Ottobre 17th, 2014 Riccardo Fucile
SI PASSA DALL’ 11,5% AL 20%: “MIOPIA ISTITUZIONALE”
L’obiettivo è quello di far ripartire i consumi con il Tfr in busta paga, il rischio è che si
comprometta la “seconda gamba” delle pensioni, cioè la previdenza integrativa.
Sui rendimenti dei fondi pensione si scaricherà una sorta di stangata con la tassazione che passerà dall’11,5% al 20%, in più gli aderenti ai fondi potranno sospendere per un periodo (dal 2015 al 2018, per ora) i versamenti per ricevere, così, l’anticipo della liquidazione e spendere il proprio risparmio previdenziale.
Ma ci saranno anche altri effetti collaterali provocati dalla norma che prevede l’anticipo del Tfr nella busta paga a partire dalla metà del prossimo: per esempio che per il lavoratore interessato l’operazione si tradurrà in un aumento di tassazione visto che non si estenderà il trattamento fiscale favorevole fissato invece per il Tfr nella sua funzione classica.
Ed è presumibile che nel momento della scelta (irreversibile nella fase di sperimentazione dell’operazione, dal 2015 al 2018) i lavoratori (dipendenti delle aziende private ma non del pubblico impiego e dell’agricoltura) terranno conto di tutti questi fattori.
La volontarietà , infatti, rimane il caposaldo del progetto dell’esecutivo.
Il Tfr, istituto che gli altri paesi non hanno, doveva servire, con la riforma del 2007 e dopo aver svolto per decenni il solo compito della buonuscita alla fine del lavoro perlopiù nella stessa azienda, ad alimentare i fondi previdenziali integrativi per rendere un po’ più consistente il futuro assegno pensionistico.
Fu fatta una grande campagna bipartisan e sindacale perchè i fondi complementari decollassero anche con l’idea che potessero diventare protagonisti (i fondi raccolgono oggi più di 120 miliardi di euro) in un mercato finanziario asfittico com’è tradizionalmente quello italiano.
Qualcosa si è mosso e attualmente ai fondi è iscritto circa il 30 % dei lavoratori dipendenti.
E i fondi nel lungo periodo sembrano in grado di garantire rendimenti superiori a quelli, fissati per legge, del Tfr.
D’altra parte, con il passaggio, nel 1996 con la riforma Dini, dal sistema retributivo a quello contributivo il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra l’ultima retribuzione e l’importo della pensione, è ormai destinato a ridursi in maniera significativa, quasi a dimezzarsi.
Tanto più per i lavoratori più giovani con una carriera professionale discontinua, tanto più per effetto della lunga crisi economica visto che il calcolo della pensione tiene conto pure della dinamica del Pil.
Ruolo assegnato alla previdenza integrativa, appunto: compensare la perdita.
Con la mossa del governo è indubbio che possa invece arrivare una frenata alla previdenza integrativa.
Da una parte perchè potrà chiedere l’anticipo del Tfr anche chi ha aderito a un fondo, sospendendo così per il periodo 2015-2018 il versamento rinunciando nello stesso tempo al contributo del datore di lavoro che varia, a seconda dei contratti, dall’1 all’1,8%.
Dall’altra parte perchè il governo ha deciso di incrementare in maniera pesante la tassazione sul risparmio previdenziale: il prelievo sui rendimenti dei fondi salirà dall’11,5 al 20%.
Una quota ancora inferiore a quella del 26% fissata per le rendite finanziarie ma comunque un passo verso l’armonizzazione delle aliquote e in controtendenza rispetto al passato in cui per incentivare l’adesione ai fondi si agì sulla leva fiscale.
E contro l’inasprimento fiscale sono in rivolta le casse previdenziali dei professionisti sulle quali l’imposizione crescerà dal 20 al 26%.
«Miopia istituzionale», l’ha definita Andrea Camporese presidente dell’Adepp.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ESCLUDE INTERVENTI A FAVORE DEGLI INDIGENTI, PREFERISCE INGRAZIARSI CONFINDUSTRIA
Nel 2013 quasi la metà dei pensionati (il 43,5%, pari a 6,8 milioni di persone), aveva un reddito pensionistico inferiore a 1.000 euro al mese.
Lo si legge nel Bilancio sociale Inps.
Oltre 2,1 milioni di pensionati (il 13,4%) aveva un reddito inferiore ai 500 euro mentre quasi il 70% aveva meno di 1.500 euro al mese.
Il ministro del welfare, Giuliano Poletti, assicura che la Legge di Stabilità non conterrà misure sulle pensioni.
“Al momento nella legge di stabilità non sono previsti specifici interventi sulle pensioni” ha detto il ministro, “domani facciamo la discussione, ma per ora non ci sono nè tagli nè aggiunte”
Crollo dei lavoratori pubblici nel 2013: rispetto al 2012 sono diminuiti di 64.491 unità (-2,1%).
