Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI AVEVA CONVOCATO IL SEGRETARIO PDL, INSIEME A BERSANI E CASINI, PER RAGGIUNGERE UN’INTESA SUL RILANCIO DELLA RAI… MA CONFALONIERI DETTA LA LINEA: OPPORSI A UNA RAI PIU’ FORTE E COMPETITIVA, MEDIASET E’ GIA’ IN CRISI
Ci sono i guai di Mediaset dietro la decisione del segretario del Pdl Angelino Alfano di disertare
il vertice “di maggioranza” previsto in serata con il premier Mario Monti e i leader di Pd e Udc, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, durante il quale si sarebbe affrontato anche il tema delicatissimo della riforma della governance Rai, il cui consiglio d’amministrazione scade il 28 marzo.
La disdetta a sorpresa di Alfano arriva al termine di un incontro, iniziato stamattina intorno alle 11 a Palazzo Chigi, fra Monti e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset.
Incontro durante il quale, secondo le indiscrezioni trapelate, i due avrebbero cercato di trovare un “accordo” sulla riforma della Rai. Senza riuscirci.
Confalonieri avrebbe descritto a Monti la difficile situazione in cui versa oggi Mediaset, che si riflette anche sul cattivo andamento dei titoli in Borsa.
Una situazione che potrebbe solo peggiorare se passasse il disegno di Monti, appoggiato da Pd e Udc, di una rapida riforma della governance della Rai, per renderla più snella ed efficiente sul mercato.
Proprio questo era uno dei temi in agenda nel vertice di stasera — ora annullato — tra Monti, Bersani, Casini e, appunto, Alfano.
Quest’ultimo, dato l’esito negativo dell’incontro tra il premier e il numero uno di Mediaset, avrebbe fatto saltare il tavolo.
“Non ci andrò da Monti, perchè mi pare di capire che lì si voglia parlare di Rai e di giustizia e forse ci eravamo sbagliati nel credere che i problemi degli italiani fossero la crescita, lo sviluppo economico e l’economia”.
Considerazioni generiche dietro le quali le indiscrezioni di palazzo rivelano invece un nuovo, clamoroso caso di conflitto d’interessi intorno a Silvio Berlusconi.
L’incontro tra Monti e Confalonieri è durato circa un’ora.
Palazzo Chigi non ha fornito alcuna notizia sul contenuto del colloquio.
Certo risultano poco convincenti gli interventi di diversi esponenti del Pdl, a partire da Ignazio La Russa, che giustificano la retromarcia di Alfano con la volontà del Pdl di opporsi alla “bramosia di poltrone Rai”.
Senti chi parla…
Non a caso, il segretario del Pd Bersani esterna tutta la sua sorpresa: ”E’ un atteggiamento incredibile”.
Mentre per l’Udc, Lorenzo Cesa parla di “colpo di sole”.
Bersani e e Alfano si sono anche affrontati ironicamente su twitter: il primo ha offerto al rivale la sua sedia a Porta a porta (Berlusconi ha rinunciato ad andarci stasera per non offuscare Alfano), il secondo ha ricambiato con il suggerimento di sostituire il comico Maurizio Crozza a Ballarò.
Dopo l’incontro con Monti, Confalonieri è stato ascoltato dalla Commissione bilancio della Camera, di fronte alla quale ha confermati scenari allarmanti per Mediaset: “Se non ci sono prospettive di ripresa tagliare il nostro miliardo di investimenti, ridurre i nostri due miliardi di costi diventa indispensabile. Intendiamoci: questo non è quello che vogliamo e non è quello che faremo, ma abbiamo bisogno che il sistema paese si renda conto di questo e ognuno faccia la propria parte”.
Il presidente di Mediaset ha anche chiarito che per il momento l’azienda “ha deciso di non intaccare i propri livelli occupazionali, ma è evidente che se non si pongono le basi per una ripresa dell’economia e del mercato pubblicitario sarà inevitabile farlo. E come Mediaset, molte altre aziende italiane”.
Oltre alla riforma della Rai, all’ordine del giorno del vertice di “maggioranza” saltato c’erano altri temi delicati e a rischio conflitto d’interessi per Silvio Berlusconi. In particolare la riforma della giustizia e la nuova legge anticorruzione, impantanata in Parlamento da due anni, con il Pdl che si oppone strenuamente a un inasprimento delle pene per i tangentisti.
Che in più comporterebbero un allungamento dei tempi di prescrizione, altro tabù dei berlusconiani.
Se non bastasse, nel vertice di stasera si sarebbe parlato anche dell’asta sulle frequenze residue del digitale terrestre, dopo l’annullamento del Beauty contest gratuito deciso mesi fa dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera.
Altro tema piuttosto sensibile per Mediaset.
