Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
SPIAZZATI DALLA RESISTENZA DI LETTA CHE VUOLE UN VOTO PALESE NELLA DIREZIONE PD, GLI AMICI DEL CONDANNATO PER DANNO ERARIALE VEDONO ALLONTANARSI LA POLTRONA
Sguardo pensieroso, Matteo Renzi scivola nella smart blu per tornare al Nazareno dopo
l’incontro di oltre un’ora a Palazzo Chigi con Enrico Letta.
Non è andata bene. Non è andata come i renziani e tutto il Pd si aspettavano ormai da giorni.
Il premier non molla, anzi rilancia. Renzi incassa. Riunisce i suoi alla sede del Pd. Telefoni muti, bisogna decidere la linea.
Per ora trapela solo una valutazione positiva: “Abbastanza bene”.
Ma alla Camera la fumata nera del faccia a faccia a Palazzo Chigi è arrivata tutta. E i primi renziani arrivati per la seduta pomeridiana sputano veleni di ogni tipo sul presidente del Consiglio. “Ora il suo disegno è chiarissimo: vuole rifare la Dc con Alfano”, ti dicono.
Perchè secondo i fedelissimi del sindaco, il fatto che Letta osi fino al limite massimo, il fatto che chieda al suo partito di sfiduciarlo in direzione nazionale domani e poi, nel caso, anche in aula con un vero e proprio voto di sfiducia sul governo, significa una cosa sola. “Vuole marcare definitivamente la distanza tra se stesso e il Pd per rimettere insieme una ‘cosa’ di centro, pronta anche al voto con questa legge elettorale proporzionale…”.
Veleni e sfoghi perchè ieri, quando dai giri renziani e alfaniani arrivavano persino le voci su una presunta squadra di governo guidata da Renzi, ieri nessuno scommetteva sulla resistenza di Letta.
Quello che è successo oggi a Palazzo Chigi è uno shock: per tutto il Pd.
“Matteo voleva bloccare il nuovo disegno democristiano — spiegano ancora in Transatlantico i suoi — Ecco perchè ha forzato la mano per portare definitivamente il Pd nel Pse…”.
“Ormai è iniziata la guerra termonucleare tra Enrico e Matteo, ne resterà solo uno”, sorride nervoso un altro del Pd. Ma intanto nel partito ci si interroga.
Perchè un’eventuale sfiducia della direzione nazionale al proprio premier non è una passeggiata per i Dem, bensì un passo di quelli pesanti, destinato a contare nella storia e sui calcoli elettorali.
Letta lo sa, tanto che ci scommette su, per l’appunto. E ammesso che la sfiducia passi in direzione, passerà anche in aula?
Non a caso il Pd voleva portare Renzi a Palazzo Chigi senza passare nemmeno dal voto del Parlamento.
E’ qui che si oscura la luna di miele tra il segretario e gli anti-renziani, qui iniziano le contorsioni Democratiche.
Naturalmente i fedelissimi del sindaco non hanno dubbi: “Letta va fino in fondo? Va bene, vuol dire che cadrà in aula anche a costo di tornare al voto con questa legge elettorale. Facesse la Dc lui…”.
Ma gli altri? Per ora zitti.
Domani la direzione porterà consiglio, in un modo o nell’altro.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 10th, 2014 Riccardo Fucile
“BALLETTO PERICOLOSO, OCCORRE UN PIANO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE, MA VEDO SOLO UN DIALOGO TRA SORDI”
«Semplicemente inaudito».
Che cosa, professor Cacciari?
«Con questi chiari di luna, con il Paese sprofondato in una crisi senza precedenti, ci si diletta a parlare di rimpasti, staffette, elezioni anticipate: ma siamo matti?».
Vede delle alternative?
«Le forze di governo definiscano al più presto un programma decente per affrontare l’emergenza occupazione e favorire la ripresa industriale. Ma basta con questi balletti tra sordi: io faccio molta fatica a capire Renzi».
Il segretario del Pd sta sbagliando le sue mosse?
«Non da solo. Per quel che lo riguarda, davvero non capisco quale convenienza possa avere a tenere accesa l’attenzione su questa cosa della staffetta: se la fa, Renzi si disfa».
Però in tv il leader del Pd l’ha appena esclusa, con quel «chi ce lo fa fare?» ad andare al governo senza passare attraverso il voto.
«E allora deve spiegare perchè continua a tenere sotto stress l’esecutivo. Solo per tenere viva la sua immagine? E poi: quand’anche arrivasse a Palazzo Chigi, che cosa potrebbe mai combinare Renzi di diverso da Letta? Il presidente del Consiglio fa quel che può, e anche maluccio, se si considerano le enormi difficoltà del Paese. Ma lui farebbe meglio? E con chi, poi?».
Un consiglio a Renzi?
«Eviti la staffetta, e anche la tentazione di andare al voto anticipato prima dei famosi diciotto mesi. In entrambi i casi si rovina, questo è sicuro. Potrebbe e dovrebbe, invece, svolgere un ruolo determinante nel dettare una nuova agenda al governo. Magari ci mandi dentro due o tre dei suoi uomini, ma si tolga dalla testa l’idea suicida di un suo coinvolgimento diretto».