I dipendenti del settore privato sono diminuiti di 140.195 unità (-1,1%) mentre i parasubordinati hanno perso oltre 100.000 iscritti (-9,3).
Nel complesso gli iscritti sono diminuiti di 357.000 unità (-1,6%).
Nel 2013 è salita la spesa per ammortizzatori sociale.
Al netto dei contributi figurativi l’esborso dell’Inps è risultata pari a 14.514 milioni, con un incremento di 1.982 milioni (+15,8%) rispetto ai 12.532 del 2012 a cui si aggiunge la spesa per contributi figurativi di 9.077 milioni, la spesa totale risulta pari a 23.591 milioni di euro, con un incremento di 938 milioni (+4,1%) rispetto ai 22.653 milioni del 2012.
I lavoratori hanno percepito un ammortizzatore sociale sono stati oltre 4 milioni e mezzo: le prestazioni (tenendo conto che uno stesso individuo può aver fruito di prestazioni di tipo diverso) sono state 4.897.868, contro 4.330.905 del 2012, quindi oltre 560 in più.
L’incremento maggiore della spesa è stato rilevato per l’indennità di mobilità che ha superato il 17%; la spesa per la Cig nel suo complesso è cresciuta del 9,6% mentre la spesa per indennità di disoccupazione è calata dell’1%.
La Cig in particolare ha coinvolto più di 1 milione e mezzo di lavoratori (+1,1% rispetto al 2012), la mobilità ne ha interessati oltre 300 mila e la disoccupazione nel suo complesso quasi 3 milioni e mezzo.
«L’analisi dei dati riguardanti il numero dei beneficiari di ammortizzatori sociali nel 2013 – si legge nel Rapporto – testimonia il perdurare delle difficoltà affrontate da imprese e lavoratori italiani».
La permanenza media pro capite in Cig è stata pari a 2 mesi e 4 giorni lavorativi.
(da “Huffintonpost”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
CLASSE MEDIA DA SPREMERE E CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’
Non si chiamano più «pensioni d’oro» e si preferisce parlare di «pensioni alte», almeno da quando il
ministro Giuliano Poletti annunciando un ennesimo prelievo sugli assegni Inps ha riconosciuto che per incassare una cifra adeguata occorre abbassare la cosiddetta asticella.
Basterebbe, per esempio, fissarla a 1500 euro lordi e la platea si allargherebbe al punto da risolvere il problema, o quasi.
Ovviamente non sarà quella la soglia. Ma si presume sia quella contenuta nel rapporto sulla «spending review» di Carlo Cottarelli che prevede un giro di vite temporaneo, in linea con quelli indicati a suo tempo dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, ossia intorno ai 2.500-3 mila euro.
Sui calcoli di governo grava però un equivoco.
Il piano di Cottarelli si riferisce agli assegni sopra i 2.500 euro lordi, che non possono essere considerati d’oro.
Corrispondono a prestazioni mensili poco sotto i 1.700 euro. Classe media da spremere se si vuole fare un po’ di cassa, ma certamente non un’operazione di giustizia sociale. Il loro numero è pari a 956.215 (dati Inps del 2012), il 5,7% del totale.
Comunque persone e famiglie con un reddito da classe media.
Se il riferimento è invece ai pensionati che percepiscono pensioni nette tra 2.500 e 3.000, il rischio è una misura non efficace.
I pensionati con un reddito lordo sopra i 4.800 euro al mese sono meno di 50 mila. Cifre ancora più ridotte per le classi di pensionati che incassano assegni più ricchi, basti ricordare che il contributo di solidarietà richiesto dal governo di Mario Monti, che colpiva i pensionati con redditi sopra i 150 mila euro lordi all’anno, ha portato allo Stato appena 81 milioni di euro, soldi che poi sono stati restituiti in quanto, com’è noto, la Corte Costituzionale ha bocciato clamorosamente il prelievo.
Il piano di Cottarelli chiede un contributo di solidarietà del 10-15% e un blocco della indicizzazione biennale.
Le voci più insistenti parlano però di un 10% per la durata di un biennio.
Ebbene, facciamo un po’ di conti. Dato che non conosciamo dove verrà posizionata la famosa «asticella», abbiamo ipotizzato diverse situazioni, con pensioni di importo mensile da 2 mila a 7 mila euro.
Le rendite con un importo mensile sopra i 7 mila euro, grazie alla Legge di Stabilità del 2014, stanno già scontando (e lo faranno sino a tutto il 2016) un prelievo che va dal 12 al 18%.
Tornando ai nostri conteggi possiamo notare che un pensionato che abita a Milano o Roma, con un assegno lordo di 3 mila euro, in realtà , tolte le tasse (Irpef più le addizionali, comunale e regionale), ogni mese mette in tasca 2.113 euro.
