Giugno 16th, 2012 Riccardo Fucile
LA TRATTATIVA STATO-MAFIA AL CENTRO DELLE INTERCETTAZIONI, LE PRESSIONI DI MANCINO, LE DIVERSE VALUTAZIONI DELLE PROCURE, I CHIARIMENTI CHIESTI DALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA SULLA OPPORTUNITA’ DEL DIALOGO PER FERMARE LO STRAGISMO
Dialogare con la mafia per fermare lo stragismo è un reato? Se lo chiedono allarmati gli
indagati eccellenti, intercettati dai pm di Palermo. E non solo.
Preoccupato dall’evoluzione dell’indagine della Procura del capoluogo siciliano sulla trattativa mafia-Stato, per il rischio di una sorta di impeachment morale della classe politica italiana, se lo è chiesto persino il Quirinale.
Nessuno, in Procura, è disposto a confermarlo, ma tra i 120 faldoni dell’inchiesta palermitana, ormai giunta alle battute finali, c’è anche una lettera della Presidenza della Repubblica, indirizzata nei primi mesi di quest’anno al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, nella quale si chiedono chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta degli esponenti politici coinvolti nell’indagine.
Facendo riferimento a una sollecitazione dell’ex senatore Nicola Mancino, nello scorso dicembre particolarmente preoccupato per il suo coinvolgimento nell’inchiesta, il Quirinale avrebbe sollecitato informazioni sulle inchieste segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, tutte parallelamente impegnate nella verifica del ruolo di ex ministri e parlamentari nel biennio della trattativa a suon di bombe, ma con prospettazioni del tutto differenti.
Non è un mistero, infatti, che le tre Procure sin dall’inizio dell’indagine sulla trattativa abbiano manifestato — in particolare, durante una tornata di audizioni davanti alla commissione Antimafia — notevoli divergenze sulla questione dell’imputabilità dei politici coinvolti.
I pm nisseni e quelli fiorentini appaiono propensi a credere che gli esponenti delle istituzioni chiamati in causa nella trattativa furono costretti ad accettare la logica del negoziato imposta da Cosa Nostra con il terrore, e dunque sarebbero da ritenersi “vittime” dell’intimidazione mafiosa, ovvero soggetti penalmente non perseguibili.
La procura di Palermo, invece, la pensa in tutt’altro modo: l’aggiunto Antonio Ingroia e i pm Lia Sava, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene ritengono che quella dell’apertura dialettica tra mafia e Stato sia un’iniziativa consapevolmente adottata dai politici e dagli uomini degli apparati, convinti in questo modo di fermare lo stragismo, ma anche di salvare la pelle.
Inutile chiedersi quale sia l’interpretazione più apprezzata da Mancino che, il giorno dopo esser stato interrogato a Palermo, il 7 dicembre scorso, si affretta a telefonare al magistrato Loris D’Ambrosio, uno dei più stimati consiglieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Un’intercettazione, oggi agli atti dei pm palermitani, rivela che, al telefono con D’Ambrosio, Mancino si abbandona apertamente a uno sfogo preoccupato, sostenendo di essere un “uomo solo”.
Ma le telefonate agli atti dell’inchiesta sarebbero più di una.
Mancino avrebbe chiamato direttamente il procuratore di Palermo Francesco Messineo, cercando di evitare di essere posto a confronto con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli.
Il faccia a faccia in Procura si tiene però regolarmente: Martelli conferma di aver chiesto a Mancino le ragioni dell’iniziativa investigativa avviata nel ’92 dal Ros di Mario Mori con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino.
Mancino, invece, continua a negare con decisione.
Nei primi mesi dell’anno i palazzi della politica sono in fibrillazione per l’evolversi delle indagini: ci si interroga su come minimizzare i possibili danni dell’inchiesta palermitana sulla trattativa.
Qualcuno, tra gli indagati eccellenti, si lamenta — sempre al telefono — dell’inerzia del procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito davanti a un problema cruciale per l’intera politica italiana: si può processare un pezzo dello Stato per avere aperto un canale di comunicazione con Cosa Nostra, allo scopo di evitare altre stragi?
C’è chi, conversando alla cornetta, arriva persino a rivelare di aver interessato della questione il capo della Dna Pietro Grasso, che però avrebbe minimizzato la portata dell’inchiesta. Millanterie?
È in questo periodo che il Quirinale avrebbe inviato la sua richiesta di chiarimenti al pg Esposito, sollevando l’esigenza di giungere a una visione univoca condivisa dalle tre procure. Tutto il resto è cronaca.
Nei primi giorni di marzo, il pg Esposito richiede al procuratore nisseno Sergio Lari l’invio degli atti dell’inchiesta su via D’Amelio, entrando a gamba tesa — con un’iniziativa senza precedenti — nell’attività del distretto giudiziario siciliano che indaga sulla morte di Falcone e Borsellino. Al punto che Lari commenta attonito: “Sono disorientato”.
La richiesta di Esposito viene letta inizialmente come la premessa di una possibile azione disciplinare nei confronti della procura nissena per aver violato la privacy dei tanti nomi eccellenti contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Alessandra Giunta, di cui vengono riportate le deposizioni, ma anche le tante contraddizioni, le reticenze, le omissioni e le bugie.
Oltre alle risposte di Mancino, ci sono quelle degli ex ministri Claudio Martelli e Giovanni Conso, degli ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, dell’ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante.
Ma il vero significato di quella richiesta viene fuori quando, ancora una volta, Mancino prende il telefono, stavolta per contattare direttamente Esposito e congratularsi: quella iniziativa è “un segnale forte”, dice, una mano tesa “in difesa dei politici”.
Le sue parole restano ancora una volta incise nelle bobine delle intercettazioni.
