Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
E CHIAMA IL PREMIER… SANTANCHE’ RASSEGNATA: “ORMAI POSSO VOTARE PER CHIUNQUE”
Dentro Forza Italia la chiamano la “teoria Minzolini”, essendo stato l’ex direttore del Tg1 il primo a proporla rompendo un tabù.
È quella che postula «l’accordo con il diavolo» in persona, l’unico che potrebbe portare alla tanta agognata (da Berlusconi) pacificazione nazionale.
Un diavolo con le fattezze bonarie di Romano Prodi.
«Pensaci presidente – gli ha ripetuto più volte Minzolini – solo Prodi riuscirebbe a tenere testa a Renzi». La novità è che il ragionamento ha iniziato a far breccia nella testa del leader forzista.
E non è un caso se, prima di Natale, nell’intervista a Repubblica, Berlusconi abbia messo in chiaro di non avere nomi da proporre e di non avere nemmeno pregiudiziali nei confronti di nessuno. È stato il primo passo.
Certo, l’antica ostilità nei confronti del Professore è dura a morire, ma il pragmatismo dell’ex Cavaliere è proverbiale. E in cambio di un eventuale disco verde alla candidatura di Prodi al Quirinale sarebbe lunga la lista dei desideri da esaudire.
Primo tra tutti quel «riconoscimento politico» che Berlusconi, ancora nella condizione psicologica del condannato ai servizi sociali, ritiene sia suo diritto esigere.
Su Prodi, fanno sapere ora dal cerchio magico, «certamente non c’è un veto».
E anche questa è una novità non da poco.
L’inimmaginabile diventa possibile? Tra il dire e il fare c’è ancora di mezzo un lunghissimo mese di trattative, ma forse anche di questo hanno parlato Renzi e Berlusconi nello scambio telefonico di auguri avuto la sera del 24 dicembre, dopo il Consiglio dei ministri.
Intanto i due schieramenti si guardano con curiosità .
«Prodi al Quirinale? È un tema – ammette il senatore Pd Massimo Mucchetti – su cui un pezzo di mondo berlusconiano sta ragionamento seriamente». Per averne una riprova basta ascoltare Daniela Santanchè. Che proprio a Romano Prodi pensava quando la scorsa settimana, ad Agorà , si è spinta fino a immaginare un voto favorevole all’arcinemico: «Ho votato Napolitano per spirito di servizio nei confronti del movimento politico. Votato Napolitano posso votare chicchessia se questa fosse la decisione di una squadra alla quale appartengo».
Certo, dalle parti di Renzi questa strana alleanza prodiana che mette insieme falchi berlusconiani come Minzolini e Santanchè, insieme a esponenti della minoranza interna come Mucchetti e Pippo Civati, è vista al momento con sospetto.
Di tutto il premier ha bisogno tranne che di un candidato che plana sul Colle più alto a dispetto del segretario del Pd.
Ma intanto il ghiaccio che ha tenuto bloccati i rapporti tra Berlusconi e Prodi ha iniziato a sciogliersi. Come fa notare un berlusconiano della cerchia stretta, «per il Cavaliere rimettere in piedi un pilastro della seconda Repubblica come Prodi avrebbe il non secondario effetto di restaurare anche l’altro pilastro su cui si è retto il ventennio, ovvero se stesso» .
Simul stabunt , appunto. Oltretutto, di recente, ci ha pensato la Crimea a metterli sulla stessa sponda del fiume.
L’opinione di Berlusconi su Putin e la guerra in Ucraina è nota. Anche il Professore condivide la critica alle sanzioni occidentali contro Mosca, definite di recente «un suicidio collettivo».
Ed è stato Prodi a volare al Cremlino lo scorso 18 dicembre, su invito di Putin, per un colloquio a quattr’occhi con lo zar.
Un privilegio riservato a pochi, tanto più che il Professore non ha formalmente alcun incarico.
Uniti oggi sulla Russia e domani sul Quirinale? «Berlusconi – confida un amico – non spera più nella grazia. Ma nella pace. E la pace la possono fare solo due nemici».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER MANDA UN MESSAGGIO A FORZA ITALIA E MINORANZA PD… IL PROFESSORE TORNA IN PARTITA
La bandiera dell’Ulivo non la lascia nelle mani di Pippo Civati: è un brand scolpito nel simbolo del
Pd.
E’ anche per questo che, pur dopo le critiche sui fallimenti dell’Ulivo sputate davanti all’assemblea Dem, Matteo Renzi riceve a Palazzo Chigi Romano Prodi, il padre dell’Ulivo e anche del Pd.