Ma non solo. Se il ticket sarà veramente pari al 10% dell’importo lordo, alla fine dell’anno subirà un prelievo di ben 3.900 euro, pari a circa due mensilità di pensione netta.
Altro che pensione d’oro.
Domenico Comegna
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 29th, 2014 Riccardo Fucile
I NOSTRI ANZIANI PAGANO PIÙ IMPOSTE RISPETTO A QUANDO LAVORAVANO…. PER OGNI ESERCIZIO CHE NASCE NE MUOIONO DUE
Pensionati supertassati e negozi che chiudono: questo il quadro a tinte fosche dell’Italia nei primi mesi del 2014, presentato da Confesercenti e Confcommercio
PENSIONI
L’Italia è il paese più longevo d’Europa, ma anche quello che tratta peggio i propri pensionati. Gli anziani, dopo una vita di contributi, pagano proporzionalmente più tasse di quando lavoravano.
“Un anziano che riceve un assegno mensile di 1500 euro lordi detrae 72 euro in meno rispetto a quanto fa, invece, un lavoratore dipendente con un reddito dello stesso importo”, ha spiegato il presidente Marco Venturi, durante la festa nazionale della Fipc (Federazione Italiana Pensionati del Commercio).
L’anomalia maggiore, però, è che il prelievo fiscale è tanto maggiore quanto più la pensione è bassa.
Le pensioni sotto i 1500 euro, infatti, possono detrarre 131 euro in meno dei lavoratori con lo stesso reddito.
Le pensioni, però, non vengono erose solo dalle tasse.
Nel 2014 i nonni italiani hanno perso 1419 euro di potere d’acquisto rispetto al 2008. “Sono oltre 118 euro al mese, sottratti a consumi e ai bilanci delle famiglie” ha specificato Venturi, secondo cui è sempre più indispensabile una riforma del sistema fiscale, che estenda anche ai pensionati il bonus fiscale, in modo da ammortizzare, almeno in parte, la perdita su base mensile.
EUROPA
Opposta la situazione nel resto d’Europa: sulla stessa pensione da 1500 euro, un nonno romano paga il doppio rispetto a un suo “collega” spagnolo, il triplo rispetto a un inglese e cento volte di più rispetto a un tedesco.
“Un pensionato italiano paga il circa 4000 euro l’anno di tasse, il 20,7% di quanto riceve dall’Imps — ha spiegato Venturi — in Germania quello stesso pensionato invece è tassato allo 0,2, pari a 39 euro annui”.
E il discorso non cambia nemmeno quando si considerano pensioni più basse: chi riceve circa 750 euro, -1,5 volte il trattamento minimo — è tassato al 9,17%.
La stessa pensione in Germania, Francia e Spagna sarebbe, invece, esentasse.
COMMERCIO
Nei primi cinque mesi dell’anno, per ogni nuovo negozio aperto due hanno chiuso.
I più colpiti sono stati bar e ristoranti, aumentano invece le licenze per il commercio ambulante
Unica per quanto magra consolazione è che il dato — fornito dall’Osservatorio sulla demografia delle imprese della Confcommercio — è comunque migliore rispetto a quello registrato nello stesso periodo nel 2013: 52.716 esercizi chiusi quest’anno, contro i 55.815 dell’anno scorso.
Il più colpito è il Meridione, con 17mila imprese in meno.
Secondo l’Osservatorio, i dati confermano come non ci siano ancora segnali concreti di una vera ripresa, anche se “le imprese stanno riuscendo a contenere gli effetti della crisi, nonostante una domanda interna stagnante, l’elevata pressione fiscale e i mancati pagamenti dei debiti della p.a.”.
Giulia Merlo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 11th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 473.000 GLI OVER 60 CHE VIVONO ALL’ESTERO…PARTONO PER MOTIVI ECONOMICI, PERCHE’ STANCHI DELLO STILE DI VITA E DI PENSIONI INSUFFICIENTI
L’Italia non è nemmeno un Paese per vecchi. Oggi i pensionati sono in fuga insieme ai giovani. Per l’Istat
sono 473mila gli over 60 che vivono all’estero.
Gli ultimi a partire lo fanno soprattutto per motivi economici. Nel nostro Paese un pensionato su due prende meno di mille euro al mese. E così fa le valigie chi non vuole rinunciare allo status di un tempo.
Chi altrimenti dovrebbe trasferirsi a casa del figlio per arrivare a fine mese. Chi è deluso dalla politica, dallo sfacelo dell’economia, dalla maleducazione delle persone.
Chi è in cerca del benessere, lontano da ansie e stress e possibilmente al caldo.
Chi dopo la morte del coniuge non ce la fa più a frequentare i soliti luoghi.