E oggi svelano un altro pezzo dello Stato che frana moralmente davanti alla ricerca della verità .
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 14th, 2012 Riccardo Fucile
EQUITALIA SFRUTTA IL DIVIETO DI RICEVERE L’IMPORTO DELLA PREVIDENZA IN CONTANTI…PER LEGGE POTREBBE PIGNORARE SOLO UN QUINTO DELLA SOMMA, MA EQUITALIA FA I CAZZI CHE VUOLE
Non c’è un modo più gentile di metterla: Equitalia sta bloccando i conti correnti di molti pensionati, anche per debiti abbastanza bassi, finendo per commettere una sostanziale violazione della legge.
Lo denuncia in una interrogazione parlamentare il deputato pugliese del Pd, Dario Ginefra, ma lo conferma una storia raccontata un mese fa dall’agenzia Ansa e al Fatto Quotidiano da fonti interne dell’Inps.
In sostanza, la società di riscossione — con la complicità di banche e uffici postali — impedisce a gente che ha l’unico introito di una pensione media (diciamo intorno ai mille euro) di accedere ai propri soldi finchè non è definita la sua posizione col fisco, innescando così un circolo vizioso per cui il pensionato poi si indebita, ad esempio con una finanziaria, peggiorando ancora di più la sua posizione e subendo nuove richieste di pignoramento.
C’è un problema: questo finisce per determinare una situazione sostanzialmente illegale.
A stare all’articolo 545 del codice di procedura civile, infatti, stipendi e pensioni non sono soggetti a sequestro e pignoramento, se non per il massimo di un quinto del totale e comunque facendo salvo il minimo Inps (430 euro al mese).
Così si è sempre fatto, che la richiesta venisse dall’erario o da un privato, solo che adesso questa prassi viene violata dal combinato disposto tra due recenti provvedimenti: da una parte l’ampliamento dei poteri discrezionali di sequestro per gli enti riscossori, dall’altra il divieto di percepire in contanti emolumenti e pensioni sopra i mille euro lordi, che ha costretto quasi tutti i pensionati ad aprire un conto corrente o postale (anche solo il cumulo tra assegno di dicembre e pensione, infatti, quasi sempre supera i mille euro).
Questi depositi, comunque, sono conti come tutti gli altri e i loro gestori privati — banche o Poste — non sono tenuti a tutelare le fonti che li alimentano.
Così le richieste di pignoramento di Equitalia non arrivano più alla fonte (stipendio o pensioni ), ma a valle, sul conto, che è più facilmente attaccabile perchè gli istituti di credito non hanno alcun interesse ad opporsi.
Risultato: il correntista si trova di botto separato dai suoi soldi, anche da quelli che continuano a venirgli accreditati.
Sarebbe grave anche se si trattasse di un solo caso, ma non è così: le proteste continuano ad arrivare agli sportelli degli enti previdenziali — l’Inps come l’ex Inpdap — che, dal canto loro, sono assai preoccupati visto che sanno qual è la situazione.
Loro stessi, infatti, stanno disponendo un gran numero di pignoramenti, ci raccontano, perchè la crisi sta colpendo soprattutto i pensionati: s’indebitano in maniera massiccia e altrettanto massicciamente perdono la capacità di ridare i soldi a chi glieli presta. “Dal governo vorrei sapere — ci spiega Dario Ginefra — se è vero, come risulta a me, che Equitalia (approfittando di una legge che aveva tutt’altro intento) stia avviando procedure esecutive su quote impignorabili di pensioni e stipendi e cosa voglia fare l’esecutivo per impedirlo”.
Che cosa vogliano fare Monti, Fornero e Befera non si sa ancora, che la cosa sia vera basti a dimostrarlo il primo caso divenuto pubblico, avvenuto a Catanzaro già un mese fa e denunciato dall’associazione dei consumatori Codici: “Equitalia è stata informata dagli interessati della situazione — raccontano — ma ha disatteso le loro richieste. I pensionati, inutilmente, hanno anche comunicato alla società che le pensioni erogate erano l’unico mezzo di sostentamento per i propri nuclei familiari”.
Ricorrere al giudice? Mica facile: i soldi sono bloccati e non possono nè pagare l’avvocato , nè, per soprammercato, accedere al gratuito patrocinio.
Perchè? Ma perchè hanno un reddito da pensione…
Codici parla di “norme di dubbia costituzionalità ” e ha avviato un’azione legale a sue spese, ma la decisione rischia comunque di arrivare troppo tardi.
“Non manca molto — ci racconta un dirigente Inps — al partire della valanga e allora la situazione rischia di essere davvero drammatica”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
ERA IL 28 MARZO QUANDO SONO STATI LIBERATI 70 CANI DESTINATI ALLA VIVISEZIONE NELL’ALLEVAMENTO LAGER DI MONTICHIARI…I CUCCIOLI STAVANO MALE, ADESSO SONO RINATI
Forse, di questa specie bipede, non hanno capito poi tanto.
Prima li ignora, li chiude in gabbia, e a un certo punto li spedisce in blocchi a scoprire mezza Europa.
Poi, improvvisamente, se li coccola, si preoccupa, non li lascia soli.
Cerca pure di insegnare loro cosa sia una… palla?
Non parliamo dell’erba poi, ci si può correre, giocare, riposare. Su quei tavoli con i lenzuoli verdi ce li porta ancora, il bipede, eppure, che strano, resta pure lui, e alla fine si torna a casa insieme.
Già , forse, di questa specie bipede, i beagle destinati alla sperimentazione «liberati» da Green Hill nel corso del blitz animalista del 28 marzo scorso organizzato da «Occupy Green Hill», non hanno capito poi molto.
