Novembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
LUNGA INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA: “NESSUNO STATO, DA SOLO, CE LA FA”
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deposto questa mattina all’Altare della Patria
a Roma una corona d’alloro al sacello del milite ignoto in occasione della ricorrenza del 4 novembre e della vittoria della Grande Guerra. Alla cerimonia stanno partecipando anche la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, il presidente della Camera Roberto Fico, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, il Capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano, il capo della polizia Franco Gabrielli.
In occasione del Centenario della Grande Guerra e della feste delle forze armate, Sergio Mattarella concede una lunga intervista a Marzio Breda sul Corriere della Sera, in cui invita a distinguere fra “amor di Patria” ed “estremismo nazionalista”, invita alla cooperazione fra le democrazie perchè “nessuno Stato ce la farà da solo”.
“Oggi possiamo dirlo con ancora maggior forza: l’amor di patria non coincide con l’estremismo nazionalista. L’amor di patria viene da più lontano, dal Risorgimento” […] Il patriottismo fu “un impegno di libertà , per affrancarsi dal dominio imposto con la forza: allora da Stati stranieri. Dopo la Grande guerra fu una parte politica a comprimere la libertà di tutti. In questo risiede il profondo legame tra Risorgimento e Resistenza. Per adoperare parole del presidente Giovanni Gronchi, ‘una coscienza nazionale che si rinnova, che attinge ai valori supremi spirituali e storici che la Patria sintetizza, che rende imperiosa l’esigenza dell’autonomia e dell’indipendenza verso ogni egemonia dei più fortì. L’amor di patria oggi è inscindibile con i principi della nostra Costituzione, che ne sono il prodotto e il compimento”.
Mattarella sottolinea che “la Grande guerra costituisce un monito perenne all’umanità ” e rileva:
“Occorre la forza della ragione per riesaminare e comprendere perchè la fine della guerra non generò una vera pace, perchè si sviluppò ulteriore volontà di potenza, perchè il nazionalismo esasperato alimentò smanie espansioniste e di sopraffazione, persino l’odio etnico. Le democrazie hanno bisogno di un ordine internazionale che assicuri cooperazione e pace, altrimenti la forza dei loro stessi presupposti etici, a partire dall’inviolabilità dei diritti umani, rischia di diventare fragile di fronte all’esaltazione del potere statuale sulla persona e sulle comunità “.
Richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sull’importanza della cooperazione internazionale:
“Non torneremo agli anni Venti o agli anni Trenta. Non temo la ricomparsa degli stessi spettri del passato, pur guardando con preoccupazione a pulsioni di egoismi e supremazie di interessi contro quelli degli altri: sarei allarmato da un clima in cui, più che concorrenza, si sviluppassero contrasti, poi contrapposizioni, quindi ostilità , ponendosi su una china di cui sarebbe ignoto ma inquietante il punto finale. Ma l’Europa si è consolidata nella coscienza degli europei, molto più di quanto non dicano le polemiche legate alle necessarie, faticose decisioni comuni nell’ambito degli organismi dell’Unione Europea. L’interdipendenza tra i Paesi nasce anzitutto dallo sviluppo delle libertà , delle opportunità , delle risorse tecniche, economiche, culturali, civili che siamo riusciti a costruire in questi decenni di pace e di collaborazione. La libertà di movimento e di commercio, le medesime regole ormai consolidate in tanti settori economici e sociali, le innumerevoli iniziative e realtà comuni tra imprese, le sempre più strette collaborazioni nella ricerca e nelle professioni hanno prodotto un tessuto connettivo ormai indissolubile”. […] “A volte questa interdipendenza appare a taluno come un vincolo, e questo determina reazioni. Per questo, di fronte a una crisi, a un’insufficiente capacità di governo dei processi globali, si cerca nel focolare domestico la protezione dagli effetti dell’interdipendenza. Ma nessuno Stato, da solo, può affrontare la nuova dimensione sempre più globale. Ne uscirebbe emarginato e perdente. Soprattutto i giovani lo hanno compreso. Sono cresciute giovani generazioni che si sentono italiane ed europee e lo stesso è avvenuto in ogni Paese dell’Unione e questo rappresenta il più forte antidoto ad antistorici passi indietro”
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA A UN POST DELL’EX SOCIALE… IL NOSTRO PENSIERO: PINO ANDREBBE RICORDATO DA CHI NON NE HA TRADITO IL MESSAGGIO POLITICO
Botta e risposta al vetriolo fra Gianni Alemanno e la sua ex moglie, Isabella Rauti. 