Costa Rica, Thailandia, Filippine, Colombia, Brasile e Cuba dove, secondo l’Inps, i pensionati italiani da 20 nel 2010 sono passati a 70 dopo l’apertura delle frontiere a gennaio 2013.
E ancora Panama, Canarie, Tunisia, Marocco, Capo Verde, Kenya e Bulgaria sono le mete di ritiro più gettonate nell’ultimo anno.
Le nuove terre di residenza dove qualcuno desidera perfino essere seppellito.
La gentilezza della Thailandia
“Qui la gente è gentile e ti saluta per strada”, dice Antonio Mammato, 65 anni, che due anni fa ha salutato la costiera amalfitana per trasferirsi a Phuket, in Thailandia (dove vivono 350 pensionati italiani, cioè 200 in più rispetto a tre anni fa).
Il senso di sicurezza che avverte per strada lo fa respirare: “Posso lasciare il motorino con il casco nelle zone più affollate e nessuno me lo ruba”.
Ingegnere ed ex dipendente comunale: “Ho chiuso lo studio dopo la morte di mia moglie nel 2001. Per ora vivo di risparmi ma sono in attesa della pensione Inpdap, mille euro netti al mese: qui è lo stipendio di un dirigente!”.
Antonio vive in un monolocale di fronte all’università , per l’affitto spende cento euro al mese, più 15 euro circa per le bollette, e giura: “La stanza mi serve solo per dormire, il resto del giorno lo passo fuori. Il clima è sempre bello”.
E dell’Italia dice: “Sembra un formicaio impazzito. Io non voglio più vivere così”.
In Thailandia si può permettere di tutto: “Pago 1,20 euro per un pasto, 2,50 per una camicia e 4/5 per un paio di pantaloni. E 200 euro di tasse all’anno. Ho una bella macchina e vivo nel quartiere più esclusivo dell’isola”.
Se fosse rimasto in Italia non avrebbe potuto mantenere lo stile di vita di quando lavorava. Anche la compagnia non gli manca. “Ho tanti amici italiani”.
Come Giovanni Giurlanda, 62 anni, di Padova, ex impiegato di banca, dal 2006 in Thailandia. “Sono partito perchè non sopportavo l’idea di starmene da solo con le mani in mano”, racconta Giovanni, divorziato dal 2002.
Cosa fa in Thailandia adesso? “Vivo! Ho scoperto uno stile semplice e più naturale: vado in spiaggia e a pescare quasi tutti i giorni, gli abitanti vivono alla giornata e ti trasmettono molta serenità ”.
Giovanni prende duemila euro di pensione. Si è comprato una casa dove abita con la sua nuova compagna. “Un altro motivo per cui me ne sono andato dall’Italia è l’arroganza delle persone, la poca serietà dei politici e la situazione che non si smuove. Ero stanco di tutto questo, davvero”.
Al sole di Tenerife
La signora Elena, toscana di nascita, nella vita precedente faceva la stilista a Milano. Poi tre anni fa ha voltato pagina, a Tenerife. Oggi studia spagnolo e sta all’aria aperta con le amiche.
Perchè ha fatto le valigie? “Non per soldi. In Italia soffrivo di mal di schiena. Qui mi sono ripresa: il microclima delle Canarie mi aiuta sia fisicamente sia psicologicamente. Poi, mi creda, non ho più potuto assistere al degrado culturale, alle piccole industrie che chiudevano a favore delle grandi catene. Ai governi vergognosi. È stato troppo umiliante”.
Quali sono i vantaggi dell’isola? “Il clima, caldo e non piovoso tutto l’anno, e il fatto di essere nell’Unione Europea con un’impostazione da Paese nordico: burocrazia e sanità efficiente, ordine, pulizia, ambiente curato. Mi fa sentire rispettata”.
Pensa di rientrare in Italia? “Mai. Neanche nella tomba. Voglio essere seppellita qui”.
Panama, Costa Rica, Belize: alla ricerca di regimi fiscali agevolati e qualità di vita
“In un anno le richieste di pensionati sono aumentate del 30 per cento — dice Alessandro Castagna, responsabile di Voglioviverecosì, il portale dedicato a chi vuole cambiare vita -. Andalusia e isole Canarie sono le destinazioni più frequenti perchè sono abbastanza vicine, fanno parte dell’Unione Europea, godono di un buon sistema sanitario, c’è poca criminalità , burocrazia efficiente e la lingua è facile”.
La conferma arriva anche da Massimo Dallaglio di Mollotutto, altro sito web utile per farsi un’idea delle opportunità oltreconfine -.
