Febbraio 26th, 2013 Riccardo Fucile
DEI 90 DEPUTATI DELLA EX AN NE RIMANGONO IN PARLAMENTO UNA VENTINA TRA “FRATELLI ORFANI” E “SORELLE SOLE”
Nel segreto dell’urna un italiano su quattro ha confermato di far finta di credere che Ruby fosse la
nipote la Mubarak: per vedersi restituire 220 euro di media di Imu ne valeva la pena.
D’altronde se in passato sono riusciti in poche settimane a passare dagli applausi sotto Palazzo Venezia a quelli ai soldati americani che lanciavano Camel dalle jeep al popolo “liberato”, non c’è da meravigliarsi.
La capacità di galleggiare ha permesso agli italiani più che di conquistare medaglie olimpiche nel nuoto, di sopravvivere a Prima e Seconda Repubblica.
Un discorso a parte merita una certa destra politica italiana che, sempre in attesa dell’apparizione di una madonna laica da venerare, in essa ripongono poi fideisticamente il proprio grido di battaglia: un volta contro i comunisti, un’altra con i culattoni, una terza contro gli immigrati che portano via i posti di lavoro o la cacca dei cani sui marciapiedi.
Dai tempi del Msi a quelli di An, chiunque abbia cercato di proporre un’analisi diversa, attenta al sociale, ai diritti civili, alla metapolitica, alla geopolitica, all’universo femminile, all’ecologia è stato sempre tacciato di traditore.
Da Beppe Niccolai a Pino Rauti, osteggiati in vita e celebrati per interesse da defunti.
E’ cosi che venti anni fa questa destra ha trovato il vate sdoganatore, dimenticando che era la stessa persona che aveva sovvenzionato la scissione di democrazia nazionale con un assegnino di 100 milioni.
Ma l’entrare a corte, per gente abituata a dormire sulla scrivania del “Secolo d’Italia” e a far asciugare la canottiera sullo stendino, è stato traumatizzante, come chi, costretto a frequentare gli alcolisti anonimi, improvvisamente si trovi a disposizione una cassa di bottiglia di Chivas.
Ma a corte occorre venerare il principe e assecondarne le follie, giustificarne gli affari e i festini, se si vuole conservare il pass a lungo.
E degli ex 90 An presenti in Parlamento da un lato qualcuno alla lunga ha avuto un soprassalto di dignità e ha cominciare ad alzare il dito del riscatto degli schiavi, dall’altro di molti altri soggetti il principe si era annoiato per il loro servilismo e ha espresso il desiderio di rinnovare la scuderia degli olgettini.
Ieri si è consumato l’ultimo atto, di quei 90 sono rimasti meno di venti: fatti fuori i finiani, niente ripescaggio per il partito di Storace, nove appena i seguaci di Nosferatu e Sorella “sola”, una decina i posti riservati in galleria a Gasparri, Alemanno e Matteoli.
Il principe ha chiuso Destraland, il parco dei divertimenti e degli approvigionamneti della destra italiana.
In attesa del loro trasferimento al Museo delle Cere.
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
I POTERI E LE ISTITUZIONI NON SONO OGGI DELEGITTIMATI PERCHE’ CADUTI NELL’ILLEGALITA’ MA IL CONTRARIO: L’ILLEGALITA’ E’ COSI’ DIFFUSA PERCHE’ I POTERI HANNO SMARRITO OGNI COSCIENZA DELLA LORO LEGITTIMITA’
La decisione di Benedetto XVI deve essere considerata con estrema attenzione da chiunque abbia a cuore le sorti politiche dell’umanità .
Compiendo il “gran rifiuto”, egli ha dato prova non di viltà , come Dante scrisse forse ingiustamente di Celestino V, ma di un coraggio, che acquista oggi un senso e un valore esemplari.
Deve essere evidente per tutti, infatti, che le ragioni invocate dal pontefice per motivare la sua decisione, certamente in parte veritiere, non possono in alcun modo spiegare un gesto che nella storia della Chiesa ha un significato del tutto particolare.
E questo gesto acquista tutto il suo peso, se si ricorda che il 4 luglio 2009, Benedetto XVI aveva deposto proprio sulla tomba di Celestino V a Sulmona il pallio che aveva ricevuto al momento dell’investitura, a prova che la decisione era stata meditata.