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO TELEFONO’ PER BLOCCARE UN SERVIZIO SULLA PROSTITUZIONE A ROMA… LETTA INTERVENNE PER RACCOMANDARE UN GIORNALISTA AMICO
Gianni Letta, Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono indagati dalla Procura di Roma per le telefonate intercettate dalla Guardia di Finanza di Bari nel dicembre 2009 durante l’inchiesta (poi archiviata per entrambi) su Berlusconi e l’allora direttore del Tg1. L’ultima onda del “Trani gate” arriva nella Capitale due anni dopo l’inchiesta sulle pressioni dell’ex premier sull’Agcom (l’autorità Garante delle Comunicazioni) per chiudere Annozero.
L’inchiesta si profila molto delicata per la Procura capitolina perchè svela i retroscena dei rapporti tra la politica e l’informazione pubblica.
Sono due gli episodi al centro dell’indagine.
Al sindaco di Roma, Gianni Alemanno e all’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sono contestate le pressioni effettuate allo scopo di far sparire dagli schermi della tv di Stato le prostitute e gli eccessi che il sindaco di Roma non era riuscito a smuovere dalle strade.
Il secondo episodio vede protagonista l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che raccomanda un giornalista al direttore del Tg1.
Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono stati iscritti molti mesi fa sul registro degli indagati di Trani per concussione mentre a Letta è stato contestato solo l’abuso di ufficio . Dopo le iscrizioni effettuate dal pm Michele Ruggiero il fascicolo è stato trasmesso a Roma dove è stato preso in carico dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Roberto Felici.
Dopo avere iscritto a Roma nuovamente i tre indagati (con tutta probabilità per gli stessi reati) ora i magistrati capitolini dovranno decidere il loro destino
Le telefonate, registrate dalla Guardia di Finanza quando il pm Ruggiero indagava sulle carte di credito revolving di American Express, risalgono al 2009 e non furono ritenute rilevanti dai pm fin quando, lo scorso anno, il gip di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, ha chiesto alla procura di rivalutare il loro peso.
Nella prima serie di telefonate, il sindaco Alemanno viene a conoscenza di un servizio giornalistico che descriveva con toni realistici e a lui sgraditi gli eccessi delle notti romane.
Il sindaco alza il telefono per contattare Augusto Minzolini, all’epoca “direttorissimo” del telegiornale della rete ammiraglia Rai.
Alemanno è stato eletto un anno e mezzo prima inneggiando alla “tolleranza zero” ed è molto preoccupato dell’immagine negativa che potrebbe ricadere sulla sua gestione dell’ordine pubblico.
Minzolini accoglie le lamentele del sindaco e, poco dopo, chiama la giornalista responsabile.
“Il servizio non deve andare in onda” dice — in sintesi — il direttore alla sua cronista o almeno non con quei contenuti.
A colpire gli investigatori, oltre al contenuto della telefonata, sono i toni che Minzolini usa con la giornalista.
La telefonata è lunga e concitata. La giornalista difende il servizio ma, nonostante non sia certo l’ultima arrivata, alla fine asseconda le ire di Minzolini e sostanzialmente prende atto della decisione del direttore.
I pm hanno deciso di indagare, oltre al sindaco di Roma anche il direttore del Tg1 perchè il suo comportamento prono ai voleri del politico anteporrebbe la tutela dell’immagine di Alemanno, secondo la ricostruzione della Procura di Trani, all’interesse del pubblico che paga il canone a Rai a essere informato.
Anche il secondo filone d’indagine nasce dall’ascolto di una telefonata.
Siamo sempre nel 2009 e questa volta, ad alzare il telefono, è l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che chiama Minzolini per segnalargli un giornalista a lui vicino.
Già in passato erano state registrate telefonate simili del braccio destro di Berlusconi al direttore di Rai Fiction Agostino Saccà .
Ma in quel caso i pm romani non avevano ravvisato gli estremi dell’abuso di ufficio che invece, secondo la Procura di Trani, in questo caso, potrebbe profilarsi.
L’iscrizione di Alemanno, Letta e Minzolini nel registro degli indagati di Roma risale al mese scorso.
Tutto nasce dal provvedimento del gip di Trani Oliveri Del Castillo dello scorso luglio. Nel luglio 2011 i pm di Trani avevano sottoposto alla sua attenzione centinaia di telefonate che riguardavano Minzolini e il suo rapporto con la politica, sia del centrodestra sia del centrosinistra.
Per la procura erano irrilevanti e andavano distrutte.
Ma il gip ha chiesto di risparmiare le conversazioni del direttore con Alemanno e Letta perchè ha ravvisato un possibile reato in quelle conversazioni.
Il pm Ruggiero, condividendo l’impostazione del gip, ha iscritto i tre nel registro degli indagati, ma nessun atto d’indagine è stato svolto dalla Procura di Trani, guidata dal procuratore Carlo Maria Capristo.
Dopo la semplice iscrizione c’è stata solo la trasmissione alla Procura di Roma che adesso, a sua volta, ha iscritto Alemanno, Minzolini e Letta nel registro degli indagati.
La vera indagine inizierà nei prossimi giorni, per valutare se davvero esistano dei reati o se, invece, il comportamento di Minzolini risponda alle normali prerogative di un direttore.
Resta il fatto che l’inchiesta condotta da Ruggiero, in questi ultimi due anni, ha svelato molti retroscena sul rapporto tra Rai e politica.
Era il marzo 2010 quando iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e l’ex commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi.
Una storia ormai nota: Berlusconi premeva su Innocenzi per chiudere, o quantomeno ostacolare, le inchieste di Annozero e della redazione guidata da Michele Santoro.
I reati ipotizzati per il premier, all’epoca, furono concussione e minaccia, mentre Innocenzi fu indagato per favoreggiamento, poichè negò d’aver subito pressioni.
Poi fu indagato anche l’ex dg della Rai Mauro Masi e dopo una serie di rimpalli — dalla Procura di Roma al Tribunale dei ministri e ritorno — tutto si risolse con un’archiviazione.
Marco Lillo e Antonio Masari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE GLI EX AN SONO IRRITATI PER LE APERTURE AL CENTRO DI BERLUSCONI, LA COMPONENTE FORZISTA STA PER ESPLODERE E IN LOMBARDIA VA IN SCENA LA PRIMA DIVISIONE UFFICIALE DEI DUE PARTITI FONDATORI DEL PDL
L’argine si è rotto, la scissione strisciante del Pdl è di fatto iniziata. 
Gli ex An sono sempre più inquieti per quella che considerano una “deriva al centro” di Berlusconi, con il suo sostegno incondizionato a Monti e la tentazione di proseguire con la formula della grande coalizione anche dopo il 2013.
E iniziano a coltivare il sogno di un partito di destra-destra.
Del resto basta leggere le dichiarazioni di simpatia e di malcelata ammirazione nei confronti di Storace – da La Russa alla Meloni fino a Renata Polverini – per capire da che parte tira il cuore degli ex missini.
Ma anche la componente forzista è sul punto di esplodere, pronta a ribellarsi al controllo che gli ex An esercitano sul partito a livello locale e nazionale.
Un controllo accresciuto dall’esito dei congressi provinciali.
L’avvisaglia è la nascita di “Forza Lecco”, che sancisce la prima scissione ufficiale dei due partiti che fondarono il Pdl.
Non è un caso se il logo di quella che, per il momento, è solo un’associazione, richiami nei caratteri e nei colori quello di Forza Italia.
Come non è un caso se questa iniziativa – Forza Lecco – veda la luce proprio nella provincia dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, da sempre complice e apripista dei nuovi progetti del Cavaliere.
L’esperimento verrà presentato ufficialmente domenica 11 marzo ma in una sede diversa da quella in cui si terrà il congresso provinciale del Pdl di Lecco, a dominanza An, convocato nella stessa giornata.
Un congresso che sarà disertato quindi dai forzisti locali.
E c’è chi giura che se “Forza Lecco” dovesse rivelarsi un successo, nasceranno anche “Forza Roma”, “Forza Milano” e “Forza Napoli”.
Francesco Bei
(da “la Repubblica“)
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Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA FINE PIERLUIGI VINAI HA DETTO SI’, CON LA BENEDIZIONE DEL CARDINAL BAGNASCO, TOGLIENDO LE CASTAGNE DAL FUOCO AL PDL CHE NON SAPEVA PIU’ A CHI RIVOLGERSI… VINAI, TESSERA PDL E VICEPRESIDENTE DELLA FONDAZIONE CARIGE SU INDICAZIONE DI SCAJOLA, HA PURE LA FACCIA TOSTA DI DICHIARARSI “CANDIDATO INDIPENDENTE”
Si potrebbe parlare di rivincita di Claudio Scajola che, dopo essere stato sconfitto al
congresso di Genova del Pdl dal duo Grillo-Biasotti, di fronte alla loro incapacità di trovare un candidato sindaco credibile che accettasse la nomination, alla fine è riuscito a imporre il nome del suo pupillo, Pierluigi Vinai, lo stesso cassato una settimana fa proprio dai nuovi dirigenti locali.
Scajola ha così dimostrato di avere ancora in mano le carte vincenti con Silvio Berlusconi, più per demerito altrui che per propri meriti.
Per lottare contro il candidato Enrico Musso, appoggiato da una lista civica che comprende anche esponenti Udc, è indubbio che Vinai rappresenti la scelta in apparenza migliore per cercare di arrivare al ballottaggio con il candidato del centrosinistra Marco Doria.
Salvo una principale controindicazione: che la dirigenza locale del Pdl da domani non operi per farlo perdere.
Vinai è notoriamente appoggiato non solo da Scajola, ma dal cardinal Bagnasco che aveva perorato se pur indirettamente la sua nomination.
Uomo dell’opus Dei, con forti agganci nel mondo economico genovese, Vinai ha anche il senso dell’umorismo: proclama ai quattro venti di essere un “candidato indipendente”, allo scopo di accreditarsi come estraneo alla logica dei partiti, invisi ormai alla maggior parte dell’elettorato.
A parte la tessera del Pdl che conserva in tasca, che Vinai sia indipendente è davvero una barzelletta: è stato nominato vicepresidente della potente Fondazione bancaria Carige su indicazione di Scajola e da quella poltrona è da una vita che distribuisce aiuti e sovvenzioni.
Si è così creato una fitta rete di beneficiati, da enti religiosi a privati, ad associazioni, che rappresentano un potente clientela da spendersi elettoralmente.
E parliamo di milioni di euro, non di noccioline (tre milioni di aiuti solo agli alluvionati) per una pletora di assistiti che non aspettano l’ora di abbeverarsi anche ai fondi del Comune.
Prima magari di leggere articoli di beatificazione del “cooperante dell’Opus Dei, impegnato nel sociale”, è meglio comprendere che il sociale vero consiste nel rimetterci tempo e proprio denaro per aiutare il prossimo.
Altra cosa è distribuire soldi altrui, essendo remunerato per l’incarico che si svolge.
Ma se andiamo un po’ indietro nel tempo, magari attraverso articoli di stampa, ecco che emerge un altro aspetto del modo “indipendente” di procedere di Vinai.
Magari partendo dal titolo: “Fondazione Carige, le erogazioni “sportive” del vice presidente Vinai” di un giornale locale di qualche tempo fa.
I giornalisti Massimo Calindri e Marco Preve raccontavano ad esempio del contributo di un milione di euro elargito dal consulente del lavoro savonese, Pierluigi Vinai, 41 anni, “legato da profonda amicizia a Claudio Scajola ed influente esponente dell’Opus Dei, ma prima di tutto vice presidente della Carige”.
Vinai aveva approvato un progetto che il giornale titolava: <Fondazione Carige, le elargizioni di Vinai. Oltre un milione alla “sua” associazione>.
Denaro finito nel conto corrente del Movimento Sport Popolare, associazione riconosciuta dal Coni, che organizzava il Progetto Giovani, tre mesi di eventi sportivi in Liguria e nel Basso Piemonte.
Rimarcavano Calindri e Preve: “Il vice presidente Carige contribuisce al finanziamento di un evento, destinato ai bimbi, gestito da un’associazione che in pratica è la sua creatura…”.
E Vinai, intervistato, premetteva a sua difesa: “Le cariche in Fondazione sono di nomina politica e finchè non si troverà un sistema migliore resta valido questo. Io non ho più cariche nel Movimento Sport Popolare e l’associazione non fa altro che programmare un evento”.
La nuova politica dei finanziamenti dell’era Vinai probabilmente merita qualche altra testimonianza, soprattutto di vescovi, parroci e parrocchie.
Soltanto 15 giorni dopo, l’eco di quella polemica si è esteso.
ll Secolo XIX ha deciso di parlarne per un’interpellanza di Ubaldo Benvenuto: “La Regione faccia chiarezza….finanziate associazioni che hanno sede nell’ufficio del vice presidente Vinai? Serve più trasparenza”.
Ma ecco che Flavio Repetto, presidente della Fondazione Carige, mette le mani avanti e sempre su Il Secolo XIX manda a dire: “ricordo che la Fondazione è un’istituzione di diritto privato e che, quindi, gli organi di amministrazione e di controllo si assumono la responsabilità degli atti che riguardano la gestione delle risorse”.
Perchè giornali e giornalisti si impicciano di soldi di “un’istituzione di diritto privato”?
Non si vergognano?
Va bene che non sono attivisti dell’Opus Dei o di Forza Italia, ma almeno lascino in santa pace chi fa opere a fin di bene.
Questo un breve ritratto del candidato “indipendente” Vinai che sarà appoggiato dal Pdl e da altre liste civiche:un benefattore in attesa di beatificazione politica.
Magari a sua insaputa, come il suo sponsor.
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
GIOACCHINO CAIANIELLO, POTENTE SEGRETARIO PROVINCIALE DEL PDL, AVEVA PRETESO UNA MAZZETTA DA UN’IMPRENDITORE PER CONVERTIRE UN’AREA PUBBLICA IN IPERMERCATO
Cinque anni per estorsione all’uomo forte del Pdl in provincia di Varese. 
A tanto ammonta la condanna inflitta a Gioacchino Caianiello e all’architetto Piermichele Miano per il reato di estorsione consumato ai danni del costruttore edile Emilio Paggiaro.
La sentenza è arrivata dopo un’ora di camera di consiglio ed è stata pronunciata dal collegio presieduto da Toni Adet Novik del tribunale di Busto Arsizio.
La vicenda è iniziata nel 2005, quando Paggiaro denunciò di essere stato costretto a pagare 250 mila euro in contante per favorire il cambio di destinazione dell’area ex Maino a Gallarate, dove poi è stato realizzato un supermercato.
Al Tribunale di Busto Arsizio la pm Francesca Parola aveva chiesto una condanna a sei anni per il reato di concussione, in quanto all’epoca dei fatti Caianiello aveva un incarico all’interno dell’azienda municipalizzata Amsc di Gallarate.
Tuttavia secondo il collegio giudicante Caianiello non poteva essere ritenuto un pubblico ufficiale, così è stato giudicato per il reato di estorsione, alla stregua di un privato cittadino che ha approfittato della sua grande influenza politica per condizionare la giunta gallaratese ed estorcere denaro alla vittima.
Caianiello, da gestore di una ricevitoria, ha saputo costruirsi un impero.
Prima socialista, ha aderito a Forza Italia e ha compiuto la sua scalata al partito, imponendosi come il riferimento dell’area laica del Popolo delle libertà .
È stato coordinatore provinciale del Pdl varesino e ne è tutt’ora uno degli esponenti più influenti.
È con lui che per anni bisognava fare i conti per chiudere accordi elettorali, per esprimere una candidatura, nominare i componenti dei consigli di amministrazione o, semplicemente per fare politica.
Personaggio sicuramente molto potente, circondato da una corte dei miracoli che da Gallarate si estendeva in buona parte della provincia di Varese e giù, fino al Pirellone, dove è sempre riuscito a piazzare uomini a lui vicini (non ultimi i consiglieri Rienzo Azzi e Giorgio Puricelli).
A lui rispondevano e rispondono un sacco di uomini.
Una rete articolata, che manifestava la propria presenza alla maniera del Pdl, con cene king size ed eventi tutti lustrini e paillettes.
Come la cena che viene organizzata ogni dicembre per il compleanno di Nino, che diventa occasione di autofinanziamento per il partito.
Un evento da centinaia di invitati, a cui hanno sempre partecipato super ospiti.
Nel 2010, ad esempio, accanto ai vip locali, non hanno voluto mancare l’allora sottosegretario Daniela Santanchè e il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Questo per dire che Caianiello è (o era) più di uno stratega di partito.
Era un autentico dominus, capace di influenzare e indirizzare le scelte della politica. Oggi appare sempre di più come un signore caduto in disgrazia.
Lo scorso anno la fortuna sembra avergli voltato le spalle.
Prima il Pdl ha perso le elezioni nella sua roccaforte, Gallarate, dove sull’esito del voto ha pesato l’atteggiamento della Lega Nord, che non volle stringere alleanze proprio per via della sua presenza ingombrante.
Poi nel mese di giugno è arrivata la condanna a un anno e quattro mesi per peculato (secondo l’accusa aveva utilizzato indebitamente il cellulare di Amsc, l’azienda municipalizzata che presiedeva, per effettuare telefonate e videochiamate a sfondo erotico).
Due ingredienti che lo hanno portato a dover rinunciare a tutte le poltrone che occupava (nove in totale) e ai relativi ricchi compensi che riusciva ad intascare.
Oggi una nuova pesante sentenza, che lo condanna in primo grado a cinque anni di reclusione, anche se lui si è sempre professato innocente, dichiarando a più riprese di non aver mai ricevuto denaro.
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
NON SAPENDO PIU’ A CHI RIVOLGERSI, POTREBBERO PRESENTARSI A CASA VOSTRA GRILLO E BIASOTTI A PROPORVI DI FARE IL CANDIDATO SINDACO DI GENOVA DEL PDL
LI RICONOSCETE DAL CURRICULUM: UNO NON E’ RIUSCITO NEANCHE A FARSI
ELEGGERE SINDACO DI CAMOGLI, L’ALTRO HA COME PRECEDENTI DUE SCONFITTE DI SEGUITO IN REGIONE
DA GIORNI CERCANO UN NUOVO AGNELLO SACRIFICALE SENZA TROVARLO E SONO DISPOSTI A TUTTO: ANCHE A CANDIDARE QUALCUNO CHE ABBIA UN REDDITO INFERIORE AI 100.000 EURO E CHE OGNI TANTO SALTI LA MESSA DELLA DOMENICA
NON DATEGLI CORDA, NON FIRMATE FOGLI IN BIANCO: RISCHIATE DI TROVARVI NOMINATI A VOSTRA INSAPUTA ANCHE SE AVETE MANDATO UNA MAIL DI RINUNCIA COME IL POVERO (SI FA PER DIRE) VINACCI
SE INSISTONO A SCAMPANELLARE ALL’USCIO PRENDETE TEMPO E INVOCATE LE PRIMARIE
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
ALTRE POLEMICHE SUL TESSERAMENTO NEL PARTITO GUIDATO DA ALFANO: NELL’ISTITUTO IL MODULO CON L’OBBLIGO DI RICONSEGNA… QUANDO LA POLIDORI FACEVA FINTA DI NON CONOSCERE SUO CUGINO
Il Cepu? Una grande riserva di caccia per i signori delle tessere Pdl. Certamente a Milano, dove
un dipendente dell’istituto privato che prepara gli studenti agli esami universitari (e non solo) ha trovato sulla sua scrivania il modulo per l’iscrizione al Popolo della libertà .
Con un ordine secco scritto a
mano su un post-it : “Da consegnare firmato”.
Le istruzioni orali erano solo un poco meno perentorie: “Poi votate chi vi pare, ma intanto prendete la tessera del Pdl”.
Difficile dire di no ai propri capi.
Così il tesseramento forzato al Cepu si aggiunge alla lunghissima serie di irregolarità denunciate nelle scorse settimane dentro il partito di Silvio Berlusconi.
Iscritti a loro insaputa, tesserati defunti o minorenni.
Perfino pacchetti di adesioni in odore di camorra.
Le irregolarità sono state segnalate in diverse parti del Paese, da nord a sud. A Bari, ma anche a Vicenza, a Modena come a Brescia.
Qui si è trovata iscritta al Pdl, con tessera numero 158378 e fotocopie allegate dei suoi (veri) documenti, una militante del Pd che certo non si sognava di entrare nel partito di Berlusconi.
In Brianza, tra Arcore e Monza, hanno dovuto intervenire i carabinieri per cercare di capire le “anomalie” del tesseramento, con iscritti minorenni, dipendenti di aziende arruolati in blocco, iscrizioni regalate (pagate da chi?).
A Salerno la procura ha aperto un’inchiesta che sta verificando addirittura il ruolo nel tesseramento Pdl giocato dai clan camorristi dell’agro nocerino-sarnese.
Il segretario del partito, Angelino Alfano, ha tentato di chiudere le polemiche: “Ai congressi vota solo chi si presenta di persona con documento d’identità e bollettino di versamento della quota di iscrizione. Ogni irregolarità sarebbe dunque inutile e non avrebbe alcuna incidenza sui risultati elettorali. Ho avuto conferma del pieno rispetto delle regole e quindi”, rassicura Alfano, “prosegue la stagione congressuale del Pdl”.
Tranquilli anche i coordinatori nazionali del partito, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini: “Ottima la dichiarazione di Angelino Alfano, che mette la parola fine alla telenovela tessere del Pdl. È la prima volta che un partito decide di consentire il voto solo all’iscritto che si presenta personalmente , munito di carta d’identità e di bollettino postale di versamento della quota. È esclusa ogni possibilità di delega. Sono regole a prova di bomba”.
Intanto però in diverse parti del Paese continuano le inchieste della magistratura e gli accertamenti delle forze dell’ordine.
Le votazioni congressuali proseguono con le nuove regole, ma le iscrizioni potrebbero comunque essere state viziate da irregolarità e gonfiate da dirigenti desiderosi di fare bella figura e con una fame da lupi di nuovi iscritti. Ora entra in scena anche il Cepu.
Con una campagna di tesseramento al Pdl molto “spinta” dentro le sue sedi. Al Cepu, Berlusconi gioca da sempre in casa: Catia Polidori, cugina del fondatore, è stata una dei deputati che, tradendo Gianfranco Fini e schierandosi con Berlusconi, hanno allungato la vita al governo del Cavaliere. In cambio, nell’ottobre 2011 è stata nominata viceministro. Di Francesco Polidori, che il Cepu se l’è inventato una trentina d’anni fa, è poi risaputa l’incrollabile fede “azzurra”.
Imprenditore di Fraccano, paesino sopra Città di Castello, ha ottenuto un incredibile successo con il suo “Centro europeo di preparazione universitaria”. In politica, ha dapprima sostenuto il nascente movimento di Antonio Di Pietro, ma a partire dal 1994 si è schierato con Berlusconi.
Nel 2010 gli ha messo a disposizione anche le sedi Cepu, proponendo al leader del Pdl di usarle come rete capillare sul territorio per fare politica.
Non si è mai capito fino in fondo come Berlusconi abbia risposto all’offerta e che seguito abbia avuto il movimento fondato un paio d’anni fa da Polidori, “Federalismo democratico umbro”, con l’obiettivo di sostenere la politica berlusconiana.
Oggi, però, di quel sostegno emerge un segnale concreto: i moduli d’iscrizione al Pdl distribuiti nelle sedi del Cepu.
Con l’ordine: “Iscrivetevi”.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
(vignetta da diksa53a)
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Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL 9 MARZO IL BRACCIO DESTRO DI BERLUSCONI, CONDANNATO A 7 ANNI IN APPELLO PER MAFIA, VERRA’ GIUDICATO IN CASSAZIONE…. 14 MESI DI STRANI RITARDI CHE HANNO PERMESSO CHE IL PROCESSO APPRODASSE ALLA V SEZIONE DOVE VERRA’ GIUDICATO DA UN FEDELISSMO DI CORRADO CARNEVALE
Marcello Dell’Utri non poteva trovare giudice migliore. 
Sarà la quinta sezione penale a dover decidere il 9 marzo prossimo il destino del senatore del Pdl, condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il collegio che potrebbe salvarlo dalla galera è presieduto da Aldo Grassi un giudice finito sui giornali negli anni Novanta per le sue conversazioni con il collega Corrado Carnevale, meglio noto come l’“Ammazzasentenze”.
Già negli anni Ottanta, quando era sostituto procuratore di Catania, Grassi finì al centro di un’ispezione ministeriale per le sue scelte investigative timide nei confronti dei Cavalieri di Catania, i costruttori Costanzo e Rendo, anche loro processati e assolti dalle accuse di contiguità con la mafia perchè avrebbero pagato per la protezione dei boss ma in uno stato di necessità .
Storie vecchie, ma che tornano di attualità ora che il fascicolo giudiziario più delicato del momento è arrivato alla quinta sezione della Suprema Corte, proprio quella presieduta da Grassi.
Un magistrato che non fa mistero delle sue idee sulla riforma della giustizia: separazione delle carriere e fine dell’obbligatorietà dell’azione penale.
La tempistica dell’assegnazione è stata particolarmente lenta e tortuosa.
Un dato non secondario visto che il processo potrebbe finire con la prescrizione nel giugno 2015 se la Cassazione decidesse, per esempio, un annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio alla Corte di appello.
Venerdì 9 marzo il collegio presieduto da Aldo Grassi però potrebbe anche mettere la parola fine sulle speranze di Dell’Utri decretando il rigetto del ricorso presentato dagli avvocati Massimo Krog, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico o potrebbe addirittura accogliere il ricorso presentato dal procuratore generale di Palermo Antonino Gatto che, al contrario, critica la parte della sentenza che assolve Dell’Utri per il periodo successivo al 1992.
L’11 dicembre del 2004 Marcello Dell’Utri era stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa proprio perchè l’accordo con la mafia e in particolare con i fratelli Graviano era stato ritenuto provato anche dopo il 1993.
Mentre il 29 giugno 2010 la Corte di appello di Palermo ha ridotto la pena a 7 anni proprio perchè — nonostante l’apporto del nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza — non ha ritenuto provata con certezza l’esistenza di questo patto nella fase politica dell’impegno di Dell’Utri.
Le motivazioni della Corte di appello sono state depositate nel novembre 2010.
Nel gennaio 2011 il procuratore generale di Palermo Nino Gatto presenta il suo ricorso in Cassazione.
A fine febbraio il fascicolo arriva all’ufficio per l’attribuzione dei ricorsi della Cassazione.
A marzo la causa viene assegnata alla sezione quinta. Dall’estate è al lavoro il relatore, Maria Vessichelli, e il collegio sarà presieduto da Aldo Grassi.
Certo ne ha fatta di strada questo magistrato da quando nel 1984 gli ispettori ministeriali erano scesi a Catania per accertare cosa c’era di vero negli esposti presentati contro di lui e contro un altro magistrato della Procura etnea.
Al termine dell’ispezione i magistrati inviati dal ministro di allora, Mino Martinazzoli, chiesero il trasferimento per incompatibilità ambientale per Grassi, ma il ministro e il Csm furono di diverso avviso.
Così l’attuale presidente di sezione della Corte di Cassazione restò al suo posto e proseguì la sua carriera.
Le pagine della relazione degli ispettori dedicate a Grassi sono quindi irrilevanti per la giustizia interna della magistratura ma restano ancora interessanti: “Il comportamento del dr. Grassi, analizzato con riferimento al periodo temporale intercorso tra la fine del 1981 e la metà del 1982, evidenzia anch’esso una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti. Quanto precede viene compiuto attraverso lo strumento di mantenere, o di passare, nel registro atti relativi i suddetti incarti al trasparente fine di evitare l’indicazione di precedenti sui certificati di carichi pendenti, richiesti per la partecipazione alle gare di appalto”.
Nell’ispezione si racconta anche che Grassi aveva affittato una casa di proprietà di una società del gruppo Costanzo e, sempre secondo le accuse degli ispettori ministeriali, il magistrato avrebbe anche chiesto al costruttore Rendo un contributo per una fondazione. Accuse che però sono state considerate insignificanti dal Csm e dal ministro della Giustizia.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PER I SONDAGGI IL PARTITO CROLLA MA BERLUSCONI INTONA L’INNO
È stato quando Berlusconi ha cominciato a cantare il nuovo, raggelante, inno della “rifondazione
del Pdl” che i suoi gerarchi, i vari Verdini, Cicchitto, La Russa, Gasparri, ma anche Alemanno e Polverini, sono rimasti senza parole.
E non per il fatto che la canzone avesse una musicalità assolutamente pedestre, quanto perchè “abbiamo avuto nettamente la percezione — ha raccontato ieri sera uno sconfortato dirigente di via dell’Umiltà — di trovarci davanti un uomo lontano dalla realtà che sta vivendo il partito. E anche il Paese”.
Lesmo, villa Germetto, quasi mezzanotte di lunedì.
È appena finita la cena convocata da Berlusconi con tutti i rappresentanti del Pdl, dai massimi vertici ai dirigenti locali, per discutere del futuro del partito in vista delle amministrative.
Ma, soprattutto, dello scandalo delle tessere false e delle future, possibili, alleanze.
Prima della cena erano girate voci incontrollate, che riferivano di un Cavaliere deciso a “saltare un giro”, a non “presentare il simbolo del Pdl alle amministrative” per appoggiare solo alcune liste civiche in modo da non rendere evidente quello che la sondaggista Ghisleri, ormai, certifica da settimane: il Pdl ai minimi storici, compresa la figura di Berlusconi.
In alcune regioni, addirittura, si sarebbe toccato la voragine dell’8%, in altre solo il 10%, in Lombardia poco più che il 15%; abissi mai raggiunti prima, a sentire uomini come Verdini, abituati a monitorare costantemente l’andamento dei consensi.
Ecco, insomma, i più fidati del Cavaliere, i Cicchitto, ma anche le Gelmini, si sarebbero aspettati da Berlusconi una strategia politica decisa.
Invece, si sono trovati davanti uno scenario completamente diverso, ma non nuovo.
Un Berlusconi che ha cominciato a parlare della “nuova azione politica” come se stesse per lanciare una nuova “operazione predellino”.
Cioè: nessuna archiviazione del simbolo del Pdl. Che anche se non ha più grande appeal, “non scalda i cuori”, però è ancora in grado di “farci portare a casa il 23% a livello nazionale”. Questo, consentirà di veder rinsaldata presto “anche l’alleanza con la Lega, ma guardano in particolare verso Casini” e che nessuno si metta in testa che il Pdl possa stare nell’ombra alle prossime amministrative; ci saranno liste civiche, certo, laddove ci sia un’oggettiva situazione di “sofferenza” (l’8% dei consensi denunciati dalla Ghisleri), ma mai e poi mai “stare in panchina”. E, ciliegina sulla torta, un nuovo inno.
A quel punto c’è stato chi dice di aver visto sbiancare Mario Valducci, ma anche lo stesso Fabrizio Cicchitto.
Perchè il Cavaliere, ormai ebbro di esaltazione, ha chiamato al pianoforte, al centro della sala, un giovane diplomato al conservatorio e ha cominciato a cantare: “Gente della libertà /gente che spera/ che canta /che crede nel sogno della libertà …”.
Ritmo rap. O, almeno, il tentativo.
Gli sguardi dei commensali pare tradissero indicibile imbarazzo, soprattutto quando B. ha svelato come è nata la melodia.
“L’ho scritta io — ha svelato Berlusconi — ad Arcore, assieme a Maria Rosaria (Rossi,ndr); l’abbiamo buttata giù in pochissimo tempo, da soli, al pianoforte”.
Alla fine della serata, un noto dirigente pidiellino ha commentato, deluso: “Speriamo di riuscire a farlo ragionare almeno domani sera prima dell’incontro con Monti”.
Già , perchè il Cavaliere deve vedere il premier all’ora di pranzo per parlare di riforme, dopo il vertice dove ha nuovamente fatto il punto con Alfano sulla legge elettorale (una riforma da fare con il Pd, con sbarramento almeno all’8%), ma soprattutto sul decreto per le semplificazioni e su alcuni emendamenti chiave del provvedimento sulle liberalizzazioni: quelli sul beauty contest delle frequenze tv.
Comunque, il suo nuovo inno del Pdl sta già tenendo banco più della sua “azione” politica.
In particolare J-Ax degli Articolo 31 lo ha trovato familiare.
Troppo.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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