Chissà che le idee, dopo oltre un mese, questi cuccioli, così come le fattrici, non le abbiano un po’ più chiare.
Stanno bene, ma non per tutti, una settantina di cani, è stato facile.
Una delle femmine da riproduzione, probabilmente una delle più anziane, è stata curata a causa di una mastite piuttosto pronunciata.
Sta imparando a masticare, e quella cosa chiamata «gioco» inizia a piacerle parecchio. Ecco perchè, anche se forse questa specie bipede resta misteriosa, di lei, sta iniziando a fidarsi.
Quel giorno, il 28 marzo, è stato il caos.
Un delirio che si nutriva della tensione generata dall’irruzione nell’allevamento, e dal giubilo alla vista di quei cuccioli così indifesi. Non solo.
Perchè protagonista è stata anche la solidarietà silenziosa di una cittadina, Montichiari, che c’ha messo la faccia e il cuore.
E gli attivisti giurano che non dimenticheranno: di chi ha preso l’auto di corsa per dare loro un passaggio e portare i cagnolini in salvo, o chi la macchina l’ha fermata seduta stante, per stravolgere la tabella di marcia e caricarseli a bordo.
Lo sa bene chi, i beagle di 40 giorni, se li è infilati nello zaino.
E chi ha adottato un cucciolo che all’inizio non mangiava, non beveva, non viveva: le difese immunitarie a terra, molto probabilmente, secondo gli esperti, a causa di un trattamento mirato al tipo di sperimentazione in programma.
L’anemia sta passando, e lui non ha alcuna intenzione di poltrire tutto il giorno.
«Li hanno liberati, guarda!» aveva urlato una bimba.
E quella voce resta, certo, insieme a 13 denunce in attesa del processo.
Intanto, sabato prossimo alle 15 è fissata una manifestazione nazionale a Roma, contro la vivisezione, in attesa che la legge cambi: il corteo si muoverà da piazza Repubblica a piazza San Giovanni.
Mara Rodella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 7th, 2012 Riccardo Fucile
CHI SI VUOLE RAPPRESENTARE? IL PERSONALE POLITICO E’ ADEGUATO? C’E’ COERENZA TRA TESI E COMPORTAMENTI? L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE E QUELLA SUI MEDIA E’ ALL’ALTEZZA DEI TEMPI?
Come tutti i partiti non ideologizzati (quelli che hanno sempre una risposta a tutto) Futuro e Libertà
con il passare dei mesi è diventato sempre più come una coperta corta, tirata un giorno da una parte e un giorno dall’altra, col risultato che l’essenziale rimane sempre scoperto e “visibile agli occhi”.
Tipico dei partiti strutturati (e non più movimento) è poi quello, in caso di sondaggi negativi, di dare vita, da parte di dirigenti e militanti, a un quotidiano e tafazziano martellamento dei genitali propri e altrui: con relative divisioni e sfoghi umorali, fans dell’uno e dell’altro, nonchè portatori di strascichi come nelle peggiori corti medievali.
Come in tutte le nuove aziende che si immettono sul mercato (per usare un paragone caro a tanti liberisti annidati in Fli) la prima cosa è che il titolare (e titolato) sia sempre presente e vigile e che si circondi di manager di livello che guardino alle fortune dell’azienda e solo di conseguenza alle proprie, non viceversa.
Per eventi imprescrutabili e di cui prendiamo semplicemente atto, Futuro e Libertà non ha certo un titolare a tempo pieno.
A differenza di altri, non riteniamo che se Fini si dedicasse al partito ci sarebbe chissà quale risalita nel consenso degli elettori: questo per due ragioni che onestà vuole siano dette.
La prima è che Fini è ormai assimilato da molti nell’ambito della vecchia nomenclatura politica italiana: tutti i sondaggi sulla fiducia che si nutre nei maggiori noti esponenti di partito del nostro Paese lo danno costantemente in decremento, meno magari di altri, ma con lo stesso trend negativo.
Frutto dei tempi, certo, ma che non si può nascondere.
Un Fini impegnato in prima persona permetterebbe probabilmente a Fli di risalire dal 2,6% attuale al 4%, nulla di più.
La seconda ragione è che Fini non è mai stato un organizzatore di partito (vedi Msi e An lasciato gestire dai colonnelli) per sua forma mentis, non è certo un reato.
Il suo successo personale deriva da altre qualità che sarebbero meglio valorizzate se avesse un partito ben organizzato alle spalle.
Il che non è.
Compito di un titolare di impresa è però quello di scegliere dirigenti adeguati, come un presidente di una società di calcio deve azzeccare la scelta del direttore generale, di quello sportivo e dell’allenatore.
Se la squadra non ha un gioco e lo spogliatoio è diviso di chi sono le responsabilità ?
Inutile fare congressi pilotati, nomine radiocomandate e poi non ammettere, laddove è necessario, di aver sbagliato e perseverare nell’errore.
O cavarsela dicendo “provvederemo”, “ci abbiamo pensato” e poi non fare una mazza.
Occorre avere il coraggio di tagliare i rami secchi, semplice.
Senza guardare in faccia nessuno.
Uno può essere un buon parlamentare ma non valere nulla come responsabile periferico (o nazionale) e viceversa.
Una delle cose da fare è azzerare tutto e mettere le persone giuste al posto giusto: con scadenza annuale.
Dopo un anno si guardano i risultati: se sono negativi, il soggetto va a casa, non viene lasciato al suo posto solo perchè controlla pacchetti di tessere o di peggio.
Fini dovrebbe ritagliarsi un ruolo istituzionale, di padre nobile e nume tutelare e nominare un vice adeguato che buchi il video, che dia l’immagine delle tesi di Fli, che rappresenti il nuovo, che sia benvisto trasversalmente, che sappia rivolgersi all’elettorato femminile parlando di temi concreti.