Tutti appesi alla data del 20 febbraio, quando ci sarà la direzione del Pd…
«Tutto tempo sprecato. È un’attesa inutile e dannosa, se si continua con questo balletto va a finire che anche Renzi viene risucchiato nella morta gora della politica. Stia molto attento, lui e tutti gli altri del Pd: sarebbe un disastro».
Perchè?
«Se ci giochiamo anche Renzi, non resta più niente. Alle prossime elezioni mica si può tornare con Prodi o Berlusconi. Cerchiamo di salvaguardare quel piccolo patrimonio che il sindaco di Firenze senza dubbio rappresenta: è giovane, è un animale politico, ha dimostrato indubbie capacità . E secondo me può anche avere la stoffa, se solo si sottrae a questi balletti risibili. Legga Machiavelli…».
Prego, professore?
«Lo legga quando descrive la “virtù ordinata”. Lo vedo un po’ bulimico, ma non c’è dubbio che sia virtuoso. Ecco, si dia una regolata, metta un po’ d’ordine in questa sua virtù».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 9th, 2014 Riccardo Fucile
L’ANZIANO DC DI NUSCO, OGGI NELL’UDC, NON HA INTENZIONE DI SEGUIRE CASINI DA BERLUSCONI
Che nemesi. Molto più di Massimo D’Alema, che in questi giorni è il precedente più gettonato, è
Ciriaco De Mita l’emblema del bivio cruciale che sta stritolando Matteo Renzi.
De Mita, infatti, bruciò la sua parabola politica assommando, caso unico nel grande circo democristiano, le poltrone di premier e segretario politico.
E proprio De Mita, che il 2 febbraio ha festeggiato 86 anni, sta preparando in questo ore il suo clamoroso ritorno nel Pd.
Colpa di Casini e Berlusconi. Dopo la svolta a destra del capetto dell’Udc, l’ex presidente del Consiglio ha riunito i suoi fedelissimi e in una convention centrista a Napoli ha sparato a zero sulla mossa casiniana: “Tolta al Pdl la base popolare, resta il grillismo. Rimango sconcertato dal fatto che qualcuno possa pensare a un avvicinamento a Berlusconi, populista e antieuropeista. Stare con lui sarebbe irrazionale, è contro natura”.
Implacabile, De Mita rottama anche il patto sull’Italicum: “Casini dice che è una buona legge elettorale. Ma come fa a dirlo? È incostituzionale, nata da un patto tra banditi”.
Per De Mita questo è un fine settimana di incontri e riunioni a ripetizione.
In Irpinia, il suo ritorno nel Pd, ne uscì quattro anni fa per finire nell’Udc, tiene banco da una settimana.
Alcuni suoi amici, rimasti a sinistra, danno per scontato il ricongiungimento con il loro antico leader.
Ecco dal sito Orticalab Rosanna Repole, sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi che fa parte dell’assemblea nazionale del Pd: “Noi che veniamo dalla storia della sinistra di base siamo quello che siamo grazie all’esempio di una classe dirigente di cui il presidente De Mita è sempre stato il massimo riferimento. Dovremmo sempre ricordarcelo. Io non ho mai paura dell’intelligenza. Qualora dovesse accadere quel di cui stiamo discutendo il Pd ne guadagnerebbe”.
Ed ecco Alfredo Todisco del Pd di Avellino: “Qualora il ripensamento di De Mita dovesse trovare concretezza non potrei che accoglierlo con piacere perchè farebbe bene al Pd, soprattutto a quello irpino. Un’evoluzione di questo genere consentirebbe a tanti di oltrepassare l’antidemitismo miope e strumentale, toglierebbe il terreno sotto i piedi ai servi emancipati che in questi anni nulla hanno fatto se non vivere dell’odio e del rancore nei confronti del vecchio padrone”.
Nel Pd irpino la spaccatura però è profonda. Non tutti ammazzerebbero il vitello grasso per il ritorno del patriarca prodigo.
La polemica sfocia nell’analisi storica, vista l’età del personaggio.
Andrea Forgione è un altro dirigente dei democratici avellinesi. Ancora dall’informazione locale: “Il demitismo è una cultura politica basata sulla gestione del potere fine a se stesso. Questo fenomeno politico è durato 50 anni e ha visto la sua massima espressione nel secolo scorso”.
Conclusione: “Se il Pd dovesse accettare il ritorno fra le sue file del demitismo non aspetteremo un secondo a uscire dal Pd e a votare M5S”.
Chissà Renzi come gestirà quest’altro spinoso caso proveniente dalla Campania, dopo la conversione al renzismo del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Per De Mita, il ritorno nel Pd significherebbe però la rassegnazione a un sistema bipolare, abiurando per il momento la fede nel centro, inteso come luogo dello spirito e dell’elaborazione politica.
È l’Italicum, bellezza.
O da una parte, o dall’altra.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO MOLTI NO RESTA IM BALLO UN UNICO CANDIDATO: IL CAPOGRUPPO IN REGIONE RUGGERI, IMPIEGATO ENI
C’era una volta quella poltrona. Bella e potente, ambita e combattuta, nascosta come uno scrigno in uno dei pochi palazzi storici della città , nella piazza del Comune.