A innescare la tensione tra i due è stato un post in cui l’ex sindaco di Roma ricorda il suocero, Pino Rauti, storico leader del Movimento Sociale Italiano.
“2 novembre 2012-2018. Onore a Pino Rauti, maestro del pensiero nazional-popolare. Questa martellata al Muro di Berlino è il simbolo di una vita dedicata a ricostruire l’Europa dei popoli, delle identità e dei valori”, scrive Alemanno postando una fotografia di Rauti che, martello e scalpello alla mano, si appresta a colpire il muro. Pronta la risposta di Isabella Rauti, oggi senatrice di Fratelli d’Italia: “Non sei degno di ricordarlo!”.
A entrambi preferiamo rispondere che Pino andrebbe ricordato da quei militanti che non ne hanno mai tradito il messaggio politico.
Ed è meglio che non aggiungiamo altro, per carità di patria.
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Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI MIMMO LUCANO LETTA IN PIAZZA A RIACE: “OCCORRE ESSERE DISOBBEDIENTI OGNI VOLTA CHE SI RICEVONO ORDINI CHE UMILIANO LA NOSTRA COSCIENZA”
È inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità , per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci.
A voi tutti che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità , verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie.
Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie.
Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.
Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia
La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere.
Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie.
Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.
Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori nè rivendicazioni contro nessuno.
Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere.
Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita.
Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà .
Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.
Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.
Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.
Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.
Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.
Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perchè la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.
Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perchè le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.
Mimmo Lucano
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Ottobre 29th, 2018 Riccardo Fucile
UNA DONNA SIMBOLO DELL’ITALIA MIGLIORE, QUELLA CHE NON PENSA SOLO ALLA “SICUREZZA” DEI SUOI SOLDI, MA AL FUTURO DEI GIOVANI
Eugenia Canfora è la preside di una scuola che tutti i giorni si trova a combattere con le difficoltà legate al suo lavoro.
Solo che Eugenia non dirige una scuola qualsiasi, bensì l’Istituto Morano di Caivano, paese a nord di Napoli, in cui il tasso di dispersione scolastica è tra i più alti d’Italia. Non solo, a Caivano la preside deve combattere contro il degrado che rischia di inghiottire i suoi studenti.
Un degrado fatto di droga, prostituzione e violenza che ogni giorno affliggono il paese.
La sua storia è stata raccontata dalla trasmissione televisiva I Dieci Comandamenti su Rai 3, in una puntata dal titolo “Come figli miei” che riassume la missione della preside: cercare di insegnare ai ragazzi l’importanza della scuola per sottrarli alle violenze a cui assistono tutti i giorni.
“Appena arrivo a scuola devo subito uscire per andarli a cercare, uno per uno, li cerco anche in giro per i bar” racconta Eugenia, spiegando come tutti i giorni conduce la sua personale battaglia contro l’abbandono scolastico.
Ma non sempre la sua volontà basta per salvare gli studenti. “Quando sono arrivata sei anni fa gli studenti erano 719, ma in realtà i veri iscritti erano la metà : c’erano ragazzi che venivano riscritti da anni solo per avere un organico gonfiato. Di questi 380, almeno 90 li abbiamo persi per strada. Non vengono più, ed è il mio grande dolore, perchè la sfida qui è portarli davvero dentro le classi”.
Eugenia lamenta anche i problemi con la mancanza di professori qualificati per affrontare questa difficile battaglia: “Qui ci vorrebbero i professori migliori d’Italia, i più motivati. Invece spesso arrivano persone che non riescono a reggere questo ambiente e non vedono l’ora di andarsene”.
Perchè la scuola può essere a volte l’unico strumento per proteggere i ragazzi dalla strada e dalla criminalità .
“Se potessi- dice Eugenia- li terrei a dormire nella scuola. Tutto per evitare che si perdano fuori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 21st, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DI RUMON SIDDIQUE, 27 ANNI, DAL BANGLADESH… UN DOCENTE UNIVERSITARIO GLI HA PAGATO GLI STUDI
Tempi bui, ma nel buio la luce di una favola. Una, bellissima, arriva da Palermo. 