Perchè questa decisione ci appare oggi esemplare?
Perchè essa richiama con forza l’attenzione sulla distinzione fra due principi essenziali della nostra tradizione etico-politica, di cui le nostre società sembrano aver perduto ogni consapevolezza: la legittimità e la legalità .
Se la crisi che la nostra società sta attraversando è così profonda e grave, è perchè essa non mette in questione soltanto la legalità delle istituzioni, ma anche la loro legittimità ; non soltanto, come si ripete troppo spesso, le regole e le modalità dell’esercizio del potere, ma il principio stesso che lo fonda e legittima.
I poteri e le istituzioni non sono oggi delegittimati, perchè sono caduti nell’illegalità ; è vero piuttosto il contrario, e cioè che l’illegalità è così diffusa e generalizzata, perchè i poteri hanno smarrito ogni coscienza della loro legittimità .
Per questo è vano credere di potere affrontare la crisi delle nostre società attraverso l’azione — certamente necessaria — del potere giudiziario: una crisi che investe la legittimità , non può essere risolta soltanto sul piano del diritto.
L’ipertrofia del diritto, che pretende di legiferare su tutto, tradisce anzi, attraverso un eccesso di legalità formale, la perdita di ogni legittimità sostanziale.
Il tentativo della modernità di far coincidere legalità e legittimità , cercando di assicurare attraverso il diritto positivo la legittimità di un potere, è, come risulta dall’inarrestabile processo di decadenza in cui sono entrate le nostre istituzioni democratiche, del tutto insufficiente.
Le istituzioni di una società restano vive solo se entrambi i principi (che, nella nostra tradizione, hanno anche ricevuto il nome di diritto naturale e diritto positivo, di potere spirituale e potere temporale) restano presenti e agiscono in essa senza mai pretendere di coincidere.
Per questo il gesto di Benedetto XVI è così importante.
Quest’uomo, che era a capo dell’istituzione che vanta il più antico e pregnante titolo di legittimità , ha revocato in questione col suo gesto il senso stesso di questo titolo.
Di fronte a una curia che, del tutto dimentica della propria legittimità , insegue ostinatamente le ragioni dell’economia e del potere temporale, Benedetto XVI ha scelto di usare soltanto il potere spirituale, nel solo modo che gli è sembrato possibile: cioè rinunciando all’esercizio del vicariato di Cristo.
In questo modo, la Chiesa stessa è stata messa in questione fin dalla sua radice.
Non sappiamo se la Chiesa sarà capace di trarre profitto da questa lezione: ma sarebbe certamente importante che i poteri laici vi trovassero occasione per interrogarsi nuovamente sulla propria legittimità .
Giorgio Agamben
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 10th, 2013 Riccardo Fucile
ROBERTO PREDOLIN E PATRIZIA ZANELLA: “UN’INTERA POPOLAZIONE HA LASCIATO LE PROPRIE CASE, LA MEMORIA E’ UN DOVERE”
Roberto Predolin, nato esule, da bambino guardava Milano attraverso le sbarre del cancello
che proteggeva il suo condominio: un piccolo villaggio di giuliani, dalmati e istriani arrivati in Lombardia per fuggire dalla furia dei militari agli ordini del maresciallo Tito.
«Era un mondo a parte — racconta —, c’era un grande giardino e ci trovavamo sempre lì, tra di noi. Quel cancello era un confine, un simbolo: eravamo isolati nel fortino e gli altri erano gli indiani fuori».
Dopo settant’anni dall’inizio del lungo esodo che portò quasi 300mila persone a lasciare le loro case giuliane e dalmate, oggi si commemorano i martiri delle foibe.
Il 10 febbraio del 1947 a Parigi un trattato di pace pose fine al conflitto in quel fazzoletto di terra, ultimo atto della Seconda Guerra Mondiale: dal 2004 questa data è riconosciuta dal Parlamento italiano come la Giornata del Ricordo.
«Non solo le foibe — dice Predolin, dirigente dell’Associazione nazionale Venezia, Giulia e Dalmazia —, l’altra tragedia vera è l’esodo: un’intera popolazione che viveva lì è stata costretta ad andare via».