Adesso sembra peggio di una sedia elettrica, pronta a fulminare ogni velleità politica.
POLTRONA
La poltrona è quella del sindaco di Livorno, città importante, la seconda della Toscana per numero di abitanti sino a quando i cinesi hanno fatto crescere Prato che ha scavalcato in classifica il porto toscano.
Che però, nonostante la crisi, che qui ha soffiato come un libeccio cattivo, resta un centro industriale importante, affacciato sul Tirreno e frontiera della Toscana.
Nessuno sembra aver più voglia (almeno senza una bella spinta del partito) di fare il sindaco come lo furono raffinati intellettuali quali Furio Diaz e Nicola Badaloni e, nel partito di maggioranza, il Pd, sono già sei le rinunce e i ritiri.
Tanto che probabilmente non si faranno neppure le primarie.
Il primo a dire gentilmente ma irrevocabilmente di «no» è stato l’avvocato Giuseppe Angella, già amministratore delegato del Tirreno e cariche importanti nel gruppo l’Espresso.
Poi ha declinato l’invito il professor Emanuele Rossi, giurista di fama internazionale e docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
E ancora, dopo una settimana di pensamenti e ripensamenti, non ha accettato di correre per primo cittadino il Signore dei Robot, alias Paolo Dario, professore di robotica alla Scuola Sant’Anna e «visit professor» in numerose università straniere.
I POSSIBILI CANDIDATI
Si è cercato anche un politico di lungo corso, quale l’assessore regionale Gianfranco Simoncini, già sindaco di Rosignano Marittimo, ma quando sembrava fatta Simoncini ha preferito fare diversi passi indietro e rimanere nella più sicura Firenze.
Sfumata, stavolta per un’accoglienza assai tiepidina del partito, anche la possibile candidatura della renziana Nicoletta Batini, un lavoro al Fondo monetario internazionale, un curriculum da 30 e lode e una simpatia passata per il Movimento 5 Stelle di Grillo.
Al capolinea sembra essere arrivata anche la candidatura di Luca Bussotti, ricercatore ed ex assessore, l’unico ad aver presentato con un certo entusiasmo la candidatura alle primarie. In lista, adesso, rimane un unico candidato. Marco Ruggeri, 39 anni, impiegato Eni, capogruppo del Pd in regione.
Non è un renziano, Ruggeri, ma ha votato Cuperlo. I suoi compagni di partito dicono che sia un cuperliano pentito ma, nonostante questo, non è salito sul carro di Matteo (come in molti ex accaniti bersaniani hanno fatto anche a Livorno) e continua a definirsi un uomo della sinistra del partito.
A dir la verità anche Ruggeri, se pur livornese doc, avrebbe fatto a meno di quella poltrona scomoda e, dicono i fedelissimi, ha accettato per amore della sua città e per dovere istituzionale.
PROBLEMI
Ma perchè tanta avversione alla carica di sindaco? Il segretario del Pd, Yari De Filicaia ammette che la situazione in città è «complicata e che la crisi ha reso le cose difficilissime».
E poi c’è chi la butta pure sullo stipendio: 4 mila euro al mese sono pochi per un lavoro da 14 ore al giorno soprattutto se il candidato è un professionista affermato.
L’attuale sindaco, Alessandro Cosimi, medico oncologo, persona intelligente e eticamente perfetta, è stato travolto dagli eventi.
Un giorno, durante uno sfogo, pare abbia detto che «il mestiere di sindaco è un mestiere di m…». Pochi giorni fa ha dovuto subire l’onta di un assalto al consiglio comunale da patte d’inferociti occupanti di case popolari e di strutture dell’Asl.
«Non accadeva dal tempo del fascismo», ha commentato amareggiato minacciando le dimissioni poi rientrate. La città dove nessuno vuole fare il sindaco è a un bivio.
Il Pd sta decidendo se fare le primarie di coalizione o meno e intanto si cerca di rendere meno elettrica quella poltrona ormai diventata una sedia al primo piano del Palazzo Municipale.
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 5th, 2014 Riccardo Fucile
L’IPOTESI RENZI A PALAZZO CHIGI NON DISPIACEREBBE NEANCHE AI DALEMIANI CHE COSI’ SI RIPRENDEREBBERO IL PARTITO
Prenderà una forma visibile a tutti tra una decina di giorni. Subito dopo che la Camera avrà
approvato la legge elettorale.
Una biforcazione che segnerà il destino di questa legislatura. E che determinerà una vera e propria svolta. Per il governo e per il Pd.
Si capirà se Enrico Letta potrà andare avanti o meno. Soprattutto si saprà se l’alternativa all’attuale presidente del consiglio saranno le elezioni anticipate o la formazione di un nuovo esecutivo. Guidato da Matteo Renzi.
«Non esiste, deve andare avanti Enrico», si schermisce il sindaco di Firenze.
Eppure nella maggioranza e tra i leader della futura coalizione di centrosinistra il tam tam è già partito.
Negli incontri riservati un po’ tutti danno per scontata l’opzione del leader democratico.