Unico ammesso all’incontro: il sottosegretario Graziano Delrio. Ma il colloquio di un’ora e mezza, alla vigilia dell’inizio corsa sul dopo-Napolitano al Colle, serve anche per mandare avvertimenti a tutto campo: alla minoranza Pd e a Forza Italia.
Per il Pd il messaggio è questo: Renzi non è pregiudizialmente ostile al nome di Prodi per il post-Napolitano, ma quei Dem che lo vorrebbero lanciare in pista per minare il Patto del Nazareno, sappiano che il prof al Colle fa rima con voto anticipato.
Perchè nome sgradito a Silvio Berlusconi, il quale farebbe saltare il patto sulle riforme.
E alle urne si potrebbe andare con il Mattarellum, come recita la clausola di salvaguardia sull’Italicum proposta dai senatori renziani e al voto domani in commissione.
Perchè, è la considerazione del premier, chi nel Pd si dice prodiano o ulivista non può dirsi contrario al Mattarellum.
E’ un avvertimento sottile, ma non fa una grinza.
Il messaggio per Forza Italia e Silvio Berlusconi è: se non vi compattate su riforme e Quirinale, potrebbe scattare il piano B, cioè Prodi appoggiato da Pd, M5s e Sel.
E’ un gioco di specchi, tutto tattico, che cade nella fase preparatoria alla corsa quirinalizia, ufficialmente al via a metà gennaio.
Renzi gioca ancora su uno schema a tutto campo. Che comprende due strade alternative: la prima, l’autosufficienza. Che è lo schema sul quale potrebbe rientrare Prodi, in teoria. La seconda, è il patto del Nazareno con Berlusconi. Che è lo schema nel quale rientrerebbe un candidato “adeguato a Forza Italia”, come ha detto ieri il Cavaliere.
Incontrare oggi Prodi a Palazzo Chigi è servito per lanciare messaggi a tutto campo, appunto.
Oltre che per parlare di politica estera, dalla Libia, alla crisi in Ucraina, all’Ue, come recita la nota ufficiale del governo.
Di esteri ne hanno parlato, ma con la chiacchierata di oggi Renzi ha voluto sondare le intenzioni del Professore sulla corsa al Colle.
“Il prof non è candidato, nè Renzi lo vuole candidare”, ci tiene a sottolineare la deputata Dem Sandra Zampa, ex ufficio stampa di Prodi. Ma il colloquio di oggi spezza una lancia a favore della candidatura del prof al Colle, seppure debolissima. Perchè, come in tutte le partite, Renzi gioca molto di tatticismo.
“Solo lui ha in testa il nome”, dicono i suoi. Del resto, è andata così per la Farnesina, per dire (assegnata a Gentiloni contro tutte le aspettative).
Resta il virgolettato ufficiale del ministro Boschi ospite a ‘Porta a porta’: “Sul Quirinale il Pd deciderà un nome e poi lo proporrà agli altri”.
L’incontro è andato benissimo, dicono tutte le parti in causa. I due, con Delrio, avrebbero parlato anche molto di partito. Dell’eredità dell’Ulivo, appunto.
Un’eredità che Renzi non è disposto a lasciare ad altri, men che meno a chi vorrebbe ordirgli trame sul Quirinale nel nome di Prodi. E in effetti oggi in quell’ora e mezza di colloquio a Palazzo Chigi si sarebbe parlato anche delle trame ordite per far fallire il governo Prodi nel ’98. In linea con il messaggio che non a caso ieri Renzi ha voluto lanciare all’assemblea del Pd, messaggio sul quale non a caso si ritrova un prodiano doc come Arturo Parisi e lo stesso Romano Prodi.
Da qui a dire che il professore di Bologna sia in corsa per il Quirinale, ce ne passa. Troppe sono le variabili. Innanzitutto quella del voto anticipato: i renziani danno per scontato che Prodi al Colle significherebbe la fine del tentativo di approvare riforme in questa legislatura.
Perchè significherebbe rompere con Forza Italia, che infatti è molto nervosa e divisa al suo interno alla luce dell’incontro di oggi a Palazzo Chigi.
“L’unico modo per Prodi di arrivare al Quirinale — dice una fonte renziana — sarebbe quello di firmare un patto con Renzi sullo scioglimento anticipato delle Camere in caso si renda necessario…”.
Ma il premier non ha ancora deciso se andare al voto in primavera, anche se lo lasciano pensare sia l’emendamento sul Mattarellum che quello presentato sulla legge di stabilità che accorpa comunali e regionali a maggio, costruendo un election day utile in caso urne anticipate.
Di fatto incontrando Prodi, Renzi prende il bandolo più ingombrante della matassa che si ritrova a gestire sul Quirinale.
Inizia da lui, il più chiacchierato delle trame anti-renziane per il Colle, per mandare segnali a tutti i suoi interlocutori, sia al Pd che a Forza Italia.
