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DONNE D’ITALIA

Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile

ELISA, ARIANNA E VALENTINA: UN AIRONE SOTTILE, UNA BAMBOLA BAMBINA, UNA MADRE CON LE PRIME RUGHE: CLASSE, ORGOGLIO E GRINTA DI TRE DONNE ITALIANE CHE NON SI ARRENDONO MAI

Che meraviglia queste tre ragazze italiane, questi tre profili sul podio: un airone sottile, una bambola bambina, una madre con le prime rughe.
Elisa, Arianna, Valentina.
Che spettacolo queste tre donne così diverse così uguali, nemiche e compagne di squadra, rivali e vicine di letto.
Belle come il sole direbbero e diranno le loro mamme: sei bella come il sole. Ciascuna lo è. Che sorrisi, che impresa.
Quanto dolore perdere di un soffio, quella lacrima che scende e la mano con le unghie blu di Arianna Errigo che la asciuga, che meraviglia vincere all’ultima stoccata, gli occhi che cercano il cielo di Elisa Di Francisca, in un secondo che ti giochi tutto in quell’attimo e non vedi non senti altro che sì, è la tua volta, è il tuo momento. È adesso.
Che orgoglio risalire la china del terzo posto con la zampata della vecchia leonessa, che tempra il vecchio Cobra, Valentina Vezzali è ancora qui.
Oro incenso e mirra hanno portato, venute da tempi diversi della vita: una ragazzina, una giovane donna, una campionessa alle soglie dei quaranta. T
re donne, tre destini che si annodano e si snodano in un soffio. Vezzali era venuta con i suoi 38 anni, la madre e il figlio di 7 in tribuna, la storia della scherma già  scritta per vincere il suo quarto oro ed entrare nella leggenda. Portabandiera della squadra olimpica.
Invincibile, implacabile. Cattiva, in pedana. Solitaria fuori.
Pochissimo amata dalle compagne di squadra: la vecchia, la chiamano.
Ha affrontato Arianna Errigo, di 14 anni più giovane, tesissima.
«Ho sbagliato la parte centrale della gara», dirà  poi in lacrime, «niente da dire: ho sbagliato. Ha sempre ragione chi vince. Arianna attaccava molto, l’ho ripresa troppo tardi ».
Arianna attaccava molto, con i suoi 24 anni e le sue unghie blu fino a mezz’ora prima rosicchiate su una panchina lungo il Tamigi, nell’attesa.
Prima olimpiade.
Come va, Arianna? Come ti senti a dover affrontare la Vezzali?
“Benissimo, mi sento bene. L’ho già  sconfitta un mese fa, posso farlo ancora. Non ho voglia di aspettare altri quattro anni, non ditemi che ho tempo. Posso farlo ora”.
E difatti sì, ecco: danzando in pedana come se fosse un ballo, una piroetta una mezza giravolta ad ogni stoccata, batte i piedi, urla, Valentina resta lì a guardarla a braccia conserte, 14 a 11, 14 a 12, non basta, è troppo tardi, la bambina col viso di bambola canta e danza veloce, troppo veloce.
È un attimo, Vezzali è sconfitta.
Elisa Di Francisca, 30 anni, esce fuori a fumare. Una Marlboro, due.
Ha eliminato la Nam, la coreana minuscola e veloce come un’ape, rimontando quando sembrava finita.
Ora fuma, guarda il fiume.
La finale sarà  contro Arianna. Sono compagne   di stanza, al villaggio   olimpico, proprio come Valentina   Vezzali e Giovanna Trillini lo   furono ad Atene.
Una finale fa   due rivali che stasera dormiranno   in due letti gemelli, ciascuna   con la sua medaglia sul comodino.
Hanno già  vinto entrambe,   perchè sconfiggere Valentina   Vezzali — la rivale crudele — era la   battaglia comune.
Se lo erano dette alla vigilia: questa volta   una delle due ce la fa, la battiamo.   E infatti ecco, sì. Ora tutto   sembra più facile, Elisa ha un   sorriso bello e malinconico,   Arianna tiene la testa fra le mani.
Chiunque vinca, la storia è scritta.
Valentina ancora in pedana,   adesso. Mezz’ora dopo la sconfitta   dalla ragazzina, con le lacrime   ancora da ingoiare, sale a   giocarsi il terzo posto. Agguanta   la medaglia contro la Nam con   un’impresa storica, una rimonta   mai vista: se la mangia in 22 secondi,   gli ultimi.
Rimonta da 8 a   12 con tre affondi negli ultimi 9   secondi, quello finale a un secondo   dalla conclusione. Un secondo.
Piange ancora, adesso.   «Mamma mi ha detto che sono   stata brava», dice. Mamma mi ha   detto. Pietro la abbraccia e piange   con lei.
È comunque un bronzo,   poteva essere oro o argento.
«Ora faccio un altro figlio, poi vediamo   a Rio».
Ma l’occasione era   questa e Valentina lo sa. Mi dispiace,   ripete. Mi dispiace tanto.
Ora le piccole, per la finale.
Sembra non vogliano farsi male,   sono sempre in pareggio. Elisa si   muove dinoccolata e fluida,   Arianna è più nervosa. Toglie la   maschera, si tocca i capelli rame.
«Arrivo sempre in fondo e non   vinco mai», aveva detto ridendo   poco prima sul fiume. Un destino.
La stoccata finale arriva al   minuto supplementare, dopo   un match da infarto finito in pareggio.
La lama di Elisa la colpisce   al centro del petto, dove parte   il respiro.
Piange, la bambina.   Sul podio piange ancora.
La foto   finale mostra tre donne di 24, 30,   40 anni.
La piccola non riesce a   sorridere nemmeno quando le   mettono al collo la medaglia.
La   vecchia mostra tutti i denti in un   ghigno di sfida e di orgoglio, sono   ancora qui, eccomi, figuriamoci   se non sorrido alle foto.
Due sfingi, due modi di perdere.
La campionessa olimpica leva la   medaglia al cielo ed è felice, lei sì,   e davvero bellissima. L’età  di   mezzo della vita, 30 anni.
Arriva   sempre il momento in cui anche   i Cobra trovano un animale più   giovane e più forte, magari un   uccello in volo che plana, una   bambina col viso rotondo che   non ha paura.
Non è una tragedia,   è la vita.
E’ il tempo che passa,   tre stagioni che si avvicendano.
Tre donne formidabili e forti,   così diverse e così uguali.
È   proprio bello, ma molto bello   così.