Il nostro nome? Giulia Bongiorno, tanto per non nascondersi dietro un dito.
Ma non certo sola, bensì con un gruppo ristretto di tagliatori di teste e scopritori di talenti che rinnovi la classe dirigente locale: possibilmente giovani e motivati.
Che firmino una carta: la rinuncia per 5 anni a presentarsi alle elezioni, così evitano tentazioni personalistiche e lavorano per il partito.
Altra regola: hanno diritto di voto ai congressi solo gli iscritti militanti, non quelli taroccati nell’ultimo mese.
Due anni di militanza e si acquisisce il diritto a scegliere i propri dirigenti o a porsi candidati.
Altra novità : Fli dichiari ufficialmente che non accetta il finanziamento pubblico dei partiti. Si deve dare l’esempio concreto di essere diversi dagli altri.
Si creino strutture parallele e cooperative sociali, impegnandosi nell’associazionismo e nel volontariato sociale, attraverso una rete territoriale.
Si crei una radicamento di presenza sul web, attraverso tre testate corrispondenti a zone geografiche con un taglio di denuncia e di informazione.
Si dica chiaramente che Fli non ha preclusioni per alleanze locali ad ampio raggio su programmi concordati:
Ma con altrettanza chiarezza si dica che Fli in ogni caso si presenta con il proprio simbolo perchè non deve vergognarsi di nulla.
Quanto a chi si vuole rappresentare, il discorso sarebbe lungo e lo faremo in altro articolo: ricordiamo solo che il manifesto di Fli era di per sè una sintesi tra varie concezioni, con iniezioni di modernità , ma anche precisi richiami ai valori.
Per come sono concepite attualmente destra e sinistra in Italia, forse sarebbe il momento di saper “andare oltre” e ridisegnare un movimento politico capace di dare risposte alla crisi valoriale ed economica in cui si dibatte l’Occidente.
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Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile
NOMINATI BIANCHI CLERICI E SORO, RICONFERMATO MARTUSCIELLO: DECISIONE SENZA RISPONDERE AD ALCUN CRITERIO DI TRASPARENZA.. CRITICHE DA IDV, SEL, RADICALI E GRANATA (FLI)
Sono Maurizio Decina e Antonio Martusciello i due componenti all’Agcom eletti oggi dal Parlamento su indicazione di Pd e Pdl. I due (il primo è ordinario al Politecnico di Torino, il secondo, ex sottosegretario del governo Berlusconi, era già membro dell’Agcom) hanno raccolto rispettivamente 166 e 148 voti.
Alla Privacy sono stati nominati invece Giovanna Bianchi Clerici e Antonello Soro. La Clerici, consigliere d’amministrazione Rai uscente e candidata dalla Lega e Pdl, ha ottenuto 179 voti, mentre l’ex capogruppo del Pd alla Camera 167.
Stefano Quintarelli, che si era autocandidato all’Agcom con una campagna condotta prevalentemente online, ha raccolto invece 15 preferenze.
Il Parlamento ha scelto infine con 322 voti Giuseppe Lauricella quale nuovo componente del Consiglio superiore della Giustizia amministrativa.
L’esito delle urne ha confermato la tenuta dell’accordo siglato ieri tra i partiti di maggioranza malgrado le dichiarazioni della vigilia sulla necessità della massima trasparenza e dell’autonomia da assicurare alle authority.
Non c’è stata infatti alcuna audizione nelle Commissioni parlamentari per vagliare i candidati.
Un metodo che ha scatenato indignazione non solo all’esterno (“i partiti scelgono i 4 di Agcom e Privacy senza trasparenza ora che la priorità sarebbe la fiducia degli elettori…”, ha commentato lo scrittore Roberto Saviano su Twitter), ma anche dentro al Parlamento.
Durissime critiche arrivano in particolare dall’Idv, ma malumori si registrano comunque in tutte gli schieramenti e il voto è stato disertato da un largo numero di parlamentari, anche se non è semplice distinguere tra assenze politiche e assenze “normali”.
“Noi vogliamo parlare con quella parte di Pd che si era presentato come partito nuovo, quello che corrisponde alle battaglie di Arturo Parisi, quello dei cittadini”, ha spiegato il leader dell’Idv parlando nel corso di una conferenza stampa alla Camera per annunciare la non partecipazione al voto. “Poi c’è un Pd delle dirigenze, degli accordi tra gruppi di potere, un Pd che si è calato le braghe per convenienza e connivenza sull’Agcom”.
Sì è data la possibilità di presentare dei curricula, “solo che questi curricula poi sono stati utilizzati come carta da cesso, non gliene è fregato niente, nessuno li ha letti”.
E le decisione di nominare i componenti delle authority sono state fatti “a monte” ancor prima “che arrivassero tutti i curricula, in una logica spartitoria dei partiti della cosiddetta maggioranza.
Una valutazione che pare condivisa anche dal terzo partner della foto, il leader di Sel Nichi Vendola, presente anche lui questa mattina alla conferenza stampa. “E’ una pagina nera che per me può pesare moltissimo sulla scena politica italiana”, ha detto il presidente della Puglia puntando il dito contro il comportamento del Pd.
Sia l’Idv che i Radicali hanno deciso quindi che non parteciperanno al voto.
Ha poi annunciato l’intenzione di disertare l’aula anche il parlamentare di Fli Fabio Granata. “Non parteciperò alla votazione per i due componenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni poichè il metodo seguito per l’individuazione dei candidati ritengo non sia in linea con la richiesta di qualità e trasparenza che l’importante organismo pretende”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
PIÙ VALGONO, MENO PAGANO: ESENTATI 50 MILA PALAZZI (RUSPOLI, TORLONIA)… NESSUNA TASSA SUGLI EDIFICI STORICI AFFITTATI A PESO D’ORO A BULGARI O VUITTON
Che bello possedere un palazzo dove la Storia ha lasciato la sua impronta e ogni pietra
parla del passato.
