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RENZIANI CONTRO MINORANZA: ECCO LA GEOGRAFIA INTERNA AL PD

Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile

MAPPA INTERNA IN MOVIMENTO, RENZI CONSERVA 100 PARLAMENTARI, MA HA PERSO APPEAL RISPETTO AL CONGRESSO DEL 2013

A poche ore dalla delicatissima riunione della direzione, la geografia del Pd si presenta con una miriade di gruppi e sottogruppi, che tagliano quelle che finora si sono definite “maggioranza renziana” e “minoranza”.
Dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre e la nascita del governo Gentiloni, le faglie che attraversano i democratici si sono moltiplicate.
Ad oggi, le stime indicano che attorno a Renzi, e dunque per il voto anticipato, ci sono i renziani ortodossi (circa 50 tra deputati e senatori), l’ala dei giovani turchi che fa riferimento a Matteo Orfini (circa 15 parlamentari) e una fetta dell’area di sinistra legata al ministro Maurizio Martina, divisa al suo interno visto che un esponente di punta di questa corrente, Cesare Damiano, punta invece a portare a compimento la legislatura sostenendo il governo.
E può contare sul sostegno di circa la metà  della sua area.
Tra i renziani doc, oltre a Luca Lotti, Lorenzo Guerini e Maria Elena Boschi, si possono contare i 37 firmatari di un documento di impronta iper-renziana contro l’aumento delle tasse promosso da Edoardo Fanucci.
Tra questi i deputati David Ermini, Alessia Rotta, Dario Parrini, Alessia Morani, Anna Ascani. Renziani a 24 carati anche i senatori Andrea Marcucci, Mauro Del Barba e Roberto Cociancich.
In totale, dunque, poco meno di un centinaio di parlamentari è schierato apertamente sulla linea del segretario, che si può sintetizzare in “congresso lampo per votare il prima possibile”.
Sul fronte opposto ci sono i bersaniani: una cinquantina tra Camera e Senato, guidati dall’ex segretario e da Roberto Speranza.
Il loro obiettivo è il voto nel 2018, con un congresso da svolgere in modo approfondito, con tempi lunghi. In caso di una brusca accelerazione verso le urne, non escludono una scissione e una lista insieme a Massimo D’Alema.
I nomi forti di questo gruppo sono Miguel Gotor, Federico Fornaro, Maurizio Migliavacca, Nico Stumpo e Davide Zoggia.
Nel mezzo, tra i due fronti che si contrappongono in modo più esplicito, un’ampia zona grigia che va dai renziani non ortodossi come Matteo Richetti Alfredo Bazoli, Luigi Lepri, Emma Fattorini e Laura Puppato (una ventina di deputati più alcuni senatori), al corpaccione che fa riferimento a Dario Franceschini, composto da circa 90 parlamentari, che conta esponenti come il capogruppo al Senato Luigi Zanda, il sottosegretario Gianclaudio Bressa, il senatore Franco Mirabelli e la vicepresidente della Camera Marina Sereni.
Con varie sfumature, queste aree nutrono forti perplessità  sulla corsa alle urne, e ritengono che il Pd debba sostenere fino in fondo il governo Gentiloni.
In quest’area fanno eccezione il capogruppo alla Camera Ettore Rosato e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino, più vicini alla linea di Renzi.
Critici sulle urne anticipate l’area di sinistra che fa riferimento a Cesare Damiano e i “Turchi” vicini al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che può contare su circa 35 parlamentari tra cui Daniele Marantelli, Anna Rossomando e i tredici senatori “turchi” che hanno firmato nei giorni scorsi un documento di sostegno al governo promosso da Vannino Chiti. Documento firmato in totale da 41 senatori, molti dell’area Franceschini.
Freddi sul congresso lampo e sulla corsa alle urne a giugno anche i 5 parlamentari molto vicini al premier Gentiloni (da Lorenza Bonaccorsi a Ermete Realacci, ma anche Roberto Giachetti è legato al premier), i 10 veltroniani doc (Verini, Causi, Morassut e altri), i 15 parlamentari dell’area Cuperlo, la decina di ex civatiani guidati dal senatore Sergio Lo Giudice e i 7-8 ex popolari vicini a Beppe Fioroni.
A questa mappa si aggiunge una serie di esponenti del Pd che non rientra in nessuna corrente: a partire dai governatori di Puglia e Toscana, Michele Emiliano ed Enrico Rossi, pronti a sfidare Renzi al prossimo congresso.
Ma anche senatori di varie aree culturali come Mario Tronti, Giancarlo Sangalli, Josefa Idem, Luigi Manconi, Sergio Zavoli.
E governatori come Nicola Zingaretti e Vincenzo De Luca, che hanno sostenuto il Sì al referendum ma che non si possono iscrivere tra i renziani doc.
Una geografia in continuo movimento, con in primo piano le crepe nella amplissima maggioranza che dal congresso del 2013 ha sostenuto la segreteria Renzi.