A raccontarla, Arianna Rotolo, su Repubblica. Eccola:
“A Palermo, dopo anni di sacrifici e lontano dal suo Paese, è riuscito a realizzare il sogno più grande: diventare medico. Un traguardo che Rumon Siddique, 27 anni, originario del Bangladesh, appena cinque giorni fa ha raggiunto grazie alla generosità del docente universitario di Diritto commerciale Nicola Carlisi, deceduto lo scorso 23 settembre. Il professore, da governatore del Rotary International del Distretto 2110, ha deciso di adottare agli studi (nell’ambito del progetto “Concretizza i tuoi sogni”) il giovane indiano che, sino a poco tempo prima, lavorava in strada come venditore di rose
Era il 2009 e Rumon, non ancora maggiorenne, stava per completare gli studi all’istituto tecnico “Vittorio Emanuele III” di via Duca della Verdura.
Si era trasferito a Palermo nel 2004 , dopo avere vissuto a Mantova per sei anni. L’incontro con il docente universitario avviene quasi per caso.
«La moglie del professore Carlisi aveva letto un mio tema sull’integrazione pubblicato su un giornale — racconta Rumon — e così, decise di venire a scuola per conoscermi. Le raccontai la mia storia, le motivazioni che mi avevano spinto ad allontanarmi dalla mia famiglia d’origine e a proseguire gli studi».
A Sylhet, cittadina in cui il giovane è nato e cresciuto, l’ospedale più vicino dista oltre 40 chilometri.
«Volevo fare qualcosa di utile per la mia gente, una scelta che ho maturato in occasione di un viaggio nel mio Paese — prosegue — Ero ritornato lì per il matrimonio di un mio cugino e rimasi scosso, i miei occhi hanno visto le sofferenze di tanti».
Da qui, la presa di coscienza e il desiderio di curare i più bisognosi.
I primi anni in città li ha vissuti in casa di una zia, vedova e con figli a carico: le ha fatto compagnia e alternava le sue giornate tra la scuola e il lavoro in strada come venditore ambulante.
Dopo il conseguimento del diploma, Rumon inizia il suo percorso di studi all’Università di Palermo, iscrivendosi alla facoltà di Medicina e Chirurgia.
«Il professore Carlisi, assieme alla moglie, ha provveduto a sostenere tutte le spese, iscrizione e testi universitari. Senza di loro non avrei mai potuto conquistare questo mio grande sogno — aggiunge il giovane che, prima d’intraprendere gli studi universitari, ha lavorato anche come cameriere — Mi hanno accolto come fossi un nipote, ero sempre invitato alle loro feste. Per Santa Lucia, ad esempio — ricorda sorridente — mi preparavano sempre le arancine».
Rumon si è integrato perfettamente, sin da subito.
Anche se, qualche volta, è stato costretto a fare i conti con qualche epidosio di razzismo. «Nulla di grave, però, per fortuna». Ha un leggero accento palermitano e adora la pasta con le sarde.
La sua fidanzata, Federica e futuro medico, è palermitana. Si sono conosciuti tra le aule universitarie e lì è scoccato l’amore. Il 15 ottobre scorso, Rumon ha conseguito a pieni voti e con una menzione speciale la laurea in Medicina e Chirurgia.
«Palermo mi ha dato tanto e sono profondamente grato a questa città — dice il neo laureato — Ho avuto tanti angeli custodi al mio fianco, tra loro anche il notaio Salvatore Abbruscato che mi ha messo a disposizione una casa in cui vivere, provvedendo anche al pagamento delle utenze e l’ottico Giuseppe Galeazzo, che ha contribuito con una “paghetta” mensile di 350 euro al mio sostentamento. Non potrò mai ringraziarli abbastanza».
Il prossimo obiettivo? «La specializzazione in Cardiologia».
(da Globalist)
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Settembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
QUALCUNO HA SPORCATO? MUNITEVI DI APPOSITO SACCHETTO PER LE DEIEZIONI…DA “PRIMA GLI ITALIANI” ALLA PULIZIA ETNICA, SIAMO ALLA CONFUSIONE IDEOLOGICA TOTALE
Lo slogan “Ripulire l’Alto Adige” in italiano e tedesco (poco sovranista la cosa…) con le immagini della giunta provinciale uscente e quella di un gruppo di immigrati.
Questo è il manifesto elettorale che Casapound sta affiggendo in Provincia di Bolzano in vista delle elezioni del 21 ottobre.
Da cosa vada ripulita la Regione che gode di statuto speciale e innumerevoli privilegi è stato illustrato dai vertici locali di quella che fu una destra sociale, prima di imboccare la deriva xenofoba.