Anche se tutti sanno che l’operazione è contaminata da un livello di rischio molto alto. Il precedente del 1998, quello di Massimo D’Alema aleggia come un fantasma. Ne sono consapevoli Renzi e tutti gli interlocutori che negli ultimi giorni gli hanno ripetutamente chiesto di fare un passo avanti.
Il loro ragionamento è questo: se Letta non fosse in grado di compiere l’auspicato cambio di passo, sarebbe indispensabile correre ai ripari.
Il rischio è che la legislatura vada avanti senza un vero segno di cambiamento. E che si arrivi al 2015 con un centrosinistra consumato e con una leadership logorata. Sia dentro il Partito Democratico sia tra gli alleati, si mettono in evidenza i richiami dell’Unione europea ad accelerare sulle riforme, a porre l’attenzione sul riassetto della Pubblica amministrazione e sulla riduzione dei tempi della giustizia.
Questioni che marcherebbero un’inversione di tendenza.
Anche a Palazzo Chigi, poi, sono rimasti colpiti dagli attacchi sistematici mossi dalla Confindustria. L’associazione di Viale dell’Astronomia ormai quasi quotidianamente spara bordate contro il governo.
Un clima che agita i sonni del presidente del consiglio. Senza contare che il prossimo 18 febbraio si terrà pure la manifestazione nazionale di ReteItalia (l’organizzazione che riunisce tutte le associazioni di imprenditori dalla Confindustria alla Confcommercio).
L’allarme, però, coinvolge tutte le forze che sostengono l’esecutivo. «Dovete anche capire — sono ad esempio le parole del leader Ncd, Angelino Alfano, ai suoi alleati — che voi così mi rispingete tra le braccia del Cavaliere ».
Il vicepresidente del consiglio chiede ancora tempo.
L’idea di varare la legge elettorale e poi sostanzialmente andare alle urne non lo convince. Quindi — è la sua valutazione — per dare sostegno alla legislatura «serve un impegno del segretario del Pd».
Eccola dunque la “staffetta”. I “montiani” di Scelta civica sono da tempo convinti che sia quella la carta da giocare. E nonostante le scaramucce di questi giorni anche il capo di Sel, Nichi Vendola, ha ammesso che «questa può essere una possibilità ». Persino il “nemico” del Sindaco e capo della minoranza pd, Gianni Cuperlo, è ormai orientato in questa direzione.
Per un motivo molto semplice: gli ex dalemiani pensano di riprendersi così il partito.
La road map immaginata in queste ore è quindi questa: verificare domani nella riunione della direzione democratica se il premier è in grado di organizzare un «rilancio».
Aspettare il voto sulla riforma elettorale e subito dopo stabilire, davanti al bivio, quale strada imboccare. È chiaro che tutti considerano fondamentale il via libera all’Italicum.
Qualsiasi mossa ha infatti un solo paracadute: la possibilità di tornare in ogni momento al voto con la riforma già varata. Anzi, proprio l’Italicum sarebbe la giustificazione per un nuovo governo che si configurerebbe come “costituente”: uno strumento per accompagnare le riforme.
Certo, tra due settimane mancherebbe ancora il sì del Senato alla legge elettorale ma a quel punto nessuno — nemmeno Silvio Berlusconi — sarebbe interessato a far saltare un sistema che garantisce il bipolarismo e quindi la centralità di Forza Italia.
Non solo. A breve proprio il segretario pd dovrebbe schierarsi a favore di una modifica alla riforma che introduca, insieme alla norma “salva-Lega” anche una “salva-Sel”, che prevede il recupero del “miglior perdente” all’interno di una coalizione, ossia il primo partito che non supera lo sbarramento al 4,5% (e che probabilmente verrà abbassato al 4).
Questo emendamento sarebbe una sorta di wild card a disposizione di Vendola per ricomporre il dissidio con i democratici e, nel caso, per rientrare nella maggioranza appoggiando un eventuale gabinetto Renzi.
Si tratterebbe di una decina di voti in più al Senato in grado di irrobustire la maggioranza. Una pattuglia che per molti potrebbe ulteriormente infoltirsi con l’approdo di quei grillini dissidenti pronti a manifestarsi in occasione del voto sulla riforma elettorale.
Eppure, in tutti i colloqui si valutano anche i tanti ”contro” che sconsigliano la “staffetta”. In primo luogo è proprio Renzi a non volerne sapere. «Per me non esiste. Deve andare avanti Letta — ripete ad ogni piè sospinto — Deve essere lui a cambiare passo. Io resisto. E rimango dove sto».
Il secondo ostacolo riguarda il Quirinale. Un nuovo governo deve superare il check in del Colle. E fino ad ora Napolitano non ha mai nascosto la sua preferenza a favore della continuità lettiana.
Le controindicazioni, però, non sono solo queste. L’”effetto-D’Alema” potrebbe avvolgere l’intero disegno. Arrivare a Palazzo Chigi dalla porta di servizio e dopo aver fatto traslocare un esponente del proprio partito, può trasformarsi in un colpo letale.
Bruciando l’ennesima leadership del centrosinistra. Senza contare che nessuno è in grado di prevedere la reazione di Silvio Berlusconi. «È chiaro — ragionava proprio nel week end il Cavaliere — che se nasce il governo Renzi, noi chiederemo di entrare».