Concita de Gregorio
(da “La Repubblica”)

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AGNESE BORSELLINO DALL’OSPEDALE SCRIVE: “AFFRONTO UNA MALATTIA INCURABILE CON LA DIGNITA’ CHE LA MOGLIE DI UN GRANDE UOMO DEVE AVERE”

Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile

LA VEDOVA DI PAOLO: “IO E I MIEI FIGLI NON SIAMO PERSONE SPECIALI”.. “ABBIAMO IL DOVERE DI SERVIRE LO STATO”

Rispetto per le istituzioni, speranza nella verità , fiducia nel futuro.
Mentre infuria lo scontro istituzionale tra la procura di Palermo e il Quirinale sull’uso delle intercettazioni sulla trattativa Stato-mafia, mentre due fratelli di Paolo Borsellino — il leader delle «Agende rosse» Salvatore e l’europarlamentare Rita — scendono in campo contro il Colle, la vedova del giudice, Agnese, e i suoi tre figli affidano a una lettera il ricordo dell’uomo ucciso vent’anni fa in via D’Amelio e diventato icona dell’antimafia.
Lontani dalle polemiche dirette, ma decisi a dire la loro su quello Stato in cui continuano a credere seppure «non abbia fatto tutto quello che era in suo potere per impedire la morte» del magistrato.
Seppure la mancata protezione non sembri la sua «sola colpa».
Seppure Manfredi abbia di recente bollato come un processo-farsa quello che a Caltanissetta portò a sette ergastoli in seguito a un colossale depistaggio e abbia accusato il responsabile delle indagini, Arnaldo La Barbera, di essere «uno che aveva molta fretta di fare carriera».
Nonostante tutto questo, la famiglia sceglie di ribadire fiducia nelle istituzioni perchè «abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato», dice la vedova nella lettera.
È lei a firmare venti righe rivolte ai giovani, dettate dal letto dell’ospedale dove — scrive — «affronto una malattia incurabile con la dignità  che la moglie di un grande uomo deve sempre avere».
Righe partorite insieme con i figli, tra le flebo e il via vai dei dottori: un ricovero che non le ha consentito, come già  era successo per l’anniversario di Capaci, di partecipare alle commemorazioni del marito.
Righe composte e serene che suonano come un controcanto nel giorno della memoria diventato terreno di scontro.
A portare pubblicamente il testimone del ricordo è stato Manfredi, oggi commissario di polizia a Cefalù: mercoledì sera, alla chiesa di San Domenico, insieme con gli scout, a ridare voce al celebre discorso che il padre tenne il 23 giugno del 1992, per il trigesimo di Falcone.
Ieri mattina alla caserma Lungaro, insieme con i familiari degli agenti della scorta caduti con il padre: Agostino Catalano, Eddie Cosina, Fabio Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina, tutti giovani.
Poi a Palazzo di giustizia, con il figlioletto Paolo — quattro anni e mezzo — aggrappato ai suoi pantaloni, ad ascoltare le parole di Diego Cavaliero, uno dei giudici ragazzini che Paolo formò alla procura di Marsala, e poi di don Cesare Rattoballi, il prete al quale il giudice affidò i pensieri più intimi sulla ineluttabilità  della morte alla quale andava incontro.
«Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui», scrive adesso la moglie, in memoria di un marito amatissimo «che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita».
E non perchè avesse la vocazione al martirio, non perchè volesse lasciare tre figli orfani ma perchè — ha chiarito poche settimane fa il figlio — «non toccava a lui pensare alla sua sicurezza personale, perchè c’erano altre persone e istituzioni deputate a farlo».
Malgrado questo, malgrado «le terribili verità  che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito», malgrado «alcuni momenti di sconforto” dovuti “alla lettura in ospedale delle notizie che si susseguono sui giornali», scrive, Agnese si dice orgogliosa dei figli perchè servono lo Stato, quello stesso Stato in cui credeva il marito.
Manfredi ha reso omaggio a suo padre come è stile di famiglia: lavorando sodo.
E raccogliendo i frutti di un’inchiesta che ha portato a dieci arresti tra i paesi delle Madonie.
La sorella Lucia è rimasta al timone del dipartimento Salute dell’assessorato regionale alla Sanità .
L’altra sorella, Fiammetta, appartata nella sua casetta di contrada Kamma a Pantelleria – l’isola che il giudice adorava – ieri ha fatto celebrare una messa in ricordo del padre. Una messa di campagna, con il parroco del paese, i contadini, pochi amici.
Tutti, come sempre, uniti come una falange.
Tutti con nomi scelti dal padre sulla base delle sue passioni letterarie: la Fiammetta di Boccaccio; la Lucia manzoniana; Manfredi, ultimo re di Sicilia.
Tutti e tre desiderosi di un profilo basso, di una testimonianza discreta.
Lontani dai clamori, perchè «non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai». Anche ieri, mentre Palermo e tutto il Paese si dilaniava tra accuse e polemiche, tutti testardamente fiduciosi nel futuro.
«Io non perdo la speranza in una società  più giusta e onesta — dice Agnese ai giovani – sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».