“Ripulire l’Alto Adige per mettere fine ad una ottusa mafia politica che con il business dell’immigrazione ha gettato questa provincia, un tempo modello sociale per l’Europa, in una una pericolosa pentola a pressione con centinaia di stranieri che sfruttano le nostre risorse aggredendo la nostra gente”.
Sfruttano le nostre risorse dovrebbero intanto dirlo gli italiani che contribuiscono fiscalmente ai maggiori benefici di quelle regioni che godono di statuto speciale.
Ma guardiamo i dati ufficiali: un terzo degli stranieri Alto Adige (15.697) proviene da uno dei 28 paesi membri dell’Unione Europea e più del 30% da paesi europei che non fanno parte dell’Unione Europea. Il 18,6% appartiene invece a uno stato asiatico e solo il 13,1% a uno africano.
Ovvero circa il 70% degli stranieri sono europei, mentre gli immigrati africani sono appena il 13,1% di 15.697.
“Sfruttare le nostre risorse”? Chi ha diritto allo status di rifugiato non sfrutta una mazza, essendo regole che valgono in tutto il mondo civile, sancite da convenzioni internazionali.
Sfruttano le risorse degli italiani onesti chi evade le tasse, non i veri poveri, fa specie ricordarlo a chi si dichiara di destra sociale: un ragionamento così “borghese” ce lo aspetteremmo da un pariolino, non da chi si dichiara alternativo al sistema.
Questa si chiama “confusione ideologica” determinata da cattivi maestri sulla via del conformismo imperante.
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Settembre 21st, 2018 Riccardo Fucile
POCHI SOLDI, LO SFRATTO, VINCE 5 MILIONI MA SI TIENE SOLO IL NECESSARIO, IL RESTO LO DONA A 50 PERSONE ED ENTI… IL POVERO, A DIFFERENZA DEL RICCO, CONOSCE IL BISOGNO E NON ALZA MURI
Marta ha cinquant’anni, vive a Grosseto e non ha avuto una vita fortunata. Pochi soldi, molti problemi. Uno dei quali veramente terribile: lo sfratto di casa.
Poi un giorno la dea bendata, come rivela Repubblica, si fa viva con lei.
E con un Gratta e vinci di pochi euro ne mette in tasca molti ma molti di più: cinque milioni.
È una cifra astronomica, al di sopra delle sue speranze, delle sue aspettative, del suo stesso stesso modo di vivere. Marta quindi prende quel che le serve per garantirsi la tranquillità e poi compila una lista di cinquanta nomi: amici bisognosi, associazioni, enti di carità , a cui devolvere la gran parte della vincita.
Vi chiederete: ma se è povera come fa a buttare all’aria tutta quella ricchezza? Oggi che il sogno si avvera rinuncia?
Invece il povero, a differenza del ricco, conosce il bisogno ed è sul bisogno, suo e del proprio simile, che fonda la sua vita: dà e riceve, offre e chiede.
Il ricco conosce solo la propria responsabilità . Il povero vive una vita comunitaria, il ricco invece la solitudine.
Infatti sono i Paesi ricchi ad alzare i muri e rispondere con le armi alle ondate migratorie. Devono difendere il loro status dall’orda umana che ha fame e chiede di partecipare al banchetto.
L’85 per cento dei diseredati della terra è ospitato da Paesi poveri e poverissimi.
È questa la verità .
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
IL SI’ DI ANDREA E DANIELA, SFOLLATI DI PONTE MORANDI: QUANDO L’AMORE E’ PIU’ FORTE DI UN PONTE CHE CROLLA
Andrea e Daniela oggi si sono sposati. 
Residenti in Via Porro, nel mezzo della zona rossa del ponte Morandi, oggi i due neo-genitori sono convolati a nozze nel santuario di Oregina, sulle colline genovesi.
Dopo la cerimonia si sono spostati a Celle ligure per il pranzo.
“Ci sentiamo un simbolo perchè la vita va avanti e speriamo che sia così anche per tutti gli altri sfollati e per i parenti delle vittime. Perdere tutto è un peso sul cuore, ma all’altare ringrazieremo anche di essere vivi. Magari stanchi, con i nervi un po’ tirati. Ma sempre insieme. Un messaggio fortissimo, che fa capire la voglia degli abitanti di Genova di voltare definitivamente pagina.
