Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile
“BERSANI E I SUOI CERCANO OGNI MOTIVO PER ROMPERE, LO FARANNO DI FRONTE A QUALUNQUE OFFERTA, ORMAI NON C’E’ RITORNO”
Matteo Renzi è dispiaciuto. Ma pensa che ormai non ci sia più nulla da fare con Pierluigi Bersani, l’avversario interno, l’ex segretario che se lui gli diceva “gufo”, gli rispondeva con la “mucca in corridoio”.
Metafore zoologiche di altri tempi, cui Renzi pensa pure con nostalgia ora che gli sembrano passate, andate forse per sempre, a due giorni dall’assemblea nazionale che farà scoccare l’ora fatidica del congresso del Pd 2017 e insieme quella della scissione del Pd.
Inesorabile per il segretario che sente di aver fatto tutti i passi possibili per evitarla.
Renzi passa la giornata al Nazareno con i suoi.
Si consulta con il vice Lorenzo Guerini, ascolta dal capogruppo alla Camera Ettore Rosato il resoconto della riunione dei deputati ieri sera. C’è anche Matteo Orfini nella sua stanza. E Matteo Richetti. E a pomeriggio inoltrato arriva anche Maurizio Martina. Ci sono contatti continui con Dario Franceschini, attivissimo per evitare il patatrac.
E con Andrea Orlando. Persino lui, ormai attestato su una esplicita linea critica con Renzi, riconosce che stavolta è la minoranza che dovrebbe fare un passo avanti.
“Dalla maggioranza ieri e oggi sono arrivati segnali importanti — scrive Orlando su Facebook – È fondamentale che ne arrivino da subito anche dalla minoranza. Solo così si può ricostruire il filo del dialogo. Credo che tutta la minoranza veda le conseguenze disastrose di una scissione. Si inizi a lavorare a partire dalle aperture che ci sono state in queste ore”.
Al Nazareno la parola più pronunciata è “ormai”. Della serie: Bersani e i suoi cercano ogni motivo per rompere, vogliono rompere e lo faranno di fronte a qualunque offerta. Ormai è fatta, non c’è nulla che il segretario possa tentare per evitare la rottura.
Renzi e i suoi sono convinti così. Per questo in vista di domenica la linea non tentenna. L’assemblea lancerà il congresso con primarie entro il 7 maggio, prima che scatti la campagna elettorale per le amministrative.
L’unica cosa destinata a cambiare è la data di lancio della candidatura di Renzi al Lingotto di Torino: il segretario l’ha annunciata per il secondo weekend di marzo, ma si è dimenticato di verificare la disponibilità della location. Che infatti che per quei giorni è occupata da iniziative concertistiche. Possibile rinvio in vista.
Ad ogni modo, il ‘congresso subito’ sbatte contro Bersani che, in esclusiva su Huffpost, alza il tiro, torna al suo punto di partenza, insiste col congresso in autunno dopo amministrative che prevedibilmente non faranno esultare nè il Pd, nè il suo segretario.
Insomma, Bersani fa saltare anche la fragile intesa raggiunta ieri sulla conferenza programmatica da tenersi insieme al congresso, chiesta da Orlando che infatti oggi difende ancora la mediazione raggiunta.
“Sembra che l’obiettivo sia la scissione e non il congresso”, tira le fila Rosato in riferimento al fatto che “i bersaniani l’avevano chiesto il congresso e ora che lo facciamo non lo vogliono?”.
“Ormai il vincolo di fiducia è saltato…”, dice Richetti, conversando in un corridoio del Transatlantico dopo aver incontrato Renzi al Nazareno. La sua è una presa d’atto. Richetti è un renziano che non ha mai nascosto critiche al leader, fino al punto di incrinare i rapporti, poi recuperati prima del referendum.
E ora racconta: “Ieri in assemblea di gruppo ho anche dato ragione a Bersani, roba che lui non s’aspettava: è sobbalzato sulla sedia. Ma gli ho dato ragione sul governo: ok lo appoggiamo fino al 2018, ci sono tante cose da fare. E anche sulla legge elettorale: è vero, dobbiamo discutere a fondo. Ma il congresso no. Insomma: Renzi è stato sconfitto al referendum, il minimo che possiamo fare è un congresso prima delle amministrative. Perchè non lo vogliono?”.
Mentre Richetti parla, passa il bersaniano Nico Stumpo che gli dà una pacca sulla testa e se la ride. Si abbracciano. “Ma vedi se dovremo pure far finta di stare in due partiti diversi!”, dice Richetti.
Al di là delle simpatie personali, sembra che il destino politico sia segnato. Sembra che la macchina si sia messa in moto e nessuno riesca a fermarla. E’ solo una questione di quanti saliranno a bordo.
Domanda fondamentale perchè la risposta dirà che primarie del Pd saranno.
Chi saranno infatti gli avversari di Renzi, se se ne vanno tutti da Rossi a Emiliano a Speranza, i tre che dopodomani, alla vigilia dell’assemblea del Pd, hanno lanciato una sorta di ‘assemblea della scissione’?
“E’ in corso un accompagnamento coatto all’uscita del Pd”, ci dice in Transatlantico il deputato pugliese Dario Ginefra, al fianco di Emiliano in questa battaglia, “Sta prevalendo un’idea dirigista del Pd”.