Andrea Carugati
(da “La Stampa”)

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CONGRESSO PD A FINE APRILE, IL DADO E’ TRATTO

Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile

EMILIANO E ROSSI HANNO RIUNITO LE TRUPPE

Dimissioni da segretario da offrire alla direzione. Assemblea nazionale da convocarsi al più presto. Avvio della fase congressuale da esaurirsi nel giro di poco più di due mesi, con primarie aperte per l’elezione del segretario da celebrarsi il 30 aprile o addirittura anche la domenica subito dopo Pasqua: il 23 aprile.
Salvo cambiamenti dell’ultimo momento, è questa l’idea di Matteo Renzi in vista della attesa direzione nazionale del convocata per domani a Roma.
L’assemblea ‘ribelle’ di Michele Emiliano ed Enrico Rossi oggi al circolo San Bartolo di Firenze ha sciolto gli ultimi dubbi dell’ex premier.
Il governatore toscano chiede una “segreteria di garanzia” dopo le dimissioni del segretario per gestire una fase congressuale non affrettata.
“Bisogna fare le cose in modo normale, e il Paese ha bisogno di un governo che dia risposte”, dice il presidente della Regione Toscana.
Il governatore pugliese non spera in un congresso col “rito abbreviato” e pure lui è per rallentare la macchina: “Bisogna darsi tutti una calmata. Stabilito che le elezioni a giugno le vuole solo Renzi, se ho capito bene, abbiamo tutto il tempo per fare un congresso che consenta a tutti di presentare la propria piattaforma”.
Poi quando Emiliano ammicca anche all’idea di Andrea Orlando eventuale prossimo nuovo Prodi del centrosinistra (“Bisogna pure dare qualcuno da votare a questo popolo del Partito Democratico, quindi è giusto che qualcuno di noi si sacrifichi e si candidi”), al quartier generale renziano scatta l’allarme.
Misura colma, l’ordine di scuderia è di rispondere.
Se ne assume il compito persino un mite democristiano come Lorenzo Guerini.
“A dicembre ci è stato chiesto di non fare subito il congresso, poi no elezioni senza congresso, poi no alle primarie, poi sì al congresso ma non ‘troppo anticipato’.
Ora spunta la segreteria di garanzia. A tutti vorrei rispondere così: se si anticipa il congresso lo si anticipa davvero, senza formule fantasiose, ma con le procedure e la strada indicata dallo statuto e cioè convenzioni nei circoli e poi elezione del segretario con primarie aperte. Punto. Se persino uno mite e calmo come me arriva a dire: finiamola con polemiche inutili che non fanno bene al Pd significa che si è superato il livello di guardia”.
Intanto nella cerchia del segretario si affilano le armi per la guerra.
Statuto alla mano, si fanno i conti sui tempi del congresso. E allora ecco cosa viene fuori: nel 2009, sfida tra Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, i congressi nei circoli si fecero a settembre. L’11 ottobre si svolse la convenzione nazionale, vale a dire il momento finale riservato agli iscritti. Primarie il 25 ottobre. In tutto due mesi, anche se va detto che il regolamento che fissò tutte le date autunnali fu approvato dalla direzione il 26 giugno.
Nel 2013, invece, tutto fu molto più celere. E’ la sfida che ha eletto Renzi alla segreteria con le primarie dell’Immacolata, l’8 dicembre. Gli altri candidati erano Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Bene: nel 2013 il segretario uscente Bersani si dimise il 19 aprile in seguito all’esito negativo delle candidature di Franco Marini e Romano Prodi alla presidenza della Repubblica e dopo la rielezione di Giorgio Napolitano. L’assemblea del Pd elesse un ‘reggente’ l’11 maggio, il sindacalista e deputato Guglielmo Epifani. Il regolamento per il congresso venne approvato il 27 settembre e la convenzione fu fissata per il 24 novembre, neanche due mesi dopo. Tutto si concluse con le primarie dell’8 dicembre, due mesi e mezzo dopo l’approvazione del regolamento.
Ed è quest’ultimo il modello che Renzi ha in mente. Convinto di riuscire così a riprendere il controllo di un partito che annaspa nel caos, vincere la sfida congresso facendo affidamento sulle primarie aperte e decidere le liste per le prossime politiche, se non anche i tempi.
“Chi dice no, non vuole celebrare il congresso ma mandar via il segretario. Peccato che sceglie la democrazia non i caminetti”, dice il fedelissimo David Ermini.
E su twitter i renziani si scatenano contro Emiliano e Rossi. Un coro cui partecipa anche Emanuele Fiano, esponente di Areadem del ministro Franceschini:
Non a caso gli attacchi però sono mirati ai due governatori. Non al resto della minoranza Pd.
Emiliano e Rossi sono “gli outsider”, per la cerchia renziana. Soprattutto Emiliano, etichettato come colui che con D’Alema per primo ha parlato di scissione.
Mentre in casa del segretario viene invece apprezzata la scelta di Roberto Speranza di non andare all’assemblea ‘ribelle’ di Firenze ma di inviare solo un messaggio dal tono peraltro mite: “Il Pd non può perdere l’anima, rimettiamo il treno sui binari…”.
Entro la prima settimana di marzo Renzi conta di capire se si potrà  andare al voto a giugno, concordando con la tempistica indicata anche dal pentastellato Luigi Di Maio. Mentre la data di settembre, apparsa in alcuni retroscena, viene ritenuta irrealistica: significherebbe fare campagna elettorale ad agosto e già  per il referendum costituzionale il Pd non ci è riuscito, pochi militanti disposti a sacrificarsi nella calura estiva.
Infatti la campagna partì, e a rilento, in autunno. E poi c’è da dire che emergono anche sondaggi secondo cui la maggioranza del popolo Pd non avrebbe fretta di tornare alle urne, ma vorrebbe che il governo Gentiloni durasse fino al 2018. Come dice oggi Romano Prodi.
Anche per questo contorno sempre più incerto sulla data del voto, per Renzi la battaglia per il congresso subito ha assunto ormai un’importanza più che strategica nella guerra per la ‘rinascita’ politica.
Le pedine sono piazzate: l’assise si annuncia già  ora imbrattata dalla lotta per i posti in lista tra renziani e non renziani per le elezioni che verranno, prima o poi.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGIO SCENARI POLITICI: GLI ELETTORI PD VOGLIONO VOTARE NEL 2018