La loro abitazione è inaccessibile, ma oggi questo è un problema secondario: “Casa – dice commossa Daniela – è essere insieme, per le mura domestiche poi si vedrà “.
Al suo arrivo, davanti al santuario di Oregina, è spuntato il sole, anche se Andrea, prima del matrimonio, raccontava di un messaggio arrivato da una sua collega: “La pioggia di oggi sono lacrime di gioia per il vostro matrimonio che arrivano dal cielo. Noi vogliamo, in un certo senso, lasciare un segnale di riscatto, come coppia, per la nostra gente, per il nostro quartiere”.
Sullo sfondo rimane l’incertezza per il futuro: “Le parole sono belle, specialmente se arrivano al cuore – dice la mamma dello sposo – questo, però, è il momento di mettere vicino alle parole i fatti e anche con una certa urgenza. Essere sfollati, senzatetto, è un disagio per tutti e quindi vorrei dire a chi può fare più di noi di cercare di realizzare dal punto di vista pratico tutto quanto promesso perchè così Genova si può rialzare anche meglio di prima”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DI SILIAN, 21 ANNI, ALLA QUALE HANNO TOLTO I FIGLI, MA NON LA SPERANZA
Zilan, a soli 21 anni, non è come le altre ragazze. Alle spalle due ex mariti violenti e due figlie,
una da ciascuno.
Ma tutto questo è passato. Zilan è tra le migliori combattenti della forza femminile araba che è stata costituita all’inizio di quest’anno come parte delle unità di protezione delle donne curde della Siria (Ypj), la milizia femminile che ha sconfitto l’Isis e si è ripresa Raqqa.
Queste reclute fresche stanno sperimentando i limiti del patriarcato delle comunità arabe, la convivenza difficile tra arabi e curdi che è però l’unico modello per il futuro.
“Mi sento rispettata come donna. La mia vita adesso ha un senso” ha dichiarato Zilan ad Al-Monitor durante un’intervista
L’Ypj e il suo equivalente maschile, le Unità di protezione dei popoli (Ypg), sono i migliori alleati della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’Isis.
Mentre la lotta si estende, un numero crescente di arabi si unisce direttamente alle forze curde siriane o ai gruppi arabi alleati.
Li chiamano forze democratiche siriane, o Sdf. Un funzionario della Sdf ha detto ad Al-Monitor che a partire dal 22 ottobre almeno 500 donne arabe si sono arruolate nell’Ypj. Le donne sono state le prime a dichiarare la vittoria il 19 ottobre nella piazza principale di Raqqa.
Parte del percorso anche militare di Zillian, passa dall’autocoscienza. In un cerchio, Zilan e i suoi compagni si sono seduti a Shahid Arin. Il campo spartano è costituito da un edificio a due piani e da un piccolo terreno. I combattenti maschi che aiutano a formare le donne fumano e scambiano le battute con loro durante una pausa. Alcuni sono cittadini laici e di classe media. Altri conservatori, vengono dalle campagne. Molti sono stati sedotti da video propagandistici online di combattenti Ypj o reclutati all’università . Poi ci sono quelli come Zilan che sono fuggite dalla monotonia grigia della loro vita precedente.
Zilan è stata la prima a parlare. “Entrambi i miei mariti mi hanno picchiato. Le loro madri mi hanno picchiato. Il mio primo marito ha rifiutato di concedermi la custodia della nostra figlia di 3 anni. Il secondo ha preso il nostro bambino di 10 mesi ed è scomparso. Sono rimasta senza nulla. Fu allora che decisi di aderire al Ypg per combattere per un futuro migliore”.
Queste donne, oltre che in battaglia, devono rovesciare milioni di codici e di stereotipi: i matrimoni poligami, per esempio, sono aumentati dall’inizio del conflitto in Siria, ma sono stati vietati nel Rojava. Per ogni sindaco maschio c’è una co-sindaco donna dotata di pari potere – un modello ripetuto a quasi tutti i livelli di governo e autorità civica. Le donne gestiscono le scuole.
In un’intervista ad Al-Monitor, Fawza al-Yusuf , un ufficiale del Rojava che ha passato lunghi anni nel Pkk prima di tornare in Siria nel 2011 all’inizio dell’insurrezione, ha detto: “Abbiamo lanciato una rivoluzione femminile non solo per le curde ma per tutte le donne siriane. Un modello che dovrebbero ispirare il mondo “.
(da Globalist)
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