Gli anziani vogliono informarsi sulle mete migliori, sul costo della vita, su come si fa a trasferire residenza e pensione all’estero. Noi abbiamo referenti italiani in loco con cui possiamo metterli in contatto. In generale — precisa Dallaglio — attirano i Paesi con un regime fiscale agevolato, per esempio la Tunisia, dove si sborsa il 25 per cento di tasse sul 20 per cento di reddito. E c’è un accordo che garantisce ai pensionati italiani una copertura medica totale.
Anche in Costa Rica, dopo un pagamento mensile in base al reddito (massimo cento euro), si ricevono le cure completamente gratis.
Mentre in Belize, altra nuova meta di ritiro, i vantaggi fiscali vanno dal rimborso di tutte le spese necessarie per il cambio di residenza, allo sconto del 50 per cento su tutte quelle di soggiorno temporaneo sostenute prima di acquistare o affittare una casa, sulle assicurazioni mediche e i biglietti aerei.
E a Panama — aggiunge — per chiunque abbia una pensione governativa o corporativa di almeno 700 euro al mese la residenza è quasi automatica”.
“In Tunisia vita da re per chi non ha problemi di salute”
Adriano Martelli, 66 anni, ex infermiere, si è rifatto una vita in Tunisia, raggiunta quattro anni fa. Con la sua pensione, da 900 euro, a Torino si era dovuto trovare un secondo lavoro per sopravvivere.
“Da quando sono qui ho guadagnato quindici anni. Non ho mai preso un raffreddore, e ho smesso di prendere le pastiglie per gastrite, mal di testa e pressione, non ne ho più bisogno”.
Ha scelto questo Stato perchè ci abitavano già degli amici. “Alla fine del mese in Italia non mi rimaneva più niente: 400 euro per un monolocale da 30 metri quadri, poi le bollette e le spese per la macchina”.
A Susa, città turistica tunisina, ha preso in affitto un piano di una casa sul mare: oltre cento metri quadrati, arredato, per 260 euro al mese. E ne spende altri 150 per cibo e detersivi.
“Vivo con poco più di 400 euro al mese e faccio una vita da re: ho la donna delle pulizie, otto telefoni cellulari (il prezzo è di circa 20 euro l’uno), una tv, faccio shopping e vado al ristorante almeno due volte alla settimana. Un pasto mi costa circa cinque euro”.
Adriano in Tunisia non ha più bisogno dell’auto. “Mi muovo con i pulmini pubblici: si fermano dove vuoi tu, basta alzare la mano. Il biglietto non costa neanche 50 centesimi. Anche i taxi sono economici: un euro per sette chilometri”.
Unico neo: la sanità . “Le strutture sono fatiscenti. Consiglio di venire qui soltanto a chi non ha problemi di salute”.
Nel 2013 l’Inps ha registrato 250 pensionati residenti in Tunisia, quasi cento in più rispetto al 2010.
Renato Fortino è socio dell’agenzia “Case in Tunisia”, nata nel 2008, che si occupa di assistere in loco chi è intenzionato a stabilirsi nel Paese (dal permesso di soggiorno al trasferimento della pensione, apertura del conto in banca fino ai corsi di francese e arabo).
“Nel 60 per cento dei casi si tratta di pensionati che in Italia prendono dai 500 ai 600 euro al mese, reddito che una volta trasferito in Tunisia è lordo e di questo l’80 per cento è defiscalizzato, mentre la base imponibile è solo sul 20 per cento del rimanente (pari a circa il 6/7 per cento). Questo target cerca case in affitto da 180 a 230 euro al mese, di solito con una camera da letto e salone. Ma non ci sono solo i piccoli pensionati — precisa Fortino — Abbiamo seguito anche ex medici, direttori di banca, imprenditori, dirigenti statali, che qui lievitano il loro potere di acquisto. Ultimamente arrivano italiani di mezza età tagliati fuori dal mercato del lavoro che qui provano a reinventarsi: dal maestro di tennis all’istruttore cinofilo e psicologo”.
“Addio Lecco, spargete le mie ceneri nel Mar Nero”
La Bulgaria è l’ennesimo Eldorado per anziani: quelli italiani sono 364 contro i 106 di tre anni fa. Franco Luigi Tenca, 66 anni, è uno di questi. Vive nella capitale, Sofia, da ottobre 2009.
Ex camionista di Mandello del Lario, in provincia di Lecco, separato dal 2005 e in pensione dal 2007 con 1200 euro al mese.
È stato intervistato dalle Iene e dopo che il servizio è andato in onda, a gennaio, la sua casella di posta elettronica è stata presa d’assalto: 1600 mail in dieci giorni da parte di pensionati, tutti italiani, di cui il 20 per cento già residente all’estero: “Mi hanno scritto dalle Canarie, Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Lituania, Sudafrica, Mauritania, Congo, Brasile, Filippine e New York”, dice Franco, ancora incredulo.