Davvero è così? Aspetta di capirlo anche Orlando. Perchè dall’entità della scissione dipende anche la sua candidatura alle primarie. Per ora, la mediazione del Guardasigilli permette ai renziani di caricare su Bersani.
“Matteo Renzi si è già fermato. Ha deciso di anticipare il congresso per rendere libera e vera la discussione politica e programmatica del Partito Democratico. Adesso si fermi Bersani e la paventata scissione”, dice la senatrice Francesca Puglisi, renziana di Areadem.
“Caro Pierluigi Bersani, in politica si può essere irresponsabili in molti modi. Il peggiore consiste nel perseguire la rottura mentre si dice di voler cercare l’unità ; nel chiudere la porta in faccia agli altri fingendo di lottare per tenerla aperta”, dice Dario Parrini, segretario del Pd Toscana e deputato.
Ora il cerino è nelle mani di Bersani. Sull’altra riva ad aspettare Renzi, Orlando e anche Dario Franceschini che invece non si rassegna alla scissione e anche ieri sera ha tentato mediazioni all’assemblea del gruppo, predicando premio di coalizione e chiedendo che non fosse messo in votazione il documento del bersaniano Lattuca contro i capilista: “Troppo divisivo”.
Sulla legge elettorale comunque è tutto da rifare, a cominciare dal calendario d’aula. “Non vorrei stesse prevalendo il ‘meno siamo, meglio stiamo’, visto che si potrebbe votare col proporzionale”, dice Ginefra alludendo ai posti in lista, argomento nascosto di ogni tesi congressuale.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile
SEPARATI OTTERREBBERO PIU’ VOTI CHE UNITI NEL PD… RECUPERO A SINISTRA A DANNO DEL M5S… RESTA DA VALUTARE L’INCOGNITA PISAPIA
Se la scissione non si riuscisse a evitare, il Pd renziano reggerebbe l’urto. Sul tavolo del segretario
(quasi dimissionario) Matteo Renzi arriva infatti un sondaggio che dà il suo partito senza la sinistra al 27%. Mentre un’ipotetica lista da Bersani-D’Alema a Vendola arriverebbe al 7%.
Sebbene ancora del tutto virtuale, si tratta comunque di una prima fotogafia di quanto potrebbe valere un Pd scisso a guida renziana.
A scattarla l’istituto di ricerche Emg diretto da Fabrizio Masìa, il sondaggista di Enrico Mentana arruolato lo scorso autunno anche da Palazzo Chigi (“dopo aver vinto una regolare gara”, tiene a specificare).
Per la precisione, il sondaggio è stato condotto la scorsa settimana su un campione rappresentativo di italiani composto da oltre 2000 persone.
“Il Pd, che attualmente si attesta attorno al 31%, con la scissione perderebbe 4 punti – spiega Masìa – in compenso la lista di Bersani e D’Alema potrebbe intercettare anche una piccola quota di elettori del M5S, quei rivoli di sinistra presenti in un soggetto trasversale come i Cinque Stelle che ritornano alle origini, magari attratti dalla presenza di big storici. Ovviamente questo è un dato iniziale, tutto da costruire: il potenziale potrebbe essere superiore e salire fino al 10-12%. O inferiore: pensiamo ad esempio alle ultime amministrative a Torino e Roma dove la sinistra di Airaudo e quella di Fassina non hanno superato il 4%, un risultato al di sotto delle aspettative. In ogni caso il Pd reggerebbe il colpo della scissione”.
“Ovviamente, tutto dipenderà anche dal sistema elettorale – chiarisce ancora Masìa – se ragioniamo in una logica proporzionale, una lista una separata può avere buoni risultati. Mentre in un sistema maggioritario potrebbe risultare schiacciata”.
Nella guerra dei sondaggi Giuliano Pisapia per il momento è fuori dai giochi, escluso dal conteggio in attesa delle sue prossime mosse (martedì ha lanciato il suo movimento Campo Progressista a Milano e ieri ha incontrato Renzi): “La lista di Pisapia è ancora un’incognita: bisognerà capire se preferirà dialogare con i vendoliani di Sel o con il Pd renziano”, afferma il direttore di Emg, che conclude: “La situazione è ancora molto liquida: va monitorata la ricomposizione del quadro politico all’interno dei Cinque Stelle e si dovrà vedere anche come si riorganizzerà il centrodestra”.
(da “La Repubblica”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
ORFINI IN MINORANZA SUL DOCUMENTO DEL MINISTRO
La crepa si apre nel cuore della maggioranza renziana, sulla linea congresso subito. 
Alle ore 14,00, nella stanza della commissione Agricoltura della Camera, è convocata la riunione della corrente dei giovani turchi.
Una cinquantina, tra deputati e senatori.
Sarà sancita la spaccatura, tra Andrea Orlando, che già alla direzione di lunedì si è fatto interprete di una linea di mediazione e Matteo Orfini, falco.
E sarà sancita non solo dalle parole, ma dei numeri.
Il guardasigilli presenterà un documento, dove sono scritte nero su bianco le cose che ha illustrato in direzione: conferenza programmatica, no a congresso in tempi brevi. Documento che sarà presentato anche all’assemblea di domenica, almeno questa è l’intenzione. In calce c’è la grande maggioranza della sua corrente. Oltre 35 firme, dicono fonti affidabili.