Laura Anello
(da “La Stampa“)

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DIMENTICATI IN MARE: PER 15 GIORNI UN GOMMONE DI DISPERATI VIAGGIA E POI AFFONDA NEL CANALE DI SICILIA SENZA CHE NESSUNO SE NE ACCORGA

Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile

L’OMISSIONE DI SOCCORSO E’ UN REATO, MA NON SONO STATE APERTE INDAGINI

Il Mediterraneo è un mare affollato, è probabile che qualcuno abbia visto l’imbarcazione in balia delle onde e non sia intervenuto. Ma l’omissione di soccorso è un reato”, denuncia Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Nessun radar li ha segnalati, nessun aereo li ha visti, nessuna nave li ha notati, nessun peschereccio li ha accostati, nessuno dei mezzi di pattugliamento Frontex si è accorto della loro presenza: 54 uomini e donne in fuga dalla violenza e dalla miseria arrivano su un gommone a ridosso delle coste italiane, vengono respinti dal vento verso il Nordafrica, e muoiono di sete.
Disidratati dopo 15 giorni di agonia, inghiottiti dal Canale di Sicilia: non hanno potuto portare a bordo neanche una bottiglia di acqua, per non appesantire l’imbarcazione, come ha rivelato l’unico eritreo sopravvissuto e ricoverato a Zarzis, in Tunisia.
L’omissione di soccorso è un reato, dice la Boldrini, eppure non sono state ancora aperte inchieste sulle due sponde del Mediterraneo, nè dalla Procura di Agrigento, nè dalla magistratura tunisina.
E, prima ancora, l’omissione di soccorso è una gravissima violazione della legge del mare; com’è possibile che ciò accada in un tratto di mare costantemente pattugliato da diversi Paesi?
Questa è la domanda che ci poniamo tutti — risponde la Boldrini — certamente occorre un maggiore coordinamento tra gli Stati, in tema di soccorso a mare i rapporti sono spesso affidati a canali confidenziali”.
Archiviato il governo Berlusconi, morto Gheddafi, la politica dei respingimenti ha subito un forte rallentamento, ed è ovviamente positivo, ma ciò ha probabilmente provocato un progressivo disinteresse verso la sponda sud dell’Europa, anche e soprattutto sul versante del soccorso a mare.
“L’accordo Italia-Libia prevedeva che chi veniva intercettato in alto mare, anche se non libico, fosse portato a Tripoli — dice la Boldrini — nel 2011 questa politica non è stata messa in atto e negli ultimi mesi i respingimenti — per quello che sappiamo — sono stati molti di meno e solo verso la Tunisia. Questo è senz’altro un dato positivo”. Accordi bilateriali tra Italia e Libia che comunque “non sono sufficienti a garantire il rispetto dei diritti umani” come sostiene Rita Borsellino in un’interrogazione alla commissione europea in cui chiede di “attivare in tempi rapidi azioni di cooperazione internazionale da parte dell’UE per assicurare il rispetto dei diritti umani”.
Concetti che il vescovo di Mazara Domenico Mogavero ha ripetuto al ministro per l’Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi, chiedendo al governo di “fare più attenzione e prestare più riguardo alla dignità  delle persone”.
Ma la tragedia dei 54 morti disidratati in mare testimonia che oggi non c’è nè accoglienza, nè respingimento, ma solo indifferenza: il Mediterraneo dell’estate 2012 è un tratto di mare “fai da te”, in cui i clandestini che si avventurano in cerca di un futuro migliore muoiono assetati davanti agli occhi di chi avrebbe potuto salvarli.
Chi può aver visto senza intervenire?
“Non penso alle unità  militari o civili dei governi rivieraschi — risponde la Boldrini — penso ai privati, alle navi cargo o ai pescherecci che solcano continuamente quel tratto di mare. In passato chi ha condotto azioni di salvataggio a mare ha subito parecchi problemi, a volte anche azioni giudiziarie, oppure ha atteso per giorni in rada l’autorizzazione allo sbarco. E per loro sono giorni di lavoro persi”.
Non si è scoraggiato, per fortuna, l’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza che la notte scorsa ha intercettato a 60 miglia a sud di Porto-palo di Capo Passero, nel Siracusano, un gommone con a bordo 50 immigrati, provenienti probabilmente dalla Libia, trasferiti a bordo del natante militare e sbarcati a Pozzallo, nel Ragusano.
A essere salvati, questa volta, oltre a donne e uomini, c’era anche una bambina di tre anni.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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OGNI ORA UN REATO CONTRO GLI ANIMALI: ED E’ ALLARME CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

Luglio 11th, 2012 Riccardo Fucile

DENUNCIA DELLA LAV NEL RAPPORTO ZOOMAFIA: COMMERCIO VIA WEB DI CUCCIOLI PROVENIENTI DAL’EUROPA DELL’EST, UN GIRO D’AFFARI GESTITO DA MINORENNI… SEQUESTRATI 750 CUCCIOLI

