualità . È un progetto politico: “D’Alema e Bersani — dice un parlamentare che parla con entrambi — hanno cambiato schema di gioco. L’Italicum è il primo episodio di una drammatizzazione che sarà  un crescendo, non nel partito ma in Parlamento. Ci proveranno sulle riforme, poi sulla scuola. Logorano logorano, finchè prima o poi…”.
Per capire ciò che accadrà  sulla scuola, occorre ricordare ciò che non è accaduto sul lavoro, perchè — ricordano in molti — gli insegnanti sono un terzo della base elettorale del Pd.
Ecco la nuova strategia di guerra, dopo che sull’Italicum è andata in frantumi quella dell’aggiustamento: “intransigenza” sui temi di sinistra, alzando il clima fino all’Incidente.
Anche perchè l’Italicum sta passando ma non è legge visto che entra in vigore il prossimo anno.
Certo, Renzi ha il soccorso di Verdini e magari di Berlusconi, ma se arriva Verdini è il miglior regalo che può fare alla sinistra: “Dobbiamo chiarire — dice Speranza – fra noi cos’è, oggi, questo Pd. C’è molto da capire. Quando vedo Camusso che non condivide le politiche del Pd, ad esempio. Oppure quando vedo Bondi che vota il Def e la fiducia a Renzi. O ancora quando leggo che Verdini ragiona di un gruppo di senatori che vanno verso il Pd. Vedo un problema enorme”.
E di fronte ai problemi enormi, sono enormi pure le soluzioni.

(da “Huffingtonpost”)

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PARLANO I MILITANTI DEL PD: LA FRATTURA VIENE DA LONTANO

Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile

“LA DITTA SI E’ SQUAGLIATA MOLTO PRIMA DELL’ITALICUM”… GLI ISCRITTI CALANO E SONO SEMPRE PIU’ DIVISI

“La ditta s’è sfasciata, e da un bel po’. A Montecitorio ne ha dato l’annuncio Pier Luigi Bersani, che si era inventato il nome e aveva incarnato quell’idea di partito, fino alle primarie che hanno messo il Pd nelle mani di Matteo Renzi.
Nei territori, invece, ne danno l’annuncio tantissimi militanti.
Dal 2009 al 2014 gli iscritti sono più che dimezzati, passando da 831.042 a 366.641. Anche chi è rimasto, nei giorni dell’Italicum, non si sente tanto bene.
Bologna     Festa dell’Unità  addio  
Il caso più clamoroso è quello del capoluogo emiliano. A Bologna i militanti di diversi circoli minacciano il boicottaggio della Festa dell’Unità  domenica, quando sul palco salirà  il presidente del Consiglio.
Mirella Signoris è una militante “rossa” di lunga data della sezione Pratello.
“Le condizioni sono tali — dice — che per la prima volta in vita mia potrei disertare la festa. Ma quel che conta è che non riconosco più il mio partito, e con me tantissimi iscritti bolognesi. Non condivido la linea politica e il modo con cui il segretario impone le sue decisioni, dal Jobs Act all’Italicum. Siamo stati trasformati in comitati elettorali.
Il programma non esiste più: è il segretario del partito. Noi cresciuti a sinistra soffriamo profondamente”.
Alberto Aitini è un altro militante, ex coordinatore dei Giovani democratici. Per combattere il drastico calo degli iscritti nei circoli della città , si è inventato una campagna di tesseramento porta a porta.