Una crepa vera. Affidata a atti politici, non a moral suasion.
La raccolta firme durava dalla giornata di ieri, ma il clima diventato ancora più teso dopo l’intervista di Orfini a Repubblica. Più di un parlamentare vicino a Orlando dice: “Ha fatto l’intervista contro Orlando”, “Non parla così il presidente del partito”, “Così salta il Pd”.
Anche il guardasigilli, ospite di Myrta Merlino all’Aria che Tira non nasconde il suo disappunto: “Io ho una concezione diversa dell’amicizia, perchè non ci si parla attraverso le interviste, tra amici”.
E adesso il pressing dei suoi per farlo candidare è diventato davvero forte.
Perchè adesso il guardasigilli si trova nella classica posizione in cui indietro è difficile tornare, nella maggioranza renziana dominata dai falchi, ma avanti è un’incognita.
In questi giorni in cui tutti parlano con tutti tra i capi delle correnti, alcuni segnali Orlando li ha dati. Ma non subito: “Andrea — dice chi lo ha sentito — ha bisogno di tempo e immaginava un percorso graduale. Perchè la sua candidatura va costruita. Non può diventare il candidato della sinistra dopo che ha condiviso tutte le scelte di Renzi”.
Proprio il fattore tempo è decisivo per leggere il dramma Pd.
L’ex premier, impossibilitato ad andare al voto a giungo, vuole il congresso, una rilegittimazione immediata, prima delle amministrative.
Per evitare che il voto nei mille comuni possa essere una botta fatale per la sua leadership. E a quel punto liberi tutti.
La sinistra chiede tempi lunghi, appunto per preparare un altro schema. Altrimenti, la macchina della scissione è già partita, come preannunciato dalla dichiarazione congiunta Speranza-Emiliano-Rossi.
Ora Orlando spacca la maggioranza, con una conta oggi e domenica. E mentre prova a frenare, in parecchi dei suoi gli chiedono un’accelerazione sulla candidatura.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
ORFINI REGGENTE, PRIMARIE A MAGGIO… “MA TANTO HANNO GIA’ DECISO”
“Temo che questa decisione sia stata già abbondantemente presa”, dice Roberto Giachetti parlando delle ipotesi di scissione ventilate dalla minoranza del Pd. Giachetti è sempre bianco-nero.
Ma effettivamente anche l’atteggiamento di Matteo Renzi in questa corsa per il congresso non conosce sfumature di grigio.
Il segretario e i suoi sono convinti che una parte della minoranza uscirà comunque, checchè ne dica Walter Veltroni sul Corriere della Sera.
E’ per questo che all’indomani della direzione Renzi e i suoi, con l’aiuto di Dario Franceschini e gli altri alleati di maggioranza, stanno costruendo una trama che aiuti a dire: ‘Ci abbiamo provato a tenervi dentro, siete voi che avete deciso di rompere’. Il classico gioco del cerino, uno dei più vecchi in politica.
Da qui parte la mini-offerta di qualche settimana in più per celebrare le primarie: il 7 maggio invece che ad aprile.
Comunque prima che inizi la campagna elettorale per le amministrative. E nello stesso ragionamento si inserisce la ‘puntualizzazione’ — perchè più di questo non è – emersa dal vertice di tarda notte ieri al Nazareno.
Presenti Matteo Orfini, Dario Franceschini, Luca Lotti, Maria Elena Boschi.
Renzi è già a casa a Pontassieve. La riunione decide di esaltare un’ovvietà , stando allo statuto del Pd. E cioè che con Renzi dimissionario all’assemblea di domenica il ‘reggente’ del partito per tutto il periodo del congresso fino alle primarie sarà Orfini, in quanto presidente del Pd, la carica più alta che resterebbe in piedi dopo le dimissioni di Renzi.
Dal canto suo, un momento dopo le dimissioni da segretario, Renzi sarà il candidato alla segreteria del Pd. Quasi una questione di lana caprina, se si pensa che alla fine l’attenzione mediatica sarà naturalmente spostata sui candidati al congresso più che su chi regge il Pd.
Piccoli passi, nella speranza che Andrea Orlando scenda in campo perchè questo arginerebbe la scissione, convincerebbe qualcuno o molti a restare. Ma si vedrà .
Il punto per Renzi ora è avere argomenti per dire: ‘Ho provato a fermarvi, avete deciso di rompere comunque, avete deciso voi’.
E non è un caso che riunirà i suoi dal 10 al 12 marzo al Lingotto, il luogo simbolo di un partito nato, come ricorda Veltroni oggi sul Corriere, “da una fusione e non da una scissione”
Insomma il gioco del cerino: è iniziato ieri e durerà fino a quando (massimo dieci giorni) si dovrà comporre la commissione per il congresso, rappresentativa di tutte le anime del Pd.
Naturalmente chi deciderà di lasciare il partito non entrerà in commissione.
“Hanno già deciso”, dice Giachetti esprimendo quello che è un pensiero comune tra i renziani doc. Perchè in fondo l’aspettativa più realistica è di andare a votare con una legge elettorale che ‘omogeneizzi’ il proporzionale che ora regola il Senato.