I genitori di Roberto Predolin erano esuli dal 1944: durante il loro viaggio di nozze decisero di non far ritorno a casa, in Dalmazia, ma di costruire una nuova vita lontano dai paesaggi di sempre.
Dopo un breve vagare in Italia, raggiunsero Milano, città che si prometteva accogliente e nella quale altre vittime dell’esodo avevano trovato il loro rifugio sicuro. «In via Cremosano vivevo insieme a tutti gli esuli: il comune ci aveva donato il terreno e noi avevamo costruito i palazzi; lì vivevano almeno 200 famiglie».
Così, Predolin, ricorda come si viveva in via Cremosano, da esuli.
«Il racconto puntuale di quello che questi uomini e queste donne avevano visto davvero non c’è mai stato; a volte si lasciavano sfuggire qualche memoria degli eccidi, ma emergeva sempre mitigata. I miei genitori si sono sforzati di ricordare solo le cose belle, fino a quando la vera tragedia non è emersa anche per me»: l’odio etnico dei titini, le foibe, l’esodo.
Questa verità , nascosta e negata, spinse la comunità milanese verso l’esterno: con i circoli e le associazioni, chi era sopravvissuto — lasciando la propria terra — mantenne viva la memoria di chi non ce l’aveva fatta.
Nacque così il Circolo Giuliano-Dalmata, che «raccoglieva — ricorda Roberto Predolin — tutti gli esuli milanesi. La sede, in corso di Porta Vittoria, era stata donata dal Conte Borromeo D’Adda che, dopo aver conosciuto queste vicende, decise di ospitarci gratuitamente in un palazzo storico».
Tra feste ed eventi sportivi, la città incominciò a scoprire le crudeltà subite dagli italiani dell’Est, grazie anche a quei giovani esuli che avevano voglia di condividere la loro storia con gli amici di sempre.
Patrizia Zanella non ebbe paura ad invitare, proprio lì, i suoi compagni di classe: «Il circolo — racconta — era diventato un vero e proprio centro d’aggregazione. Organizzavamo cene e feste; per me era naturale invitare i miei amici, al di là che fossero originari o no di Zara».
La comunità giuliano-dalmata è da sempre caratterizzata da allegria e voglia di vivere. «L’aria di festa c’era e c’è ancora — prosegue Patrizia —; bastava che venisse a trovarci un amico istriano per condividere le sue emozioni con gli esuli e con gli altri italiani».«Mio padre era un boxeur — ricorda la Zanella —. Il 7 novembre 1970 ero andata con lui a Roma in occasione della finale mondiale del campionato pesi medi di boxe: sul ring c’erano Benvenuti e Monzon. Mio padre, Nino Zanella, dovette fare una semplice telefonata ad un suo vecchio conoscente di Zara per trovare le porte della sua casa aperte. Dormimmo lì, nel villaggio dell’Eur, nella loro casa. Questo è un esempio per dire come tra noi istriani c’è un legame quasi di sangue»
Un legame reso forte dall’esodo e dalla lotta per la verità che per lunghi decenni fu insabbiata.
Il boxeur Zanella ed i coniugi Predolin furono costretti a lasciare tutto quello che avevano per salvare le loro famiglie dalle foibe.
Nell’Italia che si risollevava dalla Seconda Guerra Mondiale il loro racconto strideva con la narrazione del boom economico e tutto veniva ridotto a una “rappresaglia” anti-fascista.
Oggi i documenti degli storici e le parole dei testimoni ci rivelano che queste sono storie di esuli italiani, vittime di un sopruso che non ebbe, e non può avere, colore politico.
Michele Chicco e Andrea Lucidi
(da “La Stampa”)
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Febbraio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
CHIEDONO IN UNA LETTERA AI CANDIDATI GOVERNATORI DELLA LOMBARDIA COSA INTENDONO FARE PER I LORO FIGLI: NON RISPONDE NESSUNO DEI CINQUE ASPIRANTI AL TRONO
Adesso qualcuno potrà dire che abbiamo trovato un punto su cui converga il consenso bipartisan di tutte le
forze politiche, all’ apparenza non esisterebbe nessun dubbio tra i candidati alla Presidenza della Regione Lombardia sul fatto che gli autistici non siano una realtà che meriti attenzione.