“Da Roma non ci danno una mano — sorride —, questo clima non contribuisce ad avvicinare al Pd”.
Ha saputo della fiducia sull’Italicum proprio mentre lavorava da volontario in uno dei ristoranti della Festa dell’Unità  felsinea. È molto meno critico di altri nei confronti di Renzi (“Il governo ha portato a casa tanti risultati”), ma riconosce che la fiducia sull’Italicum è stata un errore: “Renzi ha sbagliato. E sbaglia ancora di più Bersani: la fiducia non andava messa, ma arrivati a questo punto non ci si poteva rifiutare di votarla”.
Roma     Fiducia, prova di debolezza    
Daniele Piva, 26 anni, si è iscritto al Pd quando ne aveva 21. Non ha fatto in tempo a frequentare Ds e Margherita: non può essere accusato di avere nostalgia di quello che c’era prima.
Oggi è il segretario del circolo Pd di San Paolo. “La fiducia è stata una forzatura che si poteva evitare — dice — ma la sofferenza non inizia certo oggi. Renzi gode dell’appoggio di una buona parte della base, ma quelli che sono depressi o incazzati sono sempre di più. Tanti se ne sono già  andati, altri lo faranno. Non solo e non tanto per l’Italicum. Ci sono state scelte più gravi, come la cacciata di Letta o le scelte sul lavoro”.
Melissa Mongiardo è una giovane consigliera del Comune di Viterbo, delegata dell’Assemblea nazionale del Pd: “La fiducia? La fanno passare come prova di forza. Invece per me quando non ti fidi dei compagni di partito è una prova di estrema debolezza. Renzi ha distrutto il Pd: il calo degli iscritti è mostruoso. Qui sono più o meno un terzo di quelli che c’erano ai tempi di Bersani. Ma anche la minoranza del partito ha dato il suo contributo. Invece di ‘rompere’ sull’Italicum avrebbero dovuto fare battaglia sui temi che definiscono l’identità  di sinistra, come immigrazione e lavoro”.
Milano     ”I rapporti sono difficili”    
“La composizione degli iscritti a Milano è cambiata tantissimo nell’ultimo anno e mezzo: oggi c’è una forte predominanza renziana. E i rapporti interni sono sempre più difficili, da diverso tempo”.
Parla Alessandro Giungi, quarantenne della truppa dei civatiani, consigliere comunale del Partito democratico, iscritto al circolo Caponnetto: “Il malessere c’è, sì, ma da un bel po’. L’Italicum è l’ultimo dei problemi, ci sono questioni politiche che ci dividono molto più della legge elettorale”.
Trapani     L’esodo di massa    
In Sicilia la situazione è precipitata pochi mesi fa, quando il Pd — per opera del renziano Davide Faraone — ha accolto i cosiddetti “Articolo 4”, un quintetto di deputati ex cuffariani e lombardiani.
Tanti hanno stracciato la tessera allora, come la trapanese Sabrina Rocca: “Gran parte di noi aveva votato un Pd diverso da questo — spiega — e la vittoria di Renzi si è trasformata nella nostra sconfitta. L’Italicum è l’ultimo atto. Alcuni si sono arresi e se ne sono andati, altri provano a resistere”.
Tra questi ultimi c’è il sindacalista Saverio Piccione: “Io resto dentro e faccio le mie battaglie. Il Pd di Renzi è un partito che in questo momento guida la regressione democratica del Paese. Io voglio cambiarlo e per farmi andare via mi devono cacciare”.

Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NELLA NOTTE LA DITTA SI E’ FRANTUMATA

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

CON BERSANI E LETTA NE RESTANO SOLO 36

Lo spettro del 38 (i parlamentari che non votano la fiducia) si materializza a notte fonda.
Quando, nella sala Berlinguer della Camera, unico nome che evoca antichi riti unitari, Roberto Speranza replica: “La verità  è che se, dopo la lettera che abbiamo mandato a Renzi con ottanta firme, per dire no alla fiducia e tratta, fossimo stati compatti, non saremmo arrivati fino a qui”.
È l’unico accenno polemico di fronte a un fuoco di fila del grosso dei bersaniani di Area riformista.
Dopo quattro ore di riunione, alle due di notte si incrinano rapporti che sembravano inscalfibili, antiche amicizie.
È lì che, di fatto, nasce il documento dei “50 responsabili” per Renzi che sarà  reso pubblico in mattinata.
Quello con cui Matteo Mauri, Cesare Damiano, la Campana e altri mettono nero su bianco la decisione di votare sì alla fiducia: “Una scelta politica, non dei singoli”.
Alla base, spiega Mauri, bersaniano doc e uomo forte del Pd milanese si Filippo Penati, c’è la consapevolezza di essere “determinanti”.
Parole dolci rispetto alla linea di “violenza al Parlamento” scandita dall’ex capogruppo.
È un confronto duro, quello nella sala Berlinguer: “Hai sbagliato a dimetterti. E poi hai sbagliato a dire che non avremmo votato la fiducia. Una cosa del genere andava quantomeno discussa, invece hai scelto da solo” dicono i “milanesi” Martina e Mauri, ma anche Damiano e la sottosegretaria al Lavoro Bellanova.
Una trentina, su una cinquantina di presenti, rompono con la Ditta.
Stumpo, Zoggia, Leva e Epifani, tra i big, restano con Bersani. A cui vanno aggiunti, tra gli altri big, Cuperlo, Fassina, D’Attorre, Bindi, Civati, i lettiani come Meloni e Vaccaro oltre allo stesso Letta.
In tutto trentotto, di un’area che, sulla carta, ne contava oltre cento.
Uno di loro dice: “Di fronte all’accelerazione di Renzi, non si poteva rimanere fermi. Perchè l’idea con cui si era partiti era di votare la fiducia e differenziarsi sul voto finale. Però il responso sulle pregiudiziali ha mostrato che Renzi, nello scrutinio segreto, ha preso 389 voti, mentre in quello palese 360. Quindi nel voto segreto aumenta e non votare la fiducia era l’unico sistema per differenziarsi e non morire renziani”.
“La corrente è sciolta” sussurrano i partecipanti dell’una e dell’altra parte.
E nel documento firmato dai 40 bersaniani dialoganti c’è già  la nascita di una nuova componente. Come in tutte le separazioni, circolano i veleni.
Su quelli che stanno in segreteria come Amendola, la Campana e il cuperliano (o ex tale) Andrea De Maria.
Un bersaniano rimasto fuori dice: “Ognuno ha aperto una trattativa con Renzi in queste ore, con lui o con Lotti e la Boschi. Si sono fatte le liste”.
In Puglia, con lo smarcamento di Dario Ginefra, Bellanova e Cassano ormai con Bersani, di fatto, non ci sono più parlamentari.
Tra i Lombardi e i Campani pure.
Ed è una frattura destinata ad acuirsi sul voto finale, martedì prossimo, perchè è sottinteso che Speranza&Co voteranno contro.
Mentre tra gli altri è in atto una discussione sul se votare a favore o posizionarsi sull’astensione.
I capannelli in Transatlantico disegnano una nuova geografia del Pd.
Dice Fassina. “I 50 responsabili di Area riformista? Sì, me li aspettavo. La minoranza si definisce sulle posizioni che si prendono nei passaggi salienti della vita parlamentare, il congresso è chiuso: adesso la minoranza è quella che vota in modo diverso”.
Ecco, ora nella minoranza di discute di come preparare gruppi autonomi.
Per ora lo dicono senza tanti giri di parole Fassina, Civati mentre il grosso continua a ripetere “dal Pd non ce ne andiamo. Ma, da oggi, si è aperta una nuova fase.
Per tutti.

(da “Huffingtonpost”)

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“NON HO TRADITO RENZI, ERO IN BAGNO”: COSTRETTO A GIUSTIFICARSI

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

GIUSEPPE LAURICELLA NON VOTA L’ITALICUM, MEGLIO CHIARIRE PRIMA DI ESSERE “FUCILATO” DAL REGIME

Per capire la vicenda del deputato Pd Giuseppe Lauricella bisogna partire dalla fine. Alla Camera si sta votando l’ultima pregiudiziale di costituzionalità  sull’Italicum, la legge elettorale fortemente voluta dal Premier Renzi.
L’Aula è piena: la presidente Boldrini dichiara aperta la votazione. È tempo per i deputati di scegliere da che parte stare. Passano pochi secondi e la votazione viene dichiara chiusa.
La maggioranza tiene, le pregiudiziali vengono respinte.
Ma è proprio nello spazio tra il prima e il dopo, tra il pensiero e la decisione che comincia il “travaglio” dell’onorevole Lauricella.
Un bisogno fiosiologico lo costringe a una corsa in bagno e il voto è perso.
La sua giustificazione, spiegata in un’intervista al Mattino, vale più di ogni altra considerazione: “Vuole la verità ? E’ una verità  che appartiene alla sfera fisiologica. Non politica. In quei due minuti son dovuto correre al bagno”.
Eppure nonostante la sua assenza Lauricella non ha dubbi: l’Italicum passerà .
Certo la sua assenza, dato per assodato il bisogno fisiologico, qualche dubbio lo ha suscitato visto che lui, membro della commissione parlamentare Affari Costituzionali, aveva esaminato per mesi, da studioso di diritto costituzionale qual è, tutte le contraddizioni di una legge che proprio non gli piaceva.
Nonostante questo era riuscito, la scorsa settimana, con un colpo d’ali a non farsi sostituire nell’ondata di avvicendamenti nella sua commissione: “Alla riunione di gruppo – disse nei giorni del tumulto – ho preso una posizione diversa rispetto alla minoranza: sono dell’idea che sulla legge elettorale dobbiamo andare avanti”.
Cambi repentini di opinione che hanno costretto il deputato in una situazione scomoda, accusato da più parti di trasformismo si difende così: “È la strumentalizzazione politica di un bisogno fisiologico. Non regge, non ho tradito nessuno”.

(da “Huffingtonpost“)

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