Febbraio 12th, 2017 Riccardo Fucile

IL 58% E’ CONTRARIO AD ELEZIONI ANTICIPATE, IL 62% VUOLE IL CONGRESSO A BREVE

La maggioranza degli elettori del Pd vuole votare alla scadenza della legislatura, ovvero a febbraio del 2018.
È quanto emerge da un sondaggio di ScenariPolitici per HuffPost.
Il 58% degli intervistati è contrario a elezioni anticipate. Il 32% vorrebbe invece andare alle urne a giugno. Solo il 10% voterebbe in autunno.
Sulla legge elettorale da utilizzare per il voto, la maggioranza si schiera contro i capilista bloccati. A essere contrario è il 61%. Mentre per il 18% dovrebbero essere bloccati. Secondo il 21% è indifferente.
Sul sistema elettorale preferito, il 56% vorrebbe il ritorno al Mattarellum. Al 44% invece basterebbe l’omogeneizzazione della legge elettorale della Consulta tra Camera e Senato.
Per il 58% il premio di maggioranza dovrebbe essere dato alla lista, mentre il restante 42% lo vorrebbe dare alla coalizione.
La maggioranza degli elettori del Pd inoltre vorrebbe il congresso anticipato.
Secondo il 62% il congresso dovrebbe celebrarsi subito o comunque prima di eventuali elezioni.
Solo il 33% lo vorrebbe a scadenza naturale, ovvero a fine 2017.
Qualora non si dovesse fare il congresso, il 71% dei sostenitori democrat vorrebbe le primarie per scegliere il candidato premier.
Solo il 21% vorrebbe direttamente Matteo Renzi.