Un’ipotesi che fa letteralmente inorridire il sindaco. Il capo di Forza Italia però se fosse respinto, avrebbe le mani libere per far saltare il patto per abolire il Senato e rivedere il Titolo V della costituzione.
In quel caso lo show down non farebbe altro che portare al voto anticipato. Un azzardo se non si modifica il ruolo del Senato. Anche con l’Italicum, infatti, restano altissime le probabilità di dover fare i conti con aula di Palazzo Madama di nuovo ingestibile ed esposta alla rinascita delle larghe intese.
Sta di fatto che il bivio resta. Domani il premier proverà a sfidare Renzi chiedendo in direzione subito l’impegno a formare un nuovo governo.
Se Letta non convince il suo partito, dinanzi a Largo del Nazareno e a Piazza del Quirinale si ripresenterà la medesima biforcazione: voto o incarico a Renzi.
E come dice il prodiano Sandro Gozi, ex funzionario della Commissione europea, «nulla impedisce di aprire le urne durante il semestre di presidenza dell’Ue.
Da quando c’è il presidente permanente del Consiglio europeo, quello di turno è una sorta di assistente. E comunque è accaduto anche nel 1996».
Quando nella corsa a Palazzo Chigi vinse Romano Prodi.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 1st, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI VUOLE SPIANARCI E CUPERLO GLI RISPONDE CON FIORETTO”
«Renzi ci sta spianando con i carri armati e D’Attorre e Cuperlo gli rispondono di fioretto, il segretario spara bombe e noi spacchiamo il capello in quattro. Basta, io voto contro questa legge elettorale ». Enza Bruno Bossio, l’ultima dalemiana, è un fiume in piena, mentre Montecitorio ribolle di umori, di insulti
Sta dicendo che oggi si schiera contro la costituzionalità della legge?
«Sì, è un sistema incostituzionale, è la riforma di Berlusconi, quella che lui aspettava da 20 anni. È il bluff di Renzi che ci dice che queste sono le riforme, invece non è vero niente».
Quindi lei vuole affossarla?
«Non voglio affossare nulla».
Suvvia, se non passa la costituzionalità muore tutto subito.
«Voglio cambiarla. Così è una presa in giro. L’Italicum prevede che si voti anche per il Senato, ma Renzi non va dicendo in giro che lo vuole abolire?»
Non è una posizione radicale?
«Non mando giù il salva Lega. Una norma vergognosa, voluta da Berlusconi. Un partito che prende il 9 per cento in tre Regioni entra in Parlamento e uno che si ferma al 7,9 a livello nazionale, no. E poi le liste restano bloccate. Io voglio le preferenze ».
Ma le preferenze, specie al Sud, non sono un incentivo alle clientele?
«È stata la Consulta a dirci che non si possono più fare le liste bloccate, un principio per il quale il partito aveva fatto la sua battaglia. Così è solo un super Porcellum».
Quanti siete a pensarla così?
«Come me la pensa sicuramente Lauricella. Come sa noi dalemiani non siamo una corrente strutturata, siamo una corrente affettiva, una sottocorrente dei cuperliani che sono 80, e che quindi potrebbero pesare. Invece vedo timidezze, paure, ti dicono sussurrando “sai il Paese sta con Renzi”…».
Non è vero?
«Dicono pure che noi dobbiamo sentire la pancia del Paese, ma sentire la pancia del Paese rischia di essere la fine della politica, noi dobbiamo cambiare la casta politica, che ha fatto molti errori, ma anche far ragionarela gente».
Non sembra più il tempo per pedagogie togliattiane.
«Invece la politica deve tornare a fare la politica. Dovremmo interrogarci su quel Celentano che dice di preferire Renzi a Grillo: Celentano, l’emblema del populismo di destra».
D’Alema c’entra, dica la verità ?
«Per niente, nessuna telefonata, mi creda ».
La cacceranno?
«Pazienza!»
Lei è sospettata di essere uno dei 101.
«Proprio per questo voglio condurre la mia battaglia alla luce del sole, e con i 101 non c’entro».
Concetto Vecchio
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
CUPERLO AL RENZIANO NARDELLA: “SIETE DEGLI SQUADRISTI”
«Questo testo, se non viene modificato profondamente, presenta dubbi di costituzionalità ». Gianni
Cuperlo morde il freno.
Lo fa da lunedì sera, quando nella riunione in cui Renzi ha posto l’aut aut, il leader della minoranza democratica ha preso la parola per dire che «se il segretario chiede la fiducia, bisogna dargliela ».
Ma ha anche aggiunto che il Pd di Renzi sta subendo una mutazione genetica, non lo riconosce più come il suo partito.
E poco prima di entrare in commissione Affari costituzionali per ritirare materialmente gli emendamenti, Cuperlo si è sfogato con il renziano Dario Nardella: «Siete degli irresponsabili, usate metodi squadristi…».
L’accusa di autoritarismo e di scarso rispetto per l’opposizione interna si trascinada quella battuta “Fassina chi?” del segretario, che portò alle dimissioni da vice ministro di Stefano Fassina.