Gli hanno chiesto di tutto: “Come si sta, dov’è la Bulgaria, quante tasse ci sono, se c’è l’euro, se è vero che l’assicurazione della macchina costa un terzo (vero), quanto tempo serve per avere il trasferimento della pensione lorda e della residenza”.
Risposta: “Dipende da quanto impiega il Comune italiano di residenza a mandarti il certificato di cambio di residenza. A me lo hanno spedito dopo 20 giorni ma c’è chi aspetta anche 5 mesi. Comunque qui nel giro di una settimana l’ufficio immigrazione ti fornisce la tua carta d’identità bulgara. Prima però devi presentare un documento di riconoscimento italiano, un contratto di affitto e un conto corrente in una banca locale, che apri subito con 50 euro. Dopodichè vai in ambasciata per l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, cioè l’Aire”.
Nel frattempo Franco è diventato referente per Mollotutto e quasi ogni settimana accoglie gruppi di pensionati che vengono qui per un sopralluogo.
“La mia mail è franco.tenca@alice.it. Pubblicatela pure!”.
Franco vive con la nuova moglie, una signora bulgara della sua età , in un appartamento in centro di 50 metri quadri, che gli costa al mese 20 euro di affitto: “Mia moglie è inquilina dai tempi del regime comunista e il canone è rimasto uguale”.
Altrimenti per un alloggio arredato della stessa superficie si spendono 200 euro.
Cinquanta euro in più per 80 metri quadrati. Per le bollette? “40 euro al mese di elettricità e 12 per l’acqua. Qui non c’è il gas, abbiamo il boiler e il piano di cottura elettrico”, spiega Franco.
E la spesa? “300 euro al mese per due persone. Anche il fisco non strozza: circa il 18 per cento di tasse e il sei per cento se sei pensionato”.
Risultato: “Oggi vivo da nababbo e non più da barbone come in Italia, dove al venti del mese ero costretto ad attingere ai risparmi, che a forza di fare così sarebbero finiti alla svelta”. Svantaggi? “La lingua, ma la gente è cordiale e appena può ti aiuta, mi ricorda gli italiani negli anni ’60 e ’70”. La Bulgaria è entrata nell’Unione europea nel 2007 ma non ha adottato l’euro: “La moneta è il lev e vale quasi due euro”, risponde Franco alle decine di pensionati che gli continuano a scrivere.
Tornerà a Lecco prima o poi? “Assolutamente no. Voglio che le mie ceneri siano gettate nel Mar Nero”.
Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 16th, 2014 Riccardo Fucile
PREFERISCE FAVORIRE I SUOI AMICI INDUSTRIALI… IN 15 ANNI GLI ASSEGNI PENSIONISTICI HANNO PERSO IL 30% DEL VALORE
Palla al centro per i pensionati, la ventata in arrivo da Palazzo Chigi non li sfiorerà : non
riceveranno nulla.
Così ha sentenziato il premier Renzi mettendo a tacere con una solo battuta due interlocutori.
ll commissario per la spending review Carlo Cottarelli – che solo pochi giorni fa aveva annunciato un prelievo ad hoc sulle pensioni d’oro – e i sindacati che, contenti per gli 80 euro al mese infilati nelle buste paga dei lavoratori, volevano qualcosa anche per i pensionati.
Intervenendo a Porta a Porta su Rai Uno, Renzi ha risposto alle loro richieste in modo inequivocabile: «Per il momento i soldi in tasca ai pensionati non li metto» ha detto «per loro non cambia niente»
L’esclusione non piace per niente ai sindacati, batte cassa la leader della Cgil Susanna Camusso: «Per favorire la ripresa il governo deve guardare ai tanti pensionati che hanno pensioni basse. Anche a loro è dovuta una restituzione fiscale».
Stessa linea per Cisl e Uil e per i pensionati dei lavoratori autonomi Cupla che ricordano come la «stragrande maggioranza degli assegni stia sotto a mille euro».
Le categorie, Spi-Cgil Fnp-Cisl e Uilp-Uil, sono sul piede di guerra. «È evidente siamo considerati cittadini di serie B – commentano – Non staremo nè fermi nè zitti. È inaccettabile che per i pensionati non vi siano sgravi fiscali, è inaccettabile che si pensi di agire solo sulle pensioni per fiscalizzare gli oneri a carico dei nuovi assunti ». Carla Cantone segretario generale della Spi ricorda a Renzi che: «Negli ultimi quindici anni le pensioni hanno perso il 30 per cento del potere d’acquisto. Spesso rappresentano il vero ammortizzatore sociale della famiglia: ma gli anziani non ce la fanno più, negli ultimi due anni le vendite in nuda proprietà sono aumentate del 23 per cento».