In quanto in Parlamento la voglia di maggioritario sembra minoritaria.
E il proporzionale è praticamente un invito a nozze per chi vuole creare un piccolo partito. E poi c’è l’incognita Pisapia.
In casa Renzi sono convinti che il ‘Campo progressista’ lanciato dall’ex sindaco di Milano sia il vero incubo dei dalemiani o dei bersaniani che vogliono lasciare il Pd.
In quanto insiste sullo stesso terreno: a sinistra.
“Può servire più Pisapia che le nostre offerte sul congresso come deterrente anti-scissione”, dice una fonte renziana.
Anche perchè è Pisapia l’alleato di sinistra con cui Renzi pensa di poter dialogare in futuro.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
“SABATO INSIEME A ROMA, RENZI NON CI HA ASCOLTATI”
“L’esito della direzione” di lunedì “è stato profondamente deludente e ha sancito la trasformazione
del Partito Democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l’impianto identitario del Pd e il suo pluralismo”.
Lo affermano in una nota congiunta Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi, nella quale annunciano che saranno presenti tutti e tre alla contro-assemblea già lanciata dal presidente della Regione Toscana.
Dopo l’esito “deludente” della direzione Pd, Rossi, Emiliano e Speranza saranno al teatro Vittoria sabato a Roma, all’iniziativa già promossa da Rossi, “con l’obiettivo di costruire un’azione politica comune, per rivolgere un appello a tutti i nostri militanti e attivisti e per impedire una deriva dagli sviluppi irreparabili”.
“Abbiamo chiesto un impegno preciso: il sostegno al governo sino alla sua scadenza naturale, un congresso senza forzature e preceduto da una conferenza programmatica nella quale ritrovare l’unità , ma siamo stati inascoltati”, affermano i tre esponenti della minoranza dem
Questo il testo integrale della nota:
“L’ultima direzione nazionale del Partito Democratico è stata animata da un dibattito ricco e plurale. Le conclusioni del segretario non hanno rappresentato questa ricchezza di posizioni e visioni, che ci caratterizza come la più grande comunità civile e politica del Paese. L’esito della direzione – scrivono Rossi, Emiliano e Speranza – è stato profondamente deludente e ha sancito la trasformazione del Partito Democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l’impianto identitario del Pd e il suo pluralismo”
“Abbiamo chiesto un impegno preciso: il sostegno al governo sino alla sua scadenza naturale, un congresso senza forzature e preceduto da una conferenza programmatica nella quale ritrovare l’unità , ma siamo stati inascoltati.
Per questa ragione – spiegano – sabato mattina, saremo tutti assieme al Teatro Vittoria, con l’obiettivo di costruire un’azione politica comune, per rivolgere un appello a tutti i nostri militanti ed attivisti e per impedire una deriva dagli sviluppi irreparabili. Il Pd non può smarrire la sua natura di partito del centrosinistra, che trova le sue ragioni fondative nel principio dell’uguaglianza e nei valori della Costituzione”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
DUE CONCEZIONI DESTINATE A NON INCONTRARSI: PER RENZI IL PARTITO E’ SOLO UNA MACCHINA ELETTORALE, PER GLI OPPOSITORI IL PARTITO E’ IL COSTRUTTORE DI UNA PIRAMIDE SOCIALE
Una riunione di alcolisti anonimi. Una velenosa riunione di una famiglia. O, forse solo una riunione di
parrocchia. Esitanti, attenti, spesso a occhi bassi o con voce rotta. Hanno sfilato uno dopo l’altro senza mai alzare troppo i toni.
Divisi da varie opinioni, ma avvinti l’uno all’altro da un identico sentimento: la paura.
Paura di scuotere troppo gli equilibri, di dire “ma” senza dire cosi’ tanto da rompere davvero con qualcuno dei presenti. Come un gruppo di parrocchiani, appunto, che denunciano i peccati, ma esitano a nominare i peccatori.
Insomma, un’enorme delusione.
Ancora una volta il Pd ha fatto la solita parte in commedia in cui da anni colloca se stesso: ha fatto salire la tensione in tutto il paese a mille in attesa di questa riunione, per produrre poi, come sempre negli ultimi anni, una mediocre discussione in cui non è circolata nessuna verità .
Non quella della scissione, nè quella delle dimissioni del segretario.
Intendiamoci, qui non ci stiamo lamentando del fatto che non sia scorso il sangue. Ma tra il sangue e il gioco dei rimbalzi generici c’è, come si diceva, la verità , o almeno, una piccola parte di essa. E di questa non abbiamo ascoltato nemmeno l’eco.
Nessuno ha nominato le ragioni del malessere, della distanza.
Incredibile che nessuno abbia detto qualcuna di quelle tante dure parole che pure volano nelle interviste, e nei dibattiti, e sui social: “irresponsabile”, “sabotatore”, “opportunista”.
Nemmeno il tanto appassionante (per tutti loro) tema dell’uomo solo al comando è stato evocato.
Un’evasività che può essere spiegata solo in parte con la paura, per quanto importantissima, di rompere il mitologico partito.
Molto di più sembra pesare un oscuro senso di inadeguatezza al passaggio in corso. Su una cosa sono d’accordo infatti, in tutti gli interventi, anche i più reticenti fra i dirigenti del Pd: confessano, in tante parole, di non sentirsi più al centro della vicenda nazionale e soprattutto di non avere più una bussola.