Scontro riacceso il giorno del dibattito in direzione proprio sulle preferenze nella nuova legge elettorale, che provocò le dimissioni di Cuperlo da presidente del Pd, dopo un’altra battuta di Renzi
Il segretario prova a rabbonire, lodando il senso di responsabilità della sinistra dem per la prova di forza evitata sugli emendamenti. Ma cambia poco.
Il “correntino” si prepara alla guerra dei nervi.
O l’Italicum è trasformato oppure in aula – ripetono i cuperliani -sarà il momento della verità . E potrebbero esserci modifiche, ad esempio per le preferenze, che hanno un consenso trasversale e saldano un asse con gli alfaniani e i centristi.
«Il dissenso politico resta – afferma Rosy Bindi – ci siamo riservati di ripresentare in aula gli emendamenti contro le liste bloccate, sulle soglie più basseper i piccoli partiti, sull’alternanza di genere».
Una cosa infatti è evitare ora possibili appigli strumentali a Berlusconi per fare saltare tutto – ragiona la presidente della commissione Antimafia altra sono le obiezioni di merito: «Queste restano in piedi. E poi chi dice prendere o lasciare, non fa sul serio. Non vogliamo fare naufragare la riforma, sia chiaro»
L’accordo sulla soglia più alta dal 35 al 37% per avere il premio di maggioranza – è al centro della trattativa, tuttavia non basta per la minoranza che è pronta a dare battaglia.
Si materializza lo spettro dei “franchi tiratori”. Tutti negano. Ma sono gli stessi che a Montecitorio mormorano: «Non lo voteremo mai un testo blindato ».
Alfredo D’Attore, bersaniano, invita Renzi a evitare gli ultimatum: «Non servono: nessuno di noi ha paura della minaccia del voto anticipato: il problema non è certo che qualche parlamentare non torni alla Camera. Piuttosto se si va a votare con il proporzionale consegnatoci dalla Consulta, finisce la vocazione maggioritaria del Pd e sarebbe un colpo letale anche alle ambizioni di governo di Renzi»
Il Pd che resiste ha varie anime.
I “giovani turchi” sono cauti. Hanno siglato un patto con i renziani in Sicilia per la candidatura di Fausto Raciti contro Giuseppe Lupo, segretario regionale uscente, dato per favorito, di Areadem, la corrente di Franceschini: lotta in casa renziana, quindi. Ebbene i “turchi” escludono “giochetti”: «Bisogna trovare una soluzione per le liste bloccate, però si vota come dice il partito alla fine», assicura Matteo Orfini.
Cesare Damiano, l’ex ministro del Lavoro, è per mantenere le obiezioni fino in fondo: «Se si tratta con Forza Italia, si tratta. Su tutto. Le preferenze sono una questione dirimente, non possono passare le liste bloccate e noi minoranza abbiamo offerte le alternative dei collegi uninominali, delle primarie per legge e per tutti ».
Sul punto primarie, altra divaricazione: alcuni dem sono possibilisti sulle primarie per legge ma facoltative (decidono i partiti); altri le vogliono obbligatorie.
Ironizza Sandra Zampa, vice presidente del Pd: «Siamo come willy il coyote, in bilico sul burrone, una riforma va fatta».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO PD DECADUTO CHE NON VUOLE MOLLARE ALCUN INCARICO
Più spaccone che socialista, più campiere che sindaco, Vincenzo De Luca sarebbe un ordinario
mammasantissima, un tipico prodotto del plebeismo carismatico meridionale alla Achille Lauro se non fosse un uomo di sinistra.
Sembrava, sino a ieri, il meglio e il peggio del sud mischiati in una ganga compattissima: il riformatore che aveva restituito dignità a un territorio desertificato e lo sceriffo guappo che sottometteva la città alla sua legge, padrone e al tempo stesso governatore coraggioso: con lui Salerno è diventata una delle più vitali e solari città del sud, con un water frontmoderno e funzionante, belle strade, grandi architetti e conti in ordine.
Ebbene, tutto questo successo gli ha dato alla testa.
E adesso che ha deciso di non obbedire neppure al Tribunale civile, in lui ha definitivamente prevalso il sangue pazzo del meridionale sul politico arguto e virtuoso.
E butta fumo dalle narici, subisce il Diritto come una soperchieria, insulta il ministro Lupi che da mesi gli chiede di scegliere: «figurati se mi faccio ricattare da uno come te».
E non cede neppure ai giudici. È la versione salernitana del siciliano Mirello Crisafulli, del veneto Cota, del lombardo Formigoni, è il notabile di sinistra che mette se stesso al di sopra di tutto, come fosse un altro unto del signore.
È arrivato, in questo suo “teppismo democratico”, a fare l’elogio dell’immoralità «che ci permette di governare», ha esibito come scalpi le indagini alle quali è sottoposto, di cui non ci occupiamo, e dalle quali gli auguriamo di uscire pulitissimo: «Io sono orgoglioso.
In questo paese siamo tutti indagati. Non c’è un amministratore che non abbia un avviso di garanzia. Chi non ce l’ha è una chiavica ».