Luisa Grion
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Gennaio 30th, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE LEGGE ELETTORALE, I PROBLEMI VERI DEGLI ITALIANI SONO ALTRI
In Italia l’ammontare delle pensioni minime è “inadeguato” e non c’è una legislazione in grado di garantire alle persone anziane lo stesso livello di vita del resto della popolazione.
Queste 2 delle 7 violazioni della Carta sociale europea evidenziate nel rapporto del Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa.
Il documento reso noto oggi è composto da 50 pagine e prende in esame il periodo che va dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2011.
L’analisi condotta dal Comitato ha riguardato anche le politiche per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, le norme che devono garantire il diritto alla sicurezza sui luoghi di lavoro e quelle relative all’accesso ai servizi sanitari e all’assistenza sociale.
La Carta sociale europea, firmata a Torino nel 1961 e rivista nel 1996, è una delle convenzioni internazionali alla base dell’attività del Consiglio d’Europa, l’organismo paneuropeo a cui aderiscono 47 Paesi.
Naturale complemento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che tutela i diritti civili e politici degli individui, la Carta garantisce i diritti sociali ed economici in materia di alloggio, salute, istruzione, occupazione, circolazione delle persone, non discriminazione e tutela giuridica.
Il Comitato per i diritti sociali ha il compito di verificare la compatibilità delle situazioni nazionali con quanto indicato nella Carta.
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Gennaio 17th, 2014 Riccardo Fucile
RIDURRE GLI ONERI FISCALI PER LE AZIENDE GARANTENDO I DIRITTI DEI LAVORATORI… APRIRE IL MERCATO DEL LAVORO AI GIOVANI DISOCCUPATI SOTTRAENDOLI AL PRECARIATO
A differenza di altri Paesi europei, in Italia è ancora difficile far comprendere a persone giovani
(giustamente lontani dalla percezione di “vecchiaia”), che la pensione integrativa sarà una delle tutele assolutamente indispensabili per l’età non più produttiva. Ci si trova spesso di fronte a una cultura delle nuove generazioni ancora troppo scettica e idealmente distante, nei confronti dei fondi pensione.
Se, con l’inizio dell’attività lavorativa, l’adesione al fondo pensioni integrativo fosse obbligatorio, automaticamente i giovani interessati si troverebbero a doversi informare per poter liberamente decidere la formula da scegliere.
Di fronte a un mercato più ampio esisterebbe anche una maggiore concorrenza degli Istituti preposti (Compagnie di Assicurazioni, Sim, Banche…), con conseguente vantaggio per il lavoratore che potrebbe scegliere tra diverse linee di investimento (controllate dal Responsabile del Fondo e dall’Organo di vigilanza che hanno il compito di verificare che la gestione avvenga nell’esclusivo interesse degli aderenti e nel rispetto di norme, regolamenti e contratti).
Attualmente la disciplina delle forme pensionistiche complementari è regolata dal decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252.
Se il pilastro di base della normale Previdenza è rappresentato dagli Enti obbligatori (INPS, Casse di previdenza dei liberi professionisti), quello della Previdenza Complementare Collettiva è rappresentato dai Fondi Pensione Negoziali e dai Fondi Pensione Aperti ad adesione collettiva (Fondo Settoriale es.: “Cometa” per la categoria dei Metalmeccanici. Fondo Aziendale per i lavoratori per una determinata azienda es.: Mediafond)
Il pilastro della Previdenza Complementare Individuale (volontaria) è invece rappresentato dai PIP (Piani Individuali di Previdenza) e dai fondi pensione aperti (lavoratori dipendenti privati di aziende che attivano un accordo collettivo per l’adesione ad un fondo pensione aperto)
I Piani Individuali Pensionistici (PIP), anche detti Forme Individuali Pensionistiche (FIP) sono strumenti previdenziali che consentono, al pari dei fondi pensione, di erogare prestazioni integrative di natura pensionistica rispetto a quelle del sistema pubblico.
La differenza con i fondi pensione sta nel fatto che l’adesione ai PIP è a carattere individuale e ciò comporta dei vantaggi come la possibilità di interrompere, in seguito eventualmente riprendere, il versamento dei premi prestabiliti senza che il contratto si interrompa o venga penalizzato (versamento minimo mensile di 50 euro).
Chiunque può aderire ai PIP, anche casalinghe e studenti che non hanno posizioni previdenziali aperte con il sistema pubblico.
Le condizioni contrattuali sono uguali per tutti i contratti emessi dalle varie compagnie assicurative e si differenziano tra loro per i costi (caricamento, minimo trattenuto, eccetera) e dal tipo di rendimento.
Il problema principale per far diventare i fondi pensioni individuali il secondo pilastro generazionale, è che si devono abbattere le tassazioni.
Attualmente i contributi versati dall’aderente (inclusi gli eventuali contributi versati dal datore di lavoro ed escluso il TFR) sono deducibili dal reddito complessivo per un importo annuo non superiore a € 5.164,57.