Napolitano si prepara a gestire il suo ultimo mese da presidente. Le danze per il ‘dopo’ sono ufficialmente iniziate.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
INCURANTE DEI SOSPETTI CHE LO VOGLIONO IN CORSA PER IL QUIRINALE E DI ISPIRATORE DI UN NUOVO PARTITO
Nelle ultime settimane la pioggerella si sta trasformando in acquazzone.
C’era una volta il Prodi fuori dai radar, sempre all’estero, sempre pronto a schivare qualsiasi domanda sulla politica italiana.
Era il Prof del dopo 101, quello che aveva deciso di chiudere definitivamente con la politica italiana e che non aveva rinnovato neppure la tessera del Pd.
Nell’ultimo mese, e in particolare nei giorni delle regionali nella sua Emilia, i tg ricordavano invece quelli tra il 2005 e il 2008, con il faccione di Prodi in tutti gli schermi e il suo indimenticabile eloquio emiliano a lanciare stoccate in forma di sorrisi bonari.
Archiviate le regionali, con il boom dell’astensione proprio nella sua terra, il Prof è tutt’altro che tornato ai suoi studi. Anzi, continua a intervenire, ormai quotidianamente, sulla scena politica: prima per difendere l’Ulivo vilipeso, poi per ricordare a Giuliano Ferrara che il Cav di leader della sinistra ne avrà battuti molti, ma lui no. “Io ho vinto due volte, nel 1996 e ne 2006”, precisa con una nota di agenzia.
E così in tanti cominciano a domandarsi cosa abbia davvero in testa il Professore, che non lascia mai nulla al caso.
Chi lo conosce bene osserva che questo interventismo “dimostra che al Colle davvero non ci vuole andare, altrimenti se ne starebbe zitto”.
Non è un mistero infatti che i papabili veri preferiscono il low profile, soprattutto quando la data delle votazioni per il Quirinale si avvicina, come in questi giorni.
Non per tutti è stato così, a ben guardare.
Nell’estate del 2005, un grande vecchio del Pci-Pds-Ds non lesinò frustate ai titolari di allora della Ditta, Fassino e D’Alema, a proposito dei rapporti troppo confidenziali con i vertici di Unipol nei mesi della tentata scalata alla Bnl. “Hanno sottovalutato il rischio di comportamenti impropri, i partiti non devono tifare per alcun gruppo economico o finanziario…”
Si trattava di Giorgio Napolitano, che pochi mesi dopo arrivò al Quirinale.
L’interventismo del Professore, dunque, potrebbe non impedirgli comunque di salire al Colle.
Ma il profluvio di questi giorni nasce da altre ragioni, che riguardano il legame tra Prodi e il Pd, “che considera come suo figlio,” ricorda chi lo conosce bene.
E quando il figlio sta male, al vecchio padre prudono le mani.
E, nonostante si morda la lingua il più delle volte, ogni tanto Prodi non resiste alla tentazione della dichiarazione.
Come il giorno dopo il flop delle regionali in Emilia. Mentre palazzo Chigi twittava la vittoria per 2 -0 e ridimensionava l’astensione a “problema secondario”, il prof citando un suo vecchio insegnante spiegava che “così ti fai il letto, così dormi”.
E ribadiva che quella scarsa partecipazione a Bologna e dintorni era un “preoccupante segnale di malessere”. Un modo più forbito per dire “chi semina vento raccoglie tempesta”. Rivolto a tutti, compresi i vertici del Nazareno.
Fonti vicino a Prodi non nascondono quanto il prof non abbia gradito l’attacco durissimo di Renzi alla Cgil dal comizio al Paladozza di Bologna, negli ultimi giorni di campagna elettorale.
Così come non gradisce la rottura dei ponti con la sinistra di Vendola e la trasformazione del Pd in qualcosa di diverso dal suo progetto originario.
Non è un caso che Prodi si sia speso a difesa dell’Ulivo “cui ho dedicato la metà della mia vita” proprio mercoledì, nel giorno in cui Rosy Bindi denunciava dalle pagine del Corriere la rottura del filo rosso tra il pullman del 1995 e il Pd di Renzi.
Il giro prodiano non ha affatto apprezzato le parole di Debora Serracchiani, che ha certificato come quello spirito sia ormai archeologia, e comunque non più una bussola per i nuovi inquilini del Nazareno.
E in molti in questi giorni hanno sentito dire all’ex premier che “l’Ulivo nasceva per unire il centrosinistra, mentre oggi si rischia di dividere…”.
Nonostante la volontà di “fare il nonno”, nei momenti chiave per il Pd Prodi c’è sempre stato. Anche quando, alle primarie che incoronarono Renzi, decise alla fine di partecipare per allontanare lo spettro dell’astensione, nonostante fossero passati pochi mesi dallo schiaffo dei 101.