E ha sempre cercato cariche: quando era eletto alla Camera si ricandidava come sindaco; da sindaco si candidava come presidente della Regione; e, podestà di Salerno, “sindaco per sempre” più di Orlando a Palermo, ha golosamente accettato di fare il sottosegretario.
E ha candidato pure il figlio, proprio come fecero Raffaele Lombardo in Sicilia e Bossi in Padania: «Quelli che ce l’hanno con mio figlio sono cialtroni e farisei ».
Avrebbe dovuto dimettersi allora, nell’aprile del 2013, quando venne nominato ai trasporti nel governo Letta.
L’incompatibilità infatti non ha bisogno di sentenze, si impone per evidenza: se vuoi amministrare(bene) i trasporti d’Italia non hai certo il tempo di governare (bene) Salerno.
È roba da fantuttone, da “ghe pensi mi” che purtroppo tradotto in salernitano rimanda al pregiudizio della prepotenza antropologica: «A Salerno mi votano anche le pietre».
Solo Brunetta avrebbe voluto fare allo stesso tempo il ministro della Funzione pubblica, il sindaco di Venezia e il deputato. I doppi incarichi e l’amministrazione come accumulo di roba non sono mai stati valori di sinistra, e non basta certo il tifo da stadio dei salernitani che lo eleggono per acclamazione a farne un eroe al di sopra della legge, come gli indimenticabili briganti delle due Sicilie.
E poi c’è quel parlare a gesti, quel lessico da duro pittoresco, una lingua impastata di esclamazioni, minacce, rancori e ripicche.
E intanto si tocca, fa le corna e gli scongiuri, si gratta perchè Lupi porta sfiga: «non si sa mai, ho due figli, abbiate pazienza: una grattatina ». E «la grillina Lombardi vada a mori’ ammazzata », «il collega del pd Zoggia sembra un raccoglitore di funghi», «il doppio incarico è una palla!», «coglioni!», «dei rom me ne frego!», «le discariche vanno aperte con il carro armato», «nel Pd c’è un gruppo dirigente di miserabili e il partito vive nella demenzialità », «spero di incontrare quel grandissimo sfessato e “pipì” di Marco Travaglio di notte e al buio», «Grillo sta con il panzone al sole», «Monti si mette il chihuahua sulla testa»…
Gli archivi e i blog sono pieni delle gag di De Luca e su Youtube è più cliccato di Ficarra e Picone. Ovviamente è molto parodiato, si ride di lui, è una specie di fattucchiero, una riedizione del Rosario Chiarchiaro interpretato da Totò…
In realtà tutto questo divertirsi è una smorfia dolorosa, una partita sospesa sul Sud d’Italia, quello dei notabili e dei capibastone. De Luca, caudillo liberale («sono gobettiano» dice), è l’ennesima sconfitta, forse quella definitiva, dell’utopia dello sviluppo nella terra dei diavoli: da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall’indolenza alla nevrosi, dall’immobilismo all’iperattivismo.
Nella miseria del guappo democratico stravaccato su due poltrone c’è la morte di un sogno antico che è anche nostro, il sogno di tutti i meridionali d’Italia, di un Paese che per tre quarti è Meridione.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IN COMMISSIONE LA BINDI ACCUSA: “BASTA CON GLI INCIUCI CON BERLUSCONI, NESSUNO HA DATO MANDATO A RENZI DI TRATTARE SULLE LISTE BLOCCATE”…I BERSANIANI: “IL PD NON SI FA DETTARE GLI EMENDAMENTI DA FORZA ITALIA”
Una riunione bollente dei 21 deputati democratici della commissione Affari costituzionali svela il clima
di guerra che c’è nel Pd.
Motivo dello scontro: la legge elettorale, il patto Renzi-Berlusconi.
Sullo sfondo: la resa dei conti, la rivincita del congresso, il duello tra governisti e anti-governisti, la frattura profonda di una comunità .
Sono volate parole grosse ieri mattina a Montecitorio. Domani pomeriggio è previsto il secondo round, quello decisivo. Può finire molto male.
Matteo Renzi difende l’accordo e non vuole strappi. Gli emendamenti all’Italicum devono essere unitari e soprattutto non devono mettere un dito nell’occhio del Cavaliere.
Ma la minoranza non accetta diktat. Punta tutte le sue fiches sulle preferenze, contro le liste bloccate.
È la chiave che rischia di far saltare tutto, l’accordo «ma anche la legislatura, si tornerebbe a votare subito», avverte il segretario.
Sono ore decisive per la tenuta dell’impianto di riforma. Il sindaco e il suo osso del collo corrono qualche pericolo.
Alla legge elettorale Renzi ha affidato l’immagine di leader che decide e fa, ovvero il suo tesoro più prezioso.
Per questo il segretario è furibondo con Enrico Letta, con i suoi sconfinamenti in «un campo non suo».
Si riferisce alle parole pronunciate l’altra sera a “Otto e mezzo”, favorevoli a una «scelta più diretta tra i cittadini e gli eletti» e all’annuncio di una legge sul conflitto d’interessi, lo spauracchio del Cavaliere.