(da “Huffingtonpost”)

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D’ALEMA HA GIA’ PRESO LA STRADA DELLA MONTAGNA: “PRONTO A OGNI EVENIENZA”, RICHIAMATI I RISERVISTI

Gennaio 28th, 2017 Riccardo Fucile

RIUNISCE I “RESISTENTI” PER “DARE VITA A UN MOVIMENTO”… SPERANZA SARA’ L’ULTIMO A MORIRE?

“Questa non è una riunione per festeggiare la vittoria del no, è una riunione di lavoro: il dibattito tra sì e no è finito, concluso da circa 20 milioni di italiani, non c’è possibilità  di replica”.
Lo dice Massimo D’Alema, all’iniziativa ‘Consenso per un nuovo centrosinistra’.
Poi, annuncia: “Vogliamo dare vita a un movimento di cui potranno fare parte anche tantissimi cittadini che hanno votato sì, vogliamo creare confronto, dibattito, raccogliere adesioni, non avremo un tesseramento altrimenti ci direbbero subito che vogliamo fare un partito. Oltre alle adesioni vogliamo che i comitati raccolgano fondi, non per arricchire Roma, ma per lavorare e per essere pronti alle evenienze che potranno esserci”.
Boato in sala. “Dobbiamo guardare al futuro e organizzare il mondo del centrosinistra italiano che oggi si riconosce in diverse formazioni politiche tra cui molti cittadini che non aderiscono più ad alcun partito”, aggiunge l’ex premier.
I “comitati per il no” sono archiviati, quel dibattito è “chiuso”. Adesso c’è da “organizzare un nuovo centrosinistra” e per farlo servono “comitati in ogni città “. Massimo D’Alema chiama a raccolta il mondo di sinistra che ha votato no al referendum ma precisa che le porte sono aperte anche a chi “ha votato sì in buona fede”.
Dobbiamo “organizzare queste forze, sviluppare un dibattito, un confronto. Creare comitati in tutte le città , in tutti i paesi dove è possibile. Raccogliere adesioni. Si possono non stampare le tessere, non avremo un tesseramento nazionale, non vogliamo generare equivoci, scriverebbero subito che vogliamo fare un partito.
C’è un sistema informativo orientato a sostenere l’establishment. Ma l’opinione pubblica è ormai piuttosto smaliziata”, ha detto D’Alema intervenendo all’assemblea per un nuovo centrosinistra al centro congressi Frentani, a Roma, dove sono presenti esponenti del Pd e di Sinistra italiana.
“Suggerirei – aggiunge – che oltre alle adesioni i singoli comitati raccolgano fondi. Non perchè affluiscano a Roma, ma perchè siano pronti alle evenienze che potranno esserci. Siamo in un tale conflitto che è necessario richiamare i riservisti, mantenerli in servizio per supportare l’azione di una nuova generazione”.
A chiedere “un nuovo Pd e un nuovo centrosinistra”, oggi, è anche Roberto Speranza, deputato della minoranza dem. “C’è il centrodestra, i cinquestelle e poi ci siamo noi: questa comunità  democratica, divisa, frammentata, piena di grandi personalità  e che è l’unica speranza per il Paese. Il Pd da solo non ce la fa più a rappresentarla, ma prescindere dal Pd non è possibile se si vuole vincere questa sfida”, ha detto Speranza parlando dal palco dell’Assemblea dei comitati io “scelgo no”.
“Come si cambia il Pd e si ricostruisce il centrosinistra? – si chiede Speranza – Occorre rimettere al centro i valori di fondo di questa comunità . Non è impossibile, non arrendiamoci e non disperdiamo energie. Un Pd e un centrosinistra nuovo si possono costruire”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA TESSERA DEL PD A ROMA COSTA IL DOPPIO, 30 EURO