Il professore dunque pronto a tornare come icona di un nuovo Ulivo alternativo a Renzi?
In tanti ci sperano, a partire da Civati e Bindi. Ma non sarà così. Così come vengono giudicate lunari le ricostruzioni del Giornale che vede il Prof come regista dietro le fronde di D’Alema e Fitto, dentro Pd e Forza Italia.
Prodi quando dice di aver lasciato l’impegno politico attivo in Italia è sincero.
E non condivide il muro della minoranza dem contro il Jobs Act.
Per l’ex premier l’intervento di Renzi è “non creerà nè farà perdere posti di lavoro”. “In pratica, rispetto all’attuale legge Fornero cambierà pochissimo ma può servire come prezzo da pagare a Bruxelles per avere in cambio maggiore flessibilità ”, è il ragionamento che gli sentono fare i suoi collaboratori.
In questo nuovo Pd, raccontano fonti vicino al professore, si vedono dei problemi strutturali, che rischiano di minare il bipolarismo: non tanto per la stretta collaborazione con Berlusconi sul dossier riforme, ma soprattutto per l’atteggiamento “troppo ostile” verso i sindacati.
Senza dimenticare la nuova classe dirigente, che spesso nei salotti tv non si dimostra sufficientemente autorevole e si limita a ripetere a pappagallo il verbo renziano.
Senza un adeguamento approfondimento delle tante e complesse questioni sul tavolo. Lui ha sempre spinto i giovani a “prendersi i loro spazi senza aspettare di essere cooptati”.
Ma questo non può avvenire, sostengono prodiani doc, a discapito dell’autorevolezza, solo per una questione anagrafica.
E tuttavia nel merito il suo giudizio sul piano Juncker, sostenuto dal premier, è assai duro: “Mezza lumaca cammina più forte”.
“Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi abbastanza in fretta perchè il pubblico ha messo sul piatto 800 miliardi di dollari subito, ha salvato l’industria automobilistica e ha previsto sussidi alla ricerca”, ha spiegato nei giorni scorsi ai cooperatori bolognesi.
“Il problema è grosso e per un problema grosso ci vuole un intervento grosso, proporzionato. Se l’Europa non esce dalla crisi non è per problemi strutturali, ma perchè non fa la politica che altri hanno fatto per uscire dalla crisi. Un problema semplicemente politico”.
Una lettura molto distante da quella del governo, che sul piano Juncker ha scommesso molto. E su quella promessa di più investimenti e maggiore flessibilità ha investito molte delle fiches di questo primo anno di governo.
E il Quirinale? “Quell’impiccio non è nel mio futuro”, continua a ripetere il Professore.
E a favore di questa opzione ci sarebbe anche la netta contrarietà della signora Flavia a lasciare nuovamente via Gerusalemme per una Capitale mai amata.
Ma il fatto è che Prodi sembra essersi stufato di mordersi la lingua. E il boom dell’astensione in Emilia, 63% rimasti a casa, ha fatto saltare il tappo.
“Così ti fai il letto, così dormi…”, ha mandato a dire. Renzi, dal canto suo, non ha mai interrotto i canali di comunicazione con Bologna.
E se mai avesse voluto farlo, Prodi glielo sta sconsigliando. Del resto, per un premier che ha siglato il “Patto del Tortellino” con i leader socialisti europei, sarebbe un paradosso ignorare i consigli che arrivano da via Gerusalemme…
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile
QUIRINALE PROIBITO PER CHI HA BATTUTO SILVIO ALLE ELEZIONI: E’ UNA CLAUSOLA DEL PATTO DEL NAZARENO
“Non sono sorpreso dalla clausola anti-Prodi del Patto del Nazareno”. Non si aspettava altro Romano Prodi.
Sconta il peccato originale di esser stato l’unico candidato alla presidenza del Consiglio ad aver battuto Silvio Berlusconi.
Prima i due governi auto-affossati dal centrosinistra (1998 e 2008), poi i 101 voti mancanti del Pd, l’orribile scherzetto parlamentare che chiuse al Professore le porte del Quirinale (2013) aprendo quelle delle larghe intese.
Ma non basta, perchè come rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, e confermato dalla pasdaran berlusconiana Mariarosaria Rossi sull’huffingtonpost.it  , proprio nel “papello” del Nazareno, uno dei punti fermi riguarda ancora l’incubo dell’ex Cavaliere.
Così recita il Patto: “In nessun caso, durante le trattative per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, potrà essere fatto il nome di Romano Prodi”.
Il Professore ripete da ormai più di un anno, proprio dallo scherzetto dei 101, che per lui i giochi sono finiti: “Game over, non andrò mai al Colle”.