Maltrattamenti, sfruttamento, uccisioni; ma anche giri di scommesse e sofisticazioni alimentari.
In Italia la violenza sugli animali non conosce crisi, ed è praticata sempre più da giovani e giovanissimi.
A denunciarlo è il Rapporto Zoomafia 2012 della Lega Anti Vivisezione (Lav).
Che, giunto alla sua tredicesima edizione, traccia un quadro più inquietante che mai: nell’arco del 2011, infatti, nel Belpaese ogni ora è stato registrato un reato contro animali.
Centinaia di migliaia dei quali, denuncia lo studio, finiscono nelle mani della criminalità  organizzata.
Cifre allarmanti che, in realtà , rappresentano solo una parte dei crimini effettivamente compiuti.
In molti si sono indignati per lo sterminio di cani avvenuto in Ucraina per i campionati europei di calcio.
In pochi, invece, sembrano sapere che nel nostro Paese le cose vanno anche peggio. Corse e combattimenti clandestini, canili abusivi, traffico di cuccioli o macellazione illegale; e ancora: contrabbando di fauna, uccisione di animali a scopo intimidatorio o per puro piacere.
Per il Rapporto Zoomafia 2012, il maggior numero di reati è legato alle corse illegali di cavalli, dietro cui si nascondono organizzazioni criminali con ramificazioni anche internazionali.
Delle 179 persone denunciate dalle forze dell’ordine, 57 sono state arrestate. I cavalli sequestrati sono stati invece 94: una cifra mai raggiunta prima, che l’anno precedente si era fermata a 62.
Sempre più importanti sono poi la “Cupola del bestiame”, la macellazione clandestina e i veleni delle sofisticazioni alimentari: fenomeni legati ai tentativi della malavita organizzata di impossessarsi della redditizia filiera della carne.
Fra i casi accertati dalla Direzione investigativa antimafia (Dia), spiccano quelli di mandrie al pascolo su discariche, allevamenti di centinaia di anatre stipate in un garage, animali lasciati senza cibo tanto da arrivare al cannibalismo.
O maialini sgozzati e trasportati in auto verso garage trasformati in mattatoio.
Per quanto riguarda le contraffazioni alimentari, a cui lo studio dedica un intero paragrafo, il controllo di quasi tremila aziende ha portato i Nuclei Antisofisticazioni e Sanità  dei carabinieri (Nas) al sequestro di 7 milioni e mezzo di tonnellate di alimenti. Alcuni esempi di casi registrati nello scorso anno?
“Carne tunisina in cattivo stato di conservazione nascosta in valigie; confezioni di salsicce scadute da anni; gamberetti rossi del Mozambico spacciati per nostrani; polpo vietnamita venduto come del Mediterraneo”.
Anche il fenomeno degli animali uccisi a scopo intimidatorio merita una certa attenzione.
Fra i numerosi casi accertati, elencati in una lista “lugubremente fantasiosa”, spicca quello di un cane corso impiccato con due proiettili inesplosi in bocca.
Un singolo esempio che rischia però di sparire, se messo nel calderone dei moltissimi altri animali strangolati, decapitati o uccisi con armi come fucili a pallettoni. In ripresa risultano anche il contrabbando di fauna, la biopirateria e la pesca abusiva con esplosivi.
Ma soprattutto i combattimenti clandestini fra cani. Che, fa presente il Rapporto Lav, sono in allarmante ascesa nonostante i tentativi delle Forze dell’ordine di scongiurare un fenomeno dai pesanti risvolti sociali.
Come quello della micro-criminalità  giovanile, specializzata nel commercio via web di cuccioli provenienti dall’Europa orientale (Slovacchia e Ungheria in primis).
Un giro d’affari gestito perlopiù da minorenni, che si sono visti sequestrare 750 cuccioli, per un valore complessivo di 563.000 euro.
La crescente presenza di minori in questo tipo di attività  è uno degli aspetti più interessanti dello studio Lav. Ma anche indice di un allarmante degrado sociale.
“Il tema della violenza nei riguardi degli animali è strettamente collegato al tema della violenza verso gli esseri umani e dei comportamenti antisociali in genere”, spiega Ciro Troiano, criminologo, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia Lav e autore del rapporto.
Fra i casi più inquietanti, quelli di cuccioli infilzati, cosparsi di benzina e arsi vivi; o quello di un cagnolino preso a calci e bastonate da un gruppo di bambini incitati alla violenza da alcuni adulti.
“I bambini e gli adolescenti coinvolti vengono proiettati in un mondo violento, ‘virile’, dove la sicurezza individuale e la personalità  si forgiano con la forza, con l’abitudine all’illegalità , con la disumanizzazione emotiva”, denuncia Troiano: “È ampiamente dimostrato che bambini e adolescenti ripetutamente crudeli verso gli animali presentano diversi tipi di disturbi psicologici, e possono facilmente diventare adulti violenti e antisociali”.

Andrea Bertaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA GRANDE COALIZIONE TENTA I LEADER: TRATTATIVE AVANZATE SULLA LEGGE ELETTORALE