L’unica cosa che rimane nelle mani di tutti loro è un governo, o forse un simulacro di governo, che è l’ultima fiammella di quattro anni di avvicendamenti a Palazzo Chigi. Quattro anni in cui ogni leader è uscito sempre più debole del precedente – da Pier Luigi Bersani che quella soglia mai ha attraversato, a Enrico Letta il cui percorso si è interrotto come un incidente, fino a Matteo Renzi che ancora non sembra credere che qualcosa sia andato storto, e infine a Paolo Gentiloni che siede lì vicino a Renzi quieto come sempre.
Premier per default, ma pur sempre premier, con nelle mani la residua speranza di questo Pd, agitato e sconfitto, di poter nei prossimi mesi consolidare di nuovo la rotta.
Il vero tema della Direzione Pd – come poi si scoprirà in fondo, in un’avvelenatissima coda che ha a che fare con quelle sterili parole che costituiscono i documenti da votare – è proprio questo: l’eutanasia o meno dell’ultimo governo espresso dal Pd. In una coazione a ripetere dal primo governo ulivista, dove si avvicendarono dal 1996 al 2001 tre premier e un quarto candidato, ma sconfitto da Berlusconi.
È una sindrome questa dell’omicidio-suicidio che non è affatto banale.
Dalla fusione delle due culture diverse da cui nasce nella Seconda Repubblica l’attuale sinistra, il governo come forma della politica in sè è stato, ed è ancora, davvero il punto più alto dello scontro.
Un Prometeo poderoso per un Pci a lungo escluso dal vertice del paese, pragmatica formazione invece nelle mani della Dc, è dal 1996, cioè dalla prima entrata a Palazzo Chigi, che la riformulazione della sinistra della sua visione del governo entra in scontro con la sua stessa realtà : esperienza vissuta in maniera oscillante come costrittiva per la sua tecnicità , o miracolosa nella sua aspirazione a formare una nuova realtà .
Tra mito e ribellione, la questione governo è piantata al centro di ogni riflessione o azione della sinistra della Seconda Repubblica. E all’alba della Terza, la dinamica si è fatta ancora più chiara.
Renzi pensa, andreottianamente, che il governo sia la sola ragione per stare in politica – e al suo premierato ha dedicato e sacrificato tutto.
Il partito in questa visione è solo una macchina elettorale. Una visione coerente dal suo punto di vista, che vede in ogni accordo interno, in ogni attività partitica non direttamente interessata a costruire consenso intorno al premier un’inutile se non dannosa distrazione.
È seguito in questo da una sostanziosa parte del partito attuale, come si è visto nel voto della Direzione e come sicuramente si vedrà nelle primarie.
Nella sinistra che nasce invece dalla costola comunista – che è la maggioranza di chi sfida Renzi oggi – il governo è invece il vertice di quella piramide sociale che vede il partito come costruttore.
Il governo è in questa esperienza la metamorfosi finale di un ordinato processo di organizzazione delle dialettiche sociali. Per questo non è mai fatto da un uomo solo al comando, ed è sempre permeabile alle crisi, alle scosse – che sono il riaggiustamento della realtà .
Il mai amalgamato mix di queste tendenze ha divorato nel corso della Seconda Repubblica la pur poderosa forza del centrosinistra.
Oggi di questo scontro rimangono solo i simulacri.
Il Pd attuale è un partito finito nelle forme prese nel corso del ventennio scorso. Meglio di tutti lo sanno coloro che lo abitano, lo agiscono e lo guidano. Una verità che capiamo non possa essere detta.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“SE E’ COSI’ SI AVVICINA LA SCISSIONE”… CONGRESSO VISTO COME SFIDUCIA AL GOVERNO
Alle 19,30, si materializza lo spettro della scissione. Roberto Speranza, seduto vicino a Davide Zoggia, sussurra: “Vedi, il re è nudo. Non hanno fatto votare il sostegno al governo fino al 2018, perchè il congresso in tempi brevi gli serve per poi tirare giù il governo e andare al voto”.
Il che, negli effetti, porta a una linea riassunta in una parola, che fa tremare le vene ai polsi, per chi è cresciuto col mito della disciplina di partito: scissione: “Se l’obiettivo — dichiara Speranza – è un congresso- lampo per poi andare a un voto-lampo, non c’è più il Pd, diventa il partito dell’avventura. Questo per noi crea un problema enorme. Non si capisce come si può andare al voto senza una legge elettorale che può garantire un minimo di governabilità ”.
Il riferimento è all’ordine del giorno presentato dalla minoranza, non messo ai voti.
E a quello su congresso subito, stravotato. Pare una questione procedurale, ma è sostanza politica.
La proposta era: una conferenza programmatica, come aveva chiesto il ministro Orlando, poi un congresso a ottobre, dunque voto.
Uno degli estensori del documento dice: “Si era aperta una trattativa e alcuni renziani erano anche d’accordo, ma Renzi e soprattutto Orfini l’hanno chiusa, e hanno optato sulla forzatura votando solo il loro ordine del giorno, così Renzi si tiene le mani libere sul governo”.
È il momento più teso del pomeriggio.