Nessuno dei cinque in corsa per il Pirellone, e nessuno per loro, ha infatti dato un cenno di risposta a una civilissima lettera inviata dal padre di un ragazzo autistico, che chiedeva, a nome suo e dei suoi almeno 9000 potenziali “colleghi” con un simile problema in famiglia (è una stima per grande difetto e di molti anni fa degli autistici lombardi), di poter conoscere, in vista delle prossime elezioni (si voterà il 24 e 25 febbraio 2013) quali orientamenti avrebbero inserito nel loro programma rispetto alle tematiche relative alla disabilità mentale — cognitivo/relazionale e su quali scelte intendessero impegnarsi.
L’autore della lettera è Paolo Zampiceni, presidente dell’ associazione “Autismando”, che riunisce i genitori di soggetti con autismo di Brescia e provincia: “Visto che la situazione dei nostri ragazzi è condizionata anche da scelte politiche-dice Zampiceni- per esempio rispetto all’ organizzazione dei servizi, alle scelte sul welfare, ecc. Abbiamo provato a vedere se, in vista delle elezioni, riuscivamo ad avere un paio di idee più chiare. Ci abbiamo provato … purtroppo l’unica cosa che c’è arrivata, tanto per cambiare, è il silenzio!”
La lettera è stata mandata da fine dicembre, a più riprese, a tutti gli indirizzi mail pubblici che venivano indicati dai vari comitati che rappresentano rispettivamente a Gabriele Albertini, Umberto Ambrosoli, Roberto Maroni, Carlo Maria Pinardi, Silvana Carcano.
Oltre che alle loro rispettive pagine Facebook.
Ad oggi però nessuna risposta.
Paolo Zampiceni dice che i genitori che rappresenta non si sarebbero aspettati certo una risposta diretta dei candidati, ma almeno che qualcuno per loro si fosse preso la briga di dare un cenno che il problema dei disabili psichici non fosse per loro del tutto indifferente: “Speravamo che nelle loro segreterie ci fosse qualcuno che seguisse in maniera specifica le problematiche del mondo delle disabilità , che ci arrivasse comunque qualche indicazione; purtroppo tutto ciò che ci è arrivato è stato il loro silenzio. Forse pesiamo poco agli occhi dei politici visto che le persone con autismo nella maggior parte dei casi non votano.”
La lettera toccava nel dettaglio tutti i punti più critici rispetto ai bisogni dei bambini, ragazzi e adulti con autismo.
Venivano esposti alcuni dei nodi maggiormente problematici, su cui i genitori si sarebbero augurati almeno un impegno.
”Nel momento in cui ci viene chiesto di votare vi chiediamo di indicarci su quanto, realisticamente, ritenete di potervi impegnare e in che direzione intendete orientare la vostra azione rispetto alle politiche per la disabilità e, nello specifico, rispetto alle problematiche correlate all’autismo.”
Alla fine forse sarebbe bastata anche una risposta di pura formalità , poco più che la versione elettronica di quelle lettere prestampate che i vari supporter affaccendati in campagna elettorale, infilano nelle buche delle poste di cittadini di ogni categoria.
Al contrario di quel patteggio pre elettorale “aum aum”, che inquieta e solleva sospetto, qui l’ accordo era più che evidente, come dice lo stesso Zampiceni: “vista la totale assenza del problema della disabilità in tutti i programmi di questa campagna elettorale, noi ci siamo rivolti a ognuno dei candidati chiedendogli cosa avesse intenzione di fare per sostenere il diritto a una vita dignitosa per i nostri ragazzi, il senso della lettera è chiaro: dimostra concreta attenzione al disabile che rappresento e io ti voto, comunque tu possa pensarla, perchè il mio problema equivale alla mia vita.”