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

PD E PDL RESTANO DIVISI SUL NODO DEL PREMIO DI MAGGIORANZA… BERLUSCONI PUNTA A UN RUOLO DETERMINANTE

Se si fa, non si dice. Perciò è scontato che nel Pdl e (soprattutto) nel Pd venga fermamente smentita l’ipotesi di lavorare a una grande coalizione per il 2013.
D’altronde non avrebbe senso parlarne prima delle elezioni, sarebbe come invalidare anzitempo la partita.
Ma la prospettiva che il montismo succeda a Mario Monti non è sfumata, anzi.
Più va avanti l’esperienza del governo tecnico, più aumentano le probabilità  che la «strana maggioranza» possa ricostituirsi in Parlamento dopo la contesa nelle urne.
Al momento non ci sono prove ma solo indizi, ed è attraverso l’analisi delle trattative sulla legge elettorale che si possono raccogliere degli elementi.
Ecco perchè è importante la mediazione in corso tra Pdl, Pd e Udc sulla riforma del sistema di voto: la tattica che stanno adottando disvela infatti dettagli sulla loro strategia politica.
Lo stallo di questi giorni non inganni, è tipico di una vertenza che sta arrivando a conclusione, tanto che gli sherpa impegneranno il weekend per lavorarci sopra.
Altrimenti i leader dei tre partiti non si direbbero convinti di poter raggiungere un’intesa già  la prossima settimana, Alfano non la metterebbe in conto, Bersani non sosterrebbe che «ormai dovremmo esserci», e Cesa non si farebbe scappare di essere «molto ottimista».
Non c’è dubbio che i nodi ancora da sciogliere sono determinanti per disegnare il futuro sistema politico, ed è proprio dietro quei nodi che si può scorgere l’ombra della grande coalizione.
Il braccio di ferro sul premio di maggioranza ne è l’emblema.
C’è un motivo se il Pd preferirebbe assegnarlo alla coalizione vincente, mentre Pdl e Udc vorrebbero affidarlo al partito vincente.
Ed è chiaro come mai Bersani spinga per un premio comunque alto (15%), mentre Alfano e Casini puntino a tenerlo basso (10%).
«Il 15% per noi è inaccettabile, Pier Luigi», ha detto il segretario del Pdl al capo dei democrat durante il loro ultimo colloquio.
«Abbassando la soglia, si prefigura l’instabilità », è stata la risposta: «E tu, Angelino, dovresti convenire che sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti. Perchè se non si organizzano i due campi in contesa e andiamo in ordine sparso, Grillo potrebbe spazzarci via tutti».
Ecco spiegata l’importanza della discussione «tecnica» sul premio di maggioranza, che disegna gli scenari «politici» del dopo-voto e lascia intuire il cambio di strategia in corsa del Pdl.
A dire il vero non è la prima volta che Bersani – dopo aver incontrato Alfano – ha pensato di aver chiuso il patto, rimesso poi in discussione da un vertice a palazzo Grazioli.
L’opzione delle preferenze, per esempio, sembrava ormai abbandonata.
E invece il Pdl ha preso a spalleggiare l’Udc, convinto – come ha spiegato Casini – che «i candidati nei collegi danno l’idea di persone paracadutate sul territorio, mentre le preferenze consentono di contrastare meglio il grillismo».
«Con le preferenze – ha obiettato Bersani – aumenterebbero le spese elettorali, si aprirebbe un varco pericoloso, ci sarebbe il rischio del malaffare e ci ritroveremmo con le inchieste della magistratura».
Ma il cuore della trattativa è il premio di maggioranza.
È da lì che si intuisce come il «montismo berlusconiano» abbia preso piede.
Altro che elezioni anticipate, il Cavaliere vuole mantenere un ruolo determinante in un sistema dove nessuno prenda il sopravvento.
E la grande coalizione è lo strumento idoneo all’occorrenza. Di più, è Monti il suo asso nella manica nonostante le tensioni del Pdl con il governo.
Il rapporto riservato e preferenziale tra l’attuale premier e il suo predecessore sfugge ai riflettori e alle dinamiche di Palazzo.
E Berlusconi sarebbe pronto a sconfessare anche se stesso pur di non uscire dal centro del ring. Come ricorda il segretario del Pri, Nucara, «fu Berlusconi a indicare Monti come commissario europeo, a proporlo come governatore di Bankitalia, a tentarlo con il ministero dell’Economia, e soprattutto a lanciarlo come candidato al Quirinale prima che ci arrivasse Napolitano».
Puntando su Monti, inchioderebbe Casini e manderebbe gambe all’aria ogni manovra fin qui ipotizzata.
La grande coalizione insomma è più di una suggestione.
Ma per farla non bisogna dirla, e se del caso è necessario smentirla.
Perciò il Cavaliere fece finta di prendere le distanze dal progetto «Tutti per l’Italia» che Giuliano Ferrara lanciò mesi fa sul Foglio . Era troppo presto.
E ora che sul Giornale Vittorio Feltri evoca Indro Montanelli per scrivere che sarebbe meglio «turarsi il naso» e guidare «tutti insieme» il Paese, ecco comparire un altro indizio.
Perchè non c’è dubbio che il fondatore del Pdl sia tornato a dettare l’agenda del partito, bloccando le primarie, facendo mostra di essere un allenatore che si allena per rientrare in campo. «Io rappresento tutte le anime del partito», ha detto l’altra sera davanti al suo gruppo dirigente.
E la storia che una svolta grancoalizionista possa indurre l’area degli ex An ad abbandonare il Pdl, non sta in piedi.
Ci pensa La Russa a far giustizia delle voci circolate negli ultimi tempi: «Nessun tipo di riforma del sistema di voto su cui stiamo discutendo presuppone di per sè la grande coalizione. Certo, sarebbe per me e per molti di noi inaccettabile precostituire o addirittura dichiarare la grande coalizione come obiettivo. Se invece questa formula di governo venisse imposta per effetto del risultato elettorale, sarebbe un’altra cosa».
Più chiaro di così.
Il «montismo berlusconiano» è ben incardinato nel centrodestra, il presidente del Senato Schifani non manca occasione nei suoi colloqui di ripetere che «l’emergenza dettata dalla crisi non cesserà  purtroppo il giorno dopo le elezioni».
L’idea della grande coalizione nel Pdl si alimenta anche dei segnali che giungono dal campo avverso.
Pare che Berlusconi abbia letto più volte l’intervista rilasciata al Corriere da D’Alema e abbia avuto la sensazione che contenesse un messaggio subliminale.

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera”)

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FIRME FALSE DELLA LISTA FORMIGONI: A MILANO CHIESTO IL PROCESSO PER IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA PODESTA’ (PDL)

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DI ALTRE NOVE PERSONE, TRA CUI LA COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI

Il 12 ottobre inizierà  l’udienza preliminare a Milano per il caso delle firme false presentate per consentire alle liste Pdl di partecipare alle elezioni amministrative del 2010.
La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà , in qualità  all’epoca di coordinatore regionale lombardo del Pdl, perchè sarebbe stato il promotore della presunta falsificazione delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni e di quella provinciale del Pdl per le regionali del 2010.
Il procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, ha chiesto il processo per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all’epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti.
L’accusa per l’attuale presidente della Provincia di Milano è quella di falso ideologico.Le firme, stando alle indagini, sono state riconosciute come fasulle dalle persone il cui nome risultava posto a sostegno della lista, ma che hanno detto agli inquirenti di non avere mai firmato.
L’indagine era stata chiusa a fine aprile quando era emerso il coinvolgimento di Podestà .
L’udienza, per Podestà  e alcuni consiglieri, si terrà  davanti al giudice Stefania Donadeo.
L’ipotesi accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà .
Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà  — Berlusconi per Formigoni”.
La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali.
A mettere nei guai il presidente è stata proprio Strada che ha raccontato come andò. “Podestà  mi disse: ‘avete i certificati elettorali usateli’. Del resto sarebbe difficile sostenere il rinnovo dei contratti se ci saranno problemi sulla presentazione delle liste.
Nonostante tutti gli sforzi, giunti verso le 18 non si era raggiunto il minimo di firme necessario per la presentazione delle liste. Non sapendo cosa fare chiamai Podestà , essendo lui il responsabile politico, e gli rappresentai la situazione per la quale mancavano le firme. Podestà  mi chiese se io ritenessi vi fosse la necessità  della sua presenza in sede, cosa che io gli confermai subito. Venne in sede due ore dopo — è la ricostruzione della ex collaboratrice di Nicole Minetti — intorno alle venti, mentre tutti noi stavamo mangiando qualcosa in sede. Podestà  si sedette insieme a me e alle altre persone presenti, chiacchierando. Poi si alzo’ per andarsene. Io lo fermai nel corridoi e gli chiesi indicazioni su cosa fare, poichè non si era raggiunto il numero di firme necessario e non c’era più tempo di farlo, unico motivo per cui gli avevo chiesto di venire in sede. Gli ribadii che ormai avevamo raschiato il fondo del barile delle nostre possibilità  e che certamente non eravamo in grado di raccogliere le firme necessarie”.   A questo punto, stando al racconto della Strada, Podestà  avrebbe consigliato di usare i certificati elettorali, anche in vista dell’imminente scadenza dei contratti dei collaboratori del partito, il 30 agosto 2010.
”Tornai nella sala riunioni dove c’erano gli altri, ivi compresi i consiglieri provinciali rimasti, Mardegan, Martino, Turci e Calzavara. Dissi loro che Podestà  aveva detto di usare i certificati elettorali, e a quel punto ciascuno dei consiglieri ha preso gli elenchi, compilandoli con le generalità  delle persone e apponendone invece loro le firme e poi autenticandole”.
“Ovviamente — conclude la Strada — a questa compilazione degli elenchi parteciparono anche altri presenti, ma non sono in grado di dire chi, perchè c’era un notevole via vai, mentre io, dopo avere trasmesso ai consiglieri e agli altri le direttive di Podestà , mi sono recata nella stanza del coordinatore regionale per raccogliere gli elenchi che cominciavano ad arrivare dalle altre province”.

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DIRITTO AL FUTURO A RISCHIO: CRESCE LA DISOCCUPAZIONE E IL DIVARIO TRA RICCHI E POVERI

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

IL RAPPORT SOCIAL WATCH OFFRE UNA FOTOGRAFIA DELLE POCHE LUCI E MOLTE OMBRE   DEL CONTESTO SOCIO ECONOMICO ITALIANO CHE RISCHIA DI PREGIUDICARE IL DIRITTO AL FUTURO DEI GIOVANI

Il Social Watch è una rete internazionale di cui fanno parte oltre 500 organizzazioni presenti in più di 70 paesi nel mondo.
Dal 1995, attraverso l’analisi dei partner locali, si occupa di monitorare l’operato dei governi nazionali e degli organismi internazionali per lo sradicamento della povertà , per la realizzazione dei diritti sociali e per l’equità  di genere.
Il suo Rapporto annuale viene spesso descritto come una sorta di “rapporto ombra”, realizzato dalla società  civile, rispetto a quello del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite.
Il Rapporto sull’Italia, curato da Acli, Amnesty International, Arci, Crbm, Fcre, Lunaria, ManiTese, Oxfam Italia, Sbilanciamoci e Wwf, descrive in modo preoccupato il contesto socio economico del 2011:
aumento della disoccupazione femminile nel Centro e Sud Italia;
disoccupazione giovanile al 30%
aumento del divario tra ricchi e poveri, con il 10% di famiglie che possiede circa il 46% del totale della ricchezza;
persistenza degli stereotipi culturali relativi ai ruoli di genere;
comportamenti di donne e uomini che contribuiscono al mantenimento di un alto livello di discriminazione per le donne nel mondo del lavoro, nella politica, nella sfera della salute riproduttiva;
interruzione del rapporto di lavoro per il 30% delle madri (contro il 3% dei padri) dopo la maternità ;
diffuso fenomeno di violenza domestica nei confronti delle donne che resta ancora sommerso, con 117 donne uccise nel 2011, il 6,7% in più rispetto a dodici mesi prima;
ostacoli alla libertà  di informazione;
sviluppo sostenibile, politiche energetiche e ambientali, fuori dalle priorità  di governo.
Il Rapporto presenta un lungo elenco di raccomandazioni e “misure alla portata del nostro paese”, nei confronti delle quali l’alibi della crisi non regge, salvo assumersi, come dice Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia, “la responsabilità  di negare il diritto a un futuro”.
Dal punto di vista economico troviamo il sostegno all’occupazione, gli incentivi per lo sviluppo di produzioni e consumi verdi, quelli per le imprese che investono in settori di produzione ad alta qualificazione, una tassa dello 0,05% sulle speculazioni finanziarie e un’altra sui grandi patrimoni.
Dal punto di vista sociale, l’ampliamento delle risorse destinate all’assistenza sociale e alla lotta alla povertà , la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, la protezione immediata per le donne vittime di violenza, maggiori e migliori aiuti alla cooperazione internazionale.
Infine, dal punto di vista della sostenibilità  ambientale si chiedono adeguati stanziamenti per interventi di cura del patrimonio idrogeologico e di prevenzione dei disastri, l’intervento per la realizzazione delle piccole opere, una strategia nazionale di riduzione delle emissioni di anidride carbonica a lungo termine, il conseguimento al più presto dell’obiettivo stabilito per l’Italia nel primo periodo dell’applicazione del Protocollo di Kyoto (riduzione del 6,5% rispetto alle emissioni del 1990), l’inserimento nel codice penale italiano della voce “Delitti ambientali” e il rafforzamento dell’offerta dei servizi di trasporto pubblico locale per i cittadini.