Che pacchia, poi, poter concedere qualche ala della prestigiosa dimora ad alberghi a 5 stelle e boutique super-lusso e a fine mese passare all’incasso incamerando decine di migliaia di euro d’affitto e in qualche caso addirittura centinaia di migliaia.
E che goduria, infine, fare marameo al fisco e pagare un obolo poco più che simbolico di tasse.
Succede anche questo nel pittoresco paese chiamato Italia.
Capita che mentre la gente comune aspetta la campagna di primavera del fisco con la stessa trepidazione con cui nel Medioevo gli abitanti delle città aspettavano i Lanzichenecchi, ci siano privilegiati proprietari di palazzi da mille e una notte omaggiati con l’esenzione, di fatto, da qualsiasi gravame fiscale.
Nelle vie intorno a piazza di Spagna a Roma, per esempio, sono più le dimore artistiche e di rilevanza storica di quelle normali.
E basta una passeggiata per constatare che quasi tutte hanno affittato pezzi interi del pianterreno alle griffe della moda e del lusso.
Da palazzo Ruspoli che fu la dimora romana dell’imperatore Napoleone III e che ora in un’ala che dà su piazza San Lorenzo in Lucina ospita un lussuosissimo negozio di Louis Vuitton, a palazzo Torlonia in via Bocca di Leone in cui si affacciano Max Mara e Valentino.
Da palazzo Bezzi Scala che fu casa di Guglielmo Marconi e che fino a poco tempo fa era sede di Zegna e ora si appresta a fare posto a Balenciaga, a palazzo Caffarelli dalle cui vetrine scintillano gli ori di Bulgari.
Basta chiedere a chi sa per sentirsi dire che per quelle bomboniere del lusso gli esercenti pagano di affitto cifre da urlo.
Cifre su cui i proprietari per anni non hanno sborsato, appunto, praticamente niente di tasse. Chiariamo subito: per una volta tanto non si tratta nè di evasione nè di elusione fiscale.
A questi signori il privilegio è stato consegnato dalla legge su un piatto d’argento.
Una norma risalente a 21 anni fa stabilisce che agli immobili di interesse storico e artistico viene applicata “la minore delle tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato”.
In pratica le similregge dei centri storici di Roma, Firenze e Venezia pagano di tasse quanto l’ultima bicocca attigua.
A metà degli anni Duemila, a qualcuno sembrò che una roba del genere fosse troppo anche in un paese come l’Italia, dove i contribuenti onesti sono presi a schiaffi e quelli che non pagano trattati con i guanti bianchi, e la questione se le agevolazioni dovessero valere anche per gli immobili storici dai quali i proprietari ricavavano un reddito (e che reddito!) finì in Cassazione.
Che però suggellò il privilegio dichiarando che le agevolazioni erano valide “tanto se si tratti di immobili concessi in locazione a uso abitativo quanto se si tratti di locazioni a uso diverso”.
I proprietari furono perfino esentati dall’obbligo di indicare nel 730 o in Unico “l’importo del canone di locazione”.
Cioè furono invitati a comportarsi come se quelle centinaia di migliaia di euro all’anno (in alcuni casi milioni) incassati con gli affitti nemmeno esistessero.
È chiaro che, stando così le cose, lo Stato si è autocondannato a rinunciare a una mole ingente di gettito, centinaia di milioni di euro secondo le stime più attendibili, essendo circa 50 mila gli immobili vincolati.
Nessuno, però, sa a quanto ammonti con esattezza il minor gettito, perchè pur avendo concesso gli sgravi, lo Stato poi si è dimenticato di stilare un elenco delle dimore storiche per verificare chi avesse diritto alle esenzioni e chi no.
La lista non ce l’ha l’Agenzia delle Entrate, che pure per legge deve valutare la veridicità delle dichiarazioni dei redditi e che non si capisce come possa svolgere il compito con le dimore storiche.
Non ce l’ha il Demanio, che si limita a censire solo gli immobili usati dagli uffici statali e dalla Pubblica amministrazione.
E neppure il ministero dei Beni culturali ha un database: lì dicono che le varie soprintendenze provinciali lo stanno preparando da quasi un decennio.
Forse un elenco parziale ce l’ha l’Associazione delle dimore storiche presieduta da Moroello Diaz Della Vittoria Pallavicini, ma si rifiuta di fornirlo sulla base di una difesa a oltranza della privacy degli iscritti.
L’unico elenco ufficiale noto è quello messo in rete dalla Soprintendenza di Bolzano, comprendente appena una decina di immobili vincolati.
Dicono che dall’anno prossimo la fiera delle tasse forse dovrebbe finire e anche le dimore storiche dovranno pagare in base alla rendita catastale effettiva o sul reddito percepito (gli affitti), comunque ridotto del 35 per cento.
Non saranno cancellati tutti i privilegi, però, perchè quegli immobili continueranno a pagare l’Imu con uno sconto del 50 per cento.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ROSARIO MONTELEONE, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, COMPARE IN DIVERSE INCHIESTE… DALLE INTERCETTAZIONI EMERGONO I SUOI RAPPORTI CON MIMMO GANGEMI, AL CUI APPOGGIO SAREBBE RICORSO PER OTTENERE AIUTO ELETTORALE
Due giugno, festa della Repubblica, è il giorno in cui vengono nominati i cavalieri della
Repubblica.
E fra i nominati ieri da Giorgio Napolitano figura anche Rosario Monteleone, presidente del Consiglio regionale della Liguria.