Dalla sala qualcuno urla: “Votiamo per parti separate”. La forzatura suona anche come uno schiaffo al protagonista dell’unica, vera, mediazione alla luce del sole, come si sarebbe detto una volta. Appunto Andrea Orlando.
Il quale, non a caso, alla fine non ha partecipato al voto. Nel suo intervento il guardasigilli aveva suggerito un percorso diverso, bacchettando al tempo stesso la minoranza per la “campagna di delegittimazione” quotidiana del segretario e Renzi perchè “i caminetti sono iniziati perchè manca una proposta politica forte”.
E fare le primarie per legittimare il leader senza discutere in una conferenza programmatica di una piattaforma politica è come “fare le tagliatelle con una macchina da scrivere”.
“Andrea candidati”, “a questo punto è una via obbligata”.
Il pressing sul guardasigilli parte dai suoi, che anche sul territorio danno segnali di insofferenza, come in Veneto dove i “turchi” e “sinistra” si sono riuniti.
Per ora, Orlando ha declinato l’offerta, anche perchè non è chiaro il dove candidarsi. Perchè la scissione è un’ipotesi molto concreta. Anzi cresce.
Perchè dietro il dibattito, criptico, sul congresso c’è tutto il tema del voto, in tutte le sue sfumature. Che vanno dalla “responsabilità verso il paese” alla formazione delle liste.
Detto in termini prosaici, la sinistra non condivide l’accelerazione sul governo, che in altri tempi si sarebbe chiamata la linea della “crisi e dell’avventura” e al tempo stesso non si fida di Renzi: “Lui — dicono — vuole una rilegittimazione, per avere le mani libere sul voto e farsi le liste come vuole lui e nelle liste fare l’epurazione”.
In questo quadro, se di qui a domenica non ci saranno novità , meglio non partecipare al congresso. Michele Emiliano, e non solo lui, sabato aveva già avuto l’idea di non partecipare alla direzione, prevedendo come sarebbe andata. “Non diamogli alibi” gli hanno detto gli altri.
Con l’ordine del giorno si ripresenta il convitato di pietra, il governo e il voto anticipato.
Argomento sul quale provano a “stanare” Renzi sia Bersani sia Roberto Speranza, dopo che l’ex premier non aveva chiarito la mission del governo nè il percorso sulla legge elettorale: “La prima cosa che dobbiamo dire — scandisce Bersani – è quando si vota. Non possiamo lasciare un punto interrogativo sulle sorti del nostro governo. Io propongo che noi non solo diciamo, ma garantiamo all’Europa, ai mercati agli italiani, la conclusione normale e ordinata della legislatura”.
L’intervento dell’ex segretario ha un grande valore simbolico. E prepara la grande rottura perchè — questo è il ragionamento — “se esce lui, non si può dire che se ne vanno quattro gatti, ma non c’è più il Pd”.
Negli ultimi giorni ci sono stati contatti anche con Pisapia. Solo la disponibilità di Orlando, di qui a domenica, potrebbe cambiare lo schema.
E il terreno su cui in parecchi cercano di convincerlo è il governo: “Se Renzi forza sul governo come evidente, si rende protagonista della crisi istituzionale e tu ti devi intestare la linea della responsabilità ”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
NEL FINE SETTIMANA L’ASSEMBLEA, DOVE RENZI HA LA MAGGIORANZA… VOTO PER ORA CONGELATO
Quasi cinque ore di riunione. Il centro Alibert vicino piazza di Spagna è assediato da cronisti e
fotografi, agenti anti-sommossa e anche da un gruppo molto agguerrito di precari dell’Istat, almeno all’inizio: a un certo punto, Matteo Orfini li fa ‘sparire’ chiamandoseli al Nazareno per un confronto.
Ben tre vie del centro di Roma rimangono più o meno bloccate per tutto il pomeriggio dalla direzione del Pd.
Ma alla fine di un dibattito teso, a tratti frenato – i renziani in prima fila al cospetto dell’amato segretario, la minoranza nelle retrovie tutti seduti vicini vicini da D’Alema a Emiliano, Bersani e Speranza e Minniti capitato lì per caso – al termine di tanto parlare e molti giochi di sguardi, ognuno a studiare le mosse dell’altro, Matteo Renzi ottiene quello che vuole: il congresso del Pd da subito, con primarie ad aprile.
Nel weekend sarà un’assemblea nazionale a decidere le regole e subito dopo una nuova direzione le voterà . “Fuori dai caminetti, vediamo la base con chi sta”, è il mantra del segretario.
Il Renzi vero viene fuori alla fine. Nelle repliche.
Quando si butta alle spalle le premure usate nell’intervento inziale: non erano da lui. E infatti dopo aver ascoltato Bersani con espressione di sufficienza, dopo aver sentito Emiliano che a un certo punto lo implora pure: “Matteo, non mi guardare con la faccia che facevi con Bersani, fammi un’altra faccia…”, Renzi affonda.
Sicuro dell’asse con Dario Franceschini. E certo di avere la maggioranza dei delegati in assemblea nazionale: probabilmente si terrà sabato all’hotel Parco de’ Principi di Roma, ma potrebbe tenersi domenica se sarà necessario il quorum per votare.