Pretattica? Un modo per non bruciare la possibilità di ritornare in corsa al momento opportuno?
Può darsi, molti osservatori lo hanno pensato. Ma ieri mattina per Prodi quella che poteva essere un’intuizione è diventata certezza di fronte alla prima pagina del Fatto: “Ultimo segreto del Nazareno: Prodi mai sul Colle”.
Quando il Professore risponde al telefono, nel primo pomeriggio di ieri, ha già sfogliato il Fatto da diverse ore. E si aspetta questa chiamata. “Pronto, eccovi”.
Buongiorno Presidente, ha letto della clausola anti-Prodi del Patto del Nazareno, sul Fatto?
Come no? Certo che ho letto.
Ed è sorpreso?
No. Non sono sorpreso per niente. Non parlo. Non dico nulla. Anzi, una cosa la dico…
Prego.
È l’unica buona notizia politica delle ultime settimane. Vi ringrazio. Adesso basta, però.
Ma c’è qualcosa di positivo in questo Patto del Nazareno, a parte la clausola anti-Prodi?
Faccia conto che io sia in viaggio nel deserto o sulla luna, senza portatile.
No, mi scusi posso farle ancora una domanda Presidente? Una sola.
No.
Lei avrebbe mai stretto un accordo con Berlusconi per riformare la Costituzione?
Può chiedermi come mi chiamo al massimo, le rispondo: Romano Prodi.
È il 18 gennaio 2014, il premier e segretario del Pd Matteo Renzi incontra il padrone di Forza Italia Silvio Berlusconi.
Immaginate la scena, Berlusconi che fissa questo preciso punto: “Il prossimo presidente della Repubblica lo scegliamo insieme . E l’unico nome che non si potrà fare sarà quello di… Romano Prodi”.
Renzi, che ha provato fin da quell’aprile 2013 ad allontanare, a parole, dai suoi fedelissimi l’onta dell’agguato al Professore, alza lo sguardo verso l’ex Cavaliere, si protende per stringergli la mano e dice: “Sì, eleggeremo insieme il capo dello Stato e non sarà Prodi”.
Ci pensa la senatrice Mariarosaria Rossi — tesoriere di Forza Italia, fedelissima di Berlusconi e amica intima della fidanzata Francesca Pascale — a confermare tutto: “Sarà naturale per voi eleggere insieme al Pd il successore di Napolitano?”, le chiede Alessandro De Angelis dell’huf fingtonpost.it  .
“Non sbaglia”, risponde lei sicura.
Game over.
Giampiero Calapa’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile
C’È IL VETO SUL PROF AL COLLE…. MA RENZI DICE: “È UN ATTO PARLAMENTARE, PIACCIA O NO”
Il Senato che muore già è infestato dai fantasmi. 
Due spettri in carne e ossa, tetro ossimoro del renzusconismo segreto, che c’è ma non si vede, che si aggirano a Palazzo Madama quando il voto segreto affossa solo per un istante il fatidico patto Bierre del Nazareno.
Da un lato ritornano dall’oltretomba bersaniano (in senso politico, ovviamente) i Centouno che tradirono Romano Prodi per la successione di Giorgio Napolitano.
Dall’altro c’è lo stesso Renzi che più va giù e più sventola e agita il patto, come ha fatto ieri nella direzione del Pdr, il Partito democratico renziano, sfidando il ridicolo e l’evidenza: “Quando leggo: che cosa c’è scritto nel patto del Nazareno? È un atto parlamentare, può piacere o no ma è un atto parlamentare.Quando vedo anche alcuni nostri dirigenti che dicono: chissà cosa c’è sotto? Questo è il governo che ha declassificato il segreto di Stato, figuriamoci… Quello che mi preoccupa è la forma mentis, questa idea che i politici mascherino sempre le cose. Evitiamo di giocare alla meno”.
Chiosa un notissimo esponente berlusconiano: “Più Renzi perde pezzi e più il patto con Berlusconi si rinforza”.
Che tradotto vuol dire: resteranno loro due contro tutti. Nuovo vertice Renzusconi Nella tela segreta del Nazareno, il premier sta ricamando la nuova versione della legge elettorale come via d’uscita, spera lui, dall’infernale pantano del Senato.
L’accordo prevede il Toscanum, non più l’Italicum, l’introduzione delle preferenze e la nuova intesa dovrebbe essere siglata la prossima settimana, forse martedì, tra i due contraenti.
A quattr’occhi, però, “Matteo” e “Silvio” rinnoveranno pure un’altra clausola del loro patto segreto, che comprende, sulla carta, riforme, legge elettorale e giustizia.
È il comma anti-Prodi, come viene chiamato nella ristretta cerchia che custodisce il sacro testo (oltre B. e Renzi: Verdini, Gianni Letta e il sottosegretario Luca Lotti).
Il protocollo del Presidente
Il patto del Nazareno contiene infatti anche un protocollo tra il premier e il Condannato sulla “condivisione” del nome del prossimo presidente della Repubblica.
Fantasma dei Centouno a parte, il tema della successione a Napolitano sta tornando sempre più attuale e tutto fa pensare che il 2015, al massimo a luglio, sarà l’anno che chiuderà il regno novennale del primo ex comunista salito al Quirinale.
Così chi conosce tutti i dettagli e le clausole del patto segreto rivela che l’ex Cavaliere ha chiesto e ottenuto una precisa garanzia da Renzi: “In nessun caso, durante le trattative, dovrà essere fatto il nome di Romano Prodi”.
Il Fatto ha interpellato alcuni parlamentari forzisti per chiedere una conferma ufficiale della pregiudiziale anti-Prodi ma tutti, pur confermando, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni in questa fase.
Dicono a taccuino chiuso: “È certo che i due si sono accordati per un nome condiviso e questo nome non potrà mai essere Prodi”.
L’antiprodismo di B. è storico: il Professore è il suo vero incubo, come dimostra la storia dell’aprile del 2013: “Meglio D’Alema di lui”, disse.
Senza dimenticare che un’opzione renziana per Prodi significherebbe un’apertura ai grillini. Tutti i punti del “papello”
Senato non elettivo, abolizione del bicameralismo, riforma della giustizia, accordo sul Quirinale in funzione anti-prodiana, salvaguardia del colossale conflitto d’interessi di Berlusconi.
Il patto del Nazareno è questo e il dibattito di questi convulsi giorni a Palazzo Madama ha una fine nota e segnata, a favore dell’accordo tra B. e Renzi.
Come ha detto il leghista Centinaio, accusando Grasso: “Abbiamo eletto lei presidente del Senato e non Zanda o Verdini e dovrebbe condurre i lavori indipendentemente da quello che le dicono i partiti del patto del Nazareno”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 18th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER PROPONE UNA SUA RICETTA ANTI-CRISI
Con una lettera dal titolo “Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia”, Romano Prodi è chiarissimo: trivellare per uscire dal guado.
L’ex premier scrive al Messaggero la sua ricetta per “trovare i soldi”.
“Una parte di questi soldi – scrive Prodi – la può trovare scavando – e non scherzo – sotto terra”.
Spiega, l’ex candidato poi “bruciato” nella corsa al Quirinale – che “il nostro Paese è al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord…Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male”.
Nel testo Prodi fornisce poi dei numeri: “Possiamo produrre 22 milioni di tonnellate di idrocarburi entro il 2020”, si attiverebbero “investimenti per 15 miliardi dando lavoro a decine di imprese”.
Specifica però che “il principio di precauzione ha la precedenza su tutto” e testimonia che “sicurezza e protezione ambientale hanno la priorità “.
L’ex inquilino di Palazzo Chigi individua nella “Basilicata e terre limitrofe” giacimenti che andrebbero sfruttati.
Parla solo di quelli “in mare aperto”, giacimenti che “se non li sfrutta l’Italia verranno presi dalla Croazia”.
E ribadisce che “per gli esperti non c’è nessun rischio”.
Insomma, chiosa Prodi, cerchiamo di “utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo”
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 16th, 2014 Riccardo Fucile
“NEL 2006 FECI ANCH’IO UN TAGLIO DEL CUNEO FISCALE DA 7 MILIARDI, MA IL GIORNO DOPO GLI SPUTARONO SOPRA”
Dice. «Le elezioni europee saranno un referendum su Renzi». 
Centro di Bologna, libreria della Coop, molto bella, che un tempo è stata anche un cinema a luci rosse e oggi invece assieme ai libri ospita persino Eataly – un po’ il racconto di un Paese capace del meglio e del peggio – , Romano Prodi arriva alle sei di sera per partecipare alla presentazione del libro di Alan Friedman «Ammazziamo il gattopardo».
L’idea è quella di parlare di economia e del futuro che non si vede, ma alla fine tutto ruota tutto attorno a Demolition Man, il nuovo premier che garantisce la rivoluzione e ottanta euro al mese in più in busta paga a chi fatica a sbarcare il lunario.
Duecento persone: «Dicci che cosa pensi, in fondo anche tu, nel 2006, varasti un taglio del cuneo fiscale di 7.5 miliardi».
Ne pensa bene, anche se tra lui e Renzi è come se esistesse una barriera, una tenda sottile, che dà l’impressione di diventare un ostacolo insormontabile.
«Vero. Feci anch’io un taglio del cuneo fiscale da sette miliardi di euro. Ma il giorno dopo gli sputarono sopra».
Proprio così: gli sputarono sopra. Chi? «La Confindustria mi attaccò dicendo che non serviva a nulla. Oggi invece c’è un senso da ultima spiaggia e il Paese è più disponibile ad ascoltare».
Manca un minuto a mezzanotte, dice Friedman. L’ora in cui l’Italia dà il meglio di sè. A un passo dalla fine. Prodi sfodera un sorriso lieve, che sembra un vento freddo che arriva da lontano.
«Ogni volta che c’è un governo nuovo va a cercare i soldi ovunque. Questo governo invece ha trovato un tesoretto di venti miliardi. Deve essere la prima volta nella storia».
«Lo è», commenta il politologo Angelo Panebianco. Aggiunge che adesso è giusto mettere tutto nelle buste paga.
La domanda interna è crollata (-3%) e la vendita della pasta è calata del 6%. «Siamo alla rottura del sistema».
L’ex premier dice che al Paese serve stabilità . E che le elezioni europee saranno la chiave di tutto.
«Sono importantissime in assoluto, ma da noi prevarrà una logica interna su cosa avrà fatto Renzi. Per questo lui ha fretta. Ha ribaltato lo schema e sa che l’Italia non ne può più. Se non arrivano risposte subito è un guaio».
Chiude sulla Merkel, che già ai tempi dei suoi governi si muoveva da padrona.
«Lei decideva e Sarkozy faceva le conferenze stampa». Un altro parametro da cambiare.
Ci sono i libri da firmare, adesso. Qualcuno gli ricorda la storia del Quirinale mancato, lui dà la sua versione e si allontana amaro perchè il fastidio comincia a espandersi lentamente come una macchia d’inchiostro su un foglio di carta
Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
SI CHIAMERA’ “SCELTA EUROPEA” LA LISTA LIBERAL-DEMOCRATICA
“Scelta Europea”. Si chiamerà così la lista liberal-democratica dell’Alde alle prossime elezioni
europee, con un evidente rimando alla montiana Scelta Civica. La lista è il frutto dell’alleanza tra 13 movimenti di varia impostazione: liberale, centrista, moderata, europeista.
IL RASSEMBLEMENT
Tra i movimenti che hanno dato vita alla lista, presentata oggi da Guy Verhofstadt, ci sono tra gli altri Fare, capeggiato da Michele Boldrin e Ezio Bussoletti, il Centro Democratico capitanato da Bruno Tabacci, il Partito federalista europeo rappresentato da Stefania Schipani, il Pli di Stefano De Luca e i Conservatori sociali che fanno capo all’ex Msi, Cristiana Muscardini.
LA SCELTA DEI MONTIANI
Un corposo sostegno alla lista arriva da Scelta Civica, il movimento fondato da Mario Monti e ora coordinato da Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione nel governo Renzi.
A rappresentare i montiani di Scelta Civica c’era Andrea Romano, storico, parlamentare ed ex direttore generale della montezemoliana Italia Futura. L’endorsement dei liberali di Scelta Civica, rappresentati nel governo anche dal sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, arriva per certi versi inaspettato dopo alcune recenti indiscrezioni che accreditavano perplessità dell’ex premier ed ex commissario europeo, fondatore di Scelta Civica, per un raggruppamento eterogeneo come quello che è stato presentato oggi.
LIBERALI UNITI
Ma evidentemente è prevalsa una volontà unitaria per una lista che oltre al movimento moderato e popolare del Centro Democratico di Tabacci ha visto la presenza oggi nel corso della presentazione di esponenti storico del Partito liberale italiano.
Non solo il segretario del Pli, Stefano De Luca, ma anche di Valerio Zanone e di Renato Altissimo.
E non si esclude che, pur non facendo parte organicamente della Lista Alde, anche Ali, l’Alleanza liberaldemocratica coordinata da Silvia Enrico e fondata tra gli altri da Alessandro De Nicola e Oscar Giannino possa sostenere la lista, nonostante le divergenze con Fare che hanno contribuito a costituire con Boldrin.
Mentre i Radicali Italiani, come annunciato da Marco Pannella nella conversazione con Massimo Bordin su Radio Radicale, non si presenteranno alle Europee nella Lista Alde.
IL VIDEO A SORPRESA
A tenere il battesimo della presentazione della Lista Alde, avvenuta a Roma alla presenza di circa 90 persone compresi i giornalisti, è stato Romano Prodi con un video messaggio. Monti e Prodi a braccetto alle Europee: chi l’avrebbe detto?
(da “Formiche“)
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Febbraio 5th, 2014 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE E I PERICOLI DEL SISTEMA ELETTORALE CHE RIMETTE IN PISTA L’EX PREMIER
“Si rischia non solo di resuscitare Berlusconi, ma di farlo vincere. E Matteo può fare la fine di Veltroni”.
Le parole attribuite dal Secolo XIX a Romano Prodi sono la più classica delle bombe: da giorni i sondaggi registrano un testa a testa tra centrosinistra e centrodestra, grazie al meccanismo dell’Italicum (e al ritorno a casa di Casini) e da giorni nel Pd si registra il più classico clima da manovre e anti manovre.
Alle 18 e 45, dopo che per tutto il giorno i siti hanno rilanciato le dichiarazioni del padre del Pd (lo stesso che domenica aveva invitato Letta “a non aver paura” e a “passare al contrattacco” in un’intervista al Corriere della Sera) arriva la smentita ufficiale: “Smentisco nel modo più radicale quanto a me attribuito dal Secolo XIX a firma di Marco Marozzi. Da mesi non vedo Marco Marozzi, da mesi non lo incontro e non parlo con lui. Quand’anche lo avessi incontrato mi sarei guardato dall’avere con lui conversazioni su temi politici. Questo suo presunto scoop mi indigna profondamente”.
Parole forti, fortissime. Ma a ben guardare, il Professore (che ieri è stato anche contestato dagli anarchici a Trento) non nega il contenuto delle dichiarazioni a lui attribuite, quanto il fatto di averle dette al giornalista in questione (che peraltro l’ha seguito per decenni).
Comunque sia andata, il tema esiste e l’Italicum ancora ben lontano dal vedere l’alba suscita preoccupazioni evidenti, contrattacchi e avversità palesi.
Basta leggere i Tweet di prima mattina di Dario Parrini, candidato unico alla segreteria della Toscana, vicinissimo a Renzi: “Più simboli su scheda = più voti? No. Nel 2008 centrodx 46,8% e 3 simboli (Pdl, Ln, Mpa). Nel 2013 9 simboli e 29,2%. Abbasso l’alleanzismo”.
Perchè poi la questione vera è che Berlusconi una coalizione ce l’ha, Renzi no.
Anzi, fatica a tenere insieme i pezzi di quella potenziale, con Sel (invitata cordialmente a fondersi nel Pd l’altra sera a Porta a Porta da Dario Nardella) che recalcitra, visto che sarebbe la prima vittima sacrificale di questo sistema elettorale e Scelta Civica che alza il prezzo per il suo sostegno.
Il segretario informato del pensiero del Professore pare non abbia battuto ciglio, tanto più ormai si sarebbe convinto che alle primarie abbia votato per Civati. Il quale commenta: “Non so se abbia votato per me o meno, ma è certo che il sistema elettorale in discussione favorisce Berlusconi che col proporzionale è sempre andato meglio”.
La minoranza dem sul piede di guerra esulta.
Commenta Alfredo D’Attorre con un sorriso a 360 gradi: “Mi paiono evidenti le analogie con le elezioni del 2008”. Quelle che Veltroni perse, appunto.
E Danilo Leva: “Una rivoluzione che ci riporta al ’94 non è certo tale”.
Gelido Gianni Cuperlo: “Spero sia una previsione sbagliata”. Chi alla legge ha lavorato in commissione Affari costituzionali, come Bressa, commenta: “Sono tutte valutazioni premature. Non sappiamo come si vota e quando si vota. E i sondaggi hanno sempre sbagliato”.
Dice il renziano David Ermini: “Berlusconi non è candidato, i sondaggi stanno sottovalutando questo aspetto. E poi con Renzi si vince”. Rincara Matteo Richetti: “Si sottovaluta la capacità attrattiva di Renzi”.
Ma al di là delle prese di posizione ufficiale la situazione è come si dice in movimento. È già partito da parte di alcuni renziani più “di governo” il piano per portare il segretario a Palazzo Chigi, una volta approvata la legge elettorale, senza passare per il voto.
Piano che prevede anche di staccare una parte dei Cinque Stelle da Grillo.
Lui per ora non si lascia troppo irretire da questa manovra, ma neanche esclude tale possibilità . Non a caso ieri sera è andato da Angelino Alfano: visto che il rimpasto continua a non piacergli, il Renzi uno diventa uno degli scenari più probabili.
La Boschi ieri sera a Otto e mezzo non è arrivata a dire che Renzi premier senza elezioni è una cosa che “non accadrà mai”.
Intanto Letta domani sarà alla direzione Pd: a Palazzo Chigi sottolineano che per lui è stata una settimana molto positiva e dunque la sua è una partecipazione senza ansia. Visto che di patto di governo il segretario non vuole parlare, non ci dovrebbe essere un ultimatum.
Forse un mezzo ultimatum?
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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