I rendimenti della gestione finanziaria sono tassati in capo al Fondo nella misura dell’11% annuo.
Le prestazioni pensionistiche, le somme erogate per anticipazione a seguito di spese sanitarie di carattere straordinario, i riscatti a seguito di inoccupazione e in caso di decesso dell’aderente durante la fase di accumulo, sono assoggettati a ritenuta del 15%.
Le somme erogate a titolo di anticipazione e di riscatto per motivi diversi da quelli sopra indicati sono assoggettati ad una ritenuta del 23%.
Troppe imposte ne impediscono il decollo.
Nell’ipotesi di assunzioni di giovani dai 18 ai 35 anni senza oneri fiscali (cioè stipendio netto, con versamento di imposta del 10% sul reddito annuale), il Fondo pensioni individuale obbligatorio, diventerebbe unico e non più integrativo.
E’ da studiare anche una forma di versamento in percentuale da riconoscere all ‘Inps, da parte delle Compagnie Assicurative.
L’altro tema, di pari importanza, è l’assicurazione sanitaria privata aggiuntiva a favore dei dipendenti, posta a carico del datore di lavoro che a sua volta beneficerà per questo, di sgravi fiscali.
Le Compagnie di assicurazioni dovranno moderare le tariffe, coprire almeno l’80% (il 20% a carico del lavoratore), delle cure sanitarie e spese per medicinali e non potranno negare una polizza anche se tra i dipendenti, ci saranno persone con patologie croniche.
Secondo questo modello, l’Inps non dovrà più concorrere al pagamento dei giorni di astensione per malattia dal terzo giorno in poi (lo stipendio netto continuerà a maturare nei giorni di assenza), ma garantire sempre e comunque la copertura per l’assistenza d’urgenza (pronto soccorso), il ricovero ospedaliero, la medicina chirurgica (servizi rientranti nel 10% di tassazione sui redditi), la prevenzione.
Controlli medici obbligatori regolari e forme costanti di prevenzione sanitarie in strutture convenzionate aiuteranno a conservare lo stato di buona salute e diminuire i costi.
Superata l’età dei 35 anni, il dipendente rientrerà nelle normative vigenti con ulteriori forme di tutela che lo garantiscono da ipotetici riduzioni di personale.
La nostra proposta che sottoponiamo al dibattito delle forze sociali e imprenditoriali permetterebbe di coniugare istanze diverse: ridurre la pressione fiscale sulle imprese garantendo i diritti dei lavoratori e aprire il mercato ai giovani in cerca di occupazione.
La ripresa dell’economia, “drogata” dai costi del lavoro ridotti di Paesi concorrenti, non può che passare attraverso una riduzione degli oneri a carico delle aziende almeno nel periodo iniziale del rapporto di lavoro.
L’alternativa è solo un costante aumento del tasso di disoccupazione giovanile che ha ormai superato in Italia il 40% .
Rimettersi in gioco ma con regole fisse che garantiscano diritti può essere la svolta per ritornare competitivi nel mercato globalizzato.
Il dibattito è aperto.
Gabriella Gallarati
responsabile organizzativo Nord Italia
Blu per l’Italia
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Dicembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
RIVALUTAZIONE PIENA O QUASI PER GLI ASSEGNI FINO A 2000 EURO AL MESE
Aumenteranno, anche se di poco, le pensioni il prossimo anno.
Nulla di eclatante, va da sè, ma in tempi così grigi si tratta comunque di un piccolo segnale.
Gli aumenti saranno compresi tra i 6 e i 20 euro al mese per i trattamenti fino a circa 2.000 euro lordi mensili.
Il meccanismo messo a punto dal governo con la legge di Stabilità prevede infatti una rivalutazione piena solo per le pensioni lorde che non superano tre volte il trattamento minimo di 495,4 euro al mese; per tutte le altre la rivalutazione sarà parziale (al 95% per chi prende 1.981,7 al mese).
Secondo i calcoli de Il Messaggero, ad esempio, una pensione da 500 euro di quest’anno salirà a 506 nel 2014, con un incremento di 6 euro mensili.
Per arrivare a un aumento a doppia cifra bisogna prendere almeno 900 euro al mese: in questo caso il trattamento l’anno prossimo sarà di 910,8 euro al mese (+10,8 euro mensili).
Chi incassa oggi 1.800 euro al mese godrà di un aumento più consistente: +20,52 euro. A questo punto la curva degli aumenti comincerà a flettere, tanto che dai 3.000 euro in su l’aumento sarà per tutti di 14,27 euro.
La legge di Stabilità impone anche un tetto al cumulo di stipendio e pensione: 300 mila euro al massimo.
(da “Huffington Post“)
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