Gennaio 24th, 2017 Riccardo Fucile

SARA’ IL PRIVILEGIO DI ESSERE RAPPRESENTATI DA ORFINI?… ALTROVE A TESSERA COSTA 15 EURO

Fare politica a Roma dev’essere evidentemente un privilegio.
D’altro canto, vuoi mettere la fortuna di essere rappresentati da Orfini e Giachetti? Proprio per questo in città  la tessera, necessaria per votare al congresso per metà  marzo, costa 30 euro mentre nel resto d’Italia ne costa quindici. La storia la racconta il Messaggero:
La tessera, necessaria per votare al congresso atteso per metà  marzo, costa 30 euro, nel resto d’Italia ne costa 15. Ed è polemica tra la base e il partito.
«Senza contare — spiega un militante che non accetta di iscriversi pagando 30 euro — che i Giovani democratici, quelli che hanno fino a 29 anni di età , pagano 5 euro e hanno gli stessi diritti congressuali».
Il termine del tesseramento è il 28 febbraio. Il caro tessera è spiegato così da Matteo Orfini commissario del Pd: «A Roma abbiamo 2 milioni e 200mila euro di debiti ereditati da chi oggi si lamenta».
In altre occasioni lo stesso Orfini aveva spiegato che il costo della tessera doveva servire a evitare che i capibastone ne acquistassero in blocco per rimediare voti in vista del congresso.
Ma se il limite non esiste per i giovani, cosa impedirebbe questo comportamento?
«Il costo della tessera a 30 euro – ribatte una militante- il congresso in 15 sedi anzichè in 100,come prevede il Pd nazionale, sembrano voler strozzare la discussione. Insomma, sembra che ci sia la voglia di voler organizzare un congresso per pochi intimi».
Ma quali sono gli schieramenti in campo? Da una parte c’è l’ala vicino al commissario Orfini (Giovani Turchi, turborenziani, area Dem di Franceschini) dall’altra quelli di Palazzo Santa Chiara.
E cioè i 4 ex minisindaci — Valerio Barletta, Paolo Marchionne, Andrea Santoro e Maurizio Veloccia -promotori, una settimana fa insieme al presidente del I municipio Sabrina Alfonsi, dell’iniziativa ‘Roma è ora di esserci”. Terza area: “Trasforma Roma”, un gruppo di iscritti, di candidati al Consiglio comunale tra cui Valeria Baglio,unica eletta.
Le manovre stanno per iniziare.

(da “NextQuotidiano”)

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LA NUOVA SEGRETERIA PD PRENDE FORMA: CAROFIGLIO ALLA COMUNICAZIONE, MARTINA ALL’ORGANIZZAZIONE