«Faccia quello che vuole, io vado dritto. In sei giorni abbiamo già approvato il testo base. Questi sono i tempi adesso che io ho preso in mano la pratica. Enrico pensa di intervenire? Stia attendo o fa la figura del sabotatore», è l’ultimatum di Renzi confidato ai suoi fedelissimi.
I due ieri non si sono sentiti. Meglio da un certo punto di vista, perchè l’atmosfera è pesantissima.
Lunedì si comincia a votare in commissione, entro mercoledì la legge va in aula. Lo sprint è deciso, fa parte degli accordi. Non si torna indietro.
Il problema sono i numeri in commissione. Sulla carta, la maggioranza a favore delle preferenze è schiacciante. Dodici democratici “non renziani” su 21, e tutti gli altri partiti. Da Alfano a Sel, alla Lega, ai 5 stelle.
Ieri Rosy Bindi, membro della commissione, urlava in riunione: «Non esistono altre vie, ci vogliono le preferenze. Nessuno ha dato a Renzi il mandato di trattare con Berlusconi sulle liste bloccate».
Maria Elena Boschi, la responsabile delle riforme, le ha ricordato il voto della direzione che ha sconfitto i nemici dell’accordo. «Giusto. Ma il segretario ci lasci la possibilità di tentare. Questo non può impedircelo, chiaro?».
Il punto è che se salta l’intesa sulle liste bloccate, semplicemente la riforma non esiste, finisce nel cestino.
«Lo scambio è chiarissimo: Forza Italia è contro le preferenze, punto e basta. Noi abbiamo strappato il doppio turno e le riforme costituzionali. Così si fanno gli accordi. E si rispettano», insiste Renzi.
Dario Franceschini cerca una mediazione. Ma stavolta non è consentita l’equidistanza tra “Enrico e Matteo” che un giorno acrobaticamente definì «due numeri uno».
Sceglie Renzi e rompe con Letta: «Le preferenze sarebbero un gravissimo errore. Non soltanto perchè farebbero quasi certamente saltare l’intesa raggiunta ma molto di più per i danni al sistema politico e alla sua trasparenza ».
In privato, il ministro dei Rapporti con il Parlamento spiega di «aver voluto evitare la guerra termonucleare tra loro». Letta e Franceschini si parlano, cercano un chiarimento. Senza esito.
«Sulle preferenze quella è la mia posizione da sempre, tu lo sai – dice il premier –. E sul conflitto d’interessi forse si poteva valutare meglio l’impatto. Ma è la posizione del Partito democratico da sempre, non facciamo finta di niente».
Una parte del partito lo segue e ora si sente più forte.
Per questo, il presidente del Consiglio può rientrare volentieri nel suo ambito. «Mi occupo di privatizzazioni. Come si vede dalle riunioni di ieri, il governo non è inoperoso. Dico solo che bisogna superare le insidie sulla legge elettorale».
La lista bloccata, secondo Renzi, non è un’insidia anche perchè senza non c’è il patto. Lo è invece la soglia di acceso al premio di maggioranza.
Gliel’ha comunica-to anche Giorgio Napolitano con il quale i contatti sono quotidiani perchè i loro interessi convergono: arrivare al traguardo.
Il capo dello Stato teme che il 35 per cento sia un tetto troppo basso, che l’asticella andrebbe alzata al 40 per cento. Troppo alta, risponde Renzi. Forza Italia non la regge. Ma si può fare qualcosa: portarla al 38 per cento, una cifra che soddisferebbe il Colle. In questo modo il premio sarebbe “limitato” al 15 per cento.
Un altro pezzo della legge elettorale destinato a cambiare, è il no alle candidature plurime.
Angelino Alfano insiste per cancellarlo: dev’esserci la possibilità di candidare la stessa persona in più circoscrizioni. Renzi è d’accordo e ieri ha dato il via libera anche Denis Verdini: «Angelino ce lo sta chiedendo in tutte le maniere. Va bene».
Questa è la fotografia. Nel gioco di sponda tra Quirinale, Alfano e Verdini, Renzi trova la misura di un compromesso che salva l’Ispanicum.
Nel Pd e nella sfida con Letta, l’impresa è molto più difficile.
Il capogruppo democratico in commissione Affari costituzionali Emanuele Fiano vede tutti i rischi di una rottura: «Ma io lavoro perchè il partito presenti le proprie posizioni unitariamente». Il lettiano Francesco Sanna capisce che il momento è davvero delicato. «La nobiltà della legislatura – dice – si misura sull’approvazione della legge elettorale». Dunque, cercherà le soluzioni possibili ma non metterà in pericolo la struttura del patto.
Alfredo D’Attorre, bersaniano, annuncia invece un attacco a tutto campo. «Verdini e Berlusconi non vogliono le preferenze? Fatti loro. Il Pd non si fa dettare gli emendamenti da Forza Italia. Il loro potere di veto va respinto e il Pd deve cominciare a ragionare con la sua testa».
Non si spaventa per la minaccia di Renzi: «Lui è l’ultimo a volere andare al voto con la legge proporzionale della Consulta, figuriamoci ».
Come dire: non va da nessuna parte con gli ultimatum.
Goffredo De Marchis
argomento: Partito Democratico, PD, Renzi | Commenta »