Ma Monteleone, politico dell’Udc con una parentesi nella Margherita, compare nelle indagini che hanno portato all’inchiesta ‘Maglio’ e in alcuni passi dell’indagine ‘Crimine’, come ha denunciato oggi la Casa della Legalità di Genova.
Monteleone non è indagato ma dagli atti emergerebbe una sua vicinanza con Mimmo Gangemi, il fruttivendolo di San Fruttuoso accusato di essere il capo della ‘ndrangheta in Liguria, a cui sarebbe ricorso più volte per ottenere appoggio elettorale.
Nell’inchiesta ‘Crimine’, nel mezzo della lotta che oppone Gangemi a Domenico Belcastro per le candidature da sostenere, Belcastro si lamenta con Giuseppe Commisso perchè Gangemi vorrebbe sponsorizzare “un finanziere, uno sbirro.
Cinque anni fa ha detto che lui che è sbirro questo qua, che è un infame, adesso ha voluto appoggiare a Monteleone, lui lo potete appoggiare.
Uno vale l’altro, appoggiamo a Monteleone”.
La ragione di questa scelta, spiega ancora Belcastro, risiede nel fatto che il politico avrebbe promesso un posto di lavoro al genero di Gangemi.
Ma l’intercettazione rivela anche che i rapporti fra Monteleone e la consorteria non sono sempre stati pacifici e lineari.
In particolare, dalle indagini che hanno portato all’operazione Maglio (ma che non sono confluite nell’Ordinanza di misure cautelari) emerge che Monteleone si sarebbe servito dell’appoggio del clan già nelle elezioni del 2005.
Una volta eletto, però, non avrebbe mantenuto i patti convenuti, provocando così una rottura con il sodalizio che, in spregio, lo avrebbe soprannominato “il lardone”.
“Allora lo facciamo sto armistizio, la facciamo sta spaghettata?”, propone ancora Monteleone all’alba delle elezioni del 2010, in un tentativo di ricucire i rapporti con il clan.
L’intercettazione è riportata in un rapporto del Ros in cui si evidenzia “come gli amministratori locali (alcuni di origine calabrese) ben conoscessero i caratteri organizzativi della struttura ‘ndranghetistica, rivolgendosi a personaggi inseriti nel locale del capoluogo di Regione, per far giungere richieste di appoggio elettorale alle strutture periferiche”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Monteleone, nel 2005 incassò l’appoggio della ‘ndrangheta per le elezioni regionali. Molteplici furono gli incontri presso il negozio di GANGEMI ed al bar vicino.
Poi ebbe dallo stesso gruppo facente capo al boss GANGEMI un bel pacchetto di tessere per vincere il congresso di partito.
Poi non mantenne la “parola” data agli ‘ndranghetisti che quindi lo consideravano un traditore, ribattezzandolo in senso dispregiativo “il lardone”. Alle ultime elezioni regionali è stato ricandidato.
Ha cercato di “ricucire” il rapporto con gli ‘ndranghetisti, come certificato dalle più recenti indagini del ROS (nell’immagine un estratto del loro rapporto alla Dda).
La “spaghettata” che proponeva per fare la pace ed incassare i voti non convince il Gangemi e gli altri componenti del “locale” della ‘Ndrangheta di Genova.
Monteleone viene rieletto in Regione, nella coalizione di Burlando (la stessa appoggiata fortemente anche da un altro affiliato della ‘ndrangheta, a quanto risulta dagli Atti, alias Vincenzo “Enzo” Moio).
Poi viene nominato Presidente del Consiglio Regionale della Liguria.
Per festeggiare la sua rielezione, dopo le elezioni del 2010, Monteleone ha pensato bene di fare una cena nel ristorante del noto boss “Gianni” (Giovanni) Calvo, esponente storico di Cosa Nostra a Genova, già dagli anni Novanta ed indicato chiaramente in due inchieste “pesanti” recentissime (una del ROS di Genova sulle attività di usura del boss ‘ndranghetista Garcea Onofrio con il riesino Abbisso Giuseppe (legato al Calvo; l’altra della DDA di Firenze).
Oggi, 2 giugno 2012, in occasione della Festa della Repubblica Rosario Monteleone, è stato formalmente nominato — per decisione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – “Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, nell’ambito delle onorificenze che venivano ufficialmente consegnate in occasione della Festa della Repubblica.
Non solo non si è dimesso dal Consiglio Regionale… ma gli viene data anche l’onorificenza della Presidenza della Repubblica.
(da “Casa della Legalità “)
Commento del ns. direttore
A proposito del Terzo Polo in Liguria, ricordiamo che Rosario Monteleone, in qualità di segretario regionale dell’Udc ligure, è stato l’artefice dell’operazione di inserimento nella Lista Musso, per le comunali di Genova, di uomini dell’Udc.
Il listone unico, voluto dal suo partito e dal segretario regionale di Futuro e Libertà , Enrico Nan, alla fine ha determinato l’elezioni di 3 consiglieri Udc su 4 e nessuno di Fli.
I fatti sopra indicati e ben noti da tempo avrebbero dovuto sconsigliare la dirigenza di Fli, partito che nel Manifesto programmatico fa della trasparenza e della legalità una bandiera, dal “confondersi” con personaggi di tale fatta.
Non a caso avevamo sostenuto, ovviamente inascoltati, la necessità che Fli si presentasse con il proprio simbolo, per tenere ben distinte le due liste.
Ma a Roma vige notoriamente la regola delle tre scimmiette: chi non vede, chi non sente e chi non parla.
E qualcuno vorrebbe il Terzo Polo in Liguria?
Con Monteleone e Nan?
Auguri.