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UNA DESTRA MODERNA O E’ SOCIALE O NON E’

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

IL MANIFESTO “IDEALE” DI MONTI NON E’ QUELLO DI FUTURO E LIBERTA’: APPOGGIARLO ACRITICAMENTE DENOTA DA UN LATO UN VUOTO CULTURALE DALL’ALTRO FA SOLO PERDERE CONSENSI PERCHE’ VAI SU SPAZI GIA’ COPERTI…. I PORTABORSE CLONANO PORTABORSE, SERVONO TRUPPE CONVINTE NON CAPORALI INTERESSATI

Potremmo iniziare queste brevi note con una battuta, riferendoci al titolo del pezzo de “IlRetroscena.it”: il problema non è tanto se Fini segue Casini, ma quanti elettori seguano loro.
A giudicare dai sondaggi degli ultimi due mesi, diremmo sempre meno: Fli ha perso un terzo dei peraltro scarsi consensi, l’Udc ha subito una brusca battuta di arresto se non un arretramento.
Il sostegno a misure impopolari è ovvio che non paghi, anche quando sono ritenute   necessarie: se si fossero perlomeno rese eque, come era la promessa iniziale, forse si sarebbero trasformate lentamente in tacito consenso.
E qui è venuto meno, per forma mentis e debolezza congenita dei soggetti, quel ruolo di controllo che una forza come Fli, da sempre attenta al sociale, avrebbe dovuto esprimere, proprio per differenziarsi dal Pdl da un lato e dai “poteri forti” dall’altro.
Perchè il problema sentito dalla classe dirigente e dalla base di Fli non è tanto quello del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto dove siamo quasi tutti d’accordo, così come le battaglie sui diritti civili e un approccio solidale al problema immigrazione, ma la politica economica che tocca le tasche di tutti.
Un “appoggio incondizionato” a Monti non ha senso per due ragioni: una contenutistica e l’altra pragmatica.
Il manifesto ideale di Monti, con tutto il rispetto dovuto a una personalità  di livello, non è quello di Fli, inutile nascondersi dietro un dito.
Una visione “economicista” e ultraliberista non collima con la solidarietà  sociale stigmatizzata nel manifesto di Fli.
Se ci fosse stata una patrimoniale e una tassazione forte dello scudo fiscale, se non si fosse dimenticata una lotta radicale alla corruzione nella Pubblica Amministrazione unita a una vero riconoscimento meritocratico, se fossero stati posti in essere tagli decisi alla Casta e ai consigli di amministrazione pubblici, tanto per fare qualche esempio, gli italiani avrebbero colto il segnale di equità  e di novità .
La ragione oggettiva: pensare che un appoggio “senza se e senza ma” a Monti avrebbe generato un ritorno elettorale è un errore di valutazione imperdonabile, chi ancora oggi in Fli spera in questo vive fuori dal mondo.
Per un semplice motivo: quella fascia di elettorato “moderato” e benestante è di fatto già  rappresentata da settori del Pdl, del Pd e dell’Udc.
Da lì non smuovi un voto, quel 30% di consensi è già  suddiviso in partiti più “credibili” nel merito e con clientele consolidate.
Non è un mistero che Fini da tempo consideri Fli una fase intermedia, di passaggio, verso la creazione di un nuovo soggetto politico più ampio.
Non è un mistero che Fini sia costantemente vittima dei colonnelli di turno: a Mirabello aveva tuonato “mai più colonnelli” e si è ritrovato un partito in mano a un caporale di giornata capace di nominare solo cambusieri.
Basti pensare quanti portaborse a destra diventino colonnelli per poi generare a loro volta altri portaborse, aspiranti ai gradi: roba da trattato di psicanalisi.
Fini ha generato una corte che non sopporta più: andare oltre Fli è anche un sistema per liberarsene.
Ma per andare dove? E qui si apre un altro capitolo.
Visione economica a parte, condividiamo la visione di una destra sensibile ai diritti civili, alle battaglie per la legalità , alla meritocrazia, alla lotta alla corruzione.
Ma per andare in battaglia contano anche le truppe: se disperdi le tue con comandi contraddittori nel tempo, finisce che ti volti e trovi quattro armigeri quattro.
E al tavolo strategico della battaglia finale non puoi pretendere di contare come chi qualche truppa, magari anche mercenaria, la conserva.
Va bene un’allenza ampia anche con settori della sinistra ( se Di Pietro non fosse schizofrenico e se Vendola non vivesse di pregiudizi, andrebbero bene anche loro in un clima di emergenza nazionale), purchè ci si vada con idee proprie non negoziabili.
Le stesse che impediscono a priori ogni possibile “frequentazone” con la becero destra leghista e di certi settori del Pdl.
Altrimenti diventa solo un rassemblement elettorale, un argine a grillini e demagoghi di turno, ma senza “anima”, traducendosi in una mera operazione di conservazione e spartizione di poltrone.
Ma un partito che può ambire a raggiungere il 4% ancora oggi, anche se solo con una brusca sterzata, deve attrezzarsi in primo luogo per perseguire questo obiettivo.
Lavorare sempre e comunque come se dovesse andare da solo: per puntare a quella soglia e avere 20 deputati.
Se poi le circostanze permetteranno alleanze coerenti bene, altrimenti fa nulla.
Abbandonare la nave sugli scogli, sperando che gli altri armatori non venissero a conoscenza della perdita del vascello, in modo da mantenere il proprio potere contrattuale, non pagava neanche nell’Ottocento.
Figuriamoci nell’epoca dei sondaggi e dello strapotere dei media.
Ecco perchè è giusto avere come obiettivo quello di “attirare elettori fuori dagli schemi tradizionali destra-sinistra” ma occorre anche non sbagliare la rotta e saper interpretare gli umori, le esigenze, i diritti, la disperazione, le speranze, i sogni degli italiani.
E non solo di quelli che possono permettersi di laurearsi alla Bocconi.