A sera i renziani si studiano lo statuto. In ogni caso, all’indomani una nuova direzione ratificherà il tutto ed è congresso. E’ una forzatura, decisa sulle rovine degli altri. Nelle repliche Renzi fa Renzi. O la va o la spacca: così, dopo due mesi di tentennamenti.
E attacca così: “Non siamo soli a rappresentare il Pd. Ci sono centinaia di migliaia di iscritti e la chance per un loro coinvolgimento è il congresso. Dopo due mesi che avanziamo proposte, salvo il giorno dopo cambiare posizione, un punto va messo. Non io, non noi ma l’assemblea. Abbiamo cambiato linea una volta alla settimana per le esigenze di tutti… Abbiamo proposto il congresso e ci è stato risposto: no. Abbiamo proposto la conferenza programmatica ed è stato no. Le primarie no. C’è un limite a tutto. De Luca ha detto che siamo un po’ masochisti”. Tra parentesi: il governatore campano ha appena spezzato una lancia a favore di Renzi: “Dico no all’interdizione del segretario eletto di esprimere la sua posizione..”.
De Luca non si è spostato sul collega meridionale Emiliano, almeno per ora: finisce l’intervento e se ne va non senza una pacca sulla spalla per Renzi.
Per questo Renzi lo cita: “Masochisti o sadici… Ma il sadico è colui che è buono con i masochisti e io non posso essere sadico. C’è un limite a tutto. Va bene tutto ciò che serve per creare un clima per sentirsi a casa ma quando si ha paura di confrontarsi con la propria gente con le modalità dell’ultimo congresso io credo che l’ennesimo passo indietro non sarebbe capito neanche dai nostri. Andiamo al congresso con il sorriso sulle labbra, così saremo un partito ancora più democratico, se altri vogliono farsi governare da un algoritmo è un problema loro”.
Il resto è la conta. Su due documenti diversi e completamente opposti.
C’è quello renziano a prima firma di Franco Mirabelli: senatore fedelissimo di Dario Franceschini. E’ il documento che chiede il congresso subito: breve, non esplora altri temi, nè il governo, nè la data del voto.
E poi c’è il documento della minoranza bersaniana, dalemiana, quella di Michele Emiliano che con un piede è già candidato al congresso ma acconsente a fare squadra con gli altri per frenare il segretario e celebrare l’assise in autunno.
La minoranza prova a inserire nel documento il cavallo di Troia della fiducia a Gentiloni fino al 2018.
Il premier tra l’altro è presente al centro Alibert, con Padoan, Delrio, Minniti, lo stesso Franceschini: la corrente dei ministri è ampiamente rappresentata e non mostra crepe con Renzi, a parte Orlando che prova a dare man forte a chi frena.
“Ma scusa Andrea: la tua proposta di conferenza programmatica è di quattro puntate fa…”, gli risponde Renzi nelle repliche.
Il documento renziano viene approvato. L’altro non viene votato. Merito (o demerito a seconda dei punti di vista) di Piero Fassino, altro dell’area di Franceschini che spezza una lancia per il segretario: “Il documento della minoranza parla anche del sostegno al governo Gentiloni, attenzione a cosa mettiamo ai voti”.
“Favorevoli…”, comincia il presidente Orfini mostrando la delega. Alzate di mano indicano che il segretario non ha ancora perso la direzione. “Contrari?”. Tutte le prime file si girano verso le retrovie per vedere cosa fa il gruppetto della minoranza, Renzi continua a smanettare con lo smart phone. Orlando non vota, per dire. Gli altri alzano la mano per dire no. Buona la prima: assemblea e congresso.
La direzione di oggi chiude formalmente la corsa per le elezioni a giugno.
Almeno per ora. L’obiettivo rimane sullo sfondo. Ma sfocato, come un sogno dimenticato. Renzi ormai ha trovato un’altra occupazione: il congresso.
E nel frattempo inaugura un nuovo asse con il governo: “Dobbiamo evitare la procedura di infrazione”, dice per andare incontro a Padoan.
E dal Tesoro stanno cercando un modo per fare la manovrina che chiede l’Europa nel modo più indolore possibile. La trattativa è in salita ma si è capito che Bruxelles non gradisce una corsa al voto: è qui che Renzi cede. Si lancia sul congresso
“Caro Pier Luigi, se qualcuno vuole usare il congresso per decidere la linea sulle elezioni lo faccia. Io lo ritengo irrispettoso verso il presidente della Repubblica, il governo e i parlamentari…”, è la risposta a Bersani.
E nemmeno il tema di aspettare la legge elettorale può frenare il congresso: “Anche nel 2013 non c’era la legge elettorale, c’era appena stata la sentenza della Consulta sul Porcellum come oggi sull’Italicum e io cominciai la campagna congressuale da Bari”, è la frecciata a Emiliano che allora lo appoggiava.
“Sembra una riunione dei Ds con un saluto di Renzi e di Delrio”. A metà direzione una fonte renziana si lascia andare così. “Sembrano tornati i vecchi riti, le vecchie terminologie…”.
Il segretario continua a non sentirsi a casa. E la sensazione è reciproca con la minoranza tentata dalla scissione.