Gennaio 13th, 2017 Riccardo Fucile

IL NUOVO CORSO: POCA SCENA E MOLTI RETROSCENA

Gianrico Carofiglio responsabile Comunicazione e Maurizio Martina all’Organizzazione. La nuova segreteria di Matteo Renzi prende forma. La prossima settimana l’annuncio ufficiale, da parte del segretario Pd che oggi è tornato a Roma per rifinire il lavoro iniziato martedì scorso, primo ritorno in città  da Pontassieve dopo la pausa natalizia.
Nel pomeriggio, Renzi si è anche recato al Gemelli a far visita al premier Paolo Gentiloni in convalescenza dopo l’operazione di martedì sera.
Rientro in sordina e a tappe per il segretario Dem, che dovrebbe parlare in un’intervista nei prossimi giorni, ma conta di tornare a tutti gli effetti alla vita politica a fine mese: con la due-giorni degli amministratori locali del Pd a Rimini il 28 e 29 gennaio.
Cioè subito dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum, il verdetto che darà  una piega al dibattito politico confuso e sonnacchioso di questo inizio d’anno.
Stamane al Nazareno il segretario del Pd ha ricevuto il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, Gianni Cuperlo e altri parlamentari che non aveva incontrato martedì scorso, lo stesso Carofiglio e anche Martina.
Scrittore, ex senatore Dem nella scorsa legislatura, ex magistrato, barese, Carofiglio è il prescelto per la nuova Comunicazione di un Pd che Renzi conta di rilanciare dopo la sconfitta al referendum costituzionale.
Non a caso la scelta cade su un esponente del sud, non a caso su un pugliese che viene dalla magistratura: proprio come il governatore Michele Emiliano, capofila dell’antirenzismo nel Pd, già  in corsa per la segreteria al congresso d’autunno.
Se i perchè della scelta di Carofiglio stanno più o meno in questi termini, l’Organizzazione affidata a Maurizio Martina si spiega con la massima fiducia che l’ex premier ripone nel ministro dell’Agricoltura.
Martina non è renziano della prima ora, viene dai Ds, rappresenta un pezzo della sinistra che ha scelto di stare con Renzi. Dunque è risorsa politica preziosa per Renzi. A lui andrebbe l’Organizzazione del partito, incarico pesante, che richiede un impegno full-time, difficilmente conciliabile con l’attività  di ministro.
Infatti è per questo che Martina avrebbe espresso dei dubbi, ma Renzi insiste a volerlo in una squadra dove vorrebbe siano rappresentate tutte le aree del partito, a parte la minoranza del no.
E’ anche per questo che oggi ha avuto un colloquio esplorativo con Cuperlo, parlamentare di minoranza ma schierato con il sì al referendum. Infatti, a dispetto delle intenzioni iniziali, Renzi non escluderà  tutti i parlamentari dalla nuova squadra. Al momento, la segreteria è composta da 15 membri, tutti parlamentari a parte Filippo Taddei, che sarebbe confermato all’Economia e Lavoro, lo stesso Renzi, Debora Serracchiani, che verrebbe confermata vicesegretario con Guerini, e Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e responsabile Enti locali.
Ecco, non verranno eliminati tutti i parlamentari, perchè tagliare il cordone tra Nazareno e parlamento potrebbe risultare controproducente quando arriverà  il momento di staccare la spina a Gentiloni e tornare alle urne: entro giugno, insiste Renzi.
E allora sì ad alcuni parlamentari in squadra. Anche se alcuni degli attuali dovranno far spazio ai sindaci. Oltre a Ricci, Renzi vorrebbe nella nuova segreteria anche il primo cittadino di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà , il sindaco di Ercolano Ciro Bonajuto e altri.
Nella nuova strategia ancora abbozzata infatti è centrale il ruolo degli amministratori locali del Pd.
Per questo Renzi programma il ritorno ufficiale sulla scena politica, dopo le dimissioni da premier e la pausa natalizia, con una full immersion tra sindaci, presidenti di regioni e province, consiglieri di tutte le amministrazioni locali Pd il 28 e 29 gennaio al centro congressi di Rimini, subito dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sui ricorsi contro l’Italicum fissata per il 24 gennaio.
Prima di questa data infatti, il dibattito politico sulla legge elettorale continuerà  a girare a vuoto. La sentenza dell’Alta Corte invece fornirà  il canovaccio necessario per avviare “la discussione senza melina”, questa l’aspettativa di Renzi.
Ecco perchè la due-giorni di fine mese è centrale nella nuova vita di Renzi segretario del Pd alle prese con la sfida più difficile: tornare in sella da premier.
“A Rimini parleremo del buon governo del Pd a livello locale: cosa che finora abbiamo fatto troppo poco”, ci spiega Matteo Ricci che sta organizzando l’evento, cui sono invitati anche parlamentari e ministri.
“Parleremo di welfare, sicurezza, gli investimenti che sono stati maggiori con lo sblocco del patto di stabilità , emergenza profughi, ambiente, urbanistica, riforme perchè vogliamo mantenere l’elezione di secondo livello per le province. Siccome si parla solo di cosa fa il governo nazionale o del mal-governo del M5s a livello locale, noi vogliamo cominciare a parlare del buon governo del Pd…”, continua Ricci che vorrebbe fare della due-giorni di Rimini un “appuntamento annuale”.
Una Leopolda degli amministratori? “Stiamo ragionando sul titolo: per ora la parte certa è ‘buon governo’”.
Renzi tenta di riorganizzare la macchina Dem per le prossime amministrative: in primavera oltre mille comuni sono interessati al voto. Ma nel frattempo la sfida elettorale potrebbe diventare anche nazionale. Tanto che nella nuova squadra del Nazareno entrerà  Tommaso Nannicini, economista, fedelissimo dell’ex premier, sarà  lui a occuparsi del programma del Pd per le elezioni.
Il segretario infatti è quasi ossessionato dal ritorno alle urne al più presto: così lo descrive chi lo ha incontrato al Nazareno. E tutte le energie saranno finalizzate a questo scopo, una volta che la Corte Costituzionale avrà  parlato, lasciando sul campo un sistema proporzionale oppure mezzo-maggioritario. Sono le due ipotesi su cui si ragiona, alternative tra loro: la prima presuppone un lavoro parlamentare con Forza Italia e naturalmente Ncd, la seconda presenta vie parlamentari più ostiche e magari tempi più lunghi (leggi qui).
Piccoli passi e niente fanfare, niente conferenze stampa e tweet ridotti al minimo, incontri al chiuso del Nazareno e nessuna comunicazione esterna ufficiale.
E’ questo il Renzi del 2017, che viene a Roma anche per cercare casa dopo lo ‘sfratto’ da Palazzo Chigi.
Poca scena, molto retroscena: da un mese è così, a parte le foto col carrello della spesa su ‘Chi’ e quelle sugli sci in Alto Adige a Capodanno.