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
CHI FA IL PROPRIO DOVERE IN ITALIA RIMANE VITTIMA DEL KILLERAGGIO DEI POTERI FORTI.. UNO DEI MAGGIORI ESPERTI EUROPEI SUL CYBER CRIME E SULLE TRUFFE FISCALI MESSO ALLA PORTA DALLO STATO: “CANCELLATI 37 ANNI DI SACRIFICI”
Era un punto di riferimento, in Italia e non solo, per tutto ciò che riguarda le cyber-truffe
e le inchieste telematiche.
Ed è stato l’uomo che, con le sue indagini, ha fatto infliggere una mega multa da 98 miliardi a dieci società concessionarie del gioco d’azzardo di Stato, poi ridotta dalla Corte dei conti alla cifra comunque consistente di 2,5 miliardi. Ora il colonnello della Guardia di finanza Umberto Rapetto, 53 anni, ha annunciato le sue dimissioni su Twitter: “Chiedo scusa a tutti quelli che mi hanno dato fiducia, ma qualche minuto fa sono stato costretto a dare le dimissioni dalla GdF” scrive alle 9:44 del mattino del 29 maggio.
“Qualche modulo e una dozzina di firme sono bastati per cancellare 37 anni di sacrifici e di soddisfazioni e i tanti sogni al Gat GdF”, rincara la dose mezz’ora dopo.
Rapetto era stato il fondatore del Gat (Gruppo anti-crimine telematico), poi diventato Nucleo speciale frodi telematiche.
È il reparto che si occupa di contrastare le truffe via Internet, i criminali e gli attacchi informatici.
Giornalista pubblicista e autore di numerose pubblicazioni — era stato nominato Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana da Carlo Azeglio Ciampi — il colonnello era noto per numerose inchieste condotte con successo: dall’operazione “Macchianera” che portò alla luce centinaia di frodi nei confronti dell’Inps, alle indagini che avevano portato all’arresto di criminali informatici in grado di penetrare nel sistema di sicurezza del Pentagono.
A costargli il posto, però, potrebbe essere stata proprio l’inchiesta sulle slot machine non collegate alla rete telematica dello Stato.
E’ di ieri la notizia degli arresti domiciliari di Massimo Ponzellini: l’ex presidente di Bpm ha ricevuto la misura cautelare per un finanziamento sospetto proprio alla società di slot machine, Atlantis.
Le dimissioni arrivano dopo che, bocciata la sua promozione a generale, Rapetto viene rimosso dal Gat — dal prossimo luglio — e spedito a frequentare — da studente — un corso al Centro Studi della Difesa, struttura presso la quale insegnava da 15 anni.
Un’assurdità , che segue la bufera politica già sollevata quando venne decisa la sua rimozione sulla quale si erano concentrate ben nove interrogazioni parlamentari provenienti da pressochè tutto l’arco politico (e nelle quali veniva sottolineato la sua “professionalità specifica e riconosciuta a livello internazionale come esperto di lotta al crimine informatico”).
Il Comando generale delle Fiamme Gialle fece sapere che le sue indagini avevano “frequentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto da un punto di vista mediatico” e che il suo allontanamento dal Gat non era “certamente una rimozione ma, al contrario, rientra nella normalità delle vicende che interessano tutti gli ufficiali della Guardia di finanza”.
Ieri, però, sono arrivate le dimissioni.
Con tanta amarezza. Rapetto, oltre che a Twitter, si è affidato anche a Facebook per esprimere la sua delusione: “Grazie a tutti per la solidarietà : il momento è difficile e indesiderato…”.
Evidentemente per lui l’aria era diventata irrespirabile.
Commento del ns. direttore
Questa vicenda rappresenta, sia per lo spessore riconosciuto al col. Rapetto a livello internazionale, sia per l’evidente azione punitiva nei suoi confronti, determinata dall’aver toccato interessi e clan miliardari degli “amici degli amici” (con ascendenti coinvolti in processi di ‘ndrangheta), una delle pagine più sporche della nostra Repubblica.
Uno sputtanamento del nostro Paese a livello planetario di cui parlerà la stampa internazionale, la quale avrà buon gioco a sostenere che in Italia chi fa il proprio dovere viene ridotto a “studente di corsi dove aveva insegnato per 15 anni” mentre gli evasori si vedono abbuonata la multa di 92 miliardi.
Con che credibilità Monti parla di lotta all’evasione e si congratula con la Guardia di Finanza?
Quale Guardia di Finanza?
Piccola considerazione sui partiti che parlano di legalità e merito: vi sono vicende in cui non basta un’interrogazione parlamentare, occorre occupare Camera e Senato a oltranza, fino all’intervento dei reparti mobili.
Per sgomberare l’Aula devono usare la violenza fisica, come hanno usato quella morale contro Rapetto.
Queste sono le battaglie che vanno condotte per coerenza con le proprie idee e coi nostri valori di riferimento.
Queste sono le battaglie che portano consensi, a costo di finire manganellati.
Fino a ottenere che qualcuno (e non Rapetto) prepari le valigie e venga accompagnato alla porta a calci nel culo.
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
LE CARTE DI PONZELLINI: TRAMITE SUO PASSAVANO FINANZIAMENTI AGLI AMICI CON CANALI PRIVILGIATI…LA VISIBILIA DELLA SANTANCHE’ “NON SEMBRA FINANZIABILE, MA CANNALIRE FA PRESSIONI PER CONCEDERE IL CREDITO”
A lui la mano libera per finanziare gli amici. Ai sindacati “nomine, assunzioni benefits e politiche salariali privilegiate”. 
È questo il patto scellerato tra le sigle sindacali della Popolare di Milano e l’ex presidente Massimo Ponzellini che ha permesso di creare all’interno della banca una struttura parallela per gestire il credito.