Una cosa li accomuna: ne sono terrorizzati entrambi. Ma ora Renzi ha deciso: “Vediamo che fanno”, dicono i suoi che danno per certo l’addio di D’Alema e una parte dei bersaniani, forse. Ma ormai non è più questo l’incubo del segretario, se mai lo è stato.
Piuttosto, nonostante abbia vinto oggi in direzione, il timore che gli resta è quello espresso da Gianni Cuperlo: “Bene il congresso, ma attenti a scegliere una guida adatta ad una nuova fase”.
Tradotto: si può vincere un congresso ma non le elezioni. E con questo cupo presagio si svuota la sala dell’Alibert e il traffico di Roma riprende a circolare.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »
Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
TRA BANCHE PUGLIESI, CAMINETTI E TELECOM, MATTEO NE HA PER TUTTI
I caminetti, la privatizzazione di Telecom, le banche pugliesi e quelle venete.
E poi, le reazioni di alcuni parlamentari (anche renziani).
Matteo Renzi, nella Direzione con cui ha annunciato il suo via libera al Congresso dopo le pressanti richieste di una fetta del Partito Democratico, ne ha per tutti.
Nel suo lungo intervento, dove alterna riflessioni sulla politica interna, assunzioni di responsabilità per gli errori e richiami su quanto sta avvenendo in Francia e negli Stati Uniti, il segretario del Pd non ha risparmiato attacchi e veleni a chi lo ha attaccato negli ultimi mesi e, in particolare, dopo la sconfitta al referendum.
Ce l’ha prima di tutto con Massimo D’Alema, che si trova in platea accanto a Roberto Speranza, Michele Emiliano e Guglielmo Epifani.
È quando parla di banche e di Telecom che si capisce che il Congresso è, nei fatti, aperto.
Il segretario non li cita esplicitamente, i suoi avversari, ma accende i riflettori su alcune questioni affrontate proprio da Bersani e D’Alema, quando erano al governo. Renzi chiede di riflettere sulle privatizzazioni fatte: “Abbiamo fatto bene su Telecom, nel corso degli ultimi 15 anni? Abbiamo fatto bene su Ilva in questi ultimi 15 anni? Mi piace poter discutere assieme a voi, in modo trasparente. Sulle banche: non vedo l’ora che parta questa commissione d’inchiesta sulle banche, è sembrato per mesi che il problema fosse soltanto di due-tre banchette toscane, ma sarà interessante discutere di Banca popolare di Vicenza, delle banche pugliesi, della Banca Popolare di Bari e di Banca 121”.
Quest’ultima, l’ex Banca del Salento acquisita da Mps nel 2002, fu una delle prime operazioni opache con cui il Monte Paschi ha imboccato la strada che l’ha portata alla crisi che ancora in questi giorni l’attanaglia.
Per quanto D’Alema abbia negato di aver avuto un filo diretto con gli allora vertici, poi passati nella governance del Monte Paschi, l’ex premier è sempre stato visto come sponsor dell’operazione.
Così come quando Renzi, parlando della Banca Popolare di Bari, si riferisce evidentemente a Francesco Boccia, deputato pugliese che si è opposto fin dall’inizio alla riforma del governo Renzi, poi stoppata dal Consiglio di Stato, sulle Popolari per la trasformazione in spa e l’abolizione del voto capitario (un socio, un voto, al di là della quantità di azioni possedute).
Il riferimento a D’Alema, in particolare su Telecom, poi non sfugge.
Non è la prima volta che Renzi lo attacca per quello che in passato già definì come “un regalo ai capitani coraggiosi”. Insomma, banche e aziende di Stato diventano terreno di scontro e di accuse nella Direzione del principale partito di sinistra in Italia.
Tornano poi i famosi “caminetti”.
Il segretario Pd li cita in apertura del suo intervento:”Parliamo con franchezza e chiarezza. Dal giorno dopo il referendum la politica italiana ha messo le lancette indietro: è tornata a riti che avevamo dimenticato. Sono tornati i caminetti e la domanda è stata quanto dura la legislatura e quando si fa il congresso e non cosa proponiamo al Paese”.
Renzi se la prende poi con Emiliano, altro candidato alla segreteria del Pd, tra i più duri nelle ultime settimane con l’ex presidente del Consiglio.
Un’escalation di attacchi frontali da quando Renzi si schierò per l’astensione sul referendum sulle trivelle, in netta contrapposizione con il governatore della Puglia.
Da allora Emiliano ha preso di mira l’immagine del Pd come “partito dei petrolieri”. Renzi replica in Direzione: “Chiedo rispetto non per me ma per i nostri iscritti. Quando si dice che siamo il partito dei petrolieri o che abbiamo fatto gli interessi dei potenti gli iscritti non rinnovano la tessera, quando si dice che abbiamo violato lo Statuto non solo un uomo di legge si sente male ma viene meno il sentimento di fiducia tra noi”.
Infine, Renzi non risparmia una stoccata ai parlamentari, anche quelli “renziani”, che non hanno nascosto la loro irritazione dopo l’sms inviato dal segretario al conduttore di DiMartedì Floris sui vitalizi ai parlamentari. “C’è stata una forte reazione dei parlamentari su un sms, che avrei potuto risparmiarmi, sui contributi pensionistici. Spero che ci sia la stessa reazione per spiegare le ragioni per cui tre anni fa è stata allungata la legislatura”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: PD | Commenta »