A essere proprio maligni verrebbe di pensare che a bloccare un segno di riscontro, che in campagna elettorale davvero non si nega a nessuno, sia stata proprio questa stringata e lapidaria frasetta in calce alla lettera: “Vi chiediamo inoltre l’autorizzazione a pubblicare la vostra risposta sul nostro sito (www.autismando.it).” Non vorremo certo pensare che sbilanciarsi sulla vita degli autistici, da ricordare che l’ autismo è numericamente la prima causa di disabilità , sia considerato così compromettente per i futuri amministratori, molto più che promettere di abbassar tasse, di tagliare i costi della politica, creare posti di lavoro. E’ singolare che una domanda, così legittima, che oltretutto riguarda gli autistici, i più deboli tra le categorie dei deboli, sia riuscita a creare tanto imbarazzo, da evitare il rischio di una risposta che sarebbe stata resa pubblica.
Gianluca Nicoletti
(da “La Stampa”)
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Gennaio 31st, 2013 Riccardo Fucile
SI VEDONO GLI EFFETTI SUI SERVIZI SOCIALI… IL SUD PIU’ COLPITO
La crisi ha portato via tre quarti degli investimenti stanziati per il welfare: dal 2008 al
2012 i fondi nazionali per le politiche sociali sono stati tagliati, nel complesso, del 75 per cento.
Un colpo di mannaia denunciato da un rapporto dello Spi-Cgil che mette in fila le risorse decurtate e lancia l’allarme sull’«abbandono delle fasce deboli».
E il tema, fa notare il sindacato, è ancora assente dalla campagna elettorale.
Il quadro è presto fatto: tutte e tre le principali fonti di spesa sono state massacrate dalla politica di bilancio.
La dotazione del Fondo per le politiche sociali – la principale voce del finanziamento statale per gli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie – nei cinque anni presi in considerazione è passata da 923,3 a 69,5 milioni.
Il Fondo per l’autosufficienza – che fino al 2010 aveva mantenuto un plafond di risorse di 400 milioni – è stato azzerato dal governo Berlusconi. Il Fondo per le politiche della famiglia è passato invece da 185,3 a 31,99 milioni e quello per le politiche giovanili può ora contare solo su 8,18 milioni dai 94,1 messi in conto nel 2008.
Passando dal livello nazionale a quello locale, la situazione specifica la Cgil – non migliora.
Nel 2012, vista la necessità di far fronte ai tagli dei trasferimenti, i Comuni – in media – hanno diminuito la spesa in servizi sociali del 3,6 per cento.
Nel Sud, che più avrebbe bisogno di servizi, le cose sono andate ancora peggio: le risorse stanziate per operazioni di welfare allargato (servizi sociali, istruzione, sport e tempo libero) sono state decurtate del 6,8 per cento. Il tutto a fronte di un taglio delle spese per l’amministrazione generale (dalle auto ai costi della politica) fermi al 2,9 per cento.
Scelte che il sindacato disapprova in pieno, anche perchè spiega – «la riduzione delle risorse destinate ai servizi di assistenza non ha portato ad una diminuzione delle entrate tributarie, che nel 2012 sono aumentate del 9,3 per cento».
Dunque sono state versate più tasse a fronte di minori servizi: «In termini di bilancio sintetizza il rapporto – negli ultimi cinque anni la spesa corrente prevista è diminuita del 10,9 per cento, mentre le entrate tributarie sono aumentate del 6,7».
Per Susanna Camusso, leader della Cgil, dietro queste cifre c’è il fallimento della impostazione di governo.
«E’ il segno della politica che abbiamo cercato di contrastare: quella che ha pensato che tagliando lo stato sociale e l’intervento pubblico si potesse far ripartire il Paese» ha commentato. L’unico fatto certo, ha detto, è che «le persone stanno peggio di prima».
Quindi «è finita la stagione del “lasciamo fare al mercato” perchè non ha dato buona prova di sè: siamo l’unico Paese in cui l’intervento pubblico suscita allergia».
Carla Cantone, segretario nazionale della Spi-Cgil, ha concluso: «Siamo davvero all’anno zero del welfare ed è bene che la politica si affretti ad intervenire: nessun candidato ha detto ancora niente in merito ».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
“GIUDIZI PRIVI DI VALORE SCIENTIFICO, SI INVENTA UN MUSSOLINI ANTICOMUNISTA”
“Berlusconi è scivolato su un bricolage di fantastoria: una mistificazione con finalità
elettorali e demagogiche». Il professor Franco Cardini, storico dell’università di Firenze, stigmatizza la «lettura antiscientifica del fascismo offerta dall’ex premier».
Cosa la inquieta nella «rivalutazione» di Mussolini?
«La strumentalità . Berlusconi loda il Duce perchè sta inseguendo un bottino di voti vacanti e non certo per aprire una riflessione culturale sul Ventennio. In politica l’uso della storia è fisiologico, l’abuso no. Anche Stalin e Hitler hanno fatto cose buone: la legislazione sociale e il Welfare del nazismo erano notevoli, ma ciò non significa nulla. E non attenua affatto le colossali colpe di quei totalitarismi. La storia non è giustificazionista e viene insegnata proprio per dare ai cittadini dei modelli. La riappropriazione della storia deve diventare progettualità nel tempo presente. La memoria, infatti, è la garante della nostra identità . Come diceva Platone, sapere è ricordare: se non ricordiamo, non sappiamo niente, non siamo niente. La memoria è un dovere. L’ex premier non è uno storico serio e fa dell’autobiografismo».
Cioè Berlusconi si paragona al Duce?
«Ha un complesso napoleonico ma, pur con il suo scarso senso dell’umorismo, capisce che solo i matti si identificano con Napoleone. E dunque si riconosce in un immaginario Mussolini visceralmente anticomunista, ignorando il ben più complesso rapporto tra il fascismo e l’Unione Sovietica. Inventa un Duce diverso dalla realtà per un cesarismo populista alla Perà³n. Al tempo stesso la memoria non va confinata in una giornata di celebrazioni: va trasformata in materia di studio e di meditazione, dai banchi di scuola ai mass media. La retorica invece è destinata a sclerotizzarsi e a cadere, col tempo, nel vuoto».
Perchè lo boccia in storia?
«Sono giudizi privi di valore scientifico. È lo stesso stravolgimento della storia inscenato dai leghisti con celti e Padania. Al contrario di questa paccottiglia, la memoria storica ha, in una società civile consapevole, la funzione altissima di contribuire alla progettazione d’un futuro migliore. Questo non vuol dire che non sia proibito esprimere valutazioni discordanti sul passato. Però serve serietà d’intenti e di metodo. Certo, Mussolini rispetto a Hitler non deteneva il potere totale perchè sentiva il fiato addosso della Chiesa, della corona, dell’esercito, della finanza della massoneria, però fu senza ombra di dubbio il dittatore che privò gli italiani della libertà . Se le tirannie del passato sono finite, il ventre che le ha partorite è sempre gravido di altri mostri: magari d’aspetto diverso. “L’uomo non ricorda nulla: ricostruisce di continuo”, ammoniva Lucien Febvre. La storia è razionalizzazione critica della memoria. Non è materia per giochi elettorali nè per giudizi-slogan».
(da “La Stampa“)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IN EMILIA CORRE PER FLI LA NIPOTE DEL DUCE: “FU UN GRANDE STATISTA”
È lontana dalla eleggibilità ma ha scelto di correre lo stesso anche Edda Negri Mussolini.
Sua madre, Anna Maria, è stata l’ultima figlia del Duce.
“Un cognome pesante” spiega, che ha scelto di utilizzare solo di recente, a fianco a quello del padre, “per sottolineare l’onestà di mio nonno. Noi non abbiamo mai mangiato grazie alla politica, solo con i suoi lavori da giornalista”.
Già sindaco in una lista civica a Gemmano, in provincia di Rimini, Edda Negri Mussolini ha aderito sin da subito a Fli, nonostante l’abiura del fascismo da parte di Fini.
“Su alcune cose sono d’accordo, su altre meno – distingue lei – mio nonno ha fatto degli sbagli, come le leggi razziali, ma è stato un grande capo di Stato. Grazie a lui abbiamo avuto l’architettura fascista, le leggi sociali a difesa dei lavoratori e delle donne e le bonifiche”.
Anche la nipote di Mussolini boccia Berlusconi: “Pure mio nonno è stato processato, ma non per aver rubato”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
SANT’EGIDIO, PRANZO DI NATALE DA RECORD: 5.500 PERSONE INSIEME A TAVOLA… CENTINAIA DI VOLONTARI PER UNA VERA GARA DI SOLIDARIETA’… BAGNASCO: “LA SOLITUDINE E’ BRUTTA COME LA FAME”
Oltre 5.500 persone hanno partecipato al tradizionale pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Genova.
I pranzi sono stati organizzati in 16 diversi luoghi di Genova: tra questi la chiesa dell’Annunziata, Palazzo Ducale, la Commenda di Prè, l’Istituto calasanziano di Cornigliano e in alcuni istituti religiosi.
Menu tradizionali ed etnici per gli ospiti dell’associazione: tra loro molti pensionati e cassintegrati, bambini, homeless, anziani.
Quest’anno, il pranzo di Natale di Sant’Egidio ha compiuto trent’anni e la comunità di Sant’Egidio vuole sfatare l’etichetta tradizionale di un pranzo “per i poveri”, in una società in cui è sempre più difficile tracciare un confine tra ricchi e e poveri, ma un pranzo per tutti.
Centinaia i volontari impegnati, con grande partecipazione di scout che hanno provveduto alla realizzazione del pranzo e al servizio in tavola.
Sono 16, i luoghi che oggi hanno ospitato il tradizionale pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio, che quest’anno compie 30 anni: fra Sampierdarena, Cornigliano, e quello di San Siro, sono state ospitate circa 5500 persone. Anche nella storica sede, quella della chiesa dell’Annunziata, dove l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, è passato a portare gli auguri. «La solitudine – ha detto – è brutta come la fame. Invito tutti a essere lieti in questo splendido giorno e a volersi bene gli uni con gli altri».
Il cardinale ha salutato una per una le tantissime persone che hanno pranzato nella basilica.
Oltre al pranzo, anziani, cittadini stranieri, persone senza dimora, disabili, famiglie in difficoltà e malati hanno ricevuto anche un regalo.
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Dicembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
C’ERA CHI MORIVA PER UN IDEALE E CHI FINANZIAVA LA SCISSIONE DI DEMOCRAZIA NAZIONALE PER FAR SPARIRE IL MSI… NOI NON DIMENTICHIAMO GLI INFAMI
Oggi il pluri-indagato Silvio Berlusconi, il fidanzatino della Telecafona, ha affermato che in un incubo notturno ha visto Monti premier e Fini “ministro delle fogne”.
Il riferimento non intendeva colpire solo un suo avversario politico, reo di aver alzato quel dito contro l’arroganza di una corte di servi e magnaccia, ma la “provenienza politica” di Fini: chiaro il riferimento ai tempi in cui “uccidere un fascista non è reato” o “fascisti carogne tornate nelle fogne”.
Erano tempi in cui una generazione di giovani si batteva non solo per opporsi al marxismo ma anche al capitalismo.
Erano tempi in cui si usciva per andare a una manifestazione e non si sapeva se si sarebbe tornati a casa: e non perchè si andasse a puttane.
Forse si usciva dalle fogne della discriminazione democratica, ma non si aveva addosso il puzzo dello stalliere mafioso di Arcore.
Forse non avevamo frequentazioni dei salotti buoni, ci accontentavamo di una colletta per pagarci la carta dei volantini, macchiandoci dell’inchiostro di vecchi ciclostili in federazioni disadorne, ma non avevamo benefattori che ci passassero 2.500 euro al mese in residence.
Non avevamo amici mafiosi, frequentazioni di condannati per corruzione, conti all’estero, relazioni border line.
Qualcun’altro invece stanziava 100 milioni di allora per finanziare la scissione di Democrazia nazionale che avrebbe dovuto decretare la fine del Msi e di una fetta di storia della destra italiana del dopoguerra.
C’era gente che poteva anche uscire dalle fogne ma profumare di pulito, al contrario di altri che uscivano dalle loro lussuose ville sporchi dei loro loschi intrallazzi.
C’erano giovani assassinati per le loro idee che non avevano e non avrebbero mai accettato e pagato la protezione della mafia.
Se oggi in Italia anche un cialtrone ha potuto fare politica è perchè tanti di noi in quei tempi tennero il punto, non arretrarono.
E poco importa se vivevano nelle fogne “democratiche”: loro erano puliti, al contrario di chi il lercio profumo di fogna se lo è portato dentro di sè per tutta la vita.
E chi è infame, tale rimane per sempre.
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