(da “Huffingtonpost”)

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PD, FLOP DI ISCRITTI: CROLLO IN EMILIA, PARALISI IN SICILIA

Gennaio 13th, 2017 Riccardo Fucile

TERMINI PROROGATI FINO AL 28 FEBBRAIO, GUERINI MINIMIZZA

A parte le duemila tessere nel catanese, e qualche rinnovo con il contagocce a Enna e Messina, in Sicilia il Pd è paralizzato. Iscritti addio. E stiamo parlando del tesseramento del 2016. Idem in Calabria.
Tanto che Lorenzo Guerini, il vice di Renzi, ha deciso la proroga dei termini fino al 28 febbraio.
L’allarme cresce nel Pd. Tra disaffezione e caos.
Prendiamo Torino: il calo provinciale vede gli iscritti scendere in un anno da 7.800 a 4.900 e, solo in città , si è passati a mille da 2.400. Tutta in salita la strada per tentare di recuperare.
Nella roccaforte dell’Emilia Romagna in tre anni gli iscritti dem si sono dimezzati: sono scesi dai 76 mila del 2013 ai 37mila del dicembre 2016.
E il 2013 fu l’anno orribile dei 101 che impallinarono Prodi per il Quirinale.
I militanti non la perdonarono, però ancora reggevano. Il dato è parziale, non ancora definitivo. Ma il trend era evidente dal 2014 quando nel fortino emiliano si passò da 76mila a 57mila; nel 2015 si ridussero a 48mila.
Nel 2016, appunto, il contatore online del Pd regionale è per ora fermo a 37mila.
Il segretario Paolo Calvano rassicura tuttavia: “Siamo comunque circa all’80% del tesseramento a metà  dicembre, a circa tre mesi dalla chiusura. Aspetto la fine della campagna per commentare”.
Guerini sostiene che alla fine si arriverà  a un meno 10% rispetto ai 370 mila iscritti del 2015.
E segnala le situazioni virtuose: la Toscana con oltre 40 mila iscritti, in linea con l’andamento tradizionale. A Milano il segretario provinciale dem Pietro Bussolati è piuttosto soddisfatto: “Apriremo 4 nuovi circoli. E dopo la sconfitta al referendum costituzionale sono arrivati iscritti, non un gran numero – 250 persone – ma vale il segnale. Comunque le tessere sono oltre 9 mila, come l’anno precedente”.
L’esempio milanese piace a Renzi, il quale subito dopo la sconfitta del 4 dicembre sottolineò che qualcosa di positivo stava pur accadendo, con i cittadini del Si che stavano provocando “un boom di iscritti”. Luci e ombre.
In allarme sul tesseramento è la minoranza dem. Che sospetta un ritardo e un blocco organizzato per meglio controllare il prossimo congresso da parte dei renziani.
Nel Lazio e soprattutto a Roma, dove a marzo si dovrebbe fare il congresso, il timore è che prevalgano le truppe cammellate dei capibastone.
Per ora comunque il rinnovo delle tessere 2016 è in alto mare.
La sezione Trastevere chiama a raccolta gli iscritti martedì “per l’apertura del tesseramento in vista del congresso romano”. Con un avvertimento: “C’è la possibilità  di accogliere nuovi iscritti per il 2016 ma in misura limitata”.
A proposito del congresso nazionale, Bersani, l’ex segretario, dice che “va fatto nel 2017, poi se si va a votare prima allora ci vorrà  una cosa d’emergenza, più accorciata ma sarebbe bene una discussione”.
Dal Nazareno fanno sapere che il 2 per mille è andato meglio del previsto: oltre 6 milioni raccolti

(da agenzie)

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SONDAGGIO: NESSUNO VALE RENZI, NEL PD NESSUN CANDIDATO DELLA MINORANZA BATTEREBBE L’EX PREMIER