Ponzellini spingeva e aggiustava “le pratiche del presidente” in genere dubbie e piene di problematiche secondo il suo tornaconto personale, mentre i sindacati raggruppati nell’associazione “Amici della Popolare di Milano” godevano di alcune garanzie per stipendi e carriere.
“L’anello di congiunzione di queste due politiche – scrive il giudice per le indagini preliminari Cristina di Censo nell’ordinanza d’arresto – è rappresentato dal direttore generale Enzo Chiesa, la cui figura è espressione dei soci dipendenti”.
A muovere le leve del credito sono Ponzellini e il suo braccio destro Antonio Cannalire, legato alla banca da un contratto di consulenza, “con la collaborazione di Enzo Chiesa e di volta in volta, con la condivisione o la tolleranza degli altri dirigenti”.
La validità dello schema è confermata dal fatto che sarebbe dovuto sopravvivere anche all’uscita di scena di Ponzellini con l’avvento del nuovo presidente, Andrea Bonomi.
È lo stesso Cannalire in una telefonata con Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier e tra i “privilegiati” del credito facile della Bpm, a rassicurarlo. “A lui (Berlusconi ndr) Cannalire promette di presentare Bonomi, spiegando che rappresenterà la continuità con Massimo. Se Bankitalia non fa ulteriore pazzie Bonomi dovrebbe continuare la continuità di Chiesa”.
Dello stesso tenore, tra ricatti e sottintesi sono le telefonate tra Cannalire e i sindacalisti Sergio Girgenti (Fibacisl), Daniele Ginese (Fabi) e Gallo (Cisl).
Libero e al di sopra della lotta di potere tra le sigle sindacali della banca, Ponzellini ha potuto gestire con tranquillità le sue pratiche.
La più importante era relativa ai giochi d’azzardo, con la società Atlantis/BPlus, beneficiaria di un finanziamento da 150 milioni di euro.
La banca avrebbe prestato soldi alla Atlantis pur sapendo che, risalendo la catena di controllo, la società faceva capo attraverso una società offshore delle Antille Olandesi a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto SantaPaola.
I ricavi della Atlantis, attiva nei giochi d’azzardo e vincitrice di una gara d’appalto con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), sarebbero inoltre finiti al di fuori dei confini nazionali.
Nel settore giochi opera direttamente anche Cannalire, come socio nella Jackpot Game di Marco Dell’Utri, figlio del senatore Marcello, e di altre società tutte con rapporti di credito con la Bpm “caratterizzati da vistose irregolarità “.
A una di queste, la M2Holding, la Atlantis/BPlus avrebbe versato due bonifici da 500mila euro. Secondo la ricostruzione dei pm Mauro Clerici e Roberto Pellicano, anche Ponzellini avrebbe ottenuto dei corrispettivi da Corallo, attraverso una società , la Pegasus Bridge.
Gli inquirenti hanno scoperto una rimessa da 900mila euro e un contratto con la Atlantis sequestrato allo stesso Ponzellini in cui si parla di pagamenti per altri 3,5 milioni di sterline inglesi in tre anni (a 100mila al mese).
Al mondo del gioco appartengono anche altre società vicine al duo Cannalire – Ponzellini, la Sisal e la Almaviva dell’Imprenditore Alberto Tripi.
Tutte erano interessate oltre ai finanziamenti di Bpm anche all’attività di un amico di Cannalire e Ponzellini, l’onorevole Marco Milanese, il parlamentare del Pdl ex braccio destro di Giulio Tremonti.
A Milanese, da tempo ritenuto il referente delle società attive nel settore giochi, sarebbe toccato il compito di far recepire nel cosiddetto decreto Abruzzo del 2009, la normativa relativa alle slot machine di ultima generazione, sulle quali le società erano pronte a investire.
Del resto, Tremonti era in cerca di nuove entrate fiscali per far fronte all’emergenza sismica. E il gioco d’azzardo era una buona fonte.
La Sisal avrebbe promesso versamenti per 860 mila euro e Almaviva altri 240mila euro.
Il giro di amici di Ponzellini, tuttavia è più ampio e abbraccia un ampio fronte politico e imprenditoriale (da Gavio a Ligresti, alle Generali).
Cannalire chiama la segretaria dell’allora ministro Paolo Romani dicendo: “Mi dice il mio capo, Ponzellini, finchè c’abbiamo una banca si può invitare stasera Paolo a cena”.
In particolare Romani si sarebbe interessato a un finanziamento per Ilaria Sbressa e il suo canale televisivo. Anche Paolo Berlusconi si sarebbe rivolto a Cannalire.
La richiesta, però, aveva creato delle perplessità nel capo divisione crediti, il quale, ricorda il gip nell’ordinanza, faceva presente che il cliente “chiede una cosa che fatta così sta un po’ sull’impossibile, nel senso che chiede l’anticipo su utili che ci saranno forse in società “.
Ma gli affidamenti arrivano.
L’ex ministro Ignazio La Russa avrebbe contattato Ponzellini per spingere una pratica: “quel giorno – scrive ancora il gip – tale Giordano della Quintogest chiamava direttamente Cannalire riferendo di avere spiegato a La Russa che la sua pratica non era di facile trattazione e che questi aveva replicato “allora chiamo io Massimo, vedrai che è facile””.
Pure Daniela Santanchè (Pdl) è in confidenza con Cannalire: chiede soldi per Visibilia, una società “non finanziabile”.
Spunta anche un prestito a Giovanni Acampora, avvocato condannato dalla corte d’appello di Milano per corruzione nella vicenda Imi-Sir.
Per lui intercedono il senatore Alfredo Messina e l’onorevole Aldo Brancher.
Walter Galbiati e Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)
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