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LA TASSA-CORRUZIONE: 40% IN PIU’ SUI LAVORI PUBBLICI

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

IL 17% DEGLI ITALIANI DICE DI AVER RICEVUTO UN’OFFERTA O UNA RICHIESTA DI MAZZETTE… LA LEGGE PER CONTRASTARLE ARRANCA

Se la legge contro i corrotti arranca da ventotto mesi in Parlamento fra distinguo e mal di pancia travestiti da ansie garantiste, la corruzione avanza invece senza flessioni. Non lo dicono soltanto gli organismi internazionali, che nelle classifiche della vergogna ci hanno relegati dietro Paesi del Terzo mondo.
Lo ricorda a ogni occasione anche la Corte dei conti.
Ieri, per bocca del procuratore generale Salvatore Nottola, ci ha sbattuto in faccia questo dato: 40%. È la «lievitazione straordinaria che colpisce i costi delle grandi opere» a causa della corruzione.
Tradotto, per un lavoro pubblico che dovrebbe costare 50 milioni ne paghiamo in realtà  70.
Venti milioni se ne vanno mediamente in mazzette.
Un dato impressionante, che fa ben capire perchè, ormai da anni, la Corte dei conti indica in 60 miliardi di euro il peso che ogni anno il malaffare fa gravare sui contribuenti.
Una somma che potrebbe quasi bastare a coprire gli interessi sul nostro mostruoso debito pubblico, e che rappresenta la metà  dell’intero fatturato della corruzione nell’Unione Europea.
La relazione della Commissione di Bruxelles al Parlamento europeo ha stimato giusto un anno fa in 120 miliardi di euro le dimensioni continentali della piaga.
Si tratta dell’1% del Prodotto interno lordo dell’Ue, contro poco meno del 4% in Italia.
Ma a preoccupare maggiormente la Corte dei conti, che nella memoria del procuratore al giudizio sul rendiconto generale dello Stato dedica un lungo capitolo curato da Alessandra Pomponio, è il fatto che questo andazzo indecente non accenna ad attenuarsi.
Da brivido sono le conclusioni a cui giunge, parlando dell’Italia, il rapporto stilato dal Greco (Group of states against corruption) lo scorso anno: «La corruzione è profondamente radicata in diverse aree della pubblica amministrazione, nella società  civile, così come nel settore privato. Il pagamento di tangenti sembra pratica comune per ottenere licenze e permessi, contratti pubblici, finanziamenti, per superare gli esami universitari, esercitare la professione medica, stringere accordi nel settore calcistico».
Conclusione: «La corruzione in Italia è un fenomeno pervasivo e sistemico che influenza la società  nel suo complesso».
Quanto alle forme che assume, sono le più varie. Anche le consulenze della pubblica amministrazione.
Un fenomeno, dice la Corte dei conti, «sempre rilevante e inquietante nonostante gli interventi normativi tesi a ridurlo» che «spesso nasconde fattispecie di elusione delle norme di riduzione del personale» quando non «ipotesi più gravi e inaccettabili quali la concessione di favori o addirittura illecite dazioni»
In una delibera del settembre 2011 sul disegno di legge anticorruzione che era appena passato dal Senato alla Camera, i giudici contabili presieduti da Luigi Giampaolino rimarcavano come nel 2010 le quattro sezioni d’appello della Corte dei conti avessero confermato 47 sentenze per danno erariale condannando 90 dipendenti pubblici a risarcire l’Erario per 32,2 milioni.
Precisando che ventisei di tali sentenze, oltre metà  del totale, hanno riguardato reati di corruzione e concussione: il doppio rispetto al peculato e alla appropriazione indebita.
Il tutto, nella più completa indifferenza.
Il primo rapporto del Greco sull’Italia, nel 2009, rivolgeva ben 22 raccomandazioni al nostro governo, cominciando proprio da una normativa per prevenire e colpire con durezza corruzione e concussione.
Salvo rilevare, in un successivo rapporto del maggio 2011, che quelle «raccomandazioni» erano cadute pressochè nel vuoto.
Il disegno di legge contro la corruzione, presentato dal governo di Silvio Berlusconi il primo marzo del 2010, non aveva ancora superato il primo passaggio parlamentare.
Il rapporto della Corte dei conti ricorda i risultati micidiali di un sondaggio dell’Eurobarometro risalente al 2009, secondo cui «i cittadini italiani che avevano ricevuto la richiesta o l’offerta di una tangente negli ultimi mesi di riferimento erano pari al 17 per cento, quasi il doppio di una media europea del 9 per cento».
Per non parlare, insiste Alessandra Pomponio, di una rilevazione del Global corruption barometer che ha rivelato come fra il 2009 e il 2010 il 13 per cento degli italiani avesse ammesso il pagamento di tangenti per avere accesso a servizi pubblici. Ma anche per risolvere guai con il fisco, evitare problemi con le autorità , accelerare le procedure oppure ottenere da un ufficio pubblico una prestazione a cui aveva diritto. La media dei Paesi europei era del 5 per cento.
Non ci può dunque stupire se una organizzazione autorevole come Transparency International colloca l’Italia al posto numero 69, su 182 nazioni, nella classifica della corruzione percepita.
E che la posizione peggiori anno dopo anno.
Nel 2010 occupavamo la casella numero 67, mentre nel 2001 eravamo appena ventinovesimi: bei tempi.
Nottola rammenta che in base alle stime di Transparency International Italia, «ogni punto di discesa nella classifica di percezione della corruzione provoca la perdita del 16 per cento degli investimenti dall’estero».
Sarà  un caso che il nostro Paese è in fondo anche a questa classifica europea?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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