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

SONDAGGIO SCENARI POLITICI PER HUFFPOST: ROSSI NON SUPERA NEANCHE IL 15%, EMILIANO IL 10% DEI CONSENSI

Nessuno nel Partito Democratico vale Renzi.
E’ questo l’opinione che emerge da un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post tra un campione di elettori dem.
La minoranza del partito si sta già  organizzando in vista del prossimo congresso. Dopo la pesante sconfitta di Matteo Renzi al referendum costituzionale la sfida all’interno del Pd è aperta e già  sono diversi i candidati in campo per occupare il ruolo di segretario dopo l’ex presidente del Consiglio:
Roberto Speranza e Enrico Rossi hanno già  fatto sapere che saranno della partita, mentre è probabile ma ancora in forse la candidatura del governatore della Puglia Michele Emiliano.
E tuttavia nessuno al momento sembra avere molte chance di vittoria contro l’ex premier: per il 38,5 per cento degli elettori Pd nessuno dei possibili candidati anti-Renzi ha la credibilità  per diventare la nuova guida del partito.
Il primo in classifica è il presidente della Regione Toscana Rossi, con il 14,8 per cento delle preferenze.
Dopo di lui il collega Emiliano, con il 9,8 per cento, e a seguire Massimo D’Alema (che non si candiderà ) con il 9,3 per cento.
Ci sono poi Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza, Andrea Orlando e Francesco Boccia, con percentuali che via via diminuiscono.
Sempre secondo l’elettorato Pd Renzi dovrebbe anticipare il congresso e ricandidarsi alla guida del Partito Democratico: la pensa così il 36 per cento degli intervistati da Scenari Politici.
Per il 28 per cento sarebbe invece il caso che l’attuale segretario si prendesse un “anno sabbatico” e poi tornare a fare politica.
Per il 24 per cento l’ex premier dovrebbe chiedere le elezioni anticipate mentre solo per il 12 per cento degli elettori Pd Renzi dovrebbe abbandonare la politica, così come aveva promesso nei mesi di campagna referendaria.
A un campione di elettori di tutti i partiti è stato poi chiesto un’opinione sul governo Gentiloni, subentrato a quello guidato da Renzi dopo la sconfitta al referendum costituzionale.
Per il 68 per cento il giudizio è negativo mentre solo per il 32 per cento è positivo.
Non solo: per il 44 per cento bisognerebbe andare subito al voto una volta arrivato il giudizio della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, l’Italicum.
Per il 38 per cento invece sarebbe meglio aspettare la scadenza naturale della legislatura prima di nuove elezioni.
Solo per il 18 per cento bisognerebbe andare al voto più tardi ma subito prima della scadenza della maturazione della pensione per i parlamentari.
Tuttavia per l’82,8 per cento degli intervistati il “vitalizio” che scatta dopo solo 4 anni e mezzo di legislatura una volta raggiunti i 65 anni è un privilegio che dovrebbe essere cancellato.

(da “Huffingtonpost”)

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“HAI LA FACCIA COME IL CULO”: GIACHETTI INSULTA SPERANZA

Dicembre 18th, 2016 Riccardo Fucile

CAOS ALL’ASSEMBLEA PD… “VA BENE, MI CORREGGO: FACCIA DI BRONZO”

“Sulla legge elettorale mi sembra di trovarmi al gioco dell’oca. Ovviamente penso che il Mattarellum sia una legge straordinaria e importante. Ancora in queste ore rimango leggermente allibito quando leggo il novello Davide Roberto Speranza dire che è una sua proposta. Ho cercato parole ortodosse per dire cosa io penso. E penso: Roberto Speranza, hai la faccia come il culo. Quando avevi la possibilità  di votare il Mattarellum alla Camera eri il capogruppo e hai detto no”.
Lo dice Roberto Giachetti in assemblea Pd. Sentite queste parole, si vede Matteo Renzi mettersi le mani nei capelli.
Una parte della platea applaude il vicepresidente della Camera ma una decina di delegati presenti in assemblea Pd insorgono e lasciano la sala tra urla e proteste. Interviene il presidente Matteo Orfini a redarguire Giachetti: “Non avresti permesso quando dirigi l’aula della Camera di usare espressioni del genere”.
Giachetti si difende: “La parola culo è sdoganata in tutto il mondo. Ma ok, mi correggo: faccia di bronzo”.

(da agenzie)

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