Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
CHI E’ L’ASSESSORE REGIONALE INDAGATO PER FINANZIAMENTO ILLECITO AL PDL… SEMPRE UN PASSO INDIETRO A IGNAZIO, SI E’ FERMATO ALLA MATURITA’
Una vita all’ombra del padre e dei fratelli.
«Calimero» di una famiglia vincente: il papà Antonino, senatore e tra i fondatori del Movimento sociale, i fratelli Ignazio, l’ex ministro con gli occhi di ghiaccio, e Vincenzo.
Entrambi avvocati, non come lui, Romano, cucciolo di famiglia, che si ferma alla maturità classica.
Come i più grandi (c’è anche la sorella Emilia) nasce a Paternò, in provincia di Catania. È il 1952. Arriva a Milano nel 1960, le medie e il ginnasio al liceo Carducci, dove iniziano gli anni della militanza, prima con la Giovane Italia, poi con il Fronte della gioventù, i movimenti giovanili del Msi.
Sempre un passo indietro a Ignazio (Vincenzo, democristiano per tutta la vita, viene definito dal padre «il chierichetto di casa»).
Sempre nel suo cono d’ombra. Pronto ad accogliere tutte le sue scelte.
E così da almirantiano diventa finiano e, infine, berlusconiano.
Romano con il gusto della rissa (dalla San Babila degli anni Settanta alle scazzottate con i rautiani); che si prende un ceffone dal padre dopo aver sfasciato il palco in piazza Duomo quando al microfono ci sono i monarchici di Alliata («porta rispetto», gli dice); che nel frattempo gestisce la società «Prealpina» (un capannone a Pero che distribuisce sanitari per la Pozzi-Ginori), e si occupa della famiglia, cinque figli e la moglie, Donatella, l’amore della vita.
Consigliere comunale a Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni, poi il salto in Regione, ed è il ’95. Cresce, Romano.
Parlamentare europeo, nel 2008 diventa assessore regionale all’Industria, quindi, dal 2010, alla Protezione civile: balza alle cronache la sua battaglia bollata come «xenofoba» per rendere socialmente utili i profughi libici (vuole mandarli a spalare la neve).
Con Formigoni il rapporto è ondivago, alti e bassi, «soprattutto quando c’è di mezzo Cl».
Gli amici dicono che il suo maggior pregio è il cuore grande: «Romano aiuta sempre tutti, anche quando cambiano casacca. Un camerata è sempre un camerata».
Il difetto: «Si lascia trascinare dalle situazioni con troppo slancio. E quel genero, Marco Osnato, è un po’ ingombrante».
Impulsivo. «Ma questa storia dei diecimila euro – dice Stefano Di Martino, storico esponente della destra milanese – fa ridere, non ne ha bisogno. Romano è un uomo onesto».
Annachiara Sacchi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE ALLA SICUREZZA DELLA REGIONE LOMBARDIA, FRATELLO DI IGNAZIO, E’ INDAGATO PER FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI NELL’INCHIESTA ALER…COINVOLTO ANCHE IL GENERO DI LA RUSSA, IL CONSIGLIERE COMUNALE OSNATO
Una nuova bufera giudiziaria si è abbattuta sul Pdl lombardo e sul Pirellone. L’assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, Romano La Russa (fratello dell’ex ministro Ignazio), è indagato per finanziamento illecito ai partiti nell’ambito dell’inchiesta sul caso Aler, l’Azienda regionale edilizia residenziale.
Lo si evince dall’avviso di chiusura delle indagini nei confronti di 12 persone indagate a vario titolo per turbativa d’asta, corruzione e illecito contributo elettorale.
Fra gli indagati c’è anche Marco Osnato, consigliere comunale Pdl a Palazzo Marino e genero dello stesso La Russa.
Nel corso dell’inchiesta – condotta dai pubblici ministeri Maurizio Romanelli e Antonio Sangermano – è emerso che due dirigenti dell’Aler avrebbero eluso, in concorso con cinque service manager, “gare a evidenza pubblica operando il frazionamento degli affidamenti a diverse ditte”, mentre l’illecito finanziamento riguarda il contributo elettorale di oltre 10mila euro corrisposto da un imprenditore per finanziare candidature alle elezioni regionali 2010 e municipali milanesi nel 2011. Tra i beneficiari del finanziamento illecito ci sarebbero sia La Russa sia Osnato.
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
UN INDAGATO: “SOMME DA DIVIDERE TRA FORZA ITALIA E LEGA”
«Della dazione dei 20 mila euro – dice ai pm l’ex assessore leghista al Comune di Cassano d’Adda, Marco Paoletti, parlando della tangente che ammette di aver ricevuto dall’architetto Michele Ugliola, cioè dal principale accusatore del leghista presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni – io non ho mai parlato nè con Dario Ghezzi (capo della segreteria di Boni, ndr) nè con Boni o altri esponenti della Lega, anche se presupponevo che Ugliola glielo avrebbe riferito in quanto li frequentava abitualmente».
Paoletti, nei mesi scorsi espulso dalla Lega, spiega che sul «gradimento politico di Ugliola anche nei confronti del partito Lega Nord», e cioè «sul fatto che Ugliola fosse l’uomo di fiducia della Lega, ero stato già rassicurato sia da Boni sia da Ghezzi».
E «del fatto che Ugliola fosse colui che doveva occuparsi delle provviste di denaro per il movimento ebbi conferma in un successivo incontro con Ghezzi nell’autunno 2009 quando già avevo preso i 20 mila euro. Mostrai la disponibilità a contribuire alle spese della campagna elettorale di Boni, ma Ghezzi mi rispose: “Tu pensa a portare i voti, che il resto ce lo aspettiamo da Michele”» (cioè da Ugliola), «facendomi così capire che non vi erano problemi per quanto riguardava l’approvvigionamento a sostenere i costi della campagna elettorale».
Anche Gilberto Leuci, il cognato di Ugliola tra alterni rapporti, non ha notizie dirette: «Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi», perchè i pagamenti «sono stati gestiti da Ugliola».
Leuci, però, riferendosi a «12 operazioni a Cassano d’Adda per le quali ho percepito dagli imprenditori circa un milione e mezzo di euro e insieme a Ugliola abbiamo trattenuto generalmente tra un quarto e un terzo», si dice «consapevole che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega»; nonchè «a conoscenza che i soldi per la politica dovevano essere destinati pro quota ai partiti che reggevano la giunta di Cassano d’Adda, in particolare Forza Italia e Lega Nord».
Ma con quale «copertura politica»?
«Non so indicare un esponente politico preciso per quanto riguarda Forza Italia, mentre posso indicare Boni e Ghezzi come i politici di livello più alto, con cui Ugliola aveva stretti rapporti, da cui avevamo copertura».
Leuci ritiene di «averne avuto conferma quando, in un incontro con l’amministratore delegato della Serenissima Sgr, egli mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da Boni e Ghezzi, i quali dirigevano l’imprenditore verso me e Ugliola».
Anche dopo il deposito al Tribunale del Riesame dei verbali resi mesi fa da questi indagati, il peso maggiore e diretto delle accuse a Boni resta dunque appeso al controverso valore delle note dichiarazioni di Ugliola, che «a Ghezzi la mattina presto nel suo ufficio in Regione» dice di aver «dato 200 mila euro nel 2008, credo in 6-7 tranche in contanti all’interno di una busta, in relazione a un centro commerciale di Albuzzano» d’interesse per l’imprenditore veronese Monastero.
Questi, «preannunciatomi da Ghezzi, venne da me accompagnato da Monica Casiraghi», avvocato, ex vicesindaco leghista di Lissone, moglie di un ex pm monzese in forza all’Ispettorato del ministero della Giustizia, e «all’epoca consulente dell’assessorato regionale di Boni al Territorio.
Casiraghi disse a Monastero di affidarsi completamente a me perchè ero la loro persona di fiducia per queste questioni, aggiungendo che l’accordo che Monastero avrebbe preso con me sarebbe andato bene anche a Boni, a Ghezzi e a lei».
Altri «100 mila euro» Ugliola afferma di aver versato a Ghezzi «per l’area di Rodano Pioltello», una di quelle (con l’area Falck a Sesto San Giovanni e l’area Santa Giulia a Milano) per le quali a suo dire l’immobiliarista Luigi Zunino era «stato d’accordo con la proposta avanzatami da Boni e Ghezzi»: e cioè con «l’accordo stretto nell’ufficio di Ghezzi, nel senso che Boni si impegnò, in cambio della somma di un milione e 800 mila euro che Zunino avrebbe pagato, a farmi ottenere la valutazione di impatto ambientale ai fini dell’autorizzazione commerciale, impegnandosi perchè anche Nicoli Cristiani rilasciasse quella di propria competenza» (Nicoli, allora assessore regionale pdl, di recente è stato arrestato per 100 mila euro di tangente dall’imprenditore Locatelli per l’ok su una cava). Eccetto i 100 mila euro a Ghezzi asseriti da Ugliola, però, promesse e progetti di Zunino sono tutti rimasti «non concretizzati»: come pure gli ulteriori 800 mila euro che, secondo Ugliola, «Ghezzi mi disse andavano bene a lui e a Boni» per un’altra «area commerciale Marconi 2000 di Varedo», a cuore dell’immobiliarista Gabriele Sabatini «in un pranzo al ristorante “Riccione” con me, Ghezzi e Boni».
«D’altronde – è la tesi di Ugliola riparlando di Cassano d’Adda – il benestare politico a Ghezzi non poteva che venire dal suo diretto referente politico. Quando parlavo con lui parlavo con interposta persona, con Boni, essendo Ghezzi il suo capo di gabinetto. Schema di comunicazione anche in altri accordi di tangenti per aree non di Cassano».
Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA BARTOLINI DENUNCIA: “RISULTAVANO CON DIRITTO DI VOTO AL CONGRESSO IMPRENDITORI DI ORIGINE CAMPANA E PERSONE SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO”… E PENSARE CHE IL COMMISSARIO VERDINI AVREBBE DOVUTO GARANTIRE LA CORRETTEZZA DELLE ISCRIZIONI
“Stranieri senza permessi di soggiorno, destinati o, in alcuni casi, già chiusi nei Cie”. C’erano anche loro
fra i 5.780 tesserati del Pdl di Modena, oltre a persone “iscritte ad altri partiti e 100 imprenditori edili di origine campana”.
A rivelarlo è la deputata Pdl Isabella Bertolini, che due mesi fa aveva denunciato il rischio di infiltrazioni mafiose nel partito.
Troppe tessere concentrate nei Comuni della provincia più esposti alla criminalità organizzata, come Castelfranco Emilia e Carpi.
Così, la Lady di ferro del Pdl — che aveva già chiesto la testa di Giovanardi in passato e che guidò i malpancisti per chiedere a Berlusconi un passo indietro quando era ancora presidente del consiglio – aveva scritto a Roma chiedendo un intervento dei vertici del partito.
Detto fatto. Il 17 febbraio, il segretario Angelino Alfano ha deciso di commissariare il partito, inviando a Modena Denis Verdini a fare le dovute verifiche.
Di conseguenza, il congresso è stato rinviato sine die.
Ma c’è un’altra novità . “Ad oggi abbiamo già eliminato più di 100 tessere”, fa sapere l’ex coordinatrice del partito modenese.
Tra questi c’erano anche “iscritti ad altri partiti, come Fli e Forza Nuova, e stranieri senza permesso di soggiorno”.
A chi appartenevano queste tessere? “Di certo non alla mia lista”, assicura la deputata. Dai primi controlli “è emerso quello che avevo detto, cioè che ci sono soggetti legati al mondo dell’edilizia, tutti di origine campana, residenti in alcuni Comuni della provincia. È su questi Comuni che ora faremo un’ulteriore verifica intestandoci le tessere”.
Con questa mossa, i nodi dovrebbero venire al pettine: “Se ci sono stati tentavi di scalate esterne al partito, questo verrà fuori ed elimineremo gli iscritti”, ragiona la deputata.
Qualora, invece, tutte le tessere dovessero trovare una “paternità ”, sarà responsabilità di chi ha presentato l’iscritto garantirne i requisiti di rispettabilità e moralità .
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
LE TESTIMONIANZE E LE STORIE DI ERITREI E SOMALI NEL FILM DOCUMENTARIO “MARE CHIUSO”, DURO ATTO DI ACCUSA AL GOVERNO ITALIANO… AVEVANO DIRITTO ALL’ASILO
«Ci state gettando nelle mani degli assassini… Dei mangiatori di uomini…».
Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi.
Avevano diritto all’asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare.
C’è un video, di quell’operazione. Girato con un telefonino.
Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l’Italia.
Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani.
Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.
«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perchè nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori.
Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto.
Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare.
E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati».
L’atto di accusa contro l’Italia per avere violato le regole del diritto d’asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo.
Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte.
Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati nè informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».
Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l’alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime.
La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all’asilo chi scappa per il «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche».
E l’articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo».
Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com’erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…».
Oppure, stando alla denuncia dell’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara.
Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l’85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L’Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».
Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere.
Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all’asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l’agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia».
Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».
Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l’impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell’attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione.
A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».
Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film.
Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d’asilo, nell’aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa.
Poi, messi insieme ancora un po’ di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L’avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L’arrivo di un elicottero italiano. L’apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici».
Poi la delusione. L’irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all’asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.
Semere l’ha avuto infine, quell’asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all’apposito ufficio.
Dopo due anni e mezzo d’inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all’aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l’hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia.
Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
CARABINIERI PER TRE ORE NEGLI UFFICI DEL PDL… CORRUZIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO DEI PARTITI LE IPOTESI DI REATO NEI SUOI CONFRONTI… E LA LEGA STUDIA COME SCARICARE BONI
I carabinieri del Noe di Milano sono stati ieri mattina per circa tre ore negli uffici del Pdl al consiglio regionale della Lombardia, dove hanno acquisito documenti.
Lo si è appreso da fonti del Pirellone, anche se non è chiaro su quale inchiesta stiano facendo luce i militari.
Ciò che è certo è che i carabinieri si sono recati nell’ufficio del consigliere Angelo Giammario, che risulta indagato dalla Procura di Milano con l’ipotesi di corruzione e finanziamento illecito dei partiti.
All’alba. del resto, le forze dell’ordine avevano eseguito un’altra perquisizione proprio nella casa del consigliere regionale del Popolo della Libertà .
Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e affidata al pm Giordano Baggio, ci sarebbero altri indagati.
La vicenda non sarebbe legata a quelle per cui sono indagati il presidente del Consiglio regionale Davide Boni e l’ex assessore Nicoli Cristiani.
L’esponente del Pdl è vicepresidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia e membro della commissione Sanità , mentre in passato è stato sottosegretario regionale ai rapporti con Milano.
Nel 2006, come riporta il suo sito personale, è stato designato da Formigoni come rappresentante della Regione nel Cda dell’università Bocconi. Giammario, 50 anni, originario di Molfetta (Bari), è stato nel 1997 anche consigliere comunale a Milano.
“Non commento notizie non ufficiali”: il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si è limitato a rispondere così ai cronisti che, al termine di una conferenza stampa sulla conciliazione al Pirellone, gli hanno chiesto della presenza dei carabinieri negli uffici del Pdl in Consiglio regionale.
Di fatto, il caso Boni continua a causare malumore negli ambienti del Carroccio.
Ed è ancora a rischio la sua permanenza sia alla presidenza sia nel gruppo della Lega. Nel fortino di via Bellerio, infatti, i vertici del partito stanno ancora “valutando la situazione”.
Certo, se Boni dovesse lasciare i banchi del Carroccio si ritroverebbe a iscriversi al Gruppo Misto.
Che con lui salirebbe a due consiglieri: Boni e Filippo Penati.
Fu l’ex segretario politico di Pier Luigi Bersani, infatti, a creare il Gruppo Misto quando, anche lui indagato per tangenti, fu costretto a lasciare il Pd.
Sorte comune, dall’ufficio di presidenza al gruppo dei presunti tangentisti.
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA UN ARCHITETTO “SCARICATO”… SOSPETTI SUL CANTIERE DELLA NUOVA AUTOSTRADA BRESCIA-BERGAMO-MILANO: “OCCORRE CAMBIARE L’ARCHITETTO”
Architetto, possiamo leggerle un verbale d’interrogatorio? 
Angelo Lonati, 57 anni, capelli lunghi e jeans, apre la porta dello studio super-ecologico, nelle verdi e piatte campagne di Groppello d’Adda.
E ascolta le parole di un imprenditore ai magistrati milanesi: “Il sindaco Sala (Edoardo, ex dc, ora pdl, inquisito e sommerso da indizi) ci aveva imposto, in buona sostanza, che per l’approvazione del progetto era necessario abbandonare l’architetto Lonati… “.
Lonati, a sentire il suo nome, impallidisce.
Proseguiamo la lettura: abbandonato lui e altri professionisti di Cassano d’Adda, questi imprenditori dovevano rivolgersi “all’architetto Ugliola.
Pur di vedere realizzato il nostro progetto – si legge nel verbale – acconsentimmo all’imposizione del sindaco”.
Ma in un incontro successivo la “trattativa prese una piega inaspettata”: per realizzare il progetto “era necessario elargire denaro”.
“Finito?” domanda Lonati, e maschera l’amarezza dietro un sorriso: “Un po’ lo immaginavo, ma apprenderlo così, nero su bianco, mi fa effetto. Hanno lavorato per tagliarmi fuori, all’improvviso non s’è fatto più vivo nessuno”.
Mostra cartine e foto: “Il Linificio Canapificio Nazionale era una fabbrica famosa, con la corderia più lunga d’Europa, tanto sono state fatte lì le cime per l’Amerigo Vespucci, che erano lunghe 480 metri. Ora è un’area dismessa, bellissima, io sono nato a Cassano e so che lì si gioca il futuro della nostra cittadina. Il 21 dicembre 2004 il Comune l’aveva approvato, ma poi… “.
Il documento è facile da trovare: tra i firmatari a favore c’era Sala, che poi, diventato sindaco, rema contro.
C’è una questione cruciale da non tacere.
In questa zona della metropoli che arriva sino a Segrate approderà la nuova Bre-Be-Mi, l’autostrada nuova tra Milano e Brescia.
Forse qualcuno ricorderà Piero Di Caterina, della Caronte, come l’accusatore principale di Filippo Penati, ds.
Ma Di Caterina aveva raccontato anche di una mazzetta al sindaco di Segrate, Adriano Alessandrini, pdl: 40 mila euro in un cesto d’alta gastronomia, tra caviale e champagne.
Reale o inventato che sia quel “contributo”, chi oggi va in giro per le sette frazioni di Segrate sente parlare soprattutto di “terreni” che cambiano destinazione d’uso.
Che da agricoli diventano edificabili. E andando in giro tra la statale rivoltana e la paullese, gli operai dei cantieri confermano che fervono iniziative per i nascenti centri commerciali, quelli che il bresciano Franco Nicoli Cristiani, arrestato per una mazzetta consegnata nel ristorante Da Berti, auspicava.
Qui si capisce meglio perchè i magistrati parlino di un sistema Pdl-lega.
Ieri abbiamo pubblicato parte dei verbali esplosivi dell’architetto-mazzetta Michele Ugliola, in cui ammette “sei o sette buste” piene di denaro consegnate durante il 2008 nell’ufficio del presidente del consiglio regionale, il leghista Davide Boni.
Pare interessante apprendere che il primo lavoro eseguito da Ugliola a Cassano sia l’ampliamento della Casa di riposo.
Quando? “Ma quando è sindaco un leghista. E adesso, quando il sindaco è diventato l’ex dc Edoardo Sala, dilagava”, dice un consigliere comunale.
Se Ugliola sembrava un anello di congiunzione tra Franco Nicoli Cristiani, allora assessore alle attività produttive, e Davide Boni, allora assessore al Territorio, le sue tracce non sono chiare.
Però si scopre che anche ad un altro imprenditore di Cassano fosse stato chiesto di mollare quell’architetto Lonati.
A differenza dei primi, quelli del Linificio, non accetta.
Si chiama Battista Benigni e credeva – ex presidente del Monza e vice dell’Atalanta – di avere le spalle forti.
Voleva che tutti i lavori del suo albergo fossero firmato da Lonati.
Risultato: “So che sono venuti qui, ma per favore non mi chieda chi, e gli hanno fatto una “tirata”.
Il principale – racconta uno che lavora con lui – credeva esagerassero, ma il tempo passa e ancora non gli danno l’agibilità dell’ultimo piano. Ha sanato, pagato, era tutto condonato, niente da fare, resta inagibile”.
Questo è anche il potere della tangente: cancella la meritocrazia (Lonati) e aggiunse sopruso a sopruso (l’albergo inagibile).
Ugliola, carneade dell’architettura, gran parlatore, aveva dunque un potere misterioso in Lombardia.
Perchè, altrimenti, dargli un bell’incarico di consulenza all’Aler, e cioè dell’ex istituto case popolari di Milano, con tanto di ufficio interno? Non è cosa da poco, Aler: è uno dei più giganteschi proprietari immobiliari d’Europa, conta moltissimo.
Solo nel 2010, quando i “boatos” cominciavano a sentirsi, l’attuale presidente Loris Zaffra, ex socialista, ora pdl, gli ha chiuso questa consulenza.
Se l’era trovato già lì (sempre dai tempi della Lega).
E Aler non ha solo caseggiati, ha anche terreni. E quello dei terreni, in questa zona tra Milano e Bergamo, così dicono, viene considerato “l’affare” del nuovo millennio. Altro che Expo.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
SONDAGGI E WEB CONCORDI… LA FRASE DEL MINISTRO “VOGLIONO SOLO STRUMENTALIZZARE, E’ LA COSA CHE MI FA PIU’ SCHIFO DELLA POLITICA” RIVOLTA AL PDL TROVA GLI ITALIANI SOLIDALI
“Vogliono solo strumentalizzare. E’ la cosa che più mi fa schifo della politica”.
Le parole del ministro Andrea Riccardi non fanno scoppiare solo un caso istituzionale. Alla mozione di sfiducia presentata da quarantacinque senatori del Pdl, si accompagna la discussione in rete.
Fiducia nei partiti, antipolitica, le capacità comunicative dei ministri del governo Monti. I temi sul tavolo sono tanti.
E i cittadini si dividono tra chi approva le dichiarazioni del ministro alla Cooperazione e chi, invece, ne chiede le dimissioni.
Un passo indietro in nome della corretta dialettica tra l’esecutivo e i partiti.
“Riccardi ha solo detto come stanno le cose”, “ha già esagerato a definirla Politica”, “è solo stato onesto”.
Sono in tanti che sui social network difendono le affermazioni del ministro.
C’è chi prova a distinguere: “Riccardi non ha offeso la politica. Ha solo detto la sua su un certo modo di farla”.
Il riferimento è alla decisione del segretario del Pdl, Angelino Alfano, di non partecipare al vertice tra Mario Monti e i segretari dei partiti che appoggiano il governo.
“Riccardi è sgradito al Pdl perchè è quanto di più lontano possa esserci dalla loro cultura. Leggi alla voce cittadinanza e immigrati”.
In tanti non risparmiano critiche ai vertici del Popolo delle Libertà .
“Nitto Palma – l’ex guardasigilli che si è fatto promotore della mozione di sfiducia – ha solo la coda di paglia”.
E ancora: “Visto che il Pdl sta con Putin e la Lega con Boni, non ho nessuna remora a dire che sto dalla parte di Riccardi”.
E interviene, su Twitter, anche il democratico Paolo Gentiloni: “La fatwa del Pdl contro Andrea Riccardi è la perfetta rappresentazione di un partito allo sbando”.
C’è addirittura chi esulta. “Ho letto che c’è una mozione di sfiducia. Bisogna esultare. Ma a favore del ministro”.
Non manca qualche critica all’ex presidente della Comunità di Sant’Egidio. “Queste dichiarazioni servono solo ad alimentare il clima di antipolitica. E sinceramente non se ne sente assolutamente il bisogno”.
Ancora: “Se è così schifato perchè non lascia la poltrona?”.
Poi: “Certo, avrebbe potuto formulare meglio la sua posizione. E comunque non deve dimenticare che fa il ministro grazie ai partiti che hanno votato la fiducia al governo”. Decine i commenti negativi su Spazio Azzurro, il Forum del Pdl: “Deve dimettersi, ha insultato i rappresentanti del popolo”.
Poi i paragoni. “Ma come? Riccardi usa la parola ‘schifò e quelli che hanno messo agli atti parlamentari che Ruby era la nipote di Mubarak chiedono la sfiducia? Sono ridicoli…”.
Poi: “Hanno fatto finta di niente sul Bunga Bunga e adesso fanno gli indignati. I parlamentari del Pdl dovrebbero vergognarsi”.
Infine: “E quante volte, Gasparri e gli altri, avrebbero dovuto chiedere la sfiducia per Bossi, che un giorno si e l’altro pure insultava la bandiera italiana, le istituzioni e il Capo dello Stato?”.
Carmine Saviano
(da “La Repubblica”)
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
ARIA DI LIBERI TUTTI NEL PDL TRA TESSERE FALSE, COLONNELLI LOCALI CHE SI RIPOSIZIONANO, PARLAMENTARI A CACCIA DI RICANDIDATURA E MINI-SCISSIONI…E BERLUSCONI SI PREPARA PER IL DOPO
Nel ventennio breve del Cavaliere, mai era stato così vasto e indefinito il caos nel partito
berlusconiano.
Tessere false (a Salerno si indaga sulle infiltrazioni della camorra), scissioni locali (l’ultima a Lecco), ras e colonnelli ognuno per conto proprio, deputati e deputate in cerca di ricandidature, seminari di partito da disertare per marcare le divisioni (nel prossimo fine settimana a Orvieto).
A sovrastare tutto e tutti l’inedito dualismo del “quid”: da un lato il padre nobile (o grande elettore) Silvio Berlusconi, dall’altro il segretario Angelino Alfano, cui mancherebbe appunto quel “quid” per vincere, secondo una battuta dello stesso Cavaliere poi seguita dalla solita smentita di circostanza.
In questa immensa nebulosa ha fatto irruzione da un po’ di giorni il mistero di “Tutti per l’Italia”, la nuova invenzione sognata dal B. innamorato di Monti e della Grande Coalizione post 2013.
Che cos’è “Tutti per l’Italia”. Un nuovo partito? La rifondazione del centrodestra, considerata la rottura definitiva con Bossi? Una federazione tra una nuova An, una nuova Forza Italia e una ritrovata Udc?
Oppure, più probabilmente, un listone civico nazionale parallelo al Pdl?
Racconta un ex ministro berlusconiano : “La confusione è tanta ma gli schemi sono due”. Il primo è perseguito da Alfano e punta innanzitutto sulla ricomposizione in chiave Ppe con Casini, sperando, sotto sotto, nella rottura tra il leader dell’Udc e Gianfranco Fini all’interno del Terzo Polo (in questa direzione c’è chi dice che Fini si dimetterà da presidente della Camera dopo le amministrative).
Il secondo risponde all’ultima equazione attribuita a Berlusconi: partiti uguale schifezza e sfiducia. È l’oltrismo del Cavaliere.
Cioè andare oltre il partito con una lista civica nazionale propedeutica alla Grande Coalizione permanente.
In Transatlantico il progetto viene intestato “ai milanesi”, identificati così: il Giornale di Sallusti e Feltri, Daniela Santanchè, il Foglio di Giuliano Ferrara (che però a Milano non ha più la redazione centrale”.
Sarebbero loro a insufflare il Cavaliere con quest’idea.
Non a caso è proprio il quotidiano dell’Elefantino a condurre dalla scorsa settimana una campagna su “Tutti per l’Italia”.
E non a caso è stato proprio il Giornale, a inizio a febbraio, a rivelare la bozza di una Fondazione Berlusconi, una sorta di partito guidato da manager, preparata dall’imprenditore Diego Volpe Pasini.
Una bozza smentita con irritazione dal portavoce di B. Paolo Bonaiuti. Da sempre, infatti, la tentazione di un nuovo contenitore azzurro spaventa i difensori dell’esistente. Fino a qualche mese fa, l’obiettivo era ridare slancio movimentista al berlusconismo.
Adesso il nuovo clima montiano ha rielaborato il progetto nel senso del listone civico e nazionale.
Di qui il nome “Tutti per l’Italia”.
Le suggestioni sulla composizione al momento sono varie ma saranno sciolte solo dopo l’esito delle amministrative, quando un eventuale tracollo del Pdl (ormai dominato territorialmente dagli ex An) sarà certificato dalle urne.
Anche per questo, dicono da Palazzo Grazioli, “il Presidente non metterà la faccia sulle elezioni, il problema riguarda soprattutto Alfano”.
Un altro indizio importante sul dualismo del “quid”.
A quel punto i “tuttisti” potrebbero allargarsi a 360 gradi. A cominciare dai tecnici della sobrietà e dai presunti campioni dell’antipolitica.
Rispettivamente il super-banchiere Corrado Passera e il desaparecido Luca di Montezemolo (spiazzato dalla popolarità del governo Monti).
Ma il listone potrebbe anche diventare il rifugio di parecchi scontenti (come il lombardo Mario Mantovani) e di un manipolo di deputate di “Forza Gnocca” allo sbando (dalla “badante” berlusconiana Maria Rosaria Rossi a Gabriella Giammanco).
Sempre che i resistenti del “Porcellum” (soprattutto gli ex An e non solo) riescano a imbrigliare i giochi sulla legge elettorale.
Una partita complessa e ancora tutta da giocare.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, PdL